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IL BANCO DELLE DUE SICILIE (Zenone di Elea, Aprile 2012)

ANNALI CIVILI

DEL

REGNO DELLE DUE SICILIE

VOLUME I

Gennaio, Febbraio, Marzo ed Aprile 1833

DALLA TIPOGRAFIA DEL REAL MINISTERO DEGLI AFFARI INTERNI

NEL REALE ALBERGO DE' POTERI

1833

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INDICE*

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DELLA CIVILTÀ DELLE DUE SICILIE DAL MDCCXXXIV AL MDCCCXXX



Quando l'Infante D. Carlo veniva alla conquista della Monarchia di Ruggieri, queste belle Sicilie erano afflitte da due terribili flagelli: l'anarchia viceregnale e l'anarchia feudale. Sottoposte a potenti Monarchi lontani, affidate a mani inesperte venali deboli o crudeli e sempre straniere, divise fra ricchi possessori di vasti feudi i quali, perpetuamente guerreggiando far loro, facevano della sovranità partita a brani strumento di spaventevoli oppressioni, lo provincie di qua e di là del Faro erano ridotte a tale, che non poteano rammemorare senza lagrime la loro antica civiltà, e quella con la quale dopo la barbarie succeduta olla rovina dell'Impero Romano aveano potentemente aiutato il risorgimento dell'Europa moderna.

La storia viceregnale abbraccia il lungo periodo di dugento trentadue anni (1), nel quale i feroci proconsoli inviati al nostro reggimento, comeché di nome d'indole di genio diversi, tutti appaion fermi a compiere l'atroce impresa di spegnere in questa ricca colonia ogni alto sentimento che mal si affacesse al pacifico servaggio dimandato dall'orgogliosa Metropoli, di accostumare le genti a gretto e disperato vivere, di distruggere la naturale fortezza di animo che fece i padri nostri gloriosi si nelle arti della pace e si in quelle della guerra, di tener sempre vivo ed acceso il fuoco delle domestiche dissensioni e far di e so abominevole sussidio dell'impero.


Prova ne sieno le leggi di quella tristissima età, la più parte scritte col sangue, come si disse delle antiche di Dracene, per rendere con l'asprezza delle pene aspri i dolci e miti costumi di un popolo vivace gaio docile immaginoso e punto non inchinevole alle cupe e feroci passioni, che mal potrebbero allignare in questa terra felice e sotto questo cielo beato.

Se le pratiche di quella malvagia politica non giunsero a snaturare al tutto gli animi, valsero non pertanto a rendere squallida e diserta la bella patria nostra. Le scienze e le arti, che ebbero culla o onorata stanza in questa antica terra, neglette invilite sbandeggiate o mossero a dare in dono alle straniere nazioni la sapienza degli avi nostri, o timide e paurose si rifuggirono in sacri asili, dove all'ombra della Croce crebbero a nuove sorti per sola vigoria di fervidi ingegni altamente benemeriti della Religione e della civile comunanza.

E gravi e lacrimevoli furono le calamità che da quelle avverse condizioni a noi derivarono. La popolazione scemò di tanto, che nel paese di ogni altro più fecondo e granaio dell'Italia, ogni anno quasi s' ebbe a temere di perir della fame. E cessato del tutto il traffico, i nipoti del prode Amalfitano pervennero ad obbliare che i loro navigli erano usi a trasportare per tutto il Mediterraneo ed oltre le colonne di Ercole le loro mercanzie e quelle che dall'Oriente ci venivano allora per l'istmo di Suez.

E non valeva ardire né amor di guadagno a far riprendere la navigazione e gl'interrotti commerci. Dappoiché la stolta ostinazione, che lenenti in perpetua guerra co' Maomettani, faceva s'i che i nostri mari fossero mai sempre ricoperti di pirati, i quali disertavano le nostre coste, abbruciavano le nostre terre meglio munite, menavano in crudele schiavitù uomini, donne, fanciulli, e davanci in iscambio frequenti e terribili pestilenze.


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Né misero era meno e mal securo il trafficare delle nostre provincie fra loro: perocché andate in rovina le belle strade che da Roma menavano in tanta parto del Regno, non era sentiero che non fosse stato guasto e disastroso, e che infestato da feroci bande di malandrini non avesse costretto a combattere chiunque osasse di uscir dalle porte della sua terra.

Aggiungi la distanza grandissima che ci dipartiva dalla sede del Monarca, la difficoltà di far giungere appiè del Trono le più giuste querele, la disordinata amministrazione, l'incredibile rapacità de' pubblici ufiziali, orgogliosi ed insolenti co' deboli, vilissimi co' potenti e perpetuamente agitati da' tristi casi di vittime illustri assai spesso immolate a più illustri vendette. Ancora: ad ogni aura di vento men che favorevole, era forza placare coli' oro lo sdegno de' Numi a' quali fosse affidata la somma delle nostre cose, e crescere il peso delle ordinarie gravezze con la perpetua giunta di straordinarie taglie, quasi per ingiuria denominate col generoso titolo di donativi.

Divorate le pubbliche e private fortune e, per la profonda ignoranza di tutte le parti della politica economia, inaridite le fonti d'ogni nazional ricchezza, si giunse ora a tosare le monete d'oro e d'argento, Ora ad aumentarne il valore: rovina dello Stato ed ignominia!

Carlo distruggeva l'anarchia viceregnale con le armi spagnuole in Bitonto, e ne allontanava il minacciato ritorno con le Milizie Napoletane in Velletri. Rimaneagli a distruggere l'anarchia feudale: ma l'opera grande e gloriosa, rendala dalle condizioni de' tempi assai difficile, non potevasi compiere come l'altra sul campo di battaglia, ma si bene nel segreto del Consiglio e co' trovati di saggia e provvida mente.

Dritto antichissimo (2) con l'ultima barbarie de tempi per l'Europa rinnovellato nella lunga agonia dell'impero de' Cesari, il sistema feudale era tornato a conforto delle genti fra gli orrori, le bruttezze, le violenze e le stragi, le quali quasi facean temere che presto per la gran selva della terra orrida e muta non sarebbe genere umano (3). Accolti in quel lacrimevole travaglio dello nazioni come ancora d'insperata salute, avea quel reggimento sottoposto da per tutto al suo imperio le persone e le cose.


Ma le sue forme, distruttrici del principio vitale d'ogni umana comunanza, non potevano adagiarsi co' naturali clementi della civil società: e però gli animi incessantemente tormentati da viva inquietudine, desti appena dal profondo letargo della lunga barbarie, non seppero tollerare quella nuova maniera di dominazione, la quale fermata dalla spada e dalla lancia, erasi dall'insolenza dell'agreste vincitore cangiata in aspro ed intollerabile giogo.

Tali erano le dure condizioni di questa estrema parte della nostra penisola e della vicina Sicilia, quando Ruggieri compiva l'ardita impresa di farle suddite al suo scettro. Venuto quel magnanimo in grande potenza, sottometteva i piccioli Regoli di queste regioni, ma non concepiva neanche il pensiero di svellere dalle radici la mala pianta che presto dovea tutte aduggiare le nostre terre. Con miglior senno si faceva Federico saldissimo presidio contra i soprusi feudali: ma le leggi di quell'Augusto, comeché sapientissime, andavano obbliate fra le calamità miserande ed atroci della sua dinastia, e fra le ingiurie del regno degli Angioini oltremodo cresciute per opera delle due ultime Regine, di animo assai inchinevole a favoreggiare i cortegiani, ed incapaci di serbare con ferma mano l'integrità del potere Reale. Ne meglio erano mantenuti i dritti della Corona da' Re Aragonesi, ora troppo larghi donatori di ogni facultà di amministrar giustizia, ed ora più solleciti di reprimere le cresciute usuri azioni che di ben ordinare lo Stato e vendicare l'autorità sovrana vilipesa. Il quale mal accorto procedimento alimentava la turbolenta ambizione de' Grandi, ed era trista cagione di funeste perturbazioni, infelicemente represse con memorando oltraggio fatto alla fede delle promesse, onde venne il Trono a mancare del conforto di una virtù la quale, essendo vincolo santissimo del viver civile e saldo sostegno del Principato, se pur fosso bandita dalla terra, mai non dovrebbe disperare di trovar facile e securo asilo nel cuore de' Re.

Noi non seguiremo le vicende della feudalità ne' tempi posteriori, che costanti ed uniformi appaion sempre gli sforzi delle nostre popolazioni per sottrarsi a forme si contrarie alla loro indole generosa, e quelle prendere che loro meglio si affacessero. La feudalità, nella sua origino grandemente benemerita delle genti per essa dallo stato quasi ferino restituite ad onesto e pacato vivere, non poteva contrastare all'ordine segnato nella storia eterna delle nazioni:


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e però doveva spogliarsi delle parti usurpate della sovranità, e quelle rendere al potere monarchico, dall'un canto all'altro dell'Europa altamente invocato come conservatore ed accrescitore dell'umana civiltà. La conquista di Carlo III segnava questo fortunato momento per le Sicilie.

All'arrivo del novello Monarca, i Baroni del Regno, per la più parte rinchiusi ancora in luoghi lontani fortemente muniti dalla natura e dall'arte, in mezzo a popolazioni misere ed invilite, alle quali non erano congiunti per alcuno di que' vincoli che stringono gli uomini fra loro, in perpetua guerra co' potenti vicini, erano nelle loro terre come piccioli sovrani, ricchi delle antiche conquiste e venuti in si gran potere, che essi stessi si teneano ed erano da tutti tenuti superiori alle leggi. Possessori di amplissimi diritti, estendevano il loro dominio sull'aria, sull'acqua, sulla terra e sulle cose tutte, senza le quali uomo o non vive o trae dura e miserevole vita. De quali turpi diritti, se smarrir si potesse mai la ricordanza, sarà certo indelebile nella memoria de' secoli quello che col marchio solenne della barbarie sulla fronte imponeva infame taglia all'indissolubile unione santificata dal cielo per la conservazione dell'umano genere (4)!

Pure all'apparir di Carlo, presi di bella emulazione, tutti i Baroni accorsero volentierosi a salutare il ristauratore della Monarchia, portando nel loro animo l'onore e la fede degli antichi cavalieri, il coraggio e l'attitudine alla guerra, il nobile orgoglio che ne' cuori de' generosi è stimolo alle grandi imprese, l'amore per l'indipendenza della nostra patria. Chi è uso di risalire alle prime cagioni degli avvenimenti, vedrà che in quel giorno si cominciò a fare aperta guerra alla feudalità. E certamente da quel giorno l'indole feroce della sua origine fu temperata dalla presenza augusta del Sovrano, e dalla forza delle provvidentissime leggi ordinate a farla sparire affatto dal Regno col lento e progressivo movimento col quale le utili riforme, consigliate da' cangiati bisogni de' popoli, sono da' sapienti moderatori dogli Stati rendute libere da' gravi inali che vogliensi considerare compagni inseparabili delle repentine mutazioni.


Da Carlo ebbe principio il risorgimento delle Sicilie. Come ei fu gridato Signor Nostro, imprese a riordinare la Monarchia, a' dar vital moto alle inferme provincie, ad imbellir la città nostra, a tornare in onore i buoni studi, a risvegliare la dignità nazionale invilita, a fare della risorta virtù ristoro alla felicità pubblica. Né il salutare movimento ristette sotto l'augusto successore Ferdinando. Perocché quantunque deplorabili avversità fossero sopravvenute a ritardarlo, feeesi non pertanto più spedito e profittevole al comun bene per quella nobile vigoria la quale mai non fu spenta negli animi degli uomini di queste nostre terre, e vince gli ostacoli e di essi fa sprone al beli' operare.

Carlo era desideroso di quella gloria che i buoni Principi consegueno come legislatori e sapienti moderatori de' popoli: e però conosciuta la disformità, l'incertezza e la confusion delle leggi, concepì il vasto e generoso disegno di dare alle Sicilie un codice novello (5), e si volse ad un tempo a rendere ferma presta ed uguale l'amministrazione della giustizia. Ne valsero a rimuoverlo dal saggio suo proponimento i finti timori di alcuni uomini del foro, teneri de' sistemi che erano arma all'arbitrio del magistrato e scudo all'impunità de' potenti. E tornarono vane le querele e le pratiche dogli ordini privilegiati, che do' nuovi provvedimenti prendevano sospetto e guardia: e tutti concordemente eran dolenti di memorabile massima allora per la prima volta udita nel nostro paese, la quale altra distinzione non riconoscendo che quella di Re e sudditi (6) altamente annunziava l'impero della ragione succeduto a quello della necessità e della forza.

L'ora de' miglioramenti era venula: la politica, non più la vilissima delle arti, era tornata ad essere la scienza del giusto e dell'utile fondala sulle eterne leggi del vero, che forza alcuna non doma né tempo alcuno consuma. Le leggi civili cominciarono ad essere la tutela della pubblica autorità e de' diritti de' privati, e le penali divennero eque ed umane (7). I magistrati, costretti a dar ragione delle loro sentenze, presero a lor guida la giustizia e la verità. Interpreti degli oscuri oracoli delle leggi non dubbio termine alle dubbie cagioni delle persone e delle cose, protetto il santo vincolo d'ogni amano consorzio,


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la fede de' patti e delle obbligazioni, protetta l'inesperta onestà contra le macchine della frode, agguagliata la ragione della tremante povertà col superbo minacciar della ricchezza, e noli' immenso spazio che disgiunge gli uomini, adeguati in tutti i civili diritti ed in lutti equabilmente diffusi (8). Procedevamo a gran passi per le vie de' civili ordinamenti, quando sul cominciar di questo secolo e fra l'incendio delle guerre, onde ardeva il mondo, fu a noi dato un Codice già divenuto comune a gran parte dell'Europa. Quel Codice non ci recava nuove leggi, ma quelle di Roma antica bene ed ordinatamente disposte, e meglio alla forma del viver civile delle presenti generazioni accomodate. Puro noi non fidavamo alla cieca nella parola de' donatori. E però ponderatamente esaminandone tulle le parli, volevamo far quelle sparire elio tenevan troppo degli usi, delle consuetudini, dell'indole, del clima dell'estranee genti. Ma opponevasi il volere di colui, che a que' giorni lutto poteva, e elio guerriero e legislatore insieme dato aveva al nuovo Codice il suo nome: e però riuscivan vane lo fatiche de' valorosi giureconsulti a' quali quel lavoro era stato commesso. Era questa gloria serbala a Ferdinando I, cui pare che il Cielo concedesse lungo regno perché, composte le politiche perturbazioni, avesse potuto compier l'opera desiderata. Con provvida mente si fecero allora sparire gravi macchie dalle nuove leggi civili, e si fecero a' dettali della ragiono e de' nostri costumi meglio accomodate le leggi penali. Le quali umane, provvide, giuste vegliano a guardia de' cittadini, proteggono l'innocenza, con maraviglioso accorgimento porrono di lume in lume verso l'occultata verità, traggono da' loro minacciosi nascondigli le colpe ed i colpevoli, e piene di rettitudine al freddo omicida minacciano la morte, al rapitore il disagio e l'angosciosa fatica, al perturbatore l'esilio, e sempre ad una stessa egual norma senza distinzione (9) il delitto misurano e la pena (10).

Ma poco sarebbesi fatto se, avendo posto leggi più convenienti e dato nuova forma a' giudizi, non si fosse con pari saggezza provveduto all'amministrazione civile.


Fino a che la filosofia non abbandonò il regno delle astrazioni per correre miglior acqua ed andare in cerca delle profittevoli verità, l'arte di amministrare fu misero giuoco di vecchie pratiche dalla ruggine degli anni fatte obbietto di superstiziosa venerazione. Eran le persone ed i beni in balìa dell'arbitrio, dell'orgoglio, dell'ignoranza, della scioperala indolenza di chiunque fosse in officio: incatenali per privilegi e stolti vincoli il commercio e l'industria, che dalla libertà son renduti fiorenti e senza libertà periscono: le arti legate in consolati e l'una dall'altra partita e divisa, e per barbari statuti fra loro nemiche: l'agricoltura repressa da strane regole distruggitrici de' diritti della proprietà: e per malli provvedimenti cessato ogni salutar moto animator della fatica, impigrito l'ingegno trovatore di cose utili e fatte salde e perpetue le cagioni della povertà pubblica.

Carlo cominciava a por freno a siffatti mali allora comuni al più delle genti, e fra noi antichi quanto la Monarchia: ma gravi ostacoli opponevansi al suo generoso volere. Che raro addiviene rendere migliori le sorti degli uomini senza che i buoni Principi non sieno costrelli a conitettore ed i privati interessi, i quali prendono la divisa del zelo al insidiano, ed i soprusi inveterati i quali si afforzano della sanzione del tempo e minacciano. E della scienza detta statìstica, acquistata con lunga ed amara esperienza, non erano peranco chiariti i principi, che da' rinnovati studi trar doveano le presenti generazioni.

Ma a que' giorni, l'autore della Scienza Nuova aveva già dischiuso fra noi novello sentiero alle profonde meditazioni, e lo sposilore delle Tavole Eracleensi aveva già preparato nell'erudizione un non lieve sussidio alle gravi discipline. Ogni cosa a quel tempo arrideva al sapere: e mentre di là de' monti si delirava inventando nuovi e vani sistemi di economica, questa estrema parto dell'Italia facevasi gloriosa per l'opera di scopritori e propagatori dello utili verità.

Il Broggia coli' insigne trattato de' Tributi, l'Intieri con nuovi pensamenti intorno alla Conservazione de Grani, il Briganti col suo Esame Economico gittavano le prime fondamenta della scienza del rodimento degli Stati, e mostravano il cammino a que' valorosi che doveano seguitare il loro esempio.


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E vennero di poi il Genovesi, il quale con profonda sapienza e con maraviglioso accorgimento dava forma di certa scienza alla politica economia, il Palmieri che dopo quella della Guerra prendeva ad insegnare l'arte di crescere le nazionali ricchezze, il Galiani autore del grave libro della Moneta e de' Dialoghi sul Commercio de' Grani, dettati nel francese idioma con le grazie di Luciano e con l'eloquenza di Platone. Il Delfico, che ora solo sopravvive a tanti gloriosi, faceva aperto i danni che dalle torto leggi economiche venivano alle popolazioni delle nostre provincie, pubblicava dotte considerazioni intorno alla vendila de' feudi, faceva voti per l'abolizione o moderazione della servitù del pascolo invernale, e dimostrava la necessità di rendere uniformi i pesi e le misure del Regno quando non ne sorgeva il pensiere in altro paese dell'Europa. Il Galanti osservator diligente e caldo promotore del pubblico bene discorreva queste nostre provincie, esaminava i mali onde erano oppresse, ne svelava lo cagioni, e ne additava i rimèdi in quella sua Descrizione Geografico-politica del Regno, dove chi oggi legge quel che noi eravamo a que' giorni, certamente dee esser compreso di maraviglia come in sì poco volgere di tempo tanto nella civiltà siasi avanzata questa nostra terra. Né mono operose erano le menti degli uomini di là del Faro, dove il Sergio scrivea di commercio, di agricoltura, di pastorizia, del lusso delle nazioni, della necessità delle pubbliche strade, dell'economia de' grani, delle arti da introdursi per l'educazion popolare, il Balsamo diffondeva dalla cattedra e per le stampe le vaste cognizioni, delle quali avea fatto tesoro peregrinando per le più incivilite regioni dell'Europa, il Giarrizzo dettava utili pensieri politici ed economici per promuovere la pubblica felicità, il Loggia dimostrava la necessità d'introdurre nuove manifatture e ristorare le antiche, e molti altri egregi scrittori facevano andare la Sicilia per rispetto all'economia politica di pari passo con le altre provincie dell'Italia (11). Per tanto lume di sapere, questa terra cessava di esser celebre solo per le sue memorie: e se altrove le utili riforme comandate dalla saggezza potevansi a mala pena conseguire fra le politiche perturbazioni scoppiate sul declinar del secolo, appo noi cominciavano da gran tempo innanzi senza brutte violenze e non con altre arti che con quelle della prudenza e del consiglio.


Dappoiché provvedevasi alla buona ripartizione de' tributi con ordinato censo, con che si sottoponevano indistintamente toltele proprietà alle pubbliche gravezze, distruggevansi gl'ingiuriosi privilegi da principi deboli o pazienti conceduti alla neghittosa opulenza de' grandi, si soccorrevano i men ricchi e più operosi posseditori, si rinfrancavano i nervi dell'industria, e si rendeva men disperata l'agricoltura. Le nostre terre, decantate per prodigiosa fecondità e per rara varietà di climi ospitali sì alle piante delle fredde e sì a quelle delle calde regioni sentivano nuovamente l'aratro in vaste ed apriche contrade già o cangiate in pestifere paludi o rimaste inselvatichite e deserte. Si riaprivano pe' mari le vie delle permutazioni, sorgente di ricchezze e di tutti i comodi della vita. Le foreste de' nostri Appennini somministravano alberi per le costruzioni di ogni maniera di navi da mercanzie e da guerra (12), delle quali l'une facevano secure le nostre spiagge da' pirati africani, l'altre ravvivavano il morto commercio. Si penetrava nel seno de' monti tenuti più ricchi di preziose miniere: e provati assai scarsi i guadagni che si potevano avere da quelle dell'oro e dell'argento, si dava opera a procacciarsi solo il ferro, che natura diede all'uomo perché gli fosse strumento di difesa e d'industria. Gol quale sussidio, condotte le acque del Sarno dal famoso castello di tal nome alle falde meridionali del Vesuvio, si formava appiè di quel vulcano ampia fucina di armi bianche e da fuoco (13), e si stabiliva in Napoli una fonderia di cannoni d'ogni calibro (14) per fornirne le fortezze, le navi da guerra, l'esercito. E perché la forza delle buone armi non fesse scema di consiglio, s' instituivano le Reali Accademie di Marineria e di Artiglieria, scuole di dotti, esperti e valorosi soldati di terra e di mare.

