Eleaml



Rocco Scotellaro

 

 

_________________________________________________________

 

E'FATTO GIORNO

 

E' FATTO GIORNO

E' fatto giorno, siamo entrati in giuoco anche noi
con le faccie e i panni che avevamo. E voi imparerete la via sottomessa
Vanno i più robusti zappatori che viene da un paese dove
a legare il battaglio alle campane: bisogna andare
oggi deve bastare questo canto con la felicità della paura
dei cortei vagabondi di andare incontro all'amore.
verso le piccole croci di legno. Noi patiremo la nostra crudeltà
tanto più infausta perché non E'salita dalla Rabatana vi crediamo
è scesa dalle case del Monte
la folla dei pastrani Allungate i passi, papi e governanti
che macchiano le vie alla luce degli scalzacani che vi
e battono le mani. hanno smentito.

Perché nel cielo si alza il sole
Ma crudeli mostri di cartone e dice tutte le verità, anche di voi,
crescono sui loro capelli: che per farvi accettare
benedicono, gettono soldi ci togliete il cuore e la lingua.
come confetti, e scuotono la frusta. Dice che due tizzoni fanno il fuoco
stasera nelle casupole affumicate.

Esce allora uno scalzacane informe
che ha miracolosamente voce Aiuta, vento, lo scalzacane
dice lui di un luogo nascosto toccato dal filo del dolce sonno di lei,
e di una donna che dorme. che corre inseguito al suo scialle di
Sappiamo tutti la tua vera gloria rosa al tramonto.
Signore della Croce
che non hai più bisogno d'incensi.

E voi risentirete un canto nuovo
che è il più antico gemito di un fanciullo
il più pazzo strillo di una donna.
Sempre nuova è l'alba

Non gridatemi più dentro,
non soffiatemi il cuore
i vostri fiati caldi, contadini.
Beviamoci insieme una tazza colma di vino!
che all'ilare tempo della sera
s'acquieti il nostro vento disperato.

Spuntano ai pali ancora
le teste dei briganti, e la caverna-
l'oasi verde della triste speranza-
lindo conserva un guanciale di pietra...
Ma nei sentieri non si torna indietro.

Altre ali fuggiranno
dalle paglie della cova,
perché lungo il perire dei tempi
l'alba è nuova, è nuova.

Capostorno
"È fredda...
...la terra delle quote scarnita."
"...scortano il cammino dei muli
tra gli specchi delle pietre e i pantani.
Sono i quotisti affamati...
...ricercano con gli occhi tutto il piano
ma si hanno ognuno un ennesimo lotto.
Vengono alla terra gravida...
...e sventola la giacca di velluto
su una canna
bandiera alla miseria contadina."
"...Sgombra è la terra..."
"...Il primo letto tenero di grano
l'hanno razziato a notte i pastori."
"...E la bestemmia si leva lontana...
...fa tremare la lana sul gregge."
Ti rubarono a noi
come una spiga.

 

 

PER UN GIOVANE AMICO ASSASSINATO

Vide la morte con gli occhi e disse:
Non mi lasciate morire
con la testa sull'argine
della rotabile bianca.
Non passano che corriere
veloci e traini lenti
ed autocarri pieni di cannone .
Non mi lasciate con la testa
sull'argine recisa da una falce.
Non lasciatemi la notte
con una coperta sugli occhi
tra due carabinieri
che montano di guardia.
Non so chi mi ha ucciso
portatemi a casa,
i contadini come me
si ritirano in fila nelle squadre
portatemi sul letto
dov'è morta mia madre.
O mettetevi qui attorno a ballare
e succhiate una goccia del mio sangue
di me vi farà dimenticare.
Lungo è aspettare l'aurora e la legge
domani anche il gregge
fuggirà questo pascolo bagnato.
E la mia testa la vedrete, un sasso
rotolare nelle notti
per la cinta delle macchie.
Così la morte ci fa nemici!
Così una falce taglia netto!
(Che male vi ho fatto?)
Ci faremo scambievole paura.
Nel tempo che il grano matura
al ronzare di questi rami
avremmo cantato, amici, insieme.
E il vecchio mio padre
non si taglierà le vene
a mietere da solo
i campi di avena?
Noi che facciamo?
Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All'alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all'addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo i figli dei padri ridotti in catene.
Noi che facciamo?
Ancora ci chiamiamo
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell'occhio
smettete le minacce
anche le mandrie fuggono all'addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.
Noi che facciamo?
Noi pur cantiamo la canzone
della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c'è l'abisso, lì c'è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.
Pozzanghera nera il
diciotto aprile
"...I padroni hanno dato da mangiare
quel giorno si era tutti fratelli..."
"...Ma è finita, è finita, è finita
quest'altra torrida festa
siamo qui soli a gridarci la vita
siamo noi soli nella tempesta."
"E se ci affoga la morte
nessuno sarà con noi..."
"...I portoni ce li hanno sbarrati
si sono spalancati i burroni..."
"...Noi siamo rimasti la turba
La turba dei pezzenti,
quelli che strappano ai padroni
le maschere coi denti."
Primo sciopero
"A passi volenterosi
siamo qui giunti io e te...
...e possiamo solo emettere un grido."
"...E ancora dietro le agavi i padroni
Puntano i fucili sulle bocche
Dei foresi silenziosi come bestie."
Topi e condannati
"...Poveri siamo e poveri siamo stati..."
"...Ma, diteci, si salva nell'occhio dei mendicanti
l'uomo piccolo e torto?..."
"...Loro non pensavano...
...i topi sanno tacere alla luce del giorno:
hanno voglia di accendere le lampade..."
"...Stanotte turberemo il loro sonno."

