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LA CONVENZIONE FRA STATO ITALIANO E BANCA NAZIONALE

Nonostante ci fosse stato il corso forzoso, nonostante ci fosse stata una commissione d'inchiesta, nonostante le conclusioni di tale commissione, lo stato sabaudo (italiano solo di nome) dopo una serrata discussione in un parlamento dimezzato dalle partenze dei deputati (i cosiddetti rappresentanti del popolo) decide di stipulare una convenzione con un unico banco, sempre lo stesso: La Banca Nazionale.

A nulla servono il puntuale resoconto degli intrallazzi monetari descritti da Avitabile, la dotta e in parte istrionica dissertazione dell'economista Ferrara, la veemente denuncia di Seismit-Dosa, le critiche e i ragionamenti di altri parlamentari.

La maggioranza, grazie alla forza economica raggiunta dalla stessa banca ed al suo potere coercitivo, vota a favore della convenzione.

Ovviamente non manca - nel resoconto parlamentare che vi invitiamo a leggere - l'immancabile riferimento al pericoloso Borbone come arma di persuasione. E siamo nel 1870! i sovrani napolitani sono in esilio, il brigantaggio è stato liquidato, al ritorno dei borboni non crede più nessuno, ma nel brodo sabaudo serve come condimento per far digerire l'amara minestra che si sta propinando al  paese.

Ministro delle finanze, indovinate chi? Sella, uomo della Banca Nazionale.

Riportiamo alcuni stralci per invogliarvi alla lettura:

"Io ho conosciuto in Piemonte, come altrove, ma in Piemonte segnatamente, tre scuole di uomini politici.

Quelli che hanno desiderato ed hanno promosso l'unità d'Italia. E qui mi sia permesso di dire brevemente che se taluno ha ravvisato una contraddizione nella nostra condotta per aver noi in molte circostanze differito dalla politica interna dell'onorevole Rattazzi, noi siamo però perfettamente logici quando ora stiamo a lui uniti, poiché l'onorevole Rattazzi è uno degli uomini più egregi di quella scuola che fin dal 1848 ha desiderata e promossa l'unità d'Italia. Viene una seconda scuola, quella che ha accettato l'unità. La terza scuola finalmente è quella che l'ha subita."

CORTE

"Notisi di volo come questi signori ragionino sempre ad un modo; prima diffondono le Sedi e le Succursali della Banca, per decreti reali, in tutto il Regno; fanno circolare i suoi biglietti; poscia quando le figliali funzionano, e le Banche locali sotto la ineguale concorrenza scompaiono, allora si coglie un momento di ansietà politica o di strettezza finanziaria per imporre l'unità del biglietto mediante il corso forzoso."

SEISMIT-DODA

"La legge del 24 agosto 1862 stabilisce i limiti entro i quali si possono usare nei pagamenti gli spezzati d'argento. Quando la legge ha stabilito che la moneta divisionaria d'argento doveva essere di un titolo inferiore al reale, io non so se abbia fatto bene o male. Io, quantunque allora non fossi deputato, l'ho combattuta con tutte le mie forze. E nel Parlamento francese in quel momento una legge simile proposta è stata respinta. È stata l'Italia quella che dopo trascinò la Francia sul pendio della moneta divisionaria di basso titolo. Quando la moneta divisionaria d'argento fu stabilita al titolo di 835, vale a dire con il 7 per cinto circa di meno del valore reale, la legge stessa ha provveduto il modo come dovevano farsi i pagamenti. Colla legge monetaria del 24 agosto 1862 si è stabilito che non si possono usare nei pagamenti più di 50 lire di spezzati d'argento. Io domando quindi al signor ministro come potevano i 25 milioni rientrare nelle casse dello Stato per pagamento di dazi doganali? È un bel pretesto, signori, ma non è una realtà il timore dell'onorevole ministro. Non può essere che il Governo, la direzione generale del Tesoro e le pubbliche amministrazioni ignorassero la disposizione della legge del 24 agosto 1862. Questo si è fatto per procurarsi una risorsa finanziaria, aumentando il corso forzoso, per trovare un mezzo di eludere la legge del 3 settembre 1868."

AVITABILE

"Il corso forzato giova pecuniariamente ad un Banco di emissione, liberandolo da quel freno che esso avrebbe, se i suoi biglietti si dovessero convertire in danaro al piacimento del portatore. Pigliamo l'esempio della nostra Banca. Essa nel 1866 poteva appena tenere una circolazione di non più che 117 milioni. Il ministro Scialoja ne volle 250 (che poi divennero 378) per conto dell'erario; ma al tempo medesimo il ministro Scialoja, proclamando in principio generale l'inconvertibilità dei biglietti, mise la Banca nella condizione di accrescere indefinitamente il suo debito verso del pubblico, emettendo biglietti che, confusi con quelli già emessi per conto dello Stato, divenivano pure inconvertibili. La Banca fu sollecita a profittarne. In meno di un mese, nel mese di giugno, quando ancora la consegna dei biglietti per conto dello Stato non era fatta, voi trovate che la sua circolazione da 117 milioni è già saltata a 322; alla fine del primo semestre si trova a 462; nel dicembre del 1867 è già a 686 milioni, e nel principio del 1868 si aggirava sugli 800 milioni, quando il Parlamento, accortosi dell'abisso verso cui correvamo, mise il suo veto, e stabilì un limite estremo di 750 milioni."

FERRARA

"Ma, signori, quando voi convertite la Banca in una istituzione più politica che commerciale, quando voi mettete in tali rapporti lo Stato colla Banca che lo Stato diventi servitore e la Banca padrone onnipotente, allora naturalmente gli uomini che amano la patria e la libertà, grandemente debbono allarmarsi. Signori, sapete che cosa è questa convenzione? È l'inaugurazione del Governo bancario. Almeno il barone Corvaia, che aveva creato un sistema di bancocrazia in cui tutto era subordinato al denaro, vi collocava contemporaneamente gl'ingegni. Ma l'istituzione di cui si tratta, è peggio del millenarismo, e si avvicina all'ordine soppresso della società delle Indie, è l'imitazione del Banco di San Giorgio. Signori ministri, avete pensato alle conseguenze? Avete ponderato che cosa è una Banca sovrana? Avete badato alla forza che ha il Governo italiano? Sono 22 anni che assisto alla lotta dello Stato con varie società. Ebbene, credete voi che lo Stato abbia avuto mai la virtù di dichiarare una società decaduta? Fra pochi giorni, discutendo le convenzioni ferroviarie, vedrete quante società vi sono che meriterebbero di essere messe in liquidazione; ma dov'è la forza che dovrebbe avere il Governo per proclamare la verità ed abbattere queste società che non hanno alcuna ragione d'esistere? Ebbene, le società trovano tutte le vie coperte e palesi per far prevalere la loro influenza sugli interessi dello Stato, dominare gli stessi ministri, e dominare la maggioranza della Camera.

Ora cosa volete voi che faccia lo Stato una volta che si sarà gettato con questa convenzione in braccio alla Banca? Chi potrà più dominare la Banca, o signori? La dominerà, sì, l'odio pubblico che insorge contro questa istituzione, per reazione naturale, specialmente ora che crudelmente offendete gli interessi principali di due terzi d'Italia. Terrà, sì, questa reazione della offesa coscienza pubblica, ma, disgraziatamente, dovrà compiersi in un modo che non vi voglio segnalare neppure colle parole: voi ben lo capite.

Sono questi fatti che generano le rivoluzioni dei popoli, che poi si compiono erigendo il popolo stesso in alta Corte di giustizia, la quale esercita l'officio terribile, sommariamente ed in modo suo proprio.

Niuno di voi ignora, o signori, che cosa accadde in America quando c'era questa Banca privilegiata che voleva assorbire tutto. Essa aveva già ramificato largamente tutte le sue operazioni, in modo che i popoli degli Stati Uniti d'America si allarmarono dell'influenza che avrebbe esercitato sul Governo e sulle elezioni.

Chi vi ha provveduto? Un colpo di mano del presidente più ardito che esistesse in quei tempi: Johnson, liberando da quell'incubo la repubblica, soggiogò la Banca e la ridusse al diritto comune.

Credete voi che la repubblica degli Stati Uniti sarebbe oggi in piedi se la Banca fosse rimasta tale quale era sino al 1836?"

ASPRONI

Buona lettura e tornate a trovarci.

Zenone di Elea – Marzo 2012

RENDICONTI

DEL

PARLAMENTO ITALIANO

SESSIONE DEL 1869-70

(SECONDA DELLA LEGISLATURA X)

SECONDA EDIZIONE UFFICIALE RIVEDUTA

DISCUSSIONI

DELLA

CAMERA DEI DEPUTATI

VOLUME IV.

dal 13 luglio al 25 agosto 1870

FIRENZE 1871

EREDI BOTTA, Tipografi della Camera dei Deputati

PALAZZO VECCHIO

INDICE (1)

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3418 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE AVVOCATO GIUSEPPE BIANCHERI.

SOMMARIO. Atti diversi, = Presentazione della relazione sullo schema di legge per la parificatone dell'esame subito per la carriera consolare presso la scuola di Venezia a quello della laurea legale. = Interrogazione del deputato Torrigiani sopra una circolare del rettorato dell'Università di Padova, e spiegazioni del ministro per l'istruzione pubblica. = Interrogazione del deputato La Porta sul contegno del Governo nella questione franco-prussiana - Dichiarazioni del ministro per gli affari esteri - Replica del deputato La Porta - Dichiarazioni del deputato Miceli sulla sua interpellanza - Osservazioni e dichiarazioni del presidente del Consiglio - Le interpellante sono differite. = Discussione sulla relazione riguardante la situazione del Tesoro e il fabbisogno di cassa pel 1870 - Il deputato Maurogonato e il ministro per le finanze impugnano le conclusioni della Giunta - Il ministro annunzia pure la chiamata di due classi sotto le armi - Repliche dei deputati Valerio, Mezzanotte e del ministro - La Giunta non insiste - Osservatone del deputato Asproni. = Discussione del progetto di legge per una convenzione colla Banca Nazionale per il pagamento di 122 milioni di lire - Opposizioni del deputato Nicotera e proposizione di presentazione di altro progetto - Il ministro per le finanze respinge questa proposta, che è appoggiata dai deputati Rattazzi e Servadio - Discorso del deputato Avitabile contro la convenzione.

La seduta è aperta alle ore 11 e 45 minuti antimeridiane.

POSSA, segretario, da lettura del processo verbale della tornata antecedente, il quale è approvato; indi espone il sunto delle seguenti petizioni:

13,366. La deputazione provinciale di Padova rassegna alla Camera alcune proposte di modifiche ai due progetti di legge concernenti le opere idrauliche.

13.367. Le Giunte comunali di Mezzanego, San liuti no, Maissana, Multedo e Moneglia fanno adesione alle istanze della deputazione provinciale di Genova perché l'esercizio della ferrovia ligure non venga concesso alla società dell'Alta Italia.

13.368. Biscontini Pietro, agente del capitolo cattedrale di Treviso, fa istanza perché sia riconosciuto il suo diritto alla corrisponsione per parte dello Stato della metà del suo stipendio, ridottogli dallo stesso capitolo fine dal gennaio 1869 in seguito allo gravi tasse che ne restrinsero le rendite.

ATTI DIVERSI

FOSSA, segretario. Vennero fatti alla Camera i seguenti omaggi: Da S. E. il ministro dell'interno - Statistica, delle opere pie. Compartimento degli Abruzzi e del Molise, copie 5;

Da un anonimo - Le Banche ed il Tesoro, copie 2;

Dal prefetto di Perugia - Atti del Consiglio provinciale dell'Umbria, Sessione 1869, copie 2;

Dal prefetto di Ancona - Atti del Consiglio provinciale d'Ancona, Sessione 1869, copie 6;

Da Avellino - Memoria sulla questione Ferroviaria, San Severino-Avellino, una copia;

Dal comando generale del corpo di stato maggiore - Numero 7 fogli della carta fotografata dell'isola di Sicilia;

Da P. E. latridi da Cefalonia (Grecia) - La prigionia di Oropo e la strada dei quattro gentiluomini, ossia il massacro di Maratona nel 1870, dramma storico (in lingua greca), una copia.

PICCOLI. Colla petizione 13,366 la deputazione provinciale di Padova, dimostrando la manifesta ingiustizia e il grave danno che soffrirebbe quella provincia se venissero adottati senza modificazione i due progetti di legge presentati giorni sono dal ministro dei lavori pubblici, concernenti le opere idrauliche, ne domanda la riforma. Pregherei che questa petizione fosse inviata alla Giunta che è stata già nominata per riferire su quei due progetti di legge.

(La Camera approva.)

PRESENTAZIONI DI UNA RELAZIONE.

PRESIDENTE. L'onorevole Ferrara è invitato a venire alla tribuna per presentare una relazione.

FERRARA, relatore. Ho l'onore di presentare alla Camera la relazione sul progetto di legge presentato dal ministro degli affari esteri, per la parificazione dell'esame finale subito per la carriera consolare presso la regia scuola di Venezia a quello della laurea legale. (V. Stampato n" 88A)

Rammento alla Camera che questo progetto di legge è stato dichiarato d'urgenza, epperciò pregherei che fosse discusso anche d'urgenza.

PRESIDENTE. Questa relazione sarà stampata e distribuita, e se non vi sono opposizioni il progetto di legge sarà dichiarato d'urgenza.

(È dichiarato d'urgenza.)

L'onorevole Carleschi, per motivi di salute, chiede 6 giorni di congedo.

(È accordato.)

3419 - TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO TORRIGIANI

SULLE UNIVERSITÀ

PRESIDENTE. La Camera ricorda che, pochi giorni sono, l'onorevole Torrigiani presentò alla Presidenza una domanda d'interrogazione al signor ministro della pubblica istruzione, per avere degli schiarimenti intorno ad una circolare diramata dal rettorato dell'Università di Padova il 4 giugno di quest'anno. L'onorevole ministro disse di essere disposto a rispondere nella seduta d'oggi.

L'onorevole Torrigiani ha facoltà di parlare per fare la sua interrogazione.

TORRIGIANI. Dalle condizioni dell'animo mio in questi gravi momenti, io credo di poter desumere la condizione dell'animo dei miei onorevoli colleghi. È per rispetto a queste condizioni medesime che io credo di non dover dare tutto lo sviluppo che avrei pure desiderato e dovuto alla mia interrogazione o interpellanza.

Tutto quello che non si attiene strettamente alle condizioni in cui noi ci troviamo, io credo che debba riuscire, non solo inopportuno, ma anche importuno in questo momento ai miei onorevoli colleghi; quindi io cercherò di limitare strettamente la domanda che avrei voluto sviluppare all'onorevole ministro, col dire che nella circolare, a cui ho accennato, del rettorato dell'Università di Padova, si ripete oggi quello che si è detto e ripetuto molte volte intorno ad una distinzione, non tanto ingiusta quanto indecorosa, che si fa tra le Università del regno di primo e di second'ordine.

Questa distinzione non è indicata né da leggi né da regolamenti, ed è una distinzione assolutamente nociva al buon andamento degli studi universitari, e nociva, come risulta dalla circolare del rettorato di Padova, alla posizione di molti insegnanti che passano da una ad un'altra Università.

Dico per sintesi quello che avrei desiderato di sviluppare distesamente.

A me basta solo di credere e sperare che il ministro sarà d'accordo con me che convenga fare cessare questo equivoco; il ministro lo può fare, e lo deve tanto più che la circolare a cui alludo avrebbe avuto origine negli uffici del suo Ministero. Quindi io spero che il ministro avrà la bontà di volere dare in proposito una risposta.

Io non intendo per niente di precludermi l'adito in altro momento per dare un pieno sviluppo al concetto che ho solamente accennato, atteso il rispetto dovuto alla Camera nei momenti in cui siamo.

CORRENTI, ministro per l'istruzione pubblica. Se l'onorevole Torrigiani avesse voluto dare un'estensione completa alla sua interrogazione, io stesso avrei dovuto pregarlo a rimandarla ad un momento più opportuno; ma, come egli ha fatto, più che un cenno, un'allusione alla materia che lo preoccupa, così io sono costretto a dichiarare di che si tratta, imperocché parrebbemi una cosa troppo grave che la Camera avesse a credere che il Ministero distingua proprio due ordini di Università diverse in grado di dignità e costituenti un'aristocrazia ed una plebe di professori universitari.

Tutti sanno che la legge del 1859 e le susseguenti hanno stabilita una distinzione tra le Università, ma tale distinzione è puramente economica e numeraria; vi sono, cioè, Università che hanno facoltà completa e cattedre più numerose; ve n'ha altre meno complete e con numero minore di cattedre. Oltre a ciò vi è differenza nello stipendio dei professori della prima classe di Università in confronto alla seconda. Ma con ciò non si è mai detto e non si è mai inteso di dire (e, sa i fosse detto, io mi prenderei cura di proporre alla Camera che venisse cancellata dalla legge una simile anormalità), non si è mai inteso di dire che la scienza fosse data a gradi differenti, e che quindi la dignità scientifica di un professore delle Università meno complete e meno retribuite fosse minore della dignità di un professore delle Università di prima classe.

La diversità è puramente economica, e, come ho detto numeraria, non ha nessuna influenza sulla dignità intrinseca sia dei professori, sia delle materie che vi si insegnano.

Quanto poi alla circolare cui faceva allusione l'onorevole interrogante, debbo dire che essa non è opera degli uffici del Ministero.

Il Ministero non fa che comunicare al rettore della Università di Padova, che aveva mossa una domanda sul rango dei professori, un voto del Consiglio di Stato in cui si svolgeva ampiamente la questione della parificazione e classificazione dei professori, questione che noi ci siamo proposti di non trattare, e che, occorrendo, tratteremo in seguito. In cotesto voto sfuggì la frase, Università di dignità maggiore; ma questa frase estranea alla legge, questa frase che non va presa in un senso morale, dal contesto di tutto il voto ragionato del Consiglio di Stato, è da interpretarsi in modo affatto benigno; a quel modo che conviene ritenere usate senza altra significanza che economica e indicativa le frasi di Università maggiori o minori che sono spesso usate nelle leggi organiche per indicare quelle Università in cui lo stipendio dei professori è maggiore e quelle altre in cui lo stipendio dei professori è minore.

3420 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ed è da notarsi che codesta diversità di stipendi non implica per niente diversità di merito dei professori, ma dipende da molte altre circostanze, come sarebbero le condizioni economiche dei luoghi, le tradizioni speciali, le eredità storiche. E qui è bene notare che questa materia della istruzione superiore non è ancora ordinata in un modo sistematico e completo.

Dopo ciò, spero che l'onorevole Torrigiani sarà persuaso come non vi sia nulla di offensivo...

TORRIGIANI. Domando la parola.

MINISTRO PER L'ISTRUZIONE PUBBLICA... né di sostanziale in una frase sfuggita, non in un atto ministeriale, ma in un atto che fu comunicato dal Ministero al rettore di Padova, per fargli conoscere i precedenti di una quistione su cui domandava istruzioni.

TORRIGIANI. Nel ringraziare l'onorevole ministro delle spiegazioni che mi ha date, le quali sono perfettamente conformi a quel che io mi aspettava da lui, devo solamente aggiungere che, conformando il mio proposito di tornare sull'argomento in tempo più calmo e più riposato, sono però lieto di constatare intanto che dallo stesso ministro dell'istruzione pubblica si riprovi un diverso grado di istruzione superiore nelle Università del regno, dal che deriva la necessità dell'uguaglianza di diritto e di doveri, voluta dalla natura delle cose, dalle nostre leggi, e dal buon andamento dei nostri studi superiori.

INTERROGAZIONE DEI. DEPUTATO LA PORTA INTORNO Al CONTEGNO DEL GOVERNO NEL CONFLITTO TRA LA FRANCIA E LA RUSSIA.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca l'interrogazione del deputato La Porta al presidente del Consiglio ed al ministro degli affari esteri sopra l'indirizzo del Governo nella vertenza fra la Prussia e la Francia.

Rileggo l'annunzio d'interrogazione presentato dal l'onorevole La Porta:

«Il sottoscritto domanda di rivolgere un'interrogazione all'onorevole presidente del Consiglio ed al ministro degli affari esteri sull'indirizzo che il Governo ha tenuto sinora e sull'indirizzo che intende seguire nella vertenza tra il Governo della Francia e quello della Prussia.»

L'onorevole La Porta ha facoltà di parlare per svolgere la sua interrogazione.

LA PORTA. Se l'onorevole presidente del Consiglio e il signor ministro degli affari esteri dalla formola della mia interrogazione avessero sufficiente criterio per dare una risposta, io mi riserverei la parola per fare una dichiarazione dopo che essi avrebbero parlato.

Se poi desiderano avere formolate le mie domande in modo più circostanziato, io sono a disposizione della Camera.

LANZA, presidente del Consiglio. Pregherei l'onorevole La Porta a voler formulare la sua interrogazione in modo più completo; così la risposta potrà essere più categorica e precisa.

LA PORTA. Quando, giorni cono, da alcuni onorevoli miei amici il Gabinetto fu interrogato sull'indirizzo che egli credeva seguire nella vertenza sollevata dalla Francia in occasione della candidatura del principe di Hohenzollern al trono di Spagna, l'onorevole ministro Visconti-Venosta ebbe a rispondere che il Ministero aveva naturalmente tracciata la via, e che il suo obbiettivo era il mantenimento della pace in Europa.

Evidentemente quella risposta non poteva soddisfare, e non soddisfece; ma la Camera la tollerò come una frase diplomatica che dissimulava il silenzio, come una riserva imposta dalle difficili trattative diplomatiche, e, dirò ancora, come una speranza che quelle trattative avessero potuto approdare a qualche risultato, cioè ad evitare il conflitto tra la Francia e Ih Prussia.

Disgraziatamente quelle trattative fallirono; la pace è compromessa in Europa.

È naturale quindi, o signori, che si domandi al Ministero su qual terreno si svolsero le sue trattative, con chi, e per qual ragione l'intervento diplomatico di conciliazione naufragò, e vennero le dichiarazioni di guerra al Corpo legislativo di Francia.

Questa è la prima parte delle mie interrogazioni.

Oggi la guerra è dichiarata. Ed io domando al Gabinetto quale è l'indirizzo politico che intende seguire in questa grossa guerra che rende difficile la posizione di tutti gli Stati in Europa, e specialmente la nostra.

Ha ricevuto comunicazioni dalle parti direttamente impegnate nella lotta? Ha ricevuto comunicazioni dalle altre potenze non direttamente interessate alla lotta? La guerra che si è impegnata ha un programma? Ha un obbiettivo conosciuto?

Sappiamo come si produsse nel Corpo legislativo di Francia. Fu la candidatura al trono di Spagna, che le servì di occasione; ma noi velemmo chi la guerra venne dichiarata quando la candidatura al trono di Spagna scomparve, quando la rinuncia del principe di Hobenzollern fu comunicata ufficialmente alla Francia.

Quale è dunque il programma, la ragione, l'obbiettivo della guerra? È una guerra di interesse dinastico? Non si maraviglino del seguito delle mie domande. Io, come deputato, non sono vincolato da alcuna convenienza diplomatica. Formulo liberamente le mie domande; al Ministero a rispondere come e quello che crederà di rispondere, salvo a me il diritto di dichiararmi soddisfatto o no delle sue risposte.

3421 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

È una guerra per interesse dinastico, o è una guerra per equilibrio e per preminenza in Europa? Ha por obbiettivo un attentato all'unità alemanna, o le frontiere del Reno?

Io domando all'onorevole ministro degli affari esteri se non ha difficoltà di comunicare alla Camera le notizie che ha, e depositare sul banco della Presidenza i documenti diplomatici che riguardano il primo periodo di trattative, cosa gravissima, lo comprendo, ma non inutile per la Camera.

10 domandava se avesse avuto il Governo comunicazioni dalle potenze non interessate alla guerra, dall'Inghilterra, dalla Russia, dall'Austria, dalla Spagna, dal Belgio, dall'Olanda, dalla Danimarca e dalla Svizzera.

Ib non so quale è l'indirizzo politico che il Governo crederà dover adottare, ma senza dubbio, qualunque sia per essere la sua risoluzione, io spero che egli saprà inspirarsi agl'interessi del paese, alla condizione che è fatta all'Europa e all'indirizzo che hanno preso altre potenze europee di fronte al conflitto tra la Francia e la Prussia. Non ho altro da aggiungere; prego però il signor presidente e la Camera di riserrarmi la parola per una dichiarazione, dopo la risposta ministeriale.

VISCONTIVENOSTA, ministro per gli affari esteri. L'onorevole deputato La Porta ha ammesso egli stesso che io non potrei probabilmente rispondere a tutte le domande che mi ha rivolte. Egli mi ha chiesto in sostanza: quale fu la vostra condotta nel passato, quale è la vostra attuale condotta?

Quanto al passato, signori, la Camera comprende che io debbo necessariamente ripetere quelle dichiarazioni che ho avuto l'onore di fare. Il Governo italiano non rimase inoperoso; unì i suoi sforzi 'a quelli delle potenze interessate al mantenimento della pace, perché fosse evitata all'Europa la calamità di una conflagrazione.

Il Governo italiano, non ho d'uopo il dirlo, d'accordo col sentimento dell'intero paese, ha desiderato e desidera che siano conservati all'Europa i benefizi della pace. Per far opera, o signori, la quale riuscisse efficace, la quale concorresse utilmente a questo scopo, noi non potevamo che unirci a quelle potenze, le quali erano animate dallo stesso nostro desiderio, per esercitare con esse un' azione concorde, un'azione diretta a rendere possibile una soluzione soddisfacente.

In queste trattative certamente noi abbiamo avuto comunicazioni colle potenze impegnate nella contesa, e con quelle che ad essa rimanevano estranee; ma io credo che sarebbe ancora prematuro il pubblicare tutti i documenti che l'onorevole deputato La Porta mi chiede. Io confido, o signori, che, quando questi documenti saranno pubblicati, che, quando io potrò dare più ampi schiarimenti alla Camera sul contegno tenuto dal Governo italiano,

la Camera vedrà che il linguaggio col quale ci siamo associati all'azione degli altri Governi, fu conforme alla situazione, fu conforme ai principii e agli interessi della politica italiana.

Tenendo conto dei termini in cui era posta la questione, tenendo conto delle condizioni indispensabili per ottenere una soluzione favorevole, il nostro linguaggio fu dovunque ispirato ai nostri rapporti di amicizia verso quei Governi ai quali si rivolgevano i nostri consigli disinteressati, ispirato da un sentimento di rispetto per la dignità di tutti ed a quel sentimento d'imparzialità che è una condizione indispensabile di successo per ogni opera di conciliazione.

Circa alla nostra attuale attitudine ecco quanto | posso dichiarare all'onorevole deputato La Porta.

Quel vivo interesse per la pace che ci ha ispirati ', finora costituisce tuttora la norma della nostra politica; finché ci sarà campo alle interposizioni pacifiche dell'Europa, l'azione nostra appartiene a quei tentativi che si potranno fare ancora con qualche speranza di riuscita. Nella situazione attuale la politica che segue e che vuole seguire il Governo del Re è identica a quella che seguono tutte le altre potenze, meno le due fra cui esiste il conflitto. Al pari di esse siamo disposti a cogliere ogni occasione, se ancora fosse possibile, per evitare la guerra. Al pari di esse desideriamo che il conflitto rimanga circoscritto in limiti tali che il resto d'Europa possa considerare i suoi interessi come non impegnati. (Bene ) Al pari di esse seguitiamo una politica di attenta osservazione. Questa, signori, è la condotta di tutti i Governi i quali desiderano di rendere meno grave l'attuale conflitto, e questa o la condotta del Governo del Re. (Benissimo I Bravo!)

LA PORTA. Certamente, nella grave situazione che ci crea questa guerra, non potrei consigliare al Governo del mio paese né la politica di passioni, né quella di di dispetti o di simpatie o di avventure. Non potrei ricordare né Solferino, né Sadowa, né Plombières o Villafranca, né Nicoìburgo o Praga.

La politica che conviene all'Italia è quella dei suoi supremi interessi, è quella della sua dignità, è quella della missione che essa è chiamata a rappresentare in Europa. Accetto la politica di neutralità, se questa a quella che ha dichiarato or ora colle sue parole l'onorevole ministro per gli affari esteri.

Però la neutralità crea dei doveri e delle esigenze speciali; quindi non posso essere soddisfatto della molto breve dichiarazione dell'onorevole ministro, il quale, mettendo un velo diplomatico su tutte le mie domande, si è limitato a dire che egli sta per una politica d'osservazione e che questa politica è anche tenuta dalle altre potenze non interessate, direttamente nella lotta.

Occorre quindi, signori, che ci spieghiamo un po' chiaramente, e, poiché il regolamento non permette in una interrogazione di sviluppare la materia

3422 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

su cui essa è caduta, io cambierei la mia interrogazione in interpellanza; imperocché desidero che l'opinione della Camera possa meglio manifestarsi al Governo e al paese, onde in questi supremi momenti la rappresentanza nazionale esercitasse la sua legittima influenza nei Consigli della Corona.

La neutralità impone delle condizioni e reclama delle garanzie. Io vi ho domandato se voi avete ricevuto comunicazioni da altre potenze in ordine al loro atteggiamento rispetto alla guerra; voi avete detto che tutte tengono una politica di osservazione. Ma avete voi ricevuto comunicazioni ufficiali di questo atteggiamento? Vi siete voi adoperati per localizzare la guerra? Ma la precipua missione che spetta al Governo dell'Italia è quella di provocare la localizzazione della guerra, è quella di adoperarsi presso i Gabinetti non interessati alla guerra, a che la guerra sia localizzata. Avete voi fatto opera diplomatica per questo fine? Non avete risposto; è di necessità, o signori, che vi spieghiate. La neutralità esige delle garanzie, poiché le vicende della guerra non si possono prevedere; l'atteggiamento delle potenze non è irrevocabilmente designato; potrebbe venire un giorno in cui tra i due belligeranti la potenza neutrale dovesse esercitare l'efficacia della sua parola, e questa efficacia della sua parola non esiste se non a solidalmente e militarmente appoggiata. Potrebbe venire il momento in cui alla politica di osservazione in Europa succedesse una politica di alleanze. Ebbene, la potenza che è restata neutrale è necessario che si trovi pronta a prendere la sua posizione, se una guerra localizzata ai tramutasse in guerra generale d'Europa. Voi sapete, o signori, che in tutti gli Stati d'Europa la guerra, se eccitò sorpresa e meraviglia, non sorprese però le potenze disarmate.

Ebbene, è il nastro solo paese, o signori, che alla vigilia della guerra, per ragioni di amministrazione, per ragioni supreme di finanza, si trova eoa un esercito ridotto ad uno stato di disarmo. Ora, in presenza dei giganteschi armamenti della potenze belligeranti, perché noi potessimo da uno stato di disarmo passare ad uno stato di armamento onde far rispettare, onde rendere efficace al momento dato la propria neutralità, non occorre del tempo?

Comprendete quindi come questo stato di cose merita spiegazioni, e quanto importi che la Camera intervenga per decidere se e come debba rendersi efficace la politica in neutralità.

L'onorevole ministro degli esteri inoltre non ci ha parlato delle garanzie per la sua politica di osservazione e di neutralità. È necessario, signori, che su questo ancora vi spieghiate, e che sentiate quale è l'opinione della Camera.

Io quindi, per non abusare dei diritti che mi Consente il regolamento, e che sono molto limitati, trasformerò, come dissi, la mia interrogazione in interpellanza, perché essa, anziché una discussione fra il Ministero e l'interrogante, possa essere una discussione fra il Ministero e la Camera.

È necessità, o signori, lo ripeto, che in questo momento la rappresentanza nazionale non abdichi il suo mandato! Ogni passo falso che si può fare in questo momento, può costare l'esistenza dell'unità nazionale, può compromettere seriamente la dinastia. È necessità quindi che voi, rappresentanti del paese, pronunciate la vostra parola, tracciate le vostre norme al potere esecutivo, perché egli, rappresentando il Governo di fronte alle potenze belligeranti, sappia che rappresenta l'opinione del paese.

Ho finito.

PRESIDENTI;. L'onorevole La Porta propone che sia stabilito un giorno per fare la sua interpellanza.

LA PORTA. Per domani.

PRESIDENTE. Ora è da avvertire che gli onorevoli Oliva, Miceli e Damiani avevano anche, nella Ceduta del giorno 13, presentato una domanda d'interpellanza al ministro degli esteri sulle condizioni in cui si trovano le nostre relazioni internazionali, e segnatamente per ciò che riguarda la questione di Roma.

MICELI. Domando la parola.

PRESIDENTE. In allora il signor ministro degli esteri rispose che non trovava opportuno di rispondere a simile interpellanza. Ora l'onorevole Miceli trasmette alla Presidenza la seguente istanza:

«Considerando che la condizione creata all'Italia dalla dichiarazione di guerra della Francia alla Prussia rende indispensabile che la Camera vi porti la sua più profonda attenzione, e che il paese sappia come saranno tutelati i suoi interessi in così grande emergenza, prega la Camera di destinare un giorno per la discussione dell'interpellanza da lui proposta e da altri suoi amici il giorno 13 corrente.»

L'onorevole La Porta chiede ora di rivolgere un'interpellanza all'onorevole presidente del Consiglio ed all'onorevole ministro degli affari esteri sul contegno che il Gabinetto ha tenuto sinora e sull'indirizzo che intende seguire nella vertenza insorta tra i Governi di Francia e di Prussia, ed alla quale diede occasione la candidatura del principe Hohenzollern al trono di Spagna.

L'onorevole La Porta propone la tornata di domani per questa interpellanza, invece l'onorevole Miceli lascia che la Camera decida.

MICELI. Io lasciava alla Camera questa decisione per un riguardo alla Camera stessa; ma, poiché l'onorevole mio amico La Porta propone per questa questione la tornata di domani, così io mi associo alla sua proposta.

PRESIDENTE. Prego l'onorevole presidente del Consiglio e l'onorevole ministro degli affari esteri a dichiarare se e quindo credano di poter rispondere a queste interpellanze.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Signori, io sperava che, dopo le risposte testé fornite dall'onorevole mio collega il ministro degli affari esteri,

3423 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

l'onorevole La Porta, se non si sarebbe, per ragioni facili a comprendersi, dichiarato soddisfatto, però non avrebbe proposto un'interpellanza.

In vero, le cose dette dal ministro degli affari esteri, setbene conformi alla prudenza che,in queste evenienze si esige, furono franche, chiare ed esplicite.

Quanto al passato egli disse: il Governo italiano rivolse tutte le sue cure, i suoi sforzi al mantenimento della pace ed a far sì che fosse rimosso il pericolo di una conflagrazione.

Quanto all'odierna situazione, egli asserì essere nostra intendimento di seguitare una politica di osservazione, di associarci alle potenze che fanno ogni opera per un'interposizione pacifica, e, quando sia inevitabile il conflitto, di fare il possibile per renderlo meno grave, e tenerlo circoscritto in limiti tali che non vi siano implicate le altre nazioni d'Europa.

L'onorevole La Porta, nel replicare, anch'egli approvò queste dichiarazioni del ministro, ed affermò essere questo il contegno che nelle presenti circostanze conviene al Governo ed agli interessi italiani.

Dopo di ciò, o signori, non comprendo che utilità possa ora avere l'interpellanza che egli vuol muoverò per sapere che cosa il Governo intende fare per circoscrivere la guerra, insomma a qual partito intende appigliarsi in queste gravi condizioni della politica internazionale.

Io lascio giudice la Camera se, mentre la guerra non è ancora ufficialmente dichiarata, mentre non sono trascorsi che pochi giorni da che questa minaccia è apparsa sull'orizzonte di Europa, possa l'onorevole La Porta pretendere che fin d'ora abbia il Governo potuto efficacemente ottenere risposta dalle potenze interessate «Ila conservazione della pace, ed intendersi sopra gli sforzi comuni onde ottenere almeno che la guerra sia circoscritta.

Egli è evidente che non si può pretendere che in questi pochi giorni siasi potuto ottenere un tanto risultato; le trattative che a tal uopo si richiedono sogliono procedere lentamente, e non saprei come fosse conveniente il presentare documenti sopra negoziati così gravi e difficili, mentre in tal guisa se ne potrebbe anzi compromettere il buon successo.

Ne verrebbe quindi che, appunto per non comprometterle, come si farebbe se si ammettesse ora quest'interpellanza, il Governo, per non fallire alla circospezione ed alla prudenza che in tal caso è suo debito avere, dovrebbe di necessità valersi di un linguaggio oscuro, cosicché il Parlamento non potrebbe ottenere su ciò alcuna soddisfazione.

L'onorevole deputato La Porta osserva che noi siamo in uno stato di disarmo, e chiedeva quale provvedimento il Governo intendesse di prendere a questo riguardo.

È evidente, o signori, che l'odierna situazione politica d'Europa, mentre v'è un conflitto forse imminente tra due grandi nazioni, fa sì che l'Italia,

che è parte così importante d'Europa, non possa a menò di sentirne gli effetti, e quindi dobbiamo prepararci a quelle eventualità che in seguito possono aver luogo.

Perciò il Governo non tralascierà di prendere quelle risoluzioni, e, occorrendo, di fare al Parlamento quelle proposte che siano valevoli a porci in grado di potere in qualunque evenienza tutelare la dignità e gli interessi d'Italia, come altresì l'ordine pubblico e la sicurezza dello Stato, giacché è palese, o signori, che nella situazione in cui sta per entrare l'Europa, un riverbero, un rimbalzo di questi avvenimenti quasi dappertutto si dovrà sentire, e forse noi non ne saremo esenti; quindi provvedimenti di precauzione sarà indispensabile di doverne adottare.

Ma io dico che questo il Governo si riserva di farlo coi mezzi che appartengono al potere esecutivo, e quando non bastassero, farà al Parlamento quelle proposte che saranno di sua competenza.

Non si può dunque al momento stabilire quello che si dovrà fare; se la situazione mutasse, anche le risoluzioni del Governo dovrebbero mutare. Il Ministero non potrebbe ora assumere degli impegni dinanzi al paese e vincolare la sua libertà di azione; ma quando avesse luogo la lotta e lo sviluppo delle vicende della guerra e della politica europea lo richiedessero, il Parlamento può essere sicuro che il Governo non fallirà al suo debito e gli proporrà quei provvedimenti che crederà opportuni per tutelare effettivamente l'onore e gli interessi del paese.

Per ora io dichiaro che l'interpellanza che vorrebbe rivolgermi l'onorevole deputato La Porta mi pare veramente inopportuna ed intempestiva, e lo pregherei a volerla differire.

Se lo sviluppo di nuovi fatti in Europa renda più necessario ed urgente d'interpellare il Governo per conoscere i suoi intendimenti, ebbene lo faccia pure, il Governo non si rifiuterà di rispondere. Ma in questo momento torno a dirgli che sarebbe pernicioso agli interessi d'Italia l'addentrarci in queste indagini.

Quindi io ho fiducia che dopo queste franche ed esplicite dichiarazioni l'onorevole deputato La Porta vorrà, se non desistere, almeno soprassedere & chiedere che sia fissato un giorno per la sua interpellanza; diversamente io pregherei, a nome del Ministero, la Camera & volerla differire dopo che sien votati tutti i provvedimenti finanziari. (Sussurra a sinistra, e segni di assenso a destra)

PRESIDENTE. Il signor ministro non accetta le interpellanze proposte dall'onorevole La Porta e dall'onorevole Miceli. Gli onorevoli proponenti, a termini del regolamento, hanno il diritto di dire le ragioni per le quali essa debba aver luogo. L'onorevole Miceli ha facoltà di parlare.

3424 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

MICELI. Dirò brevissime parole. Se fosse giusta la teoria enunciataci testé dall'onorevole presidente del Consiglio, ne seguirebbe che soltanto dopo i fatti compiuti il Ministero si crederebbe nell'obbligo di dar campo alla rappresentanza nazionale di dichiarare le sue idee sui più grandi affari dello Stato. Ma allora che cosa ne varrebbe? Che alla rappresentanza nazionale resterebbe il miserrimo uffizio di piegare il capo a tutto ciò che il Governo avesse potuto compiere contro le opinioni di essa, cioè di mettere l'arena, come suoi dirsi, alle firme dei signori ministri! Io voglio credere che l'onorevole presidente del Consiglio e gli altri suoi colleghi non pensino che la Camera dei deputati possa rassegnarsi ad una simile condizione.

Le circostanze per le quali noi chiedemmo, or sono pochi giorni, di fare un'interpellanza, nessuno negherà che erano molto gravi. Da quel giorno la loro vita è divenuta suprema.

Ognuno di voi comprende che da un momento all'altro i fatti possono incalzarsi in modo da essere noi ridotti a non aver più tempo per far sentire con efficacia al Governo ed al paese le nostre opinioni. Se ogni volta che noi veniamo qui a chiedere alla Camera il permesso di manifestare le nostre idee sopra un affare della più alta importanza, ci si viene a dire dai signori ministri: aspettate quando, senza compromettere i nostri fini ed i nostri scrupoli, noi possiamo dichiararvi la nostra politica, e la Camera aderisce, questa annienta se medesima, ed i ministri si rendono arbitri assoluti delle sorti del paese. Farò poi osservare all'onorevole signor presidente del Consiglio che in tutti i paesi liberi, le gravi questioni internazionali sono trattate sì con molta delicatezza, ma sono trattate sempre e senza indugio. In Inghilterra, per esempio, non appena sorge nel mondo una contestazione nella quale questa crede di dover dire la sua parola o far valere la sua influenza, voi vedete nella Camera dei Lordi ed in quella dei Comuni posarsi e discutersi la questione senza misteriose reticenze o riserve indefinite. Se qualche volta si procrastina, egli è solo dopo che il Ministero ha spiegazioni sufficienti per la Camera e pel pubblico.

Che se nella Camera la minoranza insiste perché si odano le sue idee sui pubblici affari di alta importanza, il Governo risponde con riserva, se lo crede, ma la maggioranza sente sempre il debito di lasciar libera la parola ai suoi avversari.

Considerate ora voi, signori della maggioranza, che se togliete alla minoranza il diritto di manifestare i suoi concetti a tempo utile, e non già dietro i fatti compiuti, voi condannerete la minoranza ad un eterno silenzio. Voi la con dannerete a non poter adempiere giammai il solo ufficio che essa ha sotto il governo della maggioranza, quello della franca manifestazione della sua politica al Governo ed alla nazione.

Prego adunque i signori ministri a non trincerarsi, anche nella presente circostanza, dietro i monotoni argomenti delle necessità diplomatiche e dei pericoli possibili, e via discorrendo. Io li prego a non opporsi che noi schiettamente e francamente facciamo sentire al paese la nostra voce, che sia da noi provocata una grande discussione sopra un soggetto così urgente, e.di una importanza così straordinaria per tutta l'Europa; che il Parlamento esprima solennemente il suo intendimento su ciò che in tale emergente creda più conveniente agli interessi ed all'onore d'Italia. Così il Gabinetto si presenterebbe innanzi al paese ed agli stranieri con quella forza di cui un Governo ha sempre bisogno, e che un Governo parlamentare non può attingere che dal voto dei rappresentanti della nazione; e nel caso che risultasse un disaccordo tra lui e la rappresentanza della nazione, uniformasse la sua condotta alla norme che debbono servir di guida ai ministri di un paese retto da istituzioni costituzionali.

Conchiudo insistendo perché, se non per domani, almeno posdomani sia all'ordine del giorno l'interpellanza proposta il giorno 13 luglio dai miei onorevoli amici Oliva, Damiani e da me. 'PRESIDENTE. Se il deputato La Porta insiste per la sua interpellanza, è pregato di dirne le ragioni, ove il creda.

LA PORTA. Dopo le dichiarazioni dell'onorevole presidente del Consiglio che è fermo nella politica iniziata, e che nel caso sorgessero motivi per modificarla non lo farebbe senza informarne prima il Parlamento, io per parte mia consento ad un differimento il quale potrà finire da un momento all'altro, se dalle notizie che ci recherà il telegrafo io mi convincerò che non si possa oltre differire la trattazione più ampia di questa vertenza.

PRESIDENTE. Dunque l'onorevole La Porta acconsente a differire la sua interpellanza.

L'onorevole Miceli differisce anche la sua domanda, o insiste?

MICELI. Io ho più volte proposto interpellanze sulla politica estera del Governo, e le ho sempre differite, ora a riguardo delle altre gravi discussioni cui era occupata la Camera, ora a riguardo delle opinioni dei miei amici. Adesso io sono convinto che noi non potremmo, senza una gravissima colpa, differire di più.

Noi siamo nel dovere di fare conoscere al paese le nostre opinioni sulla condotta che all'Italia conviene tenere nell'attuale condizione d'Europa; noi non dobbiamo assumere la responsabilità di un ulteriore silenzio.

TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

Adunque prego la Camera che almeno domani l'altro voglia dare luogo alla enunciata interpellanza, benché mi rincresca di non essere in ciò d'accordo coll'onorevole amico mio La Porta.

3425 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

PRESIDENTE. L'onorevole Miceli, che ha presentato una domanda di interpellanza unitamente all'onorevole Oliva ed altri deputati, e sulla quale la Camera non aveva deciso nulla, oggi ha chiesto che questa interpellanza abbia luogo posdomani.

L'onorevole ministro ha dichiarato che per posdomani non la può accettare. Se l'onorevole Micèli insiste, io interpellerò la Camera. (Bisbiglio)

Dunque pongo ai voti l'istanza dell'onorevole Miceli perché l'interpellanza di cui è caso abbia luogo nella seduta di posdomani. (Mm Meati a sinistra)

MICELI. Domando la parola.

PRESIDENTE. La ritira?

Voci a destra. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Dichiari se la ritira o no.

MICELI. Io diceva alla Camera di fissare il giorno di posdomani... (Sussurra a sinistra)

Una voce a destra. La ritira, sì o no?

DI SAN DONATO. Abbiano pazienza!

MICELI. Mi riservo di riproporre posdomani stesso la mia interpellanza. (Movimenti diversi)

PRESIDENTE. Dunque anche lei aderisce al rinvio.

DISCUSSIONE SOPRA LA RELAZIONE CONCERNENTE LA SITUAZIONE DEL TESORO.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione Bulla relazione della Commissione del bilancio intorno alla situazione del Tesoro. (V. Stampato n° 7D)

La parola per parlare contro la relazione spetta all'onorevole Maurogonato.

MAUROGONATO. (Della Commissione dei Quattordici) Dopo che l'attenzione della Camera fu assorbita interamente dalle interrogazioni che si riferivano alle gravissime condizioni politiche di Europa, e mentre noi tutti stiamo ansiosamente meditando intorno alle deliberazioni che avvenimenti ancora ignoti saranno per imporci, è certamente cosa ben poco gradevole per me il dover prendere la parola sopra una questione arida ed uggiosa di contabilità. Però queste due questioni si toccano e si confondono, e provvedendo alle necessità finanziarie, si provvede nel tempo stesso alle necessità politiche. Ma per provvedere ai bisogni del Tesoro bisogna prima sapere precisamente a quanto ascendano. Voi, o signori, non ignorate che la Commissione dei Quattordici ha unanimemente riconosciuto che per poter sopperire ai bisogni del Tesoro, fino al 31 dicembre, sono necessari per lo meno 182 milioni, compresi i 32 milioni occorrenti per le ferrovie.

Al contrario la maggioranza della Commissione del bilancio crede che bastino 120 milioni. Quale delle due Commissioni è nel vero? Ecco la questione!

Se si trattasse di una semplice divergenza di calcolo, io direi alla Camera: volete voi prendere una deliberazione, una legge, adottare un ordine del giorno, per dichiarare che 10 e 10 fanno 20; o peggio ancora per dichiarare che 10 e 10 fanno 15? In questo caso io direi: signori, mandiamo tutte queste carte alla Corte dei conti, che è un tribunale giudiziario in fatto d'aritmetica, e noi prenderemo quella deliberazione che sarà conforme al rapporto che ci verrà fatto dalla Corte medesima. Però nel presente caso non si tratta di differenze di calcolo, ma soltanto di apprezzamenti.

Voi ricorderete, o signori, la discussione che ebbe luogo tra la Commissione del bilancio ed il ministro. La divergenza allora principalmente consisteva in 52 milioni. Il ministro aveva detto che dalle varie attività bisognava detrarre 352 milioni di residui attivi, che egli non calcolava esigibili durante il 1870.

La Commissione ha creduto fondatamente di potere sostenere che di questi residui attivi una parte, ossia circa cinquanta milioni, fossero già stati incassati; o almeno sarebbero stati certamente incassati nel 1870, e perciò li detraeva. Il ministro rispondeva che questo era vero, ma che però durante il 1870 si sarebbero formati altrettanti residui attivi che non sarebbero stati incassati durante l'anno medesimo, e che perciò una somma compensava l'altra. Ho detto in al tra occasione che, considerando la questione dal punto di vista del metodo, la Commissione del bilancio era perfettamente nel vero, e che il ministro avrebbe parlato più esattamente se avesse detto che, invece di 352 milioni, questi residui attivi fossero stati, per esempio, di 300 milioni soltanto, dando contemporaneamente nota alla Camera di quelle somme che egli calcolasse inesigibili durante il 1870; ma però io ho osservato che, siccome effettivamente nuovi residui attivi si sarebbero formati, le due somme si sarebbero plesso a poco compensate.

Dopo questa discussione la Commissione dei Quattordici ha creduto opportuno di chiedere al Ministero alcuni schiarimenti; il Ministero rispose accompagnando un rapporto del direttore del Tesoro che fu dalla Commissione dei Quattordici pubblicato. La Commissione del bilancio ha esaminato questo rapporto ed ha fatto un'appendice di relazione, che è quella che stiamo esaminando, nella quale si tratta la questione in modo assai più ampio e più completo.

Io credo quindi perfettamente inutile di riandare la prima relazione della Commissione del bilancio, perché tutte le osservazioni che essa crede ancora fondate sono rifuse nella seconda. Senonché in questa seconda relazione avendo la Commissione del bilancio adoperata la seguente frase,

3426 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

che cioè «erano disponibili 159 milioni pel servizio di tesoreria del 1870,» si diffuse ben tosto nel pubblico un'opinione, non saprei se più assurda o paradossale, che cioè la Commissione dei Quattordici ed il Ministero avessero negletto, o dimenticato, o ignorato l'esistenza di 159 milioni. Ora, esaminando imparzialmente quella relazione, io debbo dire che la Commissione del bilancio non ha mai pensata né detta una cosa simile.

Un osservatore meno benevolo forse troverebbe qua e là taluna di quelle frasi, che i Tedeschi chiamerebbero tendenziose, ma io le considero semplicemente come concessioni reclamate dalla solidarietà del partito e non me ne preoccupo, per cui amo di confermare eh, secondo l'opinione della Commissione del bilancio, questa differenza di 159 milioni non sussiste affatto. E su ciò mi permetto di dire qualche parola, che rivolgo piuttosto al pubblico che alla Camera, imperocché mi parrebbe di far torto agli onorevoli miei colleghi, se stimassi necessario di discutere con essi un'ipotesi così poco verosimile. Dico prima di tutto che, se si trattasse di una differenza di 10, di 15, di 20 milioni, comprenderei un errore, una dimenticanza, ma trattandosi nientemeno che d'un gruzzolo di 159 milioni, la stessa enormità della somma basta per se sola a dimostrare l'inverosimiglianza di quest'ipotesi. D'altronde di quali elementi constano questi 159 milioni? Il primo elemento consiste nella somma di 124 milioni che esistevano in cassa il 31 dicembre 1869. Questa somma però si trova notata alla pagina 96 della situazione del Tesoro, e forma parte dei conto, che è la base di tutti i calcoli dell'onorevole ministro Sella e della Commissione dei Quattordici. Ora se il nostro calcolo è fondato sopra i risultamenti di un prospetto, del quale fa parte integrante la somma di cui si tratta, non so come si possa dire che essa sia stata dimenticala. È certo che, se i 124 milioni non fossero stati compresi in quella situazione, tutti i calcoli dell'onorevole ministro sarebbero stati diversi.

Una seconda partita riferisce ai 12 milioni, che noi avevamo il diritto di chiedere alla Banca Nazionale mediante sconto di Buoni del Tesoro. Il signor ministro lo ha detto alla Camera e lo ha tanto detto, che li ha già presi fino dal mese di aprile. Finalmente gli altri 23 milioni dipendono dal secondo semestre 1869 dell'imposta sulla ricchezza mobile, del quale pure il signor ministro ha parlato diffusamente altra volta.

Ciò dimostra chiaramente che i 159 milioni non sono stati da alcuno dimenticati. Per darne una dimostrazione, che risulterà evidente anche ai fanciulli, dirò che se veramente avessimo dimenticato 159 milioni, mentre dicevamo che ne occorrono 182, la Commissione del bilancio direbbe che ne occorrono tutto al più 23; poiché 159 e 23 fanno appunto 182. Ma se vero è che, anche secondo la Commissione del bilancio, ne occorrono 120,

ciò significa che la differenza non è di 159; ciò prova che i 159 milioni non sono stati dimenticati né scoperti.

Ciò detto, passiamo ad esaminare più estesamente qual è il vero bisogno dell'erario.

La Commissione del bilancio dice che sono disponibili pel servizio di tesoreria nel 1870 159 milioni, e su questo punto siamo perfettamente d'accordo. Egli è certo infatti che il servizio di cassa del 1870 cominciò a farsi mediante i 124 milioni che si trovavano negli scrigni il 1° gennaio, e così serviranno per fare i pagamenti del 1870 i 23 milioni di ricchezza mobile allorquando li incasseremo nel secondo semestre di quest'anno, e finalmente hanno senza dubbio contribuito a servire ai bisogni di cassa i 12 milioni che abbiamo ricevuti dalla Banca Nazionale mediante sconto di Buoni del Tesoro. Ma se noi diciamo che questi 159 milioni servono per i bisogni di cassa del 1870 occorre però ricordare che nel 1870 dobbiamo pagare anche molti residui passivi del 1869. E didatti qual è la prima cosa che noi abbiamo fatto coi 124 milioni di danaro che avevamo in cassa il gennaio?

Certamente abbiamo dovuto pagare 45 milioni d'interessi della rendita nominativa che scadevano in gennaio di quest'anno; abbiamo dovuto pagare tutti quei coupons di rendita che non si erano ancora presentati fino al 31 dicembre. Senza dubbio durante il mese di gennaio entrarono altri danari, ma se noi vogliamo riversare nel 1870 i residui attivi del 1869, è naturale che dobbiamo riversarvi anche i residui passivi, ed allora, per comprendere facilmente la questione, noi dobbiamo considerare la cosa in questo modo. Noi avevamo al 1 gennaio 1870 disponibili, più o meno prontamente, 159 milioni; avevamo inoltre tutti quei residui attivi del 1869 e rétro che saranno incassati nel 1870, e finalmente avremo nel 1870 tutte quelle entrate del bilancio 1870 che entreranno materialmente nelle casse nell'anno medesimo. Dall'altra parte noi dobbiamo pagare i passivi' del 1869 e retro che si presenteranno per essere pagati nel 1870 e poi dovremo pagare tutte le spese del. 1870 che si presenteranno pel pagamento nell'anno medesimo.

Fatti questi calcoli e confrontata la differenza di queste due somme complessive, noi sapremo quanto ci occorra pel 31 decembre 1870. Questo è il metodo di contabilità inglese, è il metodo che adotteremo noi stessi dall'anno venturo in poi, e che è il più semplice e più razionale. I) so bene che la Commissione del bilancio preferirà di separare i due bilanci del 1869 e del 1870 l'uno dall'altro. E questo diverso metodo, che essa ha tutto il diritto di seguire, si presta assai più facilmente allo scopo suo, che è quello di dimostrare, se le sia possibile, che ci sia stata qualche contraddizione, fra le varie esposizioni fatte dall'onorevole ministro.

3427 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

Ma però egli è certo che, se noi andassimo d'accordo perfettamente in tutti gli elementi di questi calcoli, dovremmo poi trovarci d'accordo nelle conclusioni, imperocché anche la Commissione del bilancio, né vorrà sapere quanto ci occorra al 31 dicembre 1870, dovrà alla fine riunire i due bilanci del 1869 e del 1870; ed anzi i due metodi servirebbero di controprova l'uno all'altro.

Allorquando la Commissione del bilancio diceva: «bastano 120 milioni,» io confesso che a colpo d'occhio ho riconosciuto come ciò fosse impossibile, imperocché noi siamo abbastanza avanti nell'anno per poter fare degli apprezzamenti più sicuri, ed ho veduto che alla fine di luglio, astrazione fatta dai 65 milioni che abbiamo già ricevuti, come tutti sapete, dalla Banca Nazionale, dalla Cassa di risparmio di Milano e dal Banco di Napoli a prestito provvisorio, e che dovremo restituire, ho veduto, io diceva, che alla fine di luglio, pagati tutti i coupons del 1° luglio, e considerati come danaro i 58 milioni di Buoni del Tesoro che avevamo disponibili, noi rimarremo solamente con 23 milioni, vale a dire, se mi è permessa la frase, ci troveremo in istato di natura, imperocché questi 23 milioni in che consisterebbero? In 10 milioni di monete di bronzo che non sono spendibili, ed in altrettanta somma composta di monete d'argento decimali e di monete d'argento non decimali che si devono riconiare, per cui si può concludere che le casse resterebbero vuote.

Adunque, per quel poco d'esperienza che ho potuto acquistare, esaminando in questi ultimi anni le situazioni del Tesoro, io devo concludere che, se negli ultimi sei mesi di quest'anno potremo mettere a parte 10 milioni al mese per pagare i coupons del 1° gennaio, dopo aver soddisfatto tutti gli altri bisogni, questo sarà tutto quello che noi potremo sperare.

Io dico adunque: Ci avanzano 20 milioni, tutto compreso. Vedete che non detraggo niente. Supponiamo che ne possiamo mettere a parte altri 60 in questi sei mesi, ed arrivati al 1° gennaio avremo 80 milioni. Ma per pagare i 180 milioni del coupon del 1° gennaio ce ne mancherebbero cento; altri 65 dobbiamo restituirli ai vari istituti che ce li hanno prestati provvisoriamente, senza di che non avremmo potuto fare il servizio del Tesoro: sono già 165: occorrono 32 milioni per le ferrovie. Vedete dunque a colpo d'occhio come non possa essere vero che ci bastino 120 milioni.

Diffatti se voi osservaste il movimento di cassa del primo semestre, vedreste che neppure 10 milioni al mese furono messi da parte pel pagamento dei coupons del 1° luglio; voi vedreste, per esempio, che al 1° gennaio c'erano 141 milioni, mentre al 1° giugno ce n'erano 178, cosicché parrebbe che avessimo messi a pane 37 milioni per pagare i coupons, ma effettivamente vi furono alcune entrate straordinarie, 5 milioni dai tabacchi,

6 milioni che avevamo incassati per rendita venduta per conto della ferrovia ligure, e che no 11 avevamo ancora pagati, e finalmente i più volte ripetuti 12 milioni della Banca Nazionale, cosicché realmente non avevamo avvantaggiato che di 14 milioni nei primi cinque mesi; ma siccome gli ultimi sei mesi sono più fecondi, così io suppongo che se ne possa mettere a parte 10, e credo che la mia ipotesi sia molto ardita.

Io so bene che questo non è un calcolo, sul quale h Camera possa fondare le sue deliberazioni, ma a me basta per provarvi come non possa essere esatto il conto fatto dalla Commissione del bilancio.

Ripetiamo dunque questo calcolo seguendo il metodo che io ho precedentemente suggerito, e facciamolo nel modo più semplice.

Noi vediamo dalla situazione finanziaria, a pagina 96, che avevamo 952 milioni di residui attivi, e dall'altra parte sono registrati 798 milioni di residui passivi.

La Commissione, del bilancio, con molta ragione, non calcola affatto i debiti di tesoreria, perché dice, i Buoni del tesoro si ha diritto di tenerli in circolazione, i 278 milioni, che dobbiamo alla Banca Nazionale, lo Stato non ha il dovere di restituirli finché duri il corso forzoso; 20 milioni si sono ricevuti a conto della Banca medesima, mediante sconti di Buoni del Tesoro e questa operazione la possiamo rinnovare. Ma vi è una partita che non si può eliminare, ed è quella relativa ai vaglia del Tesoro ed alle quietanze, che Corrispondono a 51 milioni. Questi vaglia del Tesoro e queste quietanze sono acconti ricevuti in confronto dei residui attivi, e non ancora regolarizzati. Di maniera che i residui attivi si riducono a 901 milioni.

L'onorevole ministro ha osservato che bisogna dedurre dai medesimi residui attivi 352 milioni non esigibili durante il 1870. La Commissione del bilancio ha opposto che una parte di questi 352 milioni poteva essere realizzata; ebbene io ne diffalco 50 milioni, e li riduco a 302; da 901 milioni diffalcatene 302, vi resteranno 599 milioni. A questi aggiungo i 121 milioni di crediti di tesoreria, di cui si parla nella stessa pagina 96; vi aggiungo i 159 milioni di cui si è tanto discorso, cioè i 124 di cassa, i 12 che si andavano a ricevere dalla Banca e che si sono già incassati, e i 23 del secondo semestre 1869 della ricchezza mobile, e così si avranno complessivamente 879 milioni di residui attivi.

D'altra parte noi abbiamo 798 milioni di residui passivi, ai quali bisogna aggiungerne altri due, perché vi erano in circolazione 302 milioni di Buoni del Tesoro, mentre non ce ne possono essere che 300 soltanto.

Abbiamo 3 milioni e mezzo di maggiori spese, ed in ciò siamo d'accordo colla stessa Commissione generale del bilancio. Non sussiste però quel maggiore aumento nei prodotti del lotto, del quale essa parla, perché il lotto negli ultimi tempi è diminuito, cosa per la quale non sono punto addolorato.

3428 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Abbiamo inoltre 150 milioni di sbilancio sul 1870 e i 65 milioni di scorta che crediamo necessario di tenere nelle casse per il servizio del Tesoro, il che forma un complesso di milioni 1018 e mezzo, dai quali detratti 879 milioni di attività, resterebbero 139 milioni e mezzo di passività.

Ma a questi bisogna aggiungere, d'accordo colla Commissione del bilancio, i 10 milioni di monete di bronzo che non sono spendibili, ed inoltre i 32 milioni per le ferrovie, per cui risulta un bisogno complessivo di 181,500,000 lire, ossia precisamente quanto prevedeva la Commissione dei Quattordici. È però ben inteso che la necessità dell'erario pel 31 dicembre 1870 si limita a questa somma, facendo l'audace ipotesi che restino sempre in circolazione 300 milioni di Buoni del Tesoro, e partendo dal principio che non vi sia alcuna spesa straordinaria per nessuna eventualità, la qual cosa sarebbe affatto nuova e non si sarebbe mai verificata da quando esiste il regno d'Italia. Bisogna inoltre partire dall'ipotesi che si incassino tutte le imposte dirette senza alcuna detrazione, ad onta che abbiamo calcolato 50 milioni incassati in confronto dei 352 di residui attivi del 1869 e retro, e ritenuto, secondo il parere della stessa Commissione del bilancio, che 40 milioni soltanto restino da esigersi il 31 dicembre a saldo di tutte le varie entrate del 1870, escluse soltanto le imposte dirette. Ma di questi 40 milioni di arretrati non ho tenuto conto, perché dall'altra parte siamo d'accordo con quanto dice il direttore del Tesoro, che 40 milioni di residui passivi del 1869 e retro non verranno pagati neppure nel 1870.

La Commissione del bilancio ha mostrato una certa sorpresa dell'opinione manifestata dai tre dissidenti che formavano la minoranza, i quali calcolavano che 30 milioni almeno resterebbero in arretrato per quanto si riferisce all'imposta della ricchezza mobile.

Se lo stesso direttore del Tesoro ammette di avere già incassato 16 milioni, e manifesta la speranza d'incassarne altri 60, come mai (dice la Commissiona del bilancio) potete voi asserire che 30 milioni resteranno ancora da incassare?

Ma, signori, quando noi ammettiamo di avere incassato, nel principio del 1870, una parte dei 352 milioni, che formano i residui attivi del 1869 e retro, dobbiamo pure calcolare per analogia che una parte delle rendite analoghe del 1870 saranno pagate nei primi mesi del 1871. L'ultima rata della ricchezza mobile, che in quest'anno sarà di 17 milioni e mezzo, scade al 31 dicembre. Ora, come volete supporre che questi 17 milioni e mezzo entrino nel Tesoro nello stesso giorno 31 dicembre, se i contabili stessi hanno diritto di pagare dopo un mese? Vorremo noi pagare i coupons del 1° gennaio con questi 17 milioni e mezzo della ricchezza mobile che scadono il 31 dicembre?

Quello che io so è questo, che di tre trimestri (i due del 1868 ed il primo del 1869) dell'imposta di ricchezza mobile, che importavano 69 milioni, s'incassarono a tutto maggio solamente 46 milioni; e notate che alla ime di maggio era già trascorso un mese dalla scadenza dell'ultima rata.

Per conseguenza si può supporre che a tutto giugno si saranno incassati tutto al più 50 milioni, e resterebbero 20 milioni sui quali non bisogna fare grande assegnamento; e giova notare che nei nostri bilanci non si è mai calcolata in misura sufficiente la somma che si perde per inesigenze in questa difficilissima imposta, e dovremo un giorno o l'altro regolare la partita complessivamente.

Un'altra grave differenza tra noi e la Commissione del bilancio consiste in quanto si riferisce alle altre imposte dirette, cioè alla fondiaria e ai fabbricati.

Le accuse principali che si fanno al rapporto del direttore del Tesoro consistono in questo che egli abbia calcolato l'incasso per questi titoli sulla base dell'entrata dei primi mesi dell'anno, mentre tutti sanno che i primi mesi sono i meno fecondi.

Però questo rimprovero non è fondato, imperocché il direttore del Tesoro calcola d'incassare mediamente per questo titolo lì,800,060 lire ogni mese. Ora 14,800,000 lire moltiplicate per 12 sommano 177 milioni, vale a dire più di quanto importa annualmente tutta l'imposta sui fabbricati e sui terreni.

Egli dunque ritiene d'incassare tutta la somma corrispondente all'imposta ed anche qualche milione di più in conto degli arretrati.

E notate bene che, quando il direttore del Tesoro vi dice d'incassare 14,800,000 lire, lo dice al netto degli aggi, perché egli parla di effettivi versamenti nel Tesoro; di maniera che a questi 177 milioni bisogna aggiungerne altri 4 o.", e sarebbero realmente 182. Diffatti, se roi esaminate i primi cinque mesi dell'anno, non risultano incassati che 13 milioni e mezzo il mese. Dunque, se egli parte dal principio di realizzarne 14,800,000, vuol dire che egli calcola d'incassare molto di più nei mesi successivi dell'anno.

Nel 1869, invece di 14,800,000 lire, non se ne incassarono che 14,400,000. Vedete dunque, che se si realizzassero 400,000 lire di più il mese, ci sarebbe già un sensibile progresso nell'amministrazione delle imposte dirette.

Un'altra obbiezione importante vien fatta a quel rapporto che la Commissione del bilanciò ci rimprovera di aver riconosciuto plausibile. La Commissione del bilancio osserva che nei precedenti prospetti comunicati dalla direzione delle imposte dirette a tutto il mese di ottobre dell'anno 1869 per quanto riguarda l'imposta fondiaria, dei 69 milioni che erano in arretrato 20 erano da dettarsi per aggi, per carte contabili, per quote inesigibili, e finalmente per debiti d'imposte a carico dell'amministrazione demaniale.

3429 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

La Commissione del bilancio adunque concludeva che di questi arretrati, ascendenza 69 milioni, ne furono già incassati 20, e per analogia diceva altrettanto degli altri 69 milioni che costituivano gli arretrati della ricchezza mobile. Quest'analogia pr verità non esiste e noti può esistere, non fóss'altro per quanto si riferisce all'amministrazione demaniale, perché il demanio deve pagare le imposte dirette sui propri stabili, e perciò si tenne conto del debito che esso ha per titolo d'imposta fondiaria. Ma certamente per la ricchezza mobile non si può dire altrettanto, poiché il demanio non vi è soggetto. Dunque non si potrebbe assolutamente dire che vi sieno altri 20 milioni già incassati in conto dei residui attivi sulla imposta di ricchezza mobile.

Ma non insistiamo su questo punto, e si creda pure che ci fossero, in ottobre 1869, 138 milioni di resti attivi al lordo delle carte contabili. Ora il direttore dl Tesoro oggi ci dice che ci sono ugualmente 138 milioni, ma al netto delle carte contabili; e questa appunto è l'accusa principale che fa la Commissione del bilancio al direttore medesimo.

Ma come mai? In ottobre avevamo 138 milioni di residuo attivo al lordo delle carte contabili ed alla fine di dicembre 1870 avremo ancora 138 milioni di residui al netto?

In tale ipotesi l'arretrato sarebbe di gran lunga aumentato, e saremo retroceduti di parecchi milioni invece di andare avanti.

Ma, signori, questi due conti che la Commissione del bilancio confronta son molto diversi fra loro. Taccio che sono fatti da due uffizi diversi, il che vuol già dire qualche cosa; imperocché il direttore del Tesoro non calcola che le somme che gli entrano materialmente in cassa e invece il direttore delle imposte dirette fa i suoi conti sopra altre basi, e quei 20 milioni di carte contabili vi sono accennati in via approssimativa e di semplice presunzione.

Ma vi è ancora un'altra differenza: uno di questi prospetti si riferisce al mese di ottobre 1869 e l'altro al mese di aprile 1870. Però la vera e importante distinzione consiste in ciò, che il calcolo fatto dalla Direzione delle dirette si riferisce alle quote maturate a tutto ottobre, mentre invece il conto del direttore del Tesoro non si riferisce alle quote maturate, ma alle bilanciate. Mi spiegherò più chiaramente. Il conto che il direttore del Tesoro ci ha presentato calcola a debito tutto l'importare dell'imposta fondiaria 1870, quantunque non maturata. Ora tutti sanno che nell'anno stesso non si matura l'imposta che in parte. Vi sono le tolleranze, vi sono alcune regioni in cui la si paga soltanto nei primi mesi dell'anno successivo.

Ora il conto che fa il direttore del Tesoro significa che alla fine del 1870 ci saranno 138 milioni da incassare.

Parte di questi non saranno maturati né scaduti, ma siccome si riferiscono al bilancio del 1870, sebbene non sieno ancora maturati, e perciò

non sieno veri arretrati, egli deve calcolarli, in confronto al bilancio medesimo, come residui attivi.

La vera differenza adunque consiste essenzialmente in questo, che mentre si vogliono dalla Commissione del bilancio considerare come incassati (in confronto ai 352 milioni dei residui inesigibili nel 1870), non solamente i 50 milioni che io ho già detratti nel mio calcolo, ma 75 e più (i quali forse s'incasseranno in fatto, perché nei primi mesi del 1870 si realizzano molti arretrati del 1869), non si vuole poi fare lo stesso pel 1870, e si pretenderebbe che dentro il dicembre 1870 fossero versate nel Tesoro tutte le imposte dovute pel 1870 benché non maturate, senza calcolare che lo stesso fenomeno g gli stessi fatti si ripetono anche nel 1871.: E ciò è tanto più da osservarsi perché la Commissione del bilancio, per quanto si riferisce al macinato, ha tenuto un sistema diverso, ed ha fatto precisamente quello che, secondo me, doveva essere fatto anche per le imposte dirette.

Io non faccio nessuna osservazione intorno ai 40 milioni che la Commissione del bilancio si limita a detrarre da tutte le complessive entrate del 1870, poiché dice che in ciò è d'accordo col ministro; e siccome io non dubito punto di ciò che asserisce la Commissione medesima, non posso altro che dire che il ministro è molto roseo nella sua previsione, e sarò ben lieto se il fatto sarà per corrispondere alla sua aspettazione. Ma io credo realmente che i 40 milioni sono insufficienti, e se non temessi di annoiare la Camera, potrei provare come gli arretrati importeranno una somma molto maggiore.

Per esempio, io calcolo che i soli concorsi e i rimborsi lascieranno un arretrato di 10 milioni e mezzo, le manimorte di 1,800,000 e non di 800,000; le entrate straordinarie, di 5,900,000 e non di 4,000,000; i servizi diversi di 2,900,000 e non di 1,500,000; il dazioconsumo lascierà un arretrato di ben più che 4 milioni: e le rendite demaniali di 4 milioni e mezzo, mentre l'arretrato non è previsto che nella somma di.3 milioni 300 mila, e così via dicendo.

Secondo la Commissione del bilancio il ministro avrebbe inoltre dichiarato che la somma di 352 milioni di residui attivi, si ridurrà al primo gennaio 1871 a soli 252 milioni, cioè diminuirà di 93 milioni, mentre io pensava che sarebbe diminuita soltanto di cinquanta.

Io non so come sia fondato questo calcolo: torno a dire che se gli onorevoli nostri colleghi della Commissione del bilancio ritengono questo, in base alle dichiarazioni del ministro, allora dovrò concludere che gli arretrati del 1870, per le ragioni che ho le tante volte dette, aumenteranno analogamente. Incassare moltissimi arretrati e nello stesso tempo tutta la imposta, corrente, è assolutamente impossibile.

Vi è un'altra divergenza intorno ai bisogni di cassa, che noi calcoliamo in 65 milioni, mentre essi li riducono a 50, ed io credo che, avendo molta cura,

3430 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

e profittando pel trasporto di fondi delle succursali delle varie Banche, si possa in alcuni momenti, senza danno del servizio, limitare la scorta a 50 milioni; ma, siccome in molte altre epoche ne occorrono 65, dobbiamo tenere a calcolo la somma massima, che d'altronde non corrisponde neppure ad un milione per provincia.

Faccio osservare che tante volte ci sono nelle casse delle somme in oro, e queste non si devono vendere, perché occorrono allo Stato per i suoi pagamenti. Se egli vendesse l'oro alla Borsa per poi andarlo a ricomprare, farebbe una cosa molto dannosa all'erario e non degna di approvazione.

Dunque bisogna, a mano a mano che si riceve oro in pagamenti di dazi, tenerlo fermo fino a quel giorno in cui si deve spendere.

Ora, egli è evidente che, durante tutto quel tempo in cui l'oro resta nelle casse, si deve calcolare giacente in tesoreria una somma maggiore. E lo stesso si dica dell'argento.

Vi sono poi tanti altri motivi, che è più facile indovinare che dire, pei quali occorre avere pronta una scorta maggiore.

Di più, come ho già notato, la Commissione del bilancio non calcola alcuna spesa straordinaria, e questa è una vera imprevidenza, imperocché una circostanza urgente può sempre rendere necessaria una spesa maggiore. L'incarimento dei viveri e dei foraggi può aumentare il dispendio per le truppe e per le carceri; lo straripamento di un fiume, l'aumento del brigantaggio, tante circostanze insomma possono verificarsi che impongano una spesa straordinaria.

E finalmente bisogna aggiungere che i 300 milioni di Buoni che noi credevamo difficile, un mese fa, di tenere in circolazione, è tanto più evidente chi non ci potranno restare a patti convenienti dopo che l'Europa è in istatò di guerra.

La Commissione del bilancio può, è vero, dire al ministro: se non potete scontare l'intiera somma di 300 milioni, diteci di quanto volete diminuirla, e noi provvederemo. Ma egli è più che certo che sarebbe grandissima imprudenza il contare sopra una così grande emissione. E ciò io dico tanto più inquantoché noi abbiamo consumata l'ultima nostra riserva. Il ministro ha scontato, non solo i 300 milioni, ma ancora i 32 milioni che può chiedere alla Banca Nazionale.

Io comprendo che al ministro convenga moltissimo di pagare il 3 per cento d'interesse invece che il 5 od il 6; ma quella è una riserva che non dovrebbe essere toccata. Tutti i Governi del mondo hanno sempre avuto la precauzione di tenere in serbo qualche somma disponibile pei momenti difficili.

Ora, qual santo può chiamare in aiuto il ministro dello finanze in un bisogno istantaneo, quando chiusa perfino la porta della Banca perché

ha già disposto anche di quella somma? Quale risorsa gli resta? Gli restano soltanto i cinque milioni che]può domandare alla Banca Nazionale Toscana, e che fece molto bene a non chiedere per non mettere in angustia uno stabilimento tanto rispettabile e necessario pel vantaggio del commercio e dell'agricoltura di queste provincie.

Ora, dobbiamo noi lasciare l'erario in queste miserrime condizioni?

Io non so come voterà l'Opposizione; ma io dico che, se votasse a favore della Commissione del bilancio e diminuisse le somme che il Ministero ci domanda, se mai essa arrivasse al potere, potrebbe essere molto crudelmente punita del suo voto, ed io che concepisco l'opposizione solamente all'uso inglese, io, che appartengo al partito governativoliberale, vi dichiaro che, se anche fossi sicuro che un partito contrario al mio andasse al Governo, io ugualmente vi consiglierei di dargli i mezzi necessari, perché prima di tutto bisogna provvedere a che non manchino i mezzi pel servizio pubblico.

Finalmente quando parlo di 182 milioni, io vi parlo dei bisogni di quindici giorni fa; oggi si dovrebbe tenere un linguaggio assai diverso, perché se allora bastavano 182 milioni, oggi certamente non sarebbero sufficienti; ma non spetta a me di fare proposte delle quali l'iniziativa deve partire soltanto dal Ministero.

Io ho detto sempre che i 182 milioni erano pochi, oggi dico che sono pochissimi. Ma noi ci siamo limitati a domandare questa somma, non già perché non fosse evidentemente scarsa al bisogno, ma perché se io sono dispostissimo a dare il mio voto a favore di quelle ferrovie che debbono arricchire provincie che a noi sono carissime e che hanno così urgente bisogno di questi mezzi di comunicazione; io non credo però che tutta la somma di 32 milioni sarebbe spesa quest'anno, e di più io credo che una parte delle spese del 1870, come già fu notato dalla Commissione, non si esborserà materialmente che nel 1871.

Io mi riservo di dare qualche altra spiegazione se sarà necessaria; per ora non abuserò più a lungo della pazienza della Camera. (Bravo.')