Carlo ordinava con nuove discipline l'Università degli Studi dalla sapienza di Federico eretta per l'istruzione di coloro i quali si propongono di discorrere l'ampio stadio del sapere, e sovveniva l'istruzione elementare de' buoni ingegni co' collegi. Per domare la selvatichezza, distruggere gli errori tenaci nel popolo, rendere dolci i costumi, e scemare co' semi della civiltà l'inclinazione al delitto, cresciuta oltremodo nell'anarchia viceregnale, provvedeva alla prima istruzione con numerose scuole poste in tutto il Regno.


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Col qual divisamento, cui la Religione e l'Umanità l'altro aggiungevano di non lasciare derelitta l'indigenza, edificava il vasto e maestosa Albergo, (15) dove ben cinque mila poveri d'amendue i sessi sono nella fanciullezza e nell'adolescenza ammaestrati in ogni maniera di arti, e provveduti nella senile età di generosi soccorsi che fanno alla sventura men aspra e disagiata l'estrema parte del cammin della vita.

Né meno si avvantaggiavano le arti utili e del bello. Del che sono pruova i lavori degli arazzi, in pochi anni fatti emuli a quelli che nel secolo di Leone X ritraevano ne' loro tessuti i dipinti di Raffaello e di Michelangelo: e le opere di cristallo e di maiolica, e le altre di porcellana, stimate per la qualità dell'argilla inferiori a quelle della Cina e della Sassonia ed a tutte superiori per l'eleganza delle forme imitate dall'antico.

Le Arti del disegno avevano un Accademia per l'ammaestramento de giovani studiosi di pittura, di scoltura, di architettura, ed una scuola per il lavorio de musaici e delle pietre dure.

Si costruivano T ampie strade che da Napoli conducono a Portici, a Caserta, a Capua, a Aenafro, a Persano, nelle Puglie, e che ancor oggi sono ammirate dagli stranieri. Si ristanravano i porti di Trapani, di Taranto, di Salerno, di Moffetta, di Brindisi. Si edificavano i quartieri militari di Aversa, di Nola, di Nocera, e quelli di Napoli a Pizzofalcone ed al Ponte della Maddalena, presso al quale costruitasi vasto anfiteatro, dove per l'incremento della zoologia si nudrivano i più rari animali c'è due emisferi. Si ampliava il porto fatto da re Alfonso, e rendevasi securo alle grosse navi di fila, essendo stato fino allora malfido ricovero ed acconcio solo a' piccioli legni. Si edificava lo spazioso e magnifico ponte, che il grande al piccolo Molo congiunge e sostiene le caso per la Deputazione della Pubblica Sanità. Si aprivano belle ed amene strade lungo il mare, delle quali l'una dal ponte testé ricordato mena a quello della Maddalena sul Sebeto, l'altro dalle falde occidentali del monte Echia rade la riviera incantala di Ghiaia, e termina appiè degli orti del Sannazaro a Mergellina.


E come se poco fatto si fosse, si edificavano le Reali Case di Persano e le reggie di Portici, di Capodimonte e quella immensa e maestosa di Caserta, cui aggiungevasi il maraviglioso acquidotto Carolino. Il quale prende dal Taburno copiose acque per darle alle Reali Delizie di Caserta, alla Campania ed a Napoli, e nel suo tortuoso viaggio di oltre a ventun miglio, ora passa per traforate montagne, ora discorre al di sopra di due fiumi, ed ora sopra ponti a-tre ordini di archi cavalca la gran vallata che divide il Lungano da' monti Tifatini (16), opera veramente romana che i più fiorenti imperi non avrebbero osato di fare in lungo spazio di tempo.

Carlo non amava il teatro, ma conosceva quanto poteva essere accomodato a correggere i guasti costumi e tornare in fiore le arti maestre di urbanità e di modi gentili. E nella patria del Pergolesi e del lommelli vedeva egli la necessità di una scena, come le arene di Elide e Pisa, degna de' divini ingegni, per i quali s'innalzavano all'ultimo grado di perfezione la scienza dell'armonia e la dolce espressione del cauto. Sorse allora quel teatro, che in altra nostra scrittura da noi fa chiamato Massimo, e che a ragione è riguardato come il più nobile tempio da' moderni dedicato al culto delle Muse.

Cosi Carlo, preso di bello amore per le arti, le si faceva sedere a lato sul Trono, e la buona fortuna arrideva al desiderio in lui intensissimo di promuovere la civiltà e la gloria di questa sua patria adottiva. Perocché Stabia, Pompei, Ercolano, sepolte dalle ceneri del Vesuvio sotto l'impero di Tito, rivedevano a que' giorni la faccia del Sole. Fu allora formata l'Accademia Ercolanense, dal primo suo nascere benemerita di tutta la dotta Europa per le illustrazioni degl'immensi tesori scampati all'ira del vulcano distruttore. L'archeologia si strinse in tenaci nodi con le scienze, e le opere degli antichi cominciarono a guardarsi non solo come eletti modelli del gusto e del bello, ma come fonti ancora di quel sapere, onde saranno per sempre memorandi i secoli di Pericle e di Augusto.

Grata a' ricevuti benefizi, Napoli innalzava una statua in nome di tutto il Regno a Carlo Ristauratore della Monarchia. Ed a ragione: imperocché presso le antiche genti i primi simulacri erano dalla gratitudine eretti a' fondatori della pubblica prosperità.


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Sembra incredibile che si grandi cose avesse quel Magnanimo in si breve tempo operale essendo sempre inteso a cessare le pubbliche miserie, ed a condurre il Regno a quello stato di virtù e di floridezza, del quale i mal tentati sforzi di mani inesperte ci aveano tolto per ultimo anche la speranza. Ma chi oserebbe dissentire dalla storia e dalle parole de' nostri padri rifermate dalla testimonianza delle opere che di continuo e ad ogni passo sono sottoposte a' nostri sguardi? Quando per nuova barbarie potessero andar perduti i dotti lavori dell'ingegno venuti in luce sotto il regno di Carlo, a far fede della cresciuta civiltà rimarrebbero i grandiosi edilizi di sopra rammemorati, i quali anche nelle loro rovine direbbero i rinnovati prodigi delle arti del bello: utili arti, alle quali sono gli uomini debitori della loro sicurezza, de' comodi, degli agi e degli ornamenti più cari della vita.

E queste avevano a sperare più liete condizioni nell'età che succedeva a quella di Carlo, comeché lacrimevoli calamità venissero assai presto a sturbare la quiete, l'agiatezza ed i beati ozi di pace che l'Augusto Successore iva procacciandoci. Imperocché le Calabrie e la bella e popolosa Messina erano inabissate da memorabili tremuoti, che cangiavano la superficie di quelle terre, e distruggevano da' fondamenti quante città e villaggi sorgevano lungo l'estrema parte della penisola ed all'oriente della vicina Sicilia. Con animo paterno accorreva il provvido Monarca in aiuto delle desolate popolazioni, ne sollevava con generosa mano le miserie e, cessati i guasti del terribile flagello, faceva sorgere più belle le ville, le castella e le città atterrate, degno perciò di essere con le parole di Orazio appellato Padre delle Città (17). Fresche ancora le memorie di tanti mali, succedevano le ostinale guerre che travagliarono l'Europa intera, e delle quali la Storia conserverà lungamente la funesta ricordanza.

Dall'un canto all'altro del Regno erano appianale a comode strade le montagne sul giogo de più scoscesi Appennini, costrutti su' fiumi ponti maravigliosi, guidate le acque a beneficio de' campi, asciugate insalubri paludi rie' dintorni di Fondi, di Pescara, di Brindisi,


delle Valli del Tangro e di Diano, di Baia già per l'amenità del sito lodata a cielo dal cantore di Mecenate e per il puro aere frequentata da' dominatori del Mondo.

E sollecito imprenditore d'ogni grand'opera, la quale meglio che a superba magnificenza potesse tornare a pubblico bene, comandava Ferdinando lo sgombro del famoso emissario dalla romana potenza aperto alle acque del Fucino per condurle attraverso di traforate montagne nel Liri, e far salve le misere popolazioni de' Marsi dalle funeste inondazioni del lago. La quale, opera abbandonata dal successore di Claudio, invano da Federico e da re Alfonso cercavasi di ristaurare, come molti secoli prima pare avesse tentato ancora Traiano. Dopo lunghi e dispendiosi lavori, la storia de' quali è assai onorevole a' nostri ingegneri di ponti e strade, tra pochi mesi le acque del Fucino correranno per l'aperto canale*. E serrate dopo lo sperimento le chiuse, cominceranno le ristaurazioni dall'arte oggi meglio consigliate per rendere l'opera perenne. E così condotti a termine i provvedimenti di Ferdinando I e di Francesco, il Giovine Monarca Signor Nostro godrà di vedere compiuto nel suo regno ciò che il virtuoso Traiano aveva nel suo impero desiderato.

Si andavano intanto proseguendo i grandi edilìzi non terminati da Carlo, ed ornavansi di pittare e di sculture di egregi artefici, i quali tornavano all'antico onore questa terra in ogni tempo cara alle arti. Facevasi sparire il brutto spettacolo, che presentavasi allo sguardo sulla bella riviera di Chiaia, e cangiavasi, il sito abbandonato ed incolto in giardini amenissimi dove tutti gli ordini de cittadini potessero andare a diporto.


* Mentre siamo per mettere sotto il torchio questa nostra scrittura, leggiamo essersi scoperta la soglia della bocca dell'emissario, sottoposta per palmi settantuno al livello delle acque. La massima profondità del lago è ora palmi quarantanove. Però essendo la soglia inferiore alle conche più profonde per palmi ventidue, pare certo che possa il lago essere interamente prosciugalo. Leggi la seconda edizione delle Considerazioni su' mezzi da restituire il valore proprio a' doni che ha la natura largamente conceduto al Regno delle Due Sicilie del commendatore Carlo Afan De Rivera. Napoli dalla Stamperia del Fibreno 1833.


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Demolite per il rapido ingrandimento di questa metropoli due antiche porte, che ingombravano con vecchie ed informi fabbriche le più popolose strade, abbellivasi di regolari edilizi la piazza del Castel Nuovo, e costruivansi dall'altro lato di quella fortezza le case per gli offici delle Poste, e quel teatro che altrove per la sua grandezza sarebbe il maggiore e fra noi è solo il secondo.

Sorgeva allora quell'ampia sala, che certo è una delle più grandi e belle dell'Italia., nella quale erano ordinatamente disposti dugento e più mila volumi di libri stampati e seimila di codici scritti a mano, perenne tesoro dell'antica e della moderna sapienza. Aperta con sovrana munificenza la nuova biblioteca al pubblico uso, univansi ad essa le sale per l'accademia delle Belle Arti e per la scuola del disegno, le camere per la custodia, lo svolgimento e l'interpretazione de' papiri, le vaste gallerie di dipinti, di marmi, di medaglie, di pietre incise, eredità preziosa a Carlo III pervenuta da' Farnesi, quelle di bronzi, di vasi fittili e di antichissime pitture e di svariati oggetti di ogni maniera rinvenuti o sotto le ceneri di Ercolano, di Pompei e di Stabia, o sotto le zolle che in questa terra cuoprono trenta secoli della civiltà italica.

Ne eran questi i primi sussidi, che dall'Augusto Figliuolo di Carlo ricevessero le scienze, le lettere e le buone arti. Perocché per aiutare tutte le utili discipline, dall'alto del Trono aveva voluto prender consiglio dal Genovesi, cui un severo critico dava il vanto di aver pubblicato dopo il Galilei il libro più ricco di alti pensamenti che si avesse avuto l'Italia (18), ei a cui già si apparteneva la gloria di avere operalo la ristaurazione della filosofia razionale di qua dalle Alpi. Co' suggerimenti dell'autore delle Lezioni sul Commercio instituiva il Re nella nostra Università la prima cattedra di economia pubblica che si avesse l'Europa e meglio ordinava gli studi. La scienza, che può dirsi il limite intellettuale della verità fisica, e che ci ammaestra ad intendere lo cifre arcane ond'è scritto il gran libro dell'Universo, aveva unito alla geometria elementare ed a quella delle curve, già ricca fra noi del sussidio dell'algebra, il calcolo allora impropriamente detto dell'infinito, e l'usava già a rendere in singolar maniera facile la soluzione de problemi.


Congiunta l'algebra alla geometria e l'una e l'altra alla meccanica, facevansi servire quelle tre scienze a tutte le altre delle quali sono il fondamento. E comeché qualche illustre nostro matematico fosse caldo partigiano della geometria degli antichi, come il Newton che lodavala a cielo e di essa servivasi per nascondere le scoperte fatte coll'aiuto dell'analisi: pure la venerazione per i padri della scienza non era così cieca e superstiziosa che ci facesse men solleciti delle nuove invenzioni, mercè le quali l'umano ingegno sembra esser oggi giunto a squarciare il velo che nascondeva il sistema del mondo. Però il Fergola, nome caro e venerato ed il più illustre allievo del Marzucco, pubblicava quelle sue prelezioni su' principi matematici della filosofia naturale a Isacco Newton, nelle quali chiariva la genesi delle formole analitiche, che in pochi simboli contengono ampie verità naturali, districava le più astruse teoriche della meccanica, della statica e della scienza de' fluidi, ed apriva il sentiero ad utili scoperte. E mai non ristando da que' severi studi, veniva in onore di sommo matematico presso le genti straniere per l'elegante risoluzione di astrusissimi problemi ottici, per il suo corso di analisi sublime, per il problema inversi delle forzo centrali per le orbite algebriche, per il trattato analitico de' Luoghi geometrici, per il Teorema Tolemaico. Seguivano i vestigi di quel chiaro ingegno il Caravelli, il Porta benemerito del calcolo integrale e differenziale, il Bifulco autore della teorica de' limiti, il Fiorentino reputato per il saggio sulle quantità infinitesime, e quegli altri valorosi de' quali ora leggonsi registrate le dotte scritture negli atti delle più rinomate accademie di Europa, ora commendati i pensamenti dal Cramer, dal Castiglione, dall'Eulero, dal Lesel, dal Fontana*.

Ma all'età nostra l'impero delle matematiche crebbe presso tutte le genti incivilite da che esse vennero adoperate alla spiegazione de' fenomeni della natura, i quali sono risultamenti matematici di picciol numero di leggi invariabili.


* Si delle condizioni delle matematiche e di tutte le altre scienze dopo il 1800, e si degl'instituti ove si professano, terremo parola nel seguente fascicolo de' nostri Annali.


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 E come altrove noi vedemmo di qua e di là del Faro progredire le scienze naturali, quando ingegni sovrani fecero tesoro dei nuovi trovati dell'analisi. Cresciuto il gusto e l'amore delle matematiche, era condotta a perfezione la geodesia la quale di quelle si conforta per formar carte geografiche, e pubblicavansi nobilissimi Atlanti di tutto il Regno e delle coste del Tirreno, dell'Adriatico, del Ionio fatti da' nostri geometri sotto la direzione del Rizzi Zannoni, a cui affidavasi un novello Officio Geografico. La medicina e la chirurgia si facevano gloriose per le opere del Serao (19), del Sarcone (2o), del Cotogno (21), del Trova (22) e di Antonio Sementini (23), degno di essere annoveralo fra i primi fisiologi dell'età nostra. Il Bambacaro, ricordalo con molto onore dal Beccheria, era fra i primi ad indagare le leggi che fermaron di poi le teoriche dell'elettricità. Il Fatano ci dava la geografia fisica delle Calabrie, e dottamente esaminava le cagioni de' tremuoti ond'erano travagliale quelle belle province, il de Bottis ed il Della Torre illustravano la Storia del Vesuvio, ed il Vairo scopriva l'importante fenomeno dell'alterazione delle lave mercé l'azione de' vapori acidi che si sviluppano dal seno della Solfatara. Vincenzo Petagna chiariva più di un segreto della natura nel suo saggio degl'insetti della Calabria Ulteriore, del quale si facevano replicate edizioni di là de' monti. Il Cirillo era altamente benemerito della botanica e dell'entomologia. Il Macrì pubblicava quelle sue osservazioni commendate dal Cuvier sulla storia del Polmone Marino degli antichi. Il Cavo]ini rischiarava la storia de' Polipi marini, ne accresceva la famiglia, ne esaminava con insigne diligenza l'interna struttura. Era ancora oscura la riproduzione de' pesci oviperi, ed egli riusciva a confermare le osservazioni di Aristotele intorno al modo con che la natura procede nella riproduzione de' pesci si oviperi che vivipari, e dimostrava la riproduzione de' granchi simile a quella dello rane. Ancora in una dotta scrittura sulla caprificazione illustrava i piccoli insetti, i quali annidano nel caprifico, e consporsi di polline vanno a fecondare i pistilli de fiori femminili. E novello vanto raccoglieva quando dopo quattro anni di assidue contemplazioni sulla Zostera oceanica e sullo Fucagrostidi, determinava la classe della prima e faceva conoscere come le seconde riceveano il pieno loro incremento:


e quando continuando le ricerche del Fasano sull'iloeistide, pubblicava esattissima tavola incisa in rame di quella pianta e delle parti destinate alla sua riproduzione. II Cotugno, ampliando le scoperte dell'Anatomia, osservava per la prima volta il fenomeno dell'elettricità animale, e lo pubblicava in quelle sue lettere (24.) le quali servivano di fondamento alla novella scienza che tanto ha renduto chiari il Galvani ed il celebre fisico di Pavia. Il Poli era lo storico delle conchiglie abitatrici de' mari dell'una e l'altra Sicilia, e non istavasi contento alla semplice descrizione de' loro gusci, ma meglio volgevasi ad esaminare le formo, le qualità e l'interna struttura degli animali che tengonsi rinchiusi in que' nicchi, modelli di vaghe forme por mano della natura bellamente coloriti. Dopo di aver descritto gU esseri ed indicato i caratteri che posson servire a riconoscerli ed a distinguerli fra loro, officio del naturalista, prese egli ad esaminare i fenomeni della natura e le leggi che quelli seguitano, e per le quali l'uomo pervenne a stabilire le teoriche che rendettero la fisica grave e certa scienza. Die allora egli in luce quegli Elementi di fisica sperimentale, che erano insegnati dal Volta in Pavia ed in tutte le altre scuole dell'Italia, e che meritavano copiose giunte del Fabris e del Dandolo, i quali si avvisavano di entrare ne' domini della chimica e dello scienze fisico-matematiche dove, coli' esempio de' più grandi scienziati, aveva creduto non dovere inoltrarsi in un'opera ordinata all'elementare ammaestramento della gioventù.

E più ancora si avvantaggiavano le scienze morali per opera di que' sommi che 0 sponevano le teoriche generali per render le leggi accomodate alla felicità degl'imperi, o indicavano più equi e miti principi alla ragion criminale, 0 mantenevano saldi i dritti sacri ed inviolabili del principato, 0 muovevano i reggitori de' popoli ad essere i promotori di ogni bella virtù ed i rimuneratori del merito (25), come altro filosofo italiano dettava le norme che seguir debbonsi perché la giustizia, fatta più umana, meglio provveda a cessare i delitti che a punirli.

Ma le scienze sono piante che non prosperano in terre dove non spiri aura di onore che le confurti, e non sia mano generosa che le alimenti e coltivi.


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Ed a farle liete e fiorenti, non vale genio o virtù d'ingegno, a cui fortuna non sia larga de doni suoi: il che vuolsi in particolar modo notare per le scienze naturali e per quelle che degli esperimenti si giovano. Però grave e sentito era fra noi il difetto di grandi instituzioni pubbliche addette alle une ed alle altre. Per far cessare que' giusti lamenti, fondava Ferdinando la Reale Accademia delle Scienze, e ne rendeva gloriosa la prima adunanza con la sua augusta presenza. E le scienze fisiche ampiamente provvedeva di quante cose fosse di mestieri per i loro progressi, e le naturali soccorreva di svariali gabinetti e di acconcio 01 to botanico che, presto ingrandito ed ordinato in sito più aprico, fu adorno delle piante di tutto le regioni del globo quanto i giardini più rinomati di Europa. E già anco prima aveva Ferdinando con saggio consiglio provveduto all'avanzamento di quella parte della storia della natura che sembra meglio alla umana industria profittevole. Dappoiché inviava sei eletti giovani prima nelle rinomate scuole di Schemnitz in Ungheria e poi in quelle di Freybergh, dove da tutta Europa accorrevano ad udire il Werner, e facevali viaggiare per la Germania, per l Olanda, per l'Inghilterra acciocché tornassero in patria ricchi delle utili cognizioni delle genti più industriose. Frutto di quelle dotte peregrinazioni erano la formazione del nostro magnifico gabinetto di mineralogia, i progressi di questa scienza e della geologia fra noi, l'avanzamento delle arti, l'ordinato sistema con che si procede noli' escavazioni delle nostre miniere di ferro, la propagazione delle dottrine necessarie alla tutela ed all'accrescimento delle foreste, che gli antichi affidavano alla custodia delle loro divinità per farle salve dalla mano dell'uomo, la quale spesso recide ne' boschi i sudori di più generazioni che furono, e le speranze di quelle che verranno. Cessate le lunghe guerre della rivoluzione, dopo dicci anni tornava Ferdinando fra noi. Tutto era cangiato, ed egli facevasi a riordinare l'amministrazione di qua e di là del Faro con maturo e semplice disegno, dettato dal pubblico bene, dalle costumanze delle sue genti, da' progressi della civiltà. E commendevole era il pensiere di compiere le utili riforme da lungo tempo meditate, e di far sparire insieme ogni sogno di straniera dominazione.


