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Leonardo Sciascia

«Non ho, lo riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza ma si è come si è»

«Questa specie di nave corsara che è stata la Sicilia, col suo bel Gattopardo che rampa a prua, coi suoi colori di Guttuso nel suo gran pavese, coi suoi più decorativi pezzi da novanta cui i politici hanno delegato l’onore del sacrificio, coi suoi Malavoglia, coi suoi Pecorella, coi suoi loici cornuti, coi suoi folli, coi suoi demoni meridiani e notturni, con le sue arance, il suo zolfo e i suoi cadaveri nella stiva: affonda, amico mio, affonda».

(tratto da A ciascuno il suo)

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Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia

Questa linea, secondo quel che si diceva nelle feste nazionali, e specialmente in quella del 25 aprile che ricordava la liberazione dell’Italia tutta dal fascismo, aveva come separato le tenebre dalla luce, la notte dal giorno; e trovandosi il generale di mezzo, lo aveva dunque dimezzato. E ne era prova, per Candido, quell’occhio abbuiato dalla benda, che apparteneva alla metà di suo nonno rimastra nelle tenebre. E il problema più immediato era questo, per Candido: poteva un uomo così dimezzato vivere con quell’energia e felicità che il generale dimostrava?

Leonardo Sciascia - Candido ovvero Un sogno fatto in Sicilia.
 
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Il mare colore del vino


Un grosso paese, quasi una città, al confine tra le province di Palermo e Tra-pani Negli anni della prima guerra mondiale. E come se questa non bastasse, il paese ne ha una interna: non meno sanguinosa, con una frequenza di morti ammazzati pari a quella dei cittadini che cadono sul fronte. Due cosche di ma-fia sono in faida da lungo tempo. Una media di due morti al mese. E ogni vol-ta, tutto il paese sa da quale parte è venuta la lupara e a chi toccherà la lupara di risposta. E lo sanno anche i carabinieri. Quasi un giuoco, e con le regole di un giuoco. I giovani mafiosi che vogliono salire, i vecchi che difendono le loro posizioni. Un gregario cade da una parte, un gregario cade dall'altra. I capi stanno sicuri: aspettano di venire a patti. Se mai, uno dei due, il capo dei vec-chi o il capo dei giovani, cadrà dopo il patto, dopo la pacificazione: nel succhio dell'amicizia.

Ma ecco che ad un punto la faida si accelera, sale per i rami della gerarchia. Di solito, l'accelerazione. ed ascesa della faida manifesta, da parte di chi la promuove, una volontà di pace: ed è il momento in cui, dai paesi vicini, si muovono i patriarchi a intervistare le due parti, a riunirle, a convincere i giovani che non possono aver tutto e i vecchi che tutto non possono tenere. L'armistizio, il trattato. E poi, ad unificazione avvenuta, e col tacito e totale as-senso degli unificati, l'eliminazione di uno dei due capi: emigrazione o giubila-zione o morte. Ma stavolta non è così. I patriarchi arrivano, i delegati delle due cosche si incontrano: ma intanto, contro ogni consuetudine e aspettativa, il ritmo delle esecuzioni continua; più concitato, anzi, e implacabile. Le due parti si accusano, di fronte ai patriarchi, reciprocamente di slealtà. il paese non ca-pisce più niente, di quel che sta succedendo. E anche i carabinieri. Per fortuna i patriarchi sono di mente fredda, di sereno giudizio.

Riuniscono ancora una volta le due delegazioni, fanno un elenco delle vittime degli ultimi sei mesi e "questo l'abbiamo ammazzato noi", "questo noi", "questo noi no" e "noi nemmeno", arrivano alla sconcertante conclusione che i due terzi sono stati fatti fuori da mano estranea all'una e all'altra cosca. C'è dunque una terza co-sca segreta, invisibile, dedita allo sterminio di entrambe le cosche quasi uffi-cialmente esistenti? O c'è un vendicatore isolato, un lupo solitario, un pazzo che si dedica allo sport di ammazzare mafiosi dell'una e dell'altra parte? Lo smarrimento è grande. Anche tra i carabinieri: i quali, pur raccogliendo i caduti con una certa soddisfazione (inchiodati dalla lupara quei delinquenti che mai avrebbero potuto inchiodare con prove), a quel punto, con tutto il da fare che avevano coi disertori, aspettavano e desideravano che la faida cittadina si spegnesse.

I patriarchi, impostato il problema nei giusti termini, ne fecero consegna alle due cosche perché se la sbrigassero a risolverlo: e se la svignarono, poiché ormai nessuna delle due parti, né tutte e due assieme, erano in grado di ga-rantire la loro immunità. I mafiosi del paese si diedero a indagare; ma la paura, il sentirsi oggetto di una imperscrutabile vendetta o di un micidiale capriccio, il trovarsi improvvisamente nella condizione in cui le persone oneste si erano sempre trovate di fronte a loro, li confondeva e intorpidiva. Non trovarono di meglio che sollecitare i loro uomini politici a sollecitare i carabinieri a un'indagine seria, rigorosa, efficiente: pur nutrendo il dubbio che appunto i ca-rabinieri, non riuscendo ad estirparli con la legge, si fossero dati a quella cac-cia più tenebrosa e sicura. Se il governo, ad evitare la sovrappopolazione, o-gni tanto faceva spargere il colera, perché non pensare che i carabinieri si de-dicassero ad una segreta eliminazione dei mafiosi?

Il tiro a bersaglio dell'ignoto, o degli ignoti, continua. Cade anche il capo della vecchia cosca. Nel paese è un senso di liberazione e insieme di sgomento. I carabinieri non sanno dove battere la testa. I mafiosi sono atterriti. Ma subito dopo il solenne funerale del capo, cui fingendo compianto il paese intero ave-va partecipato, i mafiosi perdono quell'aria di smarrimento, di paura. Si capi-sce che ormai sanno da chi vengono i colpi e che i giorni di costui sono conta-ti. Un capo è un capo anche nella morte: non si sa come, il vecchio morendo era riuscito a trasmettere un segno, un indizio; e i suoi amici sono arrivati a scoprire l'identità dell'assassino. Si tratta di una persona insospettabile: un professionista serio, stimato; di carattere un po' cupo, di vita solitaria; ma nes-suno nel paese, al di fuori dei mafiosi che armai sapevano, l'avrebbe mai cre-duto capace di quella caccia lunga, spietata e precisa che fino a quel momen-to aveva consegnato alle necroscopie tante di quelle persone che i carabinieri non riuscivano a tenere in arresto per più di qualche ora. E i mafiosi si erano anche ricordati della ragione per cui, dopo tanti anni, l'odio di quell'uomo con-tro di loro era esploso freddamente, con lucido calcolo e sicura esecuzione. C'entrava, manco a dirlo, la donna.