MEZZANOTTE, relatore. Quanto a me, mi atterrò ad un sistema affatto diverso da quello seguito dall'onorevole mio amico personale Maurogonato.

L'onorevole ministro delle finanze esponeva nel 10 marzo di quest'anno la situazione del Tesoro. Egli diceva che, eliminando dal conto i debiti che non dovevano prontamente soddisfarsi, come i Buoni del Tesoro, i mutui con la Banca ed il conto corrente con L stessa, si verificava un supero di 343 milioni, e rinviava per maggiori schiarimenti alla pagina 96 della situazione del Tesoro.

Infatti a quella pagina si riscontra appunto il supero di 343 milioni, nel qua! supero si comprendono 124 milioni di numerario e in biglietti di Banca, ogni qual volta però, secondo il sistema dell'onorevole ministro,

3431 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

si eliminino i Buoni del Tesoro, i mutui con la Banca ed il conto corrente con la stessa. Sopra di ciò non ci è stata mai, né ci poteva essere divergenza.

Ma l'onorevole ministro delle finanze osservò che esigevano ci editi per 352 milioni, i quali, a suo avviso, erano inesigibili nel 1870. Contrapponendo poi quella inesigibilità a quel supero, ne faceva derivare una deficienza di 9 milioni, e per conseguenza quel supero si dileguava.

Non basta; alla deficienza dei 9 milioni ne aggiungeva un'altra ili 3 milioni e mezzo, poc'anzi ricordata dall'onorevole Maurogonato, cioè 1 milione e mezzo per maggiori spese, e due milioni per differenza in meno nella valutazione dello stock dei tabacchi. Quindi, secondo l'opinione del ministro, non solo da quel supero di 343 milioni non si poteva trarre risorsa alcuna pel 1870, ma bisognava destinare una somma di 12 milioni e mezzo, affinché le attività del 1869 pareggiassero le passività dell'anno medesimo.

D'altra parte l'onorevole ministro annunciò un credito di 35 milioni, che si componevano di 12 milioni, saldo del conto corrente con la Banca, e 23 milioni ammontare del secondo semestre della ricchezza mobile del 1870, che non figurava né nella situazione del Tesoro, né nel bilancio attivo,. Deducendo i 1 2 milioni e mezzo destinati a pareggiare il servizio del 1869, rimanevano disponibili 22 milioni e mezzo. Ed infatti, l'onorevole ministro domandava pel 1870, 161 milioni, presunto disavanzo del 1870, e 65 milioni pel fondo di cassa, in tutto 226 milioni. Ne deduceva quella somma che gli rimaneva disponibile di 22 milioni e mezzo, e stabiliva il fabbisogno in lire 202 milioni.

Dunque, riassumendo, l'onorevole ministro delle finanze credeva non solo di non potere trarre alcuna risorsa dal supero di 343 milioni, ma faceva sorgere la necessità di distrarre dal 1870, 12 milioni e mezzo per sopperire ai bisogni del 1869.

Parve alla Commissione del bilancio che non solo i 35 milioni non dovessero rimanere diminuiti, ma che da quel supero di 343 milioni si potesse avere una somma disponibile, di 105 milioni.

Per qual modo la Commissione generale del bilancio, concluse che, dai fondi provenienti dai passati esercizi, il ministro delle finanze non di 22 milioni e mezzo ma potesse disporre di ben 140 milioni.

Mi dispenso dal dirvi ciò che avete udito dall'onorevole Maurogonato.

Egli vi ha già detto come il direttore del tesoro nel 15 maggio ultimo presentò un'altra relazione, naturalmente la commissione generale del bilancio la prese in esame, per vedere se dovesse modificare le sue precedenti conclusioni. Ora dopo uno studio coscienzioso si avvide che non solamente rimanevano confermate le primitive conclusioni, ma, che, invece di 140 milioni, la disponibilità dei fondi provenienti dal 1869 e retro, ascendeva alla cifra di 159 milioni.

La Commissione generale del bilancio, prima di deliberare definitivamente, volle che tre suoi delegati si mettessero in diretta comunicazione coll'onorevole ministro delle finanze. Si ebbero molte e lunghe conferenze, l'accordo fu stabilito sopra parecchi punti, siccome esporrò alla Camera.

Si volle innanzitutto accertare quali fossero i fondi provenienti dal 1869 e retro, che si trovassero esistenti sino alla liuti di maggio del 1870, tenendo presente i prospetti di 5 mesi di gestione del 1870, da gennaio a tutto maggio. Si rilevò che la sera del 31 dicembre 1869 esisteva un fondo di cassa di 141 milioni, composto ii 17 milioni di 13 noni disponibili, di 124 milioni di numerario e di biglietti di Banca.

Ora, che cosa era avvenuto durante questi cinque mesi? Per conto del 1869, si erano pagati 175 milioni, e per conto dello stesso anno s'erano riscossi 171 milioni. Così fra le somme riscosse e le somme pagate, tutto relative al 1869, rimanevano solo tre milioni di differenza. Che fecero i delegati della Commissione generale del bilancio?

Non tennero conto delle disponibilità di 17 milioni di Buoni del Tesoro, che si sarebbero ridotti a 14 per coprire l'anzidetta deficienza di 3 milioni; e valutò soltanto il numerario ed i biglietti di Banca esistenti !! Ile casse dello Stato, alla fine di maggio 1870, provenienti dai fondi del 1869 e retro. A questa somma di 124 milioni s'aggiunsero i 12 milioni di saldo della Banca Nazionale, ed i 23 milioni del secondo semestre della ricchezza mobile del 1870, e ne risultò alla fine di maggio, non solo la esistenza, ma ancora la disponibilità di 159 milioni. La cosa era evidente, o materialmente constatata, quindi non ci poteva essere, né ci fu dubbio, per parte di nessuno. Una tale situazione di cassa fu accettato dall'onorevole ministro delle finanze, e solito ora con piacere che l'accatta ancora il mio amico personale, onorevole Maurogonato.

Stabilito questo primo punto, l'onorevole ministro delle finanze disse che egli non credeva di poter riscuotere tutte le entrate del 1870, e che, quindi avrebbe avuto bisogno di un fiondo speciale, affinché al 31 dicembre del 1870 si trovassero incassate tutte le somme, nel bilancio attivo.

Noi dovremo fare un lungo lavoro sul bilancio, partita per partita, e consentimmo a tutte le domande dell'onorevole ministro dello finanze. La si eleva a 40 milioni; in essa si comprendono 21 milioni pel macinato. Il 1869 lasciava per codesta tassa un arretrato do 5 milioni. Nel bilancio attivo si prevedeva un'entrata di 40 milioni. Ne consegue che nel 1870 si dovevano riscuotere 45 milioni.

Ma disgraziatamente dai prospetti che ci furono presentati, noi dovremmo convincerci che non si potevano riscuotere più di due milioni al mese, lordi di spese; quindi non si poteva sperare di ottenere una somma maggiora di 24 milioni durante il 1870.

3432 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Fummo perciò obbligati di consentire al ministro delle finanze un fondo speciale di 21 milioni per sopperire a questa deficienza di entrata.

Continuando in tale lavoro, ed esaminando le entrate partita per partita, si giunse a 40 milioni di deficienza.

Dunque rimane fermo che, mentre si ha alla fine di maggio un fondo disponibile di 159 milioni, oltre 14 milioni di disponibilità di Buoni del Tesoro, tutti provenienti dai passati esercizi; dall'altra parte, laddove la Camera consenta a quello che la Commissione del bilancio propone, ossia se aderisce alla richiesta del ministro, di concedere un fondo speciale di 40 milioni per sopperire alle deficienze del 1870, non vi può esser dubbio che alla fine di dicembre del 1870 entrerà nelle casse l'intero ammontare del bilancio attivo; poiché di esso l'onorevole ministro delle finanze ci ha dichiarato, che soli 40 milioni non avrebbe riscossi, somma che gli abbiamo conceduta.

Dopo ciò venne la questione degli arretrati relativi alle imposte dirette.

Avevamo dinanzi a noi le precedenti dichiarazioni dell'onorevole ministro delle finanze, le quali ci assicuravano che, anche nella passata amministrazione, la riscossione degli arretrati degli esercizi passati aveva compensata la deficienza prodotta dagli arretrati dell'esercizio corrente, con un vantaggio di un milione. Ebbene se questo si ora ottenuto quando non esistevano i ruoli, quando non erano impiantate le intendenze in tutte le provincie del regno, attualmente la Camera ha diritto di esigere dal Governo un vantaggio maggiore di un milione, ottenuto nel 1869.

Oltre queste dichiarazioni, avevamo le altre della tesoreria generale, che si leggono nell'appendice alla relazione della Commissione dei Quattordici.

Il direttore della Tesoreria distingue le imposte dirette in due categorie: nella prima comprende soltanto la ricchezza mobile, nella seconda tutte le altre imposte dirette. Quanto alla ricchezza mobile, quale è la somma che devesi riscuotere? 68 milioni, che si compongono di 45 milioni risultanti dai ruoli e di 23 milioni pel secondo semestre della ricchezza mobile del 1869; perciò in tutto 68 milioni.

Che cosa diceva il direttore del Tesoro? Egli assicurava che nel primo trimestre del 1870 si erano riscosse lire 16,400,000, e che negli altri nove mesi si sarebbero riscossi altri 60 milioni. Si avrebbero dunque 76 milioni confessati dal direttore del Tesoro. Ora, la somma prevista è di 68 milioni; dunque la cassa avrà un vantaggio di 8 milioni. Quanto alle altre imposte dirette lo stesso direttore prevede una riscossione di tre milioni di più delle somme previste. Vede dunque la Camera che, secondo le previsioni del direttore del Tesoro, non solamente non vi sarà danno alla cassa per deficienza delle imposte dirette, ma si otterrà un vantaggio di 11 milioni, otto per la ricchezza mobile, tre per le altre imposte dirette.

La Commissione, ritenendo le previsioni del direttore del Tesoro per la ricchezza mobile, si è creduta in diritto di domandare per le altre imposte dirette non tre, ma dieci milioni di supero.

L'onorevole ministro delle finanze ci dichiarò che egli non voleva aderire alle previsioni del direttore del Tesoro, e per conseguenza neppure a quelle della Commissione generale del bilancio; ma riteneva che si sarebbe riscossa nel 1870 una somma eguale a quella prevista, vale a dire, che tra gli arretrati passati e quello che si riscuoterà per l'anno corrente, si otterrà la somma prevista in bilancio, così per la ricchezza mobile, come per le altre imposte dirette.

Voi vedete bene, o signori, che per ciò che riguarda le imposte dirette, non solo non avete nulla a temere per la cassa, ma fondatamente potete sperare un aumento, secondo il direttore del Tesoro, di 11 milioni, secondo la Commissione generale del bilancio, di 18 milioni.

Quanto al fondo di cassa abbiamo dato 40 milioni per sopperire alla deficienza del 1870; dieci milioni per ritirare il bronzo esuberante, di cui parlava l'onorevole Maurogonato; e 50 milioni ancora, in tutto cento milioni.

Credo che la Commissione sia stata generosa.

Quando l'onorevole ministro nel 10 marzo domandava 65 milioni, esisteva tanto il bronzo superfluo, quanto l'eventualità del ritardo delle entrate del 1870.

A questi due bisogni egli suppliva con 65 milioni. Noi, invece di 65 ne diamo cento.

Ed ora riassumiamo la cifra.

Il disavanzo del 1870, dopo la votazione del bilancio è stato determinato nella somma di 147 milioni; il fondo di cassa è stato elevato a 100 milioni invece di 65; dunque si concedono al Governo 247 milioni.

Deducendo da questa cifra i non più disputabili 159 milioni, non si deve provvedere che a soli 88 milioni, oltre la disponibilità dell'anzidetta somma di 14 milioni di Buoni del Tesoro, ed il supero delle imposte dirette di 11 milioni o di 18 milioni, secondo che vorrete attenervi, al direttore del Tesoro, ovvero alla Commissione generale del bilancio.

Ed ora ho debito di rispondere all'onorevole Maurogonato, relativamente al pagamento del semestre che scade al 1° luglio 1870. Mi permetta che gli dica che egli erra nei suoi conti.

Ieri sera fu pubblicata la situazione del Tesoro al 30 giugno. Non siamo più agli apprezzamenti, siamo ai fatti compiuti.

Ebbene quale è il fondo di cassa? 185 milioni. Come si compongono? Di 58,642,000 lire di Buoni del Tesoro disponibile, e di 126 milioni in numerario e biglietti di Banca.

3433 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

Voi vedete, o signori, che l'onorevole ministro delle finanze ha proceduto in modo da meritare l'elogio della Camera perché avendo una somma così esorbitante nella cassa ha ritirato i Buoni del Tesoro, e quanti ne ha ritirati? Presso a poco tanti quanti equivalgono alla somma data dagli istituti di credito; cosicché questi interessi che esso era obbligato di pagare agli istituti di credito, li avremo risparmiati colla diminuzione della circolazione dei Buoni del Tesoro; locché vi prova che se invece di ritirare dalla circolazione i Buoni del Tesoro vi si fossero mantenuti come diceva l'onorevole ministro delle finanze, quando faceva la sua esposizione finanziaria, al 1° luglio non avremmo avuto bisogno di fare l'operazione cogli istituti di credito; e tanto meno si poteva dire alla Camera che se non si fosse urgentemente provveduto, se non si fossero ottenuti i 122 milioni dalla Banca, se non si fosse data la facoltà di emettere 80 milioni di consolidato, non si sarebbero pagati gli interessi al 1° luglio.

Signori, noi abbiamo ancora delle confessioni preziose della Commissione dei Quattordici e dell'onorevole ministro delle finanze.

La Camera rammenta che l'onorevole ministro delle finanze, credendo disponibili soltanto 22 milioni e mezzo, riduceva il fabbisogno da 226 a 202 milioni. Posteriormente ne aggiunse 32 per le convenzioni ferroviarie, cosicché il bisogno, secondo le primitive idee dell'onorevole ministro delle finanze, si sarebbe elevato a 234 milioni. Si contentò di 182 milioni,'dopo i lavori della Commissione generale del bilancio, perché la Commissione del bilancio trattò della situazione del Tesoro in presenza dei colleghi che facevano anche parte della Commissione dei Quattordici. La relazione fu presentata alla fine di aprile, e la discussione avvenne il 4 maggio, mentre la Commissione dei Quattordici diede più tardi la sua relazione, la quale non fu distribuita che nel 15 di maggio.

CHIAVES. La relazione fu presentata il 2 maggio.

MEZZANOTTE, relatore. Il 2 maggio, e distribuita il 15 di maggio, e la discussione innanzi alla Commissione generale del bilancio fu fatta non ricordo bene se il 25 o il 26 di aprile, cosicché la cosa era a notizia degli onorevoli colleghi...

MINISTRO PER LE FINANZE. Ma non alla mia. Io non ebbi l'onore di esser chiamato dalla Commissione del bilancio.

MEZZANOTTE, relatore. Io non reclamo questo come una gloria per la Commissione generale del bilancio Constato un fatto; che dall'aprile al maggio avete una diminuzione di 52 milioni; perché l'ho già detto si domandavano 202 milioni; si aggiungevano 32 milioni per le ferrovie, in tutto 234 milioni; si rimase soddisfatti di 182 milioni; dunque il fabbisogno scemava di 52 milioni.

L'altra confessione dell'onorevole ministro delle finanze è la seguente. Abbiamo detto che egli prevedeva un bisogno di cassa di 226 milioni. Che aggiunge a queste domande? 10 milioni pel ritiro del bronzo; 40 milioni per le deficienze del 1870; 32 milioni per le ferrovie. Aggiunge dunque 82 milioni. Il suo fabbisogno dovrebbe essere per ciò di 308 milioni, e si contenta di 182! D'onde trae gli altri 126 milioni?

Non mi resta che un'ultima parte, ed è questa. Oltre le cose concordate, e che risultano da fatti (qui non sono apprezzamenti, sono fatti) resta un apprezzamento.

Si dice: non tutte le passività si estinguono durante l'anno solare; molte di esse si tramandano all'anno seguente. In conseguenza molte passività del 1869 vennero in pagamento nel 1870.

E si dice bene: quanto al primo semestre lo abbiamo esaurito. Vi ho mostrato i conti; avete veduto che non rimaneva che il disavanzo di soli 3 milioni, e che i 17 milioni di disponibilità dei Buoni del Tesoro si riducevano a 14 milioni di cui neppure si è poi tenuto conto. Dunque, pel primo semestre, questa paura degli arretrati era un'ombra, non già uva cosa salda, per servirmi della espressione dell'onorevole Maurogonato.

Andiamo al secondo semestre. È naturale, nel secondo semestre si possono verificare dei pagamenti relativi agli esercizi precedenti; ma questi pagamenti non possono essere di grande importanza.

La Camera sa che il debito pubblico è pagato, che gli stipendi sono pagati, che l'esercito, è stato mantenuto, infine che tutto è stato pagato, eccetto talune partite, ritardate, per liquidazione o per contestazioni; ma questo avviene in tutti i bilanci.

Ma por la stessa ragione vi saranno le passività del 1870 che si tramandano agli esercizi consecutivi, quindi, non solo avrete un compenso, ma un vantaggio. E badate, signori, che quando abbiamo dato un fondo speciale di 40 milioni, voi dovete supporre che al 31 dicembre esistono in cassa le somme necessarie per pagare tutte le passività del 1870: e quindi voi troverete un'esuberanza di cassa equivalente alla passività che il 1870 tramanda agli esercizi successivi.

In presenza di questi fatti, e quando abbandoniamo ancora 32 milioni per disponibilità di Buoni e per supero delle imposte dirette; quando ad un semestre si contrappone la massa delle passività che l'intero anno 1870 tramanderà agli anni successivi, niun dubbio può rimanere anche a questo riguardo.

Ora parmi che la materia sia esaurita: noi non possiamo dubitare della esistenza e la disponibilità di 159 milioni tramandati dall'esercizio 1869 all'esercizio 1870. Non possiamo dubitare di avere sopperito alla deficienza

3434 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

del 1870 con un fondo speciale di 40 milioni: non possiamo dubitare che nessun danno possa risentire la cassa per gli arretrati delle imposte dirette, le quali invece, secondo il direttore del Tesoro, daranno un vantaggio di II milioni,"secondo la Commissione generale del bilancio di 18.

Un'ultima osservazione ed ho finito. Laddove per le mutate circostanze il ministro delle finanze credesse pericoloso tenere 300 milioni di Buoni del Tesoro in circolazione, la Camera, se lo crede, applichi i fondi esuberanti a quel fine; ma rimanga giustificata la Commissione del bilancio innanzi alla pubblica opinione, che si è cercato di fuorviare con voci sparse da una certa, stampa, la quale ha dimostrato quanto fosse grande ed incurabile la sua ignoranza...

Voci a sinistra. Benissimo!

MEZZANOTTE, relatore. Io desidero che la Camera ed il paese riconoscano che i lavori della Commissione del bilancio esprimevano il vero. Disponga la Camera dei fondi come crede. Ne può disporre, perché li ha.

Una voce al centro. Bravo!


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[Intervento di Sella, ministro per le finanze]

SELLA, ministro per le finanze. Signori, io credo che ben raramente sia avvenuto ad un ministro di veder travisare, le sue parole come a me è successo per parte della Commissione del bilancio. Quindi la Camera capirà che io debbo rettificare i suoi calcoli o per lo meno esporre le cose anche dal mio punto di vista.

Nella mia esposizione finanziaria del 10 marzo io, partendo della situazione del Tesoro, dove sono indicate a pagine 96 e 97 tutte le attività e le passività, e comprendendo anche i 124 milioni di numerario e biglietti di Banca che esistevano in cassa, prendendo la differenza frala colonna di sinistra che ci da le attività e la colonna di destra che ci da le passività, io ho trovata la differenza in 350 milioni di residui passivi come risultato delle attività e passività dell'esercizio 1869.

Poi, siccome mio compito era quello di provvedere ai bisogni del 1870, io ho aggiunto a questa differenza tra il passivo e l'attivo il disavanzo del 1870 che allora si presentava di 161 milioni. Trascurando piccole somme, di cui non occorro parlare, ho portato in attività 23 milioni del semestre della ricchezza mobile di cui non era ancora ordinata la riscossione, e che non figurano né nella situazione del Tesoro né nel bilancio del 1870, perché si riferivano al secondo semestre del 1869, e giunsi così ad un disavanzo totale, mettendo insieme il 1869 ed il 1870 di 486 milioni.

Io osservai però che 710 milioni non erano a pagarsi e che vi sarebbe invece un residuo attivo. Ma notai 352 milioni che non sarebbero venuti a pagamento, ed in questi 352 milioni (ed è qui l'equivoco) vi sono degli arretrati relativi al 1869 e dogli arretrati relativi al 1870.

Possiamo qui ripetere quello che abbiamo già detto. L'onorevole Mezzanotte mi citerà l'intestazione del quadro, ma io prendo il complesso di tutta l'esposizione.

Per esempio, quando egli troverà indicati dieci milioni di arretrati sul macinato, io domando se possa venire in capo ad alcuno che questi arretrati si riferiscano al 1869, mentre quando io faceva l'esposizione finanziaria non ci erano pia che tre milioni da pagare per quell'esercizio.

1138 milioni di cui parlava per le tasse dirette, non si potevano riferire al 1869, poiché erano il complesso dell'arretrato delle tasse dirette al fine del 1870.

Io adunque metteva assieme il 1869 e 1870, indicando in 352 milioni una somma che non figurava nell'attivo del 1869. (Interruzione del deputato Mezzanotte)

L'onorevole Mezzanotte mi deve concedere che avendo fatto io l'esposizione finanziaria sia io a spiegare come l'ho intesa. Sono qui vivo; mi lasci dire quello che ho inteso, non traviso le mie parole.

MEZZANOTTE, relatore. Domando la parola per un fatto personale.

MINISTRO PER LE FINANZE. Il complesso della situazione era per me il seguente:

Ai 355 milioni che sono la differenza tra il passivo e l'attivo risultante dal 1869 e retro aggiungevo 161 milioni disavanzo del 1870, 3 milioni e mezzo per differenza sullo stock dei tabacchi, e maggiori spese, indi toglievo 23 milioni pel secondo semestre 1869 della ricchezza mobile, ed avevo una somma di 496 milioni, vero disavanzo del 1870, 1869 e retro.

Da questa somma di 496 milioni deducevo 710 milioni di passività non rimborsabili, perché corrispondenti al debito colla Banca ed ai Buoni delTesoro; vi aggiungevo 352 milioni come attività del 1869 e del 1870 che presumevo non venissero in riscossione nel 1870, vi aggiungevo 65 milioni necessari pel fondo permanente di cassa, ed arrivavo così ad una deficienza di 200 milioni da provvedersi per il servizio del 1870. Io prego la Camera di considerare non questa o quella parola meno conseguente che possa essere o nell'intestazione di un quadro, di cui io non potevo vedere le bozze, ma di prendere la mia esposizione nel suo essenziale e vero spirito.

VALERIO. Lo spirito? Ma come si fa a travisare lo spirito che non ha forma? .

MEZZANOTTE, relatore. Se permette, darò un chiarimento.

Queste sono le parole dell'onorevole finanze, il prospetto è intitolato cosi «Partite attive della situazione del Tesoro, che probabilmente non verranno in riscossione nel 1870». e la situazione del Tesoro, voi sapete, e del 1869, anzi della fine di settembre 1869. Ma questo non basta, egli l'onorevole ministro si esprimeva in questo modo:

3435 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

«Insomma se voi mettete insieme tutte queste partite, che potette vedere nelle varie pubblicazioni che ho avuto l'onore di presentare, senza che io vi stia qui ad infastidire con una enumerazione di cifre alquanto lunga, voi troverete una somma di circa 352 milioni, la quale figura nei residui attivi, ma che non sua riscossa.»

Vedete che parlava di quel che figurava nei residui attivi del 1869. Se l'onorevole ministro aveva altre cose in niente non lo so; ma non deve dire che io abbia travisate le sue parole.

VALERIO. La Commissione non ha travisato niente.

MINISTRO PER LE FINANZE. Non dico le parole, lo spirito.

VALERIO. Travisare lo spirito è un po' difficile, perché non ha forme.

MINISTRO PER LE FINANZE. Sono dolente di avere uno spirito che non abbia forma. Ma in sostanza io dico che dei 124 milioni che erano in cassa, io ho tenuto perfettamente conto nella mia esposizione finanziaria. Se non ne avessi tenuto conto, il fabbisogno sarebbe stato di 324 non di 200 milioni.

Io comprendo che voi mi diciate che ho calcolato in una somma troppo elevata la parte di questi residui attivi che io supponevo non venissero in esazione nel 1870 j ini potete (ed è soprattutto questo che mi dovreste diro) osservare che io non ho portato in conto delle passività che non vengono in pagamento nel 1870 perché il conto evidentemente bisogna farlo complessivo.

Ecco il problema che potrebbe porsi, e che spero verrà sempre sciolto completamente quando sia applicata in tutta la sua estensione la legge nuova di con labilità.

Noi dovremo dire: l'entrata complessiva è di tanto; la spesa per tutti i titoli, sia riferibilmente all'esercizio in corso, sia riguardo agli esercizi precedenti è di tanto; dunque per il servizio di cassa occorre una somma di tanto.

Era in questo senso che io metteva la questione. Ora, comi, mi si può dire che non ho tenuto conto, che ho dimenticato...

MEZZANOTTE, relatore. Ma no. Chi lo ha detto?

MINISTRO PER LE FINANZE. Si è detto che il ministro nella sua esposizione finanziaria non teneva conto che di soli 35 milioni, dimenticando 124 milioni che aveva in numerario e in biglietti di Banca.

Io davvero non capisco più nulla. (Interruzioni dal banco della Commissione e rumori a sinistra)

L'onorevole Mezzanotte si lagna di una certa stampa, mi lasci anche alla mia volta parlare di un'altra stampa.

Si è detto (e panni che qualcheduno l'abbia ripetuto anche qui) che l'amministrazione non aveva veduto i 140 o 159 milioni; si lanciarono molte altre diatribe, molte asserzioni che è bene il tacere.

Una voce dotta sinistra. Se è vero...

MINISTRO PER LE FINANZE. (Con forza) Non sono vere, sono assolutamente contrarie alla verità. Capisco che io possa sbagliare nei miei apprezzamenti intorno alle somme che si possano avere da' residui attivi e dalle entrate correnti, od intorno alle somme di residui passivi che debbono entrare in pagamento, ma che si siano dimenticati, che non si sia tenuto conto di 140 o 159 milioni, perdonatemi l'espressione, ma ciò è assolutamente contrariò al vero. (Interruzioni a sinistra)

Permettete, signori: su questo punto sono obbligato a difendermi, imperocché, pel decoro della stessa amministrazione che dirige, un ministro di finanze non può lasciare che si sospetti essersi potuto commettere sì strane dimenticanze.

Ma c'è di più: allorquando £re membri della Commissione del bilancio mi fecero l'onore, dietro mia preghiera, di venire al Ministero per vedere se potevamo spiegarci ed intenderci intorno a questa materia, confesso ch'io era stato alquanto sorpreso che la Commissione generale del bilancio non m'avesse interpellato in proposito.

Ho sempre visto che le Commissioni, quando vogliono rendersi conto di qualche fatto relativo all'amministrazione, sopratutto se si tratta di contabilità, chiamano il ministro noi loro seno per avere spiegazioni. Ebbene, in questa circostanza io non venni chiamato. Ho ricevuto come una bomba la relazione in cui mi parve di vedermi accusato d'aver dimenticato i 140 milioni. Ciò malgrado, credendo che fosse per lo meglio di vedere se potevamo spiegarci sopra questo argomento, pregai i tre degnissimi nostri colleghi che facevan parte della Commissione del bilancio di venire al Ministero.

Essi allora posero la questione in questi termini, dicendo: voi la sera del 31 dicembre 1869 avevate 124 milioni in cassa. Sicuro, rispondeva io. Dunque riconoscete che vi sono questi 124 milioni? Sì, erano in cassa. Proseguimmo insieme gli studi, ed un bel giorno mi vidi innanzi un periodo di questa relazione che dice così:

«Sicché non furono valutati che solo 35 milioni, e soltanto dopo le ultime conferenze con l'onorevole ministro delle finanze si riconobbe che a quella somma dovevansi aggiungere 124 milioni in numerario e biglietti di Banca, di cui (qui torna da capo l'accusa) egli non aveva tenuto conto nella sua esposizione finanziaria, come neppure la Commissione dei Quattordici nei suoi rilievi.»

Si può fare adesso la questione degli arretrati del 1869 e retro che ho discussa con quei tre membri della Commissione del bilancio.

La sera del 31 dicembre 1869 erano in cassa, nessuno lo contesta, 17 milioni di Buoni del Tesoro; però erano da pagarsi tutti i residui passivi, ed erano da riscuotersi tutti i residui attivi.

3436 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

L'onorevole Mezzanotte ha citato un quadro che io aveva fatto preparare per quella circostanza, nel quale si vede che durante i primi cinque mesi del 1870 entrarono in riscossione., se non erro, 171 milioni, e bi ebbero a pagare per residui passivi 174 milioni; per la qual cosa i pagamenti non avrebbero superato le riscossioni che di 3 milioni circa. Ma ricorda l'onorevole Mezzanotte l'osservazione che io gli faceva, cioè, che i residui passivi portati in quel quadro, come vuole la legge di contabilità, erano stati alleggeriti di 32 milioni che da quel conto si portano nel conto del 1870?

Bisogna sapere che, a termini delle nostre leggi di contabilità, le spese straordinarie, che si ripartiscono in più esercizi per quella parte che al 31 dicembre non è spesa, si riportano per conto dell'esercizio successivo.

Speriamo che nell'anno prossimo avremo un solo esercizio, ma oggi, come vedete, abbiamo due esercizi in corso; esercizio 1869 e retro, esercizio 1870. In guisa che, essendo obbligati ad avere due copie di libri, si tolgono quelle partite dal libro 1869 e si portano al libro intitolato esercizio 1870. Laonde, quelle passività di cui parlava l'onorevole Mezzanotte si trovano alleggerite di questi 32 milioni passati a carico dell'esercizio 1870.

Io osservava ancora a quei tre commissari del bilancio che nei residui attivi del 1869 e retro ve ne erano taluni che non sono straordinari, ma che in realtà sono resti di operazioni di credito.

Per esempio, sono venuti in cassa 5 milioni per il residuo di pagamento dello stock dei tabacchi per operazioni di credito fatte colla Regia dal mio onorevole predecessore; ed inoltre due milioni e mezzo per operazioni fatte ancora dal mio onorevole predecessore intorno alle obbligazioni ecclesiastiche, residui tutti di cui più nulla si troverà negli altri mesi dell'anno, imperocché sono pure e genuine operazioni di credito.

Ebbene, se voi tenete conto dei tre milioni, di cui malgrado questi pagamenti hanno ecceduto le riscossioni, per quello che riguarda questi residui 1869 e retro, i quali danno due milioni al mese, voi avete in cinque mesi dieci milioni; per conseguenza, se nei sette mesi che ancor restano vi sarà la stessa proporzione come per i cinque primi mesi, avremo quattordici milioni.

Cosicché, se voi tenete conto dei 32 milioni di passività ilei conto 1869, che sono stati portati al conto 1870, ed i cui pagamenti non trovate in quei quadri, se voi tenete conto dei 13 milioni, di cui già i pagamenti fatti superano le riscossioni, se voi aggiungete i 14 milioni che si presumono, in ragione di quello che è avvenuto nei cinque mesi, voi trovate una differenza di 49 milioni.

Queste osservazioni è vero che non sono state gradite dalla Commissione; questo lo debbo riconoscere; non si è stabilito l'accordo; ma io mi sono permesso di farle.

Cosicché, quando voi dite 124 o 141 o 159 milioni sono interamente disponibili per il 1870, perché supponiamo che residui attivi e residui passivi si compenseranno, mi sia lecito vedere come i fatti corrispondano all'apprezzamento stesso.

Ma ad ogni modo non è tanto sull'apprezzamento che oggi insisto; è, ripeto, per l'onore dell'amministrazione a cui presiedo in questo momento.

Siano puro sbagliati i nostri apprezzamenti, questa è cosa ben diversa, perché in fatto di apprezzamenti di spese che vengono in pagamento e di entrate che vengono in riscossione, tutti quelli che hanno pratica sanno che è molto facile il prendere degli stagli, e degli sbagli tutt'altro che insignificanti. Ma se in fatto di apprezzamenti vi possono essere delle inesattezze, io dico che non è più il caso di dare per un fatto positivo la dimenticanza di una somma di questo riguardo, imperocché nulla di simile, io debbo pur dichiararlo, e dichiararlo solennemente, nulla di simile è avvenuto.

Esposta questa difesa, che io doveva fare intorno ad un punto dell'esposizione finanziaria, che nell'opinione pubblica, fuorviata da una parte della stampa, aveva prese proporzioni singolari, vengo alla questione seria, alla questione positiva del fabbisogno per tutto l'anno.

Io avrei desiderato di poter far terminare degli studi completi intorno a ciò che si presume per i pagamenti; ma questo lavoro non è tanto facile, mi limiterò piuttosto ad esporre alcuni apprezzamenti.

È necessario di registrare però bene i fatti, ed una volta che i fatti siano ben registrati, se ne vedranno le conseguenze.

Io aveva pregato due miei collaboratori al Ministero, citerò addirittura i nomi, trattandosi di persone politiche, uno è l'onorevole senatore Saracco, l'altro è l'onorevole Peruzzi, li aveva pregati, dico, di studiare tale questione.

Essi hanno fatto i loro apprezzamenti partendo da punti di vista diversi quanto al modo d'intavolare i conti. Essi sono giunti alla conclusione che il fabbisogno è più grave di quello che io ho detto. L'uno lo porta a 163 milioni, senza comprendervi le strade ferrate; l'altro arriva a 171 milioni. Ma siccome i punti di partenza sono diversi, così è inutile che io venga ad aggravare la confusione in questa materia; poiché evidentemente bisognerebbe avere la contabilità perfettamente regolata, come io spero che lo sarà in base alla nuova legge.

Io vengo piuttosto, o signori, agli apprezzamenti di quello che sarà il fabbisogno di cassa; e non ho difficoltà di partire dalle premesse della Commissione.

La Commissione dice in sostanza: io vi ammetto un disavanzo del 1870

3437 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

di 147 milioni, vi ammetto un ritardo, od una deficienza di entrata per 40 milioni per le altre tasse, perché per le dirette pare che supponga che ne venga un miglioramento; suppongo che 60 milioni sia quello che occorre alla cassa, tutto questo farebbe 247 milioni, ne deduco 159 milioni restano 88 milioni.

Notiamo poi che fra questi 159 milioni ve ne sono 23 che la Commissione mi permetterà di considerare un tantino dubbi; 124 milioni sono oggi in cassa, e 12 milioni che si devono prendere dalla Banca; pei 23 milioni della ricchezza mobile bisogna fare una distinzione.

VALERIO. Sono già considerati nei quaranta milioni.

MINISTRO PER LE FINANZE. L'onorevole Valerio non ha osservato che quei 40 milioni si riferiscono ad altri cespiti d'entrata, perché delle dirette non ne abbiamo parlato affatto.

Ma vediamo quello che l'esperienza c'insegna anche su quest'argomento.

Prima di tutto io osservo, partendo dal vostro punto di vista, che il disavanzo del 1870, secondo voi dite, è di 147 milioni. Ma non c'è niente da toccare in questo disavanzo?

L'onorevole Gabelli ci aveva assicurato che, rifacendo il conto delle guarentigie delle strade ferrate, si dovevano togliere dal fondo relativo quattro milioni. È verissimo che si tolsero; ma la Commissione del bilancio non ignora che questa spesa si ripeterà, e che la Commissione delle strade ferrate, a cui dovetti rimandare un articolo perché, per ciò che riguarda le calabrosicule, commisurasse le guarentigie al numero dei chilometri costrutti, non computò quella somma che è stata portata nel bilancio. Ma siccome la strada Vittorio Emanuele non è che un nome, poiché in realtà il servizio si fa per conto dello Stato, ne viene per conseguenza che, se si tiene conto del disavanzo che lascia l'esercizio attuale di quella strada, se si tiene conto da una parte della differenza tra gl'interessi e le assicurazioni delle obbligazioni che bisogna pagare, e dall'altra parte di queste somme che sarebbero attribuibili come attività nominali, come guarentigia, ne viene una differenza, non so se di 3 milioni o 3 milioni e mezzo, per cui, in realtà, quella deduzione di 4 milioni della spesa del 1871 fu solo una questione di regolarità, ma in fatto quei 4 milioni di spesa ci sono realmente. Furono tolti 2 milioni o 2 milioni e mezzo per spese straordinarie, perché ci voleva una legge speciale, legge che, se non erro, fu già approvata dalla Camera.

Inoltre, o signori, sul serio, ha da essere proprio quest'anno quello in cui non ci abbiano ad essere maggiori spese? E badate che, dal canto mio, prima che succedessero gli avvenimenti che tutti sappiamo, io mi atteneva ad una previsione di 8 milioni di maggiori spese, e a questi aggiungeva i 32 milioni di spese rimandate, di cui ho testé parlato.

Finalmente, e probabilmente pare che i membri della Commissione, i quali vennero al Ministero, l'abbiano dimenticato, io, quanto ai capitoli dei rimborsi, mi riservava a presentare le mie considerazioni ai membri della Commissione stessa; ho qui ancora la nota originale in cui trovo scritto: Rimborsi e concorso, capitolo 42, riservalo. Ma di ciò non si è tenuto conto.

Ora io stimerò la delusione, non la chiamerò perdita, ma la delusione che si avrà su questo capitolo, a 10 milioni, come fa l'onorevole Mezzanotte. Quindi è che, se si mettono insieme questi 10 milioni di rimborso, che certamente non andranno in riscossione nel 1870; i quattro milioni di quella economia figurativa delle strade ferrate, perché si troverà la spesa in un altro progetto di legge; i due milioni o due milioni e mezzo di spesa rimandata; 8«milioni di maggiori spese; quei 32 milioni che gli arretrati del 1869 tramandano al 1870 (perocché i residui del 1869, malgrado che siano alleggeriti di questi 32 milioni, non bastano neppure per loro stessi), calcolando questa somma, dico che voi mi avreste già dovuto concedere 56 milioni di più di quello che mi avete concesso.

Voi mi direte che questi sono tutti apprezzamenti, e che non credete si debba concedere questa somma; ma io credo che i miei calcoli siano esatti.

Andiamo avanti: viene la questione del numerario occorrente alla cassa per fare il servizio. Io domando 75 milioni, la Commissione me ne vuole accordare soli 60; sono 15 milioni di differenza. Ora vuoisi considerare che questa faccenda del numerario esistente in cassa si vuole mettere insieme con la questione dei Buoni del Tesoro.

Se in dieci giorni mi rientrano 10 milioni di Buoni del Tesòro e non escono 100 mila lire, perché di giuochi di questo genere ne succedono, a qual punto mi trovo io? Posso io prevedere, e si può in generale prevedere un fatto di questa natura? Posso io negoziare con degli aggi, con delle commissioni, dei Buoni del Tesoro in guisa che il pubblico che viene alla cassa non trovi nulla? Ci vuole un certo margine. Succeda alle volte che i 300 milioni sono tutti fuori; anzi è avvenuto perfino, come lo dimostra questo stato (Mostra un fogliò), che si sia ecceduto di 2 milioni, che si sia andati cioè a 302 milioni colla circolazione dei Buoni del Tesoro. Qui bisogna lasciare per forza una certa latitudine. E tanto più stringete i conti, o signori, tanto più dovete lasciare per altra parte una certa latitudine; imperocché evidentemente se avviene un movimento economico per cui i buoni vengano tutti o quasi tutti in pagamento, o non si trovi più ad emetterne, possono sorgerne imbarazzi molto gravi e molto seri, per cui, anche stando al vostro sistema, io non so...

MEZZANOTTE, relatore. Al vostro, dei venti milioni.

MINISTRO PER LE FINANZE. Perdoni, io parlo quanto al modo d'impiantare i conti.

Anche stando al vostro sistema, voi dovrete accordare per quei capitoli che testé io indicava, 56 milioni e 15 milioni per bisogni di cassa e per un certo margine riguardo ai Buoni.

3438 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Per conseguenza, io davvero trovo che siete molto duri, scusate l'espressione, insistendo. Imperocché la differenza tra voi e noi è ridotta a 62 milioni. Noi chiediamo 182 milioni, voi non ce ne volete dare che 120. Ecco la differenza vera.

Siete venuti fino ad un certo punto di concessioni, avete concesso questi 40 milioni, e poi vi siete fermati lì, e non avete più voluto dar nulla.

MEZZANOTTE, relatore. E i dieci milioni del bronzo?

MINISTRO PER LE FINANZE. Allora, se contate questi, non verreste più a dare che 40 milioni pel servizio di cassa.

Quindi è, signori, che, per parte mia, credo impossibile accettare le conclusioni della Commissione.

Prego la Commissione del bilancio di volermi essere cortese della sua attenzione.

Per la questione delle tasse dirette già l'onorevole Maurogonato spiegò quell'equivoco che ci fu sopra le carte contabili, e m'immagino che su questa parte è inutile che io dica altro.

Ma veniamo alle indirette.

MEZZANOTTE, relatore. Chiedo di parlare.

MINISTRO PER LE FINANZE. Io ho esposto in genere che ciòche s'incassava per le tasse dirette dovesse essere presso a poco eguale a quello che è in bilancio, sia per conto di quest'anno, sia per conto degli anni precedenti. Ora sono passati sei mesi, e possiamo vedere come vanno le cose. Vediamo se c'è quel miglioramento di 18 milioni che presume la Commissione del bilancio, o se c'è almeno quel miglioramento di otto milioni che presumeva il direttore generale del Tesoro, e che io non seppi indurai ad acconsentire che si dovesse presumere.

In fatto d'apprezzamenti, signori, dovete capire che anche tra i ministri ed i funzionali vi sono talora divergenze; è naturale.

Ebbene, vediamo i risultati ottenuti in sei mesi.

E qui di passaggio noto alla Commissione del bilancio che, se il lavoro fatto quel giorno lo facessimo adesso, essi mi avrebbero concesso qualche cosa più che i 40 milioni che mi hanno concesso quel giorno, vedendo disgraziatamente che le dogane procedono poco prosperamente; e, anche stando ai calcoli di quel giorno, mi avrebbero concesso, più che i 40 milioni, almeno i 45.

Noto questa circostanza, o signori, per far vedere come in casi di questo genere altro è fare apprezzamenti per una questione di bilancio, ed altro è prendere l'impegno di fare il servizio di cassa; c'è differenza enorme tra i due termini della questione.

Nel primo semestre di quest'anno, per le tasse dirette, si è riscosso, cioè per terreni, fabbricati, tassa sulle vetture, sui domestici, sulla coltivazione del tabacco in Sicilia, per tutto quello che si chiama tasse dirette,

ad eccezione della ricchezza mobile, si è riscosso in tutto 82,780,000 lire, metta 83 milioni, mentre se ne sarebbero dovuti riscuotere 88, se si fosse incassato tutto quello che è previsto in bilancio.

Dimodoché vedete che il provento del semestre è stato al disotto dell'occorrente di 5 milioni. Ma voi mi direte: gli ultimi sei mesi vanno meglio dei primi. È vero, e io voglio sperare che gli ultimi sei mesi (e bisogna supporre tutto favorevole, perché questo fatto avvenga), non solo ci diano gli 88 milioni che ci devono dare, ma, se non è davvero troppo audace la presunzione, ci diano ancora altri 5 milioni da supplire al difetto del primo semestre. Vedete che è una ipotesi molto ardita.

Ma veniamo alla ricchezza mobile.

È vero, la ricchezza mobile nei primi tre mesi ha dato 15, quasi K milioni...

MEZZANOTTE, relatore. Ha dato 16,400,000.

MINISTRO PER LE FINANZE... mentre dovrebbe dare 70 milioni in tutto l'anno.

MEZZANOTTE, relatore. 68 milioni.

VALERIO. Sì, 68 milioni. È qui che si tenne conto dei 23 milioni.

MINISTRO PER LE FINANZE. Dunque si sarebbero dovuti riscuotere 34 milioni, e se ne sono riscossi 28.

VALERIO. Comincia appena adesso la riscossione del secondo semestre 1869 e dell'anno 1870.

MINISTRO PER LE FINANZE. Ma abbiamo il primo semestre che è tutto il portato della riscossione dei tre semestri precedenti. Ma il fatto sta che in sostanza qui mancano 6 milioni a realizzare l'ipotesi. Dunque bisogna supporre che nel secondo semestre si riscuotano 40 milioni.

Io confesso di temere che le previsioni intorno alle tasse dirette non si avvereranno intieramente; imperocché ciò che successe nel semestre mi pone in condizione Ai temere che la cosa non avvenga appunto così.

Ora è inutile che diciate: ma il direttore del Tesoro ha supposto che se ne potessero riscuotere 76. Questi sono apprezzamenti; ed io credo che valga meglio un fatto come apparisce dal risultato di un semestre, anziché un apprezzamento, comunque stimabilissimo e che al certo per me non può esserlo di più.

Quindi è che, anche stando al modo di calcolo che ha impiantato la Commissione, se essa vuole tenere conto delle cose che avvengono per ciò che riguarda i residui attivi e passivi; se vuole tenere conto di ciò che avviene pure delle tasse dirette; se vuole guardare poi anche un poco ciò che succede nella riscossione delle altre tasse, io credo che la Commissione del bilancio acconsentirà nella domanda che il Ministero fa, e che la Commissione dei Quattordici appoggia.

Ma, mi si dirà, come va che le vostre previsioni erano per 200 milioni (ed è stato un gran rimprovero che mi ha fatto il relatore della Commissione del bilancio), come va che avete chiesto nella vostra esposizione finanziaria 200 milioni senza parlare di strade ferrate e adesso vi accontentate di 182 milioni con le strade ferrate?

3439 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

La spiegazione mi pare di averla già data altra volta; se non l'ho data la darò ora.

Ho già detto che nella mia esposizione finanziaria aveva lasciato un margine per le spese che non venivano in pagamento e che non stava ad indicare.

Intatti, o signori, un ministro della finanza che tiene un linguaggio in un momento in cui tutti coloro che si interessano al credito del paose stanno in ansietà, perché naturalmente tutti coloro che intendono negoziare titoli del nostro paese si occupano più dell'esposizione finanziaria che fa un ministro, che non della discussione di un capitolo di bilancio, un ministro di finanze, l'ho sempre inteso a dire e credo che sia così, ha il dovere di fare un quadro, per quanto è possibile, corrispondente ai fatti nella loro realtà, non nella loro legalità, e intendo dire con ciò che, se compariscono poi nuove spese in guisa che il bilancio venga aggravato, non serva poi stare a dire: io non ne ho tenuto conto perché allora non era la legge presentata, epperò non doveva tener conto e quindi io non ho valutato che tanto.

Io vi confesso, o signori, che allorquando ho studiato gli elementi dell'esposizione finanziaria, io mi preoccupava del modo di servire il nostro bilancio, e sarei stato molto lieto se avessi potuto disimpegnare il servizio del 1870 senza bisogno di emissione di rendita, se io avessi potuto dire alla Camera: io vi presento questa convenzione che diminuisce gli oneri del bilancio, che vi da 122 milioni, e con questo il servizio del 1870 è fatto per intero, io lo confesso, mi sarei creduto un uomo felice. Tale era la condizione d'animo in cui mi trovava allora; ma guarda e riguarda i bisogni di cassa, e tenendo conto di questa questione delle ferrovie, io ho dovuto persuadermi che era impossibile arrivarci, e quindi che si doveva emettere della rendita. Ed allora, signori, qual era il mio stretto dovere? Domandare piuttosto più o meno di quel che sarebbe stato necessario?

Quando un ministro delle finanze ha fatta una domanda d'appello al credito, che poi al fatto piuttosto diminuisce, ma, signori, su questo punto mi pare che non ci possa esser dubbio. Io avrò capito male le mie attribuzioni; ma a me pareva che io dovessi fare degli apprezzamenti, per cui i fatti stessero piuttosto al di sotto che al di sopra di quel che io diceva.

Ora, naturalmente per ciò che riguarda i 32 milioni delle strade ferrate era evidente che per parte mia io teneva conto di altre spese che dovevano venire; ed io sapeva che ce n'erano dell'altre che si sarebbero presentate. E poi, signori, v'era l'altra questione, di cui ho già parlato in una delle sedute precedenti, ed è la questione della ricchezza mobile. Quando io ho fatta l'esposizione finanziaria non sapeva se fosse possibile

l'ordinare la riscossione dei tre semestri della ricchezza mobile entro il 1870, nel primo semestre (ed anzi dirò che quel decreto è un po' duro per i contribuenti), ma doveva ancora tenere un margine per quell'altra parte. Quando poi ho veduto che, oltre a questo, la riscossione realmente procedeva per la ricchezza mobile e che pareva che si potesse mettere in riscossione la seconda parte, allora ho creduto di fare un passo più in là, di cedere ancora in guisa che, malgrado la seconda parte, si venisse ai 182 milioni di domanda, anziché ai 202.

Lasciamo da banda gli apprezzamenti parziali, veniamo agli apprezzamenti complessivi; imperocché, almeno per ciò che riguarda la persona di un ministro delle finanze, è molto difficile, se non impossibile, che egli possa personalmente fare degli apprezzamenti sopra ciascun singolo capitolo del bilancio. Per fare un apprezzamento esatto di siffatta questione bisognerebbe prendere ad esame lo stato di riscuotibilità e di pagamento fatto o presunto di 700 od 800 capitoli, non so bene, del nostro bilancio.

MEZZANOTTE, relatore. Sono più ancora, pur troppo.

MINISTRO PER LE FINANZE. Pur troppo, dice benissimo l'onorevole Mezzanotte, e credo anzi che egli farà utile cosa se cercherà nel nuovo bilancio di aggrupparli un poco. È impossibile dunque, lo ripeto, che un ministro delle finanze personal mente sia in grado di esaminare, uno per uno, 1500 o 2000 capitoli, e possa fare degli apprezzamenti intorno a ciò che succederà, sia per la riscossione, sia per il pagamento.

I ministri delle finanze, credo avvenga così in tutti i paesi del inondo, pigliano i risultati sintetici che vengono loro davanti; l'onorevole Maurogonato mi ha già preceduto sopra questa strada, ma ad ogni modo credo che sia lecito a me di dite quali conclusioni io traggo quando faccio questi apprezzamenti sintetici.

Al primo luglio, ha ragione l'onorevole Mezzanotte tra Buoni del Tesoro e danari in cassa c'erano 185 milioni; ma avrebbe dovuto notare, o almeno avrebbe dovuto chiedere quanto c'era ancora da pagare di debito pubblico; se me l'avesse chiesto...

MEZZANOTTE, relatore. A giugno non si era pagato niente.

MINISTRO PER LE FINANZE. Perdoni, si era pagato, se no non avrebbe bastato, si sarebbe rimasti senza niente; si erano già mandati i fondi a Parigi, si erano già fatti i fondi al Banco di Napoli. Gol Banco di Napoli si era combinata un'anticipazione, si era pagata una parte. Vi erano ancora da 98 a 100 milioni da pagare; quindi, contando i Buoni del Tesoro, la disponibilità al 1° luglio era di 87 milioni; se ne togliamo i 75 milioni che io reclamo e che la Commissione del bilancio non mi vuol dare, rimanevano disponibili 12 milioni.

VALERIO. Dodici milioni già preparati pel secondo semestre.

MINISTRO PER LE FINANZE. Perfettamente.

3440 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ma l'onorevole Valerio mi concederà che se sono solo 12 i milioni che restano disponibili pel pagamento del secondo semestre, non regge la proposizione da lui sostenuta, che l'operazione di 65 milioni che ho combinato colla Banca Nazionale, col Banco di Napoli e colla Gassa di risparmio di Milano non era necessaria; egli vede che ciò che mi rimane non è la somma di 65 milioni. L'onorevole Mezzanotte ha visto nello stato...

VALERIO. Rimane di più. Rimangono 87; non bisogna levarli due volte.

MINISTRO PER LE FINANZE. Non li levo via due volte, mi perdoni.

Fra Buoni del Tesoro disponibili e numerario si avevano in cassa 185 milioni; togliendo 98 milioni pel servizio del Debito pubblico, restano 87 milioni. Siccome calcolo sempre come in cassa un fondo di 75 milioni, mi trovo di avere accumulato 12 milioni pel pagamento del secondo semestre del Debito pubblico.

L'onorevole Mezzanotte mi faceva elogi per non avere calcolato tutti quei Buoni del Tesoro. Non so se

10 meriti tutti quegli elogi (Si ride), imperocché i tempi sono venuti ben duri, onorevole Mezzanotte. Spero che la Camera...

MEZZANOTTE, relatore. Siamo alla posizione di marzo.

Una voce. Non faceva tanto caldo.

MINISTRO PER LE FINANZE. Lo capisco pienamente, onorevole Mezzanotte, là posizione era meno calda.

Dunque, per provvedere ai bisogni del secondo semestre, io mi troverò ad avere accumulato 12 milioni, come testé diceva. Poi avrò davanti a me il miglioramento per i sei mesi che ci sono tra il primo luglio ed il 31 dicembre.

Il mio amico, l'onorevole Maurogonato, trovo che o stato molto generoso ammettendo un miglioramento di cassa di 10 milioni al mese. Io prescindo dal gennaio, perché in gennaio vi sono dei forti pagamenti, ma se prendiamo da febbraio a tutto luglio, io vedo che il miglioramento di quest'anno è stato di 48 milioni. Voglio ancora aggiungere 10 milioni, perché è vero che nel mene di giugno io ho fatto una operazione straordinaria di 65 milioni con questi istituti di credito; ma siccome ne aveva già pagati 75 per conto del debito pubblico, debbo aggiungere ancora 10 milioni come miglioramento di cassa, dimodoché, lasciando stare gennaio, il miglioramento di cassa da febbraio a tutto giugno sarebbe stato di 58 milioni. Ma voglio notare che in questi 58 milioni vi sono 12 milioni presi dalla Banca che non potrei più prendere adesso.

Si è fatta un'emissione di rendita per la strada ferrata ligure, l'ho fatta per tutti i 9 milioni fino dal principio dell'anno, operazione che mi ero qualche volta rimproverato, ma di cui adesso ho pur troppo ragione di felicitarmi. Si sono avuti 5 milioni dello stock dei tabacchi, ma a per me un'operazione di credito che non si rinnova nel secondo semestre. Tutto questo fa 24 milioni avuti da operazioni di credito.

Si noti che non hanno che fare né con residui attivi, né con residui passivi, almeno non hanno che fare con ciò che è materia di bilancio.

Dunque il miglioramento di 34 milioni in cinque mesi sussiste, cosicché sarebbero 7 milioni al mese.

Se io ammetto un miglioramento di questo genere nei sei mesi che conseguono, avrò 42 milioni...

VALERIO. E l'esazione della imposta sulla ricchezza mobile?

MINISTRO PER LE FINANZE. Se lo vuole, non avrò difficoltà di concederglielo...

MEZZANOTTE, relatore. 68 milioni.

MINISTRO PER LE FINANZE. Poi suppongo che la Camera mi dia i 182 milioni che domando, di cui ne avrei già consumati 65, come dissi più sopra, per cui avrei ad aggiungere 117 milioni; cosicché, ammesso che mi si paghi sulle imposte dirette, qualche cosa cerne 12 milioni, arriverei a 183 milioni, e mi troverei davanti a questa scadenza: 180 milioni per il debito pubblico ed altro al 1° gennaio; 32 milioni per le ferrovie, in tutto 212 milioni; dimodoché io mi troverei a dover contare sopra 30 milioni di risorso dal 1° gennaio, le quali risorse sono un tantino diverse da quelle che erano il 1" gennaio 1870.

Per conseguenza, signori, se io faccio il mio conto sintetico complessivo, me ne duole, ma non posso ammettere la proposizione della Commissione del bilancio. Anzi, so devo dir tutto, qualche volta mi domando se ho fatto bene a proporre alla Commissione dei Quattordici, che si contentasse dei 180 milioni, anziché di 200... (Interruzioni dei deputato Ni colera)

L'onorevole Nicotera mi fa un'osservazione, par cui mi devo domandare se ha ancora un significato la nostra discussione.

La questione è oggi, lo capisco anche io, totalmente cambiata, ma avevamo il dovere, la Commissione ed io, di spiegare le nostre divergenze, perché siamo venuti fuori con due tesi diverse.

Adesso veniamo, signori, allo stato di cose odierno abbastanza grave, perché io mi permetta di chiudere anzitutto i documenti che ho innanzi.

(Mette in disparte i numerosi documenti che sono sul tavolo.)

Nell'attuale condizione di cose, evidentemente i bisogni di cassa saranno ragguardevoli. Io non dubito che la Commissione del bilancio, per la prima, è disposta ad andare oltre ai 120 milioni che mi concedeva. E noi che cosa dobbiamo fare? Questa è la domanda; io non aspetto neppure la risposta.

Signori, noi abbiamo ordinato la chiamata di due classi sotto le armi. (Bravo 1 a destra)

Voci a sinistra. Quando?

MINISTRO PER LE FINANZE. Oggi. (Movimenti)

Non vorrei fare un discorso che qualcheduno credesse inopportuno.

La disputa, il duello che c'è tra la Commissione e me ora è un po' accademica.

VALERIO. Non è colpa nostra.

3441 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

MINISTRO PER LE FINANZE. Neppure mia.

VALERIO. Questa è un'accusa.

MINISTRO PER LE FINANZE. Non faccio accusa alcuna.

Quando dico accademica, lo dico nel senso che il terreno è cambiato per tatti e due.

La divergenza tra la Commissione del bilancio e me era, in sostanza, questa, che la Commissione del bilancio crederà che il servizio del 1870 si potesse fare con 120 milioni, comprendendovi le conseguenze delle convenzioni per le strade ferrate, ed invece ministro e Commissione dei Quattordici credono che ci vogliano 180 milioni; questa era la divergenza.

Ma io diceva: lasciamo da parte la nostra divergenza; ora la posizione è cambiata per il fabbisogno di cassa.

Per esempio, quando io chiedeva alla Commissione del bilancio che mi facesse il favore di accordarmi per l'eventualità delle maggiori spese otto milioni, la Commissione del bilancio me li rifiutava: se li domando oggi, me li rifiuterà ancora?

Per parte nostra, come diceva, si sono dovuti chiamare sotto le armi due classi; perché stando al programma politico, nel modo in cui vi fu esposto dal presidente del Consiglio e dal ministro degli esteri, non si può rimanere tuttavia inermi. Fu indicato, se non vo errato, anche dagli oratori che hanno parlato dall'altra parte della Camera... (Additando la sinistra)

BILLIA. Parlavano per proprio conto.

MINISTRO PER LE FINANZE... che in condizioni come questa non si può stare completamente o quasi completamente disarmati quali siamo adesso.

La chiamata di queste due classi ci può costare circa due milioni al mese, che sarebbe una maggiore spesa, poniamo per i cinque mesi che ci restano ad andare alla fine di dicembre di 10 milioni.

VALERIO. 12 milioni.

MINISTRO PER LE FINANZE. Il mese di luglio è quasi trascorso, quindi sì può mettere 10 milioni se lo stato di guerra continuasse sino al 31 dicembre. Finché l'Italia sta nella situazione politica che vi ho indicato, e speriamo, o signori, speriamo per noi, speriamo per l'umanità che ci si resti, evidentemente non ci sarebbe ragione per spostare seriamente il nostro fabbisogno.

Io per parte mia mi limiterò a stara nella domanda di 182 milioni, imperocché anche questa eventualità di maggiori spese era calcolata nella domanda che alla Commissione stessa io faceva.

Adesso, quando succedessero altri avvenimenti per cui fosse necessario avere maggiori mezzi, ebbene, o signori, in quel caso noi preferiremo ricorrere al Parlamento. (Bene.') Noi ora non abbiamo altro da domandarvi; dateci quello che ci avreste dato in tempo di pace.

Saranno 10 o 15 milioni di più che, stando alle previsioni d'oggi, ci tocca spendere. Questo non turba molto il nostro bilancio ed i fabbisogni di cassa. Ove poi alla fine dell'anno per fare il servizio della rendita ci mancassero 10 a 20 milioni, non per questo solo un gran paese come il nostro sarà in grande imbarazzo per trovarli immediatamente. Per ora la domanda che il Ministero vi fa è quella di 182 milioni, né più né meno di quello che vi domandavamo prima.

Ecco quanto mi occorreva di dichiarare in questa circostanza.

PRESIDENTE La parola spetta all'onorevole Rizzari.

MEZZANOTTE, relatore. Ho chiesto la parola.

PRESIDENTE. Ora la parola spetta all'onorevole Rizzari.

RIZZAR!. Se mi conserverà il mio turno, io cedo la parola all'onorevole Valerio.

PRESIDENTE. Permetta, onorevole Rizzari: dopo il suo turno viene quello dell'onorevole La Porta, e poi quello dell'onorevole Avitabile, e l'onorevole Valerio non può pregiudicare i diritti altrui. Ella può scambiare il turno coll'onorevole Valerio, ma non può parlare subito dopo.

VALERIO. Io vorrei pregare l'onorevole presidente a notare che la Commissione ha bisogno d'interloquire anche un poco fuori dell'ordine delle iscrizioni, e, se la Camera lo permette...

PRESIDENTE. Onorevole Valerio, io comprendo l'esigenza nella quale si trova, ma comprendo pure che i deputati i quali sono iscritti, hanno diritto di parlare in ordine alla loro iscrizione, ed io non ne li posso defraudare.

La cosa dipende dall'onorevole Rizzari.

RIZZARI. Se la Camera acconsente di conservarmi il turno, cedo la parola all'onorevole Valerio.

PRESIDENTE. Sempre inteso che non voglia pregiudicare i diritti degli onorevoli La Porta ed Avitabile.

RIZZARI. Ma no.

PRESIDENTE. La Camera non può spogliare dei suoi diritti chi è iscritto per parlare.

LA PORTA. Io aderisco volentieri a cedere il mio turno all'onorevole Rizzari, lasciando ora parlare l'onorevole Valerio.

PRESIDENTE. Allora l'onorevole Valerio ha la parola.

VALERIO. Veramente le ultime parole dell'onorevole ministro mi avevano fatto sorgere nell'animo il dubbio se io dovessi ancora parlare. La questione è ardua; la questione è mutata nei suoi termini. È ancora il caso di trattarla? Io credo che sia debito nostro di non lasciarla cadere senza qualche altro schiarimento, se non altro per un fatto importante.

Come l'ha notato il mio amico, l'onorevole Mezzanotte, come lo ha ripetuto l'onorevole ministro partendo l'uno e l'altro da due punti di vista affatto opposti, la stampa ha travisato in un modo strano questa questione.

3442 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Questa questione non è di quelle che il paese comprende tanto facilmente. Le molte parole vuote di senso, forse qualche volta dettate da principii partigiani che la stampa, forse di tutti i partiti, ha messe fuori sopra questa questione le hanno data una importanza che, anche quando fosse accademica, rende necessario che oggi se ne mettano bene in chiaro i termini. Ciò e necessario non solamente per la Commissione del bilancio, alla quale basterebbe che voi, visto lo stato delle cose, non credeste di andare avanti; perché potrebbe fidarsi sull'apprezzamento che voi potete dare alla sua relazione; ma anche per le istituzioni, anche per la Camera è importante che la vertenza sia un po' più dibattuta, perché si veda che non fu una questione partigiana, non fu una questione strana, come è stata messa davanti al paese.

159 milioni! L'onorevole ministro delle finanze diceva ieri: i vostri famosi 159 milioni....

MINISTRO PER LE FINANZE. Se ne è tanto parlato, che io li chiamai famosi..

VALERIO. Io assicuro l'onorevole ministro d'essere entrato in questa questione colla massima indipendenza, e d'averla pure esposta colla massima indipendenza, e riconosco che le esagerazioni e gli errori furono da tutte le parti della stampa.

La Commissione del bilancio, per mezzo della sua SottoCommissione, credeva di avere eliminato bene ogni malinteso. Non sì è mai detto, non si è mai preteso di aver trovato né 140, né 124, né 159 milioni. «La questione impegnata tra la Commissione generale del bilancio ed il Ministero non è stata mai circa l'esistenza delle somme indicate dalla minoranza, sibbene circa la disponibilità delle medesime pel servizio di cassa del 1870.» Queste sono le precise parole colle quali la maggioranza riassumeva nella relazione le sue ragioni, e queste parole avrebbero pure dovuto bastare ad eliminare ogni equivoco.

La questione dunque è tutta qui: si son fatte valere nella loro vera posizione, nella loro vera entità le somme che stanno scritte nella situazione del Tesoro? Non si tratta d'inventare, ei tratta di vedere se, date le cose come sono state presentate nel marzo, colla situazione del Tesoro a tutto il settembre 1869, coi dati che si avevano sottocchio in marzo, a mani della Commissione del bilancio, il fabbisogno del Ministero si poteva ammettere in 202 milioni, o se si doveva restringere ad una somma minore. Ecco la vera questione.

L'onorevole ministro delle finanze aveva creduto di vedere che certe sue parole, riguardo agli arretrati fossero state travisate. L'onorevole mio amico Mezzanotte gli rispose molto bene citando le parole dell'esposizione finanziaria, ed allora il ministro disse che non erano le sue parole che[erano state travisate, bensì lo spirito di esse. Ebbene, io voglio ammettere che nella mente sua, prendendo i dati che gli forniva l'amministrazione, egli intendesse di riferirsi, non agli arretrati del 1869 e retro, ma anche a quelli del 1870.

Quello però che io non posso non rilevare è quest'altro fatto: il ministro fondandosi sopra i dati forniti dalla sua amministrazione, non ha tenuto conto, non della cifra materiale dei 124 milioni scritti là nella situazione del Tesoro a carte 96, ma di questo fatto, che i 124 milioni non erano da esigersi, erano esatti, ecco la vera questione...

Voci a sinistra. Ah ! ah!

DI SAN DONATO. Finalmente!

VALERIO. Mi permettano... io dimostrerò che questo errore, questo apprezzamento non esatto della vera condizione di questa somma era nell'amministrazione, e vi era prima ancora che vi venisse ministro delle finanze l'onorevole Sella. (Sensazione)

Che vi fosse quando venne il ministro delle finanze, la prova è molto semplice..

Riandiamo le parole della esposizione del ministro delle finanze, accettandone tutte le cifre che egli ci ha messe innanzi. Egli ha considerata la situazione del Tesoro come è stampata a pagine 96 e 97, e di quel certo disavanzo di 355 milioni ha formato un avanzo di 343 milioni, deducendone quei 678 milioni di debiti che per la loro natura fissa si possono in qualche modo considerare come valori per il servizio di cassa.

A questo residuo attivo, a questo avanzo di 343 milioni, che cosa ha contrapposto il ministro?

Egli vi ha contrapposto 352 milioni di crediti che, egli diceva, o non si riscuoteranno nel 1870, o forse che non si riscuoteranno più mai.

Ora, quando a fronte di una somma di residui attivi, della quale una parte cospicua, cioè 124 milioni, non è residuo attivo, ma è somma esatta e riscossa, si contrappone una somma, un valore di residui attivi inesigibili, ei mi pare che è dimostrato evidentemente che si sono paragonate due cose, delle quali una si compone di una parte che non è per nulla paragonabile alle altre; si è fatta una confusione.

Ho detto che questa confusione esisteva nell'amministrazione, e non va imputata al ministro: perché bisogna pur tener conto della posizione del ministro venuto da così poco tempo al potere, in circostanze di difficoltà così gravi, col movimento di mezza l'amministrazione finanziaria, coll'impianto di una tassa così difficile come quella del macinato. Fra tutte coleste difficoltà, egli non poteva studiare da sé i dati del problema, egli era obbligato a prenderli come li trovava.

Ho detto che quest'errore era nell'amministrazione, e lo dimostrerò con un fatto anteriore all'entrata del signor ministro al potere.,

La Camera ricorda certamente l'operazione che ha fatta l'antecedente ministro delle finanze, quella cioè dell'imprestito di 72 milioni per mezzo della vendita delle obbligazioni ecclesiastiche. Io non entro ad esaminare l'operazione per sé, né il modo poco lodevole con cui è stato fatto quell'imprestito; questo non ha da far niente coll'attuale questione: quello che vi prego di notar bene si è che,

3443 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

se l'amministrazione avesse saputo che, dopo il pagamento della cedola del primo gennaio 1870, gli sarebbero rimasti in cassa 124 milioni in numerario e biglietti effettivi, e nello stesso tempo fosse andato ad accattare 72 milioni, di cui non aveva bisogno, a condizioni così enormi, l'antica amministrazione meriterebbe di essere messa in accusa (Movimenti diversi)

Ma questo io non crede che sia possibile immaginarlo: io per me non lo immagino, non ammetto che il predecessore dell'onorevole Sella avesse così poca intelligenza delle finanze, così poco patriottismo per andar a fare un'operazione...

FENZI. Ma aveva ancora da pagare il coupon.

VALERIO. Mi perdoni l'onorevole Fenzi, i 124 milioni che erano al 31 dicembre 1869 in numerario nelle casse, voi li trovate ancora accresciuti delle maggiori entrate in fin di gennaio; il che vuol dire che il pagamento della cedola (se mi permette che usi la parola che abbiamo sanzionata noi legalmente, e che è un po' più italiana) era già fatto, e rimaneva tuttavia un residuo di oltre a 124 milioni disponibili.

Questi 124 milioni voi li trovate al fine di gennaio accresciuti del supero tra le entrate ed i pagamenti, voi li trovate al fine di marzo, e noi li troviamo ancora al fine di giugno.

Dunque io dico che, se non fosse vero che quest'errore, non di non aver scritta una cifra, ma di averne tenuto conto insieme coi residui attivi, come se non fosse stata effettivamente riscossa, e come se la somma non fosse realmente esistita, se questo errore non fosse fin d'allora stato nell'amministrazione, sarebbe succeduto un fatto nel settembre 1869 che meriterebbe di far mettere in stato d'accusa il ministro che reggeva le finanze in quel tempo; e questo io non lo ammetto.

Ed è cosa di fatto, o signori, che io coi miei colleghi della Commissione abbiamo dovuto vedere le difficoltà, per molte cause inutili a dirsi ora, che esistono nell'amministrazione per cui sia arduo molto di vederci chiaro.

Venendo poi agli altri ragionamenti del ministro, mi permetta che io gli dica: la Commissione del bilancio aveva un problema, i dati erano stabiliti da lui stesso; essa lo ha risolto, fondandosi sopra questi dati, e non poteva, non doveva fare altrimenti.

Questo intanto è ciò che sta principalmente nell'animo mio, il dimostrare bene e chiaramente al Parlamento, e di far sapere anche al paese, che non si è trattato mai di trovare fondi incogniti, né Californie, né miniere d'oro, e neppure di rame; si è trattato e si tratta solamente di vedere, se le cifre, come erano collocate nel problema che era dato al marzo 1870, erano collocate a posto sì o no.

Che i 124 milioni non fossero valutati per denaro effettivamente riscosso, ma si confondessero con i residui attivi, o, in altro modo, si credesse di conglobarli piuttosto con l'esercizio 1869, non credendoli disponibili per fare il servizio di cassa,

in un modo o nell'altro è succeduto: e la Commissione del bilancio ha creduto di metter in evidenza questo fatto, ed ha creduto di poter dimostrare che il fondo di cassa domandato dal ministro per l'esercizio 1870, posti sempre i dati del problema quali vennero forniti dalla sua esposizione finanziaria, fosse esuberante.

Il ministro ci ha sviluppate considerazioni molte e diverse.

Io apprezzo le molte sue cognizioni in questa materia, ed anche fino ad un certo punto debbo accordargli di aver il diritto di spingere la vista un po' più in là; e di non esser neanco obbligato sempre a dire tatto quello che pensa e quello che fa; di avere delle previsioni che egli riassume in cifre, ed anche in apprezzamenti senza distinguerli. Ma il fatto si è che, quando egli ci porta ad esaminare la questione dell'oggi, e ci vuol far dedurre quello che si esigerà nei 6 mesi, che rimangono dell'anno, da ciò che si è esatto nei 6 mesi che precedono, egli non pone la cosa nei suoi veri termini, nella sua vera condizione di fatto. Già il secondo semestre dell'anno (ed egli stesso ce lo ha fatto vedere nei molti stati che ci ha somministrati), il secondo semestre dell'anno da più del primo; e di più in questo anno abbiamo appunto che la riscossione dell'imposta della ricchezza mobile 1870 e secondo semestre 1869 comincia adesso.

I risultati appena appena comincieranno ad essere riconoscibili nell'ultimo mese, nel giugno; ma i veri risultati proprio si hanno ancora da conoscere.

E qui mi permetta la Camera che io faccia una piccola deviazione per rendere ragione di quella certa interruzione che io ho fatta al signor ministro, e per dimostrarle che dei 23 milioni avevamo tenuto conto nel modo appunto richiesto dal ministro.

Egli ci domandò di non considerare questi 23 milioni come danaro sonante, danaro numerabile, che non lo sono; noi aderimmo subito, ma li portammo come maggiore attività del bilancio 1870; 45 e 23 sono 68, e quindi si venne a riscontrare che 68 milioni, appunto d'accordo fra lui e noi, sarebbe stata l'esazione possibile della ricchezza mobile nel 1870.

Dunque noi avevamo già considerato quello che di ricchezza mobile fosse stato da mettersi in arretrato: e qui non bisogna mai dimenticare che, quando si parla degli arretrati 1869 che vengono ad essere pagati o riscossi nel 1870, si trova sempre un'altra massa che nel 1870 ripete lo stesso giuoco per andare al 1871, e così di seguito.

Dunque torno da capo e dico: mettiamo che il secondo semestre 1870 dia i suoi 7 milioni al mese, che sono quelli che il signor ministro ha ricavato dal conto che ci ha letto dell'esazione del primo semestre, toltone il gennaio, e dedotti tutti gli introiti estranei al prodotto di tasse o di riscossione di arretrati; bisogna però aggiungere a questi 7 milioni una quota di quei 68 milioni della ricchezza mobile che dovrebbero entrare nel 1870.

3444 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Io accetterò anche la deduzione dei 17 milioni che ha domandata l'onorevole Maurogonato: l'ultima quota, secondo il decreto a cui ha alluso, andrà esatta nel gennaio 1871; 68 meno 17, mettiamo anche 18, se permette, per fare il conto più rotondo, sono 50. Dunque sono 50 milioni che, oltre ciò che si è esatto nel primo semestre, dovrebbero venire esatti in questo secondo.

Vede il signor ministro che non c'è mica bisogno di tanto per assicurare che colla somma che concede la Commissione si può andare a pagare la cedola del 1° gennaio 1871, senz'altro di più.»

MINISTRO PER LE FINANZE. Ci vorrebbero 40 milioni.

VALERIO. Quaranta? Mi par.e che dovrebbero bastarne poco più di trenta, e mi pare che ne avremo almeno 50; ma a forza di levare non so che cosa si farà.

Prendiamo una somma, levo 18 milioni per far piacere all'onorevole Maurogonato, ne restano 50, se ne levo altri 10 por far piacere all'onorevole ministro, non so dove si potrà andare.

Quello che è di fatto si è, che coll'onorevole ministro avevamo stabilito che 68 milioni dovevano entrare nel 1870, e che col direttore del Tesoro eravamo arrivati a 76. Dunque Usciamo stare gli apprezzamenti fatti col direttore del Tesoro, lasciamo stare gli apprezzamenti stabiliti coll'onorevole ministro, accettiamo la deduzione dell'onorevole Maurogonato, accettiamo l'altra deduzione, e stiamo anche ai 40 milioni.

L'onorevole ministro ha detto che abbiamo 185 milioni, e che si debbono pagare 98 milioni per le cedole dovute al 1° luglio 1870; ciò riduce la somma ad 87 milioni. Il signor ministro vuole 75 milioni per fondo di cassa. Diamoglieli, sebbene, d'accordo colla Commissione, io creda questa somma esuberante. Rimangono 12 milioni. Supponiamo che il secondo semestre del 1870 ci dia solamente 12 milioni e mezzo al mese, e così insieme 75 milioni; abbiamo così 87 milioni. Aggiungiamo gli 88 che Tuo! dare la Commissione, ed il Ministero ne avrà abbastanza per pagare le cedole al 1° gennaio 1871, e si troverà ancora in cassa i 75 milioni che egli desidera.

MINISTRO PER LE FINANZE. Non ho capito bene, favorisca ripetere.

VALERIO. Ripeterò.

Secondo la situazione del Tesoro che fu presentata, abbiamo 185 milioni; ne deduco 98 che sono a pagarsi per le cedole al 1° luglio 1870, rimangono 87 milioni. Ne levo i 75 milioni che il signor ministro desidera avere, ne restano 12; aggiungendo a questi 75 milioni (cioè il prodotto di sei mesi a 12 milioni e mezzo al mese, la qual somma si suppone sarà incassata nel semestre che comincia a decorrere), abbiamo 87 milioni. Aggiungiamone 88, che è quello che vorrebbe dare la Commissione del bilancio,

ed avremo i 175 milioni che bastano per pagare le cedole al primo gennaio 1871, restando sempre in cassa quel fondo di 75 milioni, che noi crediamo esuberante di 15 milioni.

Io penso che, stando le cose come erano, la Commissione del bilancio abbia adoperato rettamente. Per parte mia, e credo di poter dire anche per parte dei miei colleghi delegati della Commissione, noi abbiamo portate in questa questione un sentimento di decisa volontà di trovare il vero.

Quando l'onorevole ministro delle finanze mi fece l'onore di domandarmi se io sarei intervenuto ad esaminare con lui questa questione nel Ministero delle finanze, io risposi che certamente sarei intervenuto; domandai solo licenza di comunicare l'invito ai miei colleghi, sicuro che essi l'avrebbero accolto volonterosamente. Ma quando pur fosse stato che essi non avessero creduto di accettarlo, io dichiaro che vi sarei andato anche solo. Perché non ho nessuna ragione per rifiutarmi alla ricerca della verità. Con questo sentimento ho proceduto, con questo sentimento ho firmata la relazione che vi è sottoposta.