Imperocché non basta che l'autorità pubblica promulghi le leggi, è uopo altresì che parlino al cuore dell'uomo per ottenere piena obbedienza, e che sieno al tutto proprie perché abbiano ad essere dall'universale tenute come cosa cara, ed ispirino venerazione, fiducia e quella convinzione di ponderato e stabile ordinamento, la quale cresce e meglio rafferma l'autorità loro. Però l'amministrazione pubblica, fermata su' principi che sono i fondamenti dell'armonia civile, saggia, uniforme, poggiata sulle basi dell'utile comune, ebbe da Ferdinando la sapientissima legge che ne abbraccia tutte le parti. Divise egli in maggior numero le province e i distretti perché fosse men difficile alle popolazioni l'andare a' loro reggitori e a' loro giudici. Molli ordinamenti dettò spettanti alla economia pubblica, da' quali sommi vantaggi vennero all'agricoltura, alla pastorizia, ad ogni maniera d'industria. Regolò la moneta con le teoriche de' più grandi scrittori intorno a quel grave ed astruso suggetto, e mostrò come l'uomo di Stato possa giovarsi delle meditazioni del pacifico filosofo. Fondò per la prima volta una Cassa di Sconto, instituzione salutare ed al commercio utilissima. Diede nuovo ordine alla Reale Società Borbonica e nuove discipline all'Università degli Studi e all'Accademia delle Arti del disegno. Stabilì una scuola di scenografia della quale eravamo ancora privi. Menò a compimento l'instituzione delle Reali Scuole Veterinarie ch'erano solamente state disposte nella sua assenza. Fondò quattro grandi licei in quattro città principati delle province di qua del Faro e nuovi collegi per l'educazione della gioventù in Campobasso, in Monteleone, in Chieti. Assegnò una dote al Real Istituto d'Incoraggiamento per le scienze naturali ed alla dotta ed operosa Accademia Pontaniana. Accorse a' bisogni della medicina e della chirurgia crescendo il numero degli allievi nel collegio medico-chirurgico, elio trasferì in più ampio edilizio. Volse le sue cure al Conservato; k) di Musica, e prescrisse nuove regole che lo facesse o tornare all'antico splendore. Pro-lungo la bella strada che rade la ridente collina di Posillipo, e fattela volgere verso quella del Vomero, unì l'utile pubblico al dilettevole. Disteso quella di Capodimonte ali oriente fino agli avanzi degli antichi acquidotti denominali i Ponti Rossi.


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Terminò l'ampia strada del Campo, che schiudo magnifico ingresso a Napoli, e le aggiunse decoro per le opere erette dove incontrasi con le strade consolari di Capua e di Caserta. Menò a compimento ed abbellì la facciata del Real Albergo de Poveri. Arricchì l'Orto Botanico di piante, di comodi, di ornamenti, di ogni maniera e delle sale per le pubbliche lezioni. L'Osservatorio Astronomico appena in sul nascere prima del suo felice ritorno in questi Reali Domini, e mercé la sua munificenza fu in poco tempo splendidamente compiuto e meglio provveduto di strumenti sotto la direzione dello scopritore della Cerere Ferdinandea. Aggiunse al Museo Borbonico nuove gallerie di oggetti di arti antiche e moderne e con particolarità quelle de' bronzi. Carlo, avvertitosi nel suo partire di aver portato seco un anello rinvenuto in Pompei, tenero come egli era della gloria delle arti, dalle alture di Capri, ov'era già la sua nave, facevalo rendere al Real Museo: e Ferdinando, tornato appena dallo provincie di là del Faro, rendeva a quella galleria quanti quadri nella sua lontananza erano stati trasportati nelle Regg:e di Napoli, di Portici, di Caserta.

Per crescere il decoro di questa metropoli, fatte sparire le cadenti mura di vecchio spedale che deturpavano la bella strada di Toledo, faceva sorgere il Real edificio de Ministeri di Stato, dove riuniva gran parte de' pubblici uffizi, e dove V Augusto Successore Francesco voleva, che nella sala destinata per la Borsa de' Cambi sorgesse la statua di Flavio Gioia per ricordare alle Sicilie ciò che esse furono quando l'animosa Amalfi tenca l'impero de' mari, e ciò che possono divenire co' remoti commerci. II Teatro Massimo, in poche ore incenerito da fiamme distruttrici, fu in pochi mesi riedificato. Costrutto il foro ed il tempio sacro a S. Francesco da Paola, voleva Ferdinando venissero decorati delle opere de' più chiari ingegni che vanta l'Italia. Oggi quella piazza è già bella di due nobilissime statue equestri modellate dal Canova e dal nostro Cali e fuse in bronzo dal Righetti. Delle quali l'una era dalla pietà dell'eccelso Fondatore del tempio consecrata alla memoria di Carlo, l'altra dalla pietà di Francesco a quella del suo Augusto Genitore poco innanzi mancato a' vivi. E presto per la munificenza di Ferdinando II, aperto il sacro tempio al pubblico culto, le arti Napolitano potranno non senza gloria additare


i dipinti del De Vivo, del Cuerra, del Carta, e le sculture dell'Angelini, del Cali e del Solari fra le opere del Canova, del Camuccini e di altri illustri Italiani.

Fra le straordinarie spese, delle quali crediamo forse le più picciolo quelle per se stesse gravissime sostenute noi contagio di Noia, e per accorrere a' bisogni de' popoli in due anni di estrema penuria, non erano obbliate le arti utili e le manifatture. Imperocché ricevevan tutte incoraggiamento ed onori, ed acquistavano singolare perfezione le telerie di cotone, i panni lani, gli acciai, i coralli, i bronzi, i cristalli per le chiusure delle finestre, le pelli, le faenze, i cappelli, e facevansi semprepiù ammirare le stoffe di seta antiche in S. Leucio ed emule delle più belle di Lione, e l'altre di Catanzaro, di Reggio, di Catania, di Messina, e le numerose cartiere, fra le quali ricordiamo le ultime stabilite sul Fibreno, sulla Melfa, sul Narro.

Con sagace intendimento affidava Re Ferdinando l'amministrazione delle rendite per Io opere pubbliche a' Consigli provinciali, ed in poco tempo erano condotte a fine tanto strade, quante non se ne costrussero prima in lungo corso di anni. Ne quegl'immensi lavori impedivano la costruzione di molti ponti e la fabbrica di spaziose prigioni nelle provincie di Capitanata, ove lodansi assai quelle di Foggia e di Sansevero, di Terra di Lavoro, di Basilicata e di Principato Ulteriore, la quale ha in Avellino ampio carcere secondo il sistema che fu il primo ad immaginare il nostro de Fazio, e che fu poi perfezionato da un illustre filosofo inglese. Ancora costruivansi nobilissimi palazzi per le Intendenze di Terra di Bari, de' due Principati e di Terra d'Otranto, i collegi di Principato Citeriore e di Abruzzo Citeriore, i teatri di Reggio, di Aquila, di Chieti, di Avellino, di Vasto, di Foggia, ammirato per bella architettura e per nobili opere di arti. La qual città era adorna di deliziosa villa ricca di piante che già danno grata ombra ospitale. Nell'Abruzzi, lungo il Piano di Cinquemiglia, funesto nell'inverno a' viandanti per le copiose nevi che cuoprono ogni sentiero sì che, d'ogni guida mancanti, andavano incontro a certa morte, costruivasi ampia strada la quale, cinta di doppio ordine di colonnette, serve di segnale nel maggior pericolo ed addita il cammino che mena a salvezza.


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Nelle pianure di Campotenese, dove il freddo suole essere acerbissimo, edificavasi securo ricovero per chi fosse là sorpreso dalla bufera.

Tenero della salute del suo popolo, a ventisette anni facevasi Ferdinando inoculare il vaiuolo naturale per muovere tutti i suoi sudditi ad imitarlo: ed annunziala appena la benefica scoperta del Jenner chiamava dall'Inghilterra valenti medici per introdurre ne' suoi Stati l'innesto vaccino, e tutto il potere della religione e delle leggi adoperava per renderlo senza eccezione universale. Sollecito che l'istruzione si estendesse anche fra le più povere persone, egli era stato il primo a stabilire in Italia le scuole normali sul declinare del secolo scorso, od egli il primo promoveva dopo il suo ritorno il benefico metodo di Bell e Lancaster, e cresceva le scuole elementari in tutti i punti del Regno. Fondatore provvidentissimo di nuovi orfanatrofi e di nuove case di lavoro, migliorava l'antico instituto de' sordimuti, ed apriva quello de' ciechi, sacro asilo di beneficenza, che i cuori sensitivi non possono visitare senza essere vivamente commossi dalla vista di dugento e più di quegl'infelici istrutti ne' doveri della religione e della società, nella musica, nelle arti e fin nella scienza di Euclide e di Archimede.

Né erano men prospere le condizioni dello provincie di là del Faro, dove Re Ferdinando fondava nuove accademie e nuovi seminari, dava utili istituzioni alle scienze ed alle lettere e premi agli studiosi. L' Università di Palermo, col modesto nome di Accademia venuta in gran fama per i valentuomini che conta fra i suoi illustri professori, aperta con regia munificenza nel novembre del 1779, era provveduta di teatro e di gabinetto anatomico; di un orto botanico, deeprato di superbo edilizio di ordine dorico, cui accresceva magnificenza grandiosa stufa; di un Museo di archeologia; di ampia biblioteca ricca di scelta e copiosa collezione di libri, e di quanto fa di mestieri perché vengano in fiore le scienze. La fisica sperimentale era ampiamente provveduta di macchine: l'astronomia aveva un osservatorio nella stessa Reggia, e ricca di nuove scoperte per le immortali fatiche del Piazzi, rimeritava la sovrana munificenza quando da quell'antica torre scuopriva nella prima notte di questo secolo la Cerere Ferdinandea, la quale farà chiaro por sempre ne' cieli il nome dell'Augusto Monarca.


L'università di Catania, meglio ordinata, cresciuta di nuove cattedre, dotala di maggiori rendite e provveduta di dotti professori, rinnovava le antiche sue glorie, soprattutto quando instituivasi l'accademia che prende il suo nome dal benemerito Cioeni, e che applicandosi alla contemplazione della natura va facendo conoscere all'Europa i tesori di quell'isola, dove ad ogni passo l'incontri in nuove meraviglie. Messina, Siracusa, Caltagirone, Trapani avevano splendidi licei: Noto, Modica, Caltanissetta ed altri paesi dell'isola numerose ed utili scuole.

I rinnovati studi eran semi che fruttavano alla Sicilia vaste cognizioni, per le quali venivano in gran fama, ed il Ferro ed il Mirone od il La Pira e l'Astulo della fisica e della storia naturale altamente benemeriti. Il Gioeni contemplava l'Etna, ne studiava i fenomeni più singolari, e ne raccoglieva in bell'ordine le produzioni si che facevasi degno dell'ammirazione e dell'amicizia del Dolomieu. Volgeva di poi lo sguardo n} Vesuvio e pubblicava quel Saggio di litologia vesuviana. che fu la prima opera nella quale fusse illustrata la litologia del nostro vulcano in modo di applaudirsene chiunque sentisse assai addentro in mineralogia. Il Ferrara, fattosi da prima conoscere per le sue belle note alla Contemplazione della natura del Bonnet, ci dava in seguito la storia generale dell'Etna, nella quale andava descrivendo quel monte, le sue eruzioni, i suoi fenomeni, i suoi prodotti e quanto può servire alla storia generale de' vulcani. Lo Scuderi ed il Mallo scrivevano dottamente, il primo per indicare i rimedi più opportuni a guarire il vaiuolo, il secondo col nobile intendimento di estirparlo, e rendere i suoi trovati acconci a fare sparire tutti gli altri morbi contagiosi. Scuderi il giovine pubblicava quella sua Introduzione alla star ria della medicina tradotta e commendata dall'Alibert in Francia. Il Guarini chiariva ne' suoi ragionamenti filosofici le proprietà de corpi, le meccaniche, l'anatomia, e si faceva via a profonde meditazioni sulla fisica dell'uomo e della natura. Il De Gregorio traeva dalla polvere delle biblioteche novelle carte por illustrare i tempi più oscuri del medio evo, e si rendeva degno de primi onori della storia. La diplomatica e l'archeologia erano in si alto onore che non si potranno mai lodare abbastanza i valorosi che le coltivarono,


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fra i quali sono degni della più gloriosa ricordanza Io Schiavo, il Gaelani, il De Diasi, il Discari ed il Torremuzza degnamente stimato il primo numismatico dell'età sua (25).

Amatore delle scienze e delle lettere, asceso al Trono, faceva Francesco manifesto non aver la Corona mutato in lui l'antica affezione per i buoni studi, e dava solenne testimonianza di onorarne i cultori, quando andava a visitare il Poli infermo, e con esso lui s' intratteneva in affettuosi ragionamenti, grato a quel valoroso che dalla prima età eragli stato guida e maestro. Bello e lodevole esempio che ci torna a memoria quello dell'altro Francesco accanto al letto di Leonardo da Vinci.

Desideroso di rendere sempre più onorate te utili fondazioni, affidava l'ottimo Monarca alla sua Augusta Consorte la suprema direzione degli instituti per le donzelle, non men sollecito dell'educazione della gran famiglia dello Stato che della sua propria. Però quelle Case sono oggi lieto e splendido ornamento dilla patria nostra. Che certo sommo decoro ad essa accresce il sapere e la cortesia congiunta nelle gentili donne agli schietti e puri costumi, alla modestia, al candido animo, specchio d'ogni Leila virtù.

E non meno e' soccorreva ogni altra parte dell'istruzione pubblica. Imperocché instituiva cattedre di clinica medica e chirurgica, di anatomia ed ostetricia nella Reale Accademia di Messina: e perché meglio progredissero quelle scienze, le provvedeva di acconcio teatro anatomico, del quale era assai sentito il difetto. Dotava di nuove rendite il Real Collegio di Chieti, promoveva una scuola di agricoltura pratica in quella fertile provincia di Abruzzo Citeriore, ed altra di geometria elementare in questa Reale Accademia delle Belle Arti.

Perché la soverchia ricchezza non ci facesse negligono custodi delle opere degli antichi pervenute fino a noi, comperava nuove terre intorno alla basilica di Pesto ed all'Anfiteatro Campano e, cinti que' venerandi avanzi di larghe fosse, facevali securi da nuove ingiurie devastatrici. Per rendere men tardo lo svolgimento e la divulgazione de' papiri rinvenuti in Ercolano, cresceva il numero de dotti eletti a quel grave, penoso e difficile uffizio.


Dolente degli ostacoli che la propagazione dell'innesto vaccino incontrava di là del Faro, statuiva che V ignavo, il quale avesse non curato di preservare con quel benefico antidoto i figliuoli e le persone della famiglia da lui governata, non avesse a godere di alcuna sovrana munificenza. Quelli i quali morissero di vaiuolo naturale, chiusi in un feretro che potesse impedire la diffusion del contagio, erano sepolti in chiese lontane dall'abitato e senza ninna frinenti pompa.

Volgeva lo sguardo agi' infelici che perderono il lume dell'intelletto, e regolava con più amorevoli cure le Case de' Matti stabilite in Aversa. Stendeva la mano pietosa agli sciagurati servi della pena, e ne rendeva meno infelici lo condizioni con migliori Bagni e nuovi Spedali in Pozzuoli e nelle isole d'Ischia e di Nisita.

Dettava saggia legge per promuovere le ricerche e l'escavazioni delle miniere, dava di là del Faro benefici provvedimenti per la custodia delle foreste, ed affidava a mani esperte le piantagioni necessarie alla riproduzione de' boschi.

AH' uscire del mille ottocento ventitré, i Censuari del Tavoliere di Puglia doveano al pubblico erario ben un milione e quaranta mila ducati per canoni non pagati. Tali ingenti somme se prestamente tutti si avessero voluto riscuotere, 1 agricoltura e la pastorizia in quella provincia sarebbero andate in rovina, e pi tempo avvenire l'esazione delle pubbliche rendite sarebbe riuscita difficile oltremodo. Dove avesse potuto il Monarca secondare i movimenti del suo cuor generoso condonando quel gravissimo debito, pare la prudenza consigliava che, per soccorrere a chi mal potea, non si aiutasse la colpevole ritrosia de' molti, i quali si erano volontariamente renduti morosi. Ne ciò far poteasi senza recare ingiuria a quegli altri che si trovavano aver già soddisfallo al debito loro. Però con «aggio e magnanimo consiglio il Re scemava di ducati cento mila l'annuo canone, di modo che veniva a rilasciare a' Censuari un capitale doppio de' canoni arretrati: e comandava al suo Commissario pel Tavoliere che, ponderate le ragioni di ciascun debitore a tutti accordasse discreti e convenevoli indugi.


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Promoveva i più lontani commerci, cresceva i legni da guerra, ampliava con nuove fabbriche i cantieri di Castellammare e di Napoli, formava altro braccio di Molo per dare comodo, profondo e più securo porto allo maggiori navi, stabiliva una gran manifattura di tele per provvedere a tutti i bisogni della Real Marineria senza ricorrere all'opera degli stranieri. Univa alla Real Zecca un gabinetto d'incisione, e dava novello incremento a quello Instituto oggi a pochi secondo in Europa.

Per opporre un argine all'avidità di chi esercitando il nobile ministero di avvocato dee porre una parte della sua gloria nella più rigida virtù, e per rendere ad un tempo men ritrosi i clienti, spesso usi a pagare di mostruosa ingratitudine le più gravi e penose fatiche sostenute a loro prò, emanava solenne decreto col quale conciliava gli opposti interessi, e faceva cessare le prime cagioni di quegli scandalosi litìgi.

Intendeva alla quiete ed al decoro delle famiglie, alla tutela de' costumi ed alla santità del matrimonio, con alta sapienza vietando a' ministri dell'altare di benedire le clandestine nozze da incanti giovani desiderate in una età per l'impeto delle passioni quasi sempre sospinta a certo e pronto pentimento.

Magnifico e generoso ne' premi ed ottimo estimatore dello virtù, tulle onoravate, che tutte vedeala fra loro di stretti legami congiunte. Però instituiva quell'Ordine che va glorioso del suo Augusto Nome, e destinavalo a guiderdone di chi amministra sapientemente, di chi comparte con equa lance giustizia, dello scopritore di utili veri, di chi crebbe i comodi della vita con nuovi trovati o aprì novelle sorgenti di pubbliche ricchezze, di chi per tele, per marmi o per pregevoli opere d'ingegno surse a celebrata rinomanza.

Per tanti provvidi ordinamenti, dal Tronto al Capo di Leucade, dal Faro al Monte un tempo sacro a Venere Ericina si diffusero in tal maniera le buone arti, che l'istruzione divenne forte bisogno di tutti gli animi, sì che non ci ha chi non si studi di prendere dal tesoro d'ogni dottrina la parte che meglio gli si convenga: e fin la moltitudine, la quale godeva di marcire nella più crassa e supina ignoranza,


è vivamente avida di appropriarsi quello che di pratico e di giovevole alla condizione di ciascuno può meglio fruttare la prima e più necessaria istituzione.

Qui noi ci arrestiamo, che de' progressi di tutte le umane cognizioni dal cominciar del secolo XIX fino al momento in cui scriviamo, diremo nel prossimo numero di questi Annali. Nel quale ci godrà l'animo mirando alle sorti migliori, che sotto un ciclo senza nubi a' buoni studi oggi promettono la calma e la pace, le quali fanno già caro e memorabile il Regno di Ferdinando II.

Ma prima di dar fine alle nostre parole, vogliamo aggiungere una considerazione, che ci occorre in questo istante alla mento, e che ci dorrebbe tacere. Se l'amore delle scienze sospinge tutti gli animi a bella meta, qual prosperità futura possiamo noi sperare? L'incremento del sapere ci rende certi di un felice avvenire?... La storia va ricordandoci, che la prosperità rifugge di abitare e dove l'umana ragione si sta torpida e neghittosa e dove troppo orgogliosa superbisce. Divenuta la Grecia maestra di ogni dottrina a tutte le genti, i Locresi meglio che i costumi cominciarono a vagheggiare il sapere, che facevali quanto i Cotroniati gloriosi. La filosofia cessò allora dal prestantissimo officio di ammaestrare gli uomini a dirittamente vivere, i giovani inorgoglirono, scemò l'autorità de' padri, mancarono al tutto le virtù pubbliche. Il vecchio Aristeo a cui dolea della secura rovina della patria: Locresi, disse un giorno, obbliaste voi che Zeleuco raccomandava la fortuna di questa terra a costumi, senza de quali la dottrina è un dono funesto, che gli Dei fanno a' mortali quando vogliono punirli del loro orgoglio? Le parole di Aristeo non andaron perdute: i costumi tornarono a guardia della prosperità pubblica, e la vera sapienza, compagna di ogni bella virtù, fece Locri prospera potente e gloriosa!