Fin da quando era studente, aveva amoreggiato con una ragazza di una famiglia incertamente nobile ma certamente ricca. Laureato, nella fermezza dell'amore che li legava, aveva fatto dei passi presso i familiari di lei per arrivare al matrimonio. Era stato respinto: ché era povero, e non sicuro, nella povertà da cui partiva, il suo avvenire professionale. Ma la corrispondenza con la ragazza continuò; più intenso si fece il sentimento di entrambi di fronte alle diffi-coltà da superare. E allora i nobili e ricchi parenti della ragazza fecero appello alla mafia. Il capo, il vecchio e temibile capo, chiamò il giovane professionista: con proverbi ed esempi tentò di convincerlo a lasciar perdere; non riuscendo con questi, passò a minacce dirette. Il giovane non se ne curò; ma terribile im-pressione fecero alla ragazza. La quale, dal timore che la nefasta minaccia si realizzasse forse ad un certo punto passò alla pratica valutazione che quell'amore era in ogni caso impossibile: e convolò a nozze con uno del suo ceto. Il giovane si incupì, ma non diede segni di disperazione o di rabbia. Co-minciò, evidentemente, a preparare la sua vendetta.

Ora dunque i mafiosi l'avevano scoperto. Ed era condannato. Si assunse l'esecuzione della condanna il figlio del vecchio capo: ne aveva il diritto per il lutto recente e per il grado del defunto padre. Furono studiate accuratamente le abitudini del condannato, la topografia della zona in cui abitava e quella del-la sua casa. Non si tenne però conto del fatto che ormai tutto il paese aveva capito che i mafiosi sapevano: erano tornati all'abituale tracotanza, visibilmen-te non temevano più l'ignoto pericolo. E l'aveva capito prima d'ogni altro il condannato.

Di notte, il giovane vendicatore uscì di casa col viatico delle ultime raccoman-dazioni materne. La casa del professionista non era lantana. Si mise in agguato aspettando che rincasasse; o tentò di entrare nella casa per sorprenderlo nel sonno; o bussò e lo chiamò aspettandosi che comparisse a una data fi-nestra, a un dato balcone. Fatto sta che colui che doveva essere la sua vitti-ma, lo prevenne, lo aggirò. La vedova del capo, la madre del giovane delegato alla vendetta, sentì uno sparo: credette la vendetta consumata, aspettò il ritor-no del figlio con un'ansia che dolorosamente cresceva ad ogni minuto che passava. Ad un certo punto ebbe l'atroce rivelazione di quel che era effettiva-mente accaduto. Uscì di casa: e trovò il figlio morto davanti alla casa dell'uomo che quella notte, nei piani e nei voti, avrebbe dovuto essere ucciso. Si caricò del ragazzo morto, lo portò a casa: lo dispose sul letto e poi, l'indomani, disse che su quel letto era morto, per la ferita che chi sa dove e da chi aveva avuto. Non una parola, ai carabinieri, su chi poteva averlo ucciso. Ma gli amici capirono, seppero, più ponderatamente prepararono la vendetta.

Sul finire di un giorno d'estate, nell'ora che tutti stavano in piazza a prendere il primo fresco della sera, seduti davanti ai circoli, ai caffè, ai negozi (e c'era an-che, davanti a una farmacia, l'uomo che una prima volta era riuscito ad eludere la condanna), un tale si diede ad avviare il motore di un'automobile. Gi-rava la manovella: e il motore rispondeva con violenti raschi di ferraglia e un crepitio di colpi che somigliava a quello di una mitragliatrice. Quando il fra-stuono si spense, davanti alla farmacia, abbandonato sulla sedia, c'era, spac-cato il cuore da un colpo di moschetto, il cadavere dell'uomo che era riuscito a seminare morte e paura nei ranghi di una delle più agguerrite mafie della Sici-lia.


(Da : Il mare colore del vino, Einaudi, Torino, 1973, pp. 132-137)
 
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"Il giorno della civetta"

L'autobus stava per partire, rombava sordo con improvvisi raschi e singulti. La piazza era silenziosa nel grigio dell'alba, sfilacce di nebbia ai campanili della Matrice: solo il rombo dell'autobus e la voce del venditore di panelle, panelle calde panelle, implorante ed ironica. Il bigliettaio chiuse lo sportello, l' autobus si mosse con un rumore di sfasciume. L 'ultima occhiata che il bigliettaio girò sulla piazza, colse l'uomo vestito di scuro che veniva correndo; il bigliettaio disse all'autista -un momento -e apri lo sportello mentre l'autobus ancora si muoveva. Si sentirono due colpi squarciati: l'uomo vestito di scuro, che stava per saltare sul predellino, restò per un attimo sospeso, come tirato su per i capelli da una mano invisibile; gli cadde la cartella di mano e sulla cartella lentamente si afflosciò.

Il bigliettaio imprecò: la faccia gli era diventata colore di zolfo, tremava. Il venditore di panelle, che era a tre metri dall'uomo caduto, muovendosi come un granchio cominciò ad allontanarsi verso la porta della chiesa. Nell'autobus nessuno si mosse, l'autista era come impietrito, la sinistra sulla leva del freno e la destra sul volante.

Il bigliettaio guardò tutte quelle facce che sembravano facce di ciechi, senza sguardo; disse -l'hanno ammazzato - si levò il berretto e freneticamente cominciò a passarsi la mano tra i capelli; imprecò ancora.

-I carabinieri - disse l'autista -bisogna chiamare i carabinieri.

Si alzò ed aprì l'altro sportello -ci vado - disse al bigliettaio.

Il bigliettaio guardava il morto e poi i viaggiatori. C'erano anche donne sull'autobus, vecchie che ogni mattina portavano sacchi di tela bianca, pesantissimi, e ceste piene di uova; le loro vesti stingevano odore di trigonella, di stallatico, di legna bruciata; di solito lastimavano e imprecavano, ora stavano in silenzio, le facce come dissepolte da un silenzio di secoli.