Ora, io lo ripeto, questa era la soluzione di un problema con dati elementi; se si variano i dati del problema, io ben comprendo, e lo capisce ognuno, che deve variare la soluzione.

Si park di Buoni del Tesoro; ma chi più di me vede che 300 milioni di Buoni del Tesoro sono troppi? Malgrado che io debba confessare che nello stabilire quella cifra ebbi una parte abbastanza grande.

Io stesso, me lo perdoni la Camera, e mi permetta che faccia questo piccolo cenno di storia retrospettiva della mia povera vita politica, fui io stesso che proposi in febbraio del 1868 che da 250 milioni si portassero i Buoni a 300 milioni. E Io Voci perché allora si era venuto a conoscere che, oltre i 250 milioni di Buoni del Tesoro legali, si avevano in corso 58 milioni di Buoni del Tesoro illegali; ed io allora domandai alla Camera che non lasciasse più oltre questo corso illegale e si portasse piuttosto la cifra a 300 milioni.

L'ho fatto allora con questo sentimento, che la Camera ha approvato; ma ciò non toglie che allora, come adesso, io sia persuaso che 300 milioni di Buoni del Tesoro sono troppi.

E, se l'onorevole ministro vuole (e credo che, anche non volendolo, forse dovrà entrare in questa via) restringere l'emissione dei Buoni del Tesoro, io sarei felicissimo di accrescere anche di qualche cosa di più il fabbisogno che abbiamo proposto; purché questo accrescimento trovi il suo compenso nella diminuzione dei Buoni del Tesoro.

Io non ho altro da dire. Teneva solamente a dimostrare che il fatto rilevato dalla Commissione del bilancio è un fatto che ha le sue radici nell'amministrazione, e che io non imputo minimamente all'onorevole ministro, venuto al potere in condizioni così difficili

3445 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

e così poco tempo prima della sua esposizione finanziaria, se egli ha dovuto accettare i dati tali quali li ha trovati, e se sopra questi dati ha dovuto formare i suoi apprezzamenti, quantunque non li abbia trovati tanto esatti da non doverli poi modificare.

E che li abbia dovuti modificare, ce lo ha confessato egli stesso. Non dico che noi l'accusiamo di averli modificati; io anzi gliene fo lode; imperocché non è un torto il non persistere in un'idea qualunque, quando un fatto od una cognizione acquistata fa conoscere che le prime previsioni potrebbero in qualche modo essere non utili, ma dannose al paese.

PRESIDENTE. L'onorevole Mezzanotte ha facoltà di parlare per una dichiarazione.

MEZZANOTTE, relatore. Io credo oramai che ogni discussione possa terminare sopra quest'argomento. Quando l'onorevole ministro delle finanze ha dichiarato che, colla somma conceduta dalla Commissione dei Quattordici, egli farà fronte, non solo a tutti i bisogni di cassa già preveduti, ma a tutte le altre spese, vale a dire, provvedere agli eventi di una minore circolazione di 300 milioni di Buoni del Tesoro, ed agli oneri di quell'armamento al quale ha alluso, la Commissione del bilancio crede di dichiarare di non insistere e di non provocare nessun ordine del giorno da parte della Camera.

MINISTRO PER LE FINANZE, Io sento il bisogno di ringraziare l'onorevole Valerio delle parole veramente cortesi che usò verso di me, imperocché in questa nostra divergenza egli tolse di mezzo quel carattere disgraziato che aveva assunto nei diari pubblici, non già certo per colpa della Commissione del bilancio.

Però, siccome la parte di biasimo, che non cadrebbe sopra di me, andrebbe sopra di altri, bisogna che dia qualche spiegazione.

Io prego l'onorevole Valerio a volersi mettere nei panni di coloro che devono accettare un impegno di servizio di cassa; è una cosa sempre grave. Altro è la posizione di chi dice: mi pare che con tanto voi possiate far fronte ai bisogni; altra è quella di chi dice: sì, con tanto posso andare innanzi.

Se l'onorevole Valerio consulta la storia degli anni passati, troverà che qualche volta è avvenuto che si è provveduto più di quello che si doveva, ma abbiamo avuto anche degli esempi in contrario; e gli posso dire anche come hi cosa avvenga. Chiunque di voi venga a capo di un'amministrazione, non può a meno di non tenersi un tantino indietro.

Infatti prendiamo la famosa questione della differenza tra i residui attivi ed i passivi. Io sono certo che l'onorevole Valerio ricorderà i tempi beati in cui era ritenuto come canone dalla Commissione del bilancio...

MEZZANOTTE, relatore. Ma se entra a parlare dei residui attivi e passivi, si riapre la discussione, e dovrò riprendere la parola.

MINISTRO PER LE FINANZE. Scusi, onorevole Mezza, notte, io debbo dare questa spiegazione per far vedere la condizione d'animo in cui deve trovarsi chi si trova alla testa dell'amministrazione.

So ha la compiacenza di ascoltare le mie osservazioni, vedrà che questa sarà piuttosto una giustificazione.

Diceva che noi abbiamo avuti tempi nei quali i residui attivi, almeno come appariva dalle situazioni del Tesoro, erano superati dai residui passivi, cioè pareva (dirò così, perché allora non avrà più nulla ad obbiettare l'onorevole Mezzanotte), pareva che i pagamenti fossero meno solleciti a presentarsi di quello che lo fossero le entrate a venire in riscossione. E ricorderò il compianto Pasini, ricorderò la solenne discussione in cui un supero di 100 milioni di residui passivi sui residui attivi era tenuto come oro di coppella da tutte le parti della Camera.

Infatti, per esempio, nel 1863 erano di 158 milioni i residui passivi; superavano gli attivi di 158 milioni; poi calarono a 60 milioni nel 1864; nel 1865 si passò già dall'altra parte, cioè i residui attivi pervennero a superare i passivi, cioè le spese venivano in pagamento più presto di quello che venissero in riscossione le entrale, per la somma di 17 milioni.

Nel 1866 vi fu una perturbazione nel momento della guerra, ma nel 1867 troviamo già che i residui attivi superano i passivi di 117 milioni; nel 1866 di 126 milioni, e adesso, o signori, al primo gennaio, nello stato che ebbi l'onore di rassegnare ai membri, della Commissione del bilancio che mi onorarono al Ministero, i residui attivi sono di 178 milioni.

Io capisco che ci sia da liquidare tante cose per vedere il vero valore di queste cifre, ma non è men vero che sventuratamente noi abbiamo delle partite di credito che poco meno non si muovono, sono delle masse di granito che ci troviamo sempre a fronte; dall'altra parte, a misura che l'amministrazione si semplifica, si fa più spedito il pagamento delle spese, ma noi tendiamo ad accostarci ad uno stato di cose in cui abbiamo un supero di residui attivi che divenga mobile, e intanto, finché non è giunto questo momento, l'amministrazione non può non essere in qualche diffidenza Si potrebbe ciò meglio riscontrare dando un'occhiata alla pagina 154, per esempio, della situazione del Tesoro, ed io potrei leggere alcune cifre in questo libro che chiamava di filosofia.

Voci. No! noi

MINISTRO PER LE FINANZE. Non lo leggo, non abbiano paura; ma qualche cifra è proprio necessaria. Per esempio, in un anno intero, sopr i residui attivi del 1867 e retro che figuravano per 144 milioni, che cosa si è riscosso? 36 milioni. Vi sono qui delle partite di 15, 16 milioni, di queste si è riscosso un milione.

Ma non voglio tediare la Camera.

3446 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ora io starei per rispondere all'onorevole Valerio con una cortesia accettandone un'altra; cioè starei per prenderlo in parola. Se mi vuol dare il suo conto, io l'accetto; imperocché nel suo conto non ci stanno i 65 milioni...

VALERIO. Ce n'è 75; 15 di più che noi non crediamo necessari!

MINISTRO PER LE FINANZE. Permetta, onorevole Valerio. La questione sta nel fondo di cassa. Ella conviene Che ci sono 12 milioni disponibili per l'attuale fondo di cassa entro tutto dicembre, ella vuole un miglioramento di 12 milioni e mezzo al mese per il semestre futuro, nella cassa. Veramente io non ne conterei che sette, ma starei quasi per dire: crepi l'avarizia e vada per 12 e mezzo.

VALERIO. E i 68 milioni della ricchezza mobile? Non li ho portati che per 33.

MINISTRO PER LE FINANZE. Mettiamo pure; ma allora 88 e 65 fanno 153 milioni, e a me pare che pròpormene 153 quando io ne ho domandati soli 150 è cosa da esserne contento.

VALERIO. Io ho lasciato a 33 milioni l'esazione della ricchezza mobile.

MINISTRO PER LE FINANZE. Mi permetta. Vedo bene che è lì che si è fatto in certo modo un equivoco. Sono questioni coteste che, se difficilmente possono scioglierle con tranquillità tre o quattro persone sedute attorno un tavolo, è quasi impossibile che si risolvano in un Parlamento.

Nel 1870, per la ricchezza mobile, fra i tre ultimi semestri che vengono in riscossione quanto prima, e gli altri che già vennero in riscossione, io credo che possiamo riscuotere 68 milioni. Ebbene, nel primo semestre sono venuti in riscossione 28 milioni, per cui a raggiungere i 68 bisognerebbe che nel secondo semestre venissero in pagamento 40 milioni. Ecco com'è la cosa.

Nel primo semestre 28 milioni divisi per 6 fanno 4,667,000 che sono venuti in riscossione; invece bisognerebbe supporre che si andasse molto più su, poiché bisognerebbe andare oltre 6 milioni, ipotesi che io credo un po' difficile ad accettare. Ma del resto, come diceva l'onorevole Mezzanotte, io credo che qui la situazione è talmente cambiata, che per parte mia non posso che fare una solenne dichiarazione, ed è la seguente: se vi saranno fondi disponibili, e più di quelli di cui le casse abbiano stretta necessità, io procederò per quella via, cioè di lasciar fuori la minor copia di Buoni del Tesoro che sarà disponibile, entrando in quell'ordine di idee che testé accennava la Commissione stessa del bilancio; se sarà necessario il provvedere altrimenti al servizio, io lo farò. Vi prego per conseguenza di considerare, anche mettendo da parte il cambiamento doloroso di circostanze che rende un po' superflua la nostra discussione, ma, a parte questo, io intendeva pregarvi di considerare che, se mi date mezzi maggiori di quelli che occorrono, io credo che non sarà male alcuno, imperocché i Buoni del Tesoro

non sarebbero emessi che nella misura strettamente necessaria. Se mi date meno di quel che occorre, considerate gl'imbarazzi grandissimi e costosi in cui l'amministrazione sarebbe posta. Quindi è che per parte mia piglio atto delle dichiarazioni che ha fatte il relatore della Commissione del bilancio.

MEZZANOTTE, relatore. Io aveva desiderato che l'onorevole ministro delle finanze, come aveva declinato La responsabilità per l'amministrazione del demanio e tasse, così avesse declinata anche quella delle due amministrazioni dei dazi diretti e del Tesoro; imperocché, o signori, le cifre che vi si portano come arretrati sono effimere e non esistono.

Il Tesoro non ha conto coi contribuenti; il suo conto è coi riscuotitori delle imposte. Mette a carico di costoro le somme come risultano dai ruoli, e questo conto si sdebita coi versamenti che si fanno alla Tesoreria. La differenza è chiamata arretrato.

Ma, oltre alle somme che i percettori delle imposte versano nella Tesoreria, ne riscuotono ancora di assai rilevanti dai contribuenti, e con queste pagano le passività dello Stato. I documenti che giustificano un tale movimento si chiamano carte contabili. Dunque le carte contabili che cosa rappresentano? Somme entrate nelle casse dello Stato, colle quali si sono estinte le sue passività.

Ora dal 1862 a questa parte non si sono liquidate le carte contabili, e ve ne hanno di quelle che rimontano fino al 1860. L'onorevole Saracco, l'onorevole ministro lo rammenterà, lo disse quando noi facevamo le nostre conferenze.

Quindi prendono forma di arretrati, e quel che è peggio, di arretrati inesigibili, le somme che sono state già riscosse fino dal 1862, o dal 1860, e colle quali si sono estinte le passività dello Stato!

E credete voi, signori, che queste somme siano di poca importanza?

Ebbene guardate la stessa situazione del Tesoro (per quel che ne possa conoscere, giacché non avendo liquidato le carte contabili, non si può conoscere la vera somma), e voi trovate una dichiarazione che dice: le carte contabili del 1868 ascendono a 48 milioni. Andate avanti, e nel 1869 trovate una cifra enorme, comunque pel 1869 manchi il terzo trimestre.

Si calunniano i contribuenti quando si dice che non pagano le imposte. Sono le amministrazioni che sono in ritardo, non i contribuenti.

Ne volete un'altra prova? Nel conto presentato dall'onorevole ministro delle finanze, quando fece la sua esposizione finanziaria, voi trovate che, tra terreni e fabbricati, si segna un arretrato di 67 milioni.

Ora non si disconviene che da questi arretrati bisogna togliere almeno 40 milioni di carte contabili; l'arretrato effettivo rimane dunque di 27 milioni, da cui si hanno a togliere ancora tutte le riscossioni fatte nel quarto trimestre del 1869, e tutte le riscossioni fatte per conto del 1869 in questo primo semestre del 1870. E si noti che nel primo trimestre del 1870, tra fabbricati e terreni,

3447 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

si sono riscossi 41 milioni. Ora, vi domando, dove sono gli arretrati? Certo in Piemonte co n'è, per le ragioni che è inutile che io dica all'onorevole Sella; ma per le altre parti è una calunniare i contribuenti.

Passiamo alla ricchezza mobile. Per questa tassa si porta un arretrato di 64 milioni: ora da essi, bisogna dedurre una somma di 30 milioni d'irreperibili e d'insolvibili, che non si riscuoterà mai, e che proviene dal modo come fu impiantata quella tassa; non ho bisogno di dir altro sopra questo notissimo argomento. Quello che effettivamente si può riscuotere è la somma di 34 milioni.

A fronte di cotesti 34 milioni si deve mettere in primo luogo la riscossione del terzo trimestre del 1869.

Nel primo trimestre del 1870, per conto del 1869, si è già accertata una riscossione di 16 milioni e 400 mila lire; ed ora l'onorevole ministro dice che se ne erano riscossi 28 milioni per conto del 1869 e retro, durante il primo semestre del 1870.

Che cosa rimane dei 34 milioni? Dove sono gli arretrati? Per queste ragioni io avrei desiderato che l'onorevole ministro delle finanze, come ha declinato ogni responsabilità pel demanio e tasse, pubblicando quella relazione eccellente della Commissione centrale di sindacato, non avesse voluto assumere la responsabilità di quei fatti che non lo riguardano, e pei quali ha dichiarato alla Camera la esistenza di arretrati inesigibili; mentre invece non si ha nel fatto che somme da gran tempo riscosse e passività da gran te rapo estinte. _

Ora, io conchiudo che in presenza dei fatti che sono a tutti noti, quando il ministro delle finanze viene a dire che egli colla stessa somma di 182 milioni provvederà, per quanto potrà, alla diminuzione della circolazione dei Buoni del Tesoro ed a quell'armamento che corrisponde alla chiamata sotto le armi di due classi; io credo che in questo momento la Commissione generale del bilancio non debba insistere e debba limitarsi a prendere atto delle dichiarazioni dell'onorevole ministro delle finanze.

MINISTRO PER LE FINANZE. Perdoni la Camera se io sorgo a parlare per la quarta volta, ma essa capirà benissimo come io non posso in certo modo abbandonare l'amministrazione...

Una voce a sinistra, È naturale.

MINISTRO PER LE FINANZE. Non posso io assumere responsabilità più di quello che mi spetta. Si sa bene che tatti i fatti che si compiono dall'amministrazione, la quale si compone di non so quante migliaia d'impiegati, non li posso prendere io tutti sulla mia testa...

ASPRONI. Ne risponde ella.

MINISTRO PER LE FINANZE. Ed io sono qua per adempiere al mio ufficio, e subirne tutte le conseguenze, qualunque esse siano...

ASPRONI. Domando la parola.

MINISTRO PER LE FINANZE. Ma io vi prego di considerare, per ciò che riguarda questa questione degli arretrati, la differenza fra arretrati attivi ed arretrati passivi.

Io convengo bene che avviene questo fatto, cioè che delle somme sieno introitate in riscossione presso un contabile, e che esso abbia delle spese a soddisfare, cosicché non è che quando egli presenta le sue carte a farle regolarizzare che avviene questo fatto, che le somme da lui riscosse figurano come riscossione, e quelle da lui pagate figurano come pagamenti; cosicché nello stesso giorno, starei per dire, alla stessa ora scompare un residuo attivo, e scompare un residuo passivo; ma il fatto che naturalmente preoccupa chi deve pensare ai bisogni di cassa, non è tanto l'entità del residuo attivo e del residuo passivo, quanto la questione della differenza e dell'andamento della differenza per gli uni residui e gli altri.

Quanto alla questione degli arretrati io convengo che essi sono singolarissimamente ingrossati dal tempo necessario alla regolarizzazione delle carte, e quindi, benché il nostro bilancio sia solo di mille e cento milioni, figurino ancora per 600 milioni.

MEZZANOTTE. 240 milioni.

MINISTRO PER LE FINANZE. Comunque, l'onorevole Mezzanotte mi permetterà che io non intuoni addirittura l'inno che non ci possano essere arretrati, e mi permetta di osservargli che, per quello che riguarda le previsioni del Tesoro, egli lo sa meglio di me, ve ne sono di varie specie. Gli uni sono quelli di cui. se si vuole, ha colpa il contribuente; ve ne sono degli altri che appaiono per la questione delle carte contabili, e ve sono altri di cui non ho parlato prima perché ne parlò con più autorità di me l'onorevole Maurogonato, e sono le differenze nelle scadenze delle imposte che provengono dalle diverse leggi di esazione, per cui talune imposte dirette non vanno a scadere che in agosto, mentre in talune parti il 10 giugno tutto deve essere pagato.

PRESIDENTE. Non insistendo la Commissione, mi pare che la discussione non abbia più ragione di continuare.

L'onorevole Rizzali intende ancora di parlare?

RIZZAR). Giacché l'onorevole relatore della Commissione si è messo d'accordo con il ministro, io non insisto di parlare.

PRESIDENTE. Passeremo alla discussione del progetto di legge per una convenzione colla Banca Nazionale.

NICOTERA. Domando la parola per una questione pregiudiziale.

3448 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

ASPRONI. L'ho domandata prima.

PRESIDENTE. Permetta, l'onorevole Nicotera: l'ha chiesta prima, o almeno io l'ho sentito prima, e sono in dovere di darla a lui.

L'onorevole Asproni su che cosa intende di parlare?

ASPRONI. Io intendeva fare alcune osservazioni alle teorie esposte dal signor ministro delle finanze riguardo alla responsabilità degl'impiegati.

PRESIDENTE. Allora ha facoltà di parlare.

ASPRONI. Io non ammetto che vi siano impiegati irresponsabili; dal primo all'ultimo sono tutti responsabili davanti alla legge. Ma rispetto alla Camera, responsabile di tutti gl'impiegati è il ministro, e verso il ministro gl'impiegati. Quando egli non li punisce a tempo, se devono essere puniti, la Camera ha diritto d'infliggere il biasimo al ministro. Ecco in che modo il ministro è responsabile anche degli atti degli ultimi impiegati, anche per fatti che hanno preceduto la sua amministrazione. Questo mi premeva di mettere in sodo, perché è questione assolutamente costituzionale.

PRESIDENTE. Non ci può esser dubbio.

MINISTRO PER LE FINANZE. Quando la Camera creda che sia il caso che la responsabilità di un ministro debba essere implicata, farò quel che vorrà; ma mi pare che ci sono certi casi... per esempio, mi scappa un impiegato con la cassa, non saprei se io debba esser obbligato a pagare per lui. (Ilarità) Se ciò fosse, sarebbe in vero un po' difficile allora esercitare l'ufficio di ministro delle finanze. (Movimenti)

Io parlava di un fatto morale, cioè che ciascuno risponde del fatto suo. Se io non punisco chi prevarica, allora evidentemente mancherei; ma, se un altro commette un delitto, perché sono ministro, ne ho proprio da rispondere io? Mi pare che così si andrebbe troppo avanti.

DISCUSSIONE DELLO SCHEMA DI LEGGE

PER UNA CONVENZIONE COLLA BANCA NAZIONALE.

PRESIDENTE. Pongo adunque in discussione lo schema di legge per l'approvazione di una convenzione colla Banca Nazionale. (V. Stampato n° 53)

Il deputato Nicotera ha facoltà di parlare.

NICOTERA. Prima di entrare nella discussione generale per la convenzione con la Banca Nazionale, io credo urgentissimo, credo savio consiglio rivolgere una domanda al ministro delle finanze o, meglio, al presidente del Consiglio e richiamare sopra questa domanda tutta l'attenzione della Camera.

Io non esaminerò, in questo punto, la bontà o il danno della convenzione con la Banca Nazionale; io non tratterò la questione di libertà o di monopolio, non esaminerò neppure so veramente la convenzione colla Banca costi al bilancio dello Stato la cifra annunziata dall'onorevole ministro

delle finanze ed accettata dalla Commissione. La domanda che io rivolgo al Ministero è ben altra.

La convenzione colla Banca era presentata in momenti ben diversi da questi in cui l'Europa si trova. La convenzione colla Banca era presentata quando il Ministero prevedeva che la pace non sarebbe stata turbata. La convenzione colla Banca era presentata quando il Ministero credeva che i svoi bisogni fossero di 122 milioni per la convenzione, e di 85 milioni prima, 60 dopo, per emissione di rendita. La convenzione colla Banca era presentata dal Ministero per arrivare, in un determinato tempo, all'abolizione del corso forzoso.

È vero che questo concetto del Ministero è stato di molto modificato dalla Commissione dei Quattordici, poiché essa riduce i 500 milioni delle cartelle delle obbligazioni ecclesiastiche, e lascia che da una nuova operazione dello Stato ne risultasse la completa cessazione del corso forzoso.

Ma, signori, oggi le condizioni sono mutate; oggi il Ministero non può sperare nella pace generale d'Europa; oggi né il Ministero, né la Commissione possono più sostenere che quella convenzione arrivi in un determinato tempo a far cessare il corso forzoso; oggi il Ministero deve variare i suoi calcoli in quanto agli oneri che dalla convenzione verranno allo Stato, poiché non è più questione dei 60 centesimi che noi pagheremmo alla Banca Nazionale, ma fa d'uopo valutare i danni dell'aggio.

A prescindere da tutte queste riflessioni, avvene un'altra che forma principalmente l'oggetto della mia domanda al Ministero: crede egli di poter completare l'operazione con l'emissione della rendita?

Coi 122 milioni potrà il Governo far fronte a tutt'i bisogni dello Stato fino al termine dell'anno 2 Farebbe il Ministero una previsione erronea, come quella della pace generale d'Europa, se non prevedesse che potranno nascere delle complicazioni per effetto delle quali i 12 milioni di cui ha parlato testé l'onorevole ministrò delle finanze per la chiamata di due classi sotto le armi, non sarebbero più bastevoli, e che potrà esservi bisogno di molt'altro danaro! Se l'onorevole ministro dichiarerà che con 122 milioni potrà far fronte a tutt'i bisogni dell'erario per l'anno 1870, lo discuteremo; ma se tale responsabilità il Ministero non vorrà assumere, credo che si produrrebbe un fatto nuovo nella storia dei Governi che si rispettano, nella storia dei Governi previdenti accettando oggi la convenzione.

Il Governo farebbe ora un'operazione di 122 milioni togliendosi di mano l'unica proprietà che gli rimane, cioè le cartelle ecclesiastiche, e sottraendo alla Banca Nazionale una riserva di ben 50 milioni; e si preparerebbe delle insuperabili difficoltà se avesse bisogno più tardi di altro danaro. Sarebbe questa un'operazione per la quale un figlio di famiglia meriterebbe di essere interdetto.

3449 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

Supponendo adunque che alla domanda se il Ministero crede potere con 122 milioni far fronte a tutt'i bisogni dello Stato per l'anno 1870, il Ministero risponda negativamente, lo invito a non far discutere il progetto di legge ed a presentare un altro progetto che risponda a tutte le necessità dello Stato.

Io non posso fare il torto al Ministero di credere che nelle attuali condizioni voglia pensare ad emettere della rendita; e non posso neppure fare il torto al Parlamento di supporre che sul serio voglia discutere ed approvare di queste operazioni.

Per tutte queste ragioni adunque io propongo formalmente che non si passi alla discussione del progetto di legge che comprende la convenzione colla Banca e l'emissione della rendita, e si inviti il Ministero a presentare nel più breve tempo possibile, quando egli lo crederà, un nuovo progetto di legge, una nuova combinazione, per effetto della quale si possa far fronte a tutti i bisogni dello Stato, anche agli eventuali.

Come vede il ministro, non è certamente questo atto di opposizione, anzi è mettere il Ministero su di un terreno più facile...

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. (Ridendo) Terreno solido molto.

NICOTERA... su di un terreno nel quale possano essere tutelati gl'interessi del paese.

Io comprendo che in momenti supremi tutti i mezzi sono buoni. Se una disgrazia vi colpisce senza averla potuta prevedere, allora si ricorre a tutti i mezzi estremi; ma, quando questa disgrazia potevate prevederla, quando avete il tempo di meditare, sarebbe veramente qualche cosa che meriterebbe più che biasimo il volersi ostinare ad impegnare lo Stato in un'operazione che potrebbe domani farlo trovare in difficilissime condizioni.

Io forse prevedo male, immagino a torto, forse offendo l'intelligenza dell'onorevole ministro delle finanze, supponendo che egli mi osserverà: ma, se oggi trovo il modo di far entrare nelle casse dello Stato 122 milioni, perché mi volete impedire di fare questa operazione? Diceva: farei torto all'intelligenza dell'onorevole ministro delle finanze, poiché non posso ritenere che egli, uomo espertissimo, possa sul serio pensare che i 122 milioni, entrando oggi nelle casse dello Stato, non mettano poi il Governo ed il paese in gravissimo imbarazzo il giorno in cui si avesse bisogno di altro danaro.

Io comprendo che abbiamo a nostra disposizione il torchio, ma è un brutto rimedio questo. Voi lo adoprereste quando non avreste più le obbligazioni ecclesiastiche, quando avreste tolto dalle casse della Banca Nazionale 50 milioni di riserva metallica. Domando a chi vorrebbe ricorrere a questo rimedio, che avverrà il giorno in cui voi porterete il corso forzoso da 500 a 600 a 700 milioni? Allora la carta si prenderà come carta straccia, ed io non credo che il Ministero voglia mettere il paese in questa condizione.

Spero quindi che il Ministero accetterà il consiglio che gli viene da un oppositore, e, se fosse possibile, pregherei un altro Pisanelli di sorgere in mio aiuto; ed anche modificando la mia proposta, far sì che il Ministero l'accogliesse, non potendola forse il Ministero accettare perché proposta da me.

MINISTRO PER LE FINANZE. Io temeva che l'onorevole Nicotera volesse negare al Ministero i mezzi, che egli chiede per la sua posizione politica; ma adesso mi pare che egli ne offra tanti, che sono costretto a dirgli: grazie, Sant'Antonio (Ilarità); imperocché mi pare che egli cerchi di portare quello che egli crede debba essere fatto da un lato diametralmente opposto, cioè dandoci mezzi maggiori di quelli che gli domandiamo.

NICOTERA. Non vi do niente; vi invito a domandare.

MINISTRO PER LE FINANZE. Dimodoché l'onorevole Nicotera non ci da quello che domandiamo noi, c'invita a domandare di più, salvo poi a rifiutare quello che domandiamo. (Ilarità)

Allora la posizione è più netta.

NICOTERA. Questo lo vedremo.

MINISTRO PER LE FINANZE. Allora ritiro il paragono di un momento fa; e francamente, se la cosa è in questi termini, capirà l'onorevole Nicotera come io mi limito a chiedere che ci si dia intanto quello che domandiamo.

NICOTERA. Male.

MINISTRO PER LE FINANZE. L'onorevole Nicotera dice: come volete voi chiedere adesso dalla Camera 180 milioni, mentre 60 sono sotto forma di rendita pubblica? Volete voi forse emettere della rendita in queste condizioni?

Io osservo all'onorevole Nicotera che quando si ha un titolo a disposizione, non è la rendita il solo mezzo con cui nelle condizioni bancarie d'Europa si possa trar partito di questo titolo; possono farsi delle anticipazioni. Non è detto che, dandosi facoltà di creare della rendita, questa debba essere alienata, qualunque sia la condizione del mercato; imperocché il mercato non può non mutare grandemente una volta che si sia dissipata questa febbre che si è scatenata in questo momento sull'Europa.

Dice poi l'onorevole Nicotera: ma perché approvare la convenzione colla Banca, prescindendo dall'opinione che si possa avere in merito, se cedesti mezzi sono insufficienti?

Ma io domando: si vuole che il Governo si prepari, si vuole che il Governo ponga in opera i mezzi che occorrerebbero se noi dovessimo metterci in guerra a lato di uno dei due belligeranti? (NO! No!)

Ma sì, perché dite che bisogna provvedere a tutto ciò che può succedere.

Io ho detto sin da principio, e l'hanno detto meglio di me i miei colleghi, l'onorevole presidente del Consiglio e l'onorevole ministro degli esteri, qual era la condotta politica che noi intendevamo di seguire,

3450 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

e la nostra condotta finanziaria non può non essere conseguenza della nostra condotta politica.

Quando la condizione delle cose mutasse sostanzialmente, allora il Ministero riconvocherà il Parlamento...

VALERIO ed altri al centro. Benissimo!

MINISTRO PER LE FINANZE, ed esporrà al Parlamento la novella condizione di cose. Il Parlamento prenderà allora le deliberazioni che crederà opportune.

Ma intanto, o signori, vogliamo noi fermarci? Vogliamo noi farà sosta? Se vi è un modo il quale noi crediamo buono per trovare metallo e rappresentante di metallo, senza portare ulteriori sconcerti, è egli prudente d'indugiare a metterlo in pratica?

Io non lo credo.

Quindi è che io prego la Camera a voler entrare nell'esame della convenzione colla Banca, e a voler pronunciare intorno alla medesima un giudizio, accettandola o respingendola.

E, se mi fosse permesso di fare una preghiera all'onorevole Nicotera, io vorrei pregarlo a non voler attraversare la discussione di questo progetto di legge con proposizioni che non riguardano il merito: è meglio entrare addirittura in merito, e dire o dire no.

La proposta dell'onorevole Nicotera finisce per essere in sostanza una proposta di rigetto di questa convenzione; imperocché egli dice: non presentate questi mezzi, ma presentate quegli altri invece che valgono a provvedere a tutte le eventualità che possono presentarsi. In buon italiano credo che questo significhi: si respinga la convenzione colla Banca, ed il Ministero presente od un altro proporrà i mezzi che occorrono.

Io prego pertanto la Camera, in tutti i casi, se la mia preghiera, come temo, non arra efficacia sull'onorevole Nicotera, a voler respingere questa proposta.

PRESIDENTE. L'onorevole Nicotera ha sollevato una questione sospensiva; ma, a tenore del regolamento, se può essere svolta nella discussione generale, ha solo la precedenza, quando è esaurita la discussione generale, nell'essere messi in votazione. Ora, siccome l'onorevole Nicotera non è il primo iscritto, io debbo dichiarare che, se avessi saputo che egli intendeva di sollevare la proposta di sospensione, non gli avrei accordato facoltà di parlare prima degli altri.

NICOTERA. Io comprendo che, stando strettamente al regolamento, la cosa è come dice l'onorevole presidente; ma io debbo fare una dichiarazione, poiché probabilmente non mi sarò saputo spiegare..«.

MINISTRO PER LE FINANZE. Si spiega troppo bene.

NICOTERA.. o il ministro non mi ha inteso.

Non è che io voglia negare al Ministero i fondi che egli ritiene necessari. Di questo parleremo quando ne discuteremo.

L'onorevole ministro sa che queste questioni sono subordinate alla fiducia: io potrei votare una somma di trecento milioni per un Ministero che m'ispirasse fiducia, e non voterei dieci lire per un Ministero che non me ne ispirasse.

Non dico questo per fare delle allusioni al presente. Quando io ho fatta la questione sospensiva, lo dico francamente, non sono stato mosso da considerazioni di fiducia o di sfidaci. Io non credo che oggi il Governo possa dire: ho bisogno di 200 o 300 milioni; ma credo che potrebbe nascere qualche cosa per effetto della quale il Governo avesse bisogno di molti milioni.

Ebbene, io non voglio che si passi alla discussione della convenzione colla Banca Nazionale, perché colla convenzione si toglie di mano i soli titoli reali che potranno farci trovar danaro in un momento supremo e difficile.

Ecco perché, considerando che la convenzione con la Banca, per le mutate condizioni, creerebbe delle difficoltà al Governo, lo invito a ritirarla ed a presentare un altro mezzo che possa fornirgli immediatamente la somma di cui ha bisogno pel servizio del Tesoro.

MINISTRO PER LE FINANZE. Capisco che non bisogna entrare in merito a termini del regolamento. Le cose dette dall'onorevole Nicotera saranno delle ragioni contro; secondo lui alle antiche ragioni che aveva per respingere la convenzione colla Banca se ne sono aggiunte delle altre perle mutazioni politiche. Vi saranno altri cui farà effetto contrario cioè, che le novelle condizioni politiche hanno tolto ogni scrupolo, se scrupolo vi era; ma, checché ne sia, io credo che realmente non può la Camera deliberare adesso in merito, e credo che neppure l'onorevole Nicotera vorrà insistere perché si deliberi ora senza essere entrati nel merito della questione.

Infatti, egli vi dice: non vale neppure più la pena di parlarne, imperocché per ottenere questa convenzione voi vi private del mezzo disponibile che avete, quali sono le obbligazioni ecclesiastiche.

Ma l'onorevole Nicotera, quando abbia le obbligazioni ecclesiastiche a disporre, crede che per mezzo di una operazione di anticipazione avrà più di quello che si ottiene dalla Banca?

NICOTERA. Sì, sì.

MINISTRO PER LE FINANZE E lo avrà a patti migliori?

NICOTERA Sì, sì.

MINISTRO PER LE FINANZE. Domandi all'onorevole Rattazzi come ebbe i 100 milioni.

RATTAZZI. Posto che l'onorevole Sella ha voluto trarmi in campo, malgrado che non ne avessi volontà, gli dirò che ho la convinzione vivissima che valendosi delle obbligazioni dei beni ecclesiastici il ministro delle finanze,

3451 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

gli sarà facile ritrovare un partito molto più conveniente di quello che gli può fornire la progettata convenzione colla Banca. E quando si entrerà nell'esame di questa convenzione si vedrà quali sono i corrispettivi cne la Banca riceve, quali sono i pesi a i cui il Governo si sottomette. Né mi sarà difficile di j provare, come panni di avere già dimostrato, che nel 1867 l'operazione da me fatta colla Banca fosse di una natura ben diversa da quella che si propone in quel progetto di convenzione. Il che noto, per rispondere all'onorevole Sella, il quale non per altro volle a me rivolgersi, salvo perché voleva farsi argomento di quanto erasi da me operato nel 1867.

Quanto poi alla proposta dell'onorevole Nicotera, se debbo esprimere il mio pensiero, io tenevo per fermo che l'onorevole Sella si sarebbe facilmente acconciato ad essa, poiché egli è innegabile, o signori, che quando si sarà approvata la convenzione con la Banca si avranno bensì 122 milioni, dei quali però 50 tolti dalle casse della Banca mentre dovrebbero servirle di riserva e 72 in biglietti (ma rimarrà chiusa in modo assoluto la via di trovare a partito discreto), e per quanto le contingenze politiche d'Europa lo potranno permettere, di trovare, dico, le altre somme che ci occorreranno se i tempi si faranno più grossi, e se quella speranza che oggidì ci facevano risplendere l'onorevole ministro degli affari esteri e l'onorevole presidente del Consiglio, per mala sorte d'Europa fosse per svanire. Io quindi, ripeto, pensavo che l'onorevole ministro delle finanze avesse accettata di buon grado la proposta che gli presentava l'onorevole Nicotera. Se egli non vuole, discuteremo la convenzione colla Banca.

SERVADIO. Io ho domandata la parola.

MINISTRO PER LE FINANZE. Io non posso aderire a che non abbia ora luogo questa discussione, per la semplice ragione che a me pare tutto il contrario di quello che pensa il preopinante, cioè perché sono convinto pienamente della convenienza di questa convenzione. Chiedo quindi che si entri senz'altro nella discussione.

PRESIDENTE. La parola spetta all'onorevole Servadio.

SERVADIO. Io aveva domandata la parola quando l'onorevole ministro delle finanze, rispondendo all'onorevole Nicotera, non voleva tener conto delle mutate circostanze, mentre pochi momenti avanti era egli che invocava le cambiate circostanze politiche per ottenere dalla Camera ciò che desiderava in merito alla discussione sui 159 milioni. A me pareva che l'invito fatto dall'onorevole Nicotera al ministro delle finanze fosse logico e attendibile.,

ALFIERI. Paura della convenzione?

SERVADIO. Niente affatto; non è per paura della convenzione; rispondo all'onorevole Alfieri che sarebbe desiderabile che il ministro accettasse l'invito dell'onorevole Nicotera.

È soltanto perché, cambiate oggi le condizioni economiche del paese, e di ciò ne conveniva anche il ministro poco innanzi, sarebbe naturalissimo che egli presentasse alla Camera un progetto con condizioni tutte diverse di quelle a cui si riferisce la convenzione attuale. Chi è che può negare la verità delle asserzioni che vi faceva poc'anzi l'onorevole Nicotera? Egli vi faceva considerare come voi disponete di una somma di 50 milioni in oro, ingente somma che, coll'aumentare dell'aggio che si vede ad ogni momento, non sapete a quali sacrifizj vi può condurre per l'iniziamento di questo sistema di trasgressione.

Comprendo che non è questo il momento di fare simili considerazioni che entrano nel merito della questione, ma però mi pare che sarebbe stato opportunissimo che il signor ministro, comprendendo la gravita di tutte queste ed altre considerazioni, avesse accettato l'invito amichevolissimo che l'onorevole Nicotera gli faceva (Si ride a destra), cioè di presentare alla Camera una combinazione che fosse più adattata alle cambiate circostanze in cui ci troviamo da più giorni in qua. E qui mi permetta, signor ministro, di dirgli che questo bisogno di cassa, per il quale viene tanto spesso decantato questo fallimento che il signor ministro fin dal giorno della sua esposizione finanziaria ha invocato a sostegno dei suoi provvedimenti, ora si vede che non esiste. Voi avete udito le spiegazioni che ha date il signor ministro delle finanze alla Commissione del bilancio; ebbene da ciò facilmente vedrete che i bisogni di cassa sono pel 31 dicembre; e l'onorevole ministro delle finanze ora non potrà negarlo; è chiaro che egli non può avere bisogno di denaro che al 31 dicembre, poiché ha potuto supplire ai 60 milioni che gli occorrevano per il semestre già scorso.

PRESIDENTE. Onorevole Servadio io non posso lasciarlo continuare.

SERVADIO. Ho finito.

Se questi vostri bisogni di cassa sono pel 31 dicembre, a che precipitare oggi la discussione sopra una questione così importante, e che potrebbe addivenire così nociva? Io voglio sperare adunque che il signor ministro accetterà l'invito dell'onorevole Nicotera, il quale mi sembra ragionevolissimo. (Ai voti t ai voti!)

PRESIDENTE. Dunque la proposta dell'onorevole Nicotera sarà sottomessa alla Camera a tempo opportuno.

La parola spetta all'onorevole Avitabile.

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE Possono essere sicuri che siamo tutti egualmente impazienti di tornare alle case nostre.

Voci. Parli! parli!

PRESIDENTE. È inutile invitare l'oratore a parlare se non si fa silenzio.

MASSARI G. Da questa parte si fa sempre silenzio.


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3452 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

[Discorso del deputato Avitabile contro la convenzione]

PRESIDENTE. Non sempre, onorevole Massari.

DI SAN DONATO. È divenuto bellicoso.

PRESIDENTE. Parli l'onorevole Avitabile.

AVITABILE. La convenzione colla Banca noi la combattiamo, o signori, perché completa il monopolio, offende la libertà del credito, aumenta il corso forzoso, allontana la cessazione. (Conversazioni ad alta voce)

PRESIDENTE. Sarebbe veramente inutile che avessero insistito perché l'onorevole Avitabile parlasse, e poi facessero tal rumore da impedire che sia compreso.

AVITABILE. La respingiamo perché offende i diritti dei terzi e la pubblica buona fede, assicura agli azionisti della Banca lauti guadagni in danno dello Stato e dei cittadini, impedisce lo sviluppo degli altri stabilimenti, e li condanna, se non alla morte, ad una vita stentata.

Onorevoli colleghi, votando la convenzione voi votate un contratto che assicura alla Banca il corso forzoso anche sotto l'impero delle future legislature; un contratto rispetto al quale una gran parte dei rappresentanti della nazione vi dicono: noi lo crediamo tanto dannoso e pericoloso che voteremmo qualunque altro provvedimento in sua vece.

La convenzione colla Banca, o signori, non è imposta dalle necessità dello Stato.

Finiamola una volta colle mistificazioni!

La convenzione è il compimento di quel lavoro continuo, indefesso, persistente che si sta adoperando da dieci anni per far trionfare il monopolio della Banca.

La opinione che la Banca unica, uno stabilimento potente allato del Governo possa giovare all'Italia non è la nostra, ma noi la discuteremmo con calma e ponderazione, se così si mettesse la questione.

Ma quando in nome della libertà si vuole imporre il monopolio; quando uomini autorevoli nel Parlamento, mentre in teoria propugnano la più larga libertà bancaria, dall'altra parte propongono l'approvazione della convenzione, che uccido la libertà; quando si respingono, senza neanche seria discussione, tutti gli altri provvedimenti, non è colpa mia, non è colpa dei miei amici, se la discussione si mette sopra un terreno scottante.

Io m'ingegnerò di usare tutta la moderazione ed i riguardi possibili, ma non posso astenermi dall'esporre storicamente i mezzi sinora adoperati per far trionfare il monopolio.

Io prendo con dolore per la terza volta in questa Aula la parola contro il monopolio della Banca. Sono ammiratore della buona amministrazione di quello stabilimento, e mi onoro dell'amicizia del suo direttore generale;

e spero che un giorno, quando la Banca, senza monopolio, sarà collocata tra gli altri stabilimenti nel posto eminente che le spetta, mi darà ragione.

Se poi, non ostante i miei sforzi, non ostante gli sforzi di uomini più autorevoli, i quali propugnano la libertà bancaria, vera, reale, effettiva, il monopolio trionferà, stia ben in guardia la Banca, che la vittoria dell'oggi potrebbe costarla dimani la sua rovina.

VALERIO. Bene! bene!

AVITABILE. Nel 1860 esistevano, come esistono oggi, in Italia quattro stabilimenti di circolazione: la Banca Nazionale Sarda, con una circolazione cartacea massima dai 60 ai 65 milioni, che dal 1861 al 1866 non oltrepassò mai i 120 milioni; il Banco di Napoli, che nel 1859 aveva oltrepassati i 200 milioni, e nel 1860, non ostante le politiche commozioni, si era mantenuto sempre fra i 100 milioni, aumentando sino al 1863 a 145 milioni; la Banca Nazionale Toscana, che nelle epoche suddette si mantenne sempre tra i 24 ai 30 milioni; similmente presso a poco all'istessa cifra della Banca Toscana il Banco di Sicilia.

L'ultimo menzionato stabilimento, perché le operazioni della sua cassa di sconto erano poggiate sopra un capitale piuttosto meschino, dava poco a temere, meno per la parte dello scambio della sua carta con quella del Banco di Napoli; gli attacchi quindi più o meno validi si concentrarono tutti sulla Banca Nazionale Toscana e sul Banco di Napoli. Questi due stabilimenti soltanto rappresentavano una parte di quel capitale circolante cartaceo che la Banca Sarda voleva sola usufruire e che sala usufruirebbe, se si approvasse la convenzione in esame. Si diceva alla Banca Toscana: voi dovete morire, siete d'ostacolo allo sviluppo della grande Banca Nazionale. Io non intratterrò la Camera sulla Banca Toscana. La sua struttura, il modo pregevolissimo come funziona, i servizi dalla stessa resi all'industria agricola e manifatturiera; la sua resistenza da prima alle minacce e finalmente nel 1863, sotto la amministrazione dell'onorevole Minghetti, la sua rassegnazione alla prepotente volontà del Governo sono stati egregiamente descritti in una recentissima relazione dell'onorevole mio amico Seismit-Doda. Passo quindi al Banco di Napoli ed, onde non si creda che io esageri, per passione, le cose, citerò alcuni dei principali documenti che dimostrano il mio assunto: l'eloquenza loro sarà maggiore assai delle mie povere parole.

Il 9 luglio 1861, mentre stava sul banco ministeriale anche l'onorevole Minghetti, il segretario generale del Ministero delle finanze presso la luogotenenza in Napoli, partecipava al Consiglio di amministrazione del Banco la risoluzione del Governo centrale (sono parole testuali) «che, non appena la Banca Nazionale installava in Napoli una sua sede, al suo apparire, dovevano tosto cessare le operazioni della cassa di sconto di Napoli e di quella di Bari.»

3453 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

Era questa, o signori, la condizione che la Banca metteva alla sua installazione nelle provincie meridionali. L'opinione pubblica però si commosse, il Consiglio di amministrazione del Banco resisté energicamente, ed il Governo e la Banca stimarono prudente consiglio in quel momento di non insistere. La Banca quindi istallò in Napoli una sua sede, senza che le Casse di sconto di Napoli e Bari cessassero. Si differiva, però non si abbandonava l'impresa.

L'amministrazione della zecca in Napoli era affidata al Banco con un congegno tale che lo Stato avrebbe potato quasi senza alcuna spesa ritirare e trasformare tutta la moneta borbonica in nuova moneta decimale italiana. Si decretò un riordinamento uniforme di tutte le zecche dello Stato e si proclamò il principio dell'appalto a pubblico concorso; dopo ciò la vecchia moneta di rame, in parte sparì a danno dello Stato, in parte sì vendé alla Banca Nazionale a prezzi assai ridotti da quelli che il Governo italiano stesso aveva stabiliti con altro appaltatore.

ASPRONI. Sono regali.

AVITABILE. Il pubblico concorso, quantunque fissato con decreto del 20 ottobre 1861, dal non mai abbastanza compianto commendatore Cordova, non ebbe alcun effetto. Tutte le zecche dello Stato caddero a trattative private in mano alla Banca Nazionale.

La trasformazione delle vecchie monete d'argento, quantunque stabilita con la legge 24 agosto 1862, non ebbe effetto che per quella parte soltanto che l'interesse della Banca lo richiedeva, cioè per quella parte che conteneva da un millesimo ad otto decimi d'oro.

Dovrei ora parlare del contratto stipulato tra il Banco di Napoli ed il Governo per la trasformazione della moneta borbonica in nuova moneta decimale, e non eseguito per favorire gli interessi della Banca Nazionale; inesecuzione, o signori, che entrerebbe nei mezzi adoprati per preparare il corso forzoso.

Sa questo argomento però la Camera mi permetterà che io non scenda in minuti dettagli, perché in parte mi riguarda personalmente; non posso però astenermi dall'osservare che quel contratto era il fantasma che turbava i sonni della Banca, perché avrebbe aumentata ed accreditata la circolazione della carta del Banco di Napoli, posto ostacolo all'esportazione della moneta ed impedito quel lavoro continuo ei indefesso per promuovere il corso forzoso.

La Banca, o signori, prima d'impiantarsi nelle provincie meridionali, spendeva parecchi milioni per comperare la moneta all'estero; ma dopo, non solamente non spese più nulla, ma colle sue operazioni sulla moneta incassò degli utili non dispregevoli e preparò quella deficienza di numerario circolante che si prese a pretesto per imporre al paese il corso forzato.

Nel 1863, nel mentre l'onorevole Minghetti stesso stava alla presidenza del Consiglio e reggeva il Ministero delle finanze, dopo di essersi fatta piegare dapprima, come ho detto, la Banca Toscana,

si ritornò all'attacco contro il Banco di Napoli. L'opinione pubblica si commosse di nuovo, ed il Ministero, il 13 marzo 1863, credè di dover spiegare alla Camera di commercio di Napoli quali erano le sue intenzioni.

In tale occasione, o. signori, il Governo non dissimulò, anzi confermò la sua intenzione di sopprimere la Cassa di sconto del Banco di Napoli e quella di Bari; l'incubo adunque dei propugnatori della nuova libertà bancaria erano le operazioni delle Casse di sconto delle provincia meridionali.

L'operosità più persistente si spiegava quindi, per togliere al Banco di Napoli il mezzo più potente di mettere in circolazione la sua carta, per ridurre quell'antico monumento della generosità di illustri cittadini napoletani impotente a fare concorrenza alla Banca Sarda ed a spiegare la sua salutare influenza a prò dell'industria e del commercio, specialmente nel mitigare gli interessi, come praticò, mantenendoli al 5 per cento, in un momento in cui in tutta Europa erano arrivati al 10 ed al 12 per cento.

L'interesse alto, o signori, ed il monopolio uccidono l'industria ed il commercio ed arrestano l'agricoltura, fonti dalla quale l'Italia attende la sua grandezza e la sua prosperità futura, e non già dal monopolio della Banca. Fallite anche nel 1863 le speranze di poter togliere in modi diretti la concorrenza alla Banca Sarda, principiarono le vie indirette.

Un ordine del ministro delle finanze, sempre sotto l'amministrazione dell'onorevole Minghetti, ingiungeva al Banco di Napoli di consegnare alla Banca Nazionale tutte le paste metalliche d'argento e di oro, che il Banco, perché di sua proprietà, aveva ritirato dalla zecca nel momento del passaggio dal vecchio al nuovo sistema.

Il Banco da prima resisté per parecchio tempo, ma dopo cede alle ingiunzioni che partivano non tanto dal ministro delle finanze, quanto dalla direzione generale del Tesoro, nota abbastanza per le sue compiacenze verso la Banca; da quella direzione generale i cui illegittimi rapporti colla Banca sono stati deplorati dalla Commissione del corso forzoso; da quella direzione generale che, per favorire la Banca, dopo aversi ricevuti e messi in circolazione parecchi milioni di carta piccola del Banco di Napoli, insisteva per farla dichiarare illegale; da quella direzione generale che prima dell'inchiesta sul corso forzoso scontava alla Banca effetti del Governo mentre esistevano presso la Banca delle somme considerevoli di proprietà del Governo aconto corrente senza interessi. Non dobbiamo illuderci, o signori, l'influenza della Banca già pesa troppo sul Governo e sopra tutt'i suoi funzionari. Se votiamo la convenzione, infeudiamo lo Stato alla Banca. Sarà la Banca che nomina i deputati, i senatori, i ministri, i pubblici funzionari. (Rumori e risa a destra)

ASPRONI. Non c'è da ridere.

AVITABILE. Costituiamo in Italia, o signori, un Governo libero nella sua azione finanziaria, il monopolio finanziario uccide la libertà politica: (Vero! Verissimo! a sinistra)

3454 CAMERA DEI. DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Contenta la Banca dei primi risultamenti ottenuti nelle provincie meridionali si mise non più ritrosa, ma operosissima ad impiantare le nuove sedi e succursali ed a raccogliere polizze e fedi di credito dai Banchi di Napoli e di Sicilia per sottrarre dalle Casse di questi stabilimenti il numerario, presentandoli ora a Bari, ora a Palermo, ora a Messina, ora a Napoli stessa, ed ispirando ed incutendo a quegli stabilimenti tale timore da fare sospendere lo scambio della carta tra di loro, che formava la prosperità e la grandezza di quegli stabilimenti.

Dopo ciò eccovi subito nel 1865 un decreto reale che affidava alla sola Banca il servizio di tesoreria, ma la saggezza del Parlamento impedì che si eseguisse. Eccovi infine colta l'occasione della guerra del 1866 per accordare alla sola Banca il diritto illimitato di imprimere alla sua carta il valore della moneta, generosità inconcepibile del Governo italiano, che nessun altro Governo civile ha mai così largamente concesso alle Banche.

Tutti sanno, o signori, quante lacrime costò alle popolazioni il corso forzoso, ed anche quante vittime in Calabria ed in Sicilia; ma non tutti conoscono che i mali maggiori vennero dall'abuso che, in prospettiva di lauti guadagni, fece la Banca del corso forzato.

Il paese si scosse, non perché comprendeva il male, ma perché vedeva le conseguenze del male. Il Parlamento intervenne ed ordinò un'inchiesta. I risultati li sentirete, meglio di mp, dall'onorevole mio amico che mi seguirà, Seismit-Doda. Io mi limito a rilevare, o signori, semplicemente che la Commissione è stata sollecita di proporvi la limitazione a 700 milioni. Voi la fissaste a 750, colla promessa solenne della diminuzione graduale. Non potete quindi oggi concedere l'aumento senza contraddire voi stessi. La limitazione, signori, è opera vostra, opera salutare, opera che fece tanto bene al Governo ed al paese, opera che voi stessi non potete, non dovete distruggere.

La Commissione, o signori, è uscita dal vostro seno, dulia vostra volontà. Voi non potete, pria di discutere le conclusioni, approvare la convenzione colla Banca e perpetuare i legami del Governo colla stessa senza offendere voi stessi, senza ridurre ad una burla tutta l'inchiesta parlamentare.

ROMANO. Domando la parola per la questione pregiudiziale.

AVITABILE. Devo ora, o signori, rilevare un ultimo fatto che riguarda la limitazione. Ma pria ho bisogno di leggere il testo dell'articolo 8 del decreto del primo marzo 1866, e la legge di restrizione del corso forzoso del 3 settembre 1868,per mettere in riscontro queste due leggi, e dimostrare quanto sia illegale ed abusivo il fatto che io sto per rivelare al Parlamento.

L'articolo 8 del decreto del 1° maggio 1866 si esprime così:

«La somma del valore dei biglietti in circolazione della Banca Nazionale nel regno d'Italia non potrà eccedere quella fissata dai suoi statuti.

«Non entrerà nel calcolo della somma suddetta il valore dei biglietti del mutuo al Tesoro, di cui all'articolo 1 del presente decreto, né quello dei biglietti che darà agli altri istituti di credito, secondo l'articolo 6.»

Quindi coll'articolo 8 del decreto 1° maggio 1866 (decreto che io non leggo per intero per non annoiare la Camera, e poiché la questione non cade che sullo articolo 8) si stabilirà che la Banca poteva emettere i suoi biglietti a norma dei suoi statuti, ossia tenendo per norma il terzo di riserva metallica, ciò che si riluceva ad una vera burla, poiché coi biglietti inconvertibili poteva comperare, come comprò, quanta moneta voleva.

Pel mutuo fatto al Tesoro dei 250 milioni e per i biglietti che doveva dare agli altri stabilimenti era esonerata di tenere la riserva metallica; venivano però pareggiati i biglietti che la Banca dava al Tesoro coi biglietti che dava agli altri stabilimenti.

La legge del 3 settembre 1868 è così concepita:

«Nel termine di sei mesi dalla pubblicazione di questa legge la Banca Nazionale nel regno d'Italia farà rientrare la circolazione dei suoi biglietti al portatore nel limite di 750 milioni, limite che non potrà mai essere superato sotto verun titolo e forma, e per qualsivoglia causa, tinche dura il corso forzoso.»

Questa solenne promossa però fatta al paese è stata disconosciuta, è stata violata dall'onorevole Minghetti e dai ministri suoi colleghi, quando, illegalmente, in contraddizione del testo espresso della legge, mi sembra in giugno 1869, hanno stabilito che tra i 750 milioni non dovevano computarsi i biglietti che la Banca aveva dato agii altri istituti, cerando così, per eludere la legge ed oltrepassare il limite dei 750 milioni, una condizione diversa ai biglietti che la Banca aveva dato al Governo da quelli che aveva dato agli stabilimenti di circolazione. Quando sotto nessun riguardo i 750 milioni si potevano oltrepassare, coloro che hanno stabilito di poterli oltrepassare, con una interpretazione in manifesta contraddizione del testo della legge, hanno violata la legge stessa e nociuto immensamente al credito dei biglietti.

Ma, o signori, questo non è tutto il fatto più grave, e mi duole veramente che in questo momento non sia presente ed al suo posto l'onorevole ministro delle finanze; il fatto più grave, lo ripeto, lo ha commesso l'onorevole Sella venti giorni fa. Sapete, o signori, cosa ha fatto?

Per oltrepassare di altri 16 milioni il corso forzoso ha fatto un'operazione, che oltrepassa tutti i limiti del possibile. Venti giorni addietro l'onorevole Sella ha preso della moneta consunta che stava nelle casse dello Stato, inservibile perché non era commerciabile, e pretendeva depositarla nelle casse della Banca Nazionale, mi è stato detto, per avere dei biglietti. La Banca Nazionale si rifiutò perché comprendeva che i biglietti dovevano essere annoverati fra i 750 milioni.

Ebbene, cosa fece l'onorevole Sella? La depositò al Banco di Napoli coll'intervento del direttore della Banca Nazionale, del presidente della Camera di commercio e di un delegato governativo.

3455 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

Il Banco di Napoli ritirò 16 milioni di biglietti della Banca Nazionale e li consegnò al Governo per metterli in circolazione, onde così ai termini della deliberazione dal Consiglio dei ministri di giugno 1869 non venissero compresi nei 750 milioni.

Questo fatto, o signori, che cosa significa? Significa che la carta della Banca...

ASPRONI. Che moralità!

AVITABILE. quando c'è l'accordo tra la Banca ed il Governo è più pericolosa pel paese della carta governativa.

Questo fatto mostra quali artifizi si adoperano dal Governo per eludere la legge e non tener conto del Parlamento; è necessario almeno, o signori, che si dica una parola per stigmatizzarli.

La solenne promessa di non oltrepassare i 750 milioni mantenetela almeno voi stessi che l'avete fatta, o signori; mantenetela, ed il paese vi sarà grato della vostra tenacità; mantenetela se volete mantenere nel paese il prestigio del Parlamento.

Ho detto che la convenzione allontana la cessazione del corso forzoso.

Attualmente, a mio modo di vedere, non sarebbe difficile al Governo con un'operazione qualunque sul patrimonio dello Stato ottenere i 378 milioni.

Abbiamo l'asse ecclesiastico, il quale, con tutte le diminuzioni risultanti dai calcoli dell'onorevole Sella, pur nondimeno non si può disconvenire che ascende a circa 300 milioni; abbiamo il Tavoliere di Puglia, i censi di Sicilia che formano tutti la massa d1 patrimonio dello Stato; abbiamo vari crediti arretrati: tutto compreso, non sarebbe difficile realizzare 378 milioni e quanto altro bisogna urgentemente pel servizio di cassa. La Banca, coi 378 milioni che gli restituirebbe il Governo e con 170 milioni circa di riserva metallica, potrebbe riprendere i pagamenti, a mio modo di vedere, senza perturbazione alcuna. Ma, quando il debito dello Stato verso la Banca da 378 milioni si aumenta a 500, la carta della Banca da 750 milioni si porta ad 800, la riserva metallica si diminuisco di 50 milioni, il prezzo delle obbligazioni si fissa all'85, altre obbligazioni non si potrebbero alienare prima di aver vendute quelle che si darebbero in pegno alla Banca; ed infine, quando la Banca non sarebbe obbligata a riprendere i pagamenti in contanti se non quando il suo credito fosse soddisfatto, è una vera mistificazione, o signori, il dire che la convenzione avvicina la cessazione del corso forzoso. Chi non vede che sarà più difficile il pagare 500 milioni invece di 378? Chi non vede essere una vera utopia la speranza dell'onorevole Sella, che dopo la convenzione il nostro credito possa tanto migliorare da trovar noi il danaro al 6 per cento?

Le obbligazioni all'85 si possono vendere soltanto a coloro che acquistano i beni ecclesiastici lentamente in 18 anni, ed anche in tempo maggiore per quei beni che non ancora si sono venduti.

Chiunque abbia la benché minima conoscenza delle cose bancarie si persuaderà facilmente che, diminuita di 50 milioni la riserva metallica della Banca, ed aumentata di 50 milioni la circolazione della carta, la ripresa dei pagamenti in contanti si allontana, non ai avvicina. Né vale il dire che i 50 milioni il Governo sarebbe tenuto a restituirli in oro, poiché i 50 milioni in oro dovrebbero servire a ritirare i 50 milioni di carta che oggi di più dei 750 mette la Banca in circolazione per darli al Governo. Quando la circolazione è eccessiva, per riprendere i pagamenti in contanti, è necessaria una riserva sufficiente per soddisfare la carta eccessiva che si presenta al cambio, e per eguagliare il terzo della carta che rimane in circolazione. Sono questi, o signori, canoni indiscutibili di prudenza amministrativa e di scienza e pratica bancaria.

La convenzione, o signori, non avvicina, no, la cessazione del corso forzato; essa non è che un artificio per ridurre il patrimonio dello Stato in modo da renderlo realizzabile il più lontanamente che si possa, onde far godere alla Banca i benefizi della permanenza del corso forzato.

La riserva metallica, o signori, non è stabilita nell'interesse della Banca o del Governo, è stabilita nell'interesse dei possessori dei biglietti. Non è quindi permesso ad un Governo morale di far man bassa sui diritti dei cittadini e di offendere ogni principio di buona fede, sottraendo dalle casse della Banca un valore metallico che garantiva l'emissione della carta, superiore assai al credito della Banca suddetta.

Egli è vero che la Commissione dei Quattordici osservò che col corso forzato la riserva metallica è inutile, che la garanzia dei biglietti sta nelle obbligazioni fondiarie e nel credito verso il Governo, e che anche ora che i biglietti non sono garantiti da obbligazione alcuna, l'aggio è sceso a proporzioni discretissime.

Questo lo diceva la Commissione quando non si era verificato nessun fatto straordinario; ma veda adesso la Commissione quanto l'aggio è aumentato nella piazza, e Dio volesse che non si verificassero altri aumenti, e tali da ritornare l'aggio a quella misura che ha tanto perturbato il paese.

Ciò non pertanto noi, per i biglietti emessi dalla Banca per conto dello Stato, comprendiamo l'importanza degli argomenti della Commissione, li comprendiamo e li mettiamo in evidenza fin d'ora, perché speriamo che la Commissione non li disconoscerà e non li ripudierà quando la chiameremo sopra un altro terreno. Ma non possiamo andare d'accordo colla Commissione in quanto ai biglietti emessi dalla Banca per operazioni proprie.

3456 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

È vero che si potrà rispondere che, anche sottratti i 50 milioni di riserva metallica, resta alla Banca una riserva sufficiente per agguagliare il terzo dei suoi biglietti in circolazione per proprio conto. Questa osservazione sarebbe indiscutibile se non esistesse il corso forzoso, o quando la Banca si fosse nella circolazione dei suoi biglietti mantenuta nei limiti più o meno nei quali era la sua circolazione prima del corso forzoso.

Ma quando ha triplicata la sua circolazione normale, non si deve, non si può più parlare di un terzo di riserva metallica.

Quando i biglietti si mantengono nella circolazione per la forza del credito di uno stabilimento, tutti convengono che la terza parte di riserva metallica sia sufficiente; ma quando una Banca profittando del corso forzoso estende la sua circolazione in modo da oltrepassare tutti i limiti del suo credito in tempi normali, quando da 120 giunge a 300 milioni, se voi mettete la mano nella sua cassa, e le togliete la moneta che prudentemente aveva raccolta, il giorno in cui si decretasse la cessazione del corso forzoso, io ve lo dico poggiato sull'esperienza che ho delle cose bancarie, ve lo dico col più profondo convincimento dell'animo mio, sarebbe un giorno di lutto, sarebbe un giorno di sventura pel paese.

Quali utili abbia arrecato agli azionisti della Banca il corso forzato sarà meglio di me dimostrato da uno degli oratori che mi seguiranno.

È indubitato però che la convenzione assicura agli azionisti della Banca utili considerevoli. Trecento milioni di circolazione assicurata col corso forzoso per parecchi anni (parlo della convenzione) ad uno stabilimento che colla circolazione fiduciaria non ha potuto mai raggiungere i 120 milioni, è cosa che sa certamente di favoritismo. Cento ottanta milioni di più della circolazione massima ordinaria, senza pericolo per la Banca di essere molestata dalle domande di rimborso, non è cosa di poco momento; è un capitale di cento ottanta milioni sul quale gli azionisti della Banca percepiscono gli utili, ed il Governo e i cittadini li pagano sotto forma di aggio.

Se la Banca, in forza del suo credito, per lo sviluppo maggiore degli affari in Italia, avesse aumentata la sua circolazione fiduciaria dai 120 ai 300 milioni, noi saluteremmo con gioia questo fatto, e converremmo cogli onorevoli membri della Commissione dei Quattordici a che poco importerebbe di conoscere quali profitti possa ritrarre una società privata da un contratto vantaggioso.»

Ma ci permettano gli onorevoli membri della Commissione osservare che la questione cambia di aspetto quando si tratta di corso forzoso. Ogni aumento di circolazione oltre quella che lo stabilimento teneva in tempi normali, aumenta gli utili degli azionisti, che scontano i cittadini ed il Governo coll'aggio che pagano sulla carta.

È questo un assioma indiscutibile, che, quando la Banca impiega un capitale che non potrebbe impiegare senza il corso forzoso, gli utili degli azionisti col corso forzoso aumentano come, quando la carta aumenti nella circolazione, aumenta l'aggio. Da ciò, o signori, vedete bene essere cosa ridevole il venire a sostenere la generosità della Banca verso lo Stato, quando essa si accontenta del meschino premio di 60 centesimi per cento. Il premio, o signori, non sono i 60 centesimi per cento, ma gli utili annui assicurati sopra 180 milioni.

L'Italia, o signori, nella sua attuale posizione non può sostenere, per la quantità de' suoi affari, un capitale circolante di oltre un miliardo e quattrocento milioni compreso il Veneto. Dal 1860 al 1866, escluso il Veneto, il capitale circolante era di un miliardo e 200 milioni, ed era rappresentato più o meno da 100 a 120 milioni di biglietti della Banca Sarda, da 150 a 170 milioni di fedi di credito dei Banchi di Napoli e di Sicilia, da 30 milioni circa di biglietti della Banca Toscana: nel totale da 300 a 320 milioni di circolazione cartacea, il resto presso a poco 900 milioni di danaro sonante.

Dal 1864 ai primi mesi del 1866 il numerario diminuì gradatamente. In questa diminuzione quale responsabilità abbiano gli uomini che allora stavano alla testa del Governo e la direzione del Tesoro e quanto abbia cooperato la Banca Sarda, io ve lo dissi nella prima parte del mio discorso. Era tale però, o signori, la diminuzione da richiedere il corso forzoso? E, richiedendolo, doveva limitarsi la circolazione della carta ai bisogni dello Stato ed alla circolazione ordinaria della Banca; ovvero si doveva accordare alla stessa il diritto di battere moneta cartacea per quanto voleva e poteva in danno dello Stato e dei cittadini? Io credo che l'esempio delle provincie meridionali nel 1847 e 1848 avrebbe dovuto assicurare il Governo che la crisi monetaria poteva traversarsi senza la inconvertibilità del biglietto.

Nel 1847 e 1848 nel Napoletano, il capitale circolante metallico era diminuito di circa 300 milioni, eppure la crisi si traversò felicemente senza ricorrere ad espedienti simili. Io mi glorio di averli anche allora combattuti ed essersi verificate le mie previsioni, che il capitale metallico ritornava, come ritornò dal 1850 al 1859, giusta i documenti da me presentati alla Commissione del corso forzoso, e che si trovano stampati nel terzo volume della relazione. Io credo che, astrazione fatta da ogni quistione di necessità del corso forzato, si potevano evitare tante sventure, se si fosse sta bilito un limite alla circolazione della Banca. Ma lasciamo di ciò il giudizio alla storia, e ritorniamo alla questione attuale.

Discutiamo se sia giusto, onesto, patriottico, morale distruggere, in nome della libertà, stabilimenti che hanno reso segnalati servizi alle provincie napoletane, siciliane e toscane,

3457 TORNATA DEL 18 LUGLIO 1870

o che potrebbero renderne al Governo ed all'intiera Italia, se si fa loro giustizia, se si finisce una volta di proteggere il monopolio della Banca Sarda.

Il Banco di Napoli e di Sicilia, nonché la Banca Toscana, o signori, se voi approvate la convenzione, li demolite. Quando dei 900 milioni di circolazione cartacea, che per ora è possibile in Italia, voi ne date 500 al Governo e 300 alla Banca Sarda per conto proprio, voi obbligate gli stabilimenti a restringere in modo la loro circolazione da perturbare gravemente i loro affari.

Né vale il dire che l'aumento di 50 milioni di carta soltanto non potrebbero produrre gravi conseguenze, poiché i 50 milioni di nuova carta della Banca inconvertibile che voi mettereste in circolazione andrebbero tutti nella piazza a detrimento dei biglietti convertibili del Banco di Napoli, di quello di Sicilia e della Banca Toscana, e turberebbero immancabilmente l'ordine economico dei loro affari.

La diminuzione di 50 milioni sopra 160 della loro attuale circolazione complessiva sarebbe una sentenza per loro di vita stentata, se non di morte. Anche nell'ordine delle idee dei nostri avversari noi comprenderemmo che dei 900 milioni in circolazione ne prendesse 500 il Governo per le necessità dello Stato; ma non comprendiamo, non sappiamo come si possa giudicare giusto, morale, onesto che dei 400 milioni residuali ne possano essere attribuiti 300 a corso forzoso a quella Banca Sarda che prima del corso forzoso aveva appena raggiunto i 120 milioni, e 100 milioni soltanto si lascierebbero ai tre stabilimenti che prima del corso forzoso mantenevano in circolazione fiduciaria 200 milioni circa. Alla Banca Sarda insomma si assicurerebbe una circolazione quasi tripla della fiduciaria, «gli altri stabilimenti si lascerebbe la metà di quella che avevano prima del corso forzoso.

È, o non è, o signori, la convenzione il completamento del monopolio?

Prego la Camera a darmi pochi minuti di riposo.

Voci. A domani! Sono le sei!

Altre voci. No! No! Si riposi!

PRESIDENTE. Il regolamento si oppone a che un discorso sia continuato il giorno dopo.

Voci. A domani!

PRESIDENTE. Io non posso andare contro il regolamento. Se l'onorevole Avitabile non vuol proseguire, domani non potrà più riprenderlo..

RATTAZZI. Domando la parola.

PRESIDENTE. Parli l'onorevole Rattazzi.

AVITABILE. Domando la parola per una dichiarazione.

RATTAZZI. Se il regolamento fosse l'arca santa a cui non si potesse toccare e non si toccasse, avrebbe pienamente ragione l'onorevole nostro presidente.

È vero che nel regolamento si trova questa disposizione, ma non so come la si possa invocare, quando vi sono tante ragioni per derogarvi.

Ignoro altresì di qual sostegno sia il regolamento per dire che sia proprio interdetto alla Camera procedere altrimenti in qualsiasi emergenza.

Ogni volta che la Camera ravvisò esservi una ragione speciale di derogarvi, ciò fece sempre. Ora credo che, se c'è caso in cui si abbia da derogarvi, è appunto il caso in cui un discorso sarebbe troncato a mezzo ad ora cotanto inoltrata.

Se mai si procede in tali circostanze all'applicazione rigorosa del regolamento, avviene che un deputato, dovendo cominciare alle cinque un discorso che ha da durare due ore, domanda di cominciarlo all'indomani, e così si scioglie la seduta e la Camera perde un tempo che si potrebbe utilmente impiegare.

Mi sembra quindi che nell'interesse stesso della discussione sarebbe molto più opportuno che in casi particolari si desse all'oratore la facoltà di continuare il suo discorso il giorno seguente a quello in cui l'ha cominciato.

Del resto, signori, è da mezzogiorno che siamo qui. Comprendo che per quei deputati (Accennando alla destra) i quali non istanno continuamente seduti al loro banco, ma vagano or qua or là, possa la seduta continuare oltre le sei; ma per quei deputati i quali credono esser loro dovere rimanere continuamente al loro posto per assistere a tutta la discussione, domando se è possibile vi tengano dietro quando giungono le sei.

Per quelli che stanno qui credendosi coscienziosamente in dovere d'ascoltare tutti i discorsi, credo che alle s'i bia tempo di chiudere la tornata.

Quindi propongo all'onorevole presidente di consultare la Camera, facendo un'eccezione al regolamento in circostanze non ordinarie, come queste, se non sia il caso di rimandare a domani il resto del discorso, perché sono certo che l'onorevole Avitabile ne avrà ancora per un'ora e mezzo.

AVITABILE. Ora non si tratta più della convenzione colla Banca; si tratta di sostenere il mio emendamento. È questa una materia interamente diversa, una materia nella quale non credo che la Camera vorrà negarmi il diritto di parlare. Ora non sono in condizione di farlo; la Camera faccia quello che crede.

PRESIDENTE. Allora, onorevole Avitabile, s'intende che il suo discorso è terminato; domani "parlerà per isvolgero la sua proposta.

Voci a sinistra. No! no! (Segni d'impazienza del deputato Mellana)

CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

PRESIDENTE. Onorevole Mellana, non s'impazienti.

MELLANA. Si voti por rinviare a domani.

PRESIDENTE. Ma non posso, perché non vi è alcun dubbio: il regolamento è esplicito su questo punto, dicendo: «Nessun discorso potrà essere interrotto o rimandato per la sua continuazione da una seduta all'altra.» Quando i termini del regolamento sono così precisi, come posso io consultare la Camera se voglia violarli?

FERRARA. Si è fatto cento volte, signor presidente. (No! No!)

Voce dal banco dei ministri. Quando la legge è fatta, bisogna rispettarla.

PRESIDENTE. Domani alle 9 la Camera è convocata in Comitato privato per l'elezione del Seggio. Alle 11 e 1|2 seduta pubblica.

La seduta è levata alle ore 6.

Ordine del giorno per la tomaia di domani:

Seguito della discussione del progetto di legge relativo alla convenzione colla Banca Nazionale.


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3459 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

SOMMARIO. Atti diversi =Lettera d'invito del ministro per l'interno ad una funzione funebre. = Dichiarazioni e osservazioni del deputato La Porta circa le dichiarazioni fatte ieri dai Ministero netta interpellanza sopra il contegno del Governo nella guerra imminente tra la Francia e la Prussia e sull'annunzio della chiamata di due classi - Risposte del ministro per le finanze e del presidente del Consiglio - Repliche dei deputati La Porta, Nicotera, Rattazzi e Oliva - Nuove spiegazioni dei ministri, e osservazioni dei deputati Alfieri e Minghetti. = Dichiarazioni del deputato Mezzanotte sulle cifre ieri addotte netta discussione sulla situazione del Tesoro, e replica del ministro. = Presentazione della relazione sui progetti di legge: convenzione colla società dei canali Cavour; esercizio delle professioni di avvocato e procuratore; estensione della legge sulle pensioni alle vedove d'impiegati morti per causa di servizio, progetto per modificazioni allo statuto della Banca Toscana. = Seguito della discussione generale dello schema di legge per una convenzione colla Banca Nazionale - Domanda del deputato Villa T. per la pubblicazione di un documento, e adesione del ministro - Avvertenze dei deputati Rattazzi e Chiaves - Il deputato Avitabile discorre contro la convenzione - Discorso del deputato Marasio in favore della medesima - Nuove opposizioni del deputato Servadio - Discorso del deputato Billia contro la convenzione e contro la politica del Ministero - Discorso del deputato Maurogonato in difesa della convenzione - Risposte del deputato Rattazzi, e replica del deputato Maurogonato.

La seduta è aperta alle ore 11 e 55 minuti antimeridiane.

ATTI DIVERSI.

MACCHI, segretario, da lettura del processo verbale della tornata antecedente, il quale è approvato.

PRESIDENTE. Il presidente della Corte dei conti trasmette alla Camera l'elenco delle registrazioni con riserva fatte dal 1 al 15 luglio corrente dalla Corte medesima.»

Questa relazione sarà stampata e distribuita ai signori deputati.

Il ministro dell'interno scrive:

«Celebrandosi addì 28 luglio corrente per cura dello Stato nella metropolitana di Torino la vigesimaprima commemorazione anniversaria della morte del Re Carlo Alberto, il sottoscritto, seguendo la consuetudine degli anni precedenti, ne porge annunzio a co desto onorevole ufficio di Presidenza, affinché una deputazione di codesto ramo del Parlamento nazionale possa onorare di sua presenza la pietosa funzione.»

La Presidenza ha già deliberato di prendere le opportune disposizioni per essere rappresentata, come negli anni addietro, a questa funzione religiosa.

Per motivi di salute, il deputato De Boni chiede un congedo di un mese; per affari privati il deputato Panattoni chiede un congedo di 10 giorni.

(Questi congedi sono accordati.)

NICOTERA. Signor presidente, nel fascicolo che è stato or ora distribuito, che contiene gli ordini del giorno, le controproposte e gli emendamenti riflettenti la convenzione colla Banca Nazionale, non vedo figurare la proposta da me presentata.

PRESIDENTE. Figurerà in altro fascicolo che sarà distribuito fra poco.

NICOTERA. Sta bene.

DI SAMBUY. Quantunque il Comitato della Camera stamane non abbia potuto discutere, per mancanza di numero legale, siccome può darsi che giovedì o sabato si trovi in numero per discutere quanto è all'ordine del giorno, io pregherei la Camera di dichiarare d'urgenza il progetto di legge che il ministro delle finanze presentò l'altro giorno in favore degli abitanti delle zone territoriali che si trovano tra il limite della dogana italiana e la frontiera estera sul nostro versante delle Alpi.

Si tratta di un'opera di umanità, e di poveri montanari obbligati a pagare i dazi di esportazione del pane, del vino, dell'olio, e di altre merci.

Questi oggetti consumandosi nell'Italia è assurdo ed anticostituzionale di tassarli coi diritti di esportazione, e la Camera ammetterà la equità del fatto ammettendo l'urgenza.