E.*** T.***


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NOTE

(1) Dal 1052 al 1734

(2) Vico: Principi di una scienza nuora §. XXXI.

E giova riferire quanto quel profondo pensatore scrivea intorno alla Scoverta de' feudi ne tempi eroici.

Quindi si ritrova, egli dice, nel Dritto Universale delle Genti Eroiche una certa spezie di Feudi, de' quali vi sono due luoghi pur troppo sopra ogni altro evidenti in Omero: uno nell'Iliade dove Agamennone per gli ambasciatori offre ad Achille una delle sue figliuole, qual più gli aggrada, in moglie con in dote sette terre popolale di bifolchi e di pastori: l'altro dell'Odissea, dove Menelao dice a Telemaco che, se egli fosse capitato nel suo reame, gli avrebbe fabbricato una città, e da altre sue terre vi avrebbe fatto passare i vassalli che l'avessero onorato e servito. Talché dovette essere una spezie di feudi quali le genti del settentrione sparsero per l Europa da principio con quelle stesse proprietà che tali Feudi ritenevano tuttavia nella Polonia, nella Lituania, nella Svezia, nella Norvegia quando l'autore scrivea. Aggiungeremo i due luoghi di Omero come leggonsi volgarizzati l'uno dal Monti, l'altro dal Pindemonte.

Ho di tre figlie nella Grecia il fiore

Crisotemi Laodice Ifianassa,

Qual più di esse il talenta a sposa e' prenda

Senza dotarla, ed a Peleo la meni.

Doterolla io medesmo e di tal dote

Qual non s1 ebbe giammai altra donzella:

Sette città Cardamile ed Enope,

Le liete di bei prati Ira ed Antea,

L'inclita Fere, Epea la bella e Pedaso

d'alme viti feconde: elle son poste

Tutte quante sul mar verso il confine

Dell'arenosa Pilo, e dense tutte

Di cittadini, che di greggi e mandre

Ricchissimi, co' doni al par di un Dio

L' onoreranno, e di tributi opimi

Faran bello lo scettro.

Om. Iliad. lib. IX.

Una io cedere a lui delle vicine

Volea città di Argive, ov'io comando,


E lui chiamar, che da' nativi sassi

D'Itaca in quella mia, ch'io prima avrei

d'uomini vota, e di novelli ornata

Muri e palagi, ad abitar venisse

Col figlio le sostanze e il popol tutto.

Così, vivendo sotto un cielo e spesso

L'un l'altro visitando, avremmo i dolci

Frutti raccolti di amistà sì fida.

Om. Odis. lib. I.


(3) Vico, Princ. di una Scienza Nuova.

(4) Dritto del Cunnatico.

(5) Il Codice compilato d ordine di Carlo III e pubblicato per le stampe dal Cirillo col titolo di Codice Carolino.

(6) Il Ministro di Carlo III diceva: io non conosco che Re e sudditi.

(7) Spesso noi non distingueremo i provvedimenti dì Carlo da quelli di Ferdinando I e di Francesco; perché non è nostro intendimento dare ordinala storia de' tre Monarchi, ma sì bene seguire i progressi della civiltà nostra dalla conquista del primo fino alla morte dell'ultimo.

(8) La storia delle nostre leggi può dividersi in quattro epoche.


Epoca I. Dal 1736 al 1774


 Baroni sono chiamati alla Corte. La loro presenza non ha più potere su' giudici delle loro terre. La loro giurisdizione è ridotta a cause di lieve momento, e limitata da' gravami alle Regie Udienze ed alla Gran Corte della Vicaria. Il potere giudiziavio si restringe ne' tribunali del Ile. Prammatica del 1738. La tortura è maladetta. Il Sacro Regio Consiglio diviene il centro di tutte le giurisdizioni.


Epoca II. Dal 1774. al 1809.


Si frena l'arbitrio de' magistrati. Il Re comanda che le sentenze sieno confortate delle ragioni di dritto, che servirono di norma alla decisione. Il Sacro Consiglio rappresenta contra la nuova legge. Tanto era radicato negli animi E amore dell'arbitrio! Organo del volere del Re, il Ministro Segretario di Stato di Grazia e Giustizia risponde (a):


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Vuole Sua Maestà che il Consiglio abbia per massima che la legislazione è tutta nella Sovranità: che il Consiglio non è che giudice, e che i giudici sono esecutori delle leggi e non autori: che il dritto ha da esser certo, deffinito e non arbitrario: che la verità e la giustizia, che i popoli conoscono e vedono nelle decisioni de giudici, è il vero decoro de magistrati, non quello stile di oracoli che non dubita di attribuirsi nella sua rappresentanza il Consiglio, essendo il genero umano pur troppo portato a sospettare, e maledire quello che non intende facilmente. Quindi decorosissimo riesce pel Consiglio il sapersi dal pubblico la dottrina, la saviezza, la ponderazione con cui procede in qualunque sua decisione. Sua Maestà perdona per ora gli escogitati sofismi alla fragilità umana ed all'assuefazione: e spera che l'esatta osservanza preverrà e disarmerà la giustizia, indivisibile dalla sovranità.

Nella prima epoca tulle le cause si riferiscono e si aringano in pubblico, ma sul processo scritto. La pubblicità della discussione è assai inculcata nella prammatica del 1734, in altre seguenti ed in più sovrani rescritti. La pubblicità è renduta solenne nella seconda epoca. Nel 1789, il Re ne fa un saggio nelle cause militari. Si pubblica un'ordinanza pe' giudizi militari, ed un Codice pe' delitti e per le pene de' militari.

Questo Codice e quello da Leopoldo dato alla Toscana nel 1786 sono i primi Codici penali comparsi in Europa. Il Nicolini lo notò con molta forza nella sua prolusione per la Cattedra di Dritto Penai. Nell'ordinanza del rito militare è abolita la tortura, andata in disuso dopo la prammatica del 1738. Si prescrivono le deposizioni de' testimoni in forma di dialogo: si determinano minutamente tutti i particolari del processo: si dispone che i testimoni non possano far fede, se non quando abbiano ripetuto le loro deposizioni innanzi a' giudici, al reo ed a' suoi difensori.


(a) Nel di 26 Novembre 1774.


Tali considerazioni fanno aperto perché fosse si facile nel regno abolire al tutto la feudalità ed introdurre la discussione pubblica e le altre utili novità ne' giudizi. Avvenne lo stesso nell'amministrazione civile, l'unità della quale era già con maturo consiglio preparata. L'abolizione della feudalità fu compiuta senza gravi cure, e le prime discussioni delle cause criminali fecero credere, che giudici ed avvocati fossero già vecchi in quella palestra.


Epoca III. Dal 1809 al 1819.

Leggi francesi.


Epoca IV. Pubblicazione delle Nuove Leggi nel 1819.

Le Leggi Civili diversificano poco da quelle del Codice Francese, quasi tutte tratte dal dritto Romano. Venerata la Santità del Gran Sacramento del Matrimonio ed abolito il divorzio, la legge dello Stato Civile è messa di accordo con le leggi canoniche: solenne omaggio da Ferdinando I renduto alla Verità della Religioni Cattolica professata dal Monarca e da' sudditi. Gravissimi sono i cambiamenti fatti nelle leggi penali, sul nostro esempio in gran parte adottati dalla Francia. Del che in una delle note seguenti.

(g) AGLI OCCHI DELLA LEGGE TUTTI I NOSTRI SUDDITI SONO UGUALI, DICEVA LA MAESTÀ' DI FERDINANDO II, nell'editto pubblicato nel giorno in cui ascendeva al Trono.

(10) Ecco i principali cambiamenti presso noi fatti nel Codice penale di Francia.

I. Abolizione dell'ingiuria che si affìgge al reato e non alla pena.

II. Abolizione del marchio e della gogna.

III. Abolizione assoluta della confisca.

IV. Saggia graduazione nella scala delle pene per far conoscere il passaggio dall'una all'altra.

V. Graduazioni delle imputazioni per età e per malattia di mente e di corpo.

VI. Graduazione de' reati tentati, mancati e consumati, gradi non distinti nel Codice Francese.

VII. Graduazione della complicità, non distinta nel Codice Francese.


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VIII. Graduazione nella recidiva e nella reiterazione ne reati.

Ancora l'istituzione di una cassa di ammenda destinata a l'accogliere quanto provviene dalle multe non per impinguare il Tesoro Reale, ma per servire d'ìndennizzazione a coloro che, giudicali innocenti, non avessero un ricco calunniatore che potesse compensarli.

Il primo libro delle nostre leggi di procedura penale è nobilissimo lavoro di logica giudiziaria. In esso il giudice è condotto per mano da' generali a' particolari fino all'autor del misfatto.

Quel primo libro delle leggi di procedura ed il primo delle leggi penali possono dirsi esemplari dello stile con che vogliono esser dettate le leggi. Sono il fante cui con sicurezza si può ricorrere per chiarire i dubbi, che sorgessero nell'interpretazione delle altre leggi penali.

(11) Scinà. Prospetto della Storia Letteraria della Sicilia.

(12) Ile Carlo mise di sua mano il primo chiodo nella chiglia della prima galea che costruitasi nel[ arsenale di Napoli.

(13) La Real fabbrica delle Armi alla Torre dell'Annunziata.

(14) La fonderia de' cannoni nella Darsena di Napoli.

(15) Il Reale Albergo de Poveri in Napoli.

(16) Leggi la bella descrizione de Ponti della Valle nel Viaggio Pittorico nel Regno delle Due Sicilie di Raffaele Liberatore Voi. 2. p. 47

(17) Pater Urbium. Horat. lib. III. od. XXIV.

(18) Meditazioni filosofiche sulla religione e sulla morale. Vedi Giuseppe Baretti.

(19) Serao è un di que' sommi de' quali noi obbliammo la memoria che vive gloriosa presso gli stranieri. L'illustre Vicq D'Azyr ammiratalo tanto, che ne scrisse nobilissimo elogio, nel quale lo annovera fra i più grandi medici e fisiologi del setolo scorso. Il Fasano pubblicò la vita del Serao in co«i bel latino, che diresti quelle carte dettate negli aurei giorni del secolo di Augusto. Il Vicq-D'Asyr scriveva: come medico il Serao meritò della sua patria gli egri sollevando: come filosofo prestò utili servigi al vero gli errori distruggendo.


E con le ultime parole il chiarissimo biografo ricordava le favole dal popolo e da' dotti per lungo tempo fra noi credute come effetti maravigliasi del morso della Tarantola (Aranea Tarantula Lin.)

(20) Sarcone pubblicò parecchie opere fra le quali sarà sempre ricordala con somma lode la Storia de' Mali osservati in tutto il corso dell'anno 1764.

(21) Il Cotugno è autore di dotte opere, fra le quali non saranno mai abbastanza lodate quelle che hanno per titolo:

De acquaeductibus auris humanae internae anatomica dissertatio.

Fragmenta anatomico-physiologica etiam ad andito organum spectantia.

De starnutamene physiologia.

Tabulae duae anatomicae mine primum cum earum explicatione in lucem editae.

Del moto reciproco del sangue per le interne vene del corpo.

Dello spirito della medicina. Ragionamento accademico.

De Ischiade nervosa Commentarins.

De sedibus variolarum SYNTAGMA.

(22) Il Troya scrisse De novorum ossium regenoratione, opera che pubblicò in latino in Parigi e che egli stesso tradusse in italiano. L'Haller ed altri sommi ingegni lodarono a cielo questa scrittura per la quale si giovò assai alla scienza, e che fu volta in tedesco in inglese, ed in danese. Scrisse anco il Troya dottissimo libro sulle malattie degli occhi. Nell'Enciclopedia stampata in Ginevra leggonsi parecchi articoli dettati dal nostro chiarissimo autore.

(23) Antonio Sementini è autore di molte opere: sono altamente celebrate le seguenti:

Dilucidazioni sulla natura della pazzia.

Orazione inaugurale per X apertura della cattedra di fisiologia e medicina pratica.

Due lettere anatomiche, delle quali la prima contiene molte coso nuovo sul cervello, la seconda accresce le scoperte del Falloppio sullo sfintero.


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Trattato di fisiologia.

L'arte di curar le malattie.

Confutazione del sistema di Brown.

Parere sul contagio della tisi polmonare.

Trattato di patologia universale.

(24) Lettera sull'elettricità del Sorcio scritta al Cavalier Vivenzio.

(25) Il Marchese Giacinto Dragonetti il primo che scrivesse Delle virtù e de' premi. Questo libro picciolo per mole, ma grande per molta sapienza, servi negli anni appresso di tema a più vasta opera di altro chiarissimo ingegno non ha guari tempo dalla morte alla gloria italiana rapito.

(26) Leggi Scinà: Prospetto della Storia letteraria di Sicilia, opera la quale fa desiderare che altri imprenda a fare lo stesso per quest'altra parte de' Reali Domini, che certamente non può molto applaudirsi della storia letteraria del Signorelli.


DI UN NUOVO PONTE SOSPESO A CATENE DI FERRO 

SUL GARIGLIANO


....Me ego turbidus minaxque

Vix passus dubius prius carinas

Iam pontem fero, perviusque calcor.

 Stat. L. IV. Silv.


Chiunque si faccia a traversar quello spazio che dagli Appennini corre in lungo fino al mare tra Sessa e Gaeta, se già non abbia cuor villano ed ingegno in odio alle Muse, dovrà tutta sentirsi calda la mente di magnifiche idee. E come leggendo i versi di Omero vi fu chi giurava esser cresciuto per modo prodigioso della persona, così ove pur voglia misurare questo paese a corsa d'occhio, per poco crederà vivere anch'esso ne' splendidi giorni della Romana grandezza. Che di certo, sarei per dire, non ci ha una sola pietra la quale non rinnovi nel pensiero illustri nomi 0 fatti maravigliosi.

Il fiume che sulla via ti si para d'innanzi è il Liri, da Strabone dinominato altresì Ciani, che divideva la Campania dal Lazio. Niuno avrebbe saputo dipingerlo un tratto come quel poeta del secolo di Augusto che lo disse taciturno, lento, e che mordea coll'onda quota lo rive. Antico ponte era li presso e puoi vederne ancora i laceri avanzi. Cicerone nelle lettere ad Attico il chiama Tirezio, o come altri leggono.

Un secondo ponte, ma ne' campi Fregellani dieci miglia più in là, fu distrutto per soprattenere l'esercito d'Annibale, e far sì che prendesse vantaggio chi dovea arrecare quel pauroso annunzio al Senato.


Alcuni ardii di non ignobile acquidotto in gran parte caduto, e varie mura d'un teatro e d'un foro, ma spiombate e minaccianti ruina, son ciò che resta di Minturno. Ed a tal voce chi non ricorda essersi nelle circostanti maremme nudo rimpiattato e dal fango coverto fin sopra al mento, quel feroce vegliardo che avea già tratto per lo strade di Roma Giugurta carico di catene, e con incredibile arte di guerra sgominati ed uccisi trecento mila Cimbri e Teutoni presso le Aeque Sestilic e nello pianare di là del Po? Ma queste e più grandi coso meritevoli d'esser narrate con uno stilo, come lo chiama Bacone, ambizioso, ti varrebbero solo per meditare sulle vicende tristissime dello nostre contrade.

L'antica Minturno fu disfatta, crollò quel ponte, lo popoloso campagne si cangiarono in regione guasta, e i Cimbri e i Teutoni non ebbero più a lemorc d'un Mario.

Ancora il fiume di placido e quoto riuscì minaccioso e gagliardo; e col) allarga re sformatamente divenne por colpa di tristi casi infame, intanto che l'aere grave e mortifero sopra interminabile spazio di terra si diffondeva.

Non erano più i giorni quando un Traiano in quella rara felicità di tempi ad Apollodoro ed a Giulio commetteva di costruire novelli ponti per ogni dove; o allor che un Severo li facea tutti ristaurare comandando che vi rimanesse X onorato nome di Traiano, come abbiam da Lamprklio!

Se il vecchio ponte sul Liri sia caduto per gli oltraggi irreparabili della età o per la mano dell'uomo, ed in qual tempo, non è ben chiaro. Forse senza tema d'ingannarti puoi credere che nelle prime inondazioni de' barbari gli stessi abitanti della Campania lo avranno distrutto: però che questa era la sola vigliacca resistenza che osavano opporre a' nemici, traendo poi colle famigliuole sbigottite alle rocche inaccessibili ed a luoghi più muniti per natura o per arie. E sì un giorno la loro patria fu da' Romani chiamata subsidium belli!

Nel novecento ed otto dell'Era cristiana, allorché le bande de' Saraceni già da venticinque anni stanziavano sul fiume, non era questo da alcun ponte soggiogato.


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In quel torno Alenolfo principe di Benevento pietoso degli eccidi e de' desolamenti che que feroci da per tutto a man salva portavano, volle provarsi a snidarli dal Minturno e, stretta lega con Gregorio duca di Napoli e con gli Amalfitani, popolo in que' tempi indipendente, con poderosa ragunata si mosse, ed arrivando congiunse gli argini opposti col mezzo di barche ricoperte di tavole.

Questo ponte in una notte buia rintronò por altissime grida e gran tumulto e fiero rumor d'arme, e fu orribilmente insozzato di sangue: perocché i Saraceni inaspettati ed improvvisi assaltarono i cristiani, e a mal partito li conducevano, se costoro rannodandosi in quel sito, e virilmente combattendo non avessero rincacciato il nemico fino a' suoi covili.

Dopo un tale avvenimento non si parla di altro ponte, giù fino a' tempi degli Aragonesi. Clic anzi sta scritto aver limaccio da Montone nel mille quattrocento ventuno guadato il fiume dove le acque eran più larghe e profonde con due mila cavalli: aggiugnendosi dallo storico che di tanta soldatesca tutta grave di elmi di corazzo di schinieri di ferro, un solo uomo non andò perduto ne' gorghi, si che per la maraviglia ne venne al passo il nome di guado di Braccio.

Nel mille quattrocento quarantaquattro adunque Re Alfonso d'Aragona volle che un ponte contesto di travi, e raccomandato a grosse spranghe di ferro si gittasse sul Garigliano. E qui puoi notare che il Liri fu col volger degli anni chiamalo Minturno e Traetto, e solo verso il mille, non prima come spaccia l'Ostiense, prese la denominazione di Garigliano che gli è rimasta.

Sarebbe disagevol cosa indagare chi si fosse e d'onde l'architetto del ponte, ma fantasticando puoi credere che vi abbia dato opera un Giuliano da Maiano fiorentino chiamato a Napoli per edificarvi il palazzo detto di Poggio Reale, che ora ti è conceduto vedere solo ne' disegni del Serlio, e la magnifica porla tutta marmi ad intaglio e d'ordine corintio ch'è nel Castello Nuovo.


Rafferma tale opinione il sapersi che molto adoperati) dal Re fu Giuliano, e visse lungo tempo fra noi, dove morì già vecchio in settanta anni, forte rimpianto dall'Aragonese il quale volle assistessero a' funerali del suo intrinseco ben cinquanta persone di bruni panni vestite.

Convien dire per altro che il ponto non riuscisse gagliardo a sufficienza contro la piena prepotente delle acque, se pur non sia stato guasto e distrutto a disegno, essendo che dopo soli cinquantanove anni più non era. Abbiamo in fatto per le storie, che nel mille cinquecento tre dal Marchese di Mantova condottiero de' Francesi uno se n'ebbe a ordinare di barche. Ma se que' soldati colla loro solita furia nel gittarlo guadagnarono il passo, protetti dalle artiglierie le quali sfolgoravano dalla riva che sopraggiudica i nemici, non poterono nel di seguente passare, per la virtù di Consalvo di Cordova, il quale con grande animosità sino a mozzo il ponte gli rimise. E lo stesso Consalvo, dolio qualche tempo, adoperando miglior sentita di guerra, fatto fabbricare sotto molto silenzio in un casale vicino Sessa un ponto estemporaneo, di barelle come scrive il Guicciardini, di bolli e tavolo legate insieme come alcuni dicono; e adattatolo a quattro miglia sopra la posta de' Francesi, assaltò e mise in rotta costoro, e gì inseguì bravamente fino agli spaldi di Carta.

Vuolsi che il Gran Capitano abbia fatto ricostruire l'antico ponte degli Aragonesi assicurandolo con salde catene di ferro. Ne attribuiscono altri il pensiero, più d'un mezzo secolo appresso, al Duca di Alba. Ma sia clic dal primo o dal secondo di questi duo solenni maestri di guerra abbia preso nonio il novello ponto, certo ogni gentil persona dovea nel varcarlo riandar con ribrezzo i giuramenti violati e gli atroci assassinii commessi in Italia e in Olanda.

Durava il ponto fino al milleseicentotrentasei quando il duca di Medina los Torres vicerè di questo regno si univa per matrimonio con una dama napolitana della famiglia Caraffa. Allora fu disfatto, e dicevasi per comando espresso del Duca. Ma chi potrebbe render ragione delle violenze e de' capricci d'un Viceré in que' tempi nefandi! Ben il Gesualdo nel millesettecento cinquantaquattro scriveva starsi ancora a' suoi giorni nel fondo le grosse catene spezzate.