-Chi è? - domandò il bigliettaio indicando il morto.

Nessuno rispose. Il bigliettaio imprecò. Era della provincia di Siracusa, in fatto di morti ammazzati aveva poca pratica: una stupida provincia, quella di Siracusa; perciò con più furore del solito imprecava.

Vennero i carabinieri, il maresciallo nero di barba e di sonno. L'apparire dei carabinieri squillò come allarme nel letargo dei viaggiatori: e dietro al bigliettaio, dall'altro sportello che l'autista aveva lasciato aperto, cominciarono a scendere. In apparente indolenza, voltandosi indietro come a cercare la distanza giusta per ammirare i campanili, si allontanavano verso i margini della piazza e, dopo un ultimo sguardo, svicolavano. Di quella lenta raggiera di fuga il maresciallo e i carabinieri non si accorgevano. Intorno al morto stavano ora una cinquantina di persone, gli operai di un cantiere-scuola ai quali non pareva vero di aver trovato un argomento così grosso da trascinare nell'ozio delle otto ore. Il maresciallo ordinò ai carabinieri di fare sgombrare la piazza e di far risalire i viaggiatori sull'autobus: e i carabinieri cominciarono a spingere i curiosi verso le strade che intorno alla piazza si aprivano, spingevano e chiedevano ai viaggiatori di andare a riprendere il loro posto sull'autobus. Quando la piazza fu vuota, vuoto era anche l'autobus; solo l'autista e il bigliettaio restavano.

-E che- domandò il maresciallo all'autista -non viaggiava nessuno oggi?-

-Qualcuno c'era - rispose l'autista con faccia smemorata.

-Qualcuno - disse il maresciallo -vuol dire quattro cinque sei persone: io non ho mai visto questo autobus partire, che ci fosse un solo posto vuoto.- -Non so - disse l'autista, tutto spremuto nello sforzo di ricordare -non so: qualcuno, dico, cosi per dire; certo non erano cinque o sei, erano di più, forse l'autobus era pieno... lo non guardo mai la gente che c'è: mi infilo al mio posto e via... Solo la strada guardo, mi pagano per guardare la strada.

Il maresciallo si passò sulla faccia una mano stirata dai nervi. -Ho capito - disse -tu guardi solo la strada; ma tu - e si voltò inferocito verso il bigliettaio -tu stacchi i biglietti, prendi i soldi, dài il resto: conti le persone e le guardi in faccia... E se non vuoi che te ne faccia ricordare in camera di sicurezza, devi dirmi subito chi c'era sull'autobus, almeno dieci nomi devi dirmeli... Da tre anni che fai questa linea, da tre anni ti vedo ogni sera al caffè Italia: il paese lo conosci meglio di me...-

-Meglio di lei il paese non può conoscerlo nessuno- disse il bigliettaio sorridendo, come a schermirsi da un complimento.

-E va bene - disse il maresciallo sogghignando - prima io e poi tu: va bene... Ma io sull'autobus non c'ero, che ricorderei uno per uno i viaggiatori che c'erano: dunque tocca a te, almeno dieci devi nominarmeli.

-Non mi ricordo - disse il bigliettaio -sull'anima di mia madre..' non mi ricordo; in questo momento di niente mi ricordo, mi pare che sto sognando.

-Ti sveglio io ti sveglio - s'infuriò il maresciallo -con un paio d'anni di galera ti sveglio...- ma s'interruppe per andare incontro al pretore che veniva. E mentre al pretore riferiva sulla identità del morto e la fuga dei viaggiatori, guardando l'autobus, ebbe il senso che qualcosa stesse fuori posto o mancasse: come quando una cosa viene improvvisamente a mancare alle nostre abitudini, una cosa che per uso o consuetudine si ferma ai nostri sensi e più non arriva alla mente, ma la sua assenza genera un piccolo vuoto smarrimento, come una intermittenza di luce che ci esaspera: fìnché la cosa che cerchiamo di colpo nella mente si rapprende.

-Manca qualcosa - disse il maresciallo al carabiniere Sposito che, col diploma di ragioniere che aveva, era la colonna della Stazione Carabinieri di S.-manca qualcosa, o qualcuno...-

-Il panellaro - disse il carabiniere Sposito.

-Perdio: il panellaro - esultò il maresciallo, e pensò delle scuole patrie "non lo danno al primo venuto, il diploma di ragioniere".

Un carabiniere fu mandato di corsa ad acchiappare il panellaro: sapeva dove trovarlo, che di solito, dopo la partenza del primo autobus, andava a vendere le panelle calde nell'atrio delle scuole elementari. Dieci minuti dopo il maresciallo aveva davanti il venditore di panelle: la faccia di un uomo sorpreso nel sonno più innocente.

-C'era? -domandò il maresciallo al bigliettaio, indicando il panellaro.

-C'era -disse il bigliettaio guardandosi una scarpa.

-Dunque- disse con paterna dolcezza il maresciallo -tu stamattina, come al solito, sei venuto a vendere panelle qui: il primo autobus per Palermo, come al solito...

-Ho la licenza - disse il panellaro.

-Lo so - disse il maresciallo alzando al cielo occhi che invocavano pazienza -lo so e non me ne importa della licenza; voglio sapere una cosa sola, me la dici e ti lascio subito andare a vendere le panelle ai ragazzi: chi ha sparato?-

-Perché - domandò il panellaro, meravigliato e curioso -hanno sparato?

 

Da "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia, Einaudi, 1961

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Le parrocchie di Regalpetra

Passarono i garibaldini da Regalpetra, misero un uomo contro il muro di una chiesa e lo fucilarono, un povero ladro di campagna fucilato contro il muro della chiesa di San Francesco; se ne ricordava il nonno di un mio amico, aveva otto anni quando i garibaldini passarono, i cavalli li avevano lasciati nella piazza del castello, il tempo di fucilare quell'uomo e via, l'ufficiale era biondo come un tedesco.