(È dichiarata d'urgenza.)

INCIDENTE SOPRA LE DICHIARAZIONI FATTE IERI SUL CONTEGNO DEL GOVERNO NEL CONFLITTO TRA LA FRANCIA E LA PRUSSIA.

LA PORTA. Domando la parola per una dichiarazione sul processo verbale.

PRESIDENTE. L'onorevole La Porta ha la parola sul processo verbale.

3460 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

LA PORTA. Nella tornata di ieri, dopo che io ebbi l'onore di rivolgere un'interrogazione ai signori ministri sul loro indirizzo politico di fronte alla guerra tra la Francia e la Prussia, assentatomi un momento, fui avvertito che, a proposito di una discussione sui bisogni di cassa, l'onorevole ministro delle finanze, così per incidente, ebbe a dichiarare alla Camera che fra i bisogni dovevansi comprendere quelli occasionati dal richiamo che il Ministero aveva fatto di due classi; e quello che maggiormente fece impressione alla Camera (mi venne riferito) si fu appunto la circostanza che nel giorno stesso di ieri il decreto di richiamo era firmato.

Mi sorprese che quella dichiarazione non venne fatta quando appunto si parlava dell'indirizzo politico del Ministero, quando si posava da me il quesito sulle condizioni e sulle garanzie di una politica di neutralità, e mi sorprese anche maggiormente l'apprendere che l'onorevole ministro delle finanze ebbe a cambiare il quesito da me posto in una specie di adesione ad una politica che io desiderava discussa, e alla cui discussione dal Ministero si oppose un differimento.

Dichiaro quindi nel processo verbale che non posso affatto accettare questo sistema di poco riguardo verso il Parlamento.

Noi, rappresentanti della nazione, se non era offerto questo incidente dalla cortesia del signor ministro, rischiavamo di sapere dai giornali che ieri un decreto reale chiamava due classi sotto le armi.

Nell'attualità, di fronte a questa grossa guerra, in mezzo ai pericoli che ci minacciano, quando il paese è preoccupato di una politica che non desidera essere presto discussa in quest'Aula, questo sistema di poco riguardo verso i diritti e la dignità del Parlamento io non lo posso accettare, e quindi.tengo a che questa dichiarazione sia inserita nel processo verbale come complemento delle parole che ebbi l'onore di pronunciare nella seduta di ieri.

SELLA, ministro per le finanze. Io chiedo che sia inserita nel processo verbale la mia protesta e la mia reiezione delle parole dell'onorevole La Porta con cui si accusa il Ministero di poco riguardo alla Camera.

Nella seduta di ieri è stato interpellato il Ministero intorno alla sua condotta politica. Il ministro degli esteri prima, indi il presidente del Consiglio, hanno già dato sopra questo punto tutte le spiegazioni occorrenti.

Venendo poi al fabbisogno di cassa, era naturale che per parte mia si indicassero più particolarmente i provvedimenti che, anche tenendo la linea di condotta che era stata tracciata dal ministro degli affari esteri e dal presidente del Consiglio, nelle circostanze attuali occorrevano, e mi affrettai di notificare la chiamata di due classi, come altresì a dichiarare che le spese che ne conseguivano non erano di tale importanza da mutare

la domanda che il Ministero faceva dei mezzi per provvedere alla situazione, finché essa fosse quale è oggi. Dissi ancora che, quando le circostanze fossero cambiate e che altri mezzi fossero occorsi, il Ministero sarebbe stato sollecito di richiederli al Parlamento. Dopo di ciò mi permetta l'onorevole La Porta che io respinga come un'insinuazione quelle sue parole di poco riguardo verso il Parlamento.

Egli dice: si è corso rischio di sapere solo dai giornali che erano state chiamate due classi. Intanto constato che questo fatto venne formalmente dichiarato da questo banco (Accennando il banco ministeriale'), e non so perché piaccia all'onorevole La Porta di venire a dire che si corse rischio di saperlo dai giornali. Se poi il nostro contegno di ieri è oggi definito dall'onorevole La Porta come di poco riguardo al Parlamento, io respingo la sua asserzione, e poi soggiungo che davvero non so più che cosa sieno i riguardi al Parlamento.

LA PORTA. Non so comprendere come il signor ministro delle finanze non vegga chiaramente quanta inconvenienza vi possa essere nel dissimulare una dichiarazione di grave momento quando è interrogato formalmente e categoricamente, per lasciarla invece scivolare fuori della questione su cui fu interrogato, quasi per incidente, quasi a corollario di una cifra, in una discussione complicata di contabilità e di tesoreria.

Se questa dichiarazione non può dirsi come un incidente, se questo fatto non offende i riguardi che si debbono dal potere esecutivo alla Camera, io lascio alla Camera stessa ed al paese il giudicarlo.

Non è questa un'occasione di fare insinuazioni, nò io sono uso a farle, né in questi momenti si potrebbe permettere a chiunque in questa Camera di fare oggetto di piccola guerra contro il Ministero una questione dalla quale può dipendere l'esistenza del paese.

Questa grave circostanza persuaderà la Camera come non si possa più a lungo ritardare a far la luce sulla politica del Gabinetto. Non si può più ritardare di esigere spiegazioni categoriche sulla sua politica, la quale non deve essere confessata in incidenti, ma manifestarsi chiaramente e francamente, perché anche il paese senta qual è su di essa l'avviso della sua rappresentanza legislativa.

NICOTERA. Non posso assolutamente lasciar passare senza una qualche osservazione le dichiarazioni dell'onorevole ministro delle finanze. Egli ha dimenticato che ieri il presidente del Consiglio ed il ministro degli esteri hanno fatto di tutto per evitare la discussione sull'argomento della condotta del Governo. Essi però hanno dichiarato, sebbene non abbiano pronunziata la parola neutralità, che il Governo si sarebbe mantenuto in questa. Ora è evidente che ciò che ha detto l'onorevole ministro delle finanze per incidente.

3461 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

MINISTRO PER LI', FINANZE. Come, per incidente!

NICOTERA. Sì, per incidente.

MINISTRO PER LE FINANZE. Oh bella! Per incidente! Io ne ho parlato ex professo, e non per incidente.

NICOTERA. L'onorevole ministro delle finanze, parlando ieri dei bisogni del Tesoro, ha accennato anche a quelli che venivano dall'avere chiamato sotto le armi due classi. Quindi, ripeto, per incidente l'onorevole ministro ha fatto ieri quella dichiarazione alla Camera.

Era certamente molto più regolare fare quella dichiarazione quando il presi 'ente del Consiglio e il ministro degli affari esteri rispondevano alla interrogazione.

Poiché, spieghiamoci un po' chiaro, la neutralità può essere di due modi: o disarmata, o armata; e nell'uno e nell'altro caso il Governo ha il dovere di discutere la questione nel Parlamento.

E badi l'onorevole ministro delle finanze, il richiamo delle due classi, oltre la leva in corso, ha una gravita anche in quanto al programma del Ministero.

Il Ministero si è presentato alla Camera con un programma che comprendeva anche l'esercito; noi abbiamo lungamente discusso quella parte del programma, e il ministro di finanze non può dimenticare le gravi discussioni che vi sono state su quell'argomento. Una economia (contrastata da noi, perché non ci pareva che fosse veramente tale) il Ministero crede di averla ottenuta sul bilancio della guerra.

Adesso poi con la chiamata di due classi, vuole ancora l'onorevole Sella sostenere che il Ministero sta nel suo programma!

Evidentemente vi è una variazione del programma; e quindi anche per questo l'onorevole Sella troverà giunte le osservazioni che faceva il mio amico La Porta, cioè che il ministro degli affari esteri ed il presidente del Consiglio avrebbero avuto il dovere di dichiarare alla Camera ieri la determinazione di chiamare due classi.

Ad ogni modo io credo che nell'interesse del paese, nell'interesse della dignità del Governo e, se me lo consente l'onorevole Sella, anche nell'interesse del Ministero, bisogna uscire da questa situazione la quale è insostenibile per tutti.

Bisogna sapere quale è la linea di condotta che si propone di seguire il Ministero; e il Ministero deve sapere se in questa Camera ha o non ha una maggioranza che intenda di appoggiarlo nella sua politica.

LANZA, presidente del Consiglio. Mi pare che il Ministero abbia ieri abbastanza chiaramente delineato la linea di condotta politica che intende seguire in presenza delle nuove complicazioni d'Europa.

Su di ciò non vi può cadere equivoco. Ed ho soggiunto ancora che, qualora queste condizioni europee venissero a mutare, e che in seguito a questo mutamento il Ministero dovesse ricorrere ad altri mezzi o ad una modificazione della sua politica, verrebbe in Parlamento a farne l'esposizione ed a chiedere il voto parlamentare. Su questo non si può essere fraintesi.

L'onorevole La Porta si lagna che, per incidente, il ministro delle finanze ieri abbia annunziata la determinazione del Governo di chiamare sotto le armi due classi. Or bene, potrà egli rammentare che io, rispondendo a quella sua osservazione che, per mantenere l'indipendenza dello Stato e tutelarne la dignità, era necessario che lo Stato si mettesse in misura (questa è la sua frase) di poter ciò fare; ho indicato che il Governo intendeva precisamente di adottare quei mezzi che erano nei limiti del potere esecutivo onde raggiungere quello scopo, cioè di tutelare la dignità e l'ordine pubblico. Questa è stata la mia affermazione.

Dirò anzi che, coll'onorevole mio collega il ministro delle finanze, si era prima della seduta combinato che io facessi una dichiarazione generica, la quale alludeva precisamente a questo intendimento del Governo, di prendere le opportune disposizioni per far rispettare la sua indipendenza e tutelare la dignità del paese, poi, appunto sulla situazione del Tesoro e sul fabbisogno, a lui toccasse d'indicare che gli occorrevano quei mezzi che chiedeva, anche perché il Governo era venuto nel divisamente di chiamare due classi sotto le armi.

Volevate che il Ministero fosse venuto appositamente, con una tal quale solennità, ad annunciare tal fatto alla Camera? Avrebbe potuto essere interpretato in un senso...

NICOTERA. Lo producete col fatto.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Ma scusate: si è proceduto con una precauzione che il Governo era tenuto di adoperare appunto per le evenienze future; una è positivo che, se si fosse fatto questo con una certa solennità, si sarebbe potuto interpretare in un senso molto più lato, e che avrebbe oltrepassato per avventura i confini nei quali il Governo intendeva di contenersi. Per tal guisa io non vedo, quando una risoluzione è presa la mattina e viene comunicata alla Camera appena riunita, come si possa ravvisare in qualsiasi modo un' offesa alla dignità del Parlamento. Mi pare che gli si è usato tutto quanto il riguardo a cui esso ha diritto, ed altrettanto intendiamo fare per l'avvenire, poiché io dichiaro che, qualunque sieno i provvedimenti di competenza del Parlamento che il Governo dovrà prendere, verrà innanzitutto a provocare sui medesimi il suo voto.

PRESIDENTE. L'onorevole La Porta ha la parola per un fatto personale. Lo accenni.

3462 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

LA PORTA. Il signor presidente del Consiglio crede aver giustificata la condotta del Ministero, appoggiandosi alle mie dichiarazioni di ieri. Egli mi ha frainteso, e ve l'ha detta la ragione per cui esso ha frainteso. Si era fra il presidente del Consiglio e il ministro delle finanze combinato che il primo avrebbe iniziato una dichiarazione generica e il ministro delle finanze l'avrebbe fatta poi categorica, in via d'incidente, nella discussione del fabbisogno del Tesoro.

Ora è questo appunto che io ho censurato; temeva il signor presidente del Consiglio di far dell'effetto venendo a dire che il Ministero oggi ha determinato di chiamare due classi sotto le armi?

Il Ministero non si è preoccupato dell'effetto che avrebbe prodotto nel paese quando davanti alla rappresentanza nazionale, interrogato sulle condizioni e sulle garanzie della neutralità, taceva del richiamo di due classi sotto le armi, per presentarlo poi sotto le modeste forme di un bisogno di cassa?

Era appunto per queste considerazioni che io censurava la mancanza di riguardo del Ministero verso la rappresentanza nazionale.

MINISTRO PER LE FINANZE. Non è vero, non c'è mancanza di riguardo.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. È la sua opinione.

LA PORTA. Peggio per quel Ministero il quale apprezza il riguardo dovuto alla Camera nella maniera come l'ha esposto il ministro delle finanze. Egli mi fraintendeva quando credeva che avessi ieri reclamata una politica di neutralità armata. Io, quando egli annunzio una politica di osservazione, dissi che in massima accettava una politica di neutralità, ma che credeva necessario discuterla nelle sue condizioni, discuterla nelle sue garanzie. Io posava il quesito di neutralità armata; ma, appunto perché questo era un arduo problema, una grave questione che meritava di essere discussa, io tramutava la mia interrogazione in una interpellanza, e desiderava che questa discussione fosse fatta, non tra il Ministero ed un interpellante, ma tra il Ministero e la Camera. Io quindi insisteva sulla necessità che la rappresentanza nazionale si fosse manifestata, sulle condizioni di garanzia della politica di neutralità; dunque non poteva il signor ministro venire a risolvere questa questione nel momento stesso che egli domandava che la mia interpellanza fosse differita. Egli veniva così a togliere alla rappresentanza nazionale la libertà di discussione nel momento stesso in cui dichiarava che non avrebbe cambiato politica...

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Ma non c'è cambiamento di politica.

LA PORTA, senza un avviso anticipato alla Camera. Egli determinava la sua politica, mentre voleva differire la discussione di questa politica davanti alla Camera; ora, se questo sistema è conveniente agli interessi del paese,

non è tra il ministro e me che la questione si può decidere, io ne lascio il giudizio alla Camera, se ha sentimento (come io credo) della dignità della sua missione; io lo lascio all'opinione pubblica del paese, il quale guarda ai minimi dettagli di questa questione, perché comprende, o signori, che dalla vostra politica gravi conseguenze possono venirgliene, e voi in essa non siete liberi come in una questione amministrativa. Qui badate, pensateci bene, o signori, pensateci bene, perché voi potete compromettere il paese, potete compromettere la dinastia; e se non discutete la vostra politica dentro quest'Aula, se non la circondate di tutte quelle cautele che sono necessario, voi potete incontrare serie resistenze nel paese; guardatevi bene, o signori, il paese non dorme sui vostri atti!

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. E noi non desideriamo che dorma.

ALFIERI. Io ho stimato opportuno di chiedere la parola perché da parecchi giorni una parte sola della Camera ha colto il destro di varie occasioni per manifestare il grandissimo desiderio della neutralità. Oggi poi mi pareva che, certamente senza volerlo, l'onorevole La Porta e gli altri oratori che hanno parlato da quel lato corressero rischio di compromettere gli interessi stessi dei quali dimostrano la massima premura. Se mi permettono di esprimermi così, essi peccano per un eccesso di zelo; poiché, o signori, mentre è conveniente, più che conveniente, e nello stretto spirito degli ordini costituzionali che le grandi risoluzioni, le quali possono impegnare la politica del paese, non sorgano di sorpresa e senza il concorso del Parlamento, da un'altra parte è interesse del Parlamento stesso, è interesse delle istituzioni rappresentative di non restringere l'azione del potere esecutivo al segno di diminuire la sua responsabilità. Sarebbe male il sostituire in certo modo la censura preventiva delle attribuzioni del potere esecutivo a quel sindacato ed a quella sanzione che deve sempre appartenere al Par lamento sugli atti del Governo.

Ora, signori, non sarebbe egli da considerarsi in questa circostanza se vi fosse realmente una diversità abbastanza importante tra la dichiarazione generica, tra il concetto, dirai, direttivo della politica che l'onorevole presidente del Consiglio ha esposto rispondendo, insieme al suo collega degli affari esteri, all'interrogazione dell'onorevole La Porta, ed il fatto speciale cui ha accennato l'onorevole ministro delle finanze, allorché si parlava delle materie che dipendono dal dicastero che gli è affidato? Io credo che si potesse e si dovesse molto convenientemente rispondere dall'onorevole presidente del Consiglio, come lo ha fatto all'interrogazione dell'onorevole La Porta, mostrando nel Governo una giusta intelligenza del significato della neutralità, senza che occorresse determinare se si trattasse di neutralità armata o disarmata.

3463 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Vi è tuttavia un certo limite di misure, se posso esprimermi così, d'ordine che rimangono assolutamente riservate alla decisione responsabile del potere esecutivo e non a 1 altri. E ciò, perché per la loro indole, per la loro entità intrinseca, non involgono un indirizzo politico piuttosto che un altro. Ora ritengo che, mentre conveniva all'onorevole presidente del Consiglio di fare quella dichiarazione generica, che il Governo avrebbe preso tutte quelle deliberazioni che erano necessario per fare della neutralità italiana una cosa seria, una tutela efficace degl'interessi dell'Italia, di fronte agli avvenimenti d'Europa; il ministro di finanza poteva benissimo alla sua volta limitarsi alla semplice enunciazione di un fatto che non aveva vero carattere politico. Chi può asserire che la condotta politica del Governo italiano sia impegnata, anche in un avvenire molto prossimo, dalla chiamata di due classi Botto le armi?

Questa chiamata di due classi sotto le armi non può avere che il carattere di prudenza e di precauzione, quali si siano le previsioni che si vogliano fare circa le complicazioni odierne di Europa. Queste precauzioni trovano riscontro anche nelle recenti risoluzioni di quegli Stati che sono in condizione di neutralità perpetua, ad esempio, il Belgio o la Svizzera. Or bene, che cosa fecero questi Governi? Hanno preso qualche prima determinazione per assicurare il rispetto della loro neutralità. Quando poi hanno creduto che occorressero provvedimenti straordinari ed assai più gravi, allora si sono rivolti ai loro rispettivi Parlamenti.

Dunque a me pare che non sia il momento ora, per il solo fatto della chiamata di due classi sotto le armi, di porre una questione politica al Gabinetto. Sarebbe cosa imprudente, lo ripeto, per ciò che spetta alla giusta distribuzione di responsabilità tra il Parlamento ed il potere esecutivo. E se il Parlamento a queste misure, le quali non escono dai mezzi ordinali di previsione che sono affidati alle decisioni del potere esecutive, pretende di attribuire una importanza eccezionale, volendo impedire al Governo di farle, esso non isfnggirà a tutta la responsabilità che avrà esso medesimo creata.

Mi pare quindi che si possa chiudere questo incidente, colla convinzione che non solo da quel lato della Camera, ma, credo, molti se non tutti, anche da questo lato abbiano vivissimo desiderio di vedere mantenuta, per quanto è possibile, la neutralità dell'Italia rispetto alle potenze belligeranti, e soprattutto di garantire la piena indipendenza della sua azione nell'avvenire.

Noi abbiamo l'assicurazione del Governo che le misure eccezionali, le misure importanti non sarebbero prese senza il concorso del Parlamento. Lasciamogli la piena responsabilità della chiamata delle due classi sotto le armi siccome una misura di previdenza che ogni Stato deve prendere per provvedere ai primi casi, come quelli che rendono ansiosa l'opinione

di tutta Europa, e nei quali possono essere impegnati gl'interessi del paese.

PRESIDENTE. L'onorevole Rattazzi ha facoltà di parlare.

RATTA,!. Io non intendo di rispondere all'onorevole Alfieri perché, se volessi entrare nella discussione da lui sollevata (e che egli stesso ha riconosciuto non potersi trattare di straforo, ma largamente e profondamente), io sarei condotto in un campo, nel quale non panni per óra permesso di entrare.

Intendo solo di fare poche osservazioni sulle parole pronunziate dall'onorevole presidente del Consiglio.

Non può negarsi, e ciascuno agevolmente lo comprende, che il fatto avvenuto ieri nella Camera non poteva a meno che colpirci tutti' e cagionarci un qualche senso di sorpresa; doveva, dico, sorprenderci il vedere che, mentre il Ministero rispondendo all'interrogazione politica che gli era diretta sulla condotta che divisava tenere a fronte degli avvenimenti che commovono l'Europa, egli non abbia detta una sola parola né fatto alcun cenno intorno alla chiamata dei contingenti, ed invece, allorché venne la discussione sulla situazione del Tesoro, l'onorevole ministro delle finanze, senza annunciare direttamente questa chiamata, e toccandola incidentalmente, ne abbia parlato come di una spesa nuova di cui si doveva necessariamente tenere conto per indicare in modo preciso il vero l'abbisogno del Tesoro nell'anno corrente.

Ma, dopo le spiegazioni test» date dal presidente del Consiglio, la cosa muta alquanto d'aspetto; e, se debbo dire il vero, non parmi che la Camera abbia una grande ragione di dolersi, quasiché la sua dignità sia stata offesa, essendo evidente, a fronte delle spiegazioni stesse, che non fu mai nell'intenzione del Ministero di volar nascondere questo fatto al Parlamento. E come invero può supporsi che egli avesse un simile pensiero, quando il presidente del Consiglio affermava come si fosse precedentemente inteso fra lui ed il suo collega delle finanze che non se ne sarebbe fatta parola rispondendosi all'interrogazione dell'onorevole La Porta; ma si sarebbe invece dichiarata alla Camera la presa deliberazione quando si sarebbe discussa la situazione del Tesoro? Stando a ciò non può nemmenosollevarsi il sospetto che si volesse nascondere questo fatto ai rappresentanti della nazione.

In verità, e mi si permetta il dirlo, io non posso con sentire col presidente del Consiglio che questo contegno fosse molto opportuno per impedire che quell'annunzio commovesse troppo grandemente il paese.

A me pare che sia del tutto indifferente il fare conoscere al paese la chiamata di contingenti, o nel momento che egli rispondeva all'interrogazione dell'onorevole La Porta, oppure discutendosi la situazione del Tesoro.

Se qualche cosa poteva agitare o, meglio, commuovere le popolazioni (perché non credo che esse siano agitate), è evidentemente il fatto della chiamata.

3464 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Sia poi questo fatto annunziato piuttosto in un modo che nell'altro, non ha importanza veruna, e non è cosa che possa dare loro grande pensiero.

Ma io non voglio nemmeno parlare di questo, né insistere sopra un simile incidente.

Colgo bensì quest'occasione per fare un'avvertenza che non mi fu possibile di fare nella tornata di ieri perché si chiuse la discussione prima che ne paresse giunto il momento.

Io intendo avvertire che il Ministero cadrebbe in gravissimo errore laddove per avventura credesse bastevole il cenno della chiamata dei contingenti fatto ieri nell'occasione in cui si parlava della situazione del Tesoro, se egli stimasse bastevole, dico, che, mediante questo semplice cenno, fosse senz'altro in diritto di disporre della somma che gli può occorrere per questo servizio.

Non dimentichi il Ministero che il bilancio della guerra fu votato in una somma precisa; che esso non la può eccedere senza che sia legalmente autorizzato, e che non potrebbe essere altrimenti autorizzato, salvo od in forza di un decreto reale da convertirsi in legge (quando questo fatto si fosse verificato pendente la chiusura del Parlamento) o per effetto d'una disposizione legislativa. È soltanto coll'autorizzazione del potere legislativo che egli potrà applicare questa somma, e servirsene per la chiamata dei contingenti di cui egli ci diede l'annunzio.

Egli quindi deve incontestabilmente presentare al Parlamento (e prima alla Camera dei deputati, poiché si tratta d'un aggravio per le finanze), deve presentare un progetto di legge rivolto allo scopo di fare una aggiunta al bilancio della guerra per l'esecuzione di quel servizio. Io sono persuaso che la Camera non solleverà difficoltà per dare una simile autorizzazione; ciò per altro non toglie che sia una necessità e un dovere per un Ministero parlamentare di venirla a chiedere. Or bene, quando verrà discussa quella proposta, allora sarà il caso di esaminare se la somma che egli propone debba o no concedersi, ed inoltre se questa sia o no sufficiente, ossia se possa o no rispondere ai bisogni creati dalle nuove condizioni politiche; sarà pur allora il momento di vedere se s'intenda dal nostro Governo di seguire la neutralità, neutralità che ora non discuto; sarà pur allora il momento di discutere se questa neutralità debba o no essere armata; e se, volendosi armata, considerarsi tale pel solo fatto della semplice chiamata di due classi.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. L'onorevole Rattazzi ha completamente ragione quando osserva che il Ministero non potrebbe credersi sciolto da qualsiasi altro obbligo coll'enunciazione semplice della chiamata delle due classi, ma che, quando a tale effetto si richieda una spesa maggiore di quella prevista sul bilancio della guerra, debba presentare un progetto di legge per chiedere il supplemento di spesa.

È evidente che il Governo è obbligato a fare questa presentazione mentre siedono le Camere, ed in quella contingenza, se mai credesse il Parlamento di dover imprendere una discussione sulla politica seguita dal Governo, il Ministero certamente non si opporrà.

Ma, o signori, non vorrei che qui nascesse un equivoco su qualche idea espressa dal Ministero, e che mi pare sia stata mal compresa da alcuni oratori che presero a parlare su questo argomento.

Innanzitutto mi giova ripetere e chiarir bene il pensiero che io esposi quando dissi che era stato combinato col ministro delle finanze che io avrei fatto una dichiarazione generica sui mezzi dei quali il Ministero intendeva valersi per tutelare l'indipendenza, la dignità e la sicurezza dello Stato, mentre poi il mio collega nell'esposizione e nella discussione della situazione del Tesoro avrebbe potuto alludere al mezzo speciale pel quale si richiedeva una maggiore spesa.

Ora è palese che in questo non v'è, dirò di più che non si può nemmeno concepire che vi sia stata mancanza di riguardo alla Camera, parche se vi fu mai tempo in cui il Ministero ebbe d'uopo di appoggiarsi al Parlamento si è appunto questo, o signori, in cui le gravi contingenze in cui versa l'Europa possono (che Dio noi voglia! ) riverberare sull'Italia, e costringerla suo malgrado a seguire una via diversa da quella che sin qui ha tenuto.

Certamente non si può supporre che il Ministero non cerchi a rendersi propizio il Parlamento.

Quindi io credo sia eliminato qualsiasi dubbio che il Ministero, nell'esprimere a quel riguardo i suoi intendimenti, abbia voluto ledere menomamente la dignità della Camera.

Un altro punto sul quale desidero che ci intendiamo bene è quello della neutralità.

L'onorevole La Porta nel suo discorso lasciò supporre che io abbia detto che il Ministero ha risolta la questione della neutralità col chiamare due classi sotto le armi.

No, il Ministero non ha voluto risolvere questa questione né in diritto né in fatto. La chiamata sotto le armi di due classi, o signori, quale conseguenza porta dirimpetto alle nostre forze? È di porre l'esercito sul piede di pace come era nel 1864, nel 1865 e nel 1868, ed in quelle proporzioni tra il piede di pace ed il piede di guerra prescritte dal nostro ordinamento militare; se tempo fa si sono licenziate due classi, voi sapete che non fu che per ragioni di economia.

Dunque non si può dire che vi sia neutralità armata quando uno Stato si trova sul piede completo di pace non procede alla mobilizzazione né alla chiamata sotto le armi di quelle categorie che si chiamano solo quando vi sia minaccia di guerra. Ho creduto opportuno anche a questo riguardo di chiarire le cose, e di rimuovere ogni dubbiezza che il Ministero col chiamare

3465 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

le due classi abbia voluto pregiudicare la questione della neutralità armata, mentre col fatto essa non è punto pregiudicata.

Dopo queste spiegazioni io spero che la Camera vorrà lasciare in disparte questo argomento e ripigliare la discussione del disegno di legge che è all'ordine del giorno.

Voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. Mi pare che l'incidente sia esaurito.

OLIVA. Prego la Camera di concedermi di fare alcune brevi avvertenze.

Dalle parole scambiatesi in questo incidente mi pare che emerse la necessità di stabilire prossimamente un giorno in cui la discussione si faccia amplissima su questo argomento.

Che il Ministero si sia condotto in un modo piuttosto che in un altro, più o meno bene, rispondendo alla interrogazione dell'onorevole La Porta, questa è questione nella quale ora non voglio addentrarmi.

Comprendo come abbia potuto convenire al ministro delle finanze di riservare a se stesso l'annunzio della chiamata delle due classi, onde trovare in questo modo un argomento per arrestare o sfuggire la discussione sulla situazione del Tesoro. (Oh! Oh! o destra)

Anzi a questo riguardo, giacché sento interruzione, io mi permetto di osservare che tra le dichiarazioni dell'onorevole presidente del Consiglio, che testé abbiamo udite, e quelle fatte ieri dall'onorevole ministro delle finanze vi è piena contraddizione. (Rumori a destra)

L'onorevole presidente del Consiglio disse, rispondendo all'onorevole Rattazzi, che il Ministero o disposto, quando sarà il caso, di presentare un progetto di legge per la richiesta dei fondi necessari; l'onorevole ministro delle finanze invece ha dichiarato che egli non avrà bisogno di chiedere nuovi fondi alla Camera, perché questi fondi sono già a disposizione del Governò. (Oh 1 oh ! a destra)

L'ha fatta sì o no questa dichiarazione?

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Ma non c'è contraddizione.

OLIVA. Se non avete bisogno di chiedere fondi alla Camera, o signori, vuol dire che avete fondi disponibili, e che voi date ragione alle conclusioni della Commissione del bilancio.

Ieri le dichiarazioni del ministro delle finanze davano intera ragione alle conclusioni della Commissione del bilancio: le dichiarazioni d'oggi del presidente del Consiglio tenderebbero a contraddire le dichiarazioni fatte ieri dal suo collega.

Del resto, io ritorno alla mia mozione d'ordine, che cioè importa massimamente di stabilire un giorno prossimo per la discussione ampia della questione politica.

Le dichiarazioni del presidente del Consiglio, ieri fatte e oggi confermate, non sono, o signori, tali da rassicurare il paese sulla condotta che il Ministero sarà per tenere nei gravi eventi che si maturano. L'onorevole Lanza ieri ha evitato quasi a bello studio di profferire la parola neutralità, e vi ha sostituito la parola aspettativa. (Rumori a destra)

Signori, c'è una grande differenza, e specialmente in questi istanti, fra il sistema che può essere formulato dalla parola neutralità e quello che può essere nascosto a volte dalla parola aspettativa...

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Ma no! Non si è parlato di aspettativa.

OLIVA... tanto più, signori, quando a questa parola aspettativa vanno congiunte le altre i negoziati in corso.

Signori, quanto a me, Ti confesso assolutamente che è appunto dopo le dichiarazioni fatte ieri dal Governo che tutte le mie apprensioni esposte alla Camera l'altro giorno si sono risvegliate, e credo che nel paese questa impressione sarà divisa da moltissimi. Perché, o signori, non avete la franchezza di dire: sì, noi a qualunque costo sentiamo il bisogno di mantenere il programma della neutralità; se sarà il caso di doverlo mantenere, anche domandando al paese il concorso delle sue forze, noi lo faremo sempre per il programma della neutralità.

Il paese, signori, non vuol saperne di essere trascinato in guerra d'avventure. Il paese è grandemente preoccupato perché sospetta che voi siate già impegnati a quest'ora... (Oh! ohi o destra)

Il paese crede che voi siate impegnati a quest'ora, ed è perciò che noi abbiamo diritto, non solo di non restare nel dubbio, ma di avere spiegazioni categoriche, quando voi cercate di sfuggire ad una categorica interrogazione.

Siete, o non siete per la neutralità? Rispondete una volta! (Benissimo 1 a sinistra - Rumori prolungati a destra)

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Io non esito un momento a rispondere, quantunque io creda che la Camera ritenga pressoché inutile una mia dichiarazione in proposito, perché mi espressi assai chiaramente nella tornata di ieri.

Io ho detto che il Governo intendeva di mantenere un'attitudine di osservazione, locché equivale ad un dipresso a neutralità (No! no ! a sinistra - Sussurro), e di fare il possibile affinché il conflitto, se avrà luogo, sia men grave e circoscritto.

Ma, o signori, possiamo noi seriamente obbligarci fin d'ora a mantenere perpetuamente uno stato di neutralità? E qua! concetto' si farebbe l'Europa della nostra saviezza politica se volessimo vincolarci in tal modo...

CHIAVES. Domando la parola.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO... qualunque siano gli avvenimenti che si possano avverare? Tal cosa, a parer mio, non può assolutamente ammettersi.

3466 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

L'onorevole Oliva poi, mi permetta che io glielo dica, ci ha fatto un affronto col dichiarare che noi parliamo di neutralità, quando siamo vincolati già da trattati.

OLIVA. Ho detto che si sospetta, e non che si sia vincolati.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Io respingo assolutamente questa insinuazione. Bisognerebbe supporre (Con forza) che i ministri volessero scientemente ingannare il paese e la Camera in cose che possono compromettere il suo avvenire, e forse anche l'esistenza dell'unità italiana. No, signori, non esistono, lo dichiaro recisamente, non esistono vincoli di sorta. Il Governo ed il paese sono perfettamente liberi di seguire quella politica che credono più utile all'interesse dello Stato. (Bravo! - Segni generali di approvazione)

OLIVA. Chiedo di parlare per un fatto personale.

MINISTRO PER LE FINANZE. Permetta l'onorevole Oliva, ho anch'io un fatto personale.

L'onorevole Oliva mi ha accusato...

OLIVA. Che accuse?

Voci a destra. Sii sì!

MINISTRO PER LE FINANZE. L'onorevole Oliva ha detto che ieri io mi sono valso di un artificio indicando i maggiori bisogni che c'erano per la chiamata di due classi sotto le armi, per togliere di mezzo la questione che c'era tra il ministro delle finanze e la Commissione del bilancio.

Io respingo assolutamente quest'accusa. Io ieri dissi che aveva domandato alla Commissione del bilancio che mi accordasse un maggior margine di 8 milioni per spese straordinarie.

Ora voi vedete che cosa avviene. Avviene che noi siamo nella necessità di chiamare due classi sotto le armi, le quali, se dovranno rimanervi sino alla fine dell'anno, cagioneranno una spesa maggiore di 10 milioni. E rivolgendomi alla Commissione, domandai: ora rifiuterete voi (ricordo ancora le parole), rifiuterete questa maggiore spesa che alcuni giorni fa crudelmente ci rifiutavate? Io soggiungeva poi che, quando venuto il fine dell'anno, per questo fatto, fossero state deficienti le casse pubbliche, certamente dieci o quindici milioni di più, un gran paese come è il nostro non sarebbe stato imbarazzato a trovarli.

Per conseguenza io non posso non respingere questa censura che mi è stata mossa. Mi si accusa poi ancora di contraddizione, inquantoche, mentre da una parte diceva che se fossero state necessario maggiori spese per una politica la quale avesse richiesto un aumento considerevole di spese, si sarebbe ricorso al Parlamento, presentando gli occorrenti progetti di legge;

dall'altra parte poi, io diceva che non occorrevano provvedimenti straordinari; ma davvero io mi maraviglio (se potessi ancora maravigliarmi di qualche cosa) di osservazioni come questa.

Signori, se l'Italia dovesse entrare in guerra, parliamoci chiaro, ma e che? Credete voi che siano dieci o dodici milioni di più o di meno che possano bastare? (Voci. No Ino!)

Ma dunque distinguiamo bene: se si tratta adesso di doverci ricondurre, per quello che riguarda l'esercito, almeno alle condizioni normali di pace che sono stabilite dai nostri ordinamenti militari, io diceva ieri e sostengo oggi che non occorre portare innovazioni essenziali nelle nostre previsioni; ma se invece le circo stanze politiche cambiassero intieramente, noi ci r; voig eremmo, come diceva, al Parlamento, affinché sancisse la condotta politica.

Io, per conseguenza, non so vedere come vi sia ombra di contraddizione per le cose dette da noi. Sulla pretesa mancanza di riguardo del Ministero verso la Camera per le dichiarazioni da noi fatte nella seduta di ieri, mi si permetta di fare un'osservazione.

I miei colleghi del Ministero a cui specialmente incombe la parte politica, cioè il presidente del Consiglio ed il ministro degli esteri, hanno ieri delineato a grandi tratti la nostra condotta politica; ma voi sapete, o signori, che questa si esprime poi con più particolarità nelle questioni di finanza, di cassa, nel fabbisogno del Tesoro. Ai miei colleghi evidentemente spettava dire il contegno che il Governo italiano intendeva tenere, a me toccava scendere in particolari e fare vedere (come credo di aver fatto) che non ne nasceva una perturbazione essenziale nella nostra situazione.

Del resto mi sia lecito, non dirò più di maravigliarmi, ma soltanto di notare come nella seduta di ieri, non solo non fu ravvisato sconveniente verso il Parlamento il nostro contegno, ma lo stesso onorevole Nicotera trovava che occorrevano ben maggiori mezzi, anche stando nella linea di condotta che noi tracciavamo, in guisa che egli proponeva che si sospendesse la discussione della convenzione colla Banca, e si ricorresse ad altri espedienti.

Per conseguenza, o signori, io non credo che il contegno del Ministero possa meritare i rimproveri di cui è fatto segno quest'oggi da quella parte della Camera. (Accennando la sinistra)

Del resto, o signori, parliamoci chiaro: se sentite il bisogno di esprimere dei voti di sfiducia contro l'amministrazione...

Voci a sinistra. No! No!

MINISTRO PER LE FINANZE... se sentite il bisogno di condannarci in prevenzione; se sentite il bisogno di biasimare quello che abbiamo detto nella tornata di ieri, sia per quello che riguarda la condotta politica generale, sia per quello che riguarda anche un richiamo dell'esercito alle condizioni normali

3467 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

in tempo di pace, non siamo certamente noi che vogliamo fare ostacolo alle vostre impazienze, se impazienze vi fossero, di manifestare un voto contrario al Ministero. (Bene! bene! a destra)

Molte voci. Ai voti! ai voti!

OLIVA. Io ho chiesta la parola. (Vivi segni d'impazienza)

PRESIDENTE. Debbo far osservare che la questione si è già molto prolungata...

MINGHETTI Domando la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. Non basta chiedere per un fatto personale, perché vi sia.

L'onorevole Oliva accenni il fatto personale.

OLIVA. Io debbo rispondere all'onorevole presidente del Consiglio. (Rumori a destra)

PRESIDENTE. Ma accenni il fatto personale.

OLIVA. la mi felicito di aver chiesta la parola per una mozione d'ordine, perché il presidente del Consiglio è stato posto nella necessità di fare una dichiarazione, di cui io sono lietissimo di prendere atto...

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Non ve n'era bisogno.

OLIVA... cioè a dire che non vi sono impegni presi per parte del Governo, e questo procurerà un respiro di soddisfazione al paese. (Oh! oh! a destra)

PRESIDENTE. Parli del fatto personale.

OLIVA. Dica agli interruttori di lasciarmi parlare, altrimenti parlerò contro gli interruttori, se il presidente m'interrompe sempre...

PRESIDENTE. È mio dovere riuhiamarlaMal fatto personale.

OLIVA. Io prendo dunque atto delle dichiarazioni del presidente del Consiglio, per le quali, uscendo egli da quella riserva indefinita in cui ieri si era posto, ha oggi indicata chiaramente e precisamente la situazione, che il Governo non ha impegni, non ha vincoli di sorta.

Detto ciò io dovrei meravigliarmi, se mai potessi ancora meravigliarmi di qualche cosa, ma dirò notare che, se il ministro delle finanze e la Commissiono vogliono credere che dieci milioni bastino per gli armamenti, per la chiamata delle due classi, io non ho nulla a ridire, e lascio che il signor ministro se la sbrighi colla Commissione del bilancio.

Molte voci. Ai voti! ai voti!

PRESIDENTE. L'onorevole Minghetti ha facoltà di parlare.

MINGHETTI. Io ho domandata la parola, bene avrei potuto dire per un fatto personale. Ieri io non ho parlato mai, poiché vidi che la Commissione del bilancio ritirava la sua proposta; ma ora, quando ho sentito che la questione di ieri finita, risorgeva, ed unicamente perché il ministro delle finanze parlò della possibilità di una nuova spesa di dieci milioni,

tenendo sotto le armi due classi, questi dieci milioni servirono di argomento per far credere che, rispetto alla situazione del Tesoro, aveva ragione la Commissione del bilancio e torto la Commissione dei Quattordici; in verità, io non poteva starmi silenzioso.

Signori, parliamoci chiaro. Quando il ministro delle finanze ha detto ieri: noi abbiamo chiamato due classi, con che non facciamo che rimettere l'esercito sul piede normale di pace; se questa condizione dura fino al 31 dicembre, può costare dieci o dodici milioni, e la Commissione del bilancia ha creduto di recedere dalla sua proposizione, io tacqui; ma quando oggi, all'ombra di questi dieci milioni possibili, ci si vuol cambiare interamente la posizione della questione e far credere al paese che ci eravamo ingannati, allora ho il diritto di protestare altamente.

Del resto, o signori, l'onorevole presidente del Consiglio e il ministro degli affari esteri hanno spiegato chiaramente ieri quale eia la politica del Governo, l'hanno spiegato chiaramente tanto che le parole espresse dall'onorevole ViscontiVenosta coincidono con quelle che ieri si sono pronunziate nel Parlamento inglese da lori Granville.

Io non so che cosa si possa chiedere di più da un Governo, ma dirò di più: se vi fosse un Governo il quale nelle condizioni attuali dopo sette o otto giorni dal principio di questi avvenimenti venisse a dire: la mia politica è già determinata; io la seguirò invariabilmente qualunque siano gli avvenimenti in Europa, signori, in quanto a me a tale Governo darei un voto di sfiducia. (Bene! Bravo! a destra)

Voci. La chiusura!

PRESIDENTE. Si è chiesta la chiusura; io domando se è appoggiata, riservata la parola ai fatti personali.

(È appoggiata.)

RATTAZZI. Domando la parola contro la chiusura.

PRESIDENTE. Ha la parola contro la chiusura.

RATTAZZI. Sono sorpreso che un incidente che doveva terminarsi molto prima, abbia prese sì vaste proporzioni. Ma, dico il vero, dopo le parole dell'onorevole Minghetti, ciò non mi parve assolutamente possibile. Invero, cogliendo egli pretesto da che la Commissione del bilancio avesse abbandonato (dopo la dichiarazione del ministro, non solo che aveva bisogno di 10 milioni, ma che intendeva di ridurre di 50 milioni i Buoni del Tesoro)...

MINISTRO PER LE FINANZE. Non ho mai detto questo.

RATTAZZI. Perdoni... dopò questa dichiarazione, quando dalla discussione era risultato evidente l'errore dei 159 milioni, a segno che lo stesso ministro delle finanze non osò più di rispondere alle osservazioni del deputato Valerio; dopo, dico, tutti questi fatti avvenuti nella tornata di ieri, egli,

3468 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

l'onorevole Minghetti, ha voluto di nuovo mettere innanzi l'idea che la Commissiono dei Quattordici fosse stata nella pienezza della verità quando affermava che veramente i 180 milioni erano necessari. Ora dunque, dacché egli ha voluto rimettere in discussione ciò che era evidentemente stabilito in un senso contrario nella tornata di ieri, la discussione non può più essere chiusa. Dirò di più: l'onorevole Minghetti ha voluto censurare quelli che avevano chiesto schiarimenti al Ministero, ha voluto far credere che si volesse sin d'ora vincolare la politica del Ministero; fargli dichiarare, non solo ciò che si era fatto, non solo ciò che converrebbe fare, sinché le condizioni d'Europa rimangano nello stato attuale; ma altresì costringere il Governo a dichiarare ciò che egli sia intenzionato di operare quando queste condizioni fossero mutato; e sapete perché egli fece siffatte supposizioni? Egli le fece unicamente per dire: ma voi siete gente incontentabile, voi volete ridurre il potere esecutivo in una posizione in cui non sarebbe assolutamente possibile il governare.

Or bene, ciò non è esatto, ed è necessario che qualcuno, massime tra coloro i quali hanno ieri domandati gli schiarimenti, cui l'onorevole Minghetti faceva allusione, possano rimettere le cose nel loro vero stato e facciano conoscere come cedesti schiarimenti fossero ben diversi da quelli che l'onorevole Minghetti unicamente ha supposti per avere il facile mezzo di gettare un biasimo contro questa parte della Camera, e, passando cobi sopra alla verità, procurarsi i facili applausi della parte che lo sostiene. Io quindi mi oppongo a che la Camera chiuda la discussione.

PRESIDENTE. Pongo ai voti la chiusura della discussione.

(Dopo prova e controprova la discussione è chiusa.)

L'onorevole Mezzanotte ha chiesto di parlare per un fatto personale. Lo indichi.

MEZZANOTTE. Siccome si e parlato della situazione del Tesoro, sulla quale io aveva presentato la relazione, e se n'è parlato con molta inesattezza, ho il debito di rettificare i fatti.

Anzitutto stabiliamo i termini della questione. (Rumori a destra) L'onorevole ministro delle finanze dichiarò che tra la Commissione generale del bilancio e lui esisteva una differenza di 60 milioni. L'onorevole ministro per le finanze sa che tutta l'ipotesi poggiava sopra una sua idea, sull'idea cioè di mantenere in circolazione trecento milioni di Buoni del Tesoro. La sua esposizione finanziaria lo attesta; egli eliminò dal conto 300 milioni, eliminando parimente i mutui ed il conto corrente colla Banca.

L'onorevole ministro per le finanze fece riflettere che, per le mutate circostanze, si rendeva pericoloso di mantenere in circolazione una massa di 300 milioni di Buoni del Tesoro; ed infatti chi consulta l'ultima situazione del Tesoro in data del 30 giugno, si accorge che già il Tesoro ha tolto dalla circolazione 59 milioni di Buoni. La Commissione generale del bilancio vedeva quindi cambiato uno dei termini della questione.

L'ipotesi ministeriale era fondata sulla circolazione di 300 milioni di Buoni, ma le circostanze attuali rendevano pericoloso di mantenere in circolazione questa somma. Così veniva ad essere mutata la posizione del problema. Aggiunse a questo l'onorevole ministro che vi sono delle altre spese che si debbono fare pel richiamo di due classi. Qui non è questione di bilancio, è questione di cassa; quindi la cassa deve provvedere anche a queste spese. La Camera vede che, mentre la differenza tra il ministro e la Commissione era di 60 milioni, quando il ministro veniva a dire: ho questi due bisogni, vale a dire di diminuire eventualmente la circolazione dei Buoni del Tesoro...

MINISTRO PER LE FINANZE. Non ho mai detto questo.

MEZZANOTTE. Vi è il resoconto.

MINISTRO PER LE FINANZE. Chiedo di parlare per un fatto personale.

MEZZANOTTE. Disse essere pericoloso di mantenere in circolazione 300 milioni di Buoni del Tesoro; disse che era insufficiente il fondo di cassa che la Commissione del bilancio aveva stabilito in 100 milioni, e voleva 15 milioni di più. La Commissione del bilancio aveva dato 40 milioni per le deficienze di cassa del 1870...

Voci a destra. Ma è fatto personale questo?

MEZZANOTTE. Sono fatti che rettifico; io non credeva che si entrasse novellamente nella discussione della situazione del Tesoro, ma giacché ci si è entrati, spieghiamoci chiaramente.

Dunque la Commissione generale del bilancio, in vista di questa novella posizione, di questi novelli oneri che venivano alla cassa, sia per le spese della chiamata sotto le armi di due classi, sia per il pericolo fatto grave di tenere in circolazione 300 milioni di Buoni del Tesoro, ha creduto di non insistere.

MINISTRO PER LE FINANZE. Signori, permettetemi un momento, lo ho veduto che i diari di ieri sera hanno ritenuto la discussione d'ieri come non avvenuta, tornando a dire che la Camera aveva riconosciuto che erano stati scoperti i 159 milioni e via discorrendo; io sono quindi nella necessità di dire brevi parole. Io reclamava dalla Commissione del bilancio che mi accordasse un maggior margine di 8 milioni per maggiori spese e diceva: ma, signori, chi può prevedere quello che succederà da questo giorno alla fine dell'anno? La Commissione del bilancio me li rifiutava; adesso avviene quello che tutti sapete; ed io ieri domandava a quella Giunta: mi rifiutate ancora quegli 8 milioni di margine che io vi chiedeva per maggiori spese, ora che vedete i fatti come sono? Capisco anch'io che questi fatti sono abbastanza anormali; ma ad ogni modo la Commissione del bilancio non poteva più negare il suo assenso.

3469 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Poi quando io le diceva: signori, tra il fondo di cassa, tra la questione del bronzo, tra la difficoltà di tenere in circolazione tutti i Buoni del Tesoro io vi domando un margine di 65 milioni, me ne era accordato uno di 60 non di più; non si riconosceva forse con ciò la ragionevolezza delle cose che io diceva? Per ciò che riguarda la difficoltà dei Buoni del Tesoro, vi ripeterò, o signori, che, per esempio, talvolta in una quindicina vengono a pagamento 15, 20, 25 milioni di Buoni del Tesoro, mentre nello stesso periodo di tempo c'è poca gente che ne venga a prendere ed anche non c'è nessuno, dal che nasce una deficienza di cassa per quel tempo, a cui occorre di provvedere.

Dunque io diceva: non è che sia pericoloso sotto un certo punto di vista l'avere 300 milioni di Buoni del Tesoro in circolazione, vorrei averli sempre; ma la quistione è che non si può avere la certezza che quella circolazione si abbia in ogni tempo. Quindi io diceva: datemi una latitudine. La Commissione del bilancio mi rifiutava questa latitudine, mi faceva un conto a lire, soldi e denari, e non voleva darmi margine alcuno. Io quindi ieri conchindeva: signori, io non posso non domandare un certo margine; se di questo margine non sarà necessario farne uso, certo sarà mia cura di limitare la circolazione dei Buoni del Tesoro il più che sarà possibile, imperocché (ed è vero che io diceva questo) una circolazione di 300 milioni di Buoni del Tesoro per l'Italia può essere causa di imbarazzi abbastanza serii. Ma, signori, non dico che sia l'intenzione dell'onorevole Mezzanotte, ma mi pare che mi si cambi le carte in mano.

MEZZANOTTE. Domando la parola.

PRESIDENTE. Mi permetta, onorevole Mezzanotte, non posso lasciar aprire una discussione...

MEZZANOTTE. Per uno schiarimento.

PRESIDENTE. È impossibile, onorevole Mezzanotte: ella ha chiesto di parlare per un fatto personale e non ha detto nulla che si riferisse ad un fatto personale.

MEZZANOTTE. È per rettificare un'inesattezza dell'onorevole ministro delle finanze, ed è questa. Esistevano 300 milioni di Buoni del Tesoro in circolazione il 10 marzo e l'onorevole ministro delle finanze domandava per fondo di cassa 65 milioni, perché metteva come attività 300 milioni di Buoni del Tesoro. Siamo chiari...

MINISTRO PER LE FINANZE. Domando la parola per un fatto personale.

MEZZANOTTE... Con 65 milioni, nel 10 di marzo, egli poteva provvedere ai bisogni di cassa...

PRESIDENTE. Onorevole Mezzanotte, lo prego di limitarsi ad una rettificazione.

MEZZANOTTE. È questa...

PRESIDENTE. La Camera ha deliberato di chiudere la discussione, ed io non posso lasciarla riaprire.

MEZZANOTTE. Debbo rettificare, onorevole presidente.

Ora io intendo che resti bene stabilito questo, vale a dire che il 10 marzo (e vi sono i resoconti) l'onorevole ministro, con una circolazione di 300 milioni di Buoni del Tesoro, chiedeva soltanto un fondo di cassa di 65 milioni.

La Commissione generale del bilancio invece di 65 milioni gliene ha accordati 100. Dopo gli ultimi avvenimenti si è persuaso che questo fondo di 100 milioni può essere anche insufficiente, perché può avvenire facilmente il caso che dei 300 milioni di Buoni del Tesoro non ne potranno rimanere più di 200 milioni.

Ora è in vista di queste novelle circostanze, ed in vista delle altre spese che graveranno la cassa per la chiamata delle due classi, che la Commissione generale del bilancio non ha insistito nelle sue conclusioni.

Siamo chiari!

Una voce a sinistra. Faceste male.

PRESIDENTE. L'onorevole ministro per le finanze ha facoltà di parlare, ma lo prego di limitarsi a rettificare il fatto. Se si continua nella discussione, io dichiaro che sospendo la seduta, poiché non posso permettere che la Camera vegga così poco rispettate le sue deliberazioni.

MINISTRO PER LE FINANZE. Io capisco che possiamo continuare indefinitamente su questo argomento, e che l'onorevole Mezzanotte ed io non c'intenderemo mai, imperocché si tratta di un divario di apprezzamento tra somme che si presume che entrino in cassa, ed altre che si presume che escano.

L'onorevole Mezzanotte dice che mi accorda 100 milioni di fondo di cassa; ebbene, 40 milioni di questi, egli stesso ne conviene, non entrano nelle casse dello Stato.

Io mi limito a dire che il 10 marzo chiedeva un fondo di cassa di 65 milioni; ma mi sou dovuto inquietare di un fatto di cui non ho parlato in quella seduta, ed è quello del bronzo che ritorna alle casse dello Stato. Questo fatto io l'ho esposto agli onorevoli Mezzanotte, Valerio ed Accolla; e debbo soggiungere, (la lealtà mi obbliga a dirlo) che ne furono colpiti anche gli onorevoli tre colleghi di cui ho testé parlato, ed essi per questo hanno aumentato di 10 milioni ciò che erano disposti ad accordare al ministro delle finanze come bisogno di cassa, e per parte mia ho dovuto fare lo stesso, e da 65 milioni sono salito a 75 milioni. Appunto nella conferenza avuta coi tre rappresentanti della Commissione del bilancio si discusse intorno alle difficoltà che c'erano per un ministro di finanze di farsicuro affidamento sull'avere in circolazione i 300 milioni di Buoni del Tesoro.

Qui, o signori, c'è diversità di apprezzamenti, e possiamo continuare indefinitamente in questa discussione.

La gravita dei fatti che sono avvenuti hanno indotto la Commissione del bilancio a non fare adesso questione di discrepanza di apprezzamenti, che possono essere grandemente alterati dai fatti; d'altra parte hanno indotto me,

3470 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

che rappresento una politica, la quale, come è stato indicato ieri, nella sua attuazione, fino a che stanno le cose quali oggi sono, non porta un'essenzialissima perturbazione nel fabbisogno di cassa, a non domandare maggiori somme.

Riteniamo i fatti come sono stati; io non voglio obbligare l'onorevole Mezzanotte a transigere sulle sue idee, ma lo prego similmente a non obbligare me a transigere sopra i miei apprezzamenti.

NICOTERA. L'onorevole ministro delle finanze mi ba fatto dire quello che non ho detto, o per lo meno ha male interpretato le mie intenzioni. Egli crede che la mia proposta tenda ad accordare maggiori mezzi al Governo. Ebbene, ha inteso male l'onorevole ministro. Quale è il significato vero della mia proposta? Io ho formulato delle domande, e le ho rivolte al Ministero.,

Io gli ho domandato: potete voi mantenere l'emissione dei 60 milioni di rendita nelle condizioni attuali? L'aggravio all'erario, mutate le condizioni dell'aggio, credete voi che si riduca solo ai 60 centesimi della convenzione? Conviene, in questo momento, togliere di mano al Governo le cartelle dei beni ecclesiastici? Credete voi che i 122 milioni bastino ai bisogni del Tesoro per tutto l'anno 1870?

Io diceva di più. Quando l'onorevole ministro mi ringraziava perché credeva io gli volessi accordare una somma maggiore, ed esclamava grazie Sant'Antonio, io gli rispondeva che il concedere una somma maggiore o minore ad un Ministero dipende pure dalla fiducia che ispira, e che di questo discorreremo il giorno in cui verrà la discussione sulla fiducia.

Veda quindi l'onorevole Sella che la mia proposta di non discutere oggi la convenzione colla Banca non riguarda adatto la somma maggiore o minore da concedere al Governo.

L'onorevole ministro crede che tutto dipenda da impazienza nostra per far nascere una crisi e per dargli un voto di sfiducia. Mi perdoni, non ha ragione di pensare così, ritenga che, se anche questo pensiero esistesse nella mente nostra, oggi, dopo il discorso dell'onorevole Minghetti, ne saremmo alienissimi. Noi crediamo che le conseguenze del suo discorso sarebbero tanto pericolose quanto lo sarebbe la guerra.

PRESENTAZIONE DI RELAZIONI E DI UN PROGETTO DI LEGGE.

PRESIDENTE L'onorevole Fin zi ha facoltà di parlare per presentare una relazione.

FENZI, relatore. Ho l'onore di presentare la relazione sul progetto di legge per dare sanzione al decreto reale del 5 settembre 1869, che approva la convenzione stipulata dal Governo colla società del canale Cavour. (V. Stampato n" 5 6 A)

SANDONNINI, relatore. Ho l'onore di presentare alla Camera la relazione della Giunta incaricata di esaminare la legge che regola l'esercizio delle professioni di avvocato e di procuratore. (V. Stampato n° 19A)

MORPURGO, relatore. Ho l'onore di presentare alla Camera la relazione sul progetto di legge per disposizioni sulla legge delle pensioni a favore delle vedove e della prole d'impiegati civili morti in servizio comandato. (V. Stampato n° 119A)

PRESIDENTE. Queste relazioni saranno stampate e distribuite.

MINISTRO PER LE FINANZE. Ho l'onore di presentare, anche a nome del mio collega il ministro di agricoltura e commercio, un progetto di legge relativo a modificazioni agli statuti della Banca Nazionale Toscana. (V. Stampato n° 134)

SERVADIO. Pregherei la Camera che volesse dichiarare d'urgenza questo progetto di legge, e di mandarlo al più presto al Comitato.

MINISTRO PER LE FINANZE. Mi associo anch'io alla domanda fatta dall'onorevole Servadio.

PRESIDENTE. Si da atto della presentazione di questo progetto di legge, il quale, se non c'è opposizione, o anche dichiarato d'urgenza.

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DELLO SCHEMA DI LEGGE PER L'APPROVAZIONE DI UNA CONVENZIONE COLLA BANCA NAZIONALE.

PRESIDENTE. Veniamo all'ordine del giorno, che porta il seguito della discussione generale sulla convenzione.

VILLA TOMMASO. Domando la parola per una interrogazione al signor ministro delle finanze relativamente all'argomento dell'ordine del giorno.

PRESIDENTE. Permetta, mi mandi prima la sua istanza.

VILLA TOMMASO. Desidero prima che si proceda alla discussione sul tema dell'ordine del giorno, di rivolgere all'onorevole ministro delle finanze una semplice interrogazione.

PRESIDENTE. Il regolamento mi vieta di dare la parola ad alcuno per un'interrogazione, se prima non ne deposita l'istanza sul banco della Presidenza.

VILLA TOMMASO. Allora domando la parola per una mozione d'ordine.

PRESIDENTE. Qual è?

VILLA TOMMASO. Il tema sul quale volge la discussione che attualmente ci occupa è intitolato: Progetto di convenzione.

la ogni circostanza nella quale la Camera dovette discutere di provvedimenti finanziari che accennassero ad accordi con qualche istituto di credito, il ministro delle finanze usava presentare alJa sanzione della Camera una convenzione regolarmente stabilita, e la Camera non era chiamata che a ratificare la convenzione medesima.

Oggi invece la cosa è ben diversa; la Camera è chiamata a discutere un progetto di convenzione che noi non sappiamo se vincoli o no la Banca Nazionale.

Per quanto io abbia potuto ricercare, io non mi sono persuaso che esista un vero impegno, un impegno formale della Banca di rispettare questo progetto di convenziono che è sottoposto alla sanzione del Parlamento.

3471 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Ora io desidero che l'onorevole ministro delle finanze possa dissipare questi dubbi, possa dirmi cioè se la Camera, votando questo progetto od emendandolo, possa ritenere vincolata la Banca al suo voto. Io dico questo, lo ripeto, perché non ho trovato nessuna convenzione in cui vi sia un obbligo formale della Banca di rispettare il voto del Parlamento.

Le condizioni politiche attuali, lo sa il ministro delle finanze meglio di me, possono cambiare ad ogni giorno l'aggio dell'oro. Sono 122 milioni che noi domandiamo alla Banca, più noi le domandiamo una parte della sua riserva, così 50 milioni in oro. È evidente che le condizioni politiche medesime, aggravandosi sul corso, potranno domani indurre la Banca medesima, in vista del danno che le potrebbe venire da questa convenzione, a ritirarsi, ed allora...

NICOTERA. Non c'è pericolo.

VILLA TOMMASO... ed allora non sarebbe certo nel decoro del Parlamento il discutere più giorni un accordo che poi potesse essere reietto.

Io quindi desidero che prima di tutto si risponda a ciò.

MINISTRO PER LE FINANZE. Io confesso che, sentendo sempre dagli oppositori rappresentare questa convenzione colla Banca come una California per quell'istituto, non mi aspettava una domanda del genere di quella che fa l'onorevole Villa, (Segni di approvazione)

NICOTERA. Ha ragione!

MINISTRO PER LE FINANZE. Io non ho qui la lettera di accettazione e non ne ho presente alla memoria il tenore preciso; ma per la seduta di domani farò che sia stampata.

Voci a sinistra. No! Non importa!

MINISTRO PER LE FINANZE. Il dubbio è stato manifestato, e mi credo in dovere di fare stampare questo documento, perché, prescindendo ora da altre questioni, la domanda dell'onorevole Villa è seria e giusta, e mi pare che sia un dovere di soddisfarvi.

PRESIDENTE. L'onorevole relatore desidera dare uno schiarimento?

CHIAVES, relatore. A scarico del mio ufficio, ed a nome della Commissione, non ho che a dichiarare che, quando la Commissione addivenne all'esame di questa convenzione, si fece persuasa che esisteva un vincolo per parte della Banca Nazionale.

RATTAZZI. Io prego l'onorevole Villa di ritirare la sua proposta. Credo che egli sarebbe nel suo diritto, facendo la proposta che testé ha fatto, di conoscere innanzi tutto se la Banca si è vincolata ad accettare la convenzione intorno alla quale discutiamo; ma, come ha opportunamente avvertito il ministro delle finanze, è perfettamente inutile conoscere quali siano le intenzioni della Banca a questo riguardo, perché non si può dubitare

intorno a queste intenzioni, e si può essere certissimi che la Banca non eleverà mai alcuna difficoltà per accettare. (Si ride) Si rassicuri l'onorevole Villa: anche quando fossero mutate le condizioni e che l'aggio...

MINISTRO PER LE FINANZE. Ci sono di quelli che dubitano.

RATTAZZI... dell'oro sia accresciuto, certo la Banca non ha interesse di sottrarsi alle sue conseguenze, ma è una ragione di più perché essa insista onde la convenzione venga approvata e si debba eseguire. Quindi io pregherei l'onorevole Villa a non insistere. (Vari deputati domandano la parola)

PRESIDENTE. Io pregherei gli onorevoli deputati a non sollevare un nuovo incidente perché, se ad ogni pie sospinto si intralcia la discussione medesima, si andrà all'infinito e nasceranno confusioni.

VILLA TOMMASO. Ho chiesto la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. La parola spetta all'onorevole ministro per le finanze.

MINISTRO PER LE FINANZE. Intendo soltanto di dire che la domanda che adesso mi fa l'onorevole Villa, mi o stata rivolta da parecchi fuori di questa Camera.

Una voce a Sinistra. Ingenui!

MINISTRO PER LE FINANZE. Mi fu chiesto se la Banca manteneva il suo contratto, malgrado il caso di forza maggiore della dichiarazione di guerra, la quale evidentemente aveva di molto cambiato le condizioni dell'aggio per le masse metalliche. Come testé diceva all'onorevole Villa, chièggo che mi si dia l'intervallo di 24 ore perché io possa far stampare le lettere...

Voci a sinistra. Ma no! Non s'incomodi!

MINISTRO PER LE FINANZE... di accettazione, onde tranquillare anche l'onorevole Villa.

VILLA TOMMASO. Mi permettano di dichiarare che io sono stato frainteso. Io non ho mai creduto colla mia interrogazione di venire in qualche modo a dichiarare che io temessi che la Banca non voglia più andare innanzi nel progetto di convenzione presentato perché possa aver danno alcuno nei suoi materiali interessi. Io ho creduto di fare la mia interrogazione piuttosto per un'altra conseguenza che ne voglio trarre, ed è che, se noi non siamo certi che le deliberazioni nostre possano essere vincolative della Banca, è inutile che discutiamo.

È inutile il discutere finché noi non sappiamo che l'argomento sul quale si discute sia veramente serio. E non sarebbe serio che la Camera si occupasse di una convenzione la quale non vincolasse in alcun modo colui col quale si crede di aver conchiuso il contratto. Quindi si rassicuri l'onorevole Rattazzi che io colla mia interrogazione non ho creduto in alcun modo di venire a giustificare la convenzione colla Banca medesima.

Io ho creduto piuttosto di aver ragione di proporre che la Camera,

3472 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

non conoscendo che questo patto vincoli la Banca, debba sospendere la discussione generale sulla convenzione.

MINISTRO PER LE FINANZE. Mi permetta l'onorevole Villa: finché egli domanda i documenti, questo lo capisco; ma che egli chiegga la sospensione della legge per questo, mi pare un po' troppo, e lo prego a non insistere.

VILLA. Chiedo di parlare.

PRESIDENTE. Perdoni, onorevole Villa: non ha diritto di parlare.

VILLA T. Poiché il signor ministro delle finanze, rispondendo alla mia interrogazione, ha detto che avrebbe presentato i documenti, io ho creduto di dichiarare fin d'ora quale era lo scopo della mia proposta.

PRESIDENTE. Se ella ha da fare una proposta la faccia per iscritto, ed io la trasmetto alla Commissione; ma per ora non può parlare oltre, prendendo il posto a quelli che sono inscritti prima.

VILLA T. Ma io doveva spiegarmi.

Quando feci la mia proposta, credeva che il signor ministro fosse in grado di rispondermi subito.

MINISTRO PER LE FINANZE. Io ho risposto dichiarando di presentare domani i documenti; quando li avrà esaminati, si persuaderà.

PRESIDENTE. Io osservo al deputato Villa che, se vuole prendere parte a questa discussione, deve farsi iscrivere; ma io non posso permettere che gli altri deputati siano in questo modo defraudati del loro turno di iscrizione.

VILLA T. Conosco il regolamento, e saprò uniformarmivi.

CHIAVES, relatore. La Commissione ha qui diritto di interloquire, non essendo stata, a quanto pare, intesa dall'onorevole Villa Tommaso nelle sue dichiarazioni.

Io mi era fatto debito di dichiarare che la Commissione, quando si è occupata di questo progetto, ha ritenuto ed ebbe ad accertarsi che si trattava di una convenzione alla quale era vincolata la Banca.

Questa dichiarazione non doveva essere trascurata dall'onorevole Villa, al punto di venire a dire che egli rimaneva ancora in sospeso, e che neppure il ministro si era trovato in grado di rispondergli.

Dal punto in cui la Commissione non aveva potuto a meno che persuadersi di questo vincolo, egli è evidente che era impossibile che il ministro non fosse nel caso di spiegarsi in proposito.

D'altronde, quando pure il ministro avesse detto questo, la Commissione sarebbe obbligata di contraddirgli, perché, quando fece il suo lavoro, essa credette di fare una cosa seria, né poteva risolversi ad incontrare il pericolo che questa convenzione avesse occupato lungamente il tempo della Camera, che avesse avuto luogo una discussione gravissima, e tuttociò senza sicuro effetto.

MINISTRO PER LE FINANZE. Non vi è contraddizione.

Io ho detto che era in grado di rispondere subito, ed ho risposto; quello che non posso fare immediatamente si è di presentare i documenti. Non li ho in tasca, quindi reclamo il beneficio delle 24 ore per presentarli domani stampati.

PRESIDENTE. Riprendiamo la discussione generale.

Ha la parola il deputato Avitabile.

AVITABILE. Signori, dimostrato ieri nella prima parte del mio discorso che la convenziona colla Banca è il complemento del monopolio, il coronamento del lavoro indefesso, persistente, che si sta adoperando da dieci anni per stabilire il monopolio della Banca Sarda, passo oggi allo svolgimento del mio emendamento e dei miei onorevoli amici che meco l'hanno sottoscritto.

La nostra principale mira, o signori, nel presentarlo è stata quella di provvedere ai bisogni urgenti dello Stato, senza pregiudicare colla convenzione la grande questione della libertà bancaria, e di evitare che l'onorevole Sella sorga a dirci col solito ritornello di dieci anni: voi fate un'opposizione sterile, non proponendo nulla, o proponendo cose a cui le persone competenti tutte, sono contrarie.

Vi diranno, onorevole signor ministro, i miei amici che mi seguiranno, quali sono le persone competenti che combattono la nostra proposta, quali sono i mezzi adoperati per ottenere i loro oracoli. Voi, signor ministro, avete voluto ripetere la scena dell'anticipo di un'annata dell'imposta fondiaria: allora i municipi, oggi le Camere di commercio... Ma io mi sono prefisso di lasciare ad altri il compito su di ciò, e passo avanti.

La sola via, a nostro modo di vedere, di far cessare il corso forzoso è quella di limitarlo a 378 milioni, vero debito dello Stato verso i cittadini. Il timore dell'onorevole Sella che questo flagello possa ritornare, noi non lo comprendiamo, quando egli stesso colla convenzione colla Banca, l'abbiamo dimostrato, lo manterrebbe in permanenza. Noi lo scongiureremmo coll'incremento e collo sviluppo del credito in Italia, senza monopolio, senza privilegi, senza favoritismo.

Il nostro emendamento ai due progetti Maiorana e Servadio, noi lo crediamo corrispondente alle nostre idee. Noi non vogliamo che il corso forzoso serva di comodo mezzo al Governo di creare risorse finanziarie che costano allo Stato ed ai cittadini più di qualunque altra operazione, per disastrosa che sia.

Noi accetteremmo come transazione di concedersi il servizio di tesoreria ai diversi stabilimenti di credito esistenti in Italia, ma senza alcun privilegio, neanche quello del corso legale.

3473 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Noi lo accetteremmo, non come compenso agli stabilimenti la cui vita è minacciata dalla convenzione colla Banca, ma per procurare una risona allo Stato onde evitare la convenzione. Restringendo il corso forzoso a 378 milioni, ed affidando il servizio di tesoreria temporaneamente ai diversi stabilimenti oggi esistenti, non si creerebbe alcun privilegio, si distruggerebbe anzi quello della Banca, e si metterebbero tutti gli stabilimenti esistenti in uguali condizioni.

Il servizio di tesoreria senza corso forzoso, senza corso legale, senza privilegio come noi lo vogliamo, non impedisce che altri stabilimenti nascano e progrediscano, mentre consolida quelli esistenti, e li mette tutti nella posizione di poter concorrere ad agevolare al Governo i mezzi cui ha bisogno. È una medicina adattata alla posizione difficile del credito, creata in Italia dai propugnatori del monopolio che impedisce la morte di apoplessia della Banca ed assicura la vita agli altri stabilimenti.

Noi insistiamo che il corso forzoso sia ridotto a 378 milioni, perché, chi vuole estinguere un debito, non aumenta la cifra del debito stesso. Noi insistiamo perché non è giusto che la Banca, in questo momento, goda tranquillamente degli utili sopra 180 milioni di più della sua circolazione fiduciaria normale, mentre l'aggio va ogni giorno aumentando. Noi vogliamo che in questi momenti di pericolo pel paese, la Banca faccia ritornare nella circolazione quella moneta, la quale, mercé il corso forzoso, raccolse nelle sue casse. Sono 130 a 140 milioni che la Banca raccolse nelle piazze italiane e che noi vogliamo che restituisca nelle piazze stesse onde mitigare l'aggio, e non le dia al Governo emettendo anche nuova carta, che lo fa aumentare.

Noi preferiamo che lo Stato si procacci! 100 milioni con il servizio delle tesorerie e non con la convenzione con la Banca, ma non possiamo accettare il concetto intero dell'onorevole nostro amico Servadio, il quale vorrebbe adoperare un tal mezzo, ed il corso legale, per estinguere il corso forzoso.

Noi non possiamo seguirlo nei suoi desiderii per il corso legale; non vogliamo privilegi per alcuno; ma dato pure per un momento l'ipotesi del corso legale, noi non potremmo neanche seguirlo nelle sue previsioni, che in Italia pel momento, cessando l'inconvertibilità della carta possa la circolazione mantenersi alla cifra minima di 750 milioni. Il corso legale non vai nulla quando gli stabilimenti non hanno la forza di credito sufficiente a mantenere una determinata quantità di carta in circolazione.

Chi ha timore va a convertire, ovvero non fa alcun contratto dal quale possa venirgli in mano la carta. Noi crediamo che anche che si ayesse potuto verificare l'estremo impossibile dei 750 milioni, non ha il nostro onorevole amico riflettuto, che sottraendo 500 milioni per darli al Governo,

resterebbero semplicemente 250 milioni ai 4 stabilimenti per loro conto, mentre attualmente ne tengono 540. Non ha visto, che, comprendendo nella somma dei 500 milioni i conti correnti attuali degli stabilimenti col Governo, priverebbe il Governo stesso di una risorsa di 57 milioni.

Noi non possiamo, o signori, neanco essere d'accordo con coloro i quali sostengono che, votata anche la convenzione colla Banca, si possa cedere alla Banca stessa ed Agli altri stabilimenti il servizio di tesoreria. Noi non crediamo degna di discussione la doppia ipotesi intorno all'inconvertibilità o no dei biglietti della Banca Toscana e di quelli del Banco di Napoli, e del Banco di Sicilia.

Il decreto del 1° maggio 1866 è chiaro, chiarissimo come la luce del sole; accorda l'inconvertibilità al solo biglietto della Banca Nazionale Sarda; basa leggere semplicemente l'articolo 2 per convincersene, ed io lo leggerò:

«Articolo 2. Dal giorno 2 maggio, e sino a nuova disposizione, la Banca Nazionale suddetta è sciolta dall'obbligo del pagamento in danaro contante ed a vista dei suoi biglietti.»

Quindi l'articolo 2 non parla che della sola Banca Nazionale.

FENZI. Si fondano sul decreto del 6 maggio.

AVITABILE. Domando mille perdoni, onorevole Fenzi,

Il decreto del 6 maggio 1866 non parla d'inconvertibilità dei biglietti, stabilisce per la Banca Toscana quello che pel Banco di Napoli e per quello di Sicilia erasi stabilito coll'articolo 7 del decreto del 1° maggio detto anno, ma non parla affatto d'inconvertibilità; la questione dell'inconvertibilità non ha mai esistito, non può esistere, non si può oggi sollevare in danno del paese.

Né vale il dire che quello che non si è fatto coi decreti del 1° e 6 maggio 1866 si potrebbe fare oggi.

Noi crediamo che non vi possa esistere un ministro di finanze tanto nemico del paese, che nel momento attuale, venga ad immaginare una simile eresia economica; che potesse pensare d'esporrò il paese al grave pericolo di vedere l'aggio sulla carta al 30 od al 40 per cento. Le popolazioni non hanno, signori, dimenticato ancora l'aggio elevato; non le flagellate con nuovi e crescenti tormenti; non fate in modo che manchi loro la pazienza nel tollerarli; non abusate della vostra potenza, potreste un giorno pentirvene.

Dopo ciò a noi sembra che la miglior via per affrettare la cessazione del corso forzoso e per provvedere ai bisogni urgenti dello Stato sia: primo, mettere a profitto tutti i crediti arretrati con quella combinazione che all'onorevole ministro per le finanze meglio potrà riuscire a conchiudere.

Ed invero quelle risorse che sono di un'indiscutibile. esistenza e che ho rilevato dai documenti ufficiali, sono, per arretrati di dazi di consumo dovuti dai comuni 32 milioni. Non mi sembra che possa esservi questione sull'esistenza di questa somma.

3474 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Vi sono pure 12 milioni per ispese comuni dovute anche dai municipi stessi. Vengono poi 38 milioni per arretrati sopra i fondi rustici ed urbani.

Io comprendo, o signori, che ci potranno essere difficoltà per la esazione, ma né i fondi rustici, né i fondi urbani possono sparire.

In conseguenza è l'amministrazione che dovrà pensare ad attivare e rendere esigibile l'esazione di questi cespiti. Io non enumero fra i crediti quelli che comprendono la ricchezza mobile, perché capisco che la massima parte sono inesigibili, ma in quanto ai crediti che dipendono dai terreni e dai fabbricati, a me sembra, o signori, che non possono sparire.

Vengono poi parecchi articoli che io ho riuniti in un solo, che sono 112 milioni circa debiti delle società ferroviarie.

Per questi crediti mi si potrebbe rispondere, o signori, che se noi spingiamo per esigerli, le società ferroviarie falliranno; ed è precisamente quello che io desidererei. Io voglio, o signori, che il Governo la finisca una volta con queste anticipazioni e con questi favori verso società che non hanno una forza propria per potersi sostenere, che non hanno consistenza, che non sono che una fantasmagoria. Io credo bene che il paese potrebbe evitare le sventure del corso forzoso facendo fallire, come meritano, le società insolvibili.

Passo al secondo articolo, che sarebbe quello di fondere i due progetti Maiorana e Servadio, ed uniti farli concorrere alla cessazione del corso forzoso ed a contribuire, unitamente ai crediti arretrati, a fornire allo Stato le risorse necessarie senza la convenzione colla Banca.

Il progetto, così modificato, da noi proposto, dall'articolo 1 all'articolo 4 provvede alla diminuzione dei 750 milioni a 378, vero debito dello Stato. Gli azionisti della Banca, come abbiamo dimostrato nella prima parte del nostro discorso, hanno largamente dal 1866 sino ad oggi, usufruito del corso forzoso; potranno oggi rassegnarsi a percepire gli utili che loro vengono dai loro capitali e dal credito dell'istituzione, al quale non poco hanno contribuito il corso forzato ed i favori del Governo.

Dall'articolo 5 all'articolo 8 il nostro progetto provvede indubbiamente, sicuramente ali' estinzione del corso forzoso.

L'articolo 9 provvede alla garanzia necessaria per la sicurezza dell'esecuzione.