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Al ponte successe una scafa, e con questo mezzo ebbero principal traffico lunga pezza tra loro Napoli e Roma, che tanto è a dire quanto due delle più magnifiche e belle città del mondo. E soventi fiato gravi disastri accadevano, e nel verno la soprabbondanza impetuosa delle acque o trabalzava la scafa o sopratteneva il traghettare, si che ogni comunicazione, con quanto rapito ognun sei vede de due paesi, finiva.

Re Ferdinando nel mille settecento ottantotto volle che gli si proponesse il disegno d'un ponte sul Garigliano. E fu immaginato di pietre, in un solo arco, della corda di cento cinquanta palmi napolitani, colla impostatura a dieci palmi dalle acque basse, la freccia di palmi trenta, e 'l pavimento elevato a poco meno di quaranta sulle campagne laterali. Questa opera non fa menala ad effetto per colpa della ingente spesa che richiedeva.

Ma un ponte di battelli fu in vece edificato negli anni appresso; e parlavasi molto di fondarne uno al tutto stabile di legno, e poi un altro di fabbrica. Addimandavasi pel primo la somma di ottantamila ducati, se ne chiedevano dugento ventimila pel secondo. Vari disegni intanto uscivano in campo; ed alcuno anzi si cominciò a mandare ad esecuzione: imperocché poco sotto corrente del ponte a battelli nel mille ottocento undici furon gittate massicce fabbriche ad uso di fondamenta, e riunito travi e tavole per lo centine dell'arco, e pietre e calcina in buon dato. Ma il lavoro nell'anno dopo fu sospeso, e 'l materiale ad usi diversi assegnato.

Parca d'altra parte ogni dì farsi più manifesto che non avrebbe mai potuto esser fabbricato un ponte di pietra sul Garigliano, se già non ci si voleva impiegare gran denaro e lungo tempo, e correr rischi gravissimi.

Perciocché il fiume all'intorno un otto miglia, a cominciare dalla corrente giù sino alla foce, scorre sopra strati tutti alluvione di sabbia mista con argille di varia consistenza.

E sprofondata la trivella sino a cinquanta palmi ne son riusciti sempre i medesimi saggi. Però vedea ognuno esser il fondo compressibile, e forse non per modo uniforme; di là gli ineguali assettamenti da produrre casi pericolosi d'assai in costruzioni di fabbrica.


Erasi è vero proposto, fin da gran tempo, una platea generale fra le due rive, da farsi a secco fuori dell'alveo nella corda di un gomito del fiume. Ma simile lavoro profondo ad un bel circa quaranta palmi sotto il pelo basso delle acque, sarebbe stato oltre modo difficile e dispendioso, e forse da non esser mai portato a buon termine; anche ove si fossero deviale le acque dall'antico nel nuovo letto tramutandole.

Per tutte queste ragioni nel mille ottocento ventitré in dato fuori il disegno d'un ponte in ferro fuso: e que' che per Sovrano comando si fecero ad esaminarlo avvisarono sarebbe costato ducati cento sessantamila.

Nell'anno seguente ne fu annunziato un altro, ma con un nuovo metodo di ferri tessuti da pagarsi ducati cento settantamila.

Senza riandar le molto cose ventilate in questa occasione, basterà dire che fu allora fermo doversi edificare un ponte sul Garigliano, ma sospeso a catene di ferro.

Era questa ed è tuttavia una novità per la Italia, e poco meno che una novità per l'Europa. Ne fu dato il carico al Cavalier Luigi Giura napolitano, il quale fin dal mese di Dicembre mille ottocento venticinque distese la proposta del ponte, e fu il suo parere ottenuto, e vi ebbe un Rescritto del Re.

Il Signor Giura avea dunque di tutto punto perfetto il disegno dell'opera, prima assai d'intrapendere quel viaggio che poi nell'anno appresso esegui passando in Francia e in Inghilterra; e questo vuolsi notare non senza ragione.

Abbiam già detto che un ponte sospeso a catene di ferro eia una novità per la Italia, e lo crediamo in quanto alla pratica. Ci sia ora permesso dar breve sunto di ciò che per noi si è raccolto intorno a questi lavori. E se non ragioneremo di cose pellegrine per que' dotti che hanno veduto i libri del Navier, del Seguin, del Pope, dello Stewcnson, sporremo almeno cose non al tutto ovvie per la maggior parte de nostri lettori, alla istruzione de' quali mira in ispezìal modo l'Opera degli Annali Civili.

La congegnatura de' ponti sospesi può ridursi a cinque ragioni.


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I. Situansi ne' due piani verticali delle teste del ponte una o più catone, le quali formando quella curva che chiamano catenaria nello spazio sovrastante l'alveo, poggiano in un punto sopra ciascun de' pilastri elevati a determinata altezza nelle sponde, e son poi confitte e raccomandate a forti massi di fabbrica profondamente gittati sotterra.

Dagli archi a rovescio delle catene così disposte cadono alcune aste verticali dette sospensòri le quali sostengono il pavimento.

Ogni catena allora consta di tre rami o tratti: del mezzano cioè fra i due pilastri cui sia sospeso il pavimento, e dicesi di sospensione; degli altri due i quali dalle cime de' pilastri si conficcan ne' massi, e che essendo destinali a sostener l'altro di sospensione, chiamansi di ritenuta.

Quel punto dove il ramo o tratto di sospensione si congiunge all'altro di ritenuta, cioè dove la catena tocca le vette de' pilastri dicesi punto di sospensione; come son detti punti di ritenuta quelli dove i tratti di ritenuta colle loro estremità son conficcati in muri, in massi o diversamente.

II. Hacci pochissimi casi ne' quali, per condizioni particolari del luogo, i capi de rami di sospensione possono essere attaccati a dirittura alle rocce prominenti sulle sponde; ed allora si dismettono i rami di ritenuta.

III. Pe' ponti così detti leggieri s'innalza talvolta uno o più pilastri nell'alveo, e le catene passando sopra di quelli fanno un ramo di sospensione disposto in duo o più archi rovesci, e due rami di ritenuta, i quali dalle velie de' pilastri estremi in direzione inclinala scendono nello ripe laterali.

IV. In altri casi, anche meno frequenti, col fondare un solo pilastro nel mezzo della corrente, le catene si sono ordinate in due semi-archi rovesci di sospensione, de quali una estremità si è allogala sulla cima del pilastro, l'altra in ciascuna delle due sponde.

V. Da ultimo, nel ponte sospeso fatto sul Tamigi i di:e pilastri sorgono nell'alveo, ma a poca distanza delle spendo, in modo che le catene fanno un arco intero rovescio e due semi-archi laterali.

La più preziosa qualità de' ponti sospesi, dice il Seguin, sia in ciò, che puoi edificare senza sostegni o puntelli nel mezzo sia di pietre sia di travi, anche per cento dugento e fino trecento metri di lunghezza (quattrocento ottocento e mille dugento palmi).


Ed il Signor Navier, più magnifico, questa lunghezza fa ghignerò a cinquecento metri (duemila palmi); rafforzando il suo dire con giudiziose e sottili ragioni dalla Scienza Meccanica ricavato.

Ecco un tratto dileguarsi le innumerevoli malagevolezze elio ti si schierano innanzi quando vuoi gittar solidamente mura, o piantar palafitte in un fiume rapido e profondo. Ed eviti quel restringere il corso dello acque onde le fabbriche sono scavale, o coni-; dice il Milizia sgrottate; e quello straripar furioso che no deriva; per tacere poi del risparmio e di denaro e di tempo, che non è certo cosa di lieve momento.

Il primo libro a stampa dove facciasi motto di ponti sospesi a catene di ferro o a funi, e se ne dia la figura, è un libro pubblicato in Italia, e propriamente in Venezia senza alcuna data (forse nel mille seicento venticinque, dal più al meno), della forma dell'infelice. Eccone il titolo.

Macchinae notae Fausti Verantii Siceni, cum declaratione Latina, Italica, ispanica, Gallica, et Germanica.

Vi si passano a rassegna macchine d'ogni genere, ordigni per far volare le persone, oriuoli a fuoco, e chiese e ponti e strani edifizi, talvolta osservati dall'Autore ne' suoi lunghi viaggi, più spesso ancora trovati e dati in luco, come egli scrive, per suo gusto e di quelli pochi i quali erano per fama qualche conio.

Nacque il Veranzio in Sebenico nella Dalmazia sul cadere del secolo decimo sesto, e riuscì uno spirito de' bizzari ed irrequieti so mai ve ne furono. Si tramutò in molte parti, e dettò cose fra loro disparatissimc; come jer esempio le regole della Logica, e quelle della Cancelleria del Regno di Ungheria; con infelice successo le une e le altre, perocché le prime non soddisfecero a' dotti, le seconde alla Corte. Scrisse pure, oltre un Vocabolario in cinque lingue messo a stampa, una Storia della Dalmazia, la quale per comando dell'autore manoscritta fu chiusa con lui nel sepolcro, e forse noi meritava.

Ecco intanto ciò ch'egli dice sul nostro proposito.


Ponte di ferro. (*)


Questo ponte noi chiamiamo di Ferro, perciocché egli pende noi mezzo di duo Torri, posto ne l'una, e l'altra ripa di un Fiume,


* Si e copiata a bella posta l'ortografia del


 


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sospesa da molte catene di Ferro, è lo Torri haveranno le sue porte, per dare o prohibire il passo a li viandanti.


Ponte di Canapo.


Questo Ponte depende da due o più Gomene grosse, legate a due Travi drizzati in alto, da l'una e l'altra Ripa, ma a ciò ch'egli stia dritto, e non si pieghi troppo, dal peso de' passagieri; si potranno tirare e ralentare quando e come si vole, quelle corde, quali pendono da lo gomene. Questo Ponte è portatile, e per ciò commodo per li eserciti.

Le figure punto per punto somigliano a quelle de' nuovi edifizi de' quali trattiamo.

Se vuolsi per altro prestar fede allo relazioni de' viaggiatori, una simile foggia di ponti è nella Cina antichissima.

Presso la Città di King-Tong dicono esservene uno sterminato tutto travi e tavole, sospeso a venti catene ili ferro, le quali stanno appiccate alle vette opposte di due altissimi monti.

Il maggiore Rennel ne descrive uno simile nell'Indostana, e propriamente sul Sampoo lungo secento piedi parigini (quasi settecento cinquanta palmi).

E quando gli Europei

Balzaron giù da' loro aviti sogli

Re messicani e generosi Incassi;

ara in uso nel Perù una congegnatura presso a che di tal genere, e solo in vece di catene di ferro tendeansi corde fatte colle barbe della Agave americana, e con vari arbusti artifiziosamente avvincigliati e raggiunti.

Il Paw il quale, come disse Gian-Rinaldo Carli, avea ereditata l'anima di Valverde, faceasi beffe solenni di cosi rozza e gretta architettura; né per le mille il canonico di Liegi avrebbe indovinato a quanto onore dovea quella architettura innalzarsi non più che cinquantanni da che egli pubblicava il suo libro.

E si che ad alcuni anzi è sembrato un andar troppo a ritroso, e farsi quasi ad emulare i selvaggi, obliando che noi abbiamo quelle agiate volte di fabbrica, quegli archi con si beli' ordino condotti, e poi cosi solidi così maestosi lasciatici da' Romani.


Veranzio dal suo libro che potrai vedere in questa Real Biblioteca Borbonica.


So non che un valentuomo (lo Stevenson) autorevolmente grida doversi riferir grazie grandissime all'architetto che ti dà mezzi spediti e facili come valicar fiumi ed anche bracci di mare, là dove non mai per forza umana si sarebbero alzate muraglie o conficcate travi; e questo lo abbiam notato di sopra.

Credesi clic il primo ponte a catene di ferro in Europa sia slato il ponte di Winch edificato verso il mille settecento quarantino f:a lo Contee di Durham e di Yorch. Sia descritto nelle antichità di Durham per Hutchinson pubblicale a Carlisle nel mille settecento novantaquattro; libro rarissimo essendosi quasi per intero perduta l'edizione in un incendio.

Vuolsi fatto il ponte per comodo de' minatori. Lungo settantadue piedi parigini (novanta palmi circa) largo soli due (palmi due e mezzo), non ha sponda che da un fianco e pende soppeso sur un burrone spaventevole, dove se ti basta l'animo di lanciar lo sguardo, vedrai i vortici e gli sprazzi e le cadute del torrente Tees. Aggiungi che ud valicar quest'orribile passo provasi un ondeggiare cosi sconcio ed affannoso, che per poco ti farebbe ricordar il ponte gittate da' diavoli sull'abisso nel poema di Milton.

Gli Stati Uniti di America, al riferire di uno scrittore che pubblicava il suo Trattato de' ponti nel mille ottocento undici, videro nel breve corso di tre anni ben otto ponti sospesi a catene di ferro.

Il più nobile sembra quello destinato a valicar la riviera Merimas nel Massacciusset: dicesi lungo dugento quarantaquattro piedi parigini (palmi trecento ventitré), largo trenta (palmi trentasette), ripartito in tre bande da' quattro ordini di catene che lo reggono. I due margini estremi son destinati alle carrozze ed a' carri, che per tal guisa non possono mai affrontarsi, e la strada di mezzo porge a' pedoni comodo varco e securo da qualsivoglia sinistro accidente.

Ritornando da capo ci mondo in Europa non faran motto di altri ponti sospesi di minor importanza fatti nell'Alemagna ed in Francia e nella Svizzera, ma si alquanto ci fermeremo attoniti innanzi a quello veramente colossale di Bancor sullo stretto di Menai in Inghilterra.

Sta questo innalzato un cento piedi parigini (cento ventitré palmi) sul livello del mare in mo(lo che mentre vi rumoreggian sopra carrozze e cavalli, vi passa per di sotto a vele gonfie una nave.


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La lunghezza dell'arco è di palmi 657.78, la larghezza del pavimento di palmi 32. 312. Le catene sono disposte a quattro piani verticali, che dividono in tre passaggi il ponto.

In ogni piano ci ha quattro filari di catene di sospensione ciascun de' quali a cinque ordini di maglie. La sezione riunita di tutti i sedici rami è di millimetri quadrati 167,74-2 (pari a palmi quadrati 2,378). Le catene ne' loro rami di ritenuta per lunghissimi spazi si distendono fino alle colline che sorgono da una banda e dall'altra, e penetrano profondamente nelle roccie mediante cuniculi scavati un settanta palmi nella pietra viva. Due smisurati pilastri fabbricati a foggia di piramide formano i sostegni di sospensione; hanno questi la base lunga palmi quaranta, larga trenta. Il ferro impiegatovi ha oltrepassato il peso di 20,960 cantari napolitani.

Il ponte, opera del Signor Telford, fu del tutto compiuto nel 1823, e costò meglio di novecentomila ducati di regno.

Nella proposta erasi fatto ragione che se ne sarebbero spesi un quattrocentoventimila.

Dopo sì lunghe peregrinazioni non incresca a chi legge adagiarsi di bel nuovo sulle spende del Garigliano, e considerare con quanta bravura un valoroso nostro concittadino sia giunto a toccar quella meta dove erasi inutilmente per altri aspirato.

I ponti sospesi a catene di ferro, se hanno di vero tutti que' vantaggi per noi discorsi più sopra, lasciavan sempre, e convien dillo, una certa dubitanza sulla loro solidità; spezialmente se non eran fatti pe' soli pedoni come quello di S. Sofia in Vienna, 0 quando non si appoggiassero a sterminate moli di pietra, come quello di Menai, 0 da ultimo allor che i pilastri di sospensione non fossero tra loro congiunti e riuiianc&ti da muri come d'ordinario si pratica. E per certa anche senza aver salutato le leggi della scienza meccanica si comprenderà di leggieri quanto sia ardua cosa tentar simile impresa.

Può farne fede il dottissimo Signor Navier il quale, dopo due viaggi in Inghilterra nel mille ottocento ventuno e nel milleottocentoventitrè intrapresi per istudiarvi le nuove maniere di ponti da quell'ingegno stupendo del Signor Brunel ideate, dopo aver messo a stampa un'opera classica su i ponti, in grazia della quale mancamente


se gli schiusero le porte dell'Accademia delle Scienze in Parigi, quando venne a metter le prole in fatti ed a costruir anch'egli un ponte sulla Senna, che con titolo malaugurato dovea dirsi deli Invalidi, un ponte sospeso a catene di ferro sopra colonne isolate, come bello e saldissimo il nostro sul Garigliano sta, quell'opera andò fallita, e si ebbero a demolire le fabbriche già innalzate, ed a sgomberare de' tanti materiali le sponde. E pure ci si erano spesi oltre due anni di assidua fatica, e i lavori delle pietre e del ferro apparivan bellissimi! (Moniteur, 29 Février 1828). Né con ciò vuolsi per menoma parte la fama oscurare del valentuomo, che sarebbe assunto ingiusto e scortese, e da cui rifugge il nostro animo, ma 'l trarne argomento che provi esser grandissime quelle difficultà da noi toccate pur ora; e le quali meglio saranno chiarite da quanto ci faremo a dire.

Tutto il peso, del quale può esser carico un ponte, dee necessariamente aggravare sopra i rami di sospensione delle catene, e dar loro una tensione che variando ne' diversi punti, divien massima ne' punti di sospensione. Da questi sì comunica a' rami di ritenuta, e le due tensioni riunite cimentano poi con la loro pressione i pilastri. Forze tali sono di notabilissima intensità; ed anche ne' ponti ordinari sommano a più. migliaia di cantari: ne 1 ingegno conosce facili mezzi come equilibrarle.

Oltre a questo i cangiamenti dell'atmosfera operano sul ferro, e debbono far variare la lunghezza, e con essa la tensione de' rami di ritenuta. Di là quell'agitarsi continuo, quell'attrito profondo ne' punti di sospensione, e quindi ne' pilastri di sostegno un urtare un riurtarc uno scrollimeuto non interrotto.

Dopo molte disamine e replicate sperienze e svariatissi mi saggi sembra essersi ornai conosciuta la vera forza del ferro, e stabilite norme por far catene, le quali reggessero validamente alle tensioni a che debbono essere esposte.

Parimente ne' punti di ritenuta, conosciutisi gli sforri che ivi fanno le catene, son note le regole come proporzionare i massi di fabbrica jor la dovuta resistenza.

Quinto a'  punti di sospensione, potrebbe per avventura sembrare di primo lancio, che le stesse regole dovessero seguitarsi, e cosi farli di una conveniente stabilità: e pure non è.


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Questi punti per moltiplici cagioni sono esposti a sforzi a spinte variabili, di ben altra specie che quella cui soffrono le catene ed i punti di ritenuta: e pare che gli architetti non sieno stati fra loro d'accordo intorno al miglior metodo come allogarli.

Ancora la sperienza giornaliera ci fa accorti riuscire soventi fiate la stabilità reale de' massi di fabbrica, benché di materiali sceltissimi e con iscrupolosa diligenza condotti, inferiore d'assai alla stabilità determinala dalla scienza del calcolo. E sene hanno prove non dubbie nell'edificare i ponti, dove la stabilità vera de' piedi dritti forse non e a mala pena la terza parte di quella assegnata dalle teoriche.

Per ciò che appartiensi adunque alle proprietà de' punti di sospensione sembra chiaro che quella congegnatura sarà ottima la quale adempia due condizioni.

I. Che in qualsivoglia stato di variazione di temperatura nell'atmosfera, o di carico nel pavimento del ponto, la risultante delle tensioni di ritenuta e di sospensione sia sempre verticale.

II. Che i punti di sospensione sieno mobili, in modo che liberamente acconsentano alle variazioni di tensione e di lunghezza de' rami delle catene, senza produrre verun movimento ne' pilastri.

Fra quanti hanno preceduto il nostro Cav. Giura nel costruire ponti sospesi, sembra che il Sig. Brunel in quelli apprestati a Londra per l'isola di Borbone abbia immaginato l'ordino più ingegnoso rispetto a' punti di sospensione. Gioverà farne rapidissimo cenno.

Ogni ramo di sospensione è unito al corrispondente di ritenuta per mezzo d'un perno sorretto presso le sue estremità da due grosse maglie vote le quali stanno sospese ad un altro perno immobile, intorno a cui possono girare. Nelle variazioni di lunghezza e di tensione de' rami delle catene, il perno inferiore muovesi a destra o a sinistra oscillando a maniera d'un pendolo intorno al perno superiore, sì che questa disposizione potrebbe acconciamente esser detta a pendolo. Chiamata a la distanza fra gli assi da' due perni, e b la massima deviazione orizzontalo cui può andar soggetto il perno inferiore, l'angolo clic forma la risultante delle tensioni con la verticale avrà la tangente, la quale in ultimo grado può giugnere ad essere = b/a.


Quindi è chiaro che dando ad a una sufficiente lunghezza, la direzione della risultante anche ne' casi più svantaggiosi puossi far cadere a picciolissima distanza dalla verticale. In questa congegnatura adunque la prima delle due proprietà cui debbono avere i punti di sospensione, giusta le condizioni da noi proposte di sopra, trovasi quasi poerfettamente adempiuta.

Siccome poi al movimento non si oppone che il semplice attrito di terzo genere, il quale è di ben tenue valore, cosi quel movimento debbe esser molto agevole e libero, e la seconda condizione si troverà anche adempiuta.