Carusi e picconieri continuarono a lavorare nell'inferno della zolfara per dodici quattordici ore al giorno, le terre non rendevano e i braccianti lavoravano tutto l'anno solo per pagare il debito del grano che i padroni avaramente anticipavano, la leva toglieva alle famiglie braccia per il lavoro; ci furono padri che ai figli diedero colpi díaccetta a un piede per farli riformare alla leva, ho sentito raccontare da un vecchio contadino che, quando per lui venne il momento di presentarsi alla leva, di notte sentì suo padre chiedere consiglio a sua madre - che dici? gli cavo un occhio o gli faccio saltare le dita di un piede? - e la notte stessa scappò di casa, non ritornò che per farsi prendere alla leva. Perciò nel 66 i regalpetresi fecero rivolta, bruciarono il municipio, le maledette carte bruciarono nel vecchio convento dove si erano trasferiti gli uffici comunali; e vennero soldati piemontesi, portarono via gli uomini che avevano fatta la rivolta, la leva continuò.

Ma i galantuomini con 1l nuovo governo ci stavano, i produttori e i gabellotti delle zolfare, i borghesi fatti ricchi dal furto dall'usura dagli atti falsi (è incredibile quanta proprietà a Regalpetra è passata da una mano allíaltra con falsi atti di vendita o testamentari ); ma ci stavano anche signori che il popolo rispettava per la loro onestà e gentilezza, si era perduto il ricordo del modo come la loro ricchezza era stata edificata, il ricordo dl uomini duri e avidi da cui discendevano gli uomini eleganti e svagati, gentili generosi pieni di luminosi pensieri, che parlavano dellíItalia e della libertà.

Qui ancora qualche famiglia viene indicata come borbonica; ma da atti e testimonianze risulta che quelle famiglie indicate come borboniche hanno avuto, anche prima del 60, mazziniani e liberali, uomini che rischiarono la galera o ci cascarono, che pubblicarono opuscoli, che con libertà e disinteresse tennero fede alla loro tradizione.

Perciò mi chiedo com'è possibile che così le posizioni si siano rovesciate, e la risposta mi viene da quello che io ho visto quando il fascismo è crollato, i fascisti nel Comitato di Liberazione, i fascisti che epuravano, gli antifascisti veri sconvolti e pensosi per gli avvenimenti, pietà e pudore li allontanavano dal giuoco delle vendette e delle ricompense, rischiarono di essere considerati fascisti: questo avveniva qui, líoggetto dell'odio subito divenne piccolo e vile, il fascista apparve abbietto e implorante, in un vero uomo non poteva che far scaturire pietà, meglio dove il fascista impugnò líarma ed uccise, si mise al di fuori della pietà.

Così come ho visto gli antifascisti lasciare ai fascisti i meriti e le vendette che all'antifascismo si credeva spettassero, così penso sia accaduto ai Martinez ai DíAccursio ai Munisteri che a Regalpetra vissero anni di ansia e di lotta per l'unità e la libertà d'Italia: vennero fuori i Lascuda, che negli ultimi anni dei Borboni avevano ricevuto titolo di baroni, i Buscemi e i Napolitano, voracissimi usurai e ladri, e per loro furono i prefetti del nuovo Regno, gli ufficiali di polizia, per loro lo Stato.

I Martinez lottarono finché restò loro un tomolo di terra da vendere, per circa trent'anni lottarono contendendo ai Lascuda l'amministrazione del Comune, riuscirono persino a trascinare sul banco degli accusati il maggiore dei Lascuda che aveva fatto ammazzare una guardia comunale della cui fedeltà dubitava; ma il barone fu assolto, e i Martinez non potevano a lungo lottare contro gente che accresceva la sua ricchezza, che in proporzione alla ricchezza assumeva potenza e impunità; la ricchezza dei Martinez invece era divorata dalle usure, i Napolitano ingoiarono nel giro di pochi anni case e terre dei Martinez.

L'ultimo dei Martinez morì solo nell'unica stanza ingombra di vecchi mobili che gli era rimasta, costò al Comune lire ventidue e cinquanta, la cassa e il carro dei poveri, avevano deciso di seppellirlo nel terreno dei poveri, qualcuno si ricordò che c'era un tomba di famiglia sotto il rigoglio delle ortiche. Don Saverio Napolitano morì invece nel palazzo dei Martinez, in una stanza piena di dolce luce, i figli e i nipoti intorno: commendatore di non so che ordine pontificio, gerarca fascista, presidente di pie associazioni e di un consorzio commerciale; per tutta la vita non bevve che acqua , sant'Ignazio, ogni mattina un servo portava in chiesa un fiasco di due litri per una particolare benedizione, evidentemente ne aveva bisogno, morì parlando di cambiali, ebbe un funerale con messa grande e oratore del governo.

Il nome Martinez non è rimasto che sulla cantonata di un vicolo, « vicolo Martinez » in vernice nera, e sotto la targa di legno « vietato lordare »; i Munisteri e i DíAccursio sono considerati borbonici; i Lascuda i Buscemi e i Napolitano hanno ancora ricchezza e godono considerazione. I Martinez fecero strade scuole edifici pubblici, fino a pochi anni addietro il paese era come essi lo avevano lasciato, líamministrazione dei Lascuda, associati ai Buscemi e ai Napolitano, non aveva portato che corruzione ed usura. Ma i Lascuda restarono nella fantasia, più che nel ricordo, dei regalpetresi; forse perché avevano imponente figura. e parola cordiale.

Uno di loro fondò una cassa dl risparmio, e i borghesi gli affidarono quei pezzi da dodici che tenevano sotto il mattone, don Giuliano Lascuda scappò coi quattrini, lo presero a Milano: ma al processo tutti i borghesi dichiararono che non gliene volevano, una croce sopra ci mettevano, ne erano persino contenti.

Ed era vero: quando don Giuliano fu messo in libertà andarono tutti ad accoglierlo alla stazione con la banda, nella famiglia dei Lascuda era considerato come un bambino pieno di estri e capricci, e cosi il popolo lo considerava; ma i suoi non pagarono per far sì che non andasse in galera, e i borghesi gli fecero invece dono dei loro risparmi. Sicché don Giuliano cominciava i comizi - popolo cornuto - ma intendeva dire che il popolo pazientemente aveva sopportato i Martinez, e il popolo con convinzione applaudiva.

Forse di ciò si ricordò recentemente un regalpetrese candidato al Parlamento nelle liste dei fascisti, cominciò - popolo di castrati - riscosse larga approvazione.