 

IO MI SENTO L’AUTUNNO

Aria spezzata
del focolare in disparte
con poca cenere,
i vetri anche tacciono
le cose che si muovono fuori,
dove screziato un muro s'erge
e gli embrici rabbuiati
hanno l'estrema cura
d'una parola,
farebbero canti ancor gli uccelli
o nell'ebbrezza d'un sole d'estate
riportato un albero,
intonerebbe lievi le mosse
dei rami frondosi e...oh...ma
io mi sento l'autunno
infiltrato nelle case basse
e già scende su dai poggi
come la tela di fine atto
con un brivido
sull'attonito spettatore.

Ottobre 1943


LA TERRA MI TIENE

Lunga strada seppur deserta
dove puoi menarmi non vedo
punto d'arrivo.
Scordarmi i vivi per ritrovarli
con tutto il peso che mi porto
della vita che m'è nata
i fiori son cresciuti
la luce li accende.
Sradicarmi? la terra mi tiene
e la tempesta se viene
mi trova pronto.
Indietro
ch'è tardi
ritorno
a quelle strade rotte in trivi oscuri.

Tivoli, 1942

 

E L’ORA NON OSCURA

Io non bramo una sera
nel vivaio delle stradicciuole
che porti una fanciulla,
e non piango depresso
la solitudine del riquadro
che si vede rigato d'alberi,
dove lunghe processioni
e variopinte confraternite
approdano con l'incubo
delle campane.
Or sono i tetti ispessiti di neve
e i monti nel fazzoletto di mamma,
e capre nelle stalle
attingono balle di fieno,
e passi s'ingolfano
nell'eterno mattino
e l'ora non oscura.

1943

 

VENTO FILA

A me questa notte
non darà pace:
sono stato scontroso con gli uomini,
sono giù di morale,
il cuore mulinato da rimorsi.
La lampada spesso si smorza.
Fiocca nei vicoli sugli stracci,
la campagna sola.
Vento fila nei baratri
delle lunghe stradette.
Giù nella Rabata,
chiuse le stentate
porte dei sottani,
e non verranno.
Non verranno i compagni
sotto alla finestra
a suonarmi la canzone di rampogna
questa notte
violenta di Carnevale.

Tricarico, febbraio 1944

 

FESTA ALLA STAZIONE

Voci rauche, al sommo dell'estate,
e cortei con stendardi
dei vicini borghi.
Così i prati e così
variopinte le donne.
C'è la trombetta foriera di sussulto
battono i tacchi la terra
e le anime pie son ebbre
e il treno rugge
la gran fiera borbotta
di ragli abbrividenti
le farfalle fan stormo
sull'erbe gialle,
è lungo nel fiume
il lamento del rospo.
Allo scalo Grassano - Garaguso - Tricarico

14 maggio 1944

 

 