Acro è che questo artifizio è adoperato per que' ponti leggieri dove non ci ha che una sola catena in uno stesso piano verticale: e però il pendolo è semplice e tu non incontri difficultà nella esecuzione.

Nel caso del ponte sul Caricano era altro; imperocché trattavasi di due catone in un piano verticale. Ora ceco in qual morto il Cavalier Giura, senza lasciar di mira il principio che fu in parte veduto dal Sig. Brunel, lo ha nell'applicazione perfezionato.

Le figure 1, 2, e 3. della Tavola I mostrano la pianta, il taglio per lungo, ed il taglio per traverso di questa disposizione.

Il ramo superiore di sospensione (fig. 2.) è congiunto al corrispondente di ritenuta, e l'articolazione di unione A sta sospesa al pendolo ABC che può oscillare intorno al perno B, il quale per mezzo di sei piastroni è sospeso alla grossa traversa C. Il taglio por l'asse del pendolo (fig. 3.) fa con più chiarezza conoscere la traversa superiore DE, il perno superiore FG, e l'articolazione IL nella quale si uniscono i due rami.

Il pendolo è formato da tre grosse maglio verticali ognuna della larghezza media di palmi 0. 970, e della grossezza di 0. 160.

La distanza poi fra i centri de' fori, elio consideriamo come la lunghezza del pendolo, è di 1. 60.

A sottilmente disaminar la cosa, il pendilo steso potrebbe altresì oscillai intorno alla traversa superiore ch'è di sezione circolare; ma siccome questa è del diametro di 0.666, quando il porno FE è del diametro di 0. 333: cosi nel computo della deviazione della risultante per maggior sicurezza puoi dire che il moto di rotazione avvenga intorno al porno, e non già intorno alla traversa: ed il fatto lo ha provato.


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Nella Figura i. vedrai come le maglie del ramo di sospensione, e dell'altro di ritenuta sieno disposte nell'articolazione comune.

Nella fig. 4. scorgesi come i due rami inferiori di sospensione e di ritenuta vadano ad unirsi in M (fig. 2.) nel secondo pendolo M N 0, ch'è al lutto indipendente dal primo.

Questo secondo pendolo è composto e sostenuto nello stesso modo dell'altro, se non che esso è più lungo, ed ha fra i centri de' fori la distanza di palmi 3.06. Ne' due voti che restano fra le tre grosso maglie di questo pendolo, passano le quattro maglio del ramo superiore di ritenuta.

Le due massicce traverse superiori poggiano in due cannelle di una grossa piastra o tavola circolare di ferro fuso, che è doppia due terzi di palmo nella parte di mezzo dove stanno le traverso, e o.2 5 negli orli. Il suo diametro è di 5. 8.

Quattro spranghe verticali di ferro attraversano il masso sottoposto di fabbrica, e la colonna per la intera sua altezza.

E quattro poderose viti nelle estremità superiori delle stesse spranghe saldamente stringono la lastra di ferro fuso sull'ultimo filare di pietra, il quale corona la sommità del capitello della colonna.

Ogni colonna consta di 11 filari di grosse pietre d'intaglio: il primo ed il sesto di un solj pezzo, gli altri di due.

Nel capitello, il filare a b (Fig. 2. e 3.) è pure di un pezzo solo di palmi 7.4o. di diametro, e della grossezza di 2.4

Il filare ed. superiore al precedente è composto di due pezzi efg, efg, (Fig. 1.) e fra questi due pezzi ci ha il vóto in cui passano lo catene. In fine, l'ultimo filare lm (fig. 2. 3. 5.) è parimente d'un solo pezzo e contiene il foro A'B' in cui sono allogati i due pendoli. Sopra questo ultimo filare sta poggiata ed incastrala la lastra di ferro fuso.

Volgendoli ora ad esaminare il modo come operano le tensioni delle catene in questa congegnatura, è facile convincerli che la risultante è quasi sempre verticale.

Siccome nel primo adagiare del ponte sonosi per modo situate le calane, che gli assi de pendoli riuscivano perfettamente verticali, cosi n' è seguito che le risultanti delle tensioni in questo sfato sono del pari verticali, e verticali sono le pressioni che operano sulle colonne.


Vedi ora la ragione delle teoriche comprovata di tutto punto dal fatto.

Le variazioni di carico e di temperatura non possono far muovere orizzontalmente i perni inferiori dei pendoli, so non in una quantità che può giugnere nell'ultimo grado a 0.0835. verso i rami di sospensione, ed a p. 0.0281. verso quelli di ritenuta; e la risultante in questo caso non cade mai a distanza maggiore dal centro della base di 0.689 verso i rami di sospensione, e di 0.82 verso quelli di ritenuta; di modo che oscilla sempre mantenendosi vicino all'asse della colonna, né può giugnere, per qualsivoglia accidente, a discostarsi oltre un palmo dal centro del!a base.

I movimenti de' pendoli son facili e senza scosse nelle colonne; imperocché i loro raggi riescono molto lunghi a rispetto di quelli de' perni. L'attrito è tenuissimo a fronte della pressione; ed il movimento negli assi superiori de' pendoli è quasi come impercettibile. L'attrito forse non è neppure di terzo ma di secondo genere, essendoché il semplice vento de' fori attorno al perno superiore può fare accadere il movimento pressochè insensibile di rotazione, senza che il perno s'esso strisci sulla superficie del foro.

Ed a recar le nulle parole in poche, la deposizione de' punti di sospensione architettata dal Cav. Giura ha tutti i requisiti i quali possono desiderarsi per non arrecare che il menomo d'ogni tormento a' pilastri di sospensione; ed è perciò la meglio ideata e la più perfetta di (piante mai siensi messe in opera fino a questo giorno nell'Europa e negli Stati Uniti di America.

Per ciò che riguarda poi i diversi pezzi di ferro che compongono l'intero sistema, sono questi assai più validi del bisogno e di dimensioni più eccedenti che scarse. Di fatto le poderose traverse superiori hanno il diametr0 di 0.666, e potrebbero quindi essere sopraccaricate d'un peso maggiore più di sette volte del massimo peso che vi può mai aggravare. I perni inferiori de' pendoli hanno una resistenza otto volte e mezzo di là della necessaria; ed i perni superiori sono ancora più robusti, e d'assai, perocché le pressioni operano sopra tratti di minor lunghezza.


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Le grosse maglie in fine de' pendoli stessi nelle corone intorno a' fori, che son le parti meno valide, soffrono ne' casi più svantaggiosi a millimetro quadrato poco più della terza parte della tensione, che senza alcun timore si è da tutti creduto potersi far tollerare alle maglie delle catene. E però se anche vuoi tu immaginare che a' punti di sospensione si comunichino con violenza le scosse prodotte nello strato del ponte dal passaggio delle carrozze e de' carri, niun sinistro accidente puoi temere intorno alla resistenza de' mentovati pezzi. Ed a farne convinto il più sofistico degli uomini, basterebbe solo mettere a paraggio lo sforzo che si esercita ne' perni inferiori, i quali nel nostro sistema sono i meno saldi, con quello sforzo che il Sig. Brunel ha creduto poter fare impunemente soffrire a' perni del suo ponte Noi trasandiamo questo ragguaglio come quello che a molti riuscirebbe di noia, restringendoci a dire che i perni del nostro ponte sono tre volte e due terzi più gagliardi che quelli ideati dal Signor Brunel.

Ma non vogliamo tacere che il metallo si è tutto lavoralo nelle Ferriere del Cavalier Carlo Filangieri di Gaetano principe di Satriano, sotto la direzione del Cavalier Michele Carascosa: essendosi, a provare la forza e la elasticità fino d'ogni brandello, adoperati sottilissimi esperimenti con una macchina acconciatamente fatta fare dallo stesso Cav. Giura.

Quanto alla resistenza, la quale si può aspettare da' pezzi di pietra che compongono i capitelli delle colonne, noterai che la massima pressione su ciascuna di esse non può oltrepassare i Kil. 308,282/2 = Kil. 154,141 (cantari 1,726:87). Questa per mezzo del lastrone circolare di ferro fuso trasmettesi nel pezzo di pietra sottoposto, sopra una superficie di palmi quadrati 21.13, pari a centimetri quadrati 14,726.

La pietra che si è adoperata è del più duro calcareo da non essere schiacciata se non quando fosse sotto una pressione di Kil. 600 a centimetro quadrato. Laonde non aggravandola che di un decimo di tanto peso può reggere alla pressura di Kil. 883,360, e quindi risulta che la resistenza di tali pezzi è presso che sei volte maggiore di quella che sarebbe necessaria.


E solamente ne' rari casi del massimo carico accidentale del ponte, la pressione a centimetro quadrato potrà essere quasi di Kil. 10.112, laddove nello stato ordinario non è oltre i 6. Kil.

I due pezzi che compongono il secondo filare in ogni capitello siccome hanno i letti una volta e mezzo più grandi della superficie precedentemente considerata nell'ultimo filare, così non sono aggravati che da Kil. 4 a 7 per centimetro quadrato. E però egli è evidente tutte le parti d'ogni colonna esser tali da opporre una resistenza infinitamente più valida di quella che per avventura potrebbe mai esser richiesta. Che se ti piaccia toccar con mano questa verità, confronta per poco la pressione, cui sono sottoposti i pezzi delle nostre colonne, con quella che soffre la pietra in vari insigni edifizi dalla esperienza predicati meritamente come solidissimi.

Pressione che la pietra soffre per ogni centimetro quadrato ne' seguenti edifizi.

Pilastri della cupola di S. Pietro in Roma. 16 1/3

di S. Paolo in Londra. 19 1/3

degli Invalidi a Parigi. 14 2/3

di S.a Genoveffa a Parigi. 29 1/3

Colonne di S. Paolo fuori le mura di Roma. 19 2/3

della Chiesa di tutti i Santi d'Angers. 44 1/5

Fu molto ragionevolmente detto esser difficilissima cosa in architettura unir la bellezza alla solidità; e questo si verifica per ispezial modo nell'edificare un ponte. Ora noi confidiamo, che quello affatto nuovo sul Casigliano dovrà essere come un progresso dell'arte additato.

Vedine il prospetto e la pianta. Tavola II. Quattro colonne isolate di architettura egiziana, ciascuna ventotto palmi noli' altezza, e dieci nel diametro, s'innalzano sul fiume, due sulla sponda destra, e due a rincontro sulla sinistra.

Adagiansi tutte solidissimamente sopra dadi massicci di fabbrica per vaga maniera rivestiti con pietre ad intaglio; e sorreggono quattro catene di ferro in due piani verticali e paralleli disposte.


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Ogni catena è lunga in tutto palmi cinquecento diciotto. Trecento sei compongono l'arco rovescio, da noi chiamato ramo o tratto di sospensione, il quale ha la corda di palmi trecentotrè, e la freccia a nn bel circa di venti; e gli altri dugento dodici fanno i rami o tratti di ritenuta. Spiccansi questi dalla cima d'ogni colonna sotto la direzione di ventotto gradi dall'orizzonte, e vanno sotterra per più di quaranta palmi conGtti in profondi massi di pietra. Altre robuste fabbriche rinfiancano i massi ed alle fondamenta delle colonne li congiungono.

Cento ed otto aste di ferro cadenti dall'arco rovescio tengon sospeso lo strato del ponte. Esso è lungo palmi dugento ottantasei, largo ventidue e in tre sentieri scompartito. I laterali, che i latini avrebber chiamato decursoria (1), per comodo de pedoni, e quindi più rilevati, il mezzano per gli animali e le ruote.

Lungo i primi camminano parapetti, a quali se li affacci crederai essere in una svelta ed ariosissima terrazza che sporga sul fiume. Le aperture de cunicoli, dove si affondano le catene di ritenuta, son ricoperte da salde basi di pietra con sopra sfingi che ritraggono dall'antico.

Ne mancano, a' quattro lati, scalini che a tuo bell'agio potranno menarti fino a' greti dove il fiume bimbe le rive.

I capi del ponte alle due estremità rispondon ciascuno in una piazza di forma ottagona adorna di due casette di eguale architettura fatte per comodo de' custodi e delle guardie, e con alberi frammessi, i quali aggiungono vaghezza, quanta non puoi credere, al resto.

L'opera fu di tutto punto compiuta all'uscir di Aprile dell'anno 1832, essendocisi consumato poco più di quattro anni.

Il ferro per le catene pesava Kit. 68,807 (cantari 786. 76).

L'intera spesa ha sommato settantacinquemila ducati di regno.

Convien ora da quel sito veder la magnifica mostra che fa di se il nuovo ponte librato come in aria sul fiume, nel bel mezzo di vasta pianura. Tu scopri da una parte colline e monti che pittorescamente e svariatamente si prolungano fin dove giunge lo sguardo; dall'altra un mare sfogato ed azzurro che alle grigie torri di Gaeta fa specchio. Byron lo avrebbe detto il ponte delle Fate.


E perché poi non manchi vita e movimento alla scena ci ha un andare, un venire, tino scontrarsi continuo di carrozze, di carri, di barche, d'uomini, di donne, spesso con abbigliamenti e fogge bizzarre e capricciose de' contadi prossimani; e tutto questo sotto il più lucido ciclo del mondo, e in mezzo alle memorie sublimi di tanti fatti gloriosi!

Da ultimo chi passa leggerà una iscrizione dettata dal Canonico Cavalier D. Francesco Rossi, la quale può far fede non essersi a questi di rotta la stampa dell'Egizio e dell'Ignarra. E vogliamo qui i nostri leggitori prcscntarne.


FERDINANDUS II


REGNI UTRIUSQUE SICILIAE ET HIERUSALEM REX

P. F. AUG.

REGENDIS IMPERIO POPULIS NATUS

NE QUANDO RATIBUS FLUMINI TRAIICIENDO IN PONTIS VICEM

CONNEXIS

EXUNDANTIUM AQUARUM IMPETU DISSOLUTIS

VEHICULARIS CURSUS

ET COMMERCIA MALO PUBLICO INTERCIPERENTUR

MAIORUM AEMULATUS MAGNIFICENTIAM

PONTEM FERREIS AD LATERA SUBTENTIS CATENIS

INCONCUSSA STABILITATE SUSPENSUM

SINGULARI ARTIFICIO OMNIQUE OPERUM NITORE

FIERI IUSSIT

QUEM REGIO MILITARI STIPATUS COMITATU

PRIMUS OMNIUM

FAUSTIS OMINIBUS PRÆTERGRESSUS

SUI NOMINIS AETERNITATI CONSECRAVIT

ANNO R. S. M. D. CCCXXXII

REGNI SUI II

EXPLETA OMNIUM GENTIUM EXSPECTATIONE


Nella quale epigrafe toccasi di un fatto onorevole alla Maestà di Ferdinando II, come quegli che il di 10 Maggio volle il primo cimentar la saldezza del ponte; e postosi nel mezzo di esso fece innanzi a se passare di trotto due squadre di lancieri e sedici tràini di artiglieria;


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senza por mente al risico a cui si esponeva, anzi resistendo alle reiterate e rispettose istanze del suo seguito perché di là si rimovesse. E soddisfatto del buon successo della pruova, volle indi esaminare i più minuti particolari di quella costruzione, e di bella lode rimunerò il Cavalier Giura che glieli andava mostrando.

Edificare un ponte, era nella opinione degli antichi santissima cosa, e vi si adoperavano, come abbiam da Varrone, cerimonie e pratiche religiose: che anzi solamente ristaurarlo aveasi come impresa oltre modo onorata, sì che i legati per questo obietto erano da' giureconsulti fra quelli ad pias causas annoverati. Ove un giorno siavi ne nostri nipoti il cuore e la virtù degli antichi, benediranno essi il regno di Ferdinando II e la nuova opera che dell'Augusto suo nome va gloriosa: e forse taluno soggiungerà essersi con bellissimo pensiero innalzato il primo ponte, che di tal genere abbia veduto l'Italia, presso i campi Formiani dove già nacque il principe dell'architettura Vitruvio Pollione (2).


(1) Per questo vocabolo, cui forse non posero mente il Forcellini ed il Du-Cange, vedi L. B. Alberti nel libro De Re Aedificatoria, ed il Bergier nell'opera che ha per titolo Histoire des Grandi Ciemins de l'Empire Romain.

(2) Il Cavalier Giura, mostrando vero quel detto


E gentilezza dovunqu'è vertude,


ha permesso che da noi si fossero consultati due suoi scritti non per anco di pubblica ragione; de' quali il primo ha per titolo «Progetto di un ponte di ferro sospeso sul Garigliano nel Regio cammino di Roma».

E 'l secondo:

»Memoria sulla disposizione più vantaggiosa de 5 punti di sospensione ne' ponti sospesi, coll'applicazione al nuovo ponte sul Garigliano»

Sappiasi aver noi dalla seconda di queste dissertazioni attinto tutto che riguarda la sposizione della nuova congegnatura adoperata dall'Autore; mettendoci del nostro le sole lodi che ogni uom dabbene vuol tributare al valore quando ne ha l'occasione.


ANNALI CIVILI DEL REGNO DELLE DUE SICILIE
FASCICOLO IV.
Luglio e Agosto
1833
DALLA TIPOGRAFIA DEL REAL MINISTERO DEGLI AFFARI INTERNI
NEL REALE ALBERGO DE' POTERI

1833

INTORNO ALLE SOCIETÀ ANONIME COMMERCIALI

DELLA PROVINCIA DI NAPOLI (*)

Quel fervore col quale i Napolitani si abbandonano alle Compagnie commerciali dalle nostre Leggi appellate anonimo, in guisa che molte se ne sono da ultimo istituite, e di giorno in giorno tuttora crescon di numero, egli è tal fenomeno che merita vi si fermi lo sguardo dell'economista. A lui si appartiene paragonarlo colle cose passate, ed interrogando la storia scoprire se nuovo affatto ei siasi, ovvero in che la novità consista e da quali cagioni provenga; di poi esaminare quai leggi reggano al presente sì fatta materia, e se anomalie o lacune vi abbiano; esporre in fine quali e quante sieno le società anonime commerciali della provincia di Napoli, lo scopo che si propongono, i capitali che impiegano, come son governate, in che utili, in che da migliorare.


(*) Messo a stampa nell'uscir di Luglio ultimo.


 Alle quali ricerche, per quanto i nostri omeri bastino, ora ci sforzeremo di adoperare, senza peraltro voler prendere troppo da lungi le mosse; che il risalire all'origine della società, il considerare lo spirito di associazione come il primo elemento sociale ove tutti gli altri contengonsi, e il seguitarne sino a' dì nostri le vicende e le forme, è troppo maggiore impresa che il nostro ingegno ed i limiti di quest'opera periodica non comportino.

Per la qual cosa, contenendoci ne' termini dello speciale argomento che ci proponemmo, crederemo chiarirlo abbastanza facendoci a corredarlo delle nozioni istoriche, legali e statistiche di cui si cennava.


I.


Alle antiche regioni le quali composero il Regno di Puglia, o le guardiamo nel greco lor reggimento o nel romano, non furono al tutto ignote parecchie di quelle associazioni commerciali che sembrano affatto moderne, imperocché né Atene né Roma le ignorarono. Una legge di Solone ci fa argomentare che vi fossero in Grecia compagnie mercantili non molto dissimili dalle nostre. (1) Senofonte proponeva di darà cavare le miniere a qualche compagnia, poiché l'impresa troppo ardua e rischiosa poteva tornare ad un sol cittadino. (2) Un collegio di soci per ovviare a' mali degl'incendi doveva sorgere in Nicomedia a' tempi di Traiano; (3) il quale volle egli medesimo un'associazione di altra maniera (collegium aarariorum) per dare opera al cavamento delle miniere nella Dacia.

Quanto a' sodalizi di beneficenza, è noto che in Atene ve n erano, e che avevano una cassa comune, ove ciascun de' soci depositava una tenue somma ogni mese, e collegavansi tra loro per sostenersi negl'infortuni, e difendersi ne' litigi


(1) Terent. Heaut 3. 1. 9.; Salmasio, de usur; e Desiderio Heraud, Animadv, in Salmas. Observ. ad  ius att. Lib. 2. cap. 2.

(2) De red. § 10.

(3) Plin. Lib. 10 ep. 94.


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0 contro i turbamenti di proprietà cui fossero esposti. (1) Che se ci avvolgeremo per entro le mura di Pompei, molti luoghi ci si faranno veduti ove adunavansi i Collegi, e questi non erano che associazioni di cittadini occupati negli stessi uffici, ed uniti insieme non solo per faccende di religione o civili, ma per l'esercizio di arti liberali o meccaniche: vale a dire che sotto quel nome andavan comprese tanto le compagnie delle arti, quanto le pie nostre congregazioni. Sappiamo da Svetonio che Augusto abolì nell'Impero molti di tali collegi, perocché senza permessione eransi ordinati. (2) E che i Romani conoscessero pure le compagnie d'imprenditori che toglievano a fare qualche pubblica opera, dividendo tra loro il capitale e quindi il beneficio o la perdita, noi lo vedemmo quando della costruzione dell'emissario claudiano facemmo parola. (3) Questi peraltro erano appena deboli segni dello spirito di associazione, specialmente presso i Romani; imperciocché lo scompartimento della società tra padroni, liberti e servi, il quale metteva i tre quarti della popolazione nella dipendenza dell'altro, stabilendovi quasi una sorta di anticipata feudalità, direttamente opponevasi al crescere e invigorire di esso. Ma discendendo a tempi meno remoti, se vogliamo additare tra le nostre commerciali istituzioni passale quelle che più rassomiglino alle presenti, e più si mostrino informate dello spirito di cui si ragiona, troveremo sin dal secolo XVI in Napoli qualche società di assicurazione, composta con ordini e statuti quasi uguali a' presenti, ed approvata dal Re che il primo governatore eleggevane. Tal è quella che scorgesi nelle Regie Prammatiche autorizzata nell'anno 1558 con queste indicazioni: Società di assicurazione tanto pe' casi di naufragio, prede ed altre fortune di mare, quanto pe' rischi e' pericoli per terra. Nello stesso secolo si videro altresì in Napoli le compagnie bancarie. La prima volta che si trova l'espressione di banchi pubblici nelle nostre Prammatiche è in quella del 19 Ottobre 1080. I banchieri dar dovevano una malleveria di quaranta mila ducati, portata di poi a centomila.