Leonardo Sciascia - Le parrocchie di Regalpetra, (1956)

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DIARIO DI UNA GIURATA POPOLARE AL PROCESSO DELLE BRIGATE ROSSE
Adelaide Aglietta
Prefazione di Leonardo Sciascia - Milano Libri Edizioni - febbraio 1979

PREFAZIONE

"Nelle prime pagine di questo diario, Adelaide Aglietta ricorda quel mio breve articolo, "per cui tanto reo tempo si volse", in cui esprimevo un'opinione relativamente all'essere giurato in un processo come quello che all'Assise di Torino stava per cominciare contro Curcio e altri delle Brigate Rosse. Opinione che continuo a sostenere come abbastanza sensata e per nulla eversiva, se affermavo che per rispetto e dovere verso me stesso avrei accettato di fare il giurato in un processo di quel tipo: e anzi forzando la mia innata e assoluta ripugnanza a giudicare i miei simili (e mai la parola "simili" ha senso così totale come quando si parla di peccati e di colpe). E ancora non riesco a capire perché tanto scandalo, perché tanta polemica, se di un dovere verso una astrazione ed astratto io facevo un dovere concreto e inamovibile; e con gli stessi effetti.

Ad una opinione uguale - o quasi - erano arrivati i radicali dopo il dibattito interno lungo ed intenso: ma era una opinione non vincolante per ciascuno di loro. Ed ecco che, nel sorteggio per i giurati al processo di Torino, appunto vien fuori il nome di Adelaide Aglietta. E non so come il sorteggio dei giurati avvenga: se si imbussolano dei nomi; se si estraggono, come alla tombola, numeri che corrispondono ai nomi dei probi cittadini che hanno i requisiti per giudicare i loro simili (requisiti che non riguardano, si capisce, la vera e profonda vita morale di ognuno); fatto sta che era proprio un bel caso il venir fuori del nome di Adelaide Aglietta.

Ancora più bello sarebbe stato il caso se avesse rifiutato. Ma ha accettato: e certo non senza esitazione, non senza disagio, non senza pena. Per un dovere verso se stessa, per il dovere di non aver paura proprio quando la si ha: alla paura del giudicare aggiungendosi, nella circostanza, quella della propria vita minacciata, in pericolo (e minacciata concretamente, come da esempi che quasi quotidianamente se ne avevano).

Dalla sua esperienza è venuto questo diario: discreto, senza declamazioni, per quel che riguarda i suoi stati d'animo, le sue apprensioni: che diventano quasi marginali rispetto al resoconto del processo - un resoconto tra i più oggettivi, forse il più oggettivo, che se ne abbia. Perché, bisogna dirlo, non molto oggettivi sono stati i resoconti che ogni giorno ne davano i giornali: approssimativi, anzi, e divaganti. E si consideri, per esempio, l'episodio misteriosissimo della lettera di cui parla al processo nell'udienza del 18 aprile: quale groviglio da affrontare e da sciogliere sarebbe stato per un giornalismo avvertito, vigile e - per come richiesto dalla situazione italiana - preoccupato; e come invece è stato sorvolato senza alcuna attenzione e senza nemmeno riuscire a dare un netto ragguaglio dei dati di fatto.

Ve aggiunto che al di là del momento, al di là della particolarità del processo, al di là della singolarità in cui Adelaide Aglietta si trova ad affrontare il suo ruolo di giudice - come divisa tra la "disobbedienza civile" professata in quanto radicale e l'obbedienza alla dignità personale - questo diario è una delle poche, delle pochissime testimonianze dirette, nate da una diretta esperienza, che siano state pubblicate in Italia sull'amministrazione della giustizia. Ne ricordo soltanto un altro, anzi:" Il diario di un giudice "di Dante Troisi.

Dopo essere stato giurato in Corte d'assise, André Gide scrisse un libro di ricordi e prese a dirigere una collana che s'intitolava "Non giudicate." Purtroppo, nella situazione italiana, non ci è permesso di non giudicare: come questo caso dimostra. Non è permesso, cioè, nemmeno a coloro che per principio non vorrebbero. Solo che, giudicando, bisogna anche giudicare i giudici e se stessi giudici: come mi pare Adelaide Aglietta abbia fatto".

 

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Processo Tortora: la valle del sonno
Leonardo Sciascia
Panorama del 7 settembre 1986

 

Leggo la requisitoria del Pubblico ministero Armando Olivares (bel nome da vice regno spagnolo) al processo d'appello contro la Nuova camorra organizzata: la Nco, altra sigla che è venuta ad aggiungersi al lessico già abbastanza intricato delle sigle. E si dice per dire, processo contro la Nco: poiché non si sa bene contro chi si volgano, in prima e seconda istanza, questi processi napoletani, configurandosi piuttosto -a mia impressione- in una specie di autoprocesso all'amministrazione della giustizia, a un suo modo di essere ed affermarsi.

La leggo, la requisitoria del Pubblico ministero, nella "sbobinatura" che della registrazione ha fatto il Partito radicale: e magari ci sarà qualche errore di trascrizione, qualche parola mal sentita o saltata; ma non è per queste zeppe che la lettura riesce faticosissima, la più faticosa in cui mi sia imbattuto in più che mezzo secolo di esercizio. Le virgole, i punti e virgole, i due punti, gli interrogativi, i trattini, le parentesi, le virgolette che aprono e chiudono le citazioni, mancano del tutto. Ci sono soltanto i punti fermi, che sono tali per modo di dire. E si capisce e giustifica che coloro che hanno "sbobinato" ne abbiano fatto a meno: non si riesce a capire quando e dove collocarli. Le incertezze e i sobbalzi sintattici dell'oratore; il suo andare e venire dentro gli atti e le cose ascoltate come dentro una gabbia cercando inutilmente un'uscita; il suo afferrare un concetto per la coda restando con la sola coda nella mano: non a un discorso che abbia premessa, svolgimento e conclusione ci si trova di fronte, ma a un franare incontenibile di parole, di "materiali di riporto" da cui con estrema difficoltà si può disseppellire qualche coccio, ma disparato e di impossibile assemblaggio.