GIOVANI COME TE

Quanti ne fissi negli occhi
superbi della strada, erranti
giovani come te.
Non hanno in ogni tasca
che mozziconi neri
di sigarette raccattate.
Non sanno che sperdersi
davanti alle lucide vetrine
alle dicende dei bar
ai tram in rapida corsa
alla pubblicità
padrona delle piazze.
Tanto perché il tempo si ammazzi
cantano una qualsiasi canzone,
in cui si chiamano fuorviati, si dicono
amanti del bassifondi
e si ripagano di comprensione.
Una canzone è per covare insano amore
contro le ragazze cioccolato
che sono un po'le stelle sempre vive
che sono la speranza
d'una vita sorpresa in un sorriso.
E quanti, ma quanti
vorrebbero la luna nel pozzo
una loro strada sicura
che non si rompa tuttora nei bivi.
Quando compiono un gesto il solo gesto
son lì coi mietitori
addormentati ai monumenti
che aspettano la mano sulla spalla
del datore di lavoro.
Sono coi facchini di porto
contenti della faccia sporca
e le braccia penzoloni
dopo che il peso è rovesciato.
Son sprofondati talvolta in salotti
a far orgia di fumo e d'esistenzialismo
giovani malati come te di niente.
Spiriti pronti a tutte le chiamate
angeli maledetti
coscritti e vagabondi,
compagni dei cani randagi,
la nostra è la più sporca bandiera
la nostra giovinezza è
il più crudo dei tormenti.
Or quando la terra accaldata
ci mette addosso la smania del fuoco
nei lunghi meriggi d'estate,
è tempo di crucciarsi
di dir di sì all'Uomo che saremo
e che ci aspetta
alla Cantonata
con falce e libro in mano!

Napoli, giugno 1946

 

 

SERA LONTANA

Batte già il mulo il ferro sopra il ciotolo
mentre si assestano i guanciali
nelle bisaccie. Si parte così
nel Sud per le campagne la mattina,
per la stazione rossa sull'arena
del fiume, ogni anno mi parto anch'io.
Io non so se posso per il mondo
tenere il pugno chiuso nell'attesa
di sgranarlo nel gioco della morra,
di tracannare oltre il desiderio
e sentire la lama del coltello
più calda della fetta rovesciata
sul tavolo a bocconi dei compagni.
Di certo non potrò sentire i canti
le nenie della mamma e le assonnate
tiritere con zampogna e tamburino.
E...La stazione non e già montagna.
Tu non risali sull'imbrunire
con frutti acerbi, paglia e fiasco vuoto
non rivedi le quattro luci a segno
di tutto il lungo borgo addormentato.
Han perduto sapore, spaesato
le tue parole. La tua terra, cara
terra, che lì questa notte respira
con grilli ridestati e le stelle,
passa qui per un inutile inferno.

Tricarico, settembre 1946

 

 

QUARESIMA ’48

Quaremma, la vedova pazza
era la pupa col vecchio grembiule
volteggiava al turbine di febbraio
penzoloni da una fune sulla strada.
Bersagli di terribili fanciulli
periti nelle gare a sassaiola:
sfogavano l'ira dei padri neri
per tutte le piogge mancate
e i grani venivano su magri.
Coperto d'uno dei nostri mantelli
anche il cielo era lontano da noi
e avrei voluto vedere
quale parte recitava.
Dietro il recinto dei monti
i cavalloni squarciavano nitriti
in faccia sul mar Ionio
e pure il sole ci cacciava agli occhi
un'ombra vacillante di candela.
Intanto non puoi chiudere la bocca
ai divini germogli della terra.
Fuori il vento che frana sulle porte
sta a suonare la marcia del ribelle,
ma i mandorli sbocciati
picchettano i seminati,
i cavalieri bianchi della morte.

11 febbraio 1948

Rocco Scotellaro

 

L’UOMO

L'uomo che vide suo padre calzare
gli uomini e farli camminare
imparò da quell'arte umile e felice
la meraviglia di servire l'uomo.
L'uomo che crebbe nell'esule villaggio
imparò il coraggio di farsi riconoscere
e di crescere non lontano dai potenti della terra.
L'uomo che seppe la guerra e le lotte degli uomini
imparò dal fascino della notte
il chiarore del giorno.
Quell'uomo muore. Attorno attorno
alla ceppaia gigantesca che è
agili frullano i vivai che piantò nel mondo.
Ogni uomo che dà agli uomini amore profondo
e il pane e le scarpe e le case e le macchine
può dire chi era Stalin e la ragione del mondo.

Portici, 9 marzo 1953

 

 

ANSIA DI GIOVENTU’

Oscurarono spessi nembi al tramonto
l'azzurro del cielo evanescente:
notte.
Dal folgorio del sole
rosso
dette la terra l'ultimo suo fremito.
Sotto alle tegole il passero e il rondone
un riparo
frugavano per l'imminente pioggia
l'ali sbattendo
ferendosi col becco.
L'animo grave
scandaglia un angolo nel buio
per ritrovarvi
pace e riposo.
Dormivegliando poi
odo il ronzio degli uccelli ancora
e non un'eco di pioggia lontana
e aspetto il giorno.