Col l'articolo 10 al 14 si assicura allo Stato una risorsa di 180 milioni. Qui viene la questione della possibilità che i quattro stabilimenti possano e convengano di fornire allo Stato i 180 milioni, cioè 100 milioni di cauzione, ossia di fondo di cassa, ed 80 milioni di aumento di conto corrente. In questo io non veggo francamente nessuna difficoltà, in primo luogo, perché tutti i progetti ministeriali che sinora si sono presentati al Parlamento,

o non si sono presentati, partivano dalla base che i mandati spediti si calcolavano come pagati, ed i pagamenti introitati si mettevano a conto quando si sarebbero di già introitati effettivamente. Ora, questo giro, a mio modo di vedere, importa che gli stabilimenti, che emettono carta, non soffrano nessun detrimento per quel tale fondo di cassa, presso a poco di 100 milioni. Io veggo dalla situazione di cassa del Tesoro che quasi mai è inferiore alla cifra di 100 milioni.

Or dunque, quando questi stabilimenti si obbligassero a dare 100 milioni al Governo, non darebbero nulla, poiché darebbero quella somma che starebbe nelle mani loro.

Rimane la sola quistione del conto corrente.

Ora, siccome gli stabilimenti che, sino a questo momento, non hanno avuto il benefizio del corso forzato, hanno fatto anche delle anticipazioni al Governo, come ha fatto il Banco di Napoli per 20 milioni, ed oggi anche di altra somma pel pagamento del semestre a 1 luglio, così io credo che, cessando l'inconvertibilità del biglietto della Banca, il Banco di Napoli e gli altri stabilimenti potrebbero benissimo aumentare il loro conto corrente col Governo, tanto più quando potessero aumentare con obbligazioni il loro capitale e le loro riserve metalliche. E dico capitale con obbligazioni, quando si tratta del solo Banco di Napoli e di quello di Sicilia, poiché questi stabilimenti avrebbero per fondo d'ammortamento, tatti gli utili annuali che non debbono dividere con azionisti. Essi potrebbero quindi disporre di tutti i loro utili; e perciò potrebbero con facilità trovare il danaro a buone condizioni.

Ciò dimostrato, o signori, con 180 milioni circa per i bisogni di cassa, oltre quello che si può ricavare dai residui attiri, senza convenzione colla Banca, senza emissione di rendita, senza monopolio, il Governo, a parer mio, potrebbe stare alquanto tranquillo.

La convenzione colla Banca, o signori, assicurerebbe allo Stato una risorsa di 122 milioni, noi gli procuriamo il mezzo per ottenere 180 milioni.

(Movimenti del deputato CastellaniFantoni)

Se l'onorevole Castellani fa segni negativi, io ho l'onore di dirgli che è possibile, e che se l'avessimo fatto prima, non avremmo avuto il corso forzoso.

La convenzione aumenta da.750 ad 800 milioni il corso forzoso, noi lo riduciamo a 378. La convenzione stabilisce il ritiro graduale e principiare da 800 milioni, noi da 378.

La convenzione provvede ad una parte dei fondi pel ritiro dei biglietti; noi provvediamo quasi per intero, e dico quasi, perché colla legge votata noi non possiamo aumentare le obbligazioni, ma evitando il nuovo debito di 122 milioni, o certo assai meglio la nostra posizione che quella che creerebbe l'onorevole ministro delle finanze colla convenzione.

3475 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

La convenzione assicura, col consegnare in mano alla Banca le obbligazioni, l'estinzione di una parte dei biglietti; noi l'assicuriamo col mezzo stesso quasi per intero.

Dopo ciò, o signori, a me sembra che tutti i timori procurati, espressi dalle Camere di commercio, non hanno più alcun fondamento, quando noi ci serviamo, di quegli stessi mezzi di cui si serviva il ministro delle finanze per assicurare il ritiro dei biglietti.

La convenzione rimanda la totale cessazione del corso forzoso a quando si finiscano di pagare le rate dei beni venduti e da vendersi.

Noi la lasciamo al Governo per potersi regolare a seconda delle circostanze.

Gli articoli 6 e 7 del nostro progetto danno la latitudine al Governo, se vede che Faggio aumenti, di Tendere le obbligazioni in dettaglio, in una o più volte, sino al prezzo di 75 per ritirare i biglietti; come, al contrario, se l'aggio diminuisce, lascia la libertà di poter elevare le obbligazioni stesse sino a quasi alla pari.

Noi insomma restringiamo il corso forzoso e diamo al Governo un mezzo per impedire l'aumento dell'aggio.

La convenzione non solo aumenta il corso forzoso da 750 milioni ad 800, ma priva il Governo dì qualunque mezzo onde mitigare l'aggio.

In caso d'aumento dell'aggio, come voi vedete, il Governo dopo la convenzione non ha alcun mezzo per poterlo mitigare.

La convenzione infine lega indissolubilmente l'azione del Parlamento, l'azione del Governo, nella questione del corso forzoso; assoggetta il paese a tollerarlo, anche quando ritornasse intollerabile, come minaccia di ritornare. Noi lasciamo al Governo ed al Parlamento piena libertà di azione per affrettare la cessazione del corso forzoso, qualora lo stimasse necessario ed opportuno.

Il paragone da noi fatto, o signori, tra il progetto ministeriale ed il nostro noi speriamo che indurrà la Camera, indurrà il Ministero, se non altro, a sospendere la convenzione e studiare se sia possibile sostituirla con altri mezzi. Se il Ministero consenta in tale studio, noi non pretendiamo che ritiri la convenzione, né insistiamo sul nostro progetto come è formulato. Lo modifichi il Ministero come crede, tratti con gli stabilimenti, purché non insista attualmente sull'approvazione della convenzione, e prima di avere meglio studiati gli altri mezzi per evitarla. Noi vogliamo soltanto, o signori, che cessi su tutta la linea il monopolio, sia della Banca, sia delle Banche. Noi vogliamo che tutte prosperino per la fiducia che sapranno inspirare; vogliamo che l'Italia non sia la cuccagna dell'alta aristocrazia bancaria, così bellamente descritta in altra occasione e per altri motivi dall'onorevole generale La Marmora.

Ma, se poi si continuerà a dire che il paese in questa questione non è con noi, che il paese è colla Banca, e non colla libertà, noi sfidiamo il Governo ad interrogarlo, ed attenderemo con calma il verdetto del paese. (Benissimo! a sinistra)

PRESIDENTE. La parola spetta all'onorevole Marazio.

MARAZIO. L'onorevole deputato Avitabile ha combattuto aspramente la convenzione colla Banca. Secondo l'onorevole nostro collega, la convenzione colla Banca offende, calpesta la libertà del credito; essa uccide gli altri istituti o, per lo meno, se non li condanna a morte, li condanna ad una vita tisica, ad una vita di stenti e di privazioni; finalmente la convenzione colla Banca racchiude privilegi nuovi, ed i più odiosi, al più potente e più vigoroso dei nostri istituti di credito.

Per verità queste accuse non mi sono giunte punto nuove; io le ho udite quando per la prima volta si è parlato della convenzione con la Banca. Appena le ho sentite pronunziare ed appena ho potuto aver sottocchio il progetto di convenzione, io ho domandato a me stesso: ma la convenzione aumenta forse il capitale della Banca? Io ho veduto che la convenzione mantiene la Banca col suo capitale attuale.

Per me, se la convenzione avesse aumentato il capitale della Banca, confesso che avrei dubitato di approvarla. Non è già che io creda che l'aumento del capitale della Banca sia per se stesso illecito, nocivo o contrario alla libertà del credito. Non può essere illecito ogniqualvolta sia operato nei modi che la nostra legislazione consente. Non può essere nocivo, o meglio, a da presumerai vantaggioso, perché l'aumento del capitale di un istituto molto accreditato arguisce per sé aumento di affari, e aumento di affari vuol dire sviluppo di produzione, aumento di pubblica ricchezza.

Non può poi essere contrario alla libertà del credito, perché, in fin dei conti, in un sistema di libertà, ogni istituto di credito deve avere facoltà di accrescere il suo capitale, conformandosi alla legge generale che governa la materia.

Tuttavia io avrei esitato ad approvare la convenzione perché credo che in tempo di corso forzoso, e quando il corso forzoso è affidato principalmente alla Banca, credo partito più prudente e più giusto che la Banca resti col capitale attuale.

Seguitando nelle mie indagini, ho voluto vedere se erano variati gli statuti della Banca; se veniva introdotto qualche privilegio, qualche favore, qualche trattamento speciale in prò di questo istituto. Ma gli statuti della Banca, o signori, in forza della convenzione, non sono punto mutati.

Finalmente ho voluto esaminare se venissero modificate le relazioni che corrono fra la Banca e gli altri istituti di emissione rispetto al corso forzoso,

3476 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

o quelle che passano tra la Banca e lo Stato, e che dipendono da consuetudini amministrative, da accordi speciali; voglio parlare dei servizi di tesoreria che si fanno in qualche provincia, del movimento dei fondi, e via discorrendo.

Ora io ho trovato che la convenzione non varia né punto né poco le relazioni della Banca cogli altri istituti, né le relazioni della Banca collo Stato. Ciò posto, non so come si possa venire qui a sostenere che la convenzione introduca novità tali da meritarsi censure acerbe, come quelle che le furono scagliate dall'onorevole Avitabile.

Certamente una variazione vi è: la Banca aumenta la sua circolazione: da 750 milioni essa è autorizzata a portarla ad 800. Ma, prima di tutto, questa facoltà 'le è data forse perché ne faccia suo prò? No; le è data per metterla in grado di sovvenire lo Stato di altri 50 milioni. Ed anzi la Banca impresta allo Stato, non solo 50 milioni in biglietti, ma 72, sottraendo gli altri 22 alla sua propria circolazione.

Dunque, a volere anche supporre che lo stato di fatto sia uno stato di monopolio e di privilegio a favore della Banca, la convenzione per lo meno non muta questa situazione: non la migliora né la peggiora.

Voi potete credere tutto quello che vi pare della Banca, delle sue origini, del suo sviluppo e delle sue presenti condizioni; voi potete, per esempio, pensare colla Commissione d'inchiesta sul corso forzoso che gli statuti della Banca debbono essere rifatti, e ciò a vantaggio di questo istituto; voi potete reputare utili, colla stessa Commissione d'inchiesta, che le relazioni tra la Banca e lo Stato siano regolate per legge su basi più profittevoli per lo Stato; voi potete persino farvi a domandare, come è stato espresso in parecchie petizioni, che queste relazioni siano estese agli altri stabilimenti d'emissione: tutto questo non v'è punto impedito dalla convenzione.

Io non giudico queste opinioni, queste domande, ma accerto semplicemente il fatto, che le quistioni che si riferiscono a questa materia non sono pregiudicate dalla convenzione.

Ma panni di avere udito dall'onorevole Avitabile che la convenzione, aumentando la circolazione, in qualche modo nuoce alla libertà del credito, inquantoché quest'aumento di circolazione reca danno gravissimo agli altri istituti.

Ma, signori, nel 1868, quando la circolazione era di 800 milioni, questi istituti erano forse offesi da questa circolazione della Banca? Niente affatto. La circolazione si è forse limitata e ridotta a 750 milioni per favorire questi istituti? Punto. La legge del 3 settembre 1868 ebbe un'altra origine e mirava ad un altro fine. La convenzione è un'operazione di credito, e nello stesso tempo provvede all'estinzione graduale del corso forzoso.

Vediamo, signori, se come operazione di credito possa venire approvata dalla Camera.

La Banca ci mutua 50 milioni in oro e 72 milioni in biglietti all'interesse di 60 centesimi per cento, il che vuol dire all'interesse di 732 mila lire l'anno.

Se noi dovessimo procacciarci 122 milioni, non dico al saggio del giorno, che spero non voglia durare, ma al saggio di otto o dieci giorni fa, il bilancio dello Stato sarebbe gravato di oltre dieci milioni di annuo interesse. Ma la convenzione fa qualche cosa di più; la convenzione accumula i mutui del 1866 e 1867 con questi 122 milioni, e sottopone il totale debito di 500 milioni all'interesse di 60 centesimi per cento.

Ora noi paghiamo cinque milioni e 70 mila lire per soli 378 milioni di debito verso la Banca; noi pagheremo, mercé la convenzione, soltanto tre milioni per un debito di 500 milioni.

Il divario è grandissimo. Noi aumentiamo il debito e diminuiamo ad un tempo l'interesse!

Né io mi trattengo dall'approvare la convenzione, perché porta con sé la dispensa della riserva metallica. La riserva metallica è una garanzia; ma la perdita di questa garanzia rimane largamente coperta dalle obbligazioni che noi depositiamo presso la Banca; anzi la garanzia diventa maggiore, perché le obbligazioni che consegniamo alla Banca rappresentano un valore a gran pezza superiore a quello della riserva metallica.

Infatti, attualmente i 378 milioni di debito verso la Banca sono guarentiti soltanto da 150 milioni nominali di obbligazioni, che, valutate all'85 per cento, equivalgono a 127 milioni e mezzo; mentre con la convenzione, 450 milioni di debito in biglietti sono guarentiti da 283 milioni effettivi di obbligazioni ecclesiastiche.

Ma la convenzione, o signori, se sotto l'aspetto di operazione di credito può difficilmente essere oppugnata, la convenzione è censurata vivissimamente come modo di estinzione del corso forzoso.

La convenzione, si dice dall'opposizione, è rea di questo delitto; essa non solo non provvede alla estinzione del corso forzoso, ma lo ribadisce e lo perpetua!

Ora che cosa fa la convenzione?

Noi depositiamo presso la Banca 283 milioni effettivi di obbligazioni; la Banca s'incarica della loro vendita; a misura che questa vendita procede, il debito con la Banca si estingue, la circolazione della carta scema, e quindi il corso forzoso diminuisce nella stessa proporzione.

In breve, la convenzione prescrive l'abolizione graduale del corso forzoso e destina a questo scopo l'asse ecclesiastico, che è per l'appunto ciò che è nei voti del i Parlamento e del paese.

Né basta! La Commissione e il Ministero propongono un articolo di legge, col quale lo Stato s'obbliga a pagare il debito totale verso la Banca, prima che i 283 milioni di obbligazioni ecclesiastiche sieno vendute.

3477 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Egli è certo che gli avvenimenti straordinari i quali ora si svolgono in Europa possono rallentare la vendita dei beni e delle obbligazioni ecclesiastiche e ritardare l'estinzione del debito verso la Banca e del corso coatto. La convenzione avrà un effetto più lento, ma servirà pur sempre al suo fine, e gioverà a temperare, se non altro, le conseguenze più gravi che al corso forzoso possono derivare dalla mutata condizione delle cose.

Ma qui, o signori, io ho udito fare una obbiezione, alla quale mi preme rispondere. La Banca è incaricata esclusivamente della vendita di queste obbligazioni; la Banca ha interesse che il corso forzoso duri perché le giova; quindi creerà molte difficoltà alla vendita di queste obbligazioni. La Banca inoltre eserciterà un vero monopolio nella vendita di queste obbligazioni.

Io credo che non si possa concepire il minimo sospetto a questo proposito; ogni sospetto di questa fatta ripugna assolutamente al testo della convenzione: secondo il testo della convenzione la Banca ha l'obbligo di vendere queste obbligazioni; quindo creasse qualche difficoltà, quando essa volesse esercitare il minimo monopolio, l'ombra del monopolio, a proposito di queste vendite, la Banca sarebbe certissimamente richiamata all'adempimento dei suoi obblighi e dal Governo e dal Parlamento. In ogni caso, qualora ci fosse qualche dubbio a questo riguardo, credo non debba essere difficile emendare l'articolo 6 della convenzione nel senso che siano incaricate, insieme colle sedi e le succursali della Banca, le tesorerie provinciali della vendita di queste obbligazioni. Ogni dubbio, dopo che la convenzione fosse emendata in questo senso, dovrebbe interamente sparire.

Ma, signori, abbiamo noi un mezzo più acconcio di procacciarci la somma necessaria ai bisogni del Tesoro per quest'anno? Abbiamo noi il mezzo di provvedere in modo più pronto e più efficace all'abolizione del corso forzoso? Possiamo noi ricorrere forse ad un imprestito forzato, ad un imprestito volontario o ad alienazione di rendita?

È evidente che questi mezzi sono impossibili.

Possiamo noi ricorrere ai mezzi suggeriti dagli onorevoli Maiorana, Servadio ed Avitabile? Dobbiamo noi provvedere ai bisogni del Tesoro e all'estinzione del corso forzoso con carta marchiata, come suggerisce l'onorevole Maiorana? O con carta, a corso legale, come vorrebbe l'onorevole Servadio? O con un progetto come quello dell'onorevole Avitabile che tiene dell'una e dell'altra proposta?

Domando la facoltà alla Camera di esaminare brevemente questeproposte.

La Camera rammenta che la circolazione attuale della Banca è di 750 milioni; 378 rappresentano i debiti dello Stato verso la Banca; 372 rappresentano la circolazione propria della Banca, la quale in parte è impegnata in operazioni di finanze collo Stato, in parte è impegnata in operazioni proprie d'una Banca di sconto e d'emissione, cioè nelle operazioni ordinarie dell'industria e di commercio.

Ora l'onorevole Maiorana propone che lo Stato prenda 478 milioni di questi biglietti, li marchi d'un bollo suo proprio, ne dia 378 milioni alla Banca in estinzione del suo debito e ne ritenga per sé 100 per supplire, se non in tutto, in gran parte al disavanzo di quest'anno.

Questi biglietti avranno corso forzoso; gli altri avranno corso libero appena la marchiatura sarà finita; e questa operazione dovrà essere compiuta nel corso dell'anno: al 1° gennaio 1871 la Banca dovrà rientrare nella circolazione sua normale, la quale non deve essere superiore al triplo della riserva metallica; la Banca finalmente avrà il diritto di tenere una metà dei biglietti marchiati come riserva metallica.

Credo aver riepilogato fedelmente il progetto dell'onorevole Maiorana Calatabiano.

Ora vediamo le conseguenze. Prima di tutto domando se si possa introdurre una novità di questa fatta senza venir meno alla fede data.

Che cosa rappresentano i biglietti di Banca? Questi biglietti si possono paragonare a lettere di cambio emesse dallo Stato, avallate dalla Banca ed accettate dal pubblico. Hanno quindi una doppia guarentigia, cioè la guarentigia d Ilo Stato e la guarentigia della Banca. Ora come mai si pretende sostituire ad una doppia guarentigia, ad una doppia firma, una guarentigia unica, una firma sola? Credete voi che sia indifferente pel pubblico vedersi mutata questa cambiale a doppia firma in una cambiale ad una firma sola?

Ma tiriamo avanti. Quando avessimo queste due specie di biglietti, questa doppia circolazione, quale sarebbe il rapporto che correrebbe tra queste due specie di biglietti? Il biglietto di Banca avrebbe corso libero, il biglietto di Banca potrebbe cambiarsi, il biglietto di Banca finalmente sarebbe guarentito dal capitale della riserva metallica e dal portafoglio di un potente istituto di credito. In tali condizioni non sarebbe il biglietto marchiato; il biglietto marchiato non avrebbe corso libero, non si potrebbe scambiare, non avrebbe che la guarentigia generica dello Stato, la quale è soggetta a tutte le vicende, a tutte le variazioni dell'atmosfera politica; atmosfera che ognuno sa quanto sia variabile.

Noi avremo adunque due carte giranti nello Stato con due aggi diversi.

In ogni contratto si direbbe: mi pagate voi in biglietti di Banca, in biglietti marchiati o in oro? Voi avreste questi due aggi: aggio del biglietto della Banca contro l'oro, aggio del biglietto di Banca contro il biglietto marchiato.

Noi possiamo valutare fino ad un certo puntola perdita che farebbe immediatamente sul mercato il biglietto marchiato; esso sarebbe valutato al prezzo corrente, dei valori pubblici dello Stato.

Ora il prezzo corrente dei valori pubblici dello Stato, non parlo d'oggi (parlo di dieci giorni fa, per fare una ipotesi favorevole all'autore di questo progetto), vorrebbe dire una perdita immediata che il biglietto marchiato farebbe sul mercato d'Italia, del 20 o del 25 per cento, per lo meno.

3478 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ma forseché il progetto dell'onorevole Maiorana, il quale naturalmente parte da un concetto e da un sentimento tutt'altro che benevolo verso la Banca, forseché il progetto Maiorana tratta poi con rigore, con durezza, con crudeltà la Banca? Tutt'altro. Il progetto Maiorana favorisce talmente la Banca, che essa non potrebbe desiderare di meglio dal più ardente suo partigiano.

CRISPI. Allora accettiamolo.

MARAZIO. L'onorevole Crispi dice: accettiamolo. Noi non rappresentiamo la Banca; rappresentiamo lo Stato e lo respingiamo in nome del paese.

CRISPI. Povero paese colle vostre proposte!

MARAZIO. L'onorevole Crispi dice: povero paese! Rispettiamoci a vicenda: è una questione di apprezzamento: io per me credo che il progetto dell'onorevole Maiorana sarebbe funesto: è una mia convinzione profonda; voterei dieci volte la convenzione, la quale, d'altra parte, per me è una buona operazione, ma non potrei mai votare un progetto simile.

L'onorevole Crispi penserà diversamente; infatti gli ha dato il suo nome: io non potrei sottoscriverlo, perché sento affatto diversamente.

Ripigliando il filo del mio discorso, il progetto Maiorana esonera la Banca dal suo avallo, e in conseguenza da una grave responsabilità; e, dandole la facoltà di tenere metà della sua riserva metallica in biglietti marchiati, le permette di emettere tre dei suoi biglietti per ogni biglietto marchiato esistente in cassa. Ora ognuno vede quali lauti profitti debba procacciare alla Banca questa facoltà, e quali pericoli contenga per gli altri istituti di circolazione e per il paese.

Mi resta ad esaminare come il progetto dell'onorevole Maiorana provvegga all'abolizione del corso forzoso.

Per verità, se io guardo il titolo del progetto, dovrei dire che esso mi porta immediatamente al desiderato cambio in contanti. Infatti il progetto è intitolato: Estinzione del debito dello Stato. Estinzione del debito dello Stato vuol dire cessazione del corso forzoso, pagamento in oro.

Ora, se un ingenuo possessore di un biglietto di Banca, letto questo titolo, andasse allo sportello della Banca e volesse farsi cambiare un biglietto, che cosa ne riceverebbe? Riceverebbe un biglietto marchiato. Per verità ci vorrebbe uno sforzo grandissimo d'immaginazione per credere che il biglietto marchiato equivalga ad oro!

Il fatto è che il progetto dell'onorevole Maiorana provvede all'abolizione del corso forzoso né più né meno che col sistema d'ammortamento che è proposto dal Ministero e dalla Commissione, cioè colla vendita dei beni ecclesiastici e coll'alienazione delle obbligazioni.

Ma c'è qualche differenza tra il progetto dell'onorevole Maiorana e quello del Ministero e della Commissione; senonché questa differenza è tutta a favore del Ministero e della Commissione.

Infatti, secondo il Ministero e la Commissione, prima che siano estinti i 283 milioni effettivi d'obbligazioni,

Lo Stato si obbliga, per articolo espresso di legge, a pagare il debito verso la Banca, e quindi ad estinguere il corso forzoso. All'incontro, secondo il progetto dell'onorevole Maiorana, il corso forzoso non cessa se non quando siano intieramente estinti i 478 milioni di biglietti marchiati.

Vengo al progetto dell'onorevole Servadio.

L'onorevole Servadio immagina che il Banco di Napoli abbia 100 milioni di capitale; che la Banca Toscana porti il suo capitale a 50 milioni; la Banca Nazionale resta col suo capitale attuale.

SERVADIO. Immaginazione verificata.

MARAZIO. Non capisco l'interruzione.

PRESIDENTE. Non badi alle interruzioni; continui il suo discorso.

MARAZIO. Egli distribuisce il servizio di tesoreria fra questi tre istituti, e suppone che questi tre istituti lo accettino proprio come egli lo distribuisce; impone una cauzione di 125 milioni a questi tre istituti, e di più un conto corrente di altri 125 milioni verso lo Stato.

AVITABILE. Domando la parola per un fatto personale.

MARAZIO. Fa emettere dallo Stato altri 250 milioni di Buoni speciali fruttanti il 5 per cento, e finalmente da il corso legale ai biglietti. Così ottiene 500 milioni, cioè 125 milioni di cauzione, 125 milioni di conto corrente, 250 milioni di Buoni speciali.

Con questi 500 milioni l'onorevole Servadio paga la Banca, provvede ai bisogni del Tesoro che egli crede siano limitati a 122 milioni, e inaugura felicemente il regno del corso legale.

Ma, prima di tutto, o signori, tutto questo non è che un edificio di ipotesi.

SERVADIO. Domando la parola per dare uno schiarimento.

MARAZIO. Non so capire come l'onorevole Servadio, così esperto in affari e tanto competente in questa materia, abbia potuto basare il suo progetto sopra fatti che non si sono ancora verificati, e che non so nemmeno se si verifichino.

Ma io voglio supporre che il piano dell'onorevole Servadio di punto in bianco si avveri. Quale ne sarebbe l'effetto?

Il progetto Servadio non introduce che una novazione; il debito verso la Banca di 378 milioni resta; soltanto è portato a 500 milioni; non vi sarà più un creditore solo, ma ve ne saranno tre.

Finalmente l'interesse sarebbe non di tre milioni, ma bensì di quindici. Ma tutto questo è un nonnulla davanti al pericolo gravissimo che contiene il progetto dell'onorevole Servadio.

3479 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Mi perdoni, l'egregio mio collega, il suo progetto racchiude il pericolo, non dico probabilissimo, ma certissimo di una vera catastrofe. Infatti è evidente, o signori, che la circolazione attuale non si può mantenere senza il corso forzoso. La circolazione fiduciaria dell'Italia al tempo della promulgazione del corso forzoso era di circa 266 milioni, ora tocca i 930 a 950 milioni.

È verissimo, l'Italia si è avvezzata in questi anni di corso forzoso ai biglietti, inoltre gli affari sono cresciuti e per sé e per il regno ingrandito coll'annessione del Veneto; ebbene ciò rende necessaria una maggiore circolazione fiduciaria quando sia abolito il corso forzoso; ma quando voi ammettiate che la circolazione fiduciaria dell'Italia, senza corso forzoso, possa andare ai 400 o 450 milioni, è tutto quello che voi potete concedere.

Ora che cosa avverrebbe quando il progetto dell'onorevole Servadio venisse approvato? Avverrebbe questo: siccome il corso legale non dispensa dal cambio in contanti, queste Banche naturalmente sarebbero, sin dal primo giorno in cui si aprisse lo sportello al cambio, assediate da gente che andrebbe a domandare il pagamento in contanti.

Tutta la circolazione che eccede il bisogno dell'industria e del commercio affluirebbe al cambio; nessun corso legale impedirebbe questo fenomeno.

Ora come farebbero queste Banche a soddisfare a tutte queste richieste? La cosa tornerebbe impossibile ad esse. Dovrebbero realizzare i loro capitali, i loro portafogli, sospendere le loro operazioni, insomma dovrebbero fallire. Questa sarebbe l'ultima conseguenza del sistema Servadio. E tutto questo perché? Perché l'onorevole Servadio parte da un principio che si ammanta del principio della libertà bancaria, ma che in fin dei conti non lo è, anzi è proprio la negazione della libertà bancaria.

L'onorevole Servadio vuole imporre la pluralità delle Banche con diretto intervento dello Stato. Ora questo è la negazione assoluta della libertà del credito.

Finalmente io vengo al progetto dell'onorevole Avitabile.

Il progetto dell'onorevole Abitabile ha due parti: nella prima parte, può dirsi, è la riproduzione del progetto dell'onorevole Maiorana; solamente l'onorevole Avitabile restringe i biglietti marchiati da 478 a 378 milioni, i quali 378 milioni rappresentano puramente e semplicemente il debito dello Stato verso la Banca; perciò non intendo come egli voglia provvedere ai bisogni del Tesoro per quest'anno, dei quali si preoccupava l'onorevole Maiorana, volendo che i biglietti marchiati fossero 478 milioni e che un centinaio di questi 478 milioni fossero riservati allo Stato.

L'onorevole Avitabile mi sembra che abbia parlato di operazioni sugli arretrati, di crediti verso le ferrovie e di certi altri mezzi i quali potrebbero fornire il necessario al Tesoro per tirare innanzi tutto l'anno.

Ma, o signori, questi mezzi, quando siano utili e convenienti, sono di lenta applicazione; e quand'anche si volessero adottare, bisognerebbe avere per lo meno un progetto concreto sotto gli occhi e vedere fino a qual punto possano essere adoperati.

Quanto al modo di estinzione del corso forzoso l'onorevole Avitabile non fa che riprodurre il progetto dell'onorevole Maiorana, e le osservazioni che ho fatte a proposito del progetto dell'onorevole Maiorana servono egualmente pel progetto dell'onorevole Avitabile.

Quanto alla seconda parte, l'onorevole Avitabile vorrebbe che il servizio di tesoreria fosse ceduto alle quattro Banche a determinate condizioni.

Io non entro in questa questione; la cessione del servizio di tesoreria è una questione molto grossa, tanto più grossa quando, come da noi, si ha il corso forzoso, e quando si vuol risolvere dando questo servizio, non ad uno, ma a quattro istituti. Non dico che non si possa risolvere anche in queste condizioni, ma sostengo che è una questione che non si può risolvere se non con un progetto ben studiato e ben maturato.

Io non potrei entrare in alcuna discussione a questo riguardo; è una questione non affatto estranea al merito della discussione, ma che non può formarne parte integrante, e lo stesso onorevole Avitabile lo ha riconosciuto, avendo egli detto di essere pronto ad accettare qualsiasi modificazione al suo progetto, purché la massima generale sia riconosciuta, purché sia ammesso il principio del passaggio del servizio di tesoreria o alle Banche od agli istituti di circolazione. Tutti questi progetti è evidente che sono ispirati da sentimenti ostili alla Banca Nazionale.

Ma perché, o signori, questa guerra accanita contro la Banca? È forse una sventura, signori, l'esistenza di un istituto di emissione, il cui biglietto è diffuso, accettato ed accreditato in tutta Italia? O non deve dirsi precisamente il contrario? Io vedo anzi che gli Stati i quali sono giunti ad un alto grado di prosperità, debbono all'esistenza di questi ragguardevoli istituti una grande parte del loro progresso materiale.

Ma se io credo che l'esistenza di un grande istituto di circolazione possa giovare asai, non sostengo punto che la circolazione sia accentrata in un solo istituto. Per me desidererei che potessero esistere parecchie Banche cospicue. E se le condizioni morali ed economiche del paese non consentono la coesistenza di parecchie cospicue Banche, per me desidero che almeno ve ne sia una intorno alla quale possano operare Banche minori, le quali io vorrei che fossero aiutate con tutte le agevolezze possibili, sia quanto dio sconto, sia quanto alla emissione.

Ma gli oppositori rispondono: noi non combattiamo la Banca perché potente e forte; noi la combattiamo perché è privilegiata.

3480 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Si parla tanto di questo privilegio della Banca, che è bene di mettere le cose un po' in chiaro.

La Banca esiste forse in virtù di un privilegio? No di certo. La Banca esiste in virtù di una legge. Qualunque altra Banca può nascere ed operare in virtù di una legge, come è nata ed opera la Banca Nazionale. O si è mai dato il caso che una società di capitalisti abbia presentato la domanda della creazione di una Banca, e questa domanda sia stata respinta dal potere esecutivo o dal Parlamento? Io credo non si possa citare un solo esempio. D'altronde la Banca non è sola: abbiamo altri quattro istituti di circolazione.

Ma forse la Banca ha dei privilegi in virtù dei suoi statuti? Essa non ha per i suoi statuti né legami né privilegi; essa è indipendente affatto dal Governo che non esercita in essa alcuna ingerenza.

Ma un fatto grave è accaduto nel 1866, la introduzione del corso forzoso; questo fatto ha modificato lo stato delle cose, si dice; ed è vero.

È vero che fu data al biglietto della Banca Nazionale la inconvertibilità assoluta, mentre agli altri istituti non fu data che la inconvertibilità relativa. Ma questa, o signori, è stata una conseguenza necessaria dell'introduzione del corso forzoso, e non si poteva allori fare altrimenti. Introduca cosi il corso forzoso era giocoforza attribuire la inconvertibilità assoluta al biglietto che era diffuso e accettato in tutta quanta l'Italia. Ora, il biglietto che trovavasi in queste condizioni, era quello della Banca Nazionale. Ma come volevate fare altrimenti? Se aveste dato il corso forzoso a tutti gli altri istituti, voi avreste avuto cinque corsi forzosi, voi avreste avute cinque carte giranti con aggio diverso corrispondente alla maggiore o minore diffusione e credito di questi biglietti; non si sarebbe potuto concepire cosa peggiore per il paese, non si sarebbe potuto far nulla di peggio per questi medesimi istituti. (Voci: È vero! è vero!)

Del resto, se la dispensa assoluta dal cambio ha giovato alla Banca, credete voi forse che la inconvertibilità relativa non abbia giovato anche agli altri istituti? (Sì! È verissimo)

Non avete che ad esaminare le situazioni, i rendimenti di conti di questi istituti per convincervi facilmente che tutti questi istituti hanno cavati lauti profitti dalla inconvertibilità limitata ad essi accordata; anzi è in grazia della convertibilità dei loro biglietti in quelli della Banca ad essi prescritta, che la loro carta ha potuto uscire dalla provincia nativa senza scapito, senza subire aggio di sorta.

Del resto, signori, il fatto del corso forzoso è un fatto eccezionale, transitorio, che deve farsi cessare a qualunque costo; ma non può cessare che col pagamento del debito verso la Banca.

In questo mezzo riduciamo gradatamente la circolazione cartacea e diminuiamo i lucri che la Banca fa sul corso forzoso a carico dello Stato.

A questo duplice fine mira la convenzione colla Banca, ed anche per queste ragioni io l'approvo.

Persuadiamo ci, signori: se vi ha un modo di abolire il corso forzoso è questo solo, di restaurare il credito e di migliorare lo stato della finanza; qualunque altro mezzo, qualunque altro espediente più o meno ingegnoso, più o meno immaginario, non può che ribadire il corso forzoso, non può che condurci al fallimento ed alla rovina.

ASPRONI. (Interrompendo) E l'inchiesta sul corso forzoso non la contate per nulla?

MARAZIO. Non ho intesa l'interruzione dell'onorevole Asproni; se l'avessi intesa, mi farei un pregio di rispondervi.

PRESIDENTE. Io prego l'onorevole Asproni di non interrompere.

ASPRONI. Ma è per spiegarmi meglio, perché così potrà rispondere.

Vi sono tre volumi d'inchiesta parlamentare, dopo i quali io sono meravigliato che non si parli di essa.

PRESIDENTE. Onorevole Marazio, continui il suo discorso.

MARAZIO. I tre volumi...

ASPRONI. Di cui non si è fatta parola.

MARAZIO. I tre volumi citati dall'onorevole Asproni, secondo il mio apprezzamento, non possono che confermare quello che io ho detto.

Vengo alla conclusione.

Prima però debbo rispondere ad una obbiezione pregiudiziale fatta dall'onorevole Nicotera nella seduta di ieri. Egli ha creduto di tagliare, come suoi dirsi, la testa al toro, dicendo al Ministero: perché insistete ancora nella convenzione? La situazione politica è mutata; voi avrete bisogno di una somma ben maggiore di 122 milioni; rinunziate alla convenzione; potrete avere le obbligazioni ecclesiastiche a vostra disposizione, ed otterrete, negoziando queste obbligazioni, una somma molto più ragguardevole.

Ma tutto questo ragionamento, che certamente è, fino e degno dell'ingegno dell'onorevole Nicotera, riposa sopra un'illusione; le obbligazioni ecclesiastiche ascendono a 333 milioni nominali; 150 milioni sono in deposito presso la Banca; rimangono disponibili 183 milioni.

Con 183 milioni crede l'onorevole Nicotera di fare miracoli a questi chiari di luna? 122 milioni, su per giù, è tutto quanto possiamo ottenere con un'operazione su queste obbligazioni. Ma, signori, questa operazione di credito ci costerebbe molto; laddove l'operazione con la Banca non ci costa nulla, anzi diminuisce i pesi dell'erario.

Conchiudendo io dico: voto la convenzione, perché la convenzione non pregiudica alcuna questione; perché né nuoce all'ordinamento del credito in Italia, né reca danno agli altri stabilimenti di credito; voto la convenzione, perché procaccia allo Stato una somma considerevole a condizioni assai vantaggiose;

3481 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

voto finalmente la convenzione, perché agevola la cessazione del corso forzoso e, ad ogni modo, qualora la crisi politica continuasse, ne impedisce i danni maggiori; (Bene! vicino all'oratore)

PRESIDENTE La parola spetterebbe all'onorevole Sonzogno.

SONZOGNO. Cedo il mioturno all'onorevole Billia.

PRESIDENTE. Ha chiesta la parola per un fatto personale l'onorevole Avitabile?

SERVADIO.. È stato uno sbaglio; il fatto personale era mio.

PRESIDENTE. Lo accenni.

SERVADIO. Quando ha domandato la parola il mio onorevole amico, Marazio, distinto discepolo dell'onorevole economista Ferrara, io mi attendeva, a dir vero, delle considerazioni ben diverse da quelle che egli ha fatto nell'esame critico della mia proposta. Egli ha incominciato dal dire che io immaginava come la Banca Toscana avrebbe voluto aumentare il suo capitale di 50 milioni, come che il Banco di Napoli avrebbe voluto portare il suo capitale a 100 milioni. Ma io mi sento in obbligo di manifestare alla Camera (cosa che del resto li Camera sa meglio di me) come la Banca Toscana questa mia supposizione e questa mia immaginazione, come vogliamo dire, l'abbia resa, già per quanto riguarda la Banca stessa, un fatto compiuto; come pure il Banco di Napoli abbia fatto altrettanto, tenendo conto di una deliberazione del suo Consiglio di poche settimane fa.

Né questi fatti si possono mettere in dubbio; poiché, se per la Banca Toscana fa fede la legge or ora presentata dal ministro delle finanze, così pel Banco di Napoli fa fede la deliberazione di quel Consiglio dirigente, la quale, come forse saprete, fu comunicata a tutti gli onorevoli deputati delle provincie napoletane che seggono in quest'Aula.

Altrettanto si dica, o signori, per il servizio delle tesorerie. Dunque vede l'onorevole Marazio che le mie supposizioni o immaginazioni, come si compiacque chiamarle, sono oggi fatti compiuti.

L'onorevole Marazio ha detto che il sistema da me proposto di eguaglianza di oneri e di privilegi fra le Banche pareva che tendesse (e qui è il fatto personale) a far fallirò queste altre Banche rivali. Ma, signori miei, se la mia proposta tende a questo; se io mi sono ingannato, sono lieto di essermi ingannato in così bella e splendida compagnia. Il ministro delle finanze sa che a lui fecero premure i diruttori delle rispettive Banche per ottenere i servizi governativi; il ministro delle finanze deve pur confessare che presso di lui fecero premure e gli azionisti delle Banche e le associazioni commerciali e i consiglieri delegati del Banco di Napoli; infine le Giunto municipali della Toscana e del Napoletano espressero tutte la loro opinione in questo senso, per cui creda l'onorevole Marazio che l'opinione emessa da questa massa di persone,

unita alle migliaia di petizioni che vennero presentate in quest'Aula, non sono da considerarsi meno di quell'opinione che fu oggi gettata là (mi permetta che lo dica) forse con poca riflessione, come fece l'onorevole Marazio.

Io non ho altro da dire, e mi riservo di dare le spiegazioni intorno alla circolazione ed a tutte le altre osservazioni fatte dall'onorevole Marazio, quando verrà lo svolgimento della mia proposta.

MARAZIO. Domando la parola per un fatto personale.

PRESIDENTE. Ma, se basta essere nominati per costituire un fatto personale, è impossibile andare avanti. Indichi il fatto personale.

MARAZIO. L'onorevole Servadio ha detto che io ho parlato con poca riflessione del suo progetto: il signor presidente vede chiaramente che il fatto personale c'è.

SERVADIO. Non del mio progetto.

Una voce. È un apprezzamento.

Voci. Parli! Parli!

MARAZIO. L'onorevole Servadio è stato molto contrariato dall'esame critico che io ho fatto della sua proposta; esame rapidissimo, ma tale, secondo me, che toccava le viscere del soggetto. L'onorevole Servadio ha avuto i nervi urtati, e nel calore dell'improvvisazione ha detto nientemeno che io aveva trattato, parlato del suo progetto con poca riflessione...

SERVADIO. Non ho detto questo.

MARAZIO. Ma io osservo all'onorevole Servadio che ho studiato anzi moltissimo il suo progetto, e che, prima di venire a dire il mio avviso per quanto può valere in quest'Assemblea, mi sono formata una profonda convinzione, e che è perfettamente in seguito a questa profonda convinzione che io ho creduto di non poterlo a niun patto accettare. Del resto, domanderò all'onorevole Servadio quanti deputati sia in grafo di indicare in questa Camera i quali possano accettare il suo progetto. Io credo che non ne abbia trovato uno, perché non bisogna confondere il progetto Servadio con quello dell'onorevole Avitabile, il quale nella seconda parte vuole la cessione del servizio di tesoreria ai diversi Banchi di emissione. Questo concetto c'è anche nel progetto Servadio, ma il fondamento del progetto Servadio è ben altra cosa; la sostanza del suo progetto consiste nella sostituzione del corso legale al corso forzoso.

L'onorevole Avitabile invece vuole abolire il corso forzoso coi biglietti marchiati, cioè colla carta governativa; altri propone altri mezzi, ma nessuno è sorto a proporre che venga a sostituirsi il corso legale al corso forzoso; corso legale, il quale naturalmente, finché non sia estinto il debito dello Stato, non può che condurre le Banche ad una catastrofe irreparabile.

L'onorevole Servadio può quindi essere ben certo, dietro queste mie nuove parole, che io ho studiato il suo progetto, e che l'ho studiato e giudicato con sicura coscienza.

3482 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

PRESIDENTE. Onorevole Marazio, non rientri nel merito; ha già parlato per due ore.

MARAZIO. L'onorevole Servadio citava il fatto del progetto presentato testé dall'onorevole Sella riguardo alla Banca Toscana. Giudicherò questo progetto quando sia stampato.

DI SAN DONATO. Il tempo è prezioso.

PRESIDENTE. Mi pare che tutti i deputati non sieno persuasi che è prezioso.

DI SAN DONATO. Noi che stiamo qui co ne persuadiamo.

MARAZIO. Questo fatto non basta a distruggere le mie osservazioni sul complesso delle disposizioni che formano il progetto Servadio. È questo un progetto di ipotesi.

PRESIDENTE. Le ho già detto, onorevole Marazio, di non rientrare nel merito.

MARAZIO. Ora non mi pare che con un progetto d'ipotesi si possa provvedere ai bisogni urgenti del Tesoro, né all'abolizione del corso forzoso.

NICOTERA. Mancano gli azionisti della Banca e mancano i guadagni degli azionisti.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Billia.

BILLIA. Onorevoli signori I Avendomi il mio amico, l'onorevole Sonzogno, conceduto il suo turno di parola, io, che ci tengo a non imporre la noia delle mie improvvisazioni alla Camera (poiché mi parrebbe evidentemente mancarle di rispetto), aveva preparato un discorso diretto a combattere la convenzione che ci viene proposta. In quel discorso mi sforzavo dimostrare, avvicinandomi, io credo, di molto al vero, come la Banca con quello che ci da nulla ci dia; come la sua garanzia, il così detto avallo, nulla guarentisca come in definitivo la Banca stessa nulla paghi, perché garanzia e pagamento in tanto stanno in quanto ci sieno e si realizzino le attività che alla Banca concede lo Stato. Per contro parevami dimostrato che la Banca tutto guadagna; né io intendeva il materiale profitto, che auguro alla Banca ed a tutti i banchieri lautissimo, tale da formarne altrettanti Cresi, ma alludeva al suo acquisto di influenza, mercé la quale, anche secondo l'opinione ieri espressa dall'onorevole Avitabile, essa finirebbe per imporsi al Governo diventando arbitra delle elezioni.

Ed infatti, se la Banca, la quale dispone di molti capitali, è minacciata nel suo interesse, evidentemente combatterà mettendo il capitale in prima linea e costringendolo a combattere a favore di se stesso prò aris et Vocis.

Venendo poi ad altro ordine di argomenti, io mi proponeva dimostrarvi come in un'epoca quale è l'attuale (epoca nella quale vediamo il capitale fare dei miracoli, ossia dei guadagni miracolosi) fosse pericoloso, anche secondo i dati della scienza, offrire al capitale una posizione privilegiata, perché potrebbe accadere che finisse per screditarsi, in senso morale s'intende, e diventasse uggioso e perdesse, nella opinione di molti, il carattere perfino della legittimità. Anche questo riflesso io reputava ne dovesse consigliare a tenerci lontani dalla convenzione.

Infine, messa da parte l'onestà delle intenzioni, onestà intendo in senso vero, non m senso di cortesia, io vi metteva innanzi l'infinita schiera dei pericoli che stimo dover tenere dietro alla convenzione, conchiudendo con un fervorino per pregarvi a ripudiare il contratto colla Banca.

Oggi le cose sono mutate, tanto che parlare di Banca e di convenzione mi sembra quasi un controsenso.

Prima di tutto bisognerebbe constatare seriamente, pur volendone discorrere, se nelle condizioni attuali la Banca vorrebbe accettare come è quella convenzione che si proponeva di accettare quando venne dal Ministero proposta; perocché non mi sembra che sia della dignità di un Parlamento il votare un contratto perché poi con vaghi pretesti l'altro contraente ne faccia lo sfregio di dichiarare che più non l'accetta...

MUSOLINO. Accetta! accetta!

BILLIA. È per altro il rifiuto pericolo non impossibile.

NICOTERA. Guadagna di più coll'aumento dell'aggio.

BILLIA. Certissimamente questa che io esprimo non è una opinione, lo dico per gli onorevoli miei amici, non è una opinione che io insista a voler manifestare; si tratta di una interrogazione che avrei creduto, in via preliminare, dovesse essere diretta al ministro; si tratta di richiedere una constatazione di fatto, non di manifestare le mie convinzioni le quali, come ho premesso, sono quelle, che il contratto con la Banca non si abbia ad approvare.

Oggi poi le cose sono mutate; per me non esiste più la questione della convenzione, esiste una questione di danaro; il Ministero chiede dei fondi ed io mi rifiuto a concederli. (Si ride a destra)

Oggi stesso ne disse molto a proposito l'onorevole ministro delle finanze: se provate il bisogno di porre una questione di fiducia sulla concessione del danaro, ponetela; ora io provo questo bisogno e quindi lascio da parto la convenzione colla Banca, ed intendo metterà innanzi la questione di fiducia.

E tanto più volentieri porto la questione su questo terreno, in quanto che potrò uscire così pel rotto della cuffia dalle strettoie del regolamento, facendo rivivere un quesito che oggi si è potuto rimandare alle calende greche, quando si propose l'interpellanza sull'attitudine politica che intende adottare nelle attuali contingenze il Governo.

3483 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Ora, siccome il regolamento non mi giova a fare in modo che i signori ministri, ossia il signor ministro, perché presente ce n' è uno solo) ascolti come interpellanza quale sia l'opinione di uno, di due, o di più deputati di una parte della Camera, io necessariamente bisogna che approfitti del regolamento stesso sotto altro punto di vista, e che dica: non ho fiducia in voi, e non ho fiducia perché seguite una politica che non è la vera, che non è la buona; e quindi aggiunga quale, secondo me, sia la vera e la buona politica. (Si ride a destra)

MINISTRO PER LE FINANZE. Benissimo. È nel suo diritto.

BILLIA. Lo credo e spero d'altronde poter parlare anche della questione estera in guisa che nessuna potenza per le mie parole vi abbia a dichiarare la guerra. Dirò per fermo la verità, secondo la sento e senza molte restrizioni, ma farò di dirla in modo che nessuno se ne abbia ad offendere.

Ci troviamo in presenza di una guerra in Europa; a noi non tocca indagare innanzitutto le cagioni di questa guerra e ne tocca, io lo credo, di studiarle.

Se l'insuccesso del plebiscito (Voci a destra. Oh !), se la gelosia militare di Sadowa, se le minaccio della carestia hanno sole determinato una potenza a dichiarare la guerra ad un'altra, tutto questo non ne riguarda. Noi però, chiarita la natura delle cause, possiamo dire: in questa guerra determinata per tali ragioni (ed io non sono diplomatico per conoscerne altre ed esamino le cose quali le vedo), in questa guerra l'onore d'Italia, il suo interesse non ci hanno nulla a vedere.

Fatta questa premessa, quale dovrà essere poi la nostra attitudine?

Bisognerebbe essere molto pratici nella scienza di spiegare i logogrifi e le sciarade per indovinare precisamente quale sarà l'attitudine del nostro Governo, pur mettendo insieme tutte le dichiarazioni che si sono compiaciuti di fare fra ieri ed oggi i signori ministri. Io non ho potuto né posso comprendere se veramente ci sia una linea di condotta già stabilita, anche nella ipotesi di una condizione di cose immutabile e non di avvenimenti futuri, che non posso sforzare il Governo a prevedere, perché non voglio costringere di nuovo un ministro a fare delle profezie che abbiano poi ad essere smentite dai fatti.

Voi in sostanza avete detto che la vostra politica è di aspettazione e di osservazione, poi avete una volta pronunziata con circospezione la parola neutralità)la neutralità vostra la vorreste disarmata, ma ci unite il richiamo di due classi, che da un lato è armamento, perché volete essere forti ed autorevoli; dall'altro lato non lo è, perché le due classi non servono che a completare lo stato dell'esercito quale dovrebbe essere in tempo di pace!

Voi nel vostro animo saprete benissimo quello che avete inteso di dire; io che giudico quello che avete detto, vi dico che questa non è né può essere buona politica, poiché in ogni caso ha il torto gravissimo di non lasciarsi capire. (Si ride)

È varissimo che il peggiore partito in politica è quello di non saperne o di non volerne pigliare alcuno, ma questo è il peggiore partito quando ci sia necessità di pigliarne uno.

Siamo noi nel caso del Belgio, il quale potrebbe vedere portata la guerra sul suo territorio? Siamo noi nel caso, che pure ho sentito citare, della repubblica di Venezia nel 1797? Evidentemente che no, perché non si tratta di una guerra di conquista, né si tratta di guerra guerreggiata alle nostre frontiere. I due esempi non possono calzare, né possono darne il criterio per modellare il nostro contegno.

Comunque sia, dal momento che voi chiamate sotto le armi degli uomini, voi armate; e se colla vostra abilità oratoria potete far parere per un istante le cose diverse da' quello che sono, sta egualmente il fatto che voi armate.

Ora, la politica che consiste nell'armare senza avere nemmeno la franchezza di dire che volete la neutralità armata, o di chiarire quello che vi vogliate, è politica dannosa, senza coraggio e pericolosissima.

Armare vuol dire sobbarcarsi a tutti i danni della guerra, senza la gloria, senza la speranza di possibile guadagno. Danni gravissimi arreca già la guerra esterna ai nostri commerci ed alle nostre industrie; altri ne porterete voi all'agricoltura, cui togliete delle braccia appunto quando ne ha maggiore il bisogno. Armare vi conduce alla guerra, mentre non intendete, non volete, od almeno sembra non vogliate prendervi parte.

Sì, armare vuol dire mettervi proprio nella posizione di andare incontro a quella guerra che volete evitare; imperocché quando voi avrete armato, quando avrete creato dei campi di osservazione, quando avrete pigliato un'attitudine, che voi dite ferma e necessaria per rendere autorevole la vostra voce, un'altra voce, più ferma ed autorevole, verrà a dirvi: o con me o contro di me, e voi questa necessità la dovrete subire.

Armare, finalmente, può essere anche un tranello.

Mi spiego, perché, appunto dopo le dichiarazioni fatte stamane dall'onorevole signor presidente del Consiglio, questa parola ha bisogno di spiegazione.

Tranello io l'intendo per voi e per tutti; l'intendo nel senso che voi, inconsapevoli od inviti, possiate menarci diritti alla guerra. Lo sanno tutti che noi siamo in paese dove sono possibili le crisi extraparlamentari; che siamo in paese nel quale, quando si combatte una grande guerra, è possibile che venga a mancare la unità di comando; siamo in paese in cui sempre trapela e spesso soverchia il Governo personale contro il Governo parlamentare. (Sussurro a destra)

Ora può ben essere che voi facciate delle dichiarazioni di non avere impegni ed affermiate in buona fede di non volere la guerra, ma può anche darsi che voi siate soverchiati da una crisi extra parlamentare, e allora? Allora che cosa avrete fatto armando? Voi lo comprendete: ci avrete condotti alla guerra, che non vogliamo, e voi pure non volete.

3484 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Se aveste il coraggio di dire: noi chiamiamo tutte le nostre forze per andare a Ilo ma e cacciarvi i mercenari e i Francesi, allora la cosa muterebbe d'aspetto. Io però non vi consiglio questa politica, badate bene, perché so quanto siate infelici nel raggiungere quello che si chiama successo. (Ilarità)

Certo questa sarebbe politica audace, e ne converrete, sarebbe politica italiana. Ma, lo ripeto, non esigo tanto da voi, chieggo semplicemente che, se avete in animo di opporre una forza agli avvenimenti, opponiate quella sola che si chiama la forza d'inerzia.

Se ammettete che le leggi della fisica poggino sul vero, troverete che questa pure è una forza importante, la maggiore forse di tutte.

Tiriamo innanzi. Quando avrete armato, bisognerà bene che attendiate quell'avvenimento necessario, secondo ne assicurò un generale che siede sui banchi opposti, quel tale avvenimento per cui uno debba guadagnare e l'altro soccombere nella lotta.

In questo caso, quali sono i vostri guadagni? Se l'impero francese riesce vincitore, colle vostre armi che cosa otterrete? Roma? Da tale che si trova ancora nell'ebbrezza della vittoria? È vano affatto il sognarlo. E se l'impero francese è perdente, che cosa sperate? Che un Governo il quale si appoggia ai clericali perda un puntello e venga ad offrirvi Roma proprio quando è indebolito? Non è serio il pensarlo.

In tutti i casi la vostra politica vi condurrebbe a prendervi uno schiaffo appunto perché armati, mentre l'evitereste rimanendo inermi, ossia rimanendo nella condizione in cui oggi vi trovate.

C'è un'altra considerazione a farsi ed è che Francia e Prussia non voglion dire l'universo; che in Europa i neutrali prevalgono, che in Europa i neutrali quando vorranno imporre la loro volontà sapranno arrestare i belligeranti. E se così è, perché vorreste voi armare prima degli altri, voi, per cui l'armare è pericolo?

Dopo tutto ciò, dal momento che ci si domanda del danaro cella convenzione, indipendentemente dal suo carattere, indipendentemente dall'essere condannabile sotto l'aspetto economico, politico e finanziario, io intendo negarvi il danaro respingendo la convenzione, e ve lo nego perché non ho fiducia nella politica che voi avete dichiarato di seguire, qualunque essa sia, e comunque si vogliano intendere le parole colle(quali avete creduto di farcela comprendere.

PRESIDENTE. L'onorevole Maurogonato ha la parola.


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[Discorso del deputato Maurogonato in difesa della convenzione]

MAUROGONATO. (Della Commissione) Le difficoltà economiche e politiche nelle quali versiamo sono tanto gravi, e l'importanza degli argomenti sui quali dubbiarne deliberare prima di separarci è così grande, che io mi credo obbligato ad imporre al mio discorso i limiti più ristretti.

Vi faccio perciò grazia di ogni specie di esordio e rinunzio a fare sfoggio di una facile erudizione, occupandomi strettamente dell'argomento, senza divagare in discussioni accademiche, per quanto il soggetto seducentissimo vi si presti mirabilmente.

Quindici giorni sono, che è quanto dire due o tre anni fa (tanto sono stati improvvisi gli avvenimenti d ai quali siamo stati colpiti), io vi avrei detto: ho fede ferma ed incrollabile che in pochi anni l'Italia col prodotto delle imposte avrebbe provveduto ai propri bisogni, ed il pareggio si sarebbe fatto. Lo credeva perché, non solamente si sarebbero aumentate la coltura e )a ricchezza nazionale, ma perché si sarebbero anche introdotti molti miglioramenti amministrativi. Non dispiaccia all'onorevole ministro se io dico fra pochi anni, imperocché, indipendentemente da tutti gli aumenti d'imposta che noi abbiamo adottati e dal giudizio che si può fare dei loro risultamenti effettivi, egli sa che fra noi vi è sempre una differenza di 30 milioni riferibili a quei debiti che si chiamano redimibili.

Io ho sempre creduto che, se noi ricorriamo al credito per pagare le obbligazioni demaniali e le obbligazioni della Regia, noi facciamo un vero debito nuovo. L'onorevole ministro lo ha ammesso per quanto si riferisce alle obbligazioni demaniali; per quanto si riferisce invece alle obbligazioni della Regia, egli ci diceva che in pochi anni, a mano a mano che noi andremo p gancio, ci ritornerà disponibile quel cespite di rendita. Questa osservazione è giusta, ma il fatto al quale alludeva il signor ministro non si verificherà che fra 14 anni, e per ora noi non abbiamo altro vantaggio se non che quello di risparmiare annue lire 900,000 d'interessi sopra i 15 milioni che ogni anno andiamo estinguendo. Queste cose io dico solamente per far comprendere come, secondo il concetto mio, più ancora che secondo il concetto dell'onorevole ministro, sia necessario, se si vuole giungere al pareggio, trovare i denari che ci mancano, mediante espedienti che ci costino poco.

Io diceva un giorno all'onorevole ministro Digny: voi dovete condurre la nave della finanza nel porto che si chiama il pareggio, ma voi avete pochi viveri a bordo e non avete i mezzi per procurarvene; che cosa dovete fare adunque? Mettere l'equipaggio a metà razione e fare tutte le economie possibili; ma se invece voi fate baldoria, ed invitate anche ospiti a pranzo, consumerete i viveri prima di arrivare al porto, e l'equipaggio perirà.

3485 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Queste cose io diceva inutilmente all'onorevole ministro Digny, il quale ha certo molte splendide qualità, ma mostrò sempre una predilezione molto decisa per gli espedienti troppo costosi. Perciò,non lo nascondo, io fui molto lieto, ed ho respirato assai più liberamente quando vidi che finalmente il ministro delle finanze attuale adottava il sistema degli espedienti a buon mercato. Perché, voi potete avere una opinione qualunque intorno alla convenzione colla Banca, ma non potete negare che, mediante questo contratto, noi provvediamo ai bisogni attuali senza alcun aggravio. Infatti quindici giorni sono noi potevamo trovare i 60 milioni per pagare i debiti redimibili facendo un debito di 100.milioni, vale a dire aggravando il bilancio di 2 milioni di più, ma questi due milioni si risparmiavano mediante la convenzione colla Banca. Noi dunque avevamo trovato i 122 milioni che ci occorrevano senza spendere un centesimo.

Ora le condizioni sono mutate; ma, in verità, sono mutate in modo che questo ragionamento che io faceva poc'anzi è tanto più stringente, appunto perché avremo probabilmente bisogno di una somma maggiore di 180 milioni. Bisogna adunque fare il possibile per procurarcene almeno una parte a buon mercato.

Eppure, malgrado tutto ciò, la convenzione, quale originariamente era stata proposta dall'onorevole ministro, io avrei esitato ad accettarla. Certamente il concetto dell'onorevole ministro era molto serio e meritava una grandissima considerazione. Egli diceva: noi tutti vogliamo abolire il corso forzoso; noi tutti abbiamo sempre pensato di dedicare le cartello ecclesiastiche al pagamento del debito verso la Banca. Ebbene, finiamola una volta per sempre; diamo alla Banca queste obbligazioni nella quantità corrispondente al suo credito. Esse saranno vendute più presto o più tardi, ma l'affare si può considerare finito, forse in un tempo più breve di quello che ci immaginiamo; perché, se la nostra rendita potesse aumentare in modo che un debito redimibile valesse 85, certo le obbligazioni ecclesiastiche sarebbero immediatamente vendute. Per altro, indipendentemente dal rifiuto della conversione dei beni parrocchiali, non avrei accettato questo sistema, imperocché mi pareva che, se noi avessimo potuto conservare a nostra disposizione, dopo aver dato alla Banca quanto occorreva per garantire i 122 milioni, una certa somma di cartelle ecclesiastiche, ciò sarebbe stato assai desiderabile per poterne approfittare in caso di bisogno.

Egli è bensì vero che l'abolizione del corso forzoso è cosa molto interessante, anzi urgentissima pel benessere economico del paese, ma questa sarebbe stata trasportata da quella convenzione ad un termine troppo lontano perché io me ne preoccupassi seriamente fin d'ora.

Ecco i motivi per i quali io avrei esitato ad accettare quella convenzione, convinto, come io era in quel momento, che la quantità delle cartelle ecclesiastiche disponibili per effetto delle conversioni ordinate dalle leggi del 1866 e 1867 fosse molto maggiore.

Peraltro, mentre noi discutevamo questo problema con molta vivacità nella Commissione dei Quattordici, ho trovato ragione per un motivo così poco gradevole che avrei mille volte preferito di aver torto.

Ci siamo infatti accorti che avevamo obbligazioni ecclesiastiche appena sufficienti per darle in garanzia alla Banca nella stessa proporzione del precedente contratto del 1867; allora io non ho fatto più resistenza, imperocché, se anche avessimo potuto riuscire a ciò che avrei voluto, vale a dire di lasciare alla Banca i 150 milioni di obbligazioni che le furono date dal ministro Rattazzi, e poi darle le altre obbligazioni che fossero state necessario per coprire il debito dei 122 milioni calcolandole all'85 per cento, egli è certo che non ci sarebbe rimasta che una piccola quantità di obbligazioni di cui non valeva più la pena di occuparsi, imperocché se le avremmo vendute avremmo ricavato presso a poco un prezzo corrispondente in proporzione al corso della rendita ed avremmo ritardata l'ammortizzazione dei biglietti della Banca, mentre conservandole in portafoglio, avremmo esercitato una pressione sul corso attuale delle obbligazioni che sono galleggianti sul mercato; ed invece dandole alla Banca, alle stesse condizioni del contratto del 1867, noi avremmo meglio garantito il corso dei biglietti, ed il contratto si uniformava alle prescrizioni dello statuto della Banca, secondo il quale essa non può accordare sovvenzioni sopra titoli, se non che valutandoli ad un prezzo di un quinto inferiore al corso di piazza.

Noi dunque abbiamo accettato unanimemente questa soluzione, ed io confesso che non avrei mai creduto che la convenzione proposta potesse essere soggetta a censura; mi pareva anzi cha logicamente non avesse potuto trovare alcun oppositore, e dico logicamente, imperocché, me lo perdoni l'onorevole Rattazzi se insisto, ma siccome io non ho mai sentito a disapprovare in alcuna maniera il contratto da lui fatto nel 1867, e l'ho sentito anzi encomiare da tutti, non saprei perché questo contratto, il quale è fatto su quel modello, non potesse ottenere eguale approvazione.

Io ho compreso molto bene le osservazioni che egli ha fatte, e che sono gravi. Egli ha detto: il mio contratto fu guastato dagli atti successivi; a quest'ora la sua esecuzione sarebbe già di molto avanzata; il mio contratto non avrebbe mai avuta una durata così lunga come quello che voi fate oggi. Tutto ciò o verissimo; ma io rispondo all'onorevole Rattazzi: abbiamo colpa noi se il contratto fu modificato dall'onorevole Digny? Abbiamo colpa noi se si ha bisogno di una somma e di un tempo maggiore?

Dirò di più: la durata di un contratto non è poi una circostanza così importante che valga a modificarne interamente il carattere. Io diceva adunque che questo contratto essendo fatto su quel modello, non poteva esseredisapprovato da alcuno di coloro che hanno lodato il contratto precedente, e tanto menò lo avrebbe potuto essere, perché il presente contratto è molto più utile del precedente.

3486 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Infatti, con quel contratto si davano alla Banca 90 centesimi d'interesse; noi ne diamo soltanto 60, quantunque ora le tasse siano molto maggiori in confronto alla tariffa del 1867. L'onorevole Rattazzi per ricevere cento milioni di biglietti, ha acconsentito indirettamente un'emissione di 150 milioni; noi invece, per avere 72 milioni di carta, non consentiamo che ad una emissione di 50 milioni.

Finalmente l'onorevole Rattazzi riceveva tutta carta e noi riceviamo 50 milioni in oro. Ma vi badi più; noi correggiamo il solo difetto che avesse il contratto stipulato dall'onorevole Rattazzi, che è questo. Allorquando la Banca avesse venduti i cento milioni di obbligazioni ecclesiastiche, nulla era previsto in quel contratto per costringere la Banca medesima a ritirare la carta corrispondente; noi invece, con questo contratto, obblighiamo la Banca ad ammortizzare altrettanti biglietti quanti essa ne riceve mediante la vendita delle cartelle.

Del resto, signori, io prevedevo facilmente le eccezioni che si sarebbero fatte all'attuale contratto.

Naturalmente la prima eccezione è questa, che si aumenta l'emissione di 50 milioni. Ma ricordiamoci bene, o signori, che noi l'aumentiamo, non per far piacere alla Banca, ma per far piacere a noi; l'aumentiamo nel nostro interesse e non in quello, della Banca. E questa è una prima eccezione pregiudiziale, la quale risponde esuberantemente a coloro i quali credono che questo sia un benefizio per la Banca. Quanto a me, nessuno si sorprenderà se io oggi voto perché l'emissione sia portata a ottocento milioni.

Voi ricorderete che nella discussione, la quale ebbe luogo in luglio del 1868, relativamente alla limitazione dei biglietti in circolazione, discussione la quale è anche riportata nei tre volumi dell'inchiesta sul corso forzoso, io aveva sostenuto che si conservasse a1 la Banca il limite di 800 milioni, a cui corrispondeva l'emissione che essa aveva in quel momento; però io avevo aggiunto un emendamento, il quale fu male accolto dalla Commissione o, per dir meglio, dall'onorevole Sella, il quale in quel giorno sedeva al banco della Commissione al fianco dell'onorevole Doda, emendamento che fu da lui trattato con una leggerezza che non ho ancora completamente dimenticata.

Con questo emendamento io voleva permettere alla Banca di mantenere la sua emissione nella cifra di 800 milioni, ma intendevo che fosse obbligata a ritirare altrettanti biglietti a mano a mano che essa vendeva le obbligazioni ecclesiastiche; di modo che, per ogni milione di cartelle ecclesiastiche vendute, fosse ritirato un milione e mezzo di biglietti dalla circolazione.

E noti bene l'onorevole Sella che, se questo emendamento fosse stato approvato, il ministro Cambray

Digny non avrebbe potuto fare quella vendita che combinò l'anno scorso, e che abbiamo tutti deplorata.

Noi ci troviamo ora condotti press'a poco a deliberare ciò che io proponeva fino dal 1868; ma, detto questo per giustificare vieppiù il mio voto personale, io mi permetto di notare che quest'aumento di emissione, lungi dal nuocere, è necessario; e tutti quelli che hanno pratica di affari sanno che attualmente la carta della Banca è scarsa al bisogno. Il motivo di questa scarsezza è chiarissimo. Siccome gli affari si sono di gran lunga estesi; siccome non abbiamo ancora quelle istituzioni e quei metodi perfezionati di credito che sono adottati in altri paesi, e siccome la carta è finalmente penetrata in alcune provincie dove prima d'ora non era accettata, così è naturale che si senta il bisogno d'una quantità maggiore.

E per avere una prova che questo aumento d'emissione non ha avuto alcuna conseguenza dannosa, io vi invito ad esaminare i corsi del cambio, non dico del cambio d'oggi, ma di quello anteriore agli ultimi avvenimenti. Osservate che appena fu conosciuta questa convenzione, lungi che l'aggio aumentasse, come avrebbe dovuto accadere secondo gli avversali, invece è molto diminuito, e dal 3 e mezzo è disceso al 2 per cento. Che cosa prova questo? Prova che non si era veduto alcun pericolo in questo aumento di emissione; ed è tanto vero che la Borsa sconta subito le notizie, che in quel momento le obbligazioni ecclesiastiche che erano al 74 sono salite immediatamente ad 80, unicamente perché si dedusse che, approvata la convenzione, esse sarebbero state riunite ed incamerate presso la Banca Nazionale, per cui il Governo non ne avrebbe gettata sul mercato una somma ulteriore.

Poiché adunque le obbligazioni ecclesiastiche sono aumentate e l'aggio dell'oro è diminuito, avete la prova evidente che la Borsa ha approvato questa convenzione, e la Borsa, o signori, è il giudice più competente in questa materia.

La seconda obbiezione grave che si fa a questa convenzione è la seguente: voi diminuite di 50 milioni la scorta metallica della Banca.

Ma anche qui io rispondo: noi domandiamo alla Banca quest'oro, o signori, perché occorre a noi; se non l'avessimo preso dalla Banca, avremmo dovuto ricorrere alla Borsa, pagando il 3 per cento e forse più, perché naturalmente, quando si va alla Borsa a comprare niente meno che 50 milioni d'oro, l'aggio deve aumentare di uno e più per cento. Dunque è per nostro vantaggio che li togliamo, e non per fare un beneficio alla Banca.

Ma notate bene, o signori; quando si parla di questa scorta metallica che si sottrae dalla Banca, io credo che gli oppositori non se ne siano fatta generalmente un' idea abbastanza precisa. Che cosa sono questi 50 milioni? Sono la scorta che il Governo era obbligato a somministrare alla Banca, in base alla convenzione fatta dall'onorevole Rattazzi. L'onorevole Rattazzi nel ricevere quei 100 milioni a mutuo, pagando soltanto 90 centesimi...

RATTAZZI. Domando la parola per un fatto personale.

3487 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

MAUROGONATO.. non poteva pretendere che la Banca comprasse l'oro alla Borsa, mentre l'aggio allora era al 10 o al 12 per cento; egli doveva dunque impegnarsi, e fece benissimo, a dare la scorta metallica per ricevere fa confronto 50 milioni di biglietti, che la Banca gli avrebbe dato; dunque deliberando che questi 50 milioni in oro ci siano restituiti dalla Banca, noi intendiamo precisamente di liberare il Governo dall'obbligo che egli ha di somministrare alla Banca quella scorta metallica; perché, infatti, signori, per quanto si riferisce alla scorta relativa ai biglietti che la Banca riserva per se stessa, essa resta sempre obbligata a tenere la corrispondente riserva, e voi vedete che per quei 350 milioni di biglietti, che la Banca ha disponibili pei suoi affari, essa deve, a termini della convenzione, conservare nei suoi scrigni 117 milioni in oro.

D'altronde vi prego di osservare, come oggi ha notato molto bene l'onorevole Marazio, che se noi le togliamo questi 50 milioni d'oro, noi vi sostituiamo un'altra garanzia la quale è forse anche maggiore. La sarà una garanzia all'americana, se volete,ma in ogni modo il fatto è che noi le diamo titoli di credito pubblico al 66 per cento, titoli i quali hanno compratori obbligati all'85; dunque noi siamo sicuri che l'ammortizzazione presto o tardi seguirà. E tanto più era ragionevole di profittare di questa scorta metallica perché effettivamente non c'è mai il caso che questi biglietti siano cambiati in metallo; il corso forzoso deve durare finché il Governo abbia saldato la Banca. Dunque quelli che hanno questi biglietti non potranno mai chiederne il pagamento in oro. È quindi inutile che quest'oro resti !à giacente; quando noi depositiamo {in sostituzione te cartelle ecclesiastiche, è naturale che questi biglietti saranno mano a mano ammortizzati mediante la vendita delle cartelle medesime.

Del resto, signori, anche su questo punto debbo ripetere ciò che ho detto precedentemente. Se la Borsa si fosse spaventata di questa sottrazione di scorta metallica, l'aggio sarebbe aumentato; invece è diminuito, e ciò prova che né l'aumento di 50 milioni di emissione, né la sottrazione ddla scorta metallica alla quale si sostituiva un'altra garanzia, hanno potuto influire a produrre il discredito del biglietto. Egli è perciò che io non posso comprendere i motivi di tutta l'opposizione che si fa alla presente convenzione.

È vero o no che noi avvantaggiamo immensamente lo Stato risparmiando due milioni d'interesi e ricevendo inoltre 122 milioni? Su questo punto non vi può essere contrasto. Facciamo noi in questa convenzione un beneficio alla Banca? No certamente, perché noi le diamo due milioni di meno. E questo è chiaro.

Di più prendiamo per noi 22 milioni di quelli che la Banca aveva diritto di adoprare per proprio conto e a proprio profitto. L'effetto di tali modificazioni è certamente questo, che i dividendi della Banca saranno diminuiti di 40 lire per azione.

Qual è la posiziono in cui resta la Banca in base alla presente convenzione? Degli 800 milioni, 450 sono per conto dello Stato; restano 350 milioni per lei; ma di questi 350 milioni deve tenerne 117 in riserva metallica.

Ciò non basta ancora: deve darne 32 allo Stato al 3 per cento. Che cosa adunque resta per la Banca e per soddisfare ai bisogni del commercio? Restano 200 milioni, e questa somma non mi sembra punto esagerata per una Banca che estende la sua azione in tutto il regno.

L'onorevole Avitabile ha fatto un'osservazione che mi sembra giusta.

Egli diceva: mentre voi autorizzate una Banca ad aumentare la sua emissione, nuocete ali' emissione delle altre Banche; imperocché, dove va un biglietto non va l'altro, ed è il caso di dire: otestoi de là que je m'y mette. Questo è giustissimo, ma il caso nostro è quello di una espropriazione per causa di utilità pubblica.

Quando mettiamo la Banca Nazionale nelle stesse condizioni delle altre, non è tutto quello che possiamo fare? Supponiamo che il Banco di Napoli e la Banca di Toscana debbano per questo fatto emettere alquanti milioni di meno; ma noi abbiamo già imposto alla Banca Nazionale una corrispondente diminuzione per suo conto di 22 milioni di circolazione. Tutte le Banche contribuiscono adunque a questo sacrifìzio, che viene ad esse imposto in nome delle necessità in cui si trova il paese.

Si che che con questa convenzione noi abbiamo abbandonate e cedute le nostre cartelle ecclesiastiche alla Banca; e questo è vero, ma noi lo abbiamo fatto per diminuire la massa dei biglietti a corso forzoso.

Questo d'altronde è il sistemi adottato in tutti i progetti che ho veduti. Tutte le proposte che stiamo esaminando hanno per punto comune di contatto la destinazione delle cartelle ecclesiastiche alla diminuzione del debito verso la Banca. Quale differenza passa tra il progetto dell'onorevole Maiorana Calatabiano ed il nostro? Anche egli consacra le cartelle ecclesiastiche all'abolizione del corso forzoso, ma egli non vuol farlo per mezzo della Banca. Quale sarebbe la conseguenza del suo sistema? Che, non essendo legato da un contratto bilaterale, lo Stato potrebbe ad ogni momento cambiare la sua deliberazione ed impiegare il ricavato dalle cartelle ad altro scopo che non a quello di diminuire il corso forzoso.

Or dunque, per guarentire questi biglietti, nell'interesse medesimo dello Stato che avrebbe tanto danno dall'aumento dell'aggio, qual è il migliore sistema?

Certamente quello seguito dalla convenzione, ogni qualvolta si vuole lealmente, come certamente vogliono gli onorevoli proponenti, che lo Stato adempia ai propri obblighi.

Alcuni dicono che con questa convenzione si perpetua il corno forzoso perché occorrerà molto tempo per vendere una massa così grande di obbligazioni, e, finché non siano venduto, egli è evidente (soggiungono essi) che la Banca continuerà a godere dei benefizi del corso coatto. Ma a questa obhiezione è facile il rispondere che la convenzione provvede al caso, poiché all'articolo 10 è detto:

3488 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

«A misura e fino alla concorrenza della somma che la Banca riceverà dallo Stato per effetto della vendita delle obbligazioni, od altrimenti, in isconto del mutuo di 500 milioni, sarà ridotto il limite della circolazione dei biglietti stabilito coll'articolo 4. D

Voi vedete dunque che nella convenzione, mediante quella parola altrimenti, ci siamo riserbati il diritto di pagare in qualunque altra maniera il debito alla Banca, e perciò non sussiste che sia stato accordato alla Banca il diritto di godere del corso forzoso fino a che sia venduta l'ultima obbligazione.

Si è detto perfino che la Banca farà degli ostacoli alla vendita delle obbligazioni.

A questa obbiezione ha già risposto l'onorevole Marazio, ma alle osservazioni che egli faceva ne aggiungerei un'altra. In base all'articolo 6, non è solamente la Banca Nazionale che vende le obbligazioni, ma queste «ono vendibili anche presso la Banca Toscana e presso i tesorieri provinciali in tutte quelle provincie in cui non ci sieno sedi o succursali delle Banche. Dunque o ben chiaro che un compratore, se mai avvenisse questo fatto veramente inconcepibile che la Banca negasse di vendere le obbligazioni a chi si presentasse per comprarle, troverebbe sempre altri luoghi dove poterle acquistare.

Del resto, o signori, io mi domandava: accordiamo noi con questa convenzione alcun privilegio nuovo alla Banca Nazionale? Abbiamo noi prorogato il suo privilegio come era proposto nella convenzione presentata l'anno scorso dall'onorevole CambrayDigny? Tutt'altro! Abbiamo noi accordato alla Banca Nazionale il servizio di tesoreria? Neppure; anzi vi era un patto nella convenzione secondo il quale essa era obbligata a trasmettere gratis i fondi da una sede all'altra, ed affinché non ci fosse neppure l'apparenza di un servizio di tesoreria, noi abbiamo eliminato anche questo articolo e rinunziato a questo benefizio.

Non basta ancora. Vi è forse in questa convenzione alcun patto che dia una priorità di diritto alla Banca in confronto agli altri istituti? No, o signori, non solo non vi è questo, ma vi è il contrario. La Banca Nazionale, in base a questa convenzione, si trova in una condizione inferiore a quella degli altri istituti, e ve lo provo.

Gli altri stabilimenti hanno una libertà di emissione illimitata, quando hanno la scorta corrispondente, mentre la Banca la ha limitata ad 800 milioni, dei quali soltanto 350 sono per suo conto.