Quando io andavo a scuola, e la scuola appariva già abbastanza malandata (ma davvero c'è stato un tempo in cui andava bene?) si raccontava l'aneddoto di quella commissione di esami in cui, interrogato in storia, il candidato dice ad un certo punto: "I galli hanno sceso per le Alpi"; al che il professore di lettere dolcemente osserva: "se si potrebbe dire", così suscitando l'indignazione del presidente, che esclama: "Dove abbiamo giunto!". Ma ormai non si tratta più di errati ausili dati ai verbi e di sfasamento di modi e tempi, che peraltro concedevano di capire quel che si voleva dire: si tratta, ormai, di non riuscire a trovare nelle parole l'argomento, il concetto, il discorso. Le parole davvero volano; e continuano a volare senza identità -come gli Ufo- quando si tenta di fermarle in scrittura. Magari congiuntivi e condizionali saranno a posto, ma è la sicurezza e chiarezza di quel che si vuole comunicare che vien meno. Questa impressione ho avuto assistendo per una mattinata al maxi-processo di Palermo, quando deponeva Buscetta: e soltanto quel che diceva Buscetta mi era comprensibile. Ma non perché, credo, Buscetta fosse in grado di parlare un italiano migliore, ma perché sapeva quel che voleva o non voleva dire, perché ci aveva pensato su, perché gli era necessaria la misura, l'accortezza, la precisione. Il problema è tutto qui: nel conoscere l'argomento di cui si parla, nel farsene un'opinone, un giudizio: e nel portare avanti quell'opinione, quel giudizio, con quell'esattezza che può essere coronata dal "come volevasi dimostrare" -che la dimostrazione sia interamente convincente o meno. Si può anche partire -senza accorgersene o accorgendosene- da un anello che non tiene: ma una concatenazione deve pur esserci.

E per tornare alla requisitoria del dott. Olivares, eccone uno stralcio, un esempio: "Io vorrei mutuare per un momento la mia posizione con quella di coloro che si sono improvvisati giuristi, operatori del diritto o quel che sia, ma che sostanzialmente erano politici, trinciando giudizi in difesa di un dogma sostanzialmente, per poter dire da quel buon politico che sono che Tortora un politico, non lo era affatto, che Tortora un politico non lo è mai stato, forse Tortora sarà stato strumentalizzato dalla politica, probabilmente sarà una vittima della politica, ma invece un politico non si può dire neanche oggi che presiede un partito che ha dei rappresentanti in Parlamento, e ritengo che sia così, sbaglierò, non lo so, ma io così ho visto Tortora fin dal primo momento; e allora perché Tortora sarebbe stato scelto a copertura? perché è un personaggio popolare? Sì, era un personaggio popolare perché in quel momento gestiva una rubrica televisiva popolare, quindi era certamente molto conosciuto, ma certamente un politico non era e certamente non poteva essere scelto a copertura di uno scandalo di Stato. Io avrei immaginato, supposto, che un'operazione del genere fosse stata fatta per Negri, per esempio, perché politico Negri lo era sul serio a fine rivoluzionario, avrei potuto pure trovare degli inquirenti sempre politicizzati fino al collo perché indubbiamente ci voleva acquiescenza di costoro per poter organizzare una copertura di questo genere, e allora in questo caso, sfruttando il fatto così come lo definisce Pandico avrebbe azzardato una copertura, ma nei confronti di Negri, non nei confronti di un Tortora che non c'entra assolutamente nulla e che io ricordo esclusivamente come il simpatico conduttore di una trasmissione televisiva, Portobello, che gestì un mercatino, un pappagallo, quel che sia, ma comunque niente altro che quello. Ripeto: Tortora io l'ho considerato non un politico, e tuttora ritengo che sia stato una vittima della politica, ma non certamente un politico; mi perdonerà, ma è quello che io penso, che io ritengo, probabilmente sbaglierò, ma il mio pensiero è esclusivamente questo".

Quel che il dottor Olivares (la cui prosa mi sono permesso di depurare di qualche ripetizione e di aiutare con qualche segno di interpunzione) vuol dire, è questo: che non è vero che "pentiti" e magistrati abbiano scelto Tortora -personaggio popolare sì, ma non politico- per far dimenticare il caso Cirillo. Quel che invece non avrebbe voluto dire, e che invece dice, e in un senso che si può dire univoco, è che Tortora è vittima della politica. In qual senso si può dire "vittima della politica" se non nel fatto che il suo diventare politico, il suo candidarsi ed essere eletto nelle liste di un partito politico, l'assunzione del suo caso a problema politico della giustizia in Italia, ha provocato l'irritazione e l'accanimento nei suoi riguardi, prescindendo dai termini di diritto che soli si sarebbero dovuti usare per giudicarlo? Voce dal sen sfuggita...

Non si capisce perché Tortora, di fronte al diritto, di fronte alle leggi che devono giudicarlo, nella valutazione delle prove e degli indizi di colpevolezza, sia una "vittima della politica". Ma il dottor Olivares insiste fino alla fine in questa sua idea fissa. In conclusione, un buon ragazzo, prima, non si sa come, forse ricattato, coinvolto nel traffico della droga: poi rovinato dalla politica. "E' stato un ingenuo": diamogli dunque sei anni di reclusione. In quanto al diritto, lasciamolo ancora nella valle del sonno in cui giace.

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Decreti antiterrorismo: ostruzionismo? Noi dobbiamo farlo.
Intervista a Leonardo Sciascia "Panorama" gennaio 1980

 

Domanda: "Ostruzionismo: la sola parola evoca un clima drammatico, una questione di vita o di morte per il gioco democratico. Ma è davvero in gioco la democrazia con i decreti antiterrorismo?"

Risposta: "Credo proprio di sì, che questa legge sia pericolosa per l'avvenire della democrazia. Non riesco a concepire un sistema democratico che si ripari dal diritto, dalla giustizia. Quando una legge arriva a contemplare una detenzione di una dozzina d'anni prima che si arrivi a una sentenza definitiva di condanna o di assoluzione, non so dove sia andato a finire il diritto, dove la democrazia".

D.: "L'accusa agli ostruzionisti è questa: prevaricazione della minoranza sulla maggioranza..."

R.: "L'ostruzionismo è il forzare le regole del gioco, non il negarle, da parte di una minoranza che sta per essere sopraffatta dalla maggioranza. Da una maggioranza che ha torto: che ha torto di fronte al diritto. In questo caso: il diritto, i diritti che la Costituzione sancisce".

D.: "Non credete però che la vostra campagna trovi scarsa eco nell'opinione pubblica? Ormai c'è gente che chiede perfino la pena di morte..."

R.: "Lo credo senz'altro. Ma ci sono momenti in cui le minoranze debbono assumersi penose e impopolari responsabilità; e anche il peso della possibile sconfitta. E' bene non dimenticare che così è stato in Italia tra il 1922 e il 1925".