(1) V. Gronov. t. 5. p. 1383 e Casaub. nelle noie a Teofrasto.

(2) Svetonio in Aug. cap. 3a.

(3) Annali Civ. t. 2. p. 124.


Ma non essendo per questo diminuiti i fallimenti, avvenne che i cittadini cominciarono a volgersi piuttosto a' Monti di pietà, già istituiti a schermo de' poveri dalle usure degli Ebrei, ed i quali amministravano gratuitamente con esemplar fedeltà il danaro che veniva lor confidato. Così questi Monti si eressero a Banchi, e dal 1575 al 1640 otto se ne coniarono sotto diverso denominazioni, privatamente amministrati, ma in servigio pubblico gratuita e fedele opera prestando, per modo che tutti quegli altri ch'erano da' banchieri tenuti, rimaser deserti. Non richiede il nostro soggetto che qui ci facciamo a tessere la storia de' Banchi napoletani: istituzione veramente unica nel suo genere, poiché con quel loro semplice e sicuro sistema o vogliam dire ragione, che tal è il proprio vocabolo, erano essi gli archivi di tutte le private e pubbliche computisterie, servivano di autentici registri, e supplivano in parte all'officio di notaio, nell'alto stesso che ricevevan pegni, mutuavan danaro, soccorrevano in certi casi il comune, ed il loro patrimonio aumentavano. Dal naufragio che fecero ne' primi anni di questo secolo furono in qualche parte rilevali dopo la Restaurazione, tal che ora bastano a' bisogni della capitale, sebbene più non sieno stabilimenti privati. Ad ogni modo deesi allo spirito di associazione se queste casse di credito e di deposito fossero state tra noi stabilite da sì lungo tempo.

Altra conseguenza dello stesso principio fu la creazione de' Monti frumentari, i quali ora diremmo Compagnie anonime per promuovere l'industria agricola; giacché non avevano altro istituto che anticipar il grano a' coloni miseri perché il seminassero. Nel Regno di Carlo e di Ferdinando ebbero origine e voga diverse Compagnie commerciali per la navigazione in lontani paesi, per le assicurazioni marittime e per altre imprese d'industria. Rammenteremo fra l'altre la Compagnia di sicurezza marittima approvata dal Sovrano il 29 Aprile 1751, la quale aveva un capitale di ducati 100,000 diviso in cinquecento azioni; la Compagnia del Corallo, del 27 Gennaio 1790,


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con un fondo di ducati 600,000 in mille e dugento carati, che comperava e facea lavorare tutto il corallo raccolto sulle coste di Barberia da nostri pescatori corallai, da quelli in ispecie di Torre del Greco; in fine le varie Colonne, che cosi allora chiamayansi le Società di cui favelliamo, delle quali alcune sopravvivono ancora non meno in Napoli che in Meta, e che prendevano diversi nomi secondo lo scopo che prefiggevansi, come Colonna di assicurazione, vinaria, olearia, vesuviana, e questa assicurava i terreni soggetti al nostro vulcano dalle sue devastazioni.

Ma debolissimi sintomi eran questi dello spirito di associazione industriale, e sparvero anch'essi al fracasso delle rovine che funestarono questo nobilissimo Reame al finir del secolo passato. Se non che agevol cosa ne sarà l'osservare, siccome ne' primi tre lustri di quelli che corre una trasformazione avvenne qui generalmente nello spirito di associazione, in conseguenza della trasformazione sociale di cui fumino pale e spettatori. Vedemmo in effetto allora costumi e leggi cangiare; cessala la feudalità, i privilegi aboliti, i demani comunali divisi, quelli dello Stato venduti al maggior offerente, tutta la vita del corpo sociale rinnovellata. Dovevano pertanto que' cangiamenti riverberare la loro influenza nelle associazioni commerciali. Il che si fece principalmente manifesto quando il nostra giovane Monarca stringendo le redini dello Stato, cominciò un regno di moderazione, di giustizia, di sicurezza. Dichiarati dalla sua bocca tutti i sudditi eguali innanzi alla legge; richiamati nella milizia, nell'amministrazione, ne' collegi delle magistrature coloro che ad altro tempo men tranquillo n'erano stati espulsi; abolito sinanche il nome delle parti che questo bel Regno avevano messo in brani; le compagnie industriali, sciolte da' legami che le inceppavano, moltiplicaronsi e prosperarono all'ombra delle leggi e della pubblica pace. I cittadini cercarono in tali approvati stabilimenti un luogo di onesta ed utile occupazione, un mezzo di migliorare il proprio censo, e nel tempo stesso il suolo, le arti, l'industria del paese natio. Al che pronti erano gli elementi, ma,yn occasione, un impulso mancava; e forse voi diede l'ultima opera del commentator de Rivera.


Quelle sue Considerazioni intorno a' mezzi di restituire il valor proprio alle forze produttive e commerciali del Regno, pubblicate al finir dell'anno trascorso, mostrarono le cose nel loro aspetto verace, e i luoghi dove le Società che a quelle forze mirassero potevano in certo modo far nuove conquiste. Qual maraviglia se animi già predisposti avidamente vi si gettarono? Le associazioni vengono pertanto tra noi a prendere il luogo delle grandi fortune che più non sono. Il Monarca non solo è largo a tutte della sua approvazione, ma seconda i loro imprendimene, quando la cosa pubblica può esserci interessata, e coopera favoreggiandole a farne aumentare il numero. Non crediamo però che tutte ora volte sieno a nobile fine. La fortuna incontrata da alcuna di esse in porre a frutto il suo danaro assicurando quello degli altri, non fu per avventura 1! ultima delle cause perché altre dipoi seguitandola alle mire medesime intendessero. Noi, ponendole a scrutinio, non farem frode al vero. Ma prima conviene esporre quali sieno presso di noi le leggi che regolano questa materia delle commerciali associazioni.


II.


Allora che più persone convengono insieme per mettere qualche cosa in comune a fin di partirsi tra loro l'onesto guadagno che ne potesse risultare, formano ciò che le nostre leggi civili appellano contratto di Società; e ad esso provvidero col titolo X del libro III, analogo generalmente a quanto avevano già stabilito il Dritto Romano. Ma quella maniera di Società che chiamasi commerciale, sebben vada sottoposta a lai regole generali, pure ebbe mestieri di particolari sanzioni; e trovausi esse riunite nel titolo III delle Leggi di eccezione per gli affari di commercio. Queste riconoscono quattro specie di Società: in nome collettivo, in commendita, anonima, in partecipazione; e su ciascuna dj esse danno regole peculiari. In quanto alle Società anonime, poiché sotto una tal forma sonosi costituite tutte quelle che abbiamo in animo di esaminare, monta il pregio che alquanto ci fermiamo sulle principali determinazioni emanate intorno ad esse. Furono cosi dette perché non s'indicano sotto il nome di alcuno de' soci, né di veruna ragion sociale, ma dall'oggetto delle loro imprese prendono la denominazione.


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E il lor capitale diviso in azioni e in parti d'azioni; ne possono gli azionari formarle, se non a via di atti pubblici, da stipularsi allora che autenticamente costi essersi radunato almeno il quarto del capitale promesso. Venne prescritto che per esse era da chiedere la regia approvazione, la quale unitamente all'atto che le costituisce dovesse affiggersi nell'aula del Tribunale di Commercio, e che le loro basi non fossero dopo l'approvazione del Governo soggette a cangiamento, senza averne i costitutori ottenuta novella approvazione. Ben ponderale prescrizioni; imperciocché all'atto primitivo della Società anonima non posson tutti concorrere coloro che la comporranno, non essendo eglino allora noti, e potendo, per la vendita delle azioni in cui si divide necessariamente il suo capitale, ad ogni momento cangiare; ed era perciò necessario che fosse autenticamente conosciuto da quelli che voglion prenderci parte. Inoltre l'ordine pubblico chiedeva che fossero dalla Sovrana potestà autorizzate, e molti ne sono i motivi. Amministrate da procuratori temporanei e revocabili, i quali non hanno altro debito che di adempire il mandato ricevuto,, ne contraggono veruna obbligazione personale o in solido relativamente agli obblighi di tali Società, qual sicurezza darebbero agli azionari stessi ed alle terze persone che contrattano con quelle? Ancora l'impresa ch'è scopo di ognuna di esse vuole un capitale che siale proporzionato; e per lo più i a grazia del credito si dà moto e valore ad un fondo assai maggiore del nominale, senza che i soci in raso di sventura vadano tenuti che sino alla somma di quest'ultimo. Pur troppo simili macchine altro non sono alle volte che reti ed insidie tese alla credulità de' cittadini; e posto ancora che non siavi frode, se vengono mal ordinate nella loro istituzione o mal amministrate nelle loro operazioni, possono mettere in rischio molte private fortune. a' quali pericoli in gran parte si ovvia tosto che la pubblica autorità interviene. Ella esamina il grado di utilità dell'impresa, le vie preparate per recarla a buon fine, il fondo profferto, e le probabilità che possono far valere un impiego maggiore non sol del quarto effettivo ma di tutto intero il capitale nominale.


Ed è anche più regolare anzi necessarissimo lai intervento allora che sì fatte società mirano a dar compimento a qualche opera pubblica; perciocché si conviene in quel caso rendere esecutivi i loro provvedimenti, e solo il braccio del Governo può ad esse largir quella forza. Una disamina del disegno dell'ideata Società e la sua approvazione per parte del Governo sono adunque necessarie. Veggiamo come all'una ed all'altra si adempia. In Inghilterra la disaminazione di che favelliamo è scrupolosamente fatta dalla Camera de' Comuni, e un atto del Parlamento assicura di legai vita qualunque privata Società che novelli canali, novelle vie o altra simile opera utile al comune meditando, il suo vantaggio procura e quel della patria. Ivi tali opere tutte si fan da private compagnie; anzi il Governo stesso loro le affida pur quando si compiono a spese dello Stato. E però non v'ha paese ove più v'abbia di opere pubbliche e di Società che nella Gran Brettagna. In Francia prima che la proposta si affini passando per l'ordinarie discussioni del Consiglio di Stato, va sottomessa alle anticipate osservazioni dell'autorità dipartimentale, e del Prefetto di polizia se debbono le Società aver sede in Parigi. Ma veramente le arbitre loro sono le officine del Ministero dell'Interno, dalle quali escono talvolta i progetti così mutilati e scontraffatti che gli autori stessi durano fatica a riconoscerli; anzi le cose medesime approvate in Consiglio non ebbero talora effetto, sol perché a quelle, officine non piacquero. E citeremo in pruova la Società per la livellazione ed allargamento delle vie di Parigi, la quale abortì per tal causa. Ma questi arbitrii dell'Amministrazione da pochi anni in qua, se non cessati del tutto, almeno ivi più non sono così vergognosi.

Nel Regno delle Due Sicilie il metodo che ora si tiene por la fondazione d'una Società è il seguente. Quando l'atto costitutivo o anche la semplice richiesta della costruzione d'alcuna Società vien presentata al Ministro degli Affari Interni, egli la trasmette all'Intendente della Provincia di Napoli, come a Presidente della Camera Consultiva di commercio, affinché da essa il faccia discutere. Dopo questo primo esame, se la cosa per la gravità sua richiegga oculatezza maggiore, suole il Ministro sottoporla eziandio alla Commissione consultiva de Presidenti della Gran Corte de' Conti; e se v'ha interesse la patria industria, al Real Istituto d'Incoraggiamento.


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Indi, presi gli ordini del Re, egli manda tutte le carte sino allora compilate al Presidente della Consulta generale del Regno. Prima che questo Collegio supremo fosse istituito, il preliminare esaminamento facevasi da' Ministri delle Finanze e di Grazia e Giustizia, non altri si consultava che la mentovata Commissione de' Presidenti, e con Decreto, anzi che con Rescritto, il Re approvava. Ma dopo che l'articolo 15 della legge del 14 Giugno 1824. dichiarò doversi sentir la Consulta sulla impartizione del regio beneplacito dello stabilimento de' corpi e società religiose e civili, qualunque ne fosse l'oggetto, le Società anonime si trovarono naturalmente comprese in tali prescrizioni. E però secondo che la faccenda riguarda i regi domini di qua e di là dal Faro, è trasmessa dal Presidente della Consulta generale a quello della Consulta di Napoli 0 di Sicilia, e da esso affidala ad uno de consultori come a commessane Ivi relazione di lui è ventilata prima nella seziono della commissione d'Affari Interni e Finanze a cui egli appartiene, indi nella Consulta particolare; il cui parere vien poi trasmesso al Ile per mezzo del Ministro degli Affari Interni. Ov'ella proponga modificazioni a qualche articolo degli statuti, vengono esso, previa la permissione di S. M., comunicate alla parte interessata; e questa o s' acquieta a cambiamenti, e si stipula il contratto a quel modo; ovvero no fa' richiamo, dà maggiori dilucidazioni, ed allora tutto è nuovamente trasmesso alla Consulta. Sovente è avvenuto che quel consesso chiarito dalle nuove spiegazioni, cangiando avviso, lo abbia uniformato alla domanda de' cittadini. Ma 0 ch'ella creda la proposta Società meritevole della sovrana approvazione, 0 che no, il suo parere scrutinalo noi consiglio de' Ministri, è quindi sottoposto alla sanzione del Principe. Il Reale Rescritto si comunica allora al Presidente della Considta, al Ministro della Polizia generale ed all'Intendente di Napoli, so riguarda la sua provincia; il quale per mezzo del Sindaco ne informa le parti. Se la Società è approvata, adempie alle formalità ordinate dalle leggi commerciali, ed autenticamente comincia le sue operazioni. Infine non si vuol tacere che per espressa clausola solita ad apporsi nella regia approvazione, si esclude qualunque privativa 0 privilegio.


III.


Tutte le istoriche e legali nozioni fino ad ora esposte ci faranno strada alle statistiche, riguardanti le associazioni commerciali dette anonime che nella provincia di Napoli sonosi stabilite dal 1818 a tutta la prima metà dell'anno che corre. Perché i più importanti loro particolari potessero scorgersi ad un'occhiata ed in ordine cronologico, le abbiamo ridotte in uno specchio. Per la qual cosa non dispiaccia al lettore, che voglia seguitare il nostro ragionamento, volgere lo sguardo alle 13 colonne della tavola sinottica la quale accompagna il presente articolo.(1)


I. e II. Numero e Date.


Il numero di queste Compagnie è di 22; che tante in vero furono le approvate noli" indicato corso di tempo; ma se vogliara dire quante in realtà ve n'abbiano oggi in vigore, dobbiam rispondere 16, poiché le altre sei (e veggonsi perciò contrassegnate d'asterisco) 0 che non giugnessero a fornirsi dei danaro necessario al primo lor capitalo, o che non ispirassero al pubblico quella fiducia senza cui tali imprese non potranno mai sostenersi, 0 infine che state fossero male architettale o mal governale, le loro operazioni per lo più non ancora incominciarono e taluna volta rimaser sospese. (2) Ma questo numero crescerebbe forse del terzo se volessimo aggiungervi quelle che sian sotto esame od alle quali non tarderà probabilmente a concedersi il regio placet. Basti qui accennare la Banca di circolazione e garentia diretta all'incoraggiamento delle manifatture, la Cassa di credito e di previdenza, la Società anonima diretta a favorire la navigazione a vapore, la Compagnia agraria commerciale, la Società per l'impresa delle nuove diligenze, la Cassa di assistenza de' fondi urbani della capitale, ec.


(1) V. alla fine di questo Fascicolo.

(2) Ad onor dii vero si noti che una sola si sciolse per mancanza a utile, e fu la Cassa Partenopea de risparmi. I soci ritirarono peraltro i lor capitali presso che senza perdita.


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Or senza tener conto di queste, ne di qualcheduna non approvata, conio la Cassa di assicurazioni militari, né di quella che dipende da altra società forestiera, come l'agenzia delle assicurazioni generali austro-italiche, né di quelle che, come dicemmo, non istanno in essere, certo è che sedici ne rimangono nel pieno loro esercizio. Ciò vuol dire che nella debita proporzione Napoli non è forse per questa parte inferiore a Parigi ed a Londra, ma vince le altre grandi capitali d'Europa, e senza il menomo dubbio le rimanenti principali città d'Italia. In queste ultime sopra tutto, ove ne togli qualche società di assicurazione fiorente in Livorno, in Genova, in Milano, in Venezia, in Trieste, e qualche Cassa di risparmi in Lombardia, invano cercherai quelle grandi associazioni che onorano l'industre operosità napoletana ed il favore di che la soccorre il saggio Governo.

La colonna cronologica dà luogo ad altre non meno significanti riflessioni. Preferimmo l'ordine progressivo de' Regi Rescritti, siccome quelli che imprimono a tali Società il carattere jor cui sono; ma sotto altri rispetti potevano importar di vantaggio le date dello prime richieste, o de' contratti costitutivi, quando prevennero l'autorizzazione. La quale, a causa delle vicende che talune di quello compagnie incontrarono, alle volte lardò per guisa che altre più di fresco nate le precedettero di legalità, e forse le avevan tolte ad esempio. Quindi è che ancora queste altre indicazioni cronologiche si troveranno nel!' ultima colonna, la quale dee sei viro cerne di perpetuo comento a quella dello date, ricavandosi da entrambe gli elementi onde si forma la ragion composta che esprime la cronologia di cui è parola. Così, per esempio, la Società di assicurazioni diverse che comparisce la sesta nell'ordine, sarebbe la terza, se si voglia attendere alla prima istituzione, la quale fu del 2 Aprile 1824. La Società commerciale economica approvala in questo anno e che viene perciò ad essere la diciannovesima, fu proposta dal Sig. Radich sin dal 1825, e sotto questo riflesso andrebbe dopo immediatamente alla testò nominata; e potrebbe anzi aspirare ai secondi onori ove all'autore si facesse ragione della Compagnia Commerciale sin dal 1818 per lui stabilita in Siracusa con permissione del Governo, della qual Compagnia non fu che una derivazione ed estensione quella di Napoli.


Vero è che l'architettura di essa parve in origine ibrida e mostruosa, avendo egli avuto in mente di conciliare cose in certo modo inconciliabili, come Società in nome collettivo, Società in partecipazione e Società in commandita; ed in fatti fu riformato in appresso quel primo disegno. Ma forza è confessare ch'egli il primo, uscendo dalle usuali tracce delle assicurazioni, a più alto scopo mirò; a liberare, cioè, il commercio delle produzioni regnicolo dalle mani intermedie, mettendo in diretta comunicazione tra loro i produttori e i consumatori, od a fare ogni operazione di cambio ed ogni lecito negozio di compra, vendila e permuta; onde che questo concetto fecondato di poi e migliorato, servì di fondamento a due altre: la Società industriale partenopea e la Compagnia Sebezia. Si scorgerà in fine clic sebbene la Banca Fruttuaria porti la data del 19 Ottobre 1827, perché in quel giorno le fu accordato il primo Rescritto di approvazione, pur nondimeno non prese effettivamente posto tra le nostre Compagnie che il 5 Agosto 1831 dopo la sua ristorazione, e però dovrei)! essere la diciassettesima, laddove si mostra duodecima. E basti di queste precedenze. A confermare intanto le nostre istoriche osservazioni, diasi uno sguardo ad essa colonna delle date, e vedremo la progressione dello Società anonime negli ultimi quindici anni; che una ne fu approvala nel 1818; una nel 1823; quattro nel 1825, ma una sola prese consistenza in Napoli; tre sono del 1826, ed anche una sola regge tuttora; nel 1827 lo stesso che nel 1825; dal 1829 in poi tutte nacquero più vitali, e senza che ne sia più alcuna mancata, due ne osserviamo ordinato in quell'anno, una nel 1831, e nel solo primo semestre dell'anno corrente non meno di sei. V'ha tutta la probabilità che al fine del secondo semestre ne potremo annoverare più che altrettante, e cosi ad un secondo articolo ci porgeranno forse argomento.


III e IV. Titolo e Scopo.


Facciamoci ora a considerare la nomenclatura delle 22 Società; essa ci chiama a stabilire talune distinzioni acconce per avventura a spogliar la materia della confusione in cui la troviamo.