 

 

NOI CHE FACCIAMO?

Ci hanno gridata la croce addosso i padroni
per tutto che accade e anche per le frane
che vanno scivolando sulle argille.
Noi che facciamo? All'alba stiamo zitti
nelle piazze per essere comprati,
la sera è il ritorno nelle file
scortati dagli uomini a cavallo,
e sono i nostri compagni la notte
coricati all'addiaccio con le pecore.
Neppure dovremmo ammassarci a cantare,
neppure leggerci i fogli stampati
dove sta scritto bene di noi!
Noi siamo i deboli degli anni lontani
quando i borghi si dettero in fiamme
dal Castello intristito.
Noi siamo figli dei padri ridotti in catene.


Noi che facciamo?

Ancora ci chiamano
fratelli nelle Chiese
ma voi avete la vostra cappella
gentilizia da dove ci guardate.
E smettete quell’occhio
smettete la minaccia,
anche le mandrie fuggono l’addiaccio
per qualche stelo fondo nella neve.
Sentireste la nostra dura parte
in quel giorno che fossimo agguerriti
in quello stesso Castello intristito.
Anche le mandrie rompono gli stabbi
per voi che armate della vostra rabbia.


Noi che facciamo?


Noi pur cantiamo la canzone della vostra redenzione.
Per dove ci portate
lì c’è l’abisso, l’ì c’è il ciglione.
Noi siamo le povere
pecore savie dei nostri padroni.

[1949]



 

_______________________________________

Rocco Scotellaro

 

Notizie biografiche

19 aprile 1923

Nacque a Tricarico ( Matera) da famiglia artigiana: suo padre era calzolaio, la madre sarta-casalinga e "scrivana" del vicinato.

1940-41

Frequentò la seconda liceo e nel contempo conseguì la maturità classica.

Novembre 1940

Venne espulso dal liceo-ginnasio per aver partecipato ad una manifestazione antifascista.

1942

Si iscrive alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma ed ebbe un posto di istitutore in un collegio di Tivoli.

4 dicembre 1943

Adesione al PSI

Maggio 1946

Conobbe Carlo Levi e Manlio Rossi-Doria

Novembre 1949

A Macerata, in occasione di un convegno su " La cultura nelle provincie", portò un importante contributo al dibattito in aperta polemica con Ugo Betti, e potè stringere utili contatti con altri scrittori, tra i quali Michele Prisco.

Il momento epico dell’occupazione delle terre lo vide protagonista appassionato.

8 febbraio 1950

Fu arrestato per un preteso delitto di concussione riguardo a fatti che risalivano all’agosto 1947 e al febbraio 1948; il 24 marzo 1950 la Sezione Istruttoria della Corte di Appello di Potenza non solo prosciolse lo Scotellaro ordinandone la scarcerazione " per non aver commesso il fatto" e " perchè il fatto non costituisce reato", ma parlò chiaramente di " vendetta politica".

Maggio 1950

Si dimise dalla carica di sindaco nella quale era stato presto reintegrato dopo il carcere, e partì da Tricarico per Roma dove lavorò per qualche mese da Einaudi. ManlioRossi-Doria lo chiamò successivamente a Portici presso l’Osservatorio di Economia Agraria, dove partecipò alla stesura degli studi preliminari del Piano regionale della Basilicata, commissionato dalla SVIMEZ.

1952

Nonostante l’atteggiamento critico nei confronti del PSI materano, accettò la candidatura per la provincia alle elezioni di maggio, senza tuttavia riuscirvi.

Gennaio 1953

Agli inizi di dicembre dello stesso anno, per verificare sul posto gli effetti della Riforma Agraria, fece un viaggio in Calabria con Carlo Levi, la cui esperienza è condensata in una quindicina di cartelle di appunti assai preziosi.

15 dicembre 1953

Morì a Portici, stroncato da un infarto, nel pieno degli anni e della sua attività di scrittore. Non sono mancati in vita e post mortem segnalazioni e riconoscimenti per il suo lavoro letterario:

Premio de L’Unità 1947,

Premio Roma 1949,

Premio Cattolica 1951 ( per la poesia dialettale),

Premio Monticchio 1952,

Premio Borgese 1953,

Premio S. Pellegrino 1954 ( per l’inchiesta Contadini del Sud),

Premio Viareggio 1954.

 

 

 

 

 

Per noi la Patria ha più vasti confini perché sappiamo cos'è una siepe. (M. Parrella - poeta lucano)












vai su









Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilitÓ del materiale e del Webm@ster.