D.: "Non teme che, semplificando al massimo, il messaggio che arriva da Montecitorio alla gente sia questo: il governo vuole fare qualcosa contro il terrorismo; i radicali glielo impediscono; quindi i radicali sono amici dei terroristi?"

R.: "Sì, lo temo. Me ne dispiace. L'importante è che non sia vero. E che anzi è vero il contrario".

D.: "Sottoscriverebbe ancora lo slogan: "Né con lo Stato né con le BR?"

R.: "Ha mai visto in un mio scritto questo slogan? E non crede, rileggendo i miei scritti dalla polemica con Giorgio Amendola in poi, che quel che volevo dire non aveva niente a che fare con questo slogan? La mia polemica non è stata, né è, contro le istituzioni: ma contro quello che le istituzioni contengono di marcio".

D.: "Al di là della vicenda dei decreti, c'è un'impressione crescente di impotenza del Parlamento, di paralisi. Si immaginava così Montecitorio, prima di diventare deputato? Non si è pentito della sua decisione?"

R.: "La immaginavo così, la Camera: e non era poi difficile immaginarla. In quanto alla mia decisione: ero pentito nel momento stesso di prenderla".

 
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La Sicilia come metafora, intervista di Marcelle Padovani, Milano 1979, p.VII

Chi sbarca a Palermo viene aggredito da un' atmosfera di violenza. Violenza di certe iscrizioni murali.Violenza di un cielo troppo azzuro quand'è azzurro; troppo corrusco quando volge al temporale. Violenza sopratutto di secoli di sole e di un' eternità di polvere. Violenza dello scirocco, rosso vento venuto dall' Africa che stringe la testa in una morsa di fuoco mentre ricopre di sabbia tetti, strade e automobili. Un vento così potente che riesce a isolare la Sicilia per una media di trenta giorni l'anno: gli aerei non atterrano, lo stretto di Messina è sconvolto da onde altissime; la percentuale dei delitti passionali sale rapidamente, la gente si rintana nelle proprie case. "Un tempo, c'era nelle vecchie case siciliane" narra Sciascia, "una stanza speciale chiamata "la stanza dello scirocco", senza finestre, senza alcuna comunicazione con l'esterno se non una porta stretta che dava su un corridoio interno, e dove si confiniva la famiglia in cerca di asilo sicuro contro il vento." E aggiunge malincolico:" Anche lo sciurocco è una dimensione della Sicilia."

In Sicilia ci si sente all' estremo limite del mondo. Appena passato lo stretto di Messina il treno perde a sussultare su delle rotaie diventate all'improvviso troppo strette (o troppo labili). La velocità diminuisce. I villaggi di casette arabe, cubiche, senza tetto disputano ai mastodonti nati dalla speculazione edilizia ogni metro di terra lungo le rive del mare. Estraneità di questa Sicilia dal volto arabo, dai mercati arabi, dalle chiese barocche e palazzi spagnoleggianti, specie a Palermo, magniloquente e tragica capitale dell'antico regno delle Due Sicilie.

 

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Note biografiche

8 gennaio 1921

Sciascia nasce a Recalmuto, nell’agrigentino,, primo di tre fratelli. La madre viene da una famiglia di artigiani, il padre è impiegato in una delle miniere di zolfo della zona.

1935

Si trasferisce a Caltanissetta con la famiglia e si iscrive all’Istituto Magistrale IX Maggio, nel quale insegna Vitaliano Brancati.

1941

Supera l’esame per diventare maestro elementare.

1944

Sposa Maria Andronico, maestra nella scuola elementare di Racalmuto.

1949

Iinizia ad insegnare nella scuola elementare nel suo paese.

1952

Pubblica il «primo lemma di Leonardo Sciascia» e la raccolta di poesie La Sicilia, il suo cuore, illustrata con disegni dello scultore catanese Emilio Greco.

1953

Vince nel il Premio Pirandello per un suo importante intervento critico sull’autore di Girgenti (Pirandello e il pirandellismo).

'57-’58

Viene distaccato a Roma, al ministero della pubblica istruzione.

1956

Esce il primo libro di rilievo Le parrocchie di Ragalpetra

1958

Vengono pubblicati i tre racconti della raccolta Gli zii di Sicilia: La zia d’America, Il quarantotto e La morte di Stalin.

1960

Viene pubblicata la seconda edizione de Gli Zii di Sicilia, a cui s’è aggiunto un quarto racconto, L’antimonio.

1961

Viene pubblicato Il giorno della civetta, il romanzo sulla mafia.

1963

Il consiglio d’Egitto

1966

A ciascuno il suo

1967

Morte dell’Inquisitore

1970

Va in pensione - esce La corda pazza, una raccolta di saggi su cose siciliane.

1971

Il contesto, libro destinato a destare una serie di polemiche, Sciascia ritira la candidatura del romanzo al premio Campiello.

1976

I pugnalatori

1978

L’affaire Moro

1974

Todo modo

1977

Candido. Ovvero, un sogno fatto in Sicilia.

1979

Dalle parte degli infedeli

1987

Porte aperte

20 novembre 1989

Sciascia muore a Palermo.

Il suo corpo riposa all’ingresso del cimitero di Racalmuto.

 

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Una lettura a cura di Maria Antonietta Amico
Candido
Leonardo Sciascia Einaudi 1977

Candido Munafò nacque in una grotta, in Sicilia, dopo un mitragliamento degli alleati, che, durante l'ultimo conflitto, quasi distrusse il paese dei suoi, Maria Grazia e Francesco Munafò. Il nonno materno, Arturo Cressi, si era compromesso col regime sicchè la figlia, per evitargli il confino e la rovina politica, corteggia il capitano americano John H.Dykes che, in effetti, aiuta tanto la famiglia da suscitare la gelosia dell'avvocato. Da quì una serie di litigi che inducono i due coniugi alla separazione, tanto più che John H.Dykes si innamora sul serio di Maria Grazia e la convince a partire con lui in America. Candido rimane, affidato al nonno materno, alla governante Concetta e al padre. Il piccolo cresce particolarmente quieto, docile e riflessivo.

... a Candido avvenne di scoprire, un pensiero dietro l'altro che la morte è terribile non per il non esserci più ma, al contrario, per l'esserci ancora e in balìa dei mutevoli ricordi, dei mutevoli sentimenti, dei mutevoli pensieri di coloro che restavano ... Doveva essere una fatica, per il morto, aggirarsi ancora in quello che i vivi ricordavano, sentivano e pensavano; e persino in quello che sognavano ...