Ora, se noi dicessimo oggi, supponiamo, al Banco di Napoli: vi autorizziamo ad emettere 350 milioni; certamente sarebbe assai più di quanto esso ci domanderebbe; certamente, anche se l'accordassimo, la prudenza grandissima dei suoi direttori non ne approfitterebbe. Ma se noi avessimo detto alla Banca: voi potrete emettere a vostro piacere, purché abbiate un terzo di deposito in garanzia metallica o in altro modo, e avessimo contemporaneamente detto al Banco di Napoli:

voi non potrete emettere che 350 milioni, tutti voi naturalmente ve ne lagnereste come di una grande ingiustizia. Ebbene, questa ingiustizia, se pure è tale, noi l'abbiamo commessa contro la Banca Nazionale.

Io certamente non do una grande importanza a questo fatto; ma se noi vogliamo esaminare scrupolosamente e diligentemente questa convenzione, dovremo conchiudere che, se vi è una violazione di diritto, essa ha luogo piuttosto contro la Banca Nazionale che contro gli altri istituti.

Ed è per questo, signori, io non ve lo nascondo, che se si facessero contro questa convenzione ben diverse obbiezioni, io le comprenderei; se si dicesse per esempio: i 60 centesimi sono ancor troppi, datene 50; se si dicesse: voi avete rinunziato al beneficio del trasporto gratuito del danaro da una "sede all'altra, conservate questo beneficio; eccezioni di questo genere pratiche, aritmetiche, io le troverei possibili, e non me ne sorprenderei; ma quando si fanno tante invettive, tante declamazioni; quando sento a dire: guai all'Italia se questa convenzione si approva I questa convenzione sarebbe la rovina del paese! Quando sento a dire persino che l'unità del regno sarebbe compromessa dalla sua approvazione, in verità, signori, io mi domando se la mia povera intelligenza si sia improvvisamente ottenebrata, se io abbia definitivamente perduto ogni criterio del bene e del male.

Io comprendo bene, signori, quanto sia poco gradevole l'affrontare in questo modo opinioni che sono divenute popolari, ma io credo che da parte mia il silenzio sarebbe stato un vero atto di codardia, ed io credo che non potrei dare a' miei avversari una maggior prova di fiducia e di stima se non che parlando ad essi con grandissima franchezza.

D'altronde, signori, voi sapete bene che io non sono di quelli che amano la impopolarità o che la sfidano; io non sono di quelli che provano una certa voluttà nell'essere impopolari, tutt'altro; ma io non amo neppure quella popolarità che si acquista solleticando ed accarezzando i pregiudizi, quando è compromesso l'interesse del paese.

D'altronde, signori, noi ci conosciamo; io non sono certamente un nemico della Banca, né alcun uomo' di finanza potrebbe esserlo.

Vi rammenterò che l'unico ministro che io abbia sentito veramente lodare la Banca, fu l'egregio nostro collega, l'onorevole Ferrara, il quale, quando fu al Governo, nella sua esposizione finanziaria del 1867, ha reso omaggio alla Banca per la sua moderazione Dell'astenersi da una maggiore emissione di biglietti.

Voi vedete adunque da questo che anche un uomo che appartenga alla opposizione, quando giunge al banco dei ministri, vede le cose molto diversamente: e ciò è naturale, poiché le vede dal lato opposto e dall'alto.

3489 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Ora, o signori, io ripeto: se io non sono e non potrei essere avversario della Banca, non sono neppure un amico della Banca, nel senso dispregiativo che si da a questa parola.

L'onorevole Seismit-Doda ha avuto la cortesia, cosa di cui lo ringrazio, di ricordare alla Camera recentemente, allorquando egli pubblicò la sua relazione nel bilancio della spesa, come nella relazione dell'entrata, che io presentai nel febbraio dell'anno scorso, io avessi energicamente reclamato contro l'eccessiva misura dell'interesse che si pagava alla Banca, e dimandassi istantemente che questa misura fosse diminuita, poiché, io diceva, la cosa oramai si prolunga troppo, o non è giusto che il paese accordi una indennità annua sì forte alla Banca. Ed in quella relazione io insisteva benanco perché la Banca avesse a diminuire lo sconto delle cambiali e delle sovvenzioni. Io diceva che non era giusto, che non era ragionevole che in un paese nel quale vi è il corso forzoso, e mentre in tutta Europa lo sconto era al 2, al 2 e mezzo, si dovesse pagare il 5 per cento sulle cambiali, il 7 sulle sovvenzioni, diminuito poi al 6 e mezzo, allorquando il Banco di Napoli lo ridusse a questo limite.

Ricordava ancora come, allorquando in Austria fu introdotto il corso forzoso, il Governo imperiale obbligò la Banca Nazionale austriaca a scontare le cambiali al 4, ed a dare le sovvenzioni al 5; e fu solamente in questi ultimi tempi che fu ristabilito provvisoriamente lo sconto al 5, perché si era sviluppata in Germania quella malattia che i Tedeschi chiamano bank fieber, ossia la febbre bancaria, che invade periodicamente quelle Borse.

Queste cose, s'intende bene, io diceva, poiché fu limitata l'emissione dei biglietti. Che se l'emissione fosse stata libera, certamente vi sarebbe stato il pericolo dell'eccessivo sviluppo del commercio e della speculazione che gli Inglesi chiamano overtrade, ed allora il ribasso dell'interesse sarebbe stato pericoloso.

Ma, poiché l'emissione fu limitata, secondo me, era ragionevole insistere affinché la Banca diminuisse lo sconto: ne avrebbe avuto vantaggio tutto il paese, poiché naturalmente la Banca o quella che regola la misura dell'interesse, e tutte le Banche minori di sconto, tutti i capitalisti privati avrebbero dovuto analogamente diminuire le loro pretensioni: lo Stato avrebbe pagato minore interesse pei Buoni del Tesoro, la stessa rendita ne avrebbe risentita un'influenza favorevole, perché tutti sanno che, quante volte l'interesse del capitale aumenta, di altrettanto ribassa la rendita; avrete sempre osservato che la rendita francese, quando la Banca di Francia aumenta il suo sconto, diminuisce il prezzo.

Ecco ciò che io sosteneva l'anno scorso nella mia relazione, ed io diceva di più: se la Banca resistesse, se la Banca continuasse a pretendere dallo Stato un interesse eccessivo, ebbene aumentiamo, io soggiungeva, la tassa di registro sul viglietto; come l'abbiamo portata dal mezzo per mille all'uno, possiamo aumentarla ancora di più.

Voi lo vedete adunque, o signori, non è questo certamente il linguaggio che tiene un amico ad ogni costo della Banca; non è questo il linguaggio di coloro i quali volessero a spese dello Stato impinguare gli azionisti ed aumentare i loro dividendi.

Io debbo anche ricordare alla Camera che l'anno scorso, quando furono presentate dall'onorevole ministro delle finanze d'allora le tre celebri convenzioni, Lo mi sono opposto nel Comitato, e la mia opposizione non fu certamente inefficace; ma, se mi sono opposto allora a quelle convenzioni perché le giudicava dannose, per qual motivo difenderei oggi questa, se la credessi egualmente preiudicievole allo Stato? Perché non avrei io oggi quell'istessa indipendenza di voto che ebbi l'anno scorso?

Se adunque io difendo questa convenzione e dico che essa è utile, potrò ingannarmi ed errare nel mio giudizio, ma nessuno può dubitare della sincerità delle mie convinzioni. (Segni di approvazione)

So bene che anche in questa Camera ci sono molti avversarii della Banca. L'opposizione di alcuni di essi dipende dalla non esatta conoscenza dei fatti; altri sono ispirati da un sentimento per sé stesso rispettabile, dal dubbio, cioè, che la prosperità della Banca Nazionale possa nuocere agli interessi od al decoro di altri stabilimenti degni di tutte le nostre simpatie, molto utili al paese, ed ai quali noi tutti vogliamo giovare.

In altri finalmente dipende da alcuni apprezzamenti scientifici non giusti od esagerati, o da una poca opportuna applicazione dei principii di libertà; imperocché, o signori, noi siamo liberi da troppo breve tempo per sapere imporre alla libertà quei vincoli che sono reclamati dalla sicurezza.

Io credo però che sarebbe molto opportuno il discutere pacatamente fra noi intorno alle accuse principali che si muovono contro questo stabilimento primario d'Italia, poiché, o signori, io sono sicuro che, se non potrò persuadere alcuno di quelli che considerano la questione soltanto dal lato politico, si trovano però molti fra noi che sono, direi quasi, sbalorditi da queste declamazioni, e desiderano di essere illuminati da una, discussione calma e serena.

La prima accusa che si fa alla Banca è questa, che essa ha il monopolio dell'emissione; lo si diceva anche prima che fosse decretato il corso forzoso.

Ma, signori, se voi esaminate attentamente questa accusa, troverete che non è vera né in diritto, né in fatto.

3490 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Non è vera in diritto, come ha notato l'onorevole Marazio, perché prima di tutto ci sono molti altri stabilimenti che hanno eguale privilegio di emissione; perché il Parlamento può anche, nello stato attuale della legislazione, accordarlo a chi vuole; perché il Parlamento medesimo ha già adottato una legge, secondo la quale tutte le società di credito agrario, quando si conformino a certe disposizioni, possono emettere biglietti. Non è vero finalmente, perché abbiamo attualmente allo studio una legge sulla libertà e pluralità delle Banche.

Ma se ciò non è vero in diritto, è tanto meno vero in fatto; poiché, o signori, sentire parlare in Italia di monopolio di emissione, mentre vi è invece la più spaventosa licenza, è cosa tanto strana, che io non la so comprendere. (Bene 1 o destra)

È inutile che io ricordi alla Camera la storia dei piccoli biglietti e dei biglietti illegali, perché tutti la conoscono, ma varrebbe la pena di scriverla un giorno questa storia perché è abbastanza singolare.

È un fatto che questi biglietti piccoli sul principio furono emessi da stabilimenti molto rispettabili e giovarono alla sicurezza pubblica e agli scambi dei cittadini fra loro; in seguito il Ministero non seppe più né permettere né proibire e, non volendo danneggiare alcuni stabilimenti e portare perturbazioni, permise che perfino i caffettieri e i pizzicagnoli emettessero carta.

Ora, o signori, io vorrei, poiché amiamo tanto la statistica, io vorrei che il ministro d'agricoltura e commercio invitasse tutti i prefetti del regno a raccogliere un esemplare di tutti i biglietti che si sono emessi.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Si conoscono.

MAUROGONATO. Questa sarebbe una raccolta che non ci costerebbe niente, perché sapendosi che i biglietti sarebbero conservati e non spesi, tutti li darebbero gratuitamente, ed iovorrei che queste carte fossero raccolte in un gabinetto, che sarebbe veramente il gabinetto patologico delle finanze italiane (Si ride), affinché i nostri posteri visitando questa colleziono potessero vedere quanto fu grande la nostra credulità e la nostra pazienza. (Bravo ! a destra)

Ed infatti, o signori, io conosco, come voi al certo Conoscete, tutti i sistemi d'emissione; conosco il si sterna della libertà piena della Svizzera e dell'isola di Jersey, conosco il sistema belga, il francese, l'inglese, l'americano; ma io non ho mai veduto un sistema come il nostro,

e non vorrei che gli storici della finanza lo chiamassero il sistema italiano (Si ride), che è quello secondo il quale gli stabilimenti privilegiati sono quelli i quali hanno limiti alla loro emissione,

hanno obblighi quanto alla scorta metallica, hanno obblighi quanto al taglio dei biglietti, mentre invece gli stabilimenti che non hanno alcun diritto di emissione sono quelli i quali tutt'al più tengono spontaneamente una riserva fruttifera che impiegano in cartelle delle casse di risparmio, in rendita, in buoni del Tesoro o in altro modo; 'ma il fatto è che le Banche privilegiate hanno un privilegio a rovescio. (Benissimo 1 a destra)

Però si dice: è vero che la Banca non ha il monopolio di emissione, ma essa ha un monopolio ben peggiore, quello del corso forzoso; e si aggiunge di più: questo corso forzoso fu decretato unicamente per favorire gli interessi della Banca, che altrimenti sarebbe fallita.

Quanto a me, o signori, le mie opinioni intorno alla necessità del corso forzoso le ho già dette Avanti alla Commissione d'inchiesta che mi fece l'onore d'interrogarmi, ed io dissi allora che lo credeva inevitabile, e così credo ancora, essendo esso la necessaria conseguenza Ai una crisi che era non so'o politica, ma benanco finanziaria. In effetto, che fosse tale lo prova l'esperienza, imperocché noi abbiamo avuto un corso forzoso nel 1848, un altro nel 1859; ma siccome allora la crisi era unicamente politica, abbiamo potuto liberarcene assai presto; ma poiché la crisi ultima fu anche finanziaria, non ci è ancora possibile di abolirlo. Ho veduto con piacere che questa mia opinione aveva il suffragio di molte persone autorevolissime, e non ho che a ricordare ciò che ha detto in questa Camera l'onorevole CambrayDigny sullo stesso argomento e lo splendido discorso dell'onorevole Ferrara, pronunciato nel marzo 1868, nel quale ha dimostrato ad evidenza questa inevitabilità.

Quanto poi al dire che la Banca sarebbe fallita se non si fosse decretato il corso forzoso, io mi permetto di osservare che la Banca in questo caso avrebbe risentito un gravissimo danno, perché naturalmente avrebbe dovuto ritirare i suoi biglietti in un brevissimo termine, diminuire o sospendere gli sconti e ne sarebbe derivata una crisi commerciale in conseguenza della quale essa avrebbe sofferte molte perdite; ma quanto al fallire, questo è un errore aritmetico, imperocché era materialmente 'impossibile che fallisse. 11 suo capitale era abbastanza forte perché questa ipotesi non sia assolutamente ammissibile. Si può dire che il ministro delle finanze avrebbe dovuto, invece di decretare il corso forzoso dei biglietti della Banca Nazionale, emettere invece carta governativa; questa era l'opinione difesa dall'onorevole Ferrara il quale appunto sostenne che in quel caso i limiti dell'emissione sarebbero stati segnati dai bisogni dello Stato.

3491 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Ma appunto questa frase, o signori, indica e spiega il pericolo della carta governativa, perché i bisogni dello Stato sono pur troppo quasi illimitati. E perciò io credo che l'onorevole Scialoja ha fatto molto bene astenendosi dell'emettere carta governativa, la quale avrebbe perduto immensamente, e assai più di quella della Banca. Dovevasi invece accordare questo corso forzoso ai biglietti di tutte le Banche, oppure a quelli di una sola? Basta presentare la questione per risolverla; imperocché, se il ministro avesse accordato il corso coattivo a tutti i biglietti, avrebbe reso lo Stato solidario delle operazioni di tutte le Banche del regno, le quali non sono tutte organizzate con quella disciplina ferrea che è necessaria quando si tratti di stabilimenti di emissione.

L'onorevole Scialoja ha seguito l'esempio dell'Inghilterra, e fece benissimo.

Un pericolo solo vi era, cioè che la Banca Nazionale presentasse troppo spesso al cambio i biglietti delle altre Banche. Egli perciò ha imposta una limitazione, secondo la quale non è permesso alla Banca Nazionale di presentare al cambio le carte delle altre Banche se non in una somma proporzionale alla riserva metallica e limitata.

Del resto, quando si parla tanto di convertibilità e d'inconvertibilità, non si riflette che il danno per le Banche è quello che dipende dalla convertibilità in oro. Quando una Banca è obbligata a cambiare i suoi biglietti in oro, se ne emetta soverchiamente, essendo essa costretta a provvedersi di metallo, deve pagare provvigioni, deve perdere alcuni giorni d'interessi, deve rischiare per le rimesse, spendere pel trasporto dell'oro, ecc., e tutto ciò le costa non poco. Ma la cosa è ben diversa quando si tratta della convertibilità di carta con carta. Anche se ci fosse molto concorso al cambio, egli è indubitato che è molto meno dispendiosa la provvista della carta pel cambio, che non la provvista dell'oro. Infatti supponete che il Banco di Napoli avesse bisogno di carta della Banca Nazionale. Esso non avrebbe che a comprare della rendita a Napoli, poi mandarla a vendere a Genova, a Torino od a Firenze, e in questo modo si provvederebbe della carta della Banca Nazionale con un minimo dispendio; anzi forse con vantaggio, perché quei direttori, abilissimi come sono, saprebbero profittare delle differenze dei prezzi, che spesso variano da' una Borsa all'altra, e guadagnare le spese colla differenza del corso.

SERVADIO. Ma è obbligato a restringere le operazioni.

MAUROGONATO. Del resto, signori, il Banco di Napoli non ha bisogno di restringere le operazioni, come suppone l'onorevole Servadio, perché nessuno si presenta per domandare il cambio dei suoi biglietti. Per qual motivo andrebbero a cambiare? Carta per carta, solida l'una, e solida l'altra...

SERVADIO. È l'altra Banca che va a cambiare!

MAUROGONATO. Non vi può essere che una eccezione pei casi nei quali si deve fare materialmente un pagamento da una provincia all'altra, casi che non sono poi frequentissimi.

Dal resto signori, volete voi avere la prova dei vantaggi che vi ho già accennati, dei vantaggi cioè ottenuti dalle altre Banche dopo il corso forzoso? Tutte le altre Banche hanno migliorato e di non poco la loro condizione dopo il decreto del maggio 1866. Non è la sola Banca Nazionale che ne abbia profittato, ma se ne vantaggiarono insieme tutte le altre. Se veramente questo decreto fosse stato così disastroso, le altre Banche avrebbero fatto pessimi affari, avrebbero diminuito il loro capitale; ma invece noi che cosa vediamo?

La Banca Toscana nel 1865 ha distribuito 106 lire di dividendo, nel 1866 ne distribuì 130, nel 1867 126, nel 1868 135, nel 1869 147.

Ora io vi domando: un dividendo di 14 70 per cento, pagate tutte le spese e tutte le tasse, si può esso considerare un cattivo dividendo?

Come si può sostenere che la Banca Nazionale ha soffocata la Banca Toscana? Come si fa a dire che una Banca è rovinata quando da un dividendo netto del 14 70 per 100? (Segni di approvazione)

E quella piccola Banca Toscana di credito che ha due milioni di capitale, dacché fu decretato il corso forzoso, come ha proceduto nei suoi affari? Nel 1866 ha diviso il 5 per 100; nel 1867 il 14 12 per 100; nel 1868 il 24 per 100, e presso a poco altrettanto ha distribuito in quest'anno. Io vi domando: avrebbe mai fatto tanti guadagni questa piccola Banca di credito senza il corso forzoso?

Non potrei fare i medesimi confronti per quanto si riferisce al Banco di Napoli, perché esso non pubblica i suoi bilanci secondo il sistema degli altri stabilimenti. Vi dirò solo ciò che può essere notorio, che prima aveva un capitale di 9 milioni, poi è passato a 16 milioni, e so che in oggi ne ha 25, ma 25 veri e reali, non ideali, come quelli che figuravano nei conti precedenti.

Questo è un fatto che risulta dai suoi bilanci: non ha mai posseduto tanto capitale come oggi; ma credete voi che, senza il corso forzoso, sarebbe arrivato a formarsi un capitale così rilevante? Io non lo credo. Credo bensì che avrebbe guadagnato molto di più se non fosse amministrato con eccessiva prudenza, perché tiene una somma eccessiva in riserva, in confronto dei biglietti che emette; perché, non avendo a pensare a dare dividendi, non guarda l'economia e tiene al suo servizio una grande quantità d'impiegati, che pagherà bene, io suppongo; perché finalmente è un vero stabilimento di beneficenza piuttosto che uno stabilimento di Banca. Ma introducete nel Banco di Napoli quelle economie, quelle discipline che si adottano in tutti gli altri stabilimenti i quali sono diretti e regolati dall'interesse privato, e ben presto avrà assai più di 25 milioni.

3492 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Persino le piccole Banche popolari hanno molto guadagnato col corso forzoso. Io non conosco quale influenza possa avere avuto sulla Banca del Popolo di Firenze, ma per quella mutua di Milano consta da alcune dichiarazioni ufficiali che avrebbe guadagnato soltanto il 2 per cento nel 1866 colle operazioni ordinarie, il 3 per cento nel 1867, il 4 per cento nel 1868, ed invece ha guadagnato il 10 per cento nel 1869; la differenza fra questo 4 ed il 10 è semplicemente il prodotto del corso forzoso.

Ora vediamo se vi sia una gran differenza tra i dividendi della Banca Nazionale e quelli delle altre Banche.

Nel 1665 la Banca ha diviso 196 lire di dividendo per azione, mettendo in riserva 23 50. Dunque vedete che la Banca Nazionale nel 1865 ha avuto realmente 220 lire di dividendo per azione. Nel 1866 ha avuto lire 104 ed altre 25 di riserva; nel 1867 lire 140 e 4 di riserva, ma di queste 144 lire, 36 costituivano il guadagno fatto noi prestito nazionale; nel 1868 ne guadagnò 215, ma di queste, 60 lire sono attribuibili al prestito nazionale; finalmente nel 1869 distribuì 193 lire per azione, ma di queste, 79 lire erano l'utile derivante dalle operazioni sul prestito suindicato. Voi vedete dunque che, se calcolate a parte il guadagno del prestito nazionale., che è un'operazione isolata ed accidentale, la Banca Nazionale avrebbe guadagnato 114 lire l'anno scorso, mentre la Banca Toscana ne avrebbe guadagnate 147. E notate che il dividendo della Banca Nazionale è attualmente, nel confronto cogli anni scorsi, minore, perché allora non aveva il capitale completo di lire 1000 per azione, come ha attualmente.

Voi già sapete che cosa fu quest'operazione del prestito nazionale. Poiché le provincie erano impotenti a versare le somme ad esse attribuite, il Governo autorizzò la Banca Nazionale ad assumere essa tutte quelle somme che le provincie avessero rifiutate. La Banca lo ha fatto; e vi dirò che non l'avrebbe potuto fare senza il corso forzoso. Su questo punto siamo perfettamente d'accordo. Ma è però innegabile che essa potrebbe avere perduto; imperocché, se, per esempio, fosse scoppiata la guerra per la questione del Lussemburgo o per quella della Grecia o di Creta, chi potrebbe negare che questo prestito nazionale sarebbe disceso al 10 od all'8 per cento sotto il prezzo di costo? Dunque quando si dice che la Banca guadagnò in ragione ed a causa della miseria dello Stato, si commette un vero errore. Essa all'opposto ha guadagnato perché lo Stato migliorò le sue condizioni economiche, perché il prestito nazionale è aumentato. Né a noi deve dispiacere questo guadagno, perché corrisponde al progresso economico ed al miglioramento del credito dello Stato, e non e fatto a spese di alcuno. Se proponiamo un affare ad un banchiere e questo ci guadagni, egli è certo che una seconda volta

ci farà la migliore accoglienza e ascolterà volentieri le nostre proposte; mentre, se invece avesse perduto, ci direbbe: signori, ho perduto una prima volta, non ne voglio saper altro.

L'interesse nostro si è conciliato col vantaggio della Banca: procuriamo che ciò avvenga sempre con essa e cogli altri coi quali facciamo affari, e ci troveremo meglio tutti.

Un'altra obbiezione si fa, ed è questa: che la Banca è troppo forte, che abbraccia tutto e si estende dappertutto.

Ma domando io: è forse in nome della libertà che vogliamo impedire ad una Banca di essere forte? Ma se, per esempio, il banchiere Rothschild venisse a stabilire la sede principale dei suoi affari e la sua residenza in Italia, vorremmo noi farlo accompagnare dai carabinieri al confine? (8i ride) Io non lo credo. La Banca Nazionale si è estesa dappertutto, ma, estendendosi, ha facilitato il commercio, ha giovato all'industria.

Fo non disapprovo né critico menomamente il Banco di Napoli se non ha esteso le sue succursali in tutte le provincie dell'antico regno napoletano; avrà avuto le sue ottime ragioni per non farlo. Ma alla fin dei conti recò forse danno alle provincie napoletane lo stabilimento delle succursali della Banca Nazionale? Non fu piuttosto un grande vantaggio che ha portato a quei paesi, liberandoli dagli interessi usurai che si pagavano specialmente nelle provincie più lontane dalla capitale? '«

Io vedo che nel 1868 nelle provincie napoletane la Banca aveva scontato cambiali per 60 milioni, nel 1869 ne scontò per 101 milioni, dei quali 58 milioni e mezzo a Napoli, 13 milioni e mezzo a Bari e 6 milioni e mezzo a Reggio. Vedo che le provincie siciliane sempre reclamano capitali e dicono che le loro industrie non prosperano per mancanza di danaro.

Ebbene, vogliamo noi lagnarci se la Banca Nazionale vi abbia portati i suoi capitali?

Noi vediamo che nelle provincie siciliane, nel 1868, essa scontò per 59 milioni, e nel 1869 per 72 milioni, e di questi 19 milioni a Palermo, 26 3[4 a Messina e 7 per ciascheduna delle seguenti piazze: Catania,Girgenti e Siracusa.

Perfino nella povera Sardegna, nella dimenticata Sardegna, per la quale tutti ci dicono che noi non abbiamo fatto nulla, io vedo che la Banca Nazionale è penetrata; che a Cagliari ha fatto sconti per 15 milioni e mezzo e anticipazioni per 2,800,000; a Sassari sconti per 2 milioni e 600,000 lire e sovvenzioni per 2,630,000. Ora io credo che queste operazioni abbiano portato utilità e non danno a quei paesi.

Un altro vantaggio grandissimo ci offre la Banca Nazionale, mediante le sue sedi e succursali per il trasporto del danaro da un paese all'altro.

Ma voi non ricordate, o signori, che allorquando un commerciante voleva fare una grande operazione, se avesse voluto mandare, per esempio, un milione a Bari per comprare olio, un milione a Catania per comprare zolfo, gli era assolutamente impossibile di trovare tante cambiali?

3493 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Esso era costretto a spedire materialmente e con molti pericoli il numerario; e se pure avesse acquistato cambiali, avrebbe dovuto esporsi a molti rischi, pagare senserie, ecc.; invece ora, con una minima spesa, si manda qualunque somma da un'estremità all'altra del regno, e, ciò che più importa, senza alcun rischio.

E noi vediamo che nel 1868, solamente per conto di privati, furono trasportati 443 milioni, e nel 1869 448 milioni, senza contare minimamente le operazioni di trasporti fatte per conto dello Stato.

Ebbene, io credo, o signori, che questi sieno veri e reali vantaggi resi al paese. Del resto, signori, il Governo ha bisogno di Banche forti; lo diceva il compianto conte di Cavour, ed è un assioma generalmente riconosciuto. Come avrebbe potuto l'Austria sostenere le sue guerre, senza la Banca di Vienna? Come avrebbe potuto l'Inghilterra continuare la lotta contro Napoleone senza la Banca di Londra? E noi stessi, dico, come avremmo potato fare a collocare il prestito nazionale? Come avrebbe fatto l'onorevole Rattazzi a procacciarsi così sollecitamente una somma così importante nell'agosto 1867? Come avrebbe fatto il Ministero succeduto a quello di Rattazzi se avesse dovuto in quel momento ricorrere al credito? Come avremmo fatto noi attualmente a pagare le cedole di luglio, se non ci fossero stati in Italia quei tre grandi stabilimenti ai quali abbiamo potuto ricorrere e che ci hanno anticipati 65 milioni, parte in oro e parte in carta?

Comprendo facilmente che il Banco di Napoli e la Cassa di risparmio diMilano ci potessero dare i 30 milioni di carta, ma 35 milioni d'oro, 35 milioni di cambiali su Parigi non possono essere dati che da un primario stabilimento il quale abbia un gran numero di corrispondenti all'estero, che abbiano in esso una fiducia illimitata, e che, quando sono richiesti di un credito di otto o dieci milioni, lo considerino come una fortuna e non vi si rifiutino mai. Questi vantaggi, questi aiuti non si potrebbero mai ottenere se non dalle grandi Banche. D'altronde, avendo la Banca un capitale di 80 milioni, abbiamo noi il diritto di farcene dare 32 al 3 per cento. Vi pare forse una piccola cosa il poter disporre di 32 milioni al 3 per cento?

Lo stesso dico pel Banco di Napoli, il quale, appunto essendo abbastanza forte, poté acconsentire a darci altri 20 milioni al 3 per cento. Se non ci fosse il Banco di Napoli non potremmo certamente averli a questo saggio. Lo stesso si dica della Banca Toscana, alla quale abbiamo il diritto di chiedere 5 milioni, sempre al 3 per cento.

Ora, come potremmo noi avere tutti questi milioni, che pure ci occorrono? Se non ci fossero queste Banche, come potremmo noi mantenere 300 milioni in circolazione di Buoni del Tesoro senza l'aiuto delle Banche medesime? La Banca Nazionale l'anno scorso ne aveva per 48 milioni, e questo fu il motivo per cui il Governo ha potuto emetterne per 300 milioni.

Ma, supponete che la Banca Nazionale non ci fosse, questo risultato sarebbe assolutamente impossibile.

Del resto, signori, quando si dice che le Banche piccole (e i partigiani delle piccole Banche ci sono anche in questa Camera) sono preferibili alle grandi, io rispondo: signori, quando vedrò che un buon ammiraglio per andare incontro all'inimico preferisca comandare otto o dieci bride a vela piuttostoché una grande nave corazzata perfettamente armata, quel giorno soltanto io dirò, preferite le piccole alle grandi Banche. (Bravo! Benissimo 1 - Ilarità)

Si ripete inoltre che la Banca sarda voleva assorbire e fondersi con tutte le altre Banche. Questa è una questione di apprezzamento; vi sono molti di opinioni liberalissime che pensano in modo perfettamente opposto a quelk) che domina fra noi, e mi basta citare Peel, il quale, non solamente preferiva la Banca unica, ma diede il permesso alla Banca d'Inghilterra di dare un compenso alle altre Banche che convenissero con essa per fondersi insieme. Voi vedete adunque che si può avere un'opinione contraria senza essere monopolisti o nemici della libertà e del progresso; ma, lasciando a parte le questioni accademiche, noi dobbiamo accettare i fatti come sono. In Italia ci sono molte Banche rispettabili e considerevoli, ma non bisogna credere che, se la Banca Nazionale avesse una tendenza o un desiderio di fondersi colle altre, si potesse per questo metterla fuori della legge e considerarla avversa ed inconciliabile cogli interessi generali.

Si dice che la Banca Nazionale ha rapporti illegittimi col Governo.

Non so veramente a che cosa si alluda quando si parla di rapporti illegittimi. Questo solo io so che per averli bisogna essere in due. Se un vostro amico volesse ammogliarsi, ma esitasse a farlo per timore dell'infedeltà delle donne, che cosa gli direste? Voi gli direste: scegliete una donna rispettabile ed onesta, e non temete. Parimente vi dico: abbiate sempre ministri onesti, e rapporti illegittimi non vi saranno. (Ilarità)

Si dice che la Banca Nazionale non favorisce l'industria ed il commercio perché non isconta ai piccoli negozianti, ai bottegai.

Veramente la Banca tenta di combattere questa accusa, e nei rapporti stampati, dai quali ho tratto tutte queste notizie, si studia sempre di provare che essa sconta molte cambiali da mille lire in giù.

Questo fatto, a vero dire, non prova nulla perché ci possono essere delle cambiali dì mille lire in giù che sieno girate dai primari banchieri ed abbiano tutti i sacramenti necessari per essere accettate da una grande Banca; ma ad ogni modo qualche indizio da questo fatto si può trarre.

Noi vediamo che nel 1868 essa scontò per 63 milioni di cambiali minori di mille lire, e che nel 1869 ne scontò per 84 milioni. Però ho la franchezza di dirvi se facesse questo in una grande scala, farebbe malissimo, imperocché 'e Banche d'emissione, che non hanno altra garanzia poi loro biglietti che la scorta metallica

3494 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

corrispondente ad un terzo o ad un quarto dell'emissione, debbono sempre avere in portafoglio effetti con solidissime firme, ed è per ciò che a tutte le Banche di questo genere voi vedete imposto l'obbligo di scontare soltanto cambiali con tre firme ed a breve scadenza, senza di che non sarebbe, né potrebbe prudentemente essere loro concesso il privilegio dell'emissione di biglietti Ciò, signori, non è punto dannoso perché anche in materia di Banche vi è e vi deve essere la divisione del lavoro come in tutto il resto.

Vi sono le grandi Banche che emettono biglietti, e queste sono quelle che scontano soltanto ai primari negozianti, ai primari banchieri; vi sono poi le Banche di sconto che accettano le firme secondarie aggiungendovi la propria, e così possono riscontarle colle grandi Banche. Vi sono le Banche agrarie, le Banche borghesi, se questa parola è permessa, come sarebbe quella del Popolo di Firenze, vi sono finalmente le Banche popolari, vi sono insomma questi vari istituti, i quali naturalmente danno soddisfazione a tutti i vari bisogni ed alle varie classi, e non è punto necessario che la «tessa e medesima Banca serva ai bisogni di tutti.

Si dice: la Banca in generale ha i suoi favoriti, rifiuta gli sconti agli uni e li accorda agli altri. Queste lagnanze più o meno fondate io le ho sentite a fare sempre contro tutte le Banche grandi e piccole: e sapete perché, o signori? Perché quelli che ottengono gli sconti non parlano; essi si credono in diritto di ottenere lo sconto; credono giustissimo che loro sia accordato il credito; quelli al contrario che gridano sono quelli a cui il credito è rifiutato, e naturalmente non si sentono che quelli che gridano. Ma questi tante volte hanno torto, perfettamente torto, e qualche volta potrebbero anche avere ragione, perché non sempre le informazioni che i Consigli di sconto ricevono, sono fondate e giuste.

Del resto,io so bene a cosa si allude con questo rimprovero che si fa alla Banca Nazionale; ed in questa osservazione c'è qualche cosa di vero: s'intende d'alludere ai suoi rapporti col Credito mobiliare. Una delle ragioni per cui mi sono opposto l'anno scorso alle convenzioni presentate dal conte Digny era questa, perché io credo veramente (e qui non faccio allusione al Credito mobiliare nostro piuttosto che ad altri), io credo che la creazione dei crediti mobiliari fu una vera sventura.

La è una istituzione pessima, che non ha alcuna ragione economica di essere. Essa illude ed abbaglia come un fuoco fatuo; qualche volta gli amministratori riescono a combinare qualche operazione che produce guadagni molto lauti, e gli ingenui e gli illusi si rovinano. Basti ncordare quanti disastri, quante lagrime ha costato il Credito mobiliare francese e il Credito mobiliare di Vienna per concludere come queste istituzioni sarebbero da sopprimersi; ma, ogniqualvolta ci sono, il minor male che si possa fare è quello di mutarle a vivere.

Noi però non possiamo, su questo argomento, fare altro che esprimere un'opinione ed un desiderio, che la Banca dia sempre la preferenza allo sconto delle cambiali che si riferiscono alle operazioni commerciali

e non ad operazioni di speculazione o di aggiotaggio, perché nel suo stesso interesse la Banca dovrebbe negare gli sconti agli speculatori di Borsa, la cui solidità è tanto incerta, e la condizione tanto pericolosa.

Si dice anche che la Banca guadagna troppo.

Io ho mostrato prima quali fossero i suoi guadagni, e soggiungo ora che tutte le Banche grandi e ben amministrate guadagnano molto, anche senza l'emissione dei biglietti.

Noi abbiamo ancora una passione pei biglietti, che, io spero, svanirà col progresso dei nostri studi e collo sviluppo delle nostre istituzioni commerciali. Quanto più si va avanti nella scienza, quanto più il commercio aumenta, quanto più le buone idee economiche si diffondono, tanto meno si ama il biglietto, tanto meno si crede ai miracoli della cartamoneta. Voi vedete, per esempio, come vi sono le Banche inglesi (Joint Stock Banks) che danno dividendi enormi, eppure non emettono biglietti. Ma, senza andare molto lontano, vedete che la Banca di sconto di Genova distribuisce dividendi magnifici, eppure non emette biglietti.

Del resto, se le azioni della Banca oggi valgono molto, valevano molto anche nell'ottobre del 1852, quando si pagavano lire 2380; valevano molto anche nell'aprile del 1863, quando si vendevano a lire 1900. E badate, signori, che, quanto più sarà consolidato il credito, i dividendi saranno minori, e ciononostante le azioni della Banca avranno un maggior valore, perché offriranno un impiego più sicuro. Voi vedete che in proporzione le azioni delle Banche di Francia e del Belgio rendono meno di quelle della nostra Banca Nazionale; ma, quantunque rendano meno, sono più sicure, ed il loro prezzo si regola secondo l'interesse del capitale, secondo il corso della rendita.

Si dice finalmente che il Governo è infeudato alla Banca. Io non so che cosa voglia significare questa parola. Si intende forse di dire che Io Stato ha tanti debiti verso la Banca che ha perduto ogni libertà di azione? Se questo fosse vero, bisognerebbe che il Governo avesse bensì molti debiti verso la Banca, ma non ne avesse poi tanti e tanti che il destino della Banca dipendesse interamente da quello del Governo; bisognerebbe che alla Banca rimanesse qualche libertà di azione; ma effettivamente essa è talmente vincolata dai propri crediti che, a parer mio, la Banca è infeudata al Governo, assai più che il Governo alla Banca.

Del resto io non vorrei né una cosa né l'altra; io vorrei che il Governo e la Banca facessero operazioni fra loro, perché questo è indispensabile ed ha luogo in ogni paese civile, ma vorrei che ognuno di essi avesse piena libertà di azione, e che il benessere dell'uno si conciliasse col benessere dell'altra.

Io vorrei che tutte le Banche che sono in Italia prosperassero; vorrei trattarle tutte colla stessa giustizia e colla stessa imparzialità; vorrei fare in modo che coesistessero, per quanto è possibile, prosperosamente insieme. Se, per esempio, oggi abbiamo una proposta di legge per aumentare il capitale della Banca Toscana, noi la voteremo molto volentieri; se per il Banco di Napoli, si farà altrettanto,

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in modo che non si comprometta la sua sicurezza e che non si riduca ad uno stabilimento di debiti, invece di restare uno stabilimento di credito, noi acconsentiremo a queste proposte. Ma, detto ciò, io credo che molte di quelle opinioni erronee che si avevano intorno alla Banca Nazionale, e molte di quelle accuse che si erano formulate contro di essa, saranno state da queste mie parole alquanto dissipate. (Bravo! Bene! a destra)

Adesso io dovrei parlarvi dell'abolizione del corso forzoso, ed era disposto a farlo molto ampiamente, ma confesso che pel momento vi rinunzio, poiché non avrebbe senso pratico l'occuparsene nelle presenti condizioni d'Europa. Di ciò parleremo altra volta in tempi più quieti.

Una sola cosa io voglio dire all'onorevole mio amico Maiorana, che cioè io fui sempre nemico acerrimo del corso forzoso, ma che egli lo avversa meno di me, il suo desiderio di abolirlo è meno vivo, il suo proponimento meno tenace del mio.

Imperocché, dopo ammortizzata quella parte dei biglietti che corrisponde al valore delle cartelle ecclesiastiche che si dedicano a questo scopo, egli propone, d'accordo in ciò colla Commissione, di provvedere mediante una legge futura al pagamento dei residui biglietti.

Ma io opponeva ai miei colleghi che l'impegno di fare una legge di questa natura nell'avvenire non ha on positivo valore giuridico. Come possiamo noi obbligare i nostri successori a fare una legge in questo senso? Io credo che questo non si possa considerare che come una espressione di buona volontà, e come tale vi ho aderito anch'io; ma io dico che l'onorevole Maiorana, che si contenta di così poco, è moderato quanto i miei tredici colleghi.

Io avrei voluto che si dicesse: destiniamo ogni anno 10 milioni, o quella somma che ai crederà conveniente, ma destiniamo definitivamente una certa somma annua per l'ammortizzazione di questo debito, affinché si veda che propriamente vogliamo venire in un termine più o meno prossimo all'abolizione del corso forzoso.

Ma poiché ho parlato dell'onorevole Maiorana, bisogna che io domandi alla Camera il permesso di dire poche parole per un fatto personale tra lui e me, fatto personale pel quale non vorrei certamente abusare

della pazienza della Camera, se si trattasse soltanto di me; ma si tratta veramente di cosa che si riferisce a tutto il partito a cui ho l'onore di appartenere.

Nella relazione che accompagna la sua proposta di legge, egli allude al progetto che aveva fatto fino dal 1867 relativamente al corso coatto, ed aggiunge:

«Il Ministero d'allora fece orecchie da mercante.

«Ma il tempo è galantuomo. Quell'idea continuò il suo cammino. E fino l'onorevole Maurogonato, sotto ogni riguardo, di moderati principii, e oggi membro della Commissione dei Quattordici, accettò e propugnò nel 1869, nella sua relazione del bilancio dell'entrata, il concetto del marchio dei biglietti di Banca. È vero che nella seconda relazione di quell'anno egli propose che si dia qualcosa alla Banca,

la quale non dovrebbe essere disimpegnata dal suo avallo; ma codesta è una idea secondaria sulla quale si potrebbero prendere dei temperamenti, benché non esitiamo a dire che essa accennerebbe ad un sistema di transazione niente affatto necessario.»

E successivamente egli riporta un piccolo brano della mia relazione, ma non però completo.

Ma vi ha di più, o signori: in una lettera, che l'onorevole Maiorana ha pubblicata nel giornale La Riforma del 21 maggio, si trova questo periodo:

«È un'idea infelice, e pure; contraddicendosi, chi la vede comparir tardi la dice vecchia; perfino la si attribuisce alla destra. L'idea, egli dice, non va più in là del 1867: quando la presentai alla Camera e fu riprodotta nel 1868, nessuno della destra l'adottò.

«La destra poi con mia somma sorpresa tollerò l'insinuazione di quella idea nella relazione del bilancio dell'entrata dell'onorevole Maurogonato pel 1869 (si noti pel 1869 !), il quale vi apportava alcune varianti; ma era l'idea nostra, esclusivamente la nostra.»

Da queste frasi risulterebbero due cose: la prima sarebbe non dirò un'accusa, ma certamente un dubbio che io abbia commesso un plagio; in secondo luogo, si farebbe credere che il mio concetto fosse perfettamente analogo al suo, e si concluderebbe che la destra l'avesse accolto perché veniva da me, ossia da un deputato del suo partito, ed ora vi si opponesse perché viene da un deputato, per quanto rispettabile, che siede su altri banchi.

Ora io devo purgare il mio partito da quest'accusa, secondo la quale parrebbe che si rigettassero le idee dell'onorevole Maioraua in odium auctoris e non si giudicassero dal loro valore intrinseco.

L'onorevole Maiorana ignora, od ha dimenticato che nel 1867 ho presentato anche io alla Camera alcuni emendamenti, perché anche io son pittore. (Ilarità)

In luglio 1867 l'onorevole Rattazzi domandava al Parlamento 600 milioni, e io proponeva che questi 600 milioni si ottenessero mediante la vendita di 14 milioni di consolidato che bi erano incamerati, e che appartenevano ai corpi soppressi; e che quanto ai beni ecclesiastici, questi fossero divisi nel maggior numero possibile di lotti, che sopra questi lotti si facessero altrettanti mutui ipotecari a lunghissime scadenze coi vari istituti di credito fondiario che esistono in Italia. Il Governo facendo questi mutui avrebbe così ricevuto le corrispondenti cartelle fondiarie dai vari stabilimenti e avrebbe potuto venderle o impegnarle.

3496 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Io, diceva poi che il Governo avrebbe venduti a mano a mano questi beni, ed allora il compratore avrebbe assunto ii relativo debito dello Stato verso gli stabilimenti di credito fondiario, che naturalmente ascenderebbe soltanto alla metà del valore perché gli istituti fondiari non accordano mutui per somma superiore, e l'altra metà il Governo avrebbe potuto incassarla dai compratori in termini assai più brevi.

In questo modo lo Stato avrebbe avuto molto più presto una metà, e subito l'altra metà mediante le cartelle fondiarie, delle quali ho parlato.

Io diceva poi che questi danari, a mano amano che bi sarebbero realizzati, si sarebbero dati alla Banca a conto del suo credito, che era allora di 250 milioni, e, proponeva ohe, appena lo Stato lusso debitore verso la Banca medesima di soli 150 milioni, il corso forzoso sarebbe conservato solamente ai biglietti di lire 5 e di lire 2 della Banca Nazionale, che sarebbero mantenuti nei limiti di 150 milioni, cioè per cento milioni in pezzi di lire 2 e por 50 milioni in pezzi da lire 5 i che, quando il debito fosse ridotto a 100 milioni, allora U corso forzoso sarebbe stato limitato ai biglietti di 2 lire, e, saldato il debito, sarebbe totalmente abolito.

Io dunque proponeva, come ben vede l'onorevole Maiorana, fino dal 1867, la limitazione del corso forzoso a 150 milioni di lire; non erano biglietti marchiati, ma era invece il taglio ossia il valore che costituiva la differenza e distingueva questi biglietti dagli altri.

Questa mia proposta non la ho potuta sviluppare, come egli stesso non ha potuto sviluppare la sua. La ho stampata o commentata in un opuscolo intitolato: Considerazioni intorno atta parte finanziaria della legge sull'asse ecclesiastico, che pubblicai in settembre del 1867; ma devo soggiungere che queste idee io le aveva comunicate all'onorevole Rattazzi fino dal marzo dell'anno stesso, poiché appunto allora, durante le ferie pasquali, l'onorevole Rattazzi medesimo mi aveva fatto l'onore di chiedermi la mia opinione intorno alle operazioni finanziarie che si stavano preparando; del quale atto di deferenza gli fui e gli sono ancora gratissimo.

L'onorevole Rattazzi non accettò queste idee, ed avrà avuto forse le sue buone ragioni per non accettarle.

Nella relazione del bilancio dell'entrata che presentai alla Camera in febbraio 1869, quando il debito verso la Banca era aumentato a 378 milioni, io aveva proposto di farci prestare dalla Banca altri 100 milioni, di limitare il corso forzoso a 478 milioni, ed avrei fatto marchiare una somma corrispondente di biglietti affinché ne fosse perfettamente controllata la quantità, e non si dubitasse che ce ne fosse in circolazione una quantità maggiore; ma tanto nella prima ipotesi,

come consta dall'opuscolo dell'anno 1867, quanto nella seconda come consta molto evidentemente dalla relazione medesima, io voleva sempre che ci fosse la garanzia della Banca; non ho mai inteso di liberare la Banca dalla sua responsabilità. Questi 478 milioni adunque dovevano essere ammortizzati, 200 milioni mediante vendita di cartelle ecclesiastiche, e notate bene che allora l'onorevole Digny non aveva ancora modificato il contratto del 1867 colla Banca e non aveva fatto l'affare delle cartelle ecclesiastiche che furono vendute l'anno scorso. Dunque 200 milioni si sarebbero ammortizzati con queste cartelle ecclesiastiche, e per gli altri 278 milioni io proponeva che si assegnassero alla Banca 27 milioni e 800 mila lire all'anno dal canone della Regia dei tabacchi, cosicché in un breve termine il debito verso la Banca sarebbe stato pagato.

Nello stesso tempo io domandava che si consacrasse per legge la validità dei patti pei pagamenti in oro, sia per le cambiali come per i crediti ipotecari, affinché l'oro, sotto la tutela di questa legge, potesse ricomparire in circolazione, e così, essendovi un'ammortizzazione rapida e sicura ed essendo limitato il corso forzoso a questi 478 milioni (perché tutti gli altri biglietti della Banca dovevano essere semplicemente fiduciari, e questi biglietti marchiati non avrebbero mai potuto servir di scorta per nuove emissioni), io pensava che a poco a poco l'aggio sarebbe quasi del tutto scomparso ed il corso forzoso sarebbe terminato a grado a grado per la progressiva diminuzione dei biglietti coattivi.

Neppure questo concetto potrebbe più applicarsi oggi per le mutate circostanze e per vari motivi che credo inutile di esporre.

Bisogna notare però che nel giugno dell'anno scorso il nostro egregio collega l'onorevole Ferrara, il quale presentò alla Camera la relazione per l'approvazione delle tre convenzioni, adoprò, parlando molto cortesemente di me, queste parole: «Eppure il sistema della carta governativa nei termini ristrettissimi in cui pròponevasi davanti agli esempi stranieri, da cui è confortato, poteva forse ancora essere discutibile, ma non era poi quella strana utopia che lo si fece supporre e che sarebbe tuttavia, se non fosse giunto oramai a conciliarsi il favore di uomini nei quali il senno pratico non è certo la qualità cui manchino; e si aggiungevano in nota queste parole: «il progetto dell'onorevole Maurogonato, relatore del bilancio dell'entrata, non consisterebbe che in una carta governativa sotto forma di biglietto bancario espressamente a tal uopo marchiato.»

Quest'interpretazione, assolutamente contraria alle mie intenzioni, data da un uomo così illustre e rispettabile, qual è l'onorevole Ferrara, mi obbligò in un altro atto parlamentare, cioè nella relazione successiva sul bilancio dell'entrata, presentata in agosto dell'anno scorso,

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a rettificare questo errore e spiegare meglio le mie idee. Ho ripetuto che aveva sempre inteso di dire che i biglietti dovessero essere sempre bancari, sempre a debito della Banca; che il Governo ne era debitore soltanto in secondo grado; che il mio marchio non era altro che una controlleria per la limitazione della somma, e che sarei stato indifferente se, invece che dallo Stato, questo marchio si fosse applicato dalla Camera di commercio di Firenze o da qualsiasi altra autorità indipendente.

Non voglio annoiare la Camera con citazioni, ma ciò che dico si potrà sempre verificare. Risulta in tal modo provato che io non ho mai inteso di parlare se non se di carta garantita dalla Banca ed emessa dalla Banca, e non mai di carta governativa della quale il Governo fosse debitore. Quale era invece il progetto dell'onorevole Maiorana nel 1867?

Egli voleva che il debito colla Banca, limitato a 250 milioni, divenisse debito esclusivo dello Stato, e che questi biglietti fossero marchiati. Essi avrebbero potuto servire come moneta per pagare le imposte al Governo, ma non mai nei rapporti fra i privati. Però il Governo non avrebbe potuto darli ai suoi creditori, se non per la metà della somma che avrebbe dovuto pagare, eccettuate le pensioni e gli stipendi inferiori a 2000 lire, anzi eccettuate le prime 1500 degli stipendi inferiori a lire 2000, ed eccettuate le cedole di 10 lire in meno. Questi biglietti poi dovevano essere convertiti dallo Stato in moneta sonante dopo quattro mesi, nel qual caso però il Governo avrebbe dovuto dare al portatore l'interesse dell'1 per cento annuo: del 2 12, se il portatore avesse aspettato a portare al cambio il biglietto dopo otto mesi, e del 4 per cento, se il portatore lo avesse portato dopo un anno. Il Governo avrebbe dovuto comprare l'oro dal pubblico a 104 e l'argento a 102.

Secondo l'onorevole Maiorana, il Governo avrebbe adunque dovuto pubblicare un avviso, nel quale avrebbe detto che è sempre pronto a comprare oro a 104 ed argentea 102; ed in questo modo pare, secondo lui, che il Tesoro avrebbe avuto i mezzi per fare il cambio in metallo.

I biglietti dell'onorevole Maiorana avrebbero dovuto essere marchiati anche a tergo ogni qual volta fossero stati presentati al Tesoro pel pagamento sia del capitale come degl'interessi; avrebbero potuto essere anche convertiti in Buoni del Tesoro a lunga' scadenza, e precisamente a cinque anni coll'interesse dell'8 per cento, ecc.

Io non mi diffondo ora a discutere questo progetto, ma vi domando se ci sia alcuna analogia tra quella piccola moneta d'appunto che io proponeva nel 1867, oppure tra la limitazione del corso forzoso, quale io la proponeva nel 1869, ed i vari progetti di legge dell'onorevole Maiorana.

Mi pare che non ci sia.

L'onorevole Maiorana dirà che in ambidue i progetti vi è il marchio, e forse a questo fatto egli allude. Bisogna però vedere che cosa significa questo marchio. Il marchio significa per l'onorevole Maiorana debito dello Stato, e per me significa invece controllo del corso forzoso. Forse l'analogia fra i due progetti consiste in ciò che vi è una limitazione della somma, ma in tutti progetti di questo genere, signori, qualche analogia si trova sempre: camminiamo su di un terreno così ristretto che egli è impossibile non incontrarci qualche volta.

Anche tra il progetto dell'onorevole Maiorana e quello della Commissione e' è qualche analogia. Trovate in ambidue che questi biglietti saranno ammortizzati mediante la vendita delle cartelle ecclesiastiche, e che per quella somma che rimarrà scoperta, si dovrà fare a suo tempo dai nostri nipoti il relativo progetto di legge per l'ammortizzazione. E per questo motivo vorrete concludere che il progetto della Commissione è identico od analogo a quello dell'onorevole Maiorana.

Del resto, la massima divergenza che vi è tra il progetto mio e quello dell'onorevole Maiorana consiste in ciò che egli prepone la carta governativa, mentre io invece mi attenni sempre ed esclusivamente alla carta bancaria.

Se si tratta semplicemente di discutere sulla priorità del concetto di limitare il corso forzoso, benché questa idea mi fosse sorta spontanea nella mente, io rinuncio fin d'ora ad ogni brevetto d'invenzione; dubito anzi che questo concetto non sia creazione mia né sua, perché ne ho sentito a parlare tante volte anche prima di quel tempo; ma, quanto a me, ripeto che ci rinuncio affatto.

Io confesso che fui molto sorpreso quando ho sentito dire da taluni, e specialmente dall'onorevole Ferrara, che io proponeva la carta governativa, mentre io parlava sempre di un biglietto a debito della Banca, e come poi si dica che la carta marchiata dell'onorevole Maiorana sia carta di Banca solamente perché egli vuole che il marchio sia apposto sopra i fogli o le stampiglie della Banca Nazionale.

E ben singolare in questo caso la condizione nostra:

Il partito governativo è quello che non vuole la carta governativa, ed è il partito dell'opposizione quello che la vuole!

Del resto, il progetto Maiorana, non c'illudiamo, si riferisce veramente ad una carta governativa, imperocché il fatto che le stampiglie siano della Banca non cambia menomamente la natura delle obbligazioni. Io non credo che la Banca Nazionale ci darebbe volontariamente i suoi fogli, né la dignità dello stesso Governo consentirebbe di chiederli.

3498 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Osservo poi che gli stessi possessori di questi biglietti marchiati non si formerebbero un'idea ben chiara intorno alla responsabilità delle Banca, né potrebbero crederla interamente cessata solo perché fosse scritto sui biglietti: A debito dello Stato.

Io domando: a che mira specialmente l'onorevole Maiorana? Vuole egli impedire l'abuso della carta governativa, oppure vuole impedirne l'eccesso? Il proponimento di servirsi delle stampiglie della Banca giova piuttosto ad impedire l'abuso della carta, affinché non possa mai verificarsi il caso che il Governo ne stampi e ne emetta in quantità maggiore, come se fosse ammissibile l'ipotesi che un ministro del regno d'Italia, solo perché avesse la planche in suo potere, ordinasse la stampa a suo capriccio, senza l'autorizzazione del Parlamento, di una somma di biglietti a debito dello Stato. Ma, se ci crediamo autorizzati a fare questa ipotesi, tanto vale andare un poco più avanti e supporre che il ministro vada d'accordo col direttore della Banca Nazionale e si facesse dare alcune di queste stampiglie. (Ilarità)

Se dunque egli ha in mira soltanto d'impedire gli abusi, si possono adottare tanti altri mezzi, senza ricorrere a questo espediente umiliantissimo. Si può stabilire, per esempio, che il presidente della Camera dei deputati e il presidente del Senato tengano le chiavi della cassa in cui fosse depositata la pietra litografica; insomma tante precauzioni si possono prendere, come si prendono da tutte le Banche, per evitare gli abusi; ma non vi è alcun bisogno di ricorrere al mezzo proposto dall'onorevole Maiorana, che è affatto irregolare e contrario alla dignità del Governo.

Ma non avrebbe egli veramente in mira l'eccesso, piuttostoché l'abuso? Il pericolo della carta governativa consiste specialmente nella facilità dell'eccesso.

Questo pericolo vi è, o non vi è?

L'onorevole Maiorana dice: ma come mai, mentre mi affatico tanto per abolire questo corso forzoso, per limitarlo almeno, potete voi supporre che io approvassi od appoggiassi una proposta la quale tendesse a rinnovarlo, se fosse già abolito, o ad estendere la massa dei biglietti coattivi? Certamente no.

Però l'onorevole Maiorana ed i suoi amici possono veramente farsi garanti delle deliberazioni future del Parlamento? È tanto facile il rimedio quando si ha il torchio; è tanto facile il decretare spese eccessive, che in verità non vi è uomo al mondo che non riconosca quanto questo sistema sia pericoloso (e lo prova l'esempio dell'America e dell'Austria); ma in Italia il danno ed il pericolo sarebbero assai maggiori.

Del resto, o signori, c'è infatti questo pericolo o non c'è? In questo caso bisogna preliminarmente farsi questa domanda: avvi o no nell'opinione pubblica la paura della carta governativa?

Se vi ha, io vi rispondo che colla paura non si ragiona.'Avrete tutte le ragioni del mondo; ma, se la paura esiste, bisogna tenerne conto. E che questa paura esista, ed esista fortissima, ve ne offre la prova la Commissione d'inchiesta, la quale certamente non si può dire che fosse favorevole alla Banca Nazionale.

Infatti la Commissione d'inchiesta, la quale ha interrogato dappertutto le persone che stimava meglio informate, che cosa vi dice? «Quanto alla carta governativa, essa, in molti rapporti esaminata, venne respinta come rimedio peggiore del male o, meglio, come palliativo, il quale, anziché guarirlo, non farebbe che aumentarlo. Parve generale il timore che, messi una volta sul pendio della cartamoneta governativa, questa valga a far chiudere per poco gli occhi sui pericoli che ci circondano per non riaprirli che a rovina completa.»

Questo è quanto vi dice la Commissione d'inchiesta, dopo aver sentito l'onorevole Ferrara e tanti altri.

Ma essa non ha mai concluso a favore della carta governativa. Essa ha accolto progetti di prestiti forzosi e volontari, ma non ha mai mostrato alcuna preferenza, né ha in alcun modo appoggiato il concetto della carta governativa: e ciò perché? Perché a torto od a ragione questa paura esiste ed è generale.

Del resto, alcuni dicono: la carta della Banca è governativa, perché, se il Governo non pagasse, neppure la Banca avrebbe i mezzi per pagare.

Ma prima di tutto, o signori, quelli che considerano esistere una grande differenza fra la carta della Banca e quella del Governo hanno molte buone ragioni di fatto e di diritto per sostenere questo loro principio. Diffatti è erroneo il dire che la Banca non offra per sé «tesati sufficiente garanzia.

Esaminiamo bene la cosa. La Banca emette 800 milioni di biglietti. In confronto al nostro debito di 500 milioni le ne diamo 283 in obbligazioni ecclesiastiche. Essa deve tenere in cassa 117 milioni di scorta metallica; questi sono già 400 milioni. Quanto ai 350 milioni che ha diritto di impiegare per conto proprio, essa naturalmente li tiene impiegati in buono cambiali ed in sovvenzioni sopra carte pubbliche. Dunque un valore corrispondente esiste; e voi riconoscerete che si è nel vero quando si dice che la Banca, anche per sé sola, offre una soddisfacente garanzia e tale da legittimare la maggiore fiducia che si ha nella sua firma.

Io ho letto nella relazione dell'onorevole Maiorana che, nel biglietto della Banca essendovi due firme, vi sono due pericoli. Ma io credo che l'aver due firme debitrici varrà sempre meglio che averne una sola, perché sarà sempre più difficile che falliscano due piuttosto che una; ed anche se falliranno tutte e due, ci sarà sempre un ricupero maggiore. Ma poi io non capisco, come si ripeta continuamente, che il Governo, che la Banca possono fallire.

3499 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Ma la Banca può fallire? Come volete che fallisca la Banca? Potrà dare minori dividendi, scemare in qualche parte il suo capitale; ma quali fatti possono mai succedere, perché la Banca fallisca? E lo Stato? Lo Stato è la Nazione: ci potrà essere un qualche ritardo nei pagamenti (Dio ci liberi che ciò avvenga !), ma !o Stato non può fallire.

E quando si dice che la Banca non è obbligata a pagare i suoi creatori che sono i portatori dei biglietti finché duri il corso forzoso, e che il corso forzoso non cessa finché il Governo non abbia saldato il suo debito colla Banca, io dico che questo si chiama sofisticare troppo e che sarebbe il caso di dire: Cave a consequentiariis, perché, se anche nascesse questo disastro, che io non so prevedere, ad una liquidazione sempre bi dovrebbe giungere, e sempre i portatori dei biglietti qualche cosa ricupererebbero dal patrimonio della 1! Mica, la quale avrà sempre le cambiali che ha scontate, i valori sui quali ha dato sovvenzioni e il numerario che deve tenere in riserva.

Una volta si dice: il Governo è solido, è lui soltanto che da la forza, il peso, il valore ai biglietti della Banca, poi si capovolge la proposizione e si dice: la Banca non vai niente perché il Governo è in pessima condizione, perché lo Stato è quasi fallito. Dimodoché prima si dice che è fallito lo Stato, un momento dopo si dice che è fallita la Banca; ma quello che io so è questo, che, fino a questi ultimi giorni, questi due falliti, questi due pitocchi colle loro due firme insieme riunite godevano di tal credito che la loro carta si cambiava contro oro al 98 per cento ed anche a qualche frazione di più, e so inoltre chn l'influenza esercitata sul valore dei biglietti dalla solidarietà della Banca si accresce per la difficoltà che questo suo intervento necessariamente appone all'aumento delle emissioni.

Del resto, signori, fra il progetto dell'onorevole Maiorana e il nostro non vi sono poi sensibilissime differenze, imperocché il metodo d'ammortizzazione è lo stesso, bene inteso però che quello suggerito da noi è più sicuro per la ragione che ho prima indicata, perché cioè, dandosi il pegno reale alla Banca, non è più possibile che sia sottratto il valore delle cartelle ecclesiastiche al suo scopo contrattuale, ossia all'ammortizzazione dei biglietti. Il compenso che si da alla Banca è minimo, e lo stesso Maiorana ammette che un compenso devo darsi, non fosse altro per la spesa materiale della stampa dei biglietti.

Sul modo di provvedere agli ultimi 200 milioni tanto esso che noi ci limitiamo a dire che i nostri successori faranno una legge onde a suo tempo stabilire il modo di ammortizzare i residui biglietti.

Negli antichi progetti dell'onorevole Maiorana vi era veramente la limitazione perché egli parlava solamente di 250 milioni che dovevano essere marchiati, e tatti gli altri dovevano essere fiduciari;

ma oggi, siccome egli acconsente che i biglietti marchiati servano di scorta metallica, ne viene la conseguenza che in fatto sarebbero perfino sestuplicati. La Banca Nazionale, nd esempio, ha 100 milioni di effettivo nelle sue casse, compra altri 100 milioni in biglietti marchiati e può allora emettere 600 milioni per conto e vantaggio suo proprio, e così può fare ogni altra Banca! Questi suoi biglietti marchiati sarebbero, per così dire, fotografati, la massa dei biglietti aumenterebbe piuttostoche diminuire, e tutti i biglietti circolanti sarebbero considerati e produrrebbero lo stesso effetto dei veri biglietti a corso coattivo, perché, quando li presentaste alla Banca, non vi si darebbero in cambio che quelli. Voi dunque non li presentereste e i biglietti circolerebbero liberamente e senza molestie, sicuri che nessuno ne domanderebbe il cambio.

Io credo, signori, che nella condiziono attuale delle cose il meglio che si possa fare è di continuare nel sistema vigente. Un cambiamento nella qualità della carta in questi momenti difn'cilias'mi sarebbe cosa oltre modo pericolosa. Quando un uomo è gravemente infermo, non bisogna fare esperimenti a suo rischio, non bisogna tormentarlo, ma bensì lasciarlo tranquillo.

Credo che la convenzione colla Banca debba essere accettata, sia perché non pregiudica in alcun modo l'avvenire, sia perché non accorda alcun privilegio alla Banca medesima, sia perché procura allo Stato immensi vantaggi tanto più valutabili quanto più gravi sono le circostanze attuali, quanto più sono difficili le. condizioni del mercato.

Furono presentati altri progetti, i quali tutti hanno rapporto e si collegano col servizio di tesoreria, e sono coordinati ad altre combinazioni, secondo le quali si dovrebbero procurare a queste Banche nuovi capitali. Nelle circostanze attuali credo cosa assai difficile che queste Banche trovino a condizioni convenienti i capitali dei quali avrebbero bisogno, perché si potessero attuare tali progetti.

Dichiaro però sin d'ora che sono ben poco amico del sistema di accordare il servizio di tesoreria allo Banche. Anzi non so comprendere come coloro che sono sempre stati avversi all'idea di affidare il servizio di tesoreria alla Banca Nazionale, oggi si manifestino fautori di questo sistema solo perché il servizio si darebbe a molte Banche invece di darsi ad una sola. Quando s'incarica una Banca del servizio di tesoreria, questa Banca diventa Banca dello Stato, e lo Stato è costretto a controllare tutte le sue operazioni, a nominare i suoi direttori, a stringerla con una disciplina di ferro in modo che tale Banca non ha più la libertà d'azione necessaria per aiutare il commercio e per soddisfare ai suoi vari bisogni. Se questo è un male, e se una sola fosse la Banca, che accettasse questo ufficio, almeno resterebbero libere tutte le altre Banche.

3500 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ma, se noi vogliamo affidare il servizio di tesoreria a tutte le nostre maggiori Banche, costituendole in altrettante sezioni di una tesoreria centrale, queste non avrebbero più quella elasticità che è tanto più necessaria per secondare i desiderii del commercio ed animare l'utile industria, e lo Stato diventerebbe solidario di tutte le crisi annonarie o finanziarie che succederebbero in paese e fuori, e nei momenti più difficili lo Stato medesimo, che avrebbe tanti bisogni per sé, dovrebbe preoccuparsi necessariamente della situazione di queste Banche, le quali finirebbero coll'unirsi e costituire una Banca unica.

Credo che non dobbiamo in questo momento farci carico di questi progetti, i quali dovrebbero inoltre essere molto maturamente studiati, mentre a tutt'ora nulla ci si presentò di concreto e di pratico.

Detto questo, signori, non abuserò più oltre della vostro pazienza. Io vi prego nuovamente di appoggiare questa convenzione col vostro voto, perché io la credo utilissima sotto ogni rapporto, e perché certamente nessuna di quelle altre proposte, che vi furono fatte in sostituzione, offre vantaggi superiori a quelli che presenta la convenzione medesima. (Vivissimi segni di approvazione a destra ed al centro)

PRESIDENTE. L'onorevole Rattazzi, che ha chiesta la parola per un fatto personale, ha facoltà di parlare.

RATTAZZI. Sarò brevissimo, sarò tanto più breve inquantoché debbo...

(Lo Camera è distratta, molti deputati escono dall'Aula.).

Voci. A domani ! a, domani !

PRESIDENTE. Lascino esaurire i fatti personali. Prego i deputati a rimanere ai loro posti.

L'onorevole Rattazzi ha facoltà di parlare.

RATTAZZI. Debbo dichiarare, con mio dispiacere, che, sia per la distanza dal luogo dove parlava l'onorevole Maurogonato, sia fors'anche per la voce non troppo alta dell'oratore, non mi è stato possibile raccogliere esattamente il di lui discorso, e molto meno ho potuto intendere tutte le cose da lui dette, le quali si riferivano a me personalmente. Ho bensì inteso parecchie volte suonare nell'Aula il mio nome, ma non sono giunto a comprendere il vero senso di ciò che egli diceva a mio riguardo. Tuttavia, siccome un amico mi ha fornito qualche appunto sulle osservazioni che egli svolse rispetto alla convenzione da me fatta nel 1867 colla Banca Nazionale, io, attenendomi a questo appunto, farò una brevissima risposta, e, nel caso che vi fosse stato un errore, l'onorevole Maurogonato vorrà compatirmi, se per avventura, rispondendogli, non sarò per appormi sempre al vero.

Partendo quindi dalle dichiarazioni che mi si fornirono, debbo credere che l'onorevole Maurogonato abbia messo in confronto la convenzione che io feci nel 1867 colla Banca e quella che oggi stiamo discutendo e svolgendo questo confronto, abbiane dedotta la conseguenza che questa sia molto più conveniente dell'altra.

Voce a destra. L'ha detto.

RATTAZZI Io non entro per ora a fare i! parallelo in ogni parte fra le due convenzioni; non voglio farlo, sia perché credo di averlo in parte già svolto prima d'ora, sia perché, se verrà il mio turno di parlare, potrò allora più ampiamente dimostrare la differenza grandissima che passa fra l'una e l'altra convenzione. Dimostrerò che nel 1867 non si fece veramente una convenzione, ma una semplice operazione di sconto provvisorio, la quale non ha nulla che fare col presente progetto.

Ma, ripeto, lascio per ora in disparte questa discussione; risponderò semplicemente al confronto, nel senso e sotto l'aspetto che lo si volle fare dall'onorevole Maurogonato.

Egli, seppure non erro, affermava essere più conveniente la convenzione attuale: primieramente, perché l'interesse che si è in essa convenuto è meno elevato di quello che si è pattuito in favore della Banca nel 1867; in secondo luogo, perché attualmente la Banca fornisce una parte della sovvenzione in danaro, quando invece nel 1867 i milioni erano semplicemente in carta; in terzo luogo e finalmente, perché nel 1867 si erano dati 150 milioni di obbligazioni in pegno per 100 milioni, quando invece oggidì la Banca, eoa una grande generosità, si dichiara soddisfatta con un pegno di 500 milioni di obbligazioni per altrettanti milioni che essa ci somministra.

Ora mi perdoni l'onorevole Maurogonato: se veramente sono queste le censure che si sono da lai rivolte contro l'operazione del 1867, conviene dire che egli o non ha con esattezza presente il tenore di questa operazione, o non ha letto bene il progetto di convenzione di cui si chiede l'approvazione. Se così non fosse, essendo egli acutissimo ed espertissimo in questi argomenti, dovrei maravigliarmi grandemente come egli, esaminando sotto quell'aspetto le due convenzioni, potesse inferirne che quella dell'onorevole Sella fosse di gran lunga più vantaggiosa per le finanze in confronto dell'altra del 1867.

Non aveva, dissi, presente il tenore dell'operazione del 1867, poiché se così non fosse, avrebbe facilmente scorto che con essa la Banca si obbligava a provvedere una riseria metallica per i 100 milioni che essa mutuava in carta al Governo; mentre invece per l'effetto della convenziono dell'onorevole Sella la Banca non sarebbe tenuta a provvedersi di alcune riserve né pei 122 milioni che ora ci amministra, né pei 378 dei quali le finanze già le sono debitrici.

Si sarebbe del pari agevolmente avveduto che i 50 milioni che oggidì la Banca figura di dare al Governo in oro sonante, li fornisce bensì, ma senza che ciò gli cagioni il menomo danno, e qualsiasi perdita; perché li fornisce col metallo, che sarebbe destinato a presentare quella riserva la quale, a termini dei suoi statuti, dovrebbe serbarsi nelle di lei casse, e da cui per effetto della convenzione stessa rimane dispensata.

3501 TORNATA DEL 19 LUGLIO 1870

Dal che appare manifesto che dalla Banca per questi 50 milioni nulla si presta al Governo; soltanto essa consente di lasciare presso le finanze questa somma, che senza la convenzione avrebbe dovuto tenere per riserva nelle sue casse.

Una voce a sinistra. Senza frutto.

RATTAZZI. Anzi prendendo frutto, perché prende i frutti anche sui 50 milioni. Veggo che l'onorevole presidente del Consiglio sorride; mi pare che voglia dire che sono meno sicuri i 50 milioni passando nelle casso dello Stato, anziché rimanendo in quelle della Banca, e che perciò questo pericolo richieda un grave corrispettivo.

In verità, se così fosse, mi parrebbe strano che sorgesse un'osservazione di questa natura dal banco dei ministri.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Sorge nella sua testa.

RATTAZZI. In questo caso, e quando cioè il di lui sorriso avesse questo significato, potrei facilmente rispondere che la Banca non ha ragione di grandemente paventare questo pericolo; poiché, quand'anche non le siano restituiti i 50 milioni in oro, essa nulla perde, o le torna del tutto indifferente possederli piuttosto in carta; giacché, quando pure li ritenesse in oro. essa non potrebbe metterli in commercio, ma sarebbe pur sempre tenuta a conservarli nelle casse. Ma dico di più ed affermo che, non solo il difetto di restituzione di quei 50 milioni in oro non può recare danno alla Banca, ma le torna utilissimo, ed essa nulla può desiderare di più vantaggioso per sé che lasciarli continuamente presso il Governo e non farseli giammai restituire.

E per vero sapete cosa accadrebbe per la nostra convenzione quando si verificasse il difetto di quella restituzione? Accadrebbe che anche quando già si fossero restituiti i 450 milioni in carta coll'alienazione delle obbligazioni dei beni ecclesiastici, quando in conseguenza di questa vendita le finanze si troveranno già costrette a pagare 24 milioni d'interessi sopra le stesse obbligazioni, la Banca potrà tuttavia mantenere pur sempre 350 milioni di biglietti in circolazione a corso coatto, e profittare così dell'immenso profitto di questa circolazione, profitto questo la cui importanza ed entità fu già avvertita, e si avvertirà meglio nel corso della discussione.

Ora ritorno all'onorevole Maurogonato. Se egli avesse posto mente che questi 50 milioni propriamente non sono mutuati, ma non fanno che passare dalle casse della Barca, dove dovevano rimanere per fondo di riserva, in quelle dello Stato, sarebbe facilmente convinto che questa sovvenzione in oro, anziché in carta, non poteva sotto alcuno aspetto meritarsi un correspettivo maggiore, ed era largamente compensata dalla dispensa che lo Stato le faceva per mantenere quella riserva cui sarebbe stata obbligata in forza dei suoi statuti.

Ora si compiaccia l'onorevole Maurogonato di esaminare come e quanto fossero diversi a tale riguardo i patti coi quali si convenne l'operazione del 1867;

ai compiaccia di avvertire che per essa, mentre la Banca si obbligava di anticipare alle finanze 100 milioni in carta, lungi di essere dispensata, veniva anzi obbligata a provvedersi la prescritta riserva metallica per la emissione di questi cento milioni, ossia a provvedersi 33 milioni in oro. E noti che l'aggio dell'oro era in allora non so bene se in ragione del 10 o del 12 per cento. Per la qual cosa la Banca, onde fornire cento milioni al Governo in carta, si trovava necessariamente costretta a perdere il 10 per cento sopra quei 33 milioni. Ora, così essendo, io domando se non era ragionevole e giusto di prestare, per questo servizio, alla Banca un qualche correspettivo che valesse a compensarla di quella perdita.

Ma oggidì, o signori, con la convenzione dell'onorevole Sella è forse tenuta la Banca a far la riserva? No, o signori, essa ne venne interamente dispensata; ne fu dispensata non solo per i 278 milioni omessi nel 1860, ma anche per i 100 del 1867 e per i 122 che oggi verrebbero somministrati in conseguenza della nuova convenzione.

Ora, a fronte di questa larghissima concessione e di sì grande differenza tra le due convenzioni, come potrà farsi un confronto tra i correspettivi che si sono nel l'una e nell'altra pattuiti per il saggio dell'interesse? Del resto io non mi sovvengo più precisamente qual fosse l'interesse convenuto nel 1867; se la memoria non mi fa difetto, panni che non fosse maggiore di 90 centesimi per cento, od ascendesse ad una proporzione che certo molto non si scostava dai centesimi 90.

Voci o destra. Sì, 90 centesimi.

RATTAZZI. Riamo perfettamente d'accordo, e così essendo non mi sembra che, anche ristretto a questo interesse il confronto fra le due convenzioni, il divario non sia tale da potersi tenere in conto veruno.

Vengo ora all'ultimo appunto che mi si fece, a quello, cioè, che conwrne l'entità del pegno.

All'onorevole Maurogonato sembrò eccessivo che si dessero per un'anticipazione di 100 milioni tante obbligazioni rilevanti a 150 milioni. Ma quivi mi si permetta di dirgli che egli non ha attentamente esaminata la operazione del 1867.

Maurogonato. Io non ho fatto che lodare la convenzione. (Movimenti a sinistra, e ilarità.)

RATTAZZI. Se l'onorevole Maurogonato non ha fatto che lodare, avrebbe potuto dichiararlo immediatamente quando io chiesi di parlare per un fatto personale, e quando fui sollecito ad avvertire lealmente che non aveva intese le sue parole. Se egli mi avesse fatta prima d'ora una simile dichiarazione, mi avrebbe risparmiata la fatica di queste osservazioni.

Farmi però che egli, coll'intenzione di lodare e senza animo di farmi censura, ha però voluto notare che, mentre coll'operazione del 1867, si diedero in pegno tante obbligazioni per 150 milioni, sebbene se ne ricevessero soltanto 100 in anticipazione, ora invece l'onorevole Sella non ne promise che 500 in pegno pei 500 che le finanze tengono a mutuo.

3502 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ora, mi si perdoni, ma questa osservazione, da qualunque sentimento sia ispirata, richiede dal canto mio una risposta. Debbo cioè rettificare il fatto ed avvertire che nella operazione del 1867 non si è dato alcun pegno, né per 100 né per 150 milioni. Con essa si consegnarono bensì alla Banca tante obbligazioni pel valore nominale di 250 milioni, ma si consegnarono non a pegno, si consegnarono perché la stessa Banca veniva incaricata di alienare queste obbligazioni per conto dello Stato, e si dichiarò che, operandosi siffatta alienazione, i primi 100 milioni effettivi del prezzo loro dovessero versarsi nelle casse delle finanze, e gli altri 100 milioni potessero ritenersi dalla Banca in pagamento del suo credito per l'anticipazione da lei fatta di eguai somma.