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E primamente vorrebbesi differenziare Società da Compagnia. Le nostre Leggi di commercio parlando delle Società anonime dichiarano che tali sono le Compagnie, mentre alle altre in commandita, in nome collettivo ed in partecipazione non mai danno altro nome che quello di Società. Ma in qualunque modo si ordini, potrà una di queste unioni meritare il titolo di Compagnia ove apparisca d'un' importanza non ordinaria; e questa importanza la trarrà non dalla forma, bensì dal numero degl'interessati, e dalla gravità dello scopo che si propone. Le Società propriamente appartengono ad un ordine inferiore e secondario, e molto più angusta sembraci la sfera della loro azione. Se noi ragionando delle anonime abbiamo promiscuamente adoperato questi due vocaboli, meritiamo scusa, perché ci conformammo al linguaggio del Codice e degl'istitutori; ma l'esattezza della nomenclatura, prima necessità d'ogni disciplina, richiederebbe che le associazioni fatte per imprendere qualche grande opera commerciale o industriale, impiegandovi numerosi capitali, si appellassero Compagnie, e le altre contenute in più ristretto circolo Società. Or queste Compagnie in tre principali classi vanno distinte: quel» le che ottengono dal Governo un privilegio esclusivo; quelle che contrattano con esso l'appalto di qualche branca delle pubbliche rendile; e quelle che non avendo diritti speciali, agiscono negli affari d'industria e di commercio in virtù delle facoltà che appartengono a tutti. Notissime sono le prime nella storia commerciale dell'Inghilterra, della Francia, dell'Olanda, de' Paesi Bassi, della Danimarca e della Svezia: compagnie presso che tutte cadute senza fortuna; e le poche le quali reggono accora in piede, non sapranno schivare la prossima abrogazione de' lor privilegi.

Intese a spedizioni lontane, a scoperte di terre ignote, a fondazioni di colonie ed a grandi traffichi marittimi, furono tutte fondate sul monopolio, e questo è il tarlo che le consuma.


E già dovette da qualche tempo rinunziare ci in parte la Compagnia delle Indie Orientali, il colosso di sì fatte associazioni; i privilegi della quale spirano nell'anno venturo, ed il Parlamento Britannico in luogo di rinnovellarli, è per adottare la proposta del Ministero, la quale toglie affatto alla Compagnia la concessione del commercio esclusivo nelle Indie, e gliene lascia per altri venti anni il governo. E ben essa è la. pruova che straordinarie combinazioni possono talvolta procacciare a tal Compagnie ambiziose e guerriere un'effimera prosperità, ma non salvarle da perdite e da rovina. Ottenuta quando che sia l'emancipazione generale del commercio, alla quale mira la presente civiltà, esse non più risorgeranno; ed il genere umano non cesserà di riguardarle come uno di quei parti dell'incivilimento, i quali, se in certe condizioni di tempi e di cose possono produrre alcun bene, portano in se il germe della loro distruzione, e l'incivilimento medesimo è per esse come il Saturno della favola. Le Due Sicilie non conoscono associazioni di tal maniera; bensì della seconda, e le chiamiamo Regie interessate, come son quelle cui si fidarono la privativa de' tabacchi, le dogane e dazi di consumo. Per esse molti capitalisti riuniti assumendo la riscossione di tali pubbliche entrate in unione de' regi officiali, le assicurano al Governo sino ad una data somma, dividendo con lui il soprappiù, ed immobilizzando in rendita sul gran Libro del debito pubblico una somma pattuita per malleveria degli obblighi loro. Formasi pertanto una specie di compagnia mista di assicurazione e di appalto interessalo, la quale non entra nella categoria di quelle in cui ci occupiamo, e che tutte appartengono alla terza classe indicata. Moltissime cose possono prender esse di mira. 0 consistono in associazioni di credilo, e sono compagnie di banco e di deposito; o in associazioni d'industria, e sono compagnie industriali propriamente dette; o in associazioni di guarentigia, e sono compagnie di assicurazioni. Possono inoltre proporsi il cavar miniere, il far vie o illuminarle, l'aprir canali, l'asciugar paludi, il costruir ponti o il compiere qualunque altra opera pubblica, e però Compagnie d'utilità pubblica ci si permetta intitolarle.


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Possono infine abbracciare diverse di queste e di quelle operazioni ad un tempo, come assicurazioni ed opere pubbliche, casse di deposito ed assicurazioni, e meritano perciò il nome di miste.

Fra tutti questi vari generi della classe che dicemmo Società non privilegiate, i quali per amor di chiarezza e di metodo abbiam creduto dover fra loro distinguere, sarà ora facile ripartire le napoletane, indicando il fine che ciascuna di loro assume. Due o più negozianti che si uniscano a fondare un banco o ragion cantante nulla han che fare con quelle unioni di capitalisti delle quali sì piena è l'Inghilterra, e che in ogni città erigono pubblici banchi, e quell'immenso di Londra nell'anno 1694 istituirono. In tale aringo gl'Italiani precedettero peraltro gl'Inglesi ed ogni nazione; che sin dal 1171 Venezia vi diede i primi passi. Fra noi vedemmo quai fossero e quando nati i nostri Banchi; ma di società stabilite a formarne alcuno per via di azioni, come al di là de' monti e de' mari, ne avremmo avuto un solo esempio, se il Banco Nazionale delle Due Sicilie crealo per legge del 22 Dicembre 1808 col capitale di un milione di ducati diviso in quattromila azioni avesse potuto metter radici. A malgrado delle sue belle apparenze, i nostri non sapevano obliare nel fatto de' banchi quella lor propria, antica e tanto migliore istituzione a cui lo straniero stesso era stato costretto a rendere omaggio di ammirazione; ed in fatti il nuovo Banco non allignò, e in men d'un anno s'ebbe a sopprimerlo. Dal 1816 incerta guisa agli antichi si fece ritorno; ma poiché il danaro ivi depositato non produce interesse, non è maraviglia se un altro siane venuto fuori eretto da una società anonima, il quale alle somme che da' cittadini gli sono confidate colla libertà di riprenderle ad arbitrio loro, un qualche fruito concede. Tal è quello per l'appunto che abbiam visto sorgere qui con estese mire e prosperare in men di due anni sotto l'intitolazione di Banca Fruttuaria. Di essa tratteremo or ora, quando alle Compagnie miste ci volgeremo.

Ma le associazioni di credito sono puro compagnie di deposilo, e vanno in questa categoria le così dette Casse di sconto, di risparmi, le ipotecarie, le mutuanti e simili;


e perciò vannovi tra le nostre, come specialmente addette a tai fini, la Cassa di conservazione delle rendite de' beni fondi, e la Cassa partenopea di risparmi. La prima istituita nel 182 5 dovea mutuar darfaro a' posseditori di fondi rustici 0 urbani; la seconda, del 1826, ricevere le picciole economie della povera gente, impiegarle in imprese commerciali, e farle fruttare a benefizio de' depositanti. Ma né quella potè riunire le somme che formar ne dovevano il capitale, né questa sostenersi per mancanza di utile, ed ebbe poco stante a disciogliersi. Il prestare sul pegno e il ricevere le picciole somme della gente minuta sono pure tra le attribuzioni della Banca Fruttuaria, di cui poco appresso. Ancora promettono una cassa di risparmi e la Compagnia di assicurazioni generali del Sebeto e la Compagnia Sebezia; ma fino al presente altra non ve n' ha che quella assai limitata della Fruttuaria, né sembra che questa pianta, altrove di gran giovamento produttrice, voglia allignare nel nostro suolo.

Passando alle Compagnie propriamente industriali, ne abbiamo due generali, e troveran luogo fra le miste; due particolari, e sono la Compagnia tipografica e la Compagnia enologica industriale. Mobile é il fine di quella, poiché intende a promuovere l'industria che più onora lo spirito umano e la civiltà di un paese; ma in cinque anni e più non essendo riuscita a legalmente istituirsi, ci è forza tacerne. L'altra, accorsa a soddisfare grandissima necessità dell'economia agraria delle Due Sicilie, merita special riguardo. Comune e giusto è il lamento de' nostri possessori di vigne, massimamente di Terra di Lavoro, in veder di continuo diminuire il prezzo del fruito delle loro terre, e se voglion danaro su quello, noi trovano, 0 debbono cader negli artigli de' monopolisti, che accaparrando i vini e poi rivendendoli a' cantinieri della capitale, si usurpano tutto il guadagno. Lamentano pure i consumatori il caro prezzo al quale, colpa sì fatte interposizioni, debbon essi in Napoli comprare questo liquore, spesso fatturalo, più spesso, per difetto della fabbricazione, di pochissimo pregio, abbenché quelle terre medesime il producono che il Cecubo, il Massico, il Falerno il Formiano, il Pompeiano un dì producevano.


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A quali inconvenienti, ognun rifletteva, ben potrebbe ovviare una Società che raggranellando grosso capitale, non mancherebbe di fare in tale industria grosso profitto, ammegliando ad un'ora e la condizione de' produttori e quella de' consumatori. Contali mire appunto nacque nel passato Marzo la Compagnia enologica. Migliorare la vinificazione mercé i metodi ultimi e i più sani precetti dell'enologia, stabilendo vigne, macchine e celiai che possano servire di esempio, e profittando de' vini men buoni per cavarne acquavite ed ottimi aceti; chiamare i proprietari di vigne a partecipare de' benefici della Compagnia, col pagare in generi il valor delle azioni che volessero prenderne; anticipar loro sulla derrata con modico interesse le somme di cui avesser bisogno, e sottrarli dal monopolio, mettendoli direttamente in contatto co' consumatori nostrali od esteri; apprestare acconci luoghi nella Capitale ov'eglino possan depositare o vendere il lor vino; tenere de' magazzini per lo smercio de' vini indigeni, ed agevolarne l'esportazione: tali furono le promesse della novella Compagnia. E già, mentre attendo l'autunno, stabilite immense cantine noi Granatello e a Piedigrotta, quella pe' vini di lusso, questa per gli usuali, ne incominciò la vendila, ed un carico è per inviarne nel Brasile su nave a tal uopo da lei noleggiata. Ove gli autori dell'esposto disegno giungano a colorirlo, senza dubbio a se ed al paese avran procacciato vantaggio non lieve; tanto più degni di lode se vinceranno la guerra clic ad essi muovono i monopolisti collegati co' bollai, loro sensali. Se non che, il riparare del tutto, siccome ce n'ha troppo grand'uopo, allo svilimento di prezzo che soffre il vino, né solo in questa estrema parte d'Italia, non potrà esser mai opera privata. E l'aver il Governo in questi ultimi giorni abolito il dazio di un tanto a botte che pagavasi nelle adiacenze di Napoli ov'era obbligo farne rivelamene a' gabellieri, è indizio non dubbio che gli sta forte a cuore il migliorare la sorte di così fatti proprietari,

Pongono ora lo Compagnie di assicurazione, e compariscono lo più antiche e lo più numeroso nella serie che esaminiamo. Ne' passati tempi, come di mostrammo, anco ve n'erano, ma assai più ristrette, e si chiamavan Colonne.


Si eresse nel 1818 sopra basi più ampie la Società napolitana a' assicurazioni, che buon successo ottenne, e fu seguita da tredici altre, tre delle quali in Meta. Sono le undici napoletane parte dedite alle assicurazioni marittimo, parte alle terrestri, parte a quelle sulla vita. Tra le prime vanno annoverate la detta Società napoletana, la Compagnia del Commercio di Napoli, la Compagnia partenopea, la Compagnia pe' rischi marittimi; tra le seconde, due Compagnie di assicurazioni contro gl'incendi; tra le terze, la Cassa rurale delle Due Sicilie, la Società di assicurazioni diverse, la Compagnia di assicurazioni del Sebeto, e la Compagnia generale di assicurazioni. Versano ancora su questa materia delle assicurazioni sulla vita la Banca fruttuaria, la Società industriale partenopea e la Sebezia. Il perché convien dire che tra le 22 Società, toltene sei solamente, le altre cercarono nelle assicurazioni il lor vantaggio più certo, e generalmente vel ritrovarono; poiché le tre sole riguardanti assicurazioni degli edilizi dagl'incendi 0 de credili ipotecari, vitalizi, ec. sono mancate, laddove le azioni di tutte le altre che assicurano sulla vita o le navi mercantili, e danno ad un tempo danaro a cambio marittimo, aumentarono. Ma quella che in ostensione, in capitale, in fortuna vince sino ad ora lutto le altre è la Società di assicurazioni diverse, edevansi in lei riunite tutte le specie di assicurazioni; di poi avendo abbandonato le marittime per dedicarsi interamente a quelle sulla vita umana, non v' ha alcuna tra le infinito loro combinazioni ch'ella in sé non abbracci. E veramente sono le assicurazioni una branca importante dell'economia politica, e suppongono nelle nazioni che lo praticano nn alto grado di civiltà; dapoichè si ghigne per esso a prevenire lo conseguenze delle leggi della natura, e quasi a riparare gl'irreparabili oltraggi della fortuna. Fondato sul calcolo dello probabilità, l'uomo non solo può in grazia loro salvare la sua proprietà sfidando in certa guisa la tempesta, l'incendio, il tremuoto, l'eruzione vulcanica, la grandine e tutti i flagelli atmosferici; non solo può far capitala sull'avvenire, qualunque sia la dorata della sua vita e gli eventi cui possa andare esposto,


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ma benanche entrare a parte de beneficii che queste guarentigie stesse procacciano 0 che l'assicurato divenga pel sistema della scambievolezza nel tempo stesso assicuratore, o che paghi annualmente o per una sola volta alla Compagnia il premio stabilito, certo è che mercé questo moderno trovato ne i casi fortuiti possono danneggiare il suo avere, né la morte di lui recar pregiudizio a coloro de' quali volle assicurar la fortuna, abbenché ne il più picciol asse egli lasci. Tutto consiste in un problema che 1 analisi matematica facilmente scioglie tosto che se le somministrino i necessari dati; e cosi costruisconsi tavole o tariffe che servon di norma a' contratti. La nostra Società di assicurazioni diverse, che mollo somiglia la Banca di previdenza in Parigi, ha pubblicato le sue, e secondo esse regola tutte le operazioni che fa, guarentite da un capitale intangibile di mozzo milione di ducati. Se vuoi che dopo la tua morte una determinata quantità di danaro giunga nelle mani di cara persona, e non puoi che metter da parte pochi ducali al mese, la Società secondo gli anni che avrai t'indicherà il pagamento mensuale, e in qualunque tempo venissi a mancare, quel danaro da lei sarebbe sborsato. Ella assicura il pagamento di una somma convenuta allorché la persona assicurata sia giunta ad un età stabilita; ella pagherà un capitale o una rendila vitalizia ad una persona, quando l'altra abbia anticipato un dato pagamento mensuale; ella costituisce vitalizi, ella infine sconta soldi e pensioni. Questi ed altri modi d'assicurazione hanno effetto, qualora sen paghi il premio alla Compagnia, sempre relativo all'età, e variante colle probabilità della vita degli assicurati. La quale probabilità della vita è il numero degli anni che si possono probabilmente vivere nell'età in cui alcuno si trova, e si conosce ricercando qual sia stata la vita media di un gran numero d'individui presi nella medesima età. La vita media pertanto è il numero danni che gli uomini vivono, l'uno per l'altro, e si calcola sommando l'età d'una gran quantità di trapassali, e dividendo la somma degli anni pel numero de' morti. Su tale risultamento poggiano le tavole di probabilità che servono di base alle tariffe di assicurazioni sulla vita.


Or queste tariffe, composte nell'Inghilterra e nella Francia molti anni addietro, sono piii favorevoli agli assicurati che agli assicuratori, poiché la vita media dell'uomo ne paesi inciviliti s è prolungata, e si prolungherà di vantaggio. Londra, Parigi, Ginevra ne danno autentiche prove. Odier ha calcolato che per questa ultima città la vita media è stata nel secolo XVI di anni 18 ½, nel XVII di anni 23 ½, nel XVIII di 32 1/4; vale a dire che ora in Ginevra la probabilità di vivere è il doppio di tre secoli fa. In conchiusione le tavole di cui si valgono le nostre Società assicuratrici debbono essere transitorie, e solo tenendo esatto registro della mortalità de' loro assicurati potranno far esse medesime novelle tavole più acconciamente fondate sulle loro osservazioni. Seguitando l'incominciala rassegna, dovremmo ora discorrere le società cosi denominate di utilità pubblica, indi le miste; ma poiché tra le nostrali le Società che sino ad ora si applicano a qualche opera pubblica sono appunto del genere di quelle che pure ad altre imprese volgonsi, cosi faremo senza più di esse parola.

La Banca Fruttuaria, la Società industriale partenopea, la commerciale economica, e la Compagnia Sebezia promotrice delle industrie nazionali sono le quattro che possiamo dire di genere misto, ultime di cui ci rimanga a ragionare. Ma le due seconde non potettero porsi ancora nemmeno sulle mosse. La Società commerciale economica in guerra prima colla Sebezia e poi con se stessa, soggiacque in quel piato, e per questo attende che i tribunali sentenzino intorno alla elezione del suo presidente. L'altra è più innanzi, sebbene non ancora legalmente costituita; e dovendo impiegar l'opera e i capitali suoi in qualunque impresa, niuna eccettuata, che abbia a scopo il miglioramento e il progresso d'ogni ramo dell'industria del Regno, agraria, manifattrice o commerciale che sia, ci è noto che tiene in pronto una serie di operazioni lo quali potranno recarle non men profitto che onore. E perché tal è l'indole della sua istituzione che tutte può abbracciare le cose a cui mirano le altre compagnie, ed ancora gli atti di commercio d'ogni natura permessi dalle Leggi, saranno da lei saggiate, come imprese da farsi immantinente,


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quelle che riguardano cambi, cauzioni, pignoramenti, mutui, sconto di cambiali e di semestri d'iscrizioni al gran libro, anticipazione di soldi e pensioni, non più che per un quadrimestre, ogni specie di assicurazioni, e specialmente da' tremuoti e dalle eruzioni del Vesuvio, e que' negozi infine che si fanno per via di agenzie e commissioni. Ben più rilevate, e di ben altra importanza per questo Reame, saranno poi le imprese che han bisogno di tempo e che ora potrebbero da lei appena incominciarsi. Fra le quali faccende messe a questi giorni sul tappeto è bello il cennare lo stabilimento di celiai, di fattoi, distillerie, bigattiere, raffinerie di zucchero, ce., di empori per le biade, di greggi di merini, di fabbriche d'ogni maniera e specialmente di vetri, maioliche e palline nelle provincie. E sua intenzione il promuovere la coltura della barbabietola, della robbia, del navone e di tutte quelle piante che, secondo avverti lo Chaptal, hanno da ultimo arriccili» to la Francia; l'introdurre l'illuminazione col gas, profittando del vero zoofilantrace di che ultimamente più vene furono scoperte ne' nostri monti aprutini (i); il far cavare pozzi artesiani a via del trivello, di che acquistò dal Sig. Tenente Generale Nunziante il privilegio che gliene avea conceduto il Governo; (2) il far costruire in fine e render comuni ogni specie di macchina mossa dal vapore, gli ordigni per maciullare il lino e la canapa senza macerarli, quelli per filarli e specialmente il linurgo, gli strumenti agrari perfezionati,


(1) Nel porre a stampa questa pagina sappiamo aver la Società Sebezia commesso ad un nostro valoroso geologo, Sig. Leopoldo Pilla, ed al Sig. Tenente Galli di andare nel Teramano a riconoscere se veramente vi abbiano strati del vero carbon fossile né luoghi donde furon tratti que' saggi che sen leggono nel Regio Gabinetto mineralogico.

(2) Il Bey di Tunisi desideroso di aver nel suo Stato di questi pozzi trivellali, ha fatto profferire alla Società Sebezia talune condizioni perché gli mandi chi sappia cavarli. In Milano si è in quest'anno formata una Società per agevolare lai cavamenti in Lombardia, e saggiare il nuovo metodo cosi detto olandese, pel quale la spesa di un pozzo forato d'acqua zampillante potrà ridursi a poche centinaia di lire. V. Ann. univ, di Statistica, fase, dì Marzo ultimo.


 le mercanziuole d'acciaio, i lavori di ferro fuso, ed altre sì fatte cose che, lunghe invero e fastidiose a dirsi, tornar potrebbero senza dubbio alla patria nostra utilissime. Certo non a tutte potrà darsi effetto, massime in questi primi tempi; ma noi vorremmo che la Compagnia specialmente non trasandasse nò la doppia edizione corretta ed economica de' classici latini, né la pubblicazione di un' opera periodica di cognizioni utili ed usuali, di Almanacchi istruttivi e di Manuali per tutte le arti e i mestieri, ne lo stabilimento d'una scuola o alunnato commerciale, che pure sono nel numero degl'imprendimenti approvati dal Sovrano e ne quali ha essa fermato d'impiegar parte del milione che costituisce il suo fondo sociale, ora che n ha incassato il quarto voluto dalla legge. E già si mise in negozio col Commendator Petrinelli inventor privilegiato d'un nuovo metodo di distillar col vapore, per fondare una grande distilleria d'acquavite. Ella infine ha supplicato il Re d'accordarle quel magnifico e derelitto edifizio della Badia di Solrnona sotto le condizioni colle quali il concedeva al Barone Ternaux e per l'uso medesimo, vale a dire per istabilirvi nobilissime manifatture di lana, di lino e di canapa.

Nella strada e colla universalità istessa di occupazioni si avanza la Società industriale partenopea, che della sua quota sociale, 250,000 ducati, avendo già da più mesi la piena disposizione, incominciò a metterla a frutto. Una sesta parte del suo capitale, cioè Docati 100,000, ha ella riserbato ad