Per un incidente, l'avvocato Munafò muore suicida. Per un attimo, si pensa che Candido possa andare in America, ma poi, visto le sue proteste, lo si lascia dal nonno, onorevole democristiano, che lo affida alle cure dell'arciprete Lepanto. Candido è ricco, l'arciprete è povero; Candido ha un'onestà e una curiosità intellettuale che attira e avvince; l'arciprete è un uomo dalle poche illusioni e dall'intelligenza acuta. Tra i due nasce un'amicizia, che è affetto, attrazione, differenza.

La ricchezza io l'ho desiderata tanto che persino il mio voler essere prete veniva da quel desiderio ... Ma la ricchezza è morta ma bella, bella ma morta ... E credo che gli uomini che sanno qualcosa di sè, che vivono e si vedono vivere, si dividono in due grandi categorie: quelli che sanno che la ricchezza è morta ma bella, e quelli che sanno che è bella ma morta.

Un piccolo giallo in paese, risolto dall'arciprete e da Candido, getta nell'impopolarità entrambi. L'arciprete è costretto a dimettersi e finira col lasciare definitivamente l'abito: sarà da quì in avanti Don Antonio. Candido, intanto, conosce l'amore: la giovane Paola, governante e amante del nonno, si innamora di lui e lui di lei. Scoperti dall'onorevole, decidono di vivere felicemente insieme. Don Antonio e Candido, che si frequentano più assiduamente di prima, entrano insieme nel partito comunista, dove sono accolti con qualche diffidenza.

Per Candido l'essere comunista era un fatto semplice come l'aver sete e voler bere... Per Don Antonio era una faccenda molto complicata, tutta puntualizzata in un apparato di richiamo ai testi, di chiose ... Essere comunista era insomma, per Candido, un fatto quasi di natura: il capitalismo portava l'uomo alla dissoluzione, alla fine; l'istinto della conservazione, la volontà di sopravvivere, ecco che avevano trovato forma nel comunismo. Il comunismo era insomma qualcosa che aveva a che fare con l'amore ... Don Antonio ... riguardo a sè, al suo essere comunista, aveva idea diversa. - Un prete che non è più prete - diceva - o si sposa o diventa comunista. In un modo o nell'altro deve continuare a stare dalla parte della speranza...

Lo scandalo della convivenza di Candido e Paola provoca comunque tanto trambusto che la ragazza, alla fine, finisce con l'abbandonarlo e andare via.

Che Paola se ne fosse andata sacrificando il suo amore per lui o liberandosene, non aveva importanza. Il fatto è che se ne era andata: soltanto i fatti contano, soltanto i fatti debbono contare. Noi siamo quel che facciamo. Le intenzioni, specialmente se buone, e i rimorsi, specialmente se giusti, ognuno, dentro di sè, può giocarseli come vuole ... E' l'anima che mente, non il corpo.

Candido è espulso dal partito e i suoi parenti intentano una causa per farlo interdire e impadronirsi di tutti i suoi beni, Ci riescono, grazie anche all'indifferente collaborazione dal giovane. Candido conosce, in quest'occasione, una cugina, Francesca, che finirà col partire insieme a lui e dividerne la vita, in un amore quieto e appagante. A Parigi, città amatissima, i due ospitano Don Antonio.

Passarono il ponte Saint-Michel e Don Antonio, quasi predicando, cominciò - Quì, nel 1968 nel mese di maggio ... - Erano i nostri nonni o i nostri nipoti? - lo interruppe Candido. - Domanda inquietante - disse Don Antonio ... Davanti alla statua di Voltaire, Don Antonio si fermò ... - Questo è il nostro padre - gridò poi - questo è il nostro vero padre - Dolcemente, ma con forza Candido lo sorresse, lo trascinò. - Non ricominciamo coi padri - disse. Si sentiva figlio della fortuna; e felice.

Conclusione rasserenata per un piccolo capolavoro, dove c'è di tutto: la sicilianità, l'intellettualismo illuministico, la fiducia nei sentimenti, il coraggio delle idee. Si discute di provincialismo, di conformismo, di cattolicesimo e comunismo ... ma con ironia leggera, che ha il sapore di una giovinezza che raramente respireremo in altri testi di Sciascia. Candido è forse il più autobiografico tra i libri del nostro: non perchè parla direttamente di sè e delle persone care ( il riserbo discreto era per Leonardo Sciascia naturale e signorile costume, non insincero comportamento), ma perchè parla di sè e delle persone care. E rileggere queste pagine è come rivedere la sua vita e risentirne la voce, che fluiva rapida sempre verso la verità.

a cura di Maria Antonietta Amico
 
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IL CORRIERE ETNEO - Aprile 2001 - Sesta pagina

Candido e il crollo di tutte le ideologie

Profetico Sciascia

Rappresenta il crollo dell’ideologia il Candido di Sciascia e lo fa per mezzo dei personaggi che lo animano: Don Antonio (Miko Magistro) che diviene comunista, il generale fascista (Vincenzo Failla) - voltagabbana delle politica - che pensa di diventare comunista per scegliere infine la democrazia cristiana di cui diviene deputato, la madre di Candido che lo abbandona più volte rifiutando le responsabilità di madre, l’avvocato Munafò che si suicida quando il suo cliente assassino viene arrestato a causa delle parole di Candido.

L’intera opera, il cu narratore in scena è Jean Sorel (nei panni di Leonardo Sciascia) è una girandola di emozioni e di contraddizioni che suscita nello spettatore dubbi di non poco conto.

L’opera è attualissima, se si guarda alle alleanza pre-eelttorali ed ai cambi di partito dell’ultima ora ma ciò che conta è il messaggio. In paratica nessun uomo crede in ciò che fa e, Sciascia, ironicamente, lo dimostra con i ragionamenti degli aderenti alla locale sezione del partito comunista che non è altro che un clone dei cattolicesimi bigotti e di fanatismi senza ragione.

Candido appare un semplicione ma in realtà è la coscienza di ciò che non è: la libertà dalla Ragione divenuta qualunquismo.

Candido, infine, fugge a Parigi, patria della libertà e delle rivoluzioni in suo nome. Qui lo raggiunge Don Antonio per vivere come e dove visse Voltaire.

 

Per noi la Patria ha più vasti confini perché sappiamo cos'è una siepe. (M. Parrella - poeta lucano)












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