E, per l'opposto, o signori, col progetto di convenzione che ora stiamo discutendo, non è questa l'operazione che si fece: quivi è un vero pegno che si convenne; è un pegno di 500 milioni effettivi con altrettante obbligazioni che la Banca volle farsi dare, e che l'onorevole Sella ha consentito per 500 milioni di debito. In verità non so come si potesse dall'un canto pretendere e dall'altro consentire un pegno maggiore! Volevasi forse che il valore effettivo delle obbligazioni fosse maggiore della somma sovvenuta?

È ben vero, signori, che oggidì, per le modificazioni introdotte dalla Commissione, la Banca si è contentata di soli 283 milioni di obbligazioni in garanzia, come si sarebbe contentata di molto meno quando il Ministero e la Commissione avessero voluto imporle condizioni più gravi, perché, per condizioni che le si vogliano imporre, la Banca troverà sempre il suo tornaconto in quella convenzione.

Ma non è men vero che l'onorevole Sella aveva consentito al pegno corrispondente ai 500 milioni, e non è quindi men vero che mal si giunge a comprendere, come si voglia instituire un confronto tra questa operazione e quella che io feci nel 1867.

MAUROGONATO. Io mi sono molto sorpreso quando ho sentito l'onorevole Rattazzi chiedere la parola per un fatto personale, imperocché quelli che erano più vicini a me, e che hanno sentito le mie parole, potranno assicurarlo che non aveva fatto che lodare la convenzione da lui fatta nel 1867. Lodando quella convenzione, io diceva però che l'attuale era migliore; e questo non è un fatto personale contro il quale potesse sorgere l'onorevole Rattazzi.

Io ho detto che l'onorevole Rattazzi, per ottenere 100 milioni, aveva dovuto acconsentire indirettamente ad un aumento di emissione di 150"milioni, perché la Banca, dovendo provvedere a 50 milioni per la scorta, doveva necessariamente emettere 50 milioni di più oltre quei 100 che dava a prestito allo Stato.

Ho detto poi che la scorta metallica di..questi 150 milioni doveva esser data dal Governerò non dalla Banca, ed ho soggiunto che questa condizione era molto giusta ed equa, imperocché non si poteva mai pretendere che la Banca pagasse del proprio il 10 o 12 per cento d'aggio, secondo il corso di quel tempo, per provvedersi del metallo occorrente allo scopo di accordare al Governo un prestito dal quale non avrebbe ritratto che 90 centesimi per cento d'interesse annuo. Ho detto che il Governo si era obbligato a fornir esso la scorta metallica alla Banca. Ricorderà l'onorevole Rattazzi che quest'obbligo risultante dalla convenzione da lui stipulata fu adempiuto dal ministro che gli succedette. Attualmente dunque noi non facciamo altro che liberare, mediante la convenzione attuale, noi stessi dall'obbligo di somministrare alla Banca questa scorta metallica. Del resto non vi è niente di personale in tutto quanto ho detto. Le obbiezioni che fa l'onorevole Rattazzi sono veramente di merito e non hanno neppure l'apparenza di fatti personali, per cui credo che questo non sia il momento opportuno per rispondere completamente e categoricamente alle medesime.

PRESIDENTE. Onorevole Maiorana, ella ha chiesto la parola per un fatto personale, ma mi pare che, se ella intende rispondere alla critica fatta al suo sistema, avrà occasione opportuna quando svolgerà la sua proposta, non in questo momento.

MAIORANA CALATABIANO. Giusto di questo voleva pregarla. Desideravo che si tenesse conto della mia domanda di fatto personale, ma intendevo riservarmi di rispondere più tardi.

La seduta è levata alle ore 6.

Ordine del giorno per la tornata di domani:

Discussione dei progetti di legge:

1° Concorso dello Stato nelle spese di sistemazione del porto di Reggio di Calabria;

2° Concorso dello Stato nella spesa di sistemazione del porto di Bari;

3° Seguito della discussione del progetto di legge relativo alla convenzione colla Banca Nazionale.


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3503 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE AVVOCATO GIUSEPPE BIANCHERI.

SOMMARIO. Atti diversi. = Lettera d'invito del sindaco di Firenze ad una funzione funebre - Istanza de deputato Torrigiani. = Approvazione degli articoli dei due disegni di legge per la sistemazione dei porti di Reggio di Calabria e di Bari. - Interrogazione e istanza del deputato Corte circa l'esattezza dei telegrammi internazionali - Dichiarazione del ministro per l'interno - Osservazioni dei deputati Miceli e Massari = Seguito della discussione generale dello schema di legge per una convenzione colla Banca Nazionale - Discorso del deputato Seismit-Doda contro il progetto - Spiegazioni personali del deputato Maurogonato - Incidente sulla chiusura della discussione generale - Osservazioni e istanza dei deputati Sebastiani, Ferrara e Rattazzi - Dichiarazione del ministro per le finanze - Osservazioni dei deputati Servadio e Sineo - Deliberazione della chiusura con riserve - Discorso del deputato Ferrara in opposizione atta convenzione.

La seduta è aperta alle ore 11 e 55 minuti antimeridiane.

MACCHI, segretario, da lettura del processo verbale ella tornata antecedente, il quale è approvato; indispone il sunto delle seguenti petizioni:

13.369. Gorofi Giovanni, di Forza d'Agro, già custode pesatore dell'abolito macino in Sicilia, domanda che, in vista dei lunghi servizi prestati, gli sia conferito qualche altro impiego od assegnata una pensione.

13.370. 2418 cittadini di Parma rassegnano una petizione diretta ad ottenere che non abbia esecuzione la sentenza di morte pronunziata da un tribunale mili» tare di Milano contro un sott'ufficiale.

13.371. Il capitolo della cattedrale di Cagliari domanda di essere esonerato dal pagamento della tassa del 30 per cento.

13.372. 53 elettori del comune di Aggins in Sardegna ricorrono alla Camera per ottenere che la strada nazionale a costruirsi da Tempio a Santa Teresa Gallura, passando per lo Sfussatu con diramazione al Palau tocchi al loro paese, e presentano in appoggio della loro domanda tre documenti a corredo.

13.373. Le Giunte municipali di Moneglia, Maissana, Mezzanego, Nervi, Mele, Chiavari, Pietra Ligure, Loano, Arenzano, Bogliasco, Santa Margherita Ligure, Pegli, Rapallo, Prà, Moconesi, Sant'Ilario Ligure, Staglieno, Favaio, Sori, Recco, Casarza, Finalpia, Portofino, Cicagna, Lavagna, SestriLevante, Zoagli, Camogli, San Francecco d'Albaro, San Martino d'Albaro, Varese Ligure, Veltri, e Finalborgo fanno adesione al voto emesso dalla deputazione provinciale di Genova onde non venga concesso alla società dell'Alta Italia l'esercizio delle ferrovie liguri, ma sia ordinato in un servizio separato.

ATTI DIVERSI.

PRESIDENTE. Il sindaco della città di Firenze scrive:

«La mattina del 28 corrente a ore 11 1|2 saranno, a cura di questo municipio, celebrate nel tempio di Santa Croce solenni esequie all'anima dei martiri per la indipendenza italiana.

«Prego l'È. V. a volere intervenire alla funebre cerimonia, e a diramare a tutti gli onorevoli signori deputati speciale invito per assistervi, prevenendoli che essi avranno accesso dalla porta principale del tempio.»

Questa lettera sarà partecipata agli onorevoli deputati per loro norma.

L'onorevole Collotta, per urgenti affari di famiglia, chiede un congedo di 15 giorni; il deputato Legnazzi, per motivi di salute, domanda un congedo di cinque giorni.

(Godesti congedi sono accordati.)

TORRIGIANI. Io chiedo la parola perché sia dichiarata d'urgenza la legge presentata il 14 di questo mese dagli onorevoli ministri d'agricoltura e commercio, e da quello di finanze. Si tratta della istituzione di consorzi per la irrigazione.

Molto saviamente il Ministero, nelle sue conchiusioni della relazione che precede il progetto di legge, ha avvertito che per questo progetto di legge l'Italia può sperare di veder triplicati i suoi prodotti, cambiando in suolo irrigabile quello che oggi non è che a coltivazione asciutta.

Io so in quale condizione si trova la Camera in questo momento; tuttavia mi ha fatto piacere di vedere che ieri o ieri l'altro il ministro di finanze ha chiesto l'urgenza del progetto di legge che si riferisco alla Banca Nazionale Toscana. Io desidererei che il progetto di legge, di cui chiedo l'urgenza, vada al Comitato, e sia nominata la Commissione che studierà intanto questo grave argomento; e se in qualche ritaglio di tempo la Camera potrà deliberare sul progetto medesimo, io credo che ne deriverà un profitto grandissimo a tutto il nostro paese.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni in contrario, sarà dichiarata d'urgenza la proposta di legge sulla istituzione dei consorzi per l'irrigazione.

VALERIO. Domando la parola per una mozione d'ordine.

PRESIDENTE. L'onorevole Valerio ha la parola per una mozione d'ordine.

VALERIO. Io vorrei pregare l'onorevole presidente di permettermi di depositare sul banco della Presidenza due emendamenti che propongo alla legge sulle convenzioni ferroviarie.

3504 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Sebbene la relazione non sia ancora presentata, e il progetto di legge non sia ancora all'ordine del giorno, mi pare che sarebbe guadagnare tempo, mandando questi emendamenti alla Commissiono, e si facessero stampare perché così si avesse poi l'avviso della Commissione stessa.

PRESIDENTE. Onorevole Valerio, la prego di trasmettermi questi emendamenti, e la Presidenza avrà cura di farli stampare e trasmetterli alla Commissione.

DISCUSSIONE DEL DISEGNO DI LEGGE PEL CONCORSO DELLO STATO NELLE SPESE DI SISTEMAZIONE DEL PORTO DI REGGIO DI CALABRIA.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca la discussione sul progetto di legge pel concorso dello Stato nelle spese di sistemazione del porto di Reggio di Calabria. (V. Stampato n° 127)

La discussione generalo è aperta. Se nessuno chiede di parlare, si passa alla discussione degli articoli.

(I seguenti articoli sono approvati senza discussione.)

«Art. 1. È autorizzata la costruzione del porto di Reggio in Calabria da eseguirsi in 6 anni in base al progetto di quell'ufficio del genio civile e per la spesa di lire 3,040,000.

«Art. 2. Le opere saranno appaltate per asta pubblica entro il 1870 dal municipio di Reggio di Calabria; saranno eseguite sotto la direzione tecnica ed amministrativa degli ufficiali del Governo, e pagate dallo stesso municipio a misura dell'avanzamento dei lavori.

«Art. 3. Il contratto dopo l'asta dovrà essere approvato dal Ministero dei lavori pubblici, ed i patti ed il progetto delle opere non potranno essere in alcuna parte modificati senza la previa autorizzazione del Governo.

«Art. 4. Il comune di Reggio di Calabria è sostituito allo Stato nel diritto di richiedere e di riscuotere,

I secondo la legge 20 maggio 1865 sulle opere pubbliche, le quote di concorso della provincia e degli altri comuni del circondario nella spesa approvata colla presente legge.

«Art. 5. Lo Stato soddisferà la quota che gli spetta a termini di legge per l'opera suindicata in tante rate annuali di lire 125,000 da inscriversi nei bilanci dei lavori pubblici, a partire dal 1873, e da pagarsi al comune di Reggio di Calabria allo scadere d'ogni anno sempreché i lavori siano regolarmente progrediti in relazione all'articolo 1.

«Sulle quote dovute dallo Stato non decorrerà alcun interesse.»

DISCUSSIONE DEL PROGETTO DI LEGGE PER AUTORIZZAZIONE DELLE SPESE DI COMPIMENTO DEL GRAN MOLO DI BARI.

PRESIDENTE. Si passa alla discussione del progetto di legge per autorizzazione delle spese di compimento del gran molo del nuovo porto di Bari. (V. Stampato n° 126)

La discussione generale è aperta.

Nessuno chiedendo la parola, si passa alla discussione degli articoli.

(Sono approvati senza discussione i seguenti articoli.)

a Art. 1. È autorizzata la sistemazione del porto di Bari mediante la spesa di lire 4,200,000, in base al progetto dell'ufficio del Genio civile di Bari, e da eseguirsi nel termine di otto anni decorrendi dall'approvazione del contratto, salva al comune di Bari la facoltà di convenire coll'impresario dell'opera un termine più breve, restando a carico del comune l'onere derivante da questo patto.

«Art. 2. Le opere di sistemazione saranno appaltate per asta pubblica dal municipio di Bari entro il 1870, eseguite secondo il progetto e l'annessovi capitolato, sotto la direzione tecnica ed amministrativa degli ufficiali del Governo, e pagato dallo stesso municipio a misura dell'avanzamento dei lavori.

«Art. 3.11 contratto dopo l'asta dovrà essere approvato dal Ministero dei lavori pubblici, e non potranno né i patti né il progetto delle opere essere in alcuna parte modificate senza la previa autorizzazione del Governo.

«Art. 4. Il municipio di Bari è sostituito allo Stato nel diritto di chiedere e riscuotere, secondo la legge 20 marzo 1865 sullo opere pubbliche, le quote di concorso della provincia di Bari e degli altri comuni del circondario nella spesa approvata colla presente legge.

«Art. 5. Lo Stato soddisferà la quota che gli spetta a termini di legge per l'opera suindicata, mediante tante annualità di lire 175,000 da iscriversi nei bilanci dei lavori pubblici a partire dal 1873, e da pagarsi al comune di Bari, con che i lavori progrediscano regolarmente in relazione all'articolo 1.

«Questa somma sarà dal Governo ritenuta sulle ultime tre rato del suo concorso nella spesa per la costruzione del porto di Bari.

«Frattanto il municipio, a cominciare dal 1871, corrisponderà allo Stato, a semestri maturati, l'interesse nella misura del 4 per cento sull'anzidetta somma di j lire 382,498 08, stanziando la relativa spesa nei bilanci comunali come spesa obbligatoria.

«Sulla quota a carico dello Stato non decorrerà alcun interesse.

«Art. 6. Il municipio di Bari si obbliga di pagare direttamente allo Stato il debito arretrato dei diversi enti interessati nell'opera del porto di Bari nella somma rilevante in capitali ed interessi a lire 382,498 08, cioè:

3505 TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

«Metà del capitale anticipato dallo Stato .

per le prime opere del porto............................................. L. 318,748 40

Interessi al 4 per cento dal 1866 a....................................

tutto il 1870 aggiunti a detto capitale.»............................ L. 63,749 68

Totale L. 382,498 08

«Il municipio di Bari è sostituito allo Stato nel diritto di richiedere e riscuotere dagli altri enti interessati nel porto di Bari, le quote da ciascuno di essi dovute tanto per capitale quanto per interessi, di cui nel presente articolo. Tali quote di debito saranno annualmente stanziate nei rispettivi bilanci della provincia e dei comuni cointeressati, siccome spese obbligatorie.»

Si passerà allo squittinio segreto sul complesso dei due progetti di legge testé votati per articoli.

(Si procede all'appello nominale.)

INTERROGAZIONE DEL DEPUTATO CORTE.

PRESIDENTE. Essendo presente l'onorevole presidente del Consiglio, gli do comunicazione della seguente interrogazione:

«II deputato Corte desidera d'interrogarlo circa le misure prese per assicurare la regolarità del servizio telegrafico internazionale durante la guerra che sta per incominciare tra la Francia e la Prussia.»

Prego il signor ministro a dichiarare se e quando intenda di rispondere a questa interrogazione.

LANZA, ministro per l'interno. Io sono pronto a rispondere subito.

CORTE. Ieri io udii con lieto animo l'esplicita dichiarazione di neutralità, fatta a nome del Governo, dall'onorevole presidente del Consiglio. Io spero che non dissimile sia il parere ed il desiderio della nazione a questo riguardo, e che per conseguenza cesseranno tutte quelle dimostrazioni che si sono fatte, e che noi tutti deploriamo, in quanto che siffatti clamori contro rappresentanti di potenze estere fanno torto al sentimento civile del paese.

Però io credo che, a mantenere in esso un sentimento di neutralità, convenga che possa avere informazioni esatte.

Ora noi sappiamo che la massima parto delle notizie telegrafiche, le quali vengono in Italia, sono ricevute dall'agenzia Stefani per mezzo dell'agenzia Havas, la quale attinge più specialmente le sue ispirazioni attraverso il sentimento pubblico francese. Ora, a parer mio, affinché i nostri concittadini possano conservarsi neutrali ed imparziali nei loro apprezzamenti, è necessario che abbiano pure per altri mezzi i ragguagli che possono venire dal campo opposto al francese.

Io quindi desidererei che il Governo provvedesse in modo che, mentre noi riceviamo i telegrammi per la via di Parigi, per mezzo dell'agenzia Stefani, li possiamo anche ricevere direttamente per la via di Berlino. Così vi sarebbe il contraddittorio delle notizie, che io suppongo che non giungerebbero mai pienamente esatte da nessuno dei due campi, perché noi tutti sappiamo che in fatto di bulletins militaires la verità è sorella carnale della bugia. Solo col sentire le due parti si viene a conoscere la verità.

Io voglio sperare che l'onorevole presidente del Consiglio dei ministri darà i provvedimenti opportuni perché noi possiamo avere le notizie direttamente dal campo prussiano, come le abbiamo ora per mezzo dell'agenzia Havas e dei telegrafi di Parigi.

MINISTRO PER L'INTERNO. Son grato ali' onorevole Corte, e mi associo al voto da lui espresso che cessino le dimostrazioni di piazza, lo quali tendono a volere, direi, imporre una politica, un'alleanza piuttostoché un'altra, al Governo. Siffatte manifestazioni in uno Stato costituzionale non possono che essere deplorevoli, inquantochè hanno la sembianza (benché in fatto non raggiungeranno l'intento mai), hanno la sembianza, dico, di voler esercitare una pressione sui poteri costituiti...

MICELI. Domando la parola.

MINISTRO PER L'INTERNO. Non so se l'onorevole Miceli voglia contraddire la mia asserzione, ma io ripeto che un Governo regolare, che voglia mantenere illese le istituzioni nazionali...

Una voce a sinistra. È la neutralità che vuole il paese.

MINISTRO PER L'INTERNO... non devo permettere tali dimostrazioni e non le permetterà: siamo bene intesi.

Venendo poi al merito dell'interrogazione mossa dall'onorevole deputato Corte, vale a dire se il Ministero abbia già avvisato ad assicurare la regolarità del servizio telegrafico internazionale durante la guerra, posso accertarlo che, se a tal uopo non si sono ancora prese disposizioni, perché non è ancora il caso, tuttavia all'evenienza il Governo non mancherà di dare i provvedimenti valevoli a far sì che, per quanto sarà possibile, ci possano giungere notizie esatte dei fatti compiuti dalle parti belligeranti, e, se si potesse dubitaro che le notizie le quali provenissero da un luogo, fossero alterate, queste potessero essere corrette da quelle che ci giungessero dall'altra parte.

Per buona sorte le linee telegrafiche "a quest'ora sono talmente moltiplicate che, senza badare alle distanze, è facile cosa procacciarsi ragguagli da vari lati. Per tal guisa vi potrà essere un controllo il quale farà emergere la verità per quanto sia possibile ottenerla.

3506 CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

In quanto alle agenzie telegrafiche che possono dipendere dal Ministero, esso non mancherà di dare suggerimenti opportuni per ottenere appunto per le linee più sicure le notizie che possono e debbono interessare il paese.

CORTE. Ringrazio l'onorevole ministro per l'interno della risposta fattami, ma credo che sarà opportuno che i provvedimenti che egli dice essere disposto a dare per assicurare la regolarità del servizio telegrafico internazionale, siano dati prontamente. Mi pare che anche adesso, prima ancora che incominci il conflitto, sia bene che abbiamo le notizie da entrambi i lati e non quelle soltanto che ci si trasmettono sotto il solo punto di vista dell'interesse francese.

MICELI. Ho chiesto la parola allorché l'onorevole presidente del Consiglio esprimeva, riguardo alle dimostrazioni politiche, alcune massime che io non posso accettare. Egli stigmatizzava le dimostrazioni, dicendo che esse danno sembiante d'una pressione che il popolo vuole esercitare sul Governo, che sono sconvenienti e non devono essere permesse in un Governo costituzionale.

Domanderò all'onorevole presidente del Consiglio in quale specie di Governo, se non nei Governi liberi, sieno permesse le dimostrazioni, colle quali il popolo, un numero qualunque di cittadini, esprima i suoi sentimenti in occasione di qualche grande avvenimento che agiti il paese. (Mormone a destra) Guai, signori, se fosse accettata la massima che il popolo d'un paese retto a libere istituzioni non abbia il diritto di manifestare solennemente, in modo non vietato dalla legge, quali sieno le sue aspirazioni, i suoi desiderii! (Interruzioni)

DI S AMBII Y. Bella politica far chiasso in piazza!

MICELI. Quando il popolo creda di dovere andare in piazza e ciò faccia senza violar le leggi, nessuno ha il diritto d'impedirglielo col pretesto che cerchi di esercitare una pressione sul Governo o sul Parlamento. La legge punisce le colpe che commettessero i dimostranti, e questo basta. (Interruzioni)

Sappiano gli interruttori che le dimostrazioni popolari hanno qualche volta salvato i Governi da passi pericolosi che stavano per dare. (Nuovi rumori di dissenso al centro)

DI SAMBUY. Mai! mai!.

MICELI. Il popolo deve manifestarsi come può quando nella Camera dei deputati si chiude la bocca ai suoi rappresentanti. Da due anni Ministero e maggioranza ci vietano di discutere sui più gravi interessi dello Stato ora con un pretesto, era con un sotterfugio, e noi minoranza ormai non sappiamo a qual mezzo ricorrere per farci udire sopra taluni argomenti.

Quindi il popolo fa bene quando talvolta esprime direttamente l'animo suo ed insegna il dovere a chi lo sconosce.

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Massari. L'avverto però che non posso lasciar aprire una discussione in proposito.

MASSARI G. Io comprendo che siamo fuori del regolamento; ma, avendo l'onorevole Miceli presa la parola, io mi credo in debito di pregare il presidente a darla a me e non ne abuserò. Mi basterà di fare una semplice dichiarazione, vale a dire di affermare nel modo il più esplicito che da questa parte della Camera ci associamo senza riserva alle parole che ha pronunziato l'onorevole presidente del Consiglio intorno alle dimostrazioni, e in pari tempo ci compiacciamo di vedere che su quei medesimi banchi non vi è accordo su questo proposito, poiché l'onorevole deputato Corte nel muovere la sua interrogazione ha detto delle dimostrazioni ciò che assolutamente noi ne pensiamo.

Queste dimostrazioni non solo sono contrarie allo spirito di libertà, non solo sono contrarie ai doveri di un popolo civile, ma sono anche contrarie ai nostri interessi.

CARINI. Sono anche ridicole. Voci a sinistra. Sono apprezzamenti, sono opinioni individuali.

PRESIDENTE. Io non posso lasciare aprire una discussione su questo incidente.

Do comunicazione alla Camera del risultamento della votazione sopra i due progetti:

Sul progetto di legge per la sistemazione del porto in Reggio di Calabria.

Presenti e votanti 235

Maggioranza 118

Voti favorevoli 206

Voti contrari 29

(La Camera approva.)

Sul progetto di legge per sistemazione del porto di Bari:

Presenti e votanti 235

Maggioranza 118

Voti favorevoli 207

Voti contrari 28

(La Camera approva.)

SEGUITO DELLA DISCUSSIONE DELLO SCHEMA DI LEGGE

PER LA CONVENZIONE COLLA BANCA NAZIONALE.

PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca il seguito della discussione generale del progetto di legge relativo alla convenzione colla Banca Nazionale.

Onorevole Seismit-Doda, tocca a lei a parlare; il signor ministro delle finanze sarà fra pochi minuti qui; mi pare quindi che ella potrebbe cominciare a parlare.

La Presidenza si è data cura di mandar a sollecitare il signor ministro, ed è già un po' di tempo, sicché non può tardare a giungere. (Conversazioni)

3507 - TORNATA DEI, 20 LUGLIO 1870

Onorevole Miceli, l'invito a far silenzio; onorevole Arrivabene, la prego a prendere il suo posto.

MICELI. (Al deputato Arrivabene) In Inghilterra non fanno così.


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[Discorso del deputato Seismit-Doda contro il progetto]

SEISMIT-DODA. Mi si permetta una dichiarazione. Siccome parecchie delle cose che avrei a dire, sin da principio, si riferiscono personalmente all'onorevole ministro delle finanze, io non vorrei aver l'aria davanti alla Camera di approfittare della sua assenza.

Pregherei quindi, siccome non trattasi che di pochi minuti, di volere attendere l'onorevole ministro.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Il ministro delle finanze è in ritardo a venire alla Camera perché è occupato di altri affari gravi. D'altronde egli credeva che, essendovi all'ordine del giorno due altri progetti di legge, la Camera per avventura si sarebbe intrattenuta di più sopra i medesimi.

Del resto mi pare che l'onorevole Seismit-Doda non dovrebbe aver difficoltà di incominciare il suo discorso, perché il Ministero è qua sufficientemente rappresentato, ed all'evenienza qualcuno dei ministri presenti potrebbe sempre rispondergli. Del resto si prenderanno le note necessario onde il ministro delle finanze sia informato degli argomenti che l'onorevole Seismit-Doda potrà addurre per sostenere la sua tesi. Credo per conseguenza che non vi sia motivo di differire la continuazione di questa discussione.

SEISMIT-DODA. Non ho allarmato, come quasi parrebbe dalle parole dell'onorevole presidente del Consiglio, che siavi sconvenienza da parte dell'onorevole Sella nel non trovarsi ora alla Camera. Se ho accennato a questa assenza, comprendo però benissimo che le necessità dell'amministrazione possano avere ritardato il suo arrivo. Soltanto prego l'onorevole Lanza, per quella cortesia che è abituale in lui, di non insistere affinché io parli prima che sia presente l'onorevole ministro delle finanze, perché, ripeto, dovrò dire cose che egli può avere interesse di udire. Se si trattasse di una questione complessa, politica, ministeriale, in cui l'onorevole presidente del Consiglio potesse rispondere con piena cognizione di causa, capirei l'obbiezione; ma trattandosi di un argomento speciale e di cose per le quali si potrebbe poi dire che, assente il ministro delle finanze, io abbia asserito fatti che lo riguardavano personalmente, mentre egli non poteva replicare, io mi rimetto alla convenienza dei miei colleghi, onde giudichino se credano che io debba incominciare , se così loro parrà, io sono pronto.

Voci a sinistra. Aspetti! Aspetti!

Voci a destra. Parli! Parli!

SEISMIT-DODA. Mi si permetta di aggiungere ancora questo. Io parlo, ora, a malincuore in questa discussione; ma, nella mia posizione personale, dopo la parte che presi all'inchiesta sul corso forzoso, non posso esimermi; lo avere accennato a quella inchiesta farà comprendere come io mi trovi nella necessità di pregare che si voglia attendere la venuta dell'onorevole Sella, che ebbi a collega nella inchiesta medesima.

Voci a sinistra. Aspetti! Aspetti!

Voci a destra Parli! parli!

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Mi perdoni: il voler tenere la Camera qui oziosa, unicamente perché il ministro delle finanze può tardare dieci minuti a venire, mi pare che sia un richiedere troppo, e che non sia nemmeno secondo le consuetudini e i riguardi che si debbono al Governo quando in questo recinto vi sono altri ministri che potrebbero rispondere, ove occorresse, e che d'altronde, come ho detto, prenderebbero delle note le quali comunicherebbero poi al ministro di finanze.

Voci Parli! Parli!

SEISMIT-DODA. Mi arrendo volentieri all'insistente desiderio dell'onorevole presidente del Consiglio, sperando che sia per giungere tra breve l'onorevole ministro delle finanze.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO. Si è già fatto chiamare.

(In questo momento entra nella sala il ministro per le finanze.)

SEISMIT-DODA. Signori, per quanto, in mezzo agli accorgimenti politici che sogliono regnare in un'Assemblea, possa parere ingenua la dichiarazione che premetto al mio discorso, debbo confessare che quest'oggi io parlo commosso, e parlo a malincuore.

Parlo commosso, perché nella grande questione della quale ora si va occupando la Camera, ed a cui s'interessa così vivamente tutto il paese, non posso non rammentarmi come, sollevata da me in questo recinto, or fanno più che due anni, i fatti che dappoi si succedettero permettevano di logicamente sperare una soluzione ben diversa da quella che purtroppo prevedesi sarà per avere, colpa le circostanze malaugurate in mezzo alle quali ora si va discutendo.

Parlo a malincuore perché, scorgendo, da un lato, la stanchezza della Camera dopo le lunghe discussioni avvenute, sotto l'impazienza del caldo, della stagione, e quella ancora più cocente delle condizioni politiche di Europa improvvisamente mutate, scorgo, dall'altro lato, di trovarmi oggi in quest'Aula quasi solo dei membri della Commissione d'Inchiesta sul corso forzoso, il cui lavoro dovrò quindi da solo difendere.

Queste circostanze potranno togliere alle mie parole quell'efficacia che viene, non soltanto dalla profonda convinzione di chi le proferisce, ma benanche dalla salda fiducia di vedere con esse agevolato il trionfo di quei principii da cui sono dettate.

3508 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Nondimeno io debbo a me stesso, debbo ai miei colleghi della Commissione d'Inchiesta, debbo, mi si permetta l'affermarlo, ai vaia precedenti in questo argomento, qualche parola, non fosse altro, di protesta; tanto più dopo l'inatteso atto di accusa ieri formulato dall'onorevole Maurogonato contro quella Commissione.

Stuart Mill disse che una convinzione vale per cento interessi, ed io credo dicesse perfettamente il vero, ed aggiungo che soltanto gli uomini convinti si fanno ascoltare.

Ieri, o signori, con assidua attenzione io seguii il discorso dell'onorevole Maurogonato, al quale dovrò più tardi rispondere. Confido che dal lato della Camera in cui egli siede mi si vorrà cortesemente accordare pari attenzione, se pure è vero, come non dubito, che, in una grande Assemblea politica, le oneste convinzioni vadano rispettate.

Dov'è oggi, o signori, la Commissione d'Inchiesta sul corso forzoso? La più parte dei suoi membri ne andò dispersa; ma uno tuttavia ne scorgiamo, seduto al banco dei Ministri, l'onorevole Sella.

Libero a lui, atteggiandosi a quell'indefinibile suo sorriso tra la bonarietà e l'ironia, libero a lui di guardare ora alle Conclusioni della nostra Inchiesta con l'ironica compassione di chi contempla il lacero avviso di uno spettacolo già dato.

Ma lo spettacolo degli errori che si sono avvicendati per dieci anni, palleggiati dall'uno all'altro Ministro, nella questione della libertà del credito in Italia, quello spettacolo dura sempre pur troppo e nella memoria di tutti, e nelle presenti infelici condizioni del regno.

Si ha un bel dire, o signori, che la Commissione di Inchiesta non esiste più, che i suoi membri ne andarono quasi tutti dispersi.

Infatti, Cordova, presidente, anima e onore della Commissione, rapito immaturamente alla scienza, al Parlamento, all'Italia; Alessandro Rossi, lo schietto e coraggioso industriale che nella Commissione combatté i sofismi di alcuni industriali, i quali proclamavano il corso forzoso un dazio protettore delle nostre industrie, Alessandro Rossi relegato nel silenzioso stallo del Senato (Movimento); Lampertico, uomo dall'ingegno acuto ed onesto, convinto delle verità economiche da lui professate, malgrado i rimproveri che gliene vennero dai suoi amici politici, ritiratosi, stanco della lotta, dimissionario; ritiratosi pure dai lavori della Camera il Lualdi, industriale, scoraggiato dall'inanità delle fatiche parlamentari; l'onorevole Sella, ora ministro, tornato ai primi amori, pentito del lampo di pentimento che gli balenò agli occhi della mente nella storica sala di Leone X, votando con noi contro il monopolio, di cui, per due volte Ministro prima d'allora, era stato il più tenace fautore in Italia.

Rimaniamo sulla deserta soglia, come esitanti e perplessi di trovarci così soli, noi due, uno rimpetto all'altro, l'onorevole Messedaglia ed io, concordi in alcuni grandi principii economici, che ci condussero ad un voto concorde, divisi in alcuni apprezzamenti, nei quali, vogliasi o no, la tiranna politica suole imporsi talvolta anche ai più splendidi ingegni.

Ebbene, o signori, non importa; la Commissione, gli è vero, ne' suoi membri è materialmente disciolta; non importa; non ci fossi più nemmeno io, non importerebbe punto.

Gli uomini passano e mutano; è il loro destino; ma i principii rimangono, lottano e progrediscono; e questo è il destino della verità, che sopravvive a tutti e cammina con le generazioni e col tempo. Dato il fatto, sopprimete pure i nomi, il fatto rimane. I nostri tre volumi non possono ormai venire soppressi; il nostro faticoso lavoro ha fatto, grazie al cielo, e va facendo cammino nell'opinione pubblica, malgrado i detrattori che lo assalirono e di fronte e alle spalle, malgrado il vespaio d'interessi feriti che ha suscitato sin dal suo primo apparire. «

Il conte Cambray-Digny, quando era Ministro, ebbe un bell'allontanare dalle labbra il calice amaro delle conclusioni dell'Inchiesta. Noi, della Commissione, senza distinzione di partiti politici, perfettamente convinti della necessità delle conclusioni che avevamo adottato, non ce ne siamo preoccupati; attendevamo con calma l'onorevole conte Cambray-Digny al varco, e lo lasciavamo arrovellarsi nei suoi espedienti di finanza e di concerti con la Banca, finché egli venisse ad una proposta, cui evidentemente lo traeva il suo fato. Ed egli vi venne, e presentò le sue tre Convenzioni finanziarie nel maggio 1869, auspice l'onorevole Minghetti, in allora Ministro di agricoltura e commercio, coll'assenso del quale il conte Cambray-Digny dichiarava di presentarle, ed anzi soggiungeva averne dovuto ritardare la presentazione per avere quell'assenso, come dichiarò in questo recinto.

Quel giorno adunque, mentre sulla soglia di questa sala l'onorevole conte Cambray-Digny stava con trepida ansia attendendo l'esito delle nostre discussioni, udì ripetere intorno che le tre Convenzioni erano state respinte dal Comitato, alla quasi unanimità, o che le conclusioni della Commissione d'Inchiesta sul corso forzoso avevano per conseguenza trionfato!

In quel giorno l'onorevole Sella non fu degli ultimi a rallegrarsene. Se ne rammenta egli? Ben io rammento le parole cortesi di rallegramento, con cui egli, alludendo alla modesta parte che nel Comitato io aveva preso a quella discussione, si compiacque con me dell'esito toccato a quelle Convenzioni, dalle quali la perpetuità del monopolio sarebbe stata sancita per legge. Ed era naturale che l'onorevole Sella se ne rallegrasse. Non aveva egli cooperato, coi suoi studii e coll'autorità del suo nome, a far trionfare quelle conclusioni che unanime la Commissione d'Inchiesta aveva adottate?

Ed è appunto su queste stesse conclusioni che ora, heu! quantum mutatus ab ilio! l'onorevole. Sella vorrebbe stendere l'ingrato velo dell'obblio,

3509 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

ripetendo per l'Inchiesta, di cui fece parte, quei versi del Giusti:

«Brontoliamoci un requie

«Senza tanti discorsi.»

Tenace nelle sue volontà, come da molti viene ritenuto, e come alcuni fatti farebbero credere, l'onorevole i Sella, tornato al potere, dopo avere votato con noi per la libertà delle Banche, dopo avere collaborato all'Inchiesta, distrugge con le sue mani il proprio lavoro; nuovo Saturno, egli divora i suoi figli.

Ma del resto, Signori, questa sua mutabilità non è cosa nuova. Voi vedeste testé, nella discussione della legge sui provvedimenti di finanza, con quanta pieghevolezza l'onorevole Sella, guidando la sua barca a seconda del vento, si compiacesse di recedere, in gravi questioni economiche ed amministrative, da quei propositi che, con apparente fermezza, aveva dapprima propugnati, aderendo ora a quanto la Commissione! dei Quattordici esigeva, onde creare una coalizione a favore suo, e trovare qualche propizia aura politica per cui quella barca senza remi potesse giungere in porto. In una sola cosa egli seppe sempre, come oggi, tenere fermo il timone contro ogni vento, contro ogni fortuna; nel volere, cioè, a qualunque costo, arbitra del credito del paese, e della finanza dello Stato, la Banca da lui già fatta potente.

Non fu la sua, nell'anestesia, or me ne avvidi, una convinzione profonda; non fu il suo voto un lampo di luce; fu l'effetto, direi quasi, d'uno stordimento momentaneo dinanzi ai fatti che egli si trovava presenti, dinanzi all'unanime consenso d'uomini che appartenevano al suo stesso partito politico, essendomi trovato io come solo della Opposizione in quella Commissione, dinanzi a fatti che i suoi stessi colleghi di destra ravvisavano come ineccepibili a giustificare quelle Conclusioni che egli pure ha votato.

Forse qualche altro movente vi sarà stato per lui nell'aderire a quel voto; forse, ed ho motivi per crederlo, un desiderio anche maggiore di quello che non provassi io, membro dell'Opposizione, di fare della grande questione economica del corso forzoso una questione politica, per osteggiare il ministro Cambray-Digny.

Rammento che, quando si trattò della limitazione del corso forzoso, e della cifra da stabilirsi, l'onorevole Sella, dopo averla proposta in 600 milioni, anziché in 700 come voleva la Commissione, chiese nondimeno che si potessero emettere dalla Banca altri 100 milioni di carta inconvertibile, purché il contratto della Regia non avesse luogo. Una proposta valeva l'altra. Ma questo fatto spiega parecchie cose accadute dappoi, come anche il suo voto di allora.

Ciò premetto a giustificazione della penosa necessità in cui mi trovo, davanti all'onorevole Sella, di dirgli ora pubblicamente e francamente tutto

l'animo mio intorno alla parte che egli ebbe nell'Inchiesta sul corso forzoso, e tanto più dopo che per un momento ebbi la semplicità di credere che, tornato Ministro, avesse la forza di mutare sistema, dì smettere la vecchia giubba con cui erasi altra volta presentato al paese nelle questioni del credito, e volesse afferrare la questione, studiarla meglio e risolverla in modo degno del suo ingegno, d'un uomo di Stato, in modo degno del paese.

Confesso, o Signori, di avere subito una delusione che mi è riescita amara; confesso che adempio oggi ad un penoso dovere constatando dinanzi a voi come l'onorevole Sella sia pur troppo rimasto, nella questione bancaria, l'uomo di un tempo. Dovrei soggiungere: tanto peggio per lui, se della sua ostinatezza non toccasse l'espiazione al paese!

Ed ora, eccomi ad analizzare il primo frutto di questa ostinatezza, la Convenzione che l'onorevole Sella vuole approvata.

Riassumerò, anzitutto, il concetto che io mi sono formato di questa Convenzione, nei seguenti punti:

1° Essa abroga la legge della limitazione dei biglietti di Banca inconvertibili, legge che, infranta una volta, potrà esserlo ancora;

2° Essa perpetua indefinitamente, senza misura di tempo, il corso forzoso dei biglietti di Banca;

3° Anziché separare lo Stato dalla Banca, crea tra loro nuovi e pericolosi rapporti, e ne restringe maggiormente i vincoli;

4° Questa Convenzione deride e annulla i voti formulati ad unanimità dalla Commissione d'Inchiesta sul corso forzoso, della quale fu parte anche l'onorevole Sella.

Esaminiamo ora, o Signori, nelle sue parti essenziali simile Convenzione, e vediamo qual sia lo scopo precipuo, finanziario, che con essa l'onorevole Sella si prefigge ottenere; poiché egli ha affermato che il lato virtuale della Convenzione consiste nel provvedere ai bisogni del Tesoro; e, per un di più, secondariamente, provvede in pari tempo (vedete fortunata combinazione!) all'abolizione del corso forzoso.

L'ottenimento di 122 milioni, in un momento di bisogno per le finanze dello Stato, è quindi lo scopo precipuo di questo progetto. Dei 122 milioni 72 si avranno in carta, e 50 in oro, tolto dalla riserva metallica della Banca.

Prelevando 50 milioni alla riserva metallica della Banca, il Ministro la riduce di quasi un terzo.

Ma in quei 50 milioni ve ne hanno 23 e due terzi di proprietà dello Stato, che lo Stato ha versato per avere i 100 milioni della anticipazione stipulata nel 1867 dall'onorevole Rattazzi, mediante deposito di obbligazioni dell'Asse ecclesiastico. Dunque in realtà la Banca non da che 26 milioni ed un terzo. Quei 23 milioni li doveva rendere, per patto stabilito,

3510 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

quando la Banca si fosse rimborsata, mediante la vendita della Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico, dei 100 milioni anticipati durante l'amministrazione del conte Cambray-Digny in base al deposito di quelle Obbligazioni.

I 23 milioni dello Stato dalle casse della Banca tornano dunque allo Stato. Su questa somma di 50 milioni, improduttiva per essa, la Banca, mediante quella meschina misura d'interesse, che l'onorevole Maurogonato ieri decantava, di 60 centesimi, va ad usufruire 300 mila lire all'anno di interessi; primo vantaggio per essa dell'acconsentire che la sua riserva metallica non sia rispettata, come i suoi statuti vorrebbero, e come dovrebbe farsi scrupolo di rispettarla il Ministro.

È poi curioso a vedersi che delle 300 mila lire d'interessi che la Banca va a percepire sopra un fondo che dovrebbe guarentire una sua tripla circolazione di biglietti, 134 mila lire, circa, saranno interessi che lo Stato paga alla Banca sopra una somma che è sua, dello Stato, e che egli ora ritira, mediante la quale somma soltanto la Banca ha potuto emettere quei 100 milioni di carta, delle Obbligazioni 1867, che ora godranno l'interesse di 60 centesimi per ogni cento lire, ossia 600 mila lire all'anno!

Vede la Camera come sia artificioso il congegno dell'apparente tenuità d'interesse in soli 60 centesimi; attesoché lo Stato consente a pagarli anche per quella porzione di riserva metallica la quale fu da lui somministrata, e mediante la quale soltanto la Banca fu in grado di emettere i 100 milioni di carta, contro il deposito delle Obbligazioni dell'asse Ecclesiastico.

Non avvi mestieri, o Signori, di dimostrare che gli effetti della diminuzione della riserva metallica sono gravissimi pel disagio della carta circolante; il portatore del biglietto a corso forzoso ha sempre presente la possibile e sperata evenienza del cambio; ma, comunque si volesse addivenire all'abolizione del corso forzoso, il cambio avrebbe tanto minor apparenza di poter essere ripreso e continuato sul serio, quanto minore fosse la riserva metallica accumulata dalla Banca per farvi fronte.

La proporzione della riserva metallica della Banca, con la sua circolazione, portata ad 800 milioni, diverrebbe di circa 1 a 8. E devesi inoltre riflettere che, con la proposta Convenzione, più diminuisce il debito dello Stato poi 500 milioni, più la Banca deve prepararsi con incetta d'oro alla possibilità del cambio, pel quale, intrapreso che fosse, dopo sì lunga attesa, forse la proporzione del terso in riserva metallica non basterebbe. E di tanto la Banca dovrebbe restringere le sue operazioni di sconto ed anticipazione di quanto le occorresse impiegare i suoi biglietti, il cui maximum non potrà essere ecceduto, in acquisto di metallo coniato.

La riserva metallica delle altre Banche di Europa, paragonata alla misura in cui cadrebbe quella della Banca Sarda con questa Convenzione, ci costringerebbe a vergognarci della nostra imprevidenza. Perfino la Banca di Vienna ha una riserva, che equivale, se ben rammento, al 25 per cento della sua circolazione.

Non parliamo di altre Banche di Europa: quella di Francia, a ragion d'esempio, ha una riserva metallica che supera da qualche tempo il miliardo, e quasi eguaglia il quantitativo della sua carta circolante.

Soltanto 117 milioni di riserva metallica rimarrebbero alla Banca Sarda colla Convenzione-Sella, di fronte ad 800 milioni di biglietti circolanti. Noi saremmo i soli in Europa a possedere, come guarentigia in contanti, il valore di circa un settimo della carta che ogni giorno spendiamo come moneta.

Ed è importante, o Signori, eziandio il riflettere come la Banca Nazionale Sarda, con un capitale sociale versato di soli 80 milioni, verrebbe a porre in circolazione il decuplo del capitale stesso, ed avrebbe somministrato allo Stato più di sei volte il suo capitale sociale, con 500 milioni di credito verso di lui, contro 80 milioni versati dai suoi azionisti!

Qual magnifico intreccio di guarentigie per tutti!

Ma qui sorgono, o Signori, ancora più importanti considerazioni.

Con quale diritto l'onorevole Sella, così geloso degli statuti degli stabilimenti di credito, come si è professato, con qual diritto un Governo civile tocca la riserva metallica della Banca?

Esiste questo diritto? Da qual codice, in qual modo venne sancito? Costoro ci rispondono: il diritto esiste.

Ieri udii sostenere questa singolare teoria; e con molta meraviglia la udii sostenere dall'onorevole Maurogonato, del quale dovrò parlare a disteso più tardi. Ma sin d'ora mi si permetta di dichiarare nettamente che la mano del Governo non deve mai frammettersi ad alterare violentemente i rapporti che esistono fra un Istituto di credito ed i cittadini, i quali prendono la sua carta come moneta, e sono i veri, i soli proprietarii, come portatori dei biglietti pagabili a vista di quell'Istituto, della sua riserva metallica.

È viva ancora in Italia la memoria dell'esecrazione che si suscitò contro i Borboni per la manomessione del Tesoro del Banco di Napoli, che, non costituito da azionisti, appartiene al pubblico.

La Banca sarebbe prosciolta dall'obbligo della corrispondente riserva metallica pei 500 milioni, di cui figurerebbe essere creditrice verso lo Stato. Ora non è prosciolta da quell'obbligo che per 278 milioni; attesoché i 100 milioni emessi sulle obbligazioni del 1867 hanno (se la cose restassero come ora si trovano) completa la loro riserva metallica, provveduta, come dissi poc'anzi, dallo Stato medesimo. Quindi, in realtà, il conto da farsi è questo,

3511 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

che, oltre i 278 milioni, ora esenti da qualsiasi riserva in oro, se ne avrebbero adesso altri 222 per completare i 500 milioni in carta data al Governo.

Il vero corso forzoso, cioè, a meglio spiegarmi, il titolo della inconvertibilità di tutta la carta della Banca si consoliderebbe di poco meno che il doppio; e così, posto che la Convenzione sia ammessa, in luogo di avere circa 170 milioni d'oro in guarentigia dei suoi biglietti ammontanti a 750 milioni, la Banca ne avrebbe 117 per guarentirne 800. Oggi (dedotti i 278 milioni di carta data allo Stato) sui 750 milioni di circolazione totale, i 170 milioni in oro ne guarentiscono 472; la Convenzione-Sella, aumentando la circolazione di 50 milioni, diminuisce la garanzia del biglietto.

Di quanti mali è sorgente all'Italia l'infausto decreto del 1° maggio 1866! Quale espiazione dei pieni poteri accordati allora al Governo!

Ognuno vede quali gravi conseguenze dovrà produrre questa diminuita proporzione tra la riserva metallica e la circolazione della carta; ognuno vede che l'aggio della carta dovrà immancabilmente salire anche in tempi normali, di pace generale.

Ma l'onorevole Sella fa brillare agli occhi della Camera la tenuità degli interessi che si pagheranno per questa Convenzione con la Banca. La Commissione, desiderosa quanto lui che questo immenso vantaggio venisse ancora più apprezzato, diminuì anzi la cifra richiesta dal Ministero, e propose alla Camera, annuente la generosità della Banca, un interesse di 60 centesimi per ogni 100 lire, ossia 3 milioni all'anno sopra 500 milioni dati in carta allo Stato.

Attualmente, come ognuno sa, si paga l'uno e mezzo per cento sopra 278 milioni derivanti dai decreti del maggio e ottobre 1866; si pagano poi 90 centesimi per 100 lire sopra i 100 milioni di anticipazione stipulata temporarìamente dall'onorevole Rattazzi nel 1867, con patto di un'estinzione che sarebbe, non solo cominciata, ma benanco compiuta, se il conte Cambray-Digny non avesse dappoi mutato gli accordi.

Quindi ora gli interessi, come si vuole chiamarli, per un debito che non è debito, ammontano, sopra 378 milioni, a lire 5,070,000 all'anno.

L'onorevole Ministro dice che si risparmierebbero 2 milioni e 70 mila lire, ricevendo 122 milioni di più dalla Banca. Ma io domando all'onorevole Sella: per una circolazione che non ha guarentigia di sorta, e per la quale udimmo ieri lo stesso onorevole Maurogonato dichiarare che i 50 milioni d'oro, di cui va scemata la riserva metallica, sono poca cosa, poiché possibilità del cambio non havvi, per una circolazione, domando io, nella quale la Banca non corre rischio veruno, come confessano i suoi stessi apologisti, credete voi che le sia proprio dovuto un correspettivo?

Ma l'emissione della carta, rispondono essi, le spese di fabbricazione della carta circolante per conto dello Stato, le dimenticate? Ora, Signori, le spese di fabbricazione furono in questi quattro anni di corso forzoso pagate per tutta una generazione. Dal 1866 ad oggi abbiamo dato alla Banca non meno di quindici milioni in cosidetti interessi, solo pel quantitativo di carta somministrata onde stabilire il corso forzoso E dai bilanci della Banca si rileva che, dal 1865 in poi, essa non ha speso per quest'oggetto, cioè per la fabbricazione di carta, compresa la carta circolante per suo proprio conto, la somma di due milioni e mezzo!

Fu sempre una mia profonda convinzione (e vidi con piacere che la dividono uomini eminenti, in questo recinto e fuori) che siamo noi, cioè lo Stato, che demmo incautamente valore alla carta della Banca mediante decreti d'inconvertibilità; poiché quella carta non verrebbe accettata per moneta se il Governo non se ne fosse fatto mallevadore davanti al paese. Il decantato mutuo, largitoci dalla Banca, non è che una somministrazione di molte risme di carta, stampata dalla Banca, portante scritto: pagabile a vista, al portatore, in contanti; alla quale carta, rimasta senza contanti, smentendo la sua promessa scritta, lo Stato disse: va!, circola, tu sei moneta!

Ma non pensa l'onorevole Sella, vantando la tenuità degli interessi, che egli dovrà inscrivere in Bilancio parecchi milioni di più, per sopperire ai danni del disaggio che non potrà a meno di crescere sempre più sa quella carta? Non pensa egli che il commercio del paese si risentirà profondamente della mutabilità dell'aggio sull'oro, mutabilità che è la pietra angolare dei danni che provengono dal corso forzoso dei biglietti di Banca? Non pensa infine che, in questi momenti, con le complicazioni europee sorte testé, non si può calcolare a quanto ascenderanno i pagamenti che lo Stato dovrà fare all'estero in moneta metallica?

Ed ammesso che sieno 200 milioni, in tempi normali, che lo Stato paga in oro all'estero, come a un dipresso si calcolò dalla Commissione d'Inchiesta sul corso forzoso, l'onorevole Sella nel Bilancio pel 1870 chiedeva si assegnassero 5 milioni pel disaggio della carta per quei pagamenti, quando il disaggio era al 2 e mezzo per cento. Evidentemente col disaggio al 10 per cento, i 5 milioni diventano 20, e badi che ora siamo al 10 per cento;' ma tutto fa credere che il disaggio debba ancora salire. Supponiamo che il disaggio salga i al 20 per cento, il che, in tempi di guerra, non è improbabile. L'onorevole Sella dovrà allora, nel Bilancio passivo delle finanze, iscrivere, e se anche non li iscrive in realtà, pagare 40 milioni, per la perdita in un anno sopra soli 200 milioni; li pagherà se anche non li stanziasse il Bilancio, perché il Ministro è abilitato ad eccedere, in confronto dello stanziamento di quel Capitolo nel Bilancio, la spesa prevista, entrando essa fra quelle d'ordine e obbligatorie.

Questa è l'economia di due milioni, che ha in prospettiva l'onorevole Sella!

3512 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Io sono convinto, o Signori, che il disaggio tra la carta e l'oro era essenzialmente e necessariamente mantenuto basso dalla legge di limitazione della quantità dei biglietti circolanti a corso forzoso.

Fu la sicurezza di questo risultato che mi indusse a. chiedere la prima volta quella legge alla Camera, nel febbraio 1868. Abrogando ora la legge stessa, ed eccedendo il limite da essa prefisso, invocando un momentaneo bisogno, nulla impedisce che, per altri bisogni vi si ponga ancora mano più tardi; nulla impedisce che gli 800 milioni non salgano, quando che sia, ad 850, a 900, a 1000. Almeno l'opinione pubblica lo temerà sempre, e se non lo temesse qui, lo si crederà all'estero, dove si misura il grado del nostro credito anche sulla persuasione della nostra volontà di adottare misure che tendano al ripristinamento della circolazione metallica, all'abolizione del corso forzoso.

L'aumento della carta circolante, soprattutto quando fu votata una legge dal Parlamento, con cui se ne limitava la quantità, è sempre indizio per un paese di assoluta mancanza d'ogni altra risorsa.

All'estero, ripeto, si crederà che al torchio si possa mettere mano in Italia un'altra volta, cioè si possa aumentare sempre più la circolazione. E tutti i nostri pubblici valori, che si negoziano all'estero, ne scapiteranno.

Esaminiamo ora, o Signori, la questione dal lato della cauzione, od ipoteca, che si voglia chiamare, la quale dal Ministro a accordata alla Banca, con la consegna delle Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico. La Banca non aveva cauzione di sorta pei 278 milioni a corso forzoso: diciamo francamente che non aveva diritto ad averne alcuna. Sarebbe stato assurdo l'accordarlene una, mentre la carta riceveva il valore dall'inconvertibilità che lo Stato le dava, inconvertibilità che si estendeva a tutta la sua carta circolante, e non solo al quantitativo di carta che allo Stato consegnava quell'Istituto. Oggi molto accortamente la Banca coglie la buona occasione per procurarsi anche su quei 278 milioni, che avrebbero dovuto essere fuori di questione, una garanzia dallo Stato. Pare che alla solvibilità dello Stato essa non creda granfatto. Aggiungendovi i 100 milioni pagati pel deposito di Obbligazioni nel 1867, pei quali lo Stato, badiamo, le forniva l'occorrente riserva metallica, e gli altri 122 milioni che ora somministra, parte in carta, parte in contanti, essa si impossessa di tutto il patrimonio dello Stato, ossia di tutto il residuo patrimonio ecclesiastico, e intende che sino alla completa alienazione di questo patrimonio alienazione di cui si può calcolare la durata almeno a. venti anni, l'inconvertibilità di tutta la sua carta non abbia a cessare!

Notate poi, o Signori, che, se è possibile, la proposta della Commissione dei Quattordici peggiora ancora la proposta del Ministro, poiché, se non un tutto armonico, un nesso pur v'era nelle modalità ideate dall'onorevole Sella

(il quale ci dichiarava che, col suo sistema, sarebbe stata anche troppo rapida la cessazione del corso forzoso) allorquando tutti i 500 milioni fossero stati rappresentati da Obbligazioni vendibili sul mercato, per ritirare altrettanta carta di mano in mano che la vendita si operasse.

Ora, invece dei 500 milioni di Obbligazioni se ne consegnano alla Banca per 333 in garanzia, e, vendute quelle, il suo credito rimane di 167 milioni, ai quali si dovrà provvedere quando saranno stati venduti i 333 milioni di Obbligazioni. Di questa guisa la Banca, sicura della poca probabilità che lo Stato possa procacciarsi, una volta alienato l'Asse ecclesiastico, i 167 milioni in contanti, per estinguere il suo debito verso di lei, si garantisce sempre più la durata del corso forzoso dei proprii biglietti.

Ad uno scialacquatore, il quale non possa far fronte ai debiti, qualora ricorra ad un suo creditore che non ha sufficiente guarentigia in mano, avviene talvolta che costui consenta un'ultima sovvenzione, purché ottenga in pegno quanto il suo cliente possiede, anche per guarentire le usurarie sovvenzioni anteriori. Così vediamo accadere al Governo italiano, che, respinto forse nelle sue prime proposto dalla Banca, ora, coll'allettamento di una solida guarentigia anche su quella carta che non ne aveva diritto di sorta, induce la Banca a soccorrerlo un'altra volta, ipotecando l'Asse ecclesiastico; poiché è troppo evidente che trattasi di una ipoteca dell'Asse ecclesiastico per guarentire il preteso debito, e con esso il corso forzoso, vincolandone l'abolizione alle lentezze, alle peripezie del finale compimento della vendita delle Obbligazioni che lo rappresentano..

Quali possano essere le conseguenze finanziarie, economiche, ed anche politiche, di questo misero sistema di espedienti, non havvi chi noi ravvisi. È certo, come ebbe a constatare la Commissione d'Inchiesta, che la Banca Nazionale Sarda, nelle altre provincie d'Italia, ad onta che nella maggior parte di esse abbia istituito le sue Sedi e Succursali, non gode quella popolarità che taluno vorrebbe far credere.

Io credo, o Signori, che si susciteranno rivalità, direi quasi, più che bancarie, politiche, in qualche provincia, se volete ad ogni costo far prevalere l'unità di emissione del biglietto della Banca Nazionale Sarda, mediante il corso forzoso, in tutto il Regno. L'esperimento che ne avete fatto in questi quattro anni, dal 1866 ad oggi, dovrebbe persuadervene.

La Convenzione con la Banca va esaminata anche in rapporto alle condizioni generali del credito ed a quelle delle altre Banche d'Italia, come pure in rapporto alla possibilità dell'applicazione di una legge sulla libertà delle Banche.

E qui, o Signori, mi cade in acconcio di rammentare il mandato che voi deste alla Commissione d'Inchiesta sul corso forzoso.

3513 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

Permettetemi di rileggervi l'Ordine del giorno del 10 marzo 1868, da voi votato dopo una solenne discussione:

«La Camera confida che il Ministero, preoccupai;dosi della necessità di togliere dal paese il corso forzato dei biglietti di Banca, presenterà, cogli altri provvedimenti finanziarii diretti a restaurare le condizioni del bilancio, e come loro complemento indispensabile, un progetto di legge per procurare all'erario i mezzi necessari a pagare il debito verso la Banca, ed a togliere il corso coatto. Intanto nomina una Commissione di sette membri, perché prenda cognizione dello stato generale della circolazione cartacea, dei rapporti degli Istituti di emissione col Governo e con le pubbliche amministrazioni, e degli altri fatti che stimerà opportuni al doppio scopo della riduzione interinale e della cessazione definitiva del corso forzoso, e riferisca alla Camera entro il 15 aprile prossimo.»

Ora, o Signori, in qual modo, con questa Convenzione, provvedete voi a togliere il corso coatto, alla necessità di toglierlo, che ravvisaste in quest'Ordine del giorno?

Quando io rammento l'Ordine del giorno da cui nacque l'Inchiesta, non posso a meno di non rammentare quali ne fossero le Conclusioni.

Senza farvi passare per la trafila del lungo e faticoso lavoro a cui in quella Inchiesta ci siamo sobbarcati, mi limiterò oggi a rammentarvi che la Commissione conchiuse riconoscendo onerosi ed illegittimi alcuni rapporti tra lo Stato e la Banca, proponendo che tali rapporti dovessero modificarsi sopra basi amministrative più profittevoli per lo Stato e pel pubblico.

Col secondo Ordine del giorno la vostra Commissione invitò il Governo ad esibire quanto prima un progetto di legge per la libertà e pluralità delle Banche.

Col terzo Ordine del giorno, ravvisata la necessità e la possibilità della cessazione del corso forzoso, invitò il Governo a presentare un analogo progetto di legge entro il mese di aprile 1869.

Come vennero accolte dal paese queste Conclusioni? Lo rammenterete, o signori. L'opinione pubblica vi fece plauso. Come le accolse il Governo? Colla diffidenza, col silenzio, col sospetto, coll'intendimento di non discuterle mai.

Come vennero accolte dalla Banca? Lo avete veduto; il paese fu assordato di grida, fu inondato di pubblicazioni, che tentavano smentire le unanimi conclusioni della Commissione.

Nondimeno, come oggi dissi sin da principio, quelle Conclusioni fecero la loro strada, poiché si basavano sopra fatti, sopra documenti irrefragabili, sopra dimostrazioni che nessuna polemica interessata ha potuto combattere e tanto meno distruggere.

L'onorevole Sella verrà ora a dirci, e credo anzi lo abbia ormai detto: ma, con la mia proposta io adempio alle conclusioni della Commissione d'Inchiesta, di cui feci parte; perché, quanto alla prima proposta, io con questa Convenzione modifico i rapporti fra lo Stato e la Banca, rendendoli meno onerosi. Quanto alla seconda, guardate la legge che ho presentato bulla libertà delle Banche. In quanto alla terza, con la vendita delle Obbligazioni, io provvedo all'abolizione del corso forzoso, non solo, ma vi provvedo anche troppo presto!

Chi avrebbe detto, nel novembre 1868, quando si presentava la nostra Relazione, che l'onorevole Sella, smentendone le Conclusioni, avrebbe un giorno proclamato di rispettarle?

Ma parlando dell'Inchiesta, e poiché veggo con piacere giunto or ora in quest'Aula l'onorevole Maurogonato, io dichiaro che dovrò compendiare alcuni apprezzamenti sul risultato dell'Inchiesta medesima nelle risposte che darò al discorso pronunziato ieri dallo stesso onorevole Maurogonato, il quale, con tanta sottigliezza d'ingegno, se ne fece in questa Camera pubblicamente il censore.

Non mi soffermerò a lungo sulla minore apologia della Banca, tessuta ieri, come preludio di orchestra, dall'oratore che lo ha preceduto, l'onorevole Marazio, del quale maravigliai udendo le nuove teorie; dico nuove per me, rammentando come altra volta egli sostenesse, colle altre libertà, anche la libertà del credito, in un pregevole giornale da lui diretto.

L'onorevole Marazio, dopo avere solennemente affermato che questa Convenzione non varia punto i rapporti fra la Banca e lo Stato, ci raccontò che i biglietti inconvertibili della Banca presentano una grande garanzia, perché sono lettere di cambio tirate dallo Stato ed accettate da lei; così egli si espresse. Io sono d'accordo con lui, che si possano così definire, ma mi permetto notargli aver egli dimenticato una circostanza, cioè che, appunto per la inconvertibilità, sono lettere di cambio cadute in protesto. (Bene! a sinistra)

L'onorevole Marazio ci chiede: che male havvi nel possedere un grande Istituto che faccia per tutti? La Banca esiste forse in forza di un privilegio? Non vedete che mancano le domande per altre Banche? E soggiunge: la Banca Nazionale è affatto indipendente dal Governo; non vi fu che il decreto del 1° maggio 1866 che ha creato per essa una momentanea posizione di privilegio, una posizione eccezionale, ma temporaria, perché il corso forzoso, dice sempre l'onorevole Marazio, fu una vera necessità del momento; e il biglietto in uso per tutta l'Italia, essendo quello della Banca Sarda, doveva essere il preferito.

Notisi di volo come questi signori ragionino sempre ad un modo; prima diffondono le Sedi e le Succursali della Banca, per decreti reali,

3514 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

in tutto il Regno; fanno circolare i suoi biglietti; poscia quando le figliali funzionano, e le Banche locali sotto la ineguale concorrenza scompaiono, allora si coglie un momento di ansietà politica o di strettezza finanziaria per imporre l'unità del biglietto mediante il corso forzoso.

L'onorevole Marazio, ed in questo egli dissente dall'onorevole Maurogonato, dice che bisogna far cessare al più presto il corso forzoso (mentre l'onorevole Maurogonato battezza di follia questo asserto), e che havvi un solo modo di farlo cessare: ristorare le finanze.

È il solito luogo comune, mi si perdoni la volgarità della frase, con cui si vuole risolvere il problema della cessazione del corso forzoso da quanti bramano di vederlo continuato, ovvero da quanti non si rendono ben conto della situazione.

Ora speriamo alfine, anche con questo assioma, che il pareggio ottenuto testò dall'onorevole Sella pel 1871 potrà togliere nell'anno prossimo questa piaga, che il solo pareggio deve cicatrizzare.

Allorché ieri l'onorevole Marazio dichiarava, per ultimo che i tre volumi della nostra Inchiesta non fanno che confermare quanto egli asseriva ed ho rammentato poc'anzi, in verità io deplorai che, durante i lavori di quell'Inchiesta, non sia venuto in mente ad alcuno di noi di pregare l'onorevole Marazio di favorirci della sua presenza, onde farci udire, fra gli altri deponenti, le sue opinioni sulla materia. Ma temo grandemente, giudicandone dal suo discorso di ieri, che, dopo averle udite, saremmo stati costretti a rivolgergli la stessa domanda che il cardinale d'Este rivolgeva a messer Lodovico Ariosto dopo avere udito i suoi magnifici versi. (Bene! a sinistra)

Ora, o Signori, vengo a rispondere ad alcuni degli argomenti più notevoli, od almeno a quelli che a me parvero tali, addotti ieri dall'onorevole Maurogonato in sostegno di questa Convenzione. Credo che se di alcuni riuscirò a provare la vacuità, od almeno ad attenuarne l'apparente serietà, avrò in gran parte risposto anche alla Commissione dei Quattordici, di cui egli è uno dei più autorevoli membri, ed all'onorevole Ministro che affidò la propria difesa a così valenti campioni.

Prima di toccare alle grandi questioni che l'onorevole Maurogonato trattò, nell'importante parte, che direi conclusionale, del suo discorso di ieri, a quelle argomentazioni soprattutto che possono avere prodotto maggior impressione nell'animo dei suoi amici politici, accennerò ad alcuni punti relativi all'esame della Convenzione su cui discutiamo.

Ma non so astenermi dal dichiarare, prima di ogni altra cosa, che il suo discorso di ieri io l'aveva già letto stampato da qualche giorno. Un filantropo anonimo fece distribuire alla Camera, giorni addietro, un opuscolo intitolato:

Le Banche ed il Tesoro, Considerazioni né bancofobe, né bancofile (stile ordinario, in queste materie, dell'onorevole Sella), dedicate al Parlamento italiano.

Di questo opuscolo fu splendidamente fatta distribuzione a tutti i Deputati, e venne diffuso anche fuori di questo recinto tra molte rispettabili persone. Avutolo anch'io, fu mia sollecita cura di leggerlo attentamente; o ieri, di mano in mano che io sentiva svolgersi le erudite argomentazioni dell'onorevole Maurogonato, mi si veniva richiamando al pensiero, pagina per pagina, quell'aureo libretto, di cui sentiva ripetere, quasi con le stesse parole, le argute dimostrazioni in difesa della Banca, del privilegio della emissione, in difesa della Convenzione, e via discorrendo. Ciò, non fosse altro, dimostra che havvi una solidarietà ed unità di vedute e di mezzi, in questa materia, nel partito cui l'onorevole Maurogonato appartiene, da doversi quasi invidiare dal canto nostro. (Benissimo! a sinistra)

II suo discorso adunque è stato per me una faconda ripetizione di questo libro, del che ognuno di voi può agevolmente convincersi, confrontando con quella pubblicazione il discorso di ieri.

Ma ciò non infirma per niente la gravita delle parole pronunziate pubblicamente dall'onorevole Maurogonato. L'autorità del suo nome e del suo ingegno, ed i suoi precedenti in materie finanziarie e bancarie, danno maggiore importanza alle difese da lui sostenute dinanzi alla Camera, ed esigono che se ne tenga assai conto, e vi si risponda.

Maurogonato. Chiedo di parlare per un fatto personale.

SEISMIT-DODA. L'onorevole Maurogonato ha esordito ieri con una questione che si potrebbe dire pregiudiziale. Chiedo venia alla sua cortesia se nel seguito del mio discorso incorressi in qualche inesattezza di forma, intorno agli appunti che ho preso mentre egli parlava; qualche sua parola potrà essermi sfuggita, e gli sarò grato se, avendo testé egli chiesto la parola per un fatto personale, vorrà a suo tempo rettificare quelle involontarie inesattezze, che pur confido saranno lievissime, poiché, notando io quant'egli andava dicendo, procurai con la massima attenzione di rispettare le sue stesse parole, come farò rispondendogli.

Egli adunque, come testé accennai, ha esordito con una questione pregiudiziale, affermando che le condizioni ora mutate faranno nascere per la finanza bisogni anche maggiori degli attuali, e che intanto giovava prendere il danaro a buon mercato, poiché a buon mercato la Banca lo offriva.

Ma, esaurito l'Asse ecclesiastico con la consegna dei titoli alla Banca, ed occorrendo somme maggiori, con qual mezzo l'onorevole Maurogonato vorrà provvedervi?

Vorrà fare appello al credito interno del paese, dopoché il paese avrà veduto aumentata la circolazione cartacea a corso forzoso,

3515 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

aumentata indefinitamente, e protratta la sua abolizione per lo meno ad un tempo indeterminato?

Ricorrerà egli allora, ma troppo tardi, agli altri Istituti di credito, subordinati all'unico biglietto veramente inconvertibile che corra nel Regno?

Farà appello al patriottismo, dopoché il paese si sarà veduto espropriato di tutti i mezzi materiali possibili?

Evidentemente suggerirà di fare quello che già fece l'onorevole Cambray Digny per la Regia dei tabacchi, invocando una Regia delle dogane, o del lotto, od anche, se non fossero un passivo, delle poste e dei telegrafi.

Affermando che avremo fra breve nuovo bisogno di danaro, egli ha pregiudicato il merito della Convenzione da lui difesa, con la quale si tolgono i mezzi più ovvii per procacciarsene, di fronte alle nuove possibili emergenze politiche.

Udimmo ieri da lui una preziosa confessione. Lo udimmo dichiarare che la Convenzione, quale l'aveva presentata il Ministro, egli non l'avrebbe accettata; ma che l'accetta a gran cuore quale venne modificata dalla Commissione, di cui egli fa parte.

Io non so tacere la sorpresa che provai, sulle prime, nell'udire questa dichiarazione; me ne sono chiesto il perché; ed il proseguimento del suo discorso me lo ha rivelato. Un uomo così esperto ed accorto, come egli è, doveva infatti avere un serio motivo per questa preferenza.

Il progetto della Commissione lascia scoperti, come ho detto poc'anzi, 167 milioni di debito dello Stato verso la Banca, dopo esaurita la vendita delle Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico, mentre il progetto Sella ammetteva che tutto intero il così detto credito della Banca venisse coperto dalle Obbligazioni. In quest'ultimo caso, data l'assurda ipotesi che le Obbligazioni si vendessero tutte e presto, il corso forzoso cessava.

Ora, l'onorevole Maurogonato, che vede, anche vendute le Obbligazioni, rimanere in debito lo Stato verso la Banca per 167 milioni, pei quali dovrà poi combinare una qualunque operazione, onde rimborsarla completamente, ravvisa una difficoltà maggiore alla abolizione del corso forzoso, e la possibilità di una nuova Convenzione con la Banca pei residui 167 milioni.

Naturalmente l'onorevole Maurogonato deve essere in quest'ordine d'idee, egli che ha nettamento dichiarato, nel suo discorso, che pensare a togliere il corso forzoso è una follia, e questo disse ridendo e facendo sorriderò di compiacenza i suoi aderenti politici.

Avendo riconosciuto che, se le Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico si potessero alienare all'85, la vendita procederebbe spedita e l'estinzione della carta sarebbe quindi più sollecita, l'onorevole Maurogonato accolse

di buon animo quel maggior vincolo dei 167 milioni da rimborsarsi dopo la vendita; ma si tranquillizzi l'onorevole preopinante, e con lui anche l'onorevole Sella.

È egli sperabile che la nostra rendita, nelle circostanze logicamente prevedibili (non parliamo delle remote, perché abbiamo or ora veduto quanto le previsioni possano sbagliare in fatto di vicende politiche e di ribasso o di aumento di rendita), è sperabile, dico, che la rendita italiana, nelle attuali e nelle possibili condizioni prossime, si vegga salire al limite di 85, il quale l'onorevole Sulla, nella sua esposizione, faceva pregustare come quello che, una volta raggiunto, permetterebbe che le cartelle dell'Asse ecclesiastico si vendessero immediatamente, e quindi il corso forzoso cessasse? Gli è appunto su questa instabile base che l'onorevole Sella è venuto, giorni addietro, a mostrarci posato l'edifizio del suo pareggio, coi suoi famosi dieci punti di aumento, dopo che egli assunse la direzione delle finanze, in un suo discorso del maggio passato. Ma non voglio aggravare il suo rammarico, per quegli immaturi rallegramenti che egli faceva a sa stesso.

MINISTRO PER LE FINANZE, (ridendo) Aggravi, aggravi pure.

SEISMIT-DODA. L'onorevole Maurogonato si stupisce che l'Opposizione combatta la Convenzione con la Banca, dacché essa ha pure lodato la Convenzione del 1867, stipulata dall'onorevole Rattazzi, né quindi sa vedere come non debba lodare anche questa.

Mi permetto di rammentargli, in quanto a me, che quando si discuteva la legge sull'Asse ecclesiastico, nel luglio del 1867, della cui Commissione ebbi l'onore di far patte, dichiarai, in quest'Aula, all'onorevole Rattazzi, allora Ministro, che egli sarebbe fatalmente, inevitabilmente ricorso alla Banca, come diffatti o avvenuto.

Questa Convenzione, del resto, non è negli identici termini di quella ora proposta dall'onorevole Sella; solo un artifizio politico potrebbe sostenerlo.

La differenza non è soltanto nella misura dell'interesse, per cui l'onorevole Maurogonato vanta la preferenza dell'attuale; havvi la grave differenza dell'emissione a vuoto della carta; poiché la Convenzione stipulata dall'onorevole Rattazzi implicava l'obbligo per la Banca di una corrispondente riserva metallica, nella proporzione voluta dai suoi Statuti, cioè del Ureo. E questa riserva metallica la provvedeva lo Stato, onde porre la Banca in misura di bastare al cambio anche di quei 100 milioni, quando lo riprendesse per tutti; per modo che qualora, per un'ipotesi, il corso forzoso, dipendente dai 278 milioni emessi a vuoto, cioè senza guarentigia metallica, si fosse potuto togliere dall'oggi al domani, la Banca, per quei 100 milioni avrebbe potuto ripigliare il cambio, anche se lo Stato non avesse finito di rimborsarli col ricavo dell'Asse ecclesiastico, rimborso il quale sarebbe già ora inoltrato e forse compiuto se il conte Cambray-Digny non avesse stipulato una dilazione.

3516 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ma su tutto ciò, del reato, ha già egregiamente risposto l'onorevole Rattazzi, e credo avrà occasiona di riparlarne con argomenti ancor più calzanti di questo, pur non lieve, da me accennato per dimostrare l'intrinseca differenza vitale fra l'anticipatone temporaria, chiesta dall'onorevole Rattazzi alla Banca, e la cessione a perpetuità che le fa l'onorevole Sella di tutte le Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico.

Se si deve rendere giustizia all'onorevole Maurogonato, come egli la reclamava, dell'essere stato logico nell'approvare questa Convenzione, poiché nell'agosto 1868 combatté valorosamente, in questo recinto, in favore della cifra di 800 milioni per la limitazione alla circolazione della Banca, cifra che oggi gli viene concessa, - che cosa dire però del Ministro attuale, che nella Commissione d'Inchiesta sostenne, solo contro tutti, un maximum di non più che 600 milioni, ed a grande stento, per le nostre dimostrazioni, si piegò poi ad aderire ai 700 milioni, proposti dalla Commissione, e da me difesi nella tornata del 3 agosto 1868, - mentre, in quel dì stesso, l'onorevole Sella si piegava alla proposta del suo amico onorevole Dina, accettando e difendendo la cifra di 750 milioni, 50 in più di quanto noi ravvisavamo necessari, 150 più di quanti, due giorni prima, egli consentiva ad ammetterne?

Ma, ciò premesso, non è punto vero quanto ieri asseriva l'onorevole Maurogonato, che, cioè, eravi bisogno di un aumento nella circolazione della Banca Sarda, poiché i 750 milioni consentiti dalla legge di limitazione riescivano per essa insufficienti ad alimentare gli sconti nella consueta misura.

Ben gli è vero che la Banca, mediante gli organi suoi, accusò quella legge della restrizione che, ad arte, sulle prime, essa operò negli sconti; rammento anzi che una volta a Como, nel 1869, se la Cassa di Risparmio di Milano non accorreva in aiuto di alcuni industriali, i rifiuti della Banca Sarda avrebbero cagionato una crisi in quell'operoso paese.

Ma la Banca esitava a disfarsi di titoli che aspiravano al rialzo, ed intanto imputava alla Camera una volontaria impotenza di soccorrere il commercio in alcune località. Ciò forse ignora l'onorevole preopinante; e, comunque, non toccava a lui di accennarlo.

E tanto meno sono d'accordo coll'onorevole Maurogonato nell'opinione che l'aggio dell'oro siasi diminuito in seguito alla presente Convenzione con la Banca; egli vorrà notare che l'aggio era d'assai scemato ben prima che la Convenzione apparisse o se ne avesse sentore; diminuiva, al solito, in ragione dell'aumento della rendita pubblica, e perché il raccolto di quest'anno in Italia affacciavasi abbondante, mentre, all'opposto, in Francia, colpa la perdurante siccità, minacciava scarsezza, e ai prevedeva una maggiore esportazione dall'Italia di bestiame e di cereali.

Del resto, la prima causa reale, vera, costante della diminuzione del disaggio della carta (diminuzione che, dal gennaio 1869 in poi, si fece, per gradi, sempre più sensibile) fu, se ne persuada l'onorevole Maurogonato, la limitazione della carta stessa, stabilita per legge. Lasciamo da parte, poiché non vale la pena di dimostrarlo, l'influenza che, sull'aggio dell'oro, hanno eziandio certi noti maneggi di Borsa, che possono essere alimentati da un Istituto di credito, il quale disponga di potentissimi mezzi, come la Banca Nazionale, in un dato momento, quando si tratti di favorire nell'opinione pubblica una operazione che lo interessi.

L'onorevole Maurogonato enunciò ieri una teoria singolare, proprio di nuovo conio. Egli disse: «È vero che noi prendiamo pei nostri bisogni l'oro della riserva metallica della Banca: ma se la Banca non ce lo desse, come faremmo? Bisognerebbe comprarlo.» Ebbene, lo averne bisogno concede forse diritto allo Stato di impossessarsi della riserva metallica di un Banco? Io non lo credo. Se questa teoria fosse ammessibile, non vi sarebbe stata ragione per non prenderla prima di adesso, non vi sarebbe ragione per non prenderla tutta quanta, poiché, se in dicembre dobbiamo pagare in oro all'estero 45 milioni, circa, per gl'interessi del debito pubblico sulle nostre cedole, che si trovano in Francia od altrove, forse prima dovremo pagarne assai più per le provviste che ci converrà fare all'estero; e siccome l'aggio sull'oro, per le attuali circostanze politiche, dovrà salire, questi primi 50 milioni sfumeranno, probabilmente, innanzi che giunga il primo gennaio 1871.

Mi accadrà di riparlare ancora di questo strano diritto di prelevazione, per parte dello Stato, della riserva metallica.

Intanto vorrei che l'onorevole Maurogonato ci spiegasse perché dei 50 milioni in oro, che la Banca è obbligata, secondo lui, a consegnare allo Stato, si abbia a pagare interessi anche sui 23 milioni e 750 mila lire di metallo che sono proprietà dello Stato, cioè che vennero da lui forniti alla Banca, come parte di guarentigia ai 100 milioni di carta emessa nel 1867 e 1868 contro deposito delle Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico.

Ma l'onorevole Maurogonato, quasi pentito della pericolosa teoria poc'anzi enunciata, si ravvede ed esclama: badate che se togliamo l'oro, diamo però una garanzia che lo surroga, consegnando alla Banca le Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico. Bella garanzia, invero, in questa sostituzione! Non si avvede egli dell'enorme differenza che passa fra l'una e l'altra garanzia?

Non vede egli come si mutino i termini della garanzia e con essa la sua sostanza, quando una promessa di pagamento a vista ed al portatore, com'è il biglietto di Banca, che ha il suo corrispettivo, almeno in parte, nelle casse della Banca, in valuta metallica, si trova invece di fronte, per equivalente, una promessa di estinzione di un titolo di debito dello Stato?

3517 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

Di ciò non si spaventa l'onorevole preopinante; poiché, infatti, egli, prevedendo l'obbiezione, con la solita sua acutezza esclama: «del resto, perché una garanzia? Noi possiamo togliere quanto oro vogliamo alla Banca, non avendo più essa l'obbligo del cambio.»

Ma allora, perché le date in garanzia le Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico? Risparmiatevi il pegno, serbatelo a quei bisogni maggiori, che fin d'ora dichiarate imminenti. Ma allora voi ammettete con noi altri, dopo averlo negato, dopo averci vantato il preteso avallo della Banca, che sola guarentigia al biglietto di Banca, divenuto per legge inconvertibile: o appunto la legge che lo dichiarò tale, cioè lo Stato che se ne fece garante davanti ai cittadini. Ma allora, col vostro sistema, perché non vi impossessate anche Ai quell'altro centinaio di milioni che lasciate in mano alla Banca? Siate logici, o Signori; finora voi cadete in continue contraddizioni flagranti.

L'onorevole Maurogonato ammette, con generosa degnazione, che l'aumento dell'emissione dell'unica carta inconvertibile danneggi le altre Banche; ciò è troppo evidente per osare di sostenere il contrario. Ma egli soggiunge che noi, con questa Convenzione, aumentando la emissione della carta della Banca e togliendole l'oro, facciamo una espropriazione per causa di utilità pubblica; parole testuali.

Mi permetta la Camera che io reclami la sua attenzione sulle conseguenze che potrebbe avere questa strana affermazione dell'oratore cui sto rispondendo.

Se si pone come principio di diritto pubblico che si possa manomettere la riserva metallica di una Banca, ogniqualvolta un'urgenza dello Stato si affacci, unicamente perché lo Stato ne ha bisogno, per causa di utilità pubblica, quale fiducia potrà ispirare un istituto di credito che si trovi sempre alla mercé dei bisogni eventuali e della prepotenza di un Governo? Quale fiducia ispirerà un Governo sotto cui la fede pubblica potesse di tal guisa impunemente violarsi? La riserva metallica a chi appartiene? Alla Banca, dicono taluni; sì, quaud'essa non abbia in circolazione veruna sua promessa di pagamento. Ma quel danaro, quando esistono biglietti che possano, un dì o l'altro, reclamare il cambio in metallo, appartiene essenzialmente a tutti i portatori di quei biglietti, in ragione del loro valore nominativo, proporzionato alla reale esistenza dei fondi che vi si riferiscono. Appartiene quindi all'intera nazione.

Ebbene; io dichiaro all'onorevole Maurogonato, ed ai suoi amici, che noi, sostenitori della libertà delle Banche, noi, che essi chiamano demolitori del grande Istituto, questa teoria della espropriazione la respingiamo, e ne lasciamo ad essi la responsabilità davanti al paese. (Bene! a sinistra)

Esaminando se e come la Banca possa mettere impedimenti alla vendita delle Obbligazioni dell'Asse ecclesiastico,

l'onorevole Maurogonato afferma che ciò sia impossibile, perché, oltre ad essa, che ne opererà lo smercio in tutte le sue Sedi e Succursali, che ammontano a circa sessanta, se ben rammento, quelle Obbligazioni si venderanno eziandio dalle tesorerie provinciali.

Fra parentesi è d'uopo avvertire che chi ha letto i volumi dell'Inchiesta sa come le tesorerie provinciali del Regno d'Italia sieno altrettante succursali della Banca Nazionale, per le cui mani passa una buona metà del movimento dei fondi dello Stato (senza uopo che l'onorevole Sella avventuri di nuovo il suo portafoglio in una questione di servizio di tesoreria), in base ad un'antica Convenzione del marzo 1854, stipulata fra il conte di Cavour ed il commendatore Bombrini, Convenzione per la quale, come risulta dal suo testo pubblicato fra i documenti della nostra Inchiesta, è fatta facoltà alla Banca (articolo 6) di corrispondere a ciascun tesoriere provinciale una retribuzione in fine di anno, - Convenzione che è sempre rimasta in vigore, come risulta da un Rapporto del Direttore generale del Tesoro, dell'aprile 1866, anche esso pubblicato nell'Inchiesta, Convenzione la quale spiega la tenacia di molte abitudini.

Il servizio di tesoreria si opera in realtà anche adesso mediante la Banca, con biglietti all'ordine, con mandati, delegazioni, trapassi di fondi, fra le varie Tesorerie dello Stato, e per centinaia di milioni all'anno.

Ben lo sa l'onorevole Sella, insieme al quale esaminai quei prospetti statistici nell'Inchiesta, ed è forse dopo quell'esame che egli trova superfluo l'insistere nella domanda di affidare per legge quel servizio alla Banca.

Vede adunque l'onorevole Maurogonato quali fedeli alleate della Banca sarebbero le tesorerie provinciali in queste bisogna.

Ma, all'infuori di ciò, io domando all'onorevole Maurogonato: chi comprerà le Obbligazioni ad 85 lire? E crede egli che la Banca sarà tanto ingenua, tanto tenera della sollecita cessazione del corso forzoso, da non rallentare la vendita, mentre essa sarà tutta nelle sue mani; da non trovar modo di mantenere avvilito quel titolo, mediante i soliti artifizi di Borsa che tutti conoscono?

Di un argomento affatto personale ieri si valse l'onorevole Maurogonato, onde persuadere l'Opposizione che, se egli sorge in difesa della Convenzione, non è già perché vi sia mosso da veruna simpatia verso i privilegi della Banca. Rammentò come egli, in una seduta del Comitato della Camera del maggio 1869, avesse combattuto la Convenzione, allora proposta dal conte Cambray-Digny; ed è vero, fu appunto nello stesso giorno in cui presi parte io pure a quella discussione.

Senonché egli dimentica che allora suggeriva qualche temperamento a quella Convenzione, temperamento il quale alla Banca, non a noi, sarebbe sembrato accettabile.

3518 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Egli dimentica eziandio che, non richiesto da veruno, poiché non se n'era fatto questione, scusava la Banca della possibilità di un'eccedenza nell'emissione dei suoi biglietti oltre il limite di 750 milioni, eccedenza che, per il movimento delle varie categorie dei tagli dei biglietti, da una Sede all'altra, e pel giro delle rimesse fra le Sedi, o pel cambio fra i tagli, si può talvolta, sino ad un certo punto, scusare; eccedenza. però della quale non ci fu dato sapere se lo Stato faccia controllo.

Del resto, intorno alla possibilità di un'eccedenza più grave, che non dipenda da meccanismo amministrativo e da materiale necessità di movimento della carta tra le varie Sedi e Succursali, ha già detto qualche cosa l'onorevole Avitabile l'altro ieri, e la Camera udrà volentieri dall'onorevole Sella con quali schiarimenti potrà rispondere a quel gravissimo appunto.

Ma, lasciato questo argomento, sul quale ora non si verrebbe ad un risultato pratico, ripiglio il filo del mio discorso, seguendo le tracce di quello dell'onorevole Maurogonato, che sto confutando.

Senonché, prima di proseguire, domando alla cortesia della Camera qualche minuto di riposo.

(Succede una pausa di 10 minuti.)

Ho chiesto qualche minuto di riposo al punto in cui, secondo il mio ordine d'idee, lasciati gli apprezzamenti dell'onorevole Maurogonato relativi alla Convenzione, era mestieri accingersi, come ora mi accingo, a rispondergli intorno all'inatteso ed ardito processo alla Inchiesta sul corso forzoso, che ieri gli piacque di imprendere.

Non è vero, disse l'onorevole Maurogonato, che la Banca goda il monopolio dell'emissione. Ma io gli domando: che cosa ha fatto il decreto del primo maggio 1866, imponendo all'Italia il corso forzoso?

Non ha imposto precisamente quell'unità di biglietto che respingevano le provincie italiane, nelle quali pure vivevano e prosperavano altre Banche, prima che la Banca Nazionale Sarda assorbisse quella di Parma, quella delle Quattro Legazioni, prima che tentasse con ogni sforzo di assorbire la Banca Toscana ed il Banco di Napoli, creando ostacoli ai rapporti del Banco di Sicilia col Banco di Napoli e rendendo impossibile fra loro la riscontrata? Quel biglietto, privilegiato in confronto a tutti, che l'Italia respingeva, che l'Inchiesta dimostra che veniva respinto, non solo nelle città italiane, ma penino nelle campagne dello stesso Piemonte, e la cui preferenza pareva un assurdo il volere stabilire per legge, non veniva esso alfine imposto dal Decreto del 1° maggio 1866, Decreto che, provocato dalla Banca, aveva essenzialmente di mira questo obbiettivo?

Affé mia! si sarebbe tentati di credere che l'onorevole deputato di Mirano non abbia letto gli atti della Inchiesta,

ma unicamente le confutazioni apologetiche che ne fece la Banca.

Nel maggio 1866 si decretava, disse poco di poi l'onorevole Maurogonato, l'unica inconvertibilità di una carta per tutto il Regno. E che cosa è l'unica inconvertibilità del biglietto, in un paese in cui più tipi di biglietti esistono, e quando l'Istituto cui la si accorda non ha limite alla emissione, anche durante la inconvertibilità (come non ne aveva la Banca Sarda, prima della limitazione da me proposta e dalla Camera adottata), se non nella misura della riserva metallica che esso si procura mediante sempre nuove emissioni, non passibili del cambio? Non era forse la sola Bacca Nazionale Sarda, al 1° maggio 1866, quando il corso forzoso si decretò, quella che avesse facoltà di emettere biglietti per un valore triplo della sua riserva metallica?

Questo esiziale privilegio non lo aveva allora, come non lo ha adesco, la Banca Toscana, che commisura per legge la sua emissione al triplo del suo capitale versato. Non lo aveva il Banco di Napoli, al quale la proporzione dell'emissione con la riserva venne concessa dal Ministro Cambray-Digny più tardi, quando era illusoria, e quando il Banco, ancorché lo avesse voluto, non poteva valersene, per tema del cambio dei proprii biglietti, che la Banca Nazionale Sarda era ed è in diritto di chiedergli ad ogni istante.

Che la inconvertibilità dei biglietti della Banca Sarda sia l'unica reale inconvertibilità in tutto il Regno, non havvi d'uopo di dimostrarlo: i biglietti o le fedi di credito degli altri quattro Banchi non godono della inconvertibilità in contanti, ma unicamente della obbligatorietà del loro corso fra i cittadini, nel raggio di territorio in cui gli Istituti emittenti funzionano, cioè di un corso legale limitato, locale.

Questa è la vera loro reciproca situazione. Ma osserva l'onorevole Maurogonato che nelle provincie toscane, nelle napolitane, non hawi interesse per nessuno a chiedere il cambio agli Istituti locali di credito dei loro biglietti. Né io in ciò lo contraddico. Ciò attesta della fiducia che essi ispirano in quei paesi dove nacquero e si svilupparono, dove aiutano il commercio e le industrie, meglio che la Banca Sarda non faccia. Ma che il fatto della obbligatoria convertibilità della loro carta in moneta sonante, od in biglietti della Banca Nazionale Sarda, non sia un vero privilegio, una esclusiva inconvertibilità a di lei favore, e a danno delle altre Banche, l'onorevole Maurogonato non potrebbe provarlo. È appunto dessa, la Banca Nazionale Sarda, che si vale di questo privilegio, e presenta a quegli Istituti, da quattro anni in qua, i loro biglietti chiedendo il cambio coi proprii.

Infatti noi abbiamo veduto (ed io ebbi l'onore di esporlo alla Camera nella Relazione che presentai nel giugno dell'anno scorso, intorno alla fusione delle due Banche, Sarda e Toscana), abbiamo veduto, dico, come durante il corso forzoso, la Banca Nazionale Sarda presentasse periodicamente al cambio alla Banca Toscana circa mezzo milione per settimana di biglietti di quella Banca.

3519 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

E quando si cominciò a parlare dell'aumento del capitale sociale della stessa Banca Toscana, o del servizio di tesoreria da affidarsi a lei insieme ad altri Istituti, si è visto, od almeno mi venne affermato da autorevoli persone degne di fede, hi Banca Nazionale Sarda presentare al cambio persino messo milione al giorno di biglietti del ribelle Istituto minore, che non pensava più alla fusione. Se la speranza di quella fusione, cioè della scomparsa della Banca Toscana non era, si sarebbe veduto a qual regime la Banca Sarda avrebbe messo quell'Istituto. Ma essa, come ben disse l'onorevole Alessandro Bossi, proteggeva i suoi pasti futuri.

Non è dunque vero, da un lato, che il cambio non sia obbligatorio per gli altri Istituti; non è vero, dall'altro lato, che il cambio di carta con carta non sia gravoso per gli Istituti minori, poiché essi trovano, se ne persuada l'onorevole Maurogonato, le stesse difficoltà a procurarsi il biglietto dell'Istituto maggiore, quando esso gode l'esclusivo beneficio di essere considerato come moneta in tutto lo Stato.

Vedendosi sempre sospesa sul capo, come la spada di Damocle, la possibilità della domanda del cambio per parte della Banca Sarda, le Banche non possono regolare le loro operazioni di sconto e di anticipazioni, non possono mai espandersi in ragione delle richieste giornaliere del commercio del paese in cui operano.

L'onorevole Maurogonato osserva che la differenza delle cautele nell'emissione dei biglietti fra gli Istituti di circolazione autorizzati per legge, i quali sono cinque in tutto il Regno, e quelli che emettono carta dopo il corso forzoso, circolazione che suolsi chiamare abusiva, costituisce un privilegio a rovescio; dal che egli inferisce che, se havvi privilegio di emissione, gli è tutto da parte di questi piccoli Istituti, che da qualche anno sono andati pullulando in Italia.

Come ognun sa, venuto il corso forzoso, scomparsa l'unità monetaria metallica, grave correndo il disaggio persino fra i tagli piccoli e grossi di carta inconvertibile, i primi essendo insufficienti ai quotidiani bisogni della circolazione, apparvero dovunque i biglietti delle Banche popolari e soddisfecero ad una vera necessità, com'ebbe a constatare l'Inchiesta, la quale, se giudicò anormale e come irregolare quella circolazione, convenne che fu provocata da una reazione contro l'insipienza persino delle modalità con cui, in fretta e in forma, il corso forzoso venne decretato in Italia.

Se male vi fu, fu da voi provocato, o Signori, da voi che per imporre l'unità del biglietto, non avvisaste neanche ai mezzi più ovvii con cui renderla meno intollerabile. Non avete voluto formulare pria d'ora una legge intorno alle Banche di credito e di circolazione; adesso lo fate; ma, sancita che fosse questa Convenzione, vedremo con quale risultamento pratico, di fronte ad un privilegio immane, qual è quello di cui oggi invocate la consacrazione.

Che, mancando una legge, sorgano piccole Banche, basate sul diritto comune, quando nella circolazione cartacea forzosa i piccoli tagli difettano, è troppo naturale, e fu, diciamo, anche provvidenziale.

In qualche parte del Regno si vide, nell'estate del 1866, circolare perfino dei pezzi di cuoio rappresentanti la moneta, per sopperire ai bisogni quotidiani, richiamando alla memoria l'età infantile dei cambii.

Del resto, la prosperità delle Banche popolari, di cui sembrava quasi dolersi ieri l'onorevole Maurogonato, è dovuta esclusivamente ai piccoli tagli, ed è un sintomo di più, pel credito di cui godono, della impotenza di una Banca unica e privilegiata a soddisfare ai bisogni del paese.

L'onorevole Sella, testimonio che gli avversarii nostri gradiranno per certo, nella Commissione d'Inchiesta dichiarò che il fatto da cui più si sentiva colpito in questa materia, e per cui si mostrava arrendevole alla proposta che io ebbi l'onore di sostenere, in quella Commissione, intorno alla libertà delle Banche, si fu precisamente lo avere notato che, durante il corso forzoso in Italia, sorgessero, emesse da Istituti, da municipii e da privati, tante maniere di carta circolante, la cui guarentigia in alcuni casi era dubbia, e ciò senza che il paese ne mostrasse ripugnanza, e senza che ne emergessero quei danni che molti andavano profetando.

Questo fatto, che spiega il perché dell'adesione dell'onorevole Sella al principio della libertà e pluralità delle Banche, dovrebbe bastare, a lui stesso ed all'onorevole Maurogonato, per indurli a riflettere sulla convenienza di imporre sempre più, mediante il corso forzoso protratto indefinitamente, la unità del biglietto in Italia.

Da questi argomenti, che vo combattendo, tolse ieri occasione l'onorevole Maurogonato ad entrare a piene vele nelle accuse contro l'Inchiesta sul corso forzoso che egli pure, se ben rammento, aveva a suo tempo votata nell'appello nominale con cui fu decisa.

Allora la temperatura della Camera era ben diversa dall'odierna; allora, gli era una gara a chi più condannasse in questo recinto il corso forzoso, del quale oggi udiamo farsi apologista l'onorevole preopinante, che per poco non invia al manicomio chi parla di volerlo sopprimere.

Ma io sarò per certo, ciò rammentando, scusato da tutti, se oggi sorgo a dire, con amara franchezza, all'onorevole Maurogonato che egli non doveva, mentre pende ancora incerto il giudizio di questa Camera intorno all'Inchiesta sul corso forzoso (non già quello del paese, che plaudì alle sue conclusioni), non doveva, dico, coll'autorità del suo nume, della parte da lui presa nelle questioni di finanza, accingersi a combattere quelle conclusioni non ancora discusse in quest'Aula, formulate da uomini che quasi tutti appartenevano al partito cui egli appartiene, ora dispersi, e dei quali io qui rimango, ultimo ed insufficiente fra tutti, a difenderle. Egli doveva attendere che una discussione si imprendesse intorno a quell'arduo, lungo e coscienzioso lavoro, in cui per molti mesi tante cure quotidiane si spesero.

3520 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Ma venire qui, oggi, nell'assenza dei componenti la Commissione, annuente il Ministro che ne fu parte ed or la disdice, venire oggi, contando forse sull'impotenza mia, ad assalire quel lavoro, plaudenti i suoi colleghi politici e l'onorevole Sella... oh! mi permetta l'onorevole Maurogonato di dirgli che non è questo un tratto assai generoso, di cui io possa tacere, di cui possa essergli grato il paese! (Bene! a sinistra)

Nondimeno, per quanto poco io valga, io sono qui, o Signori, al mio posto.

Non entrerò nel burrascoso pelago della necessità, con tanta fiducia affermata dall'onorevole Maurogonato, del corso forzoso al 1 maggio 1866. Sarebbe ora inopportuno.

Non lo farò anche per riguardi di convenienza, che tutti comprenderanno senza che io debba accennarli. Il paese ha letto la nostra Relazione ed ha ormai giudicato se la maggioranza della Commissione sia stata nel vero. Che la Banca non sarebbe fallita, come dice l'onorevole Maurogonato, non sono lontano dall'ammetterlo: lo disse già in quel volume la Commissione, dimostrando come del corso, forzoso non fossori necessità nel momento in cii fu decretato.

Non sarebbe fallita se avesse scorto che il corso forzoso non verrebbe concesso ai suoi biglietti. Ma quando l'ottenne, che cosa fece?

L'onorevole Maurogonato ci risponde: non ha fallito, ha sospeso i suoi pagamenti.

Soggiunge poscia che, in fine dei conti, il Governo allora non fece che copiare l'Inghilterra nel suo bill del 1844.

Ma non rammenta l'onorevole Maurogonato, e con lui l'onorevole Minghetti (i quali, come se soltanto sa quei banchi si leggesse la storia inglese, imputano a noi, dell'Opposizione, la più plateale ignoranza in queste materie), non rammentano entrambi, che l'Atto del 1844, di Roberto Peel, fu la costituzione legale del monopolio della Banca d'Inghilterra, sancendo la ingerenza e la responsabilità del Governo nelle faccende della Banca, e che tre anni dopo, nel 1847, alla prima crisi sopraggiunta, si dovette sospendere quella legge, per quindi riattivarla più tardi, proibendo la istituzione di nuove Banche? Da distinti economisti inglesi io imparai che l'Atto di Roberto Peel nel 1844 fu sorgente di gravi perturbazioni, e fu un errore economico di quello statista.

Or bene, non basta farsi belli di nomi inglesi e delle corrispondenze con giornali inglesi, per citare a rovescio davanti alla Camera italiana, fatti inesatti e confronti storici, che invocate in appoggio mentre appunto essi vi condannano.

Del resto, non mi sorprende che l'onorevole Minghetti abbia provato di necessità di rivolgersi dalla tribuna al mondo economico estero, egli che da quella parte della Camera viene additato come una delle illustrazioni economiche nostrali.

Avrei voluto soltanto che non isbagliasse il tema. Era naturale che egli provasse il bisogno di tarsi perdonare un fatto non dimenticabile nella storia del Parlamento italiano, l'aver egli, cioè, approvato quelle Convenzioni del conte Cambray-Digny che erano la negazione di ogni libertà economica, quando, Ministro di agricoltura e commercio, aveva non soltanto aderito a quelle proposte, ma ne aveva fatto sospendere la presentazione, per esaminarle e studiarle, come il conte Cambray-Digny addusse a discolpa del suo ritardo.

Avendo, quale Ministro di agricoltura e commercio, aderito a quelle Convenzioni, egli non ha più diritto, come Deputato, di atteggiarsi davanti alla Camera come sostenitore della vera libertà del credito, imputando noi di vuote declamazioni, ovvero di quelle evaporazioni in cui ci vedeva sbollire, quanti siamo da questa parte, l'onorevole generale La Marmora. (Benissimo 1 a sinistra)

La convertibilità è grave, diceva l'onorevole Maurogonato, quando occorre l'oro; perché le Banche debbono comprarlo all'estero. È troppo evidente; il cambio è il solo freno delle emissioni inconsulto. Ed appunto perché la Banca Nazionale Sarda non volle provvedersi, nel 1866, con qualche suo sacrifizio, di metallo dall'estero, che io credo abbiamo subito il flagello del corso forzoso. Se invece del 15 o del 18 per cento di dividendo ai suoi azionisti, la Banca si fosse contentata di offrirne loro una metà per quell'anno, e avesse in tempo rinforzata la sua riserva metallica, come usava praticare negli anni addietro allorché ne accadeva il bisogno, forse non avremmo avuto in Italia il Decreto del 1° maggio 1866.

Ho già dimostrato, contrariamente al parere dell'onorevole Maurogonato, come riesca grave per gl'Istituti anche la convertibilità della loro carta in quella della Banca privilegiata. Basti ora soggiungere che quando questi Stabilimenti minori non si trovano in grado di eseguire quel cambio, io direi: falliscono; ma l'onorevole Maurogonato mi corregge e dice: no, sospendono i pagamenti. (Si ride)

Che gli utili della Banca Toscana non sieno diminuiti col corso forzoso, anzi siensi di qualche poco aumentati, non è cosa da menarne così grande scalpore, come ha fatto l'onorevole Maurogonato in prova del suo asserto, dichiarando che, sotto il regime del corso forzoso, tutti gl'Istituti prosperarono.

Io faccio riflettere all'onorevole preopinante che uno sproposito (mi permetta la troppo schietta parola) di questo calibro non avrei creduto si potesse udire da lui, così versato in materie bancarie.

Se egli avesse riflettuto che la Banca Toscana non può avere più che 30 milioni di carta circolante, cioè il triplo del suo capitale sociale, od avesse avuto la degnazione di leggere la modesta Relazione, se anche partita da questi banchi, che io presentai, or fa un anno, alla Camera, esaminando in essa il movimento di dieci anni degli affari della Banca Toscana, negli Allegati alla relazione stessa avrebbe risto che essa ha sempre avuto uni circolazione di circa 30 milioni, anche prima del corso forzoso, e che il dividendo, in media, fu sempre di circa il 12 per cento.

3521 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

Non avrebbe allora asserito che fu il corso forzoso che impinguò gli affari e quindi il dividendo della Banca Toscana.

Una Banca la quale non abbia limite alla circolazione della sua carta, com'era la Banca Nazionale (salvo il ragguaglio alla riserva metallica) prima della legge del settembre 1868, la cui circolazione per conto proprio crebbe di circa 20 milioni al mese durante il 1867, come dimostrai nella mia Interpellanza del febbraio 1868, può fare appunto lautissimi affari mediante il corso forzoso; e questo spiega la ingente cifra dei dividendi della Banca Nazionale Sarda, da qualche anno in qua; ma allorché il limite della emissione è stabilito in ragione del capitale sociale versato e non può essere ecceduto mai, gli utili del corso forzoso sono un argomento che non regge alla discussione.

Del resto, circa al dividendo della Banca Sarda l'onorevole Maurogonato ne accennò le cifre per anni, e non dubito sieno esatte. Volle però scusarne l'enormità scomponendo la cifra, perché in parte dovuta all'operazione fatta dalla Banca sul Prestito Nazionale. Ora l'onorevole Maurogonato non potrà negarmi che la Banca non avrebbe potuto fare quell'operazione se non avesse ottenuto il corso forzoso dei suoi biglietti.

Fu appunto nel 1867, in cui essa aumentò la propria circolazione di 246 milioni, che stipulò quella lauta operazione, la quale il Governo non avrebbe potuto condurre a termine, organizzata infelicemente come era, senza il soccorso della Banca.

Quindi parrebbe un circolo vizioso la distinzione del preopinante. Imperocché se la Banca Nazionale ha compiuto con suo grande vantaggio l'operazione del Prestito Nazionale mediante il corso forzoso, e l'ha potuta compiere allargano la sua circolazione inconvertibile, sempre in base al triplo della riserva metallica, procacciatasi incettandola sulla piazza, - è troppo evidente che gli utili dall'onorevole Maurogonato computati pel Prestito Nazionale, si risolvono in utili derivati anch'essi dal corso forzoso.

La sottigliezza della distinzione che egli fa, per diminuire la cifra degli utili, non ne muta l'essenza, l'origine, che noi deploriamo. Essi sono essenzialmente dovuti all'inconvertibilità del biglietto.

Ma poiché parlo degli utili, vediamo quanto sia vero il confronto che egli ha fatto con quelli di alcuni grandi Istituti stranieri. Prendiamo, ad esempio, la Banca di Francia, che è uno dei più ragguardevoli Istituti di credito d'Europa, la quale ha circa un miliardo e ducento milioni di biglietti in circolazione e quasi altrettanta somma di riserva metallica. Quella Banca dava un dividendo agli azionisti nel 1866 di 15.60 per cento, nel 1867 di 10.70 per cento, e nel 1868 dava soltanto il 9 per cento.

Veda l'onorevole Maurogonato quale differenza passi tra queste cifre decrescenti e quelle dei dividendi della nostra Banca; veda se la grande entità dei dividendi presso di noi si possa attribuire alle sole vere operazioni di sconto e di anticipazione.

Mi mancò oggi il tempo per compulsare il bilancio delle Banche di Francia e d'Inghilterra del 1869; ma posso affermargli che la Banca di Londra nel 1868 ripartì un dividendo del solo 8 per cento; in quello stesso anno la Banca Nazionale Sarda distribuiva il 21,50 per cento!

L'onorevole Maurogonato dichiara che la Banca Nazionale Sarda, organizzata qual è (e debbo ritenere che intenda dire anche durante il corso forzoso) rappresenta il movimento economico della nazione.

Come lo rappresenti, lo disse in modo eloquente l'onorevole Alessandro Rossi, il 5 maggio 1869, alla Camera. Non ripeterò quegli argomenti, che tanta impressione hanno destato in tutta Italia.

Rammenterò soltanto che, mentre le imprese languiscono per difetto di capitali, essa sola si afforza; che spesso quanto più scende la nostra rendita sui listini di Borsa, tanto più alto in essi vanno quotate le sue Azioni, ormai valutate quasi al 150 per cento del loro valor nominale.

Ma ne siete forse gelosi? sclama l'onorevole preopinante: vi duole che prosperi e che sia ricca? Volete l'etisia universale?

No, ma quando l'etisia si constata giorno per giorno, e il morbo invade l'organismo sociale, la forza esuberante del credito chiusa nel pugno di pochi, è indizio di una anormalità che può essere, ed è infatti, gran parte della causa del male.

Voi vi professate amici della libertà, egli prosegue, e vi affannate a gridare perché due Banche si fondono; voi volete dunque il monopolio della libertà.

Questo stesso argomento addusse ripetutamente, a sazietà, l'onorevole Sella, quando, prima che pensasse a presentare alla Camera, come Ministro, una legge sulla libertà delle Banche, dal suo stallo di Deputato slanciavasi ad inforcare il suo cavallo di battaglia in favore della Banca unica, da lui imposta forzatamente a tutte le provincie del Regno con decreti firmati da lui e che non ebbero mai la sanzione del Parlamento.

Ma io replico a questi signori, com'ebbi ancora occasione di dirlo, che noi non conosciamo una libertà la quale debba essere tale per determinati enti o persone, mentre non sia concesso di goderne a chiunque. La libertà sta sotto l'egida della legge, appunto perché la sua completa esplicazione abbia un limite soltanto laddove lo abusarne implica l'altrui danno; ma quando una legge comune, generale, non vi abbia, che ponga tutti in egual condizione, quando anzi esiste una legge speciale di privilegio per un dato ente dell'organismo sociale, l'invocare da parte vostra la libertà è un'amara ironia.

3522 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Che esista il privilegio bancario per legge in Italia, l'onorevole Maurogonato non potrebbe negarlo. Rammenti, se lo vuole, che l'articolo primo della legge del 9 luglio 1850, la quale dal Regno Subalpino passò nella legislazione italiana e fu riconosciuta esistente dal Consiglio di Stato e dai Ministri che si sono succeduti stabilisce che: niuna Banca di circolazione potrà d'ora innanzi attivarsi nello Stato, né quelle che esistono confondersi con altre, se non in forza di una legge.

Dov'è il diritto comune, vantato dall'onorevole Maurogonato, per cui possano sorgere quanto Banche vogliano?

Dov'è la libertà per tutti, in questa materia, quando il legislatore, pell'esercizio del credito, sanziona il privilegio a favore di un solo Istituto?

Non vede egli il circolo vizioso delle contraddizioni in cui cade, parlando di facoltà per tutte le Banche di sorgere e svilupparsi?

Ma, si dice, la legge non le vieta, prefigge soltanto che sieno autorizzate per legge: ora, perché non se ne fa domanda? Evidentemente mancano gli affari, ed è per questo che le Banche non sorgono.

Anche prima del corso forzoso esistevano Banche in Italia; la Banca Sarda le ha assorbite, malgrado l'articolo poc'anzi citato, confondendole in sé.

I Ministri s'affrettarono ad insediare le sue figliali in ogni più remoto angolo del Regno, affinché occupasse per prima il terreno; le si diedero i mezzi, coi servigi del Governo, di filtrarsi nelle popolazioni; e, ciò fatto, si accordò la inconvertibilità ai suoi biglietti, per vincere ogni concorrenza, anche quella delle Banche le quali non si erano arrese durante la marcia trionfale ed avevano ricusato di fondersi.

Ciò premesso, il venirci ora a dire: dove sono le Banche? dove sono gli affari? è, ripeto, niente altro che un'amara ironia, contro la quale noi protestiamo.

La Camera avrà presenti alla memoria le schiette e severe parole dell'onorevole Alessandro Rossi, allorché, trattando codesto argomento, strappò gli applausi di quest'Assemblea, dimostrando come il paese ed il credito del paese era da costoro calunniato, per servire al vantaggio di pochi, col danno di tutti.

Allorquando l'onorevole Maurogonato viene a vantarci i benefizii che la Banca Nazionale Sarda recò alle provincie meridionali, io mi sento inclinato ad appellarmi alla miseria delle cifre da lui stesso citate per gli sconti di quelle provincie. D'altronde egli pur dovrebbe sapere come l'Inchiesta abbia provato che le operazioni della Banca si aggruppano essenzialmente nei grandi centri.

Egli dovrebbe sapere che, con una pazienza persino incredibile, con un lungo lavoro, si è da noi dimostrato come nei Prospetti esibiti alla Commissione d'Inchiesta dalla Banca Nazionale, le anticipazioni non fossero precisate per località nel loro reale importo, e risultasse, dal controllo che la Commissione stessa ha eseguito, e contro il quale non si è mai replicato da chicchessia, che si erano conglobate le cifre in alcune località meno importanti, appunto perché non emergesse l'accentramento delle operazioni nelle Sedi favorite.

Egli può ricorrere al secondo volume dell'Inchiesta (Documenti) per vedere la dimostrazione contabile di quanto ora affermo.

L'argomento più consueto dei favoreggiatori della Banca unica in Italia, argomento su cui anche l'onorevole Sella fonda le sue difese dell'utilità di un solo Istituto che operi su tutta la superficie del regno, è sempre questo: come provvedereste voi, senza la Banca, a mandare il danaro dall'una all'altra provincia? Non vedete l'immenso vantaggio di potere spedire una somma da Firenze a Palermo, da Napoli a Milano, mediante un biglietto all'ordine rilasciato dalla Banca?

Ma, prima che vi fossero le Sedi e Succursali della Banca, sa dirmi l'onorevole Sella, sa dirmi l'onorevole Maurogonato, se i rapporti cambiarii e mercantili tra un paese e l'altro soffrivano, per la mancanza di quelle Sedi, di una sensibile alterazione, di un grave impedimento o ritardo? Gli affari avevano il loro corso, ad onta che le provincie fossero politicamente divise; le cambiali, le girate di partite fra ditte in corrispondenza fra loro, bastavano, come bastano attualmente in tutti i paesi civili. Altrimenti, a che giova la grande macchina dei cambii?

Questo, mi si permetta di dirlo, gli è proprio rimpicciolire la questione della libertà del credito, riducendola ad una questione di servizio di messaggerie.

E i vaglia postali a che servono?

Dimenticare il largo sviluppo degli affari, delle industrie, che deriva dalla libertà del credito, e nell'organizzazione del sistema bancario non ravvisare altro che il beneficio di una eventuale trasmissione di fondi, come se più Banche regionali, in rapporti di conto corrente fra loro, non supplissero meglio e più speditamente a questo secondario servizio, equivale a non sapersi rendere conto della entità, dell'indole della questione relativa all'esercizio del credito.

Le Banche, organizzate per regioni, per provincie, devono bastare ai bisogni del commercio e dell'industria locale nel paese in cui siedono; allora esse sapranno regolare la loro circolazione dei biglietti in base ai noti e veri bisogni del paese, senza correre rischi gravi e farli correre ai portatori dei loro biglietti. Quando questa importante questione, che è stata sì a lungo agitata dai Parlamenti e dai Governi di tutta Europa, la si vuol limitare alla trasmissione di danaro dall'una all'altra provincia, mi permettano gli onorevoli Sella e Maurogonato che io loro dichiari che ai rifugiano in un argomento il quale non è all'altezza del loro ingegno.

Ma, soggiungono, il Governo, senza la Banca, come farebbe? Senza una Banca forte, come si sarebbe fatto il prestito nazionale? Per poco non chiedono come mai senza la Banca si sarebbe fatta l'Italia.

4523 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

Che poi l'onorevole Sella, mediante tre Banche abbia recentemente potuto provvedere ai pagamenti del 1 luglio corrente, questo è argomento il quale starebbe appunto contro l'onorevole Maurogonato, che lo ha invocato. Imperocché se il Ministro ha ravvisato maggior convenienza di fare questa operazione con tre Banche, anziché con una sola, ciò prova che la operazione stessa sarebbe riescita più difficile e forse più costosa con una.

D'altronde, un Ministro di finanze deve, almeno io credo, preoccuparsi non solo del bisogno momentaneo della tesoreria, che egli amministra, ma benanco dell'organismo e delle condizioni degli Istituti di credito del suo paese, poiché è certo che gli Istituti di credito bene amministrati sono un gran fattore della prosperità generale.

Che se adunque e per la finanza e pel credito del paese sarebbe stato più malagevole e più arrischiato il concludere la operazione con un solo Istituto di credito, anziché con tre, ciò prova contro l'abituale favoritismo del Governo verso la Banca unica, ciò prova contro l'onorevole Maurogonato, il quale, sperando miglior fortuna nei Buoni del Tesoro, viene a dirci che il Governo non potrebbe collocarli senza ricorrere alla Banca.

Ma io gli rammento che nel 1866, pochi giorni prima che si decretasse il corso forzoso, vi erano 30 milioni di Buoni del Tesoro collocati presso la Banca, prossimi alla scadenza, e che il Direttore generale del Tesoro, nella sua Relazione, stampata nel Volume dei documenti dell'Inchiesta, affermava che quei 30 milioni non si sarebbero rinnovati dalla Banca neppure al 25 per cento; e si noti che in quei giorni appunto, come confessa lo stesso Direttore generale del Tesoro nella Relazione ora citata, vi erano nelle casse dello Stato 32 milioni di biglietti della Banca Nazionale Sarda, ed essa era in debito di circa 16 milioni verso lo Stato in conto corrente. Nonostante, la Banca ricusava la rinnovazione dei Buoni del Tesoro allo Stato; essa voleva metterlo alle strette per ottenerne il corso forzoso. Si scorge adunque che questa aiutatrice inesauribile del figliuol prodigo, il quale ricorre costantemente a lei, se lo aiuta, lo fa quando le torna conto; ma, nei supremi momenti, quando il suo aiuto sarebbe suprema salute, lo ricusa, o lo fa costare ben caro al paese!

Nell'Inchiesta abbiamo dimostrato come si paghino questi aiuti. Ma l'onorevole Maurogonato, o non ha letto quelle dimostrazioni, o, lette che le abbia, gli giova dimenticarle; ovvero ancora, confida che chi le abbia lette e lo ascolti, possa averle cosi di leggieri dimenticate.

In quell'Inchiesta abbiamo perfino conteggiato il costo dei soccorsi dati dalla Banca allo Stato, e dimostrammo come, mentre lo Stato scontava Buoni del Tesoro presso la Banca a ragione d'interesse elevata, la Banca eragli debitrice in conto corrente di parecchie decine di milioni, sulle quali non pagava interesse.

Di tutto ciò abbiamo stampato un'accurata statistica, portante il saldo dei conti mese per mese, ed abbiamo raggruppato le cifre per calcolare quali enormi somme d'interessi lo Stato avrebbe potuto godere, e non ebbe, mentre escogita sempre le più improvvide tasse per aggravare i contribuenti.

Il 3 agosto 1868, allorquando si discusse in questa Aula intorno alla limitazione dei 750 milioni, l'onorevole Cambray-Digny, Ministro delle finanze, affermò che si poteva calcolare ad oltre 10 milioni all'anno la somma che la Banca percepiva dallo Stato, compresi gl'indebiti interessi sulla carta a corso forzoso, per le operazioni in corso con esso.

Tanto sembrarono esorbitanti quegli utili e mal guadagnati, persino all'onorevole Sella (un po' più severo, incredibile a dirsi, verso la Banca, di quanto lo sia l'onorevole Maurogonato), che più volte, non chiesto, quasi obbedendo, malgrado proprio, alla prepotente voce di un rimorso dell'opera sua, venne a deplorare davanti alla Camera che i dividendi di quell'Istituto, dovuti per la massima parte al corso forzoso, si avessero in qualche modo a scemare, facendone fruire anche lo Stato e non soltanto i suoi azionisti.

Per ultimo, o Signori, l'onorevole Maurogonato sostiene che la Banca non abbia i suoi favoriti, come taluno li chiama, ed egli mormora persino la parola calunnia.

Ma non ha egli stesso convenuto che il Credito mobiliare, come dall'Inchiesta venne dimostrato, fu largamente aiutato nelle sue operazioni dalla Banca Nazionale?

Egli certo avrà letto a pagine 214 e 408 del primo volume dell'Inchiesta quanto noi ebbimo a dirne. Ma non fu solo il Credito mobiliare. Noi abbiamo notato che sopra 366 milioni di sconti e di anticipazioni fatti in 27 mesi ai varii Istituti di credito in Italia (importa poco la durata dei mesi per giustificare la rinnovazione, argomento affacciato con tanta insistenza nelle polemiche dai difensori della Banca, i quali hanno contraddetto l'Inchiesta, poiché la proporzione rimane sempre la stessa), sopra 366 milioni di sconti e anticipazioni, 323 milioni erano stati distribuiti fra cinque Istituti, ossia il Credito Mobiliare di Torino, la Cassa generale di Genova, la Cassa di Sconto di Torino, il Banco di sconto e Sete di' Torino, la Cassa di Sconto Toscana, quest'ultima per soli 20 milioni.

Veda adunque l'onorevole Maurogonato quali conseguenze emergano da questi confronti, e rammenti che nella stessa inchiesta abbiamo anche stampato la statistica delle categorie degli sconti, dalla quale risulta come il ceto che più ne gode sieno i banchieri; ed è naturale, poiché prestano e fanno pagare la terza firma al commercio non ammesso al banchetto del massimo latitato.

Rammenti egli inoltre il discorso dell'onorevole Alessandro Rossi,

3524 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

dell'anno scorso, e vedrà come in realtà la gran massa delle operazioni si accentri sopra una classe di favoriti.

In quanto alla questione del corso forzoso, è follia U parlare di abolizione, dice l'onorevole preopinante. Ma crede egli così poco alla serietà dei propositi dell'onorevole Sella? Si vede che accortamente l'onorevole Maurogonato, consumato negli affari, sorride dei propositi dell'onorevole Sella...

MAUROGONATO. Io non ho fatto alcun segno.

SEISMIT-DODA... il quale dichiarò che, mediante questa Convenzione, si sarebbe tolto il corso forzoso, tanto più ora che abbiamo, a furia di numeri sulla carta, fatto il pareggio.

Io li prego di mettersi un po' d'accordo. (Bene! a sinistra)

Non mi farò giudice della questione, trattata a lungo dall'onorevole Maurogonato, intorno al suo antico progetto, raffrontato a quello dell'onorevole Maiorana Calatabiano, ossia della differenza tra il biglietto bancario ed il biglietto governativo marchiato per ottenere la limitazione del corso forzoso nella cifra spettante allo Stato, cioè la demarcazione fra le due emissioni. Mi limiterò a chiedere all'onorevole Maurogonato: chi controlla la Banca? Quando un Governo esautorato stende ad ogni momento la mano alla Banca creditrice, con quale prestigio, con quale efficacia può egli esercitare un controllo? Eppure è questo controllo inflessibile, assiduo, che darebbe la maggior guarentigia al biglietto bancario, quando è inconvertibile. In tempi normali, quando è obbligatoria la convertibilità alle domande del pubblico, il miglior controllore è il cambio. L'Istituto che non vi pensa, fallisce.

Contro la carta governativa l'onorevole Maurogonato si appella all'Inchiesta. Io adesso non tratterò questa grande questione. Altri avrà ad analizzarla dopo che io avrò parlato. A proposito della carta governativa noi, nell'Inchiesta, non ci siamo pronunciati; non abbiam fatto che raccogliere le varie opinioni dei Deponenti, raggrupparle ed esporle.

Mi preme soltanto constatare che l'onorevole preopinante si appella ai giudizii dell'Inchiesta dove gli torna, e la cita come testo degno di fede; la combatto poi dove non gli mette il conto di rammentarsi che abbia esistito.

Nelle nostre conclusioni noi abbiam detto che erano illegittimi ed onerosi i rapporti tra la Banca e lo Stato.

Eravi, o Signori, fondamento, in quanto diligentemente raccogliemmo, a questo giudizio?

Mi permetta l'onorevole Maurogonato, che con tanta severità lo contraddice, mi permetta la Camera l'unica citazione che della Relazione dell'Inchiesta intendo intercalare al mio discorso, a proposito di questi rapporti fra la Banca e lo Stato, che il difensore della prima

non vuole ravvisare né illegittimi, né onerosi, malgrado il parere contrario dell'onorevole Sella, la cui Convenzione con la Banca oggi egli tanto calorosamente difende.

Trascelgo alcuni punti, ma vi hanno pagine intere nel primo volume, e decine di documenti nel secondo, destinate a questa dimostrazione.

Mi consenta la Camera questa breve, ma importante lettura, che non abbisognerà di commenti.

A pagina 434 del primo Volume:

«Ciò che siamo venuti fin quì esponendo basterebbe ad esuberanza a dimostrare quanto sarebbe grandemente importante che tutte le operazioni le quali hanno luogo tra la Banca e lo Stato, apparissero costantemente in piena evidenza.

«Invero fu grave alla Commissione, nell'ispezione ch'essa medesima ha fatto dei conti tenuti al Ministero delle finanze, per le operazioni tra la Banca e lo Stato, il dover riconoscere che non sono tenuti in modo da rappresentare le operazioni nel loro insieme, né da poterle seguire giorno per giorno nelle loro fasi.

«Né pare alla Commissione che giovi il metodo che viene seguito dalla Direzione del Tesoro, presso la quale tiensi un confuso conto corrente per tutte le operazioni ordinarie, e poi altrettanti conti correnti,senza saldi nemmeno mensili, per ciascheduna delle varie operazioni speciali, siccome si fece per quella del mutuo di 278 milioni, per l'altra dell'anticipazione sull'asse ecclesiastico, ecc., ecc.

«Ora, nei rapporti di debito e credito, che da quei conti derivano tra la Banca e lo Stato, può benissimo accadere che, considerandosi a parte l'una o l'altra di queste operazioni, figuri, dipendentemente da essa, per debitore quello dei due che, considerandosi invece tutte le operazioni nel loro insieme, risulterebbe invece in credito verso l'altro. Ciò tanto più risalta all'occhio, se il confronto si faccia tra il conto corrente ordinario e gli altri conti correnti;poiché quello comprende bensì più operazioni, ma è di gran lunga d'una importanza minore, che non sieno i conti correnti speciali raggruppati insieme.

«Quindi, in realtà, come può vedersi nei Prospettiche uniamo alla Relazione, avviene che restino talvolta presso la Banca giacenti somme cospicue dello Stato, che nulla intanto fruttano al Tesoro, e si noterà come nel corso di questi anni se ne sarebbe potuto ritrarre una somma d'interessi non ispregevole. Ciò tanto più deve dirsi, dacché vediamo la Banca tener conto di tutto quanto la riguarda; cosicché,essendosi incaricata dell'alienazione di 4,800,000 lire dì rendita, e passandosi poi dallo Stato l'incarico a Rothschild, la Banca esigette la provvigione per l'utile che avrebbe potuto

3525 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

ritrarre eseguendolo essa. Non bisogna dimenticare che le strettezze finanziarie dello Stato hanno creato purtroppo una tale condizione di cose, in cui, se fu allettevole spediente allo Stato il trovare un poderoso aiuto d'un grande Istituto di credito, si sono però alterati essenzialmente i rapporti che, in tempi normali, sarebbero statutarii, e tali dovrebbero rimanere tra lo Stato e la Banca. Pè suoi statuti la Banca si trova proscritto un limite assai ristretto (15 del suo capitale, articolo 18) all'impiego in fondi pubblici; limite, è vero, che può superarsi coll'autorizzazione del Ministro delle finanze, ma che evidentemente riesce illusorio, se quest'autorizzazione occorre ben di frequente, e di frequente si accorda, ed anzi quasi sempre si sottintende.

«Ora, appunto per la partecipazione della Banca a tu te le operazioni di credito pubblico, noi vedemmo come nel fatto quel limite non siasi né punto né poco voluto osservare; il che se fu talvolta per lo Stato una triste necessità, non è per questo che non deviasse la Banca dal suo principale e primitivo ufficio, di soccorrere il credito mercantile. Né solo questo, ma mentre gli statuti della Banca la obbligano a fare, a modico patto, anticipazioni alle finanze dello Stato, noi vediamo lo Stato solamente tre volte ricorrere a questo aiuto in un lungo giro di anni, nel tempo stesso che pur ricorreva alla Banca in modi assai più onerosi. Per gli statuti del 1859 lo Stato avrebbe potuto valersi di quelle anticipazioni all'interesse del 3 per cento, ed anche minore, se lo sconto della Banca fosse minore, per 18 milioni; e, dopo il decreto del giugno 1865, avrebbe potuto valersene anche per una somma maggiore di 18 milioni, che rappresentasse «la differenza tra i 18 milioni e i due quinti del valore nominale delle azioni collocate.» Or bene, in un periodo in cui maggiori furono le strettezze finanziarie, e i Buoni del Tesoro ebbero un interesse anche del 7.50 per cento, lo Stato, invece di chiedere alla Banca quell'anticipazione, negozia con essa i suoi Buoni del Tesoro a saggio elevato.

«Il fatto che in Italia si è aumentata di tanto la circolazione durante il corso forzoso, non ostante l'obbligo della riserva, è appunto una riprova che, come freno della circolazione, quest'obbligo non è sufficiente; ed il fatto che in Italia nel 1867 la circolazione si è accresciuta di 246 milioni per operazioni proprie della Banca, senza che essa importasse dall'estero la riserva equivalente di 82 milioni, e quindi avendo essa dovuto procurare questa riserva all'interno, è riprova' della perturbazione che, in uno stato di circolazione coatta, questo obbligo della riserva metallica produce nelle condizioni economiche del paese.

«La necessità d'una riforma degli Statuti della Banca si appalesa benanco perché il sindacato che il Governo stesso esercita sopra questa istituzione possa pienamente rispondere al delicato incarico, che i doveri del Governo e la fede pubblica gli impongono.

«Né solo sarebbe urgente questa riforma in riguardo ai rapporti tra la Banca e lo Stato, ma eziandio nei riguardi del commercio, al cui vantaggio, e non a u quello dei suoi azionisti, la Banca venne riconosciuta.

«Il decreto reale del 29 giugno 1865 aveva parificato gli ordini in derrate, tanto in uso nelle provincie meridionali, a quegli altri titoli che la Banca può ricevere come equivalenti ad una terza firma. Importi tantissima sarebbe l'attuazione di questa facilitazione, tanto più dopoché il Codice di commercio ha esteso a tutta l'Italia questi ordini in derrate, e le norme che già li regolavano nelle provincia meridionali. Ma d'una riforma ben più rilevante ci importa di tenere parola.

«Nei Prospetti che abbiamo citato più sopra, bensì vede come gli sconti della Banca Nazionale sieno, in principalità e per la massima parte, pei banchieri,e quasi non ne approfittano i manifattori e tantomeno gli agricoltori.

«Perché veramente il credito in Italia diventi accessibile a tutti, non basta per certo la Banca Nazionale colle sue numerose e spesso inutili succursali. In Francia si sono interposti utilmente, tra la Banca e i commercianti, i manifattori, gli agricoltori stessi,alcuni Banchi di sconto, i quali assai giovarono a mettere a parte del credito anche luoghi e persone che prima ne rimanevano privi; anzi si istituirono anche dei secondi Banchi di garanzia, perché essi, facendo fede ai primi, siccome questi alla Banca, fati alitassero il conseguimento del credito.

«La Banca Nazionale, in causa dei suoi stretti ed a lei sì produttivi legami collo Stato, ha saputo finii qui occupare da sola il posto di altri Istituti di credito, senza potere però sostituirsi ed essi per quei vantaggi che sono propri soltanto d'Istituti locali a ed accessibili a tutti.»

Veda ora l'onorevole Maurogonato se bastino, come io credo, queste brevi citazioni di fatti positivi e documentati, per dimostrare che le conclusioni della Commissione d'Inchiesta, le quali giudicano onerosi ed illegittimi alcuni rapporti della Banca cotto Stato, non hanno punto esagerata la vera condizione delle cose, e che i fulmini della sua eloquenza non hanno colpito nel segno. No, le nostre Conclusioni non meritavano neanche dagli apologisti della Banca, i quali sanno quante cose abbiamo scusato, quel biasimo che l'onorevole Deputato di Mirano ha creduto di dover infliggere loro.

Combattendo i difensori della libertà del credito e sostenendo l'utilitario sistema del privilegio, l'onorevole Maurogonato tanto cedette all'impeto delle sue affezioni, che si lasciò trasportare persino, lui solitamente così calmo e riflessivo, a voli di fantasia, che confinavano col lirismo, ed erano affatto fuori di luogo nell'argomento in discorso.

Lo udimmo infatti paragonare le molte e libere Banche alle piccole barche.

3526 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

Chi mai preferirebbe, egli sclamava, una piccola barca ad una grande e bella nave corazzata?

Io lo prendo in parola; sia pure la Banca unica la sua corazzata; ma si rammenti che le barche piccole approdano ai porti più agevolmente, rifletta che le navi corazzate pescano fondo, e per gittar l'ancora esigono porti e seni appropriati, e, quando i tempi Som grossi, talvolta finiscono a Lissa. (Bene! a sinistra)

E le Banche corazzate finiscono spesso al corso forzoso, come è accaduto, pur troppo, alla Banca Sarda al 1 maggio 1866! (Bene! a sinistra)

SALARIS. E peggio.

SEISMIT-DODA. D'accordo coll'onorevole Maurogonato sul doversi studiare un modo, che chiamerei un modus vivendi, per poter dare alle Banche il servizio della tesoreria, ma soltanto dopo tolto il corso forzoso (ed anche allora io sarei poco inclinato ad ammetterlo se non in date condizioni, di cui ora non è il caso di discutere) non veggo poi come egli provi che soltanto il servizio di tesoreria concesso alla Banca, farebbe di lei una Banca di Stato.

Ma non è dessa ormai una Banca di Stato, la Banca Nazionale Sarda, che si vuole legata alla Stato da 500 milioni di credito, che tiene in mano quasi tutta la sua proprietà immobiliare come pegno del debito, che si proclama da sé la moderatrice del credito del paese, che costringe i suoi stessi ammiratori a deplorare, come ieri deplorò l'onorevole Maurogonato, che le sia concesso, data la limitazione della sua circolazione, di regolare a suo capriccio la ragione dello sconto, mantenuta da lei al 5 od al 6 per cento, quando è al 2 od al 3 nelle più importanti piazze commerciali d'Europa, - una Banca la quale emunge a tanti titoli diversi, e con servizii improduttivi, sì larga copia di benefizii ad un Governo povero e mal gerito, non missura cutem nisi piena cruoris hirudo [La mignatta non lascia la cute se non quando è piena di sangue - N. d. R.]?

Non è questa una Banca di Stato, e della specie più pericolosa? Egli dice che non è lo Stato infeudato alla Banca, ma bensì la Banca allo Stato; lo ammettiamo: ma non torna lo stesso? Non è la cessazione di questo stato di cose, che reclamava la Inchiesta condannata dal preopinante?

La convenzione Sella stringe vieppiù i rapporti, come ho detto esordendo, tra la Banca e lo Stato, abroga la legge che la Camera ha solennemente votata per la limitazione della carta inconvertibile, perpetua il corso forzoso, deride ed annulla le conclusioni dell'Inchiesta, che non vennero ancora discusse.

L'onorevole Ministro Sella alacremente prosegue e compie l'opera sua, Egli è logico, coerente a tutti i suoi precedenti; non lo era votando

con noi nell'Inchiesta, e se ne è bentosto pentito; quel suo voto non fu che un momento di obblio.

Tutta la storia dei progressi del privilegio in Italia si rannoda intorno al suo nome. Da lui aumentato il capitale della Banca, per Decreto reale, da 40 a 100 milioni, insciente la Camera; da lui trasferita la Sede Centrale della Banca a Firenze, dichiarando, nella Relazione che precede il decreto, che senza lei non potea governare; da lui voluto ad ogni costo, anche a quello del portafoglio, il servizio di tesoreria per la Banca; da lui condannato con frasi stereotipate, ma ribadito sempre più coi fatti, il corso forzoso, di cui parecchi dei suoi conterranei si piacciono; da lui data ora la terra, proprietà dello Stato, in garanzia del biglietto della prediletta sua Banca!

Ma afferma l'onorevole Sella che l'unica via per riuscire a togliere il corso forzoso era questa! Mi sono chiuso, egli ci raccontò qui un giorno, nel mio gabinetto, a raccogliere le mie idee, quando ritornai al governo delle finanze; non ho chiesto pareri ad alcuno, ho meditato lungamente, e frutto dei miei studii furono le proposte che formano argomento alla discussione attuale, i provvedimenti pel pareggio e la Convenzione colla Banca.

Mi permetta l'onorevole Sella di ricordargli un fatto, che bramo di constatare, anche a mio scarico, poiché se ne è parlato in parecchi giornali.

Chieggo scusa alla Camera se debbo parlare per un momento di me.

Egli mi usò la cortesia di invitarmi a sé, nel gennaio, per conferire di queste materie, ed io ebbi, se lo rammenterà, la schiettezza di esporgli intero il mio modo di vedere, e di dargli amichevoli consigli, poiché mi faceva l'onore di chiedermene.

Se anche il pormi ne' suoi panni, come egli m'invitava a fare, era cosa difficile nell'argomento della Banca e del corso forzoso, pei suoi precedenti che lo vincolavano su quello scabro terreno, e per un suo singolare ordine d'idee ben diverso dal mio negli apprezzamenti degli ufficii del credito, io gli dichiarai come, al suo posto, non mi sarebbe sembrata impossibile cosa la graduale abolizione del corso forzoso, in breve giro di anni, forse un triennio, purché sul serio lo si fosse voluto.

È una questione che forse Amministrativamente si può risolvere, meglio ancora che con unica ed eccezionale operazione arrischiata, cominciando dal cambio dei biglietti di piccolo taglio, richiamando sul mercato la unità monetaria metallica, la quale, nell'enorme supero del bronzo in confronto dei bisogni della circolazione e nella già cominciata ricomparsa della. moneta divisionaria d'argento, accennava ad una tendenza al ritorno, una volta limitata la carta. agita è stata molto semplificata dalle gravi circostanze in cui presentemente si trova l'Europa.

3527 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

Stabilendo in bilancio un'annua somma per l'abbruciamento di altrettanta carta della Banca, somma garantita dal ricavo della vendita delle obbligazioni dell'asse ecclesiastico, usufruendo l'ingente eccedenza di 50 milioni di bronzo, che saranno altrimenti più tardi una nuova perdita per lo Stato, io, analogamente a quanto esposi alla Camera nel Marzo 1868, quando si discusse la questione del corso forzoso, credeva e credo che il problema non si possa dire insolubile in tempi normali; e non lo crederei insolubile nemmeno adesso, se da chi tiene il portafoglio delle finanze decisamente lo si volesse. Ma ne siamo ben lunge; questa malaugurata Convenzione che discutiamo lo attesta. Ma per l'urgenza di fondi pel 1870? mi si risponde. Voi non volete l'emissione di rendita; non potate volerla col deprezzamento in cui la rendita giace, per gli avvenimenti che or vanno succedendosi in Europa. Che cosa farete adunque? In qual modo troverete i mezzi, ricusata la Convenzione, onde provvedere ai bisogni di tesoreria per l'anno in corso, ed a quelli che possono emergere dall'oggi al domani?

Se altra fosse l'amministrazione che siede su quei banchi, se altri uomini queste domande movessero, io direi loro: valetevi dei beni ecclesiastici e, offrendoli, fate appello al paese.

Ma voi non potete farlo, il paese non vi crederebbe; siete su falsa e lubrica via; cangiatela, date guarentigie alla nazione di volerla risollevare dall'atonia economica in cui, col vostro sistema, da dieci anni seguito, la avete prostrata; non la ingannate con promesse, quanto pompose bugiarde; non la ingannate con pareggi illusorii, ai quali non credete voi stessi; non disseccate il credito del paese a favore di pochi interessati; contate su lui, che invece da tanti anni avviliste sempre e in finanza e in politica e in armi.

Se tutto ciò vi sentiste in animo di tentare e di compiere, il paese risponderebbe, e non si affonderebbe sempre più nella melma del corso forzoso!

Dacché esiste il Parlamento italiano fu sempre respinta la sanzione per legge del privilegio bancario. Se l'onorevole Sella, pertinace nel suo sistema, vuole adesso, sotto la pressione del momentaneo bisogno delle finanze, trascinarci ad incoronare il suo edificio, da lui eretto con lunga e mal auspicata pazienza, io confido che voi, o Signori, non vorrete seguirlo come complici su questa via.

Facciamo piuttosto leggi che risollevino la libertà del credito, la produzione ed i traffici; imponiamo al Governo una più semplice, meno costosa, meglio ordinata amministrazione; non diamo ragione a chi dice che lo scontento, la sfiducia, trascina le moltitudini in piazza; non dieno i nostri uomini politici lo spettacolo che dava testé l'onorevole Lanza, il quale,

dopo avere imprecato alla Regia plaudente il paese, si associava a proporre questa infelice operazione di credito che a quella equivale.

Caduto il Ministero precedente sulla soglia ili quest'aula, l'onorevole Lanza, che i nostri voti condussero al potere, seguì tosto le orme dei Ministri caduti

Victrix causa Diis placuit, sed vieta Catoni.

[La causa dei vincitori piacque agli dei, quella degli sconfitti a Catone - N. d. R.]

Signori, il paese, diciamolo francamente, è piuttosto scontento di noi, e ne ha ben d'onde; quasi più non ci crede; vede rassomigliarsi tutti questi uomini che passano e ripassano sulle vie del potere; vede noi impotenti ad imprimere loro un altro indirizzo.

Ed oggi, in questa grande questione del privilegio bancario, quale credete voi che sarà per essere l'impressione del paese? Spogliatevi per un momento delle preoccupazioni di meschine gelosie di partiti, sollevate più alto lo sguardo, e vedrete qual triste avvenire si preparerebbe alla nazione sancendo anche questa proposta dell'onorevole Sella, il cui nome suonerà un amaro ricordo.

Ma forse era un destino!

Il pareggio che, giorni addietro, venne votato sarà, io ne sono profondamente convinto, la tomba dell'attuale sistema della finanza italiana; e la Convenzione con la Banca, cui quel pareggio servì di pretesto, ne sarà l'epitaffio! (Vivi segni di approvazione a sinistra)

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Maurogonato per un fatto personale.

MAUROGONATO. Dirò poche parole.

L'onorevole Seismit-Doda, parlando di un opuscolo che fu distribuito a tutti i deputati in questi ultimi giorni, ha notato che v'è molta analogia tra le idee esposte da me ieri e quelle che si contengono in quell'opuscolo, ed in qualche modo ha insinuato che io ne fossi l'autore od avessi commesso un plagio.

A questo riguardo non ho da rispondere che una cosa.

Ho ricevuto anche io quest'opuscolo, e si trova sul mio tavolo insieme a tanti altri opuscoli che mi arrivano tutti i giorni e che non ho tempo di leggere; non ne ho neppure tagliate le carte. Ora però, poiché sento che Vi è questa analogia colle mie idee, gli do parola che lo leggerò subito e con molto piacere. (Si ride)

Del resto non mi sorprende punto se le idee da me esposte ieri si trovano in molti altri libri: io non ho mai avuto la presunzione di dire cose nuore, ma soltanto cose giuste e vere.

Ora le cose giuste e vere si trovano in tutti i buoni libri e sono riconosciute ed adottate da tutti i seguaci della buona scuola. (Bravo!)

PRESIDENTE. L'onorevole Sebastiani che ha domandato la parola per una mozione d'ordine ha facoltà di parlare.

3528 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

SEBASTIANI. Fregherei la Camera di chiudere la presente discussione generale la quale dura da tre giorni e fu abbastanza sviluppata.

Lo Stato ha bisogno di danaro. Dove prenderlo? O dalla Banca Nazionale, mercé la fatta convenzione, o creare della carta governativa. Io credo che quest'ultimo mezzo non possa essere proposto sul serio, perché lo stesso biglietto, che è pure convenientemente garantito, della Banca Nazionale, quantunque l'Italia fortunatamente oggi non sia in guerra con nessuno, è già sottoposto ad un aggio in confronto perfino del bronzo. Or considerate che avverrebbe della carta governativa! Si sa l'effetto degli assegnati in Francia.

Io ho già dovuto questa mattina in via privata pregare l'onorevole ministro delle finanze di qualche provvedimento per riparare ai danni che pel cambio della carta si sono prodotti nel capoluogo del mio collegio elettorale.

PRESIDENTE. Onorevole Sebastiani, ella fa istanza...

SEBASTIANI. Che la discussione sia chiusa.

PRESIDENTE. Ora io le fo osservare che il ministro non ha ancora parlato e che non è nelle regole parlamentari che il ministro sia l'ultimo a prendere la parola. Dunque, allo stato attuale, non so se si potrebbe chiudere così la discussione.

SELLA, ministro per le finanze. Per parte mia, se la Camera volesse chiudere la discussione generale, non mi vi potrei opporre; soltanto, nel desiderio anch'io di cooperare alla brevità della discussione, pregherei la Camera che mi lasciasse parlare dopo che saranno svolti gli emendamenti principali, perché ne sono stati proposti dei molto importanti dall'onorevole Maiorana, dall'onorevole Servadio e dall'onorevole Semenza e parecchi altri. Ciò stante, io sono disposto a rinunziare di prendere la parola nella discussione generale, riservandomi, dopo sentito lo sviluppo degli emendamenti che sono stati proposti, a dire quali possa accettare e quali no, e di fare quelle preghiere che debbo esporre alla Camera.

Non potrei, per parte mia, contribuire di più all'abbreviamento della discussione. Se faccio diversamente, devo prendere parte alla discussione generale, ma evidentemente la Camera non può né intende certo di proibirmi di dire le ragioni per cui accetto o non accetto questo o quell'altro emendamento.

Dunque, per parte mia, se la Camera non ci vede inconveniente, io mi riservo di parlare il più brevemente possibile quando saranno svolti gli emendamenti. Cosicché, in risposta all'osservazione dell'onorevole presidente, io declino anche dal prendere parte alla discussione generale, riservandomi la parola, come ho detto, intorno agli emendamenti proposti.

PRESIDENTE. Allora prego l'onorevole relatore di dire se desidera di parlare subito, ovvero dopo lo sviluppo degli emendamenti.

CHIAVES relatore. La Commissione si riserva anche essa di dare il suo avviso quando saranno svolti gli emendamenti che furono proposti.

PRESIDENTE. In tal caso, se non ci sono osservazioni in contrario, si potrebbe chiudere la discussione, riservando ai proponenti gli ordini del giorno ed i controprogetti la facoltà di svolgere le loro proposte, salvo poi alla Commissione ed all'onorevole ministro di dare il loro avviso sulle medesime.

FERRARA. Anch'io desidererei abbreviare la discussione, perché vedo che la Camera è veramente stanca; ma non mi pare che si abbrevi togliendo la parola a chi spetta per turno d'inscrizione e concedendola a quelli che hanno presentati degli emendamenti. L'aver fatto una proposta non mi sembra una ragione di preferenza: siamo tutti nello stesso caso; abbiamo le nostre idee da esporre alla Camera.

Io crederei di poter avventurare l'opinione che l'attuale discussione sulla convenzione non mi sembra neanche incominciata. Noi abbiamo udito, per esempio, ieri uno stupendo panegirico della Banca Nazionale, ma questo non ha che fare colla convenzione. Anche l'onorevole Seismit-Doda non ha avuto il torneo di entrare nelle viscere della convenzione. La Camera probabilmente sarà annoiata, ed io sarei tanto premurato di andar via quanto la Camera è stanca; ma se dobbiamo prendere delle risoluzioni utili al paese, la proposta dell'onorevole ministro delle finanze mi parrebbe proprio nocevole alla discussione.

Prendiamo, se si vuole, tutti la risoluzione di non più discutere, ed allora non discuteremo nemmeno sugli emendamenti e sugli articoli. Ma, se non si fa questo, mi perdoni l'onorevole ministro, non si raggiunge il suo intento: poiché egli ben sa che chi vuol parlare e non può farlo nella discussione generale, si farà inscrivere per parlare sopra un articolo.

MINISTRO PER LE FINANZE. Anzitutto debbo dire che se c'è persona in questa Camera a cui io non intenda per nulla d'impedire di parlare, certo è l'onorevole Ferrara.

In secondo luogo poi gli osservo che non sono io l'autore di questa proposizione, ma è stato l'onorevole Sebastiani. E, se debbo dire la verità, mi corre il debito di far notare che diversi deputati mi hanno fatto istanza perché cercassi di accelerare questa discussione; e questo suggerimento mi venne da deputati di diverso colore.

Si fu appunto per aderire a questo desiderio, che io sono andato sino al punto di consentire a rinunciare a prender parte alla discussione generale, e quindi rinunciava ad esaminare tutte le quistioni teoriche che hanno relazione con questo argomento, ed a ribattere principii e ragionamenti di parecchi avversari. Ma poiché vi sono le proposte che devono essere svolte, io aderiva a rispondere dopo il loro svolgimento, e di dichiarare quali accettassi e quali no.

3529 - TORNATA DEL 20 LUGLIO 1870

L'onorevole Sebastiani anzi è sorto egli a fare questa proposta. Assicuro l'onorevole Ferrara che io non ho punto avuto intenzione di voler strozzare la discussione: se si vuol continuare nella discussione generale, si continui pure; ma, dopo che avranno discorso i principali oratori, dovrò parlare anch'io.

SEBASTIANI. Ho domandato la parola.

PRESIDENTE. Onorevole Sebastiani, lasci che il presidente faccia il suo dovere.

RATTAZZI. Si potrebbero lasciar parlare ancora due oratori, uno in favore e l'altro contro.

PRESIDENTE Questa era appunto la proposta che io intendeva di fare, cioè che si lasciasse parlare l'onorevole Ferrara sulla convenzione, poi fosse data la parola ad un membro della Commissione, e quindi si chiudesse la discussione generale, riservata ad ogni proponente di ordini del giorno e di proposte, qualora siano per essere appoggiati, la facoltà di svolgerli, ed alla Commissione di emettere la sua opinione sui medesimi.

MINISTRO PER LE FINANZE. Come ha visto la Camera, io faccio anche il possibile per abbreviare la discussione, e mi riservo di parlare una volta sola, quindi parlerò dopo svolti tutti gli emendamenti, e spero mi si vorrà concedere un po' di indulgenza so farò poi qualche escursione nella discussione generale.

Spero che mi terrete conto di questo contributo che io porto all'abbreviamento della discussione.

SERVADIO. Era allo scopo di abbreviare la discussione, cosa che è nel concetto della maggioranza della Camera, che io avrei desiderato di parlare nella discussione generale, e svolgere così la mia proposta. La Camera comprenderà come,essendo mutatele circostanze economiche e finanziarie d'Italia in conseguenza degli avvenimenti che non potevano essere da me preveduti, io mi trovi oggi nella necessità di modificare la proposta che io aveva avuto l'onore di sottomettere alla Camera, e che la Camera stessa aveva presa in considerazione.

Se però, in conseguenza di queste modificazioni, la parola non mi è riservata, allora io debbo domandare albi Camera che mi conceda di dire qualche cosa su questo importante argomento prima che si chiuda la discussione generale.

Ognuno di voi comprenderà facilmente coma la mia proposta, quale l'aveva concepita in altri momenti, quando il domandare l'abolizione del corso forzoso era una necessità, sarebbe stato utile che le aveste in tempo accettate. Così ne avreste veduto oggi i benefici effetti, e non saremmo di fronte ad una crisi disastrosa che può opprimere il paese. Ma oggi non sarebbe da uomo pratico e coscienzioso, come sento di essere,

quando insistessi nel presentarvi integralmente la proposta che vi aveva fatta antecedentemente or sono quasi due mesi.

Dunque conchiudo, se posso avere la parola anche parlando sulle modificazioni alla mia proposta, allora accetto la mozione fatta dall'onorevole Rattazzi, diversamente domanderò al presidente di riservarmi la parola nella discussione generale.

PRESIDENTE. Ma ella ha diritto di svolgere la sua proposta, e nello svolgerla può fare tutte quelle modificazioni che crede.

Dunque, per finire, proporrei che parlasse l'onorevole Ferrara, e che poi un membro della Commissione facesse il riassunto della discussione.

PISSAVINI. La Commissione è sempre l'ultima a parlare.

(Interruzione del deputato Mellana)

PRESIDENTE. Mi permetta, onorevole Mellana, il relatore ha sempre parlato per ultimo. L'onorevole ministro delle finanze si sottomette al silenzio nella discussione generale; mi pare che questo sia un eccitamento, ed una prova che valga a soddisfare a tutti i desiderii.

Onorevole Ferrara, acconsente?

SINEO. Io credo, o signori, che voi non potete allontanarvi dal regolamento senza ferire troppo gravemente la libertà della parola che debbe essere sacra in questo recinto.

Come volete prevedere l'effetto che faranno i discorsi che ancora non furono pronunciati?

Quando si saranno sentiti alcuni fra gli oratori inscritti, la Camera giudicherà se dovrà chiudere la discussione; ma antecedentemente non potete dire se sarà conveniente che nessuno abbia da prendere la parola dopo il discorso dell'onorevole Ferrarar.

Il meglio è di uniformarci al regolamento, e quando la Camera si crederà sufficientemente istrutta, pronuncerà la chiusura. Si sentano gli oratori iscrìtti, secondo l'ordine dell'iscrizione.

PRESIDENTE. Onorevole Sineo, le debbo fare osservare che la domanda di chiusura è già stata fatta, ed è appunto per conciliare tutti i riguardi che io aveva fatta questa mozione.

Se non è accettata, io debbo mettere ai voti la chiusura.

SEBASTIANI. Insisto perché si metta ai voti la chiusura.

SINEO. Mi permetta, signor presidente, se la chiusura fosse domandata...

PRESIDENTE. Ma se è domandata! Si trattava appunto di evitare che la chiusura fosse pronunziata senza che l'onorevole Ferrara parlasse.

Dunque rimane inteso che l'onorevole Ferrara...

LAZZARO. Domando In parola.

SEBASTIANI. Domando la parola. (Rumori)

3530 - CAMERA DEI DEPUTATI - SESSIONE DEL 1869

LAZZARO. Io approvo la proposta del signor presidente e quella dell'onorevole Rattazzi; però vorrei fare una osservazione. Avendo parlato ora l'onorevole Seismit-Doda contro il progetto di legge, dovrebbe parlare uno in favore, e dopo quello che parla in favore dovrebbe parlare l'onorevole Ferrara.

PRESIDENTE. Ho già fatto osservare alla Camera che, se si seguisse il sistema di alternare gli oratori, parlerebbe uno in favore, cioè l'onorevole Fenzi, membro della Commissione; poi dovrebbe parlare l'onorevole Ferrara, e poi sarebbe giusto che il relatore parlasse a sua volta. Per abbreviare, io proporrei invece che parlasse l'onorevole Ferrara e poi un membro della Commissione. Voci. Sì! sì!

PRESIDENTE. Con questa intelligenza io do la parola all'onorevole Ferrara, e poi parlerà un membro della Commissione, e s'intenderà chiusa la discussione generale.

MELLANA. C'è ancora tempo a mandare delle proposte?

PRESIDENTE. La trasmetta; me ne sono già pervenute altro due. Se si tratta di modificazioni alla convenzione, è in tempo di presentarle poi; se si tratta di un ordine del giorno, lo pregherei di trasmetterlo ora. Me lo annunzi, e lo tengo come presentato.

CHIAVES, relatore. Domando la parola per una mozione d'ordine.

PRESIDENTE. Ha la parola.

CHIAVES, relatore. Io pregherei gli onorevoli deputati che hanno proposte da presentare e che debbono essere svolte, su cui poi la Commissione debba dare il suo avviso, a non voler mettere tempo in mezzo a presentarle, perché la Commissione possa averle sull'occhio e dare il suo avviso dopo averle esaminate.

PRESIDENTE. Dunque, onorevole Mellana, ella trasmetterà la sua proposta.

Chi è d'avviso che si debba accordare la parola all'onorevole Ferrara, poi ad un membro della Commissione, e che quindi la discussione generale debba essere dichiarata chiusa, è pregato di alzarsi.

(La Camera delibera affermativamente.)

TORRIGIANI. Chiedo di parlare per uno schiarimento.

Mi pare che il signor presidente ha detto che nessuno potrà più fare proposte in inerito alla convenzione, dopo chiusa la discussione generale.

Voci. No! no!

PRESIDENTE. Non ho detto questo. Ella può presentare quelle proposte che crederà.

L'onorevole Ferrara ha facoltà di parlare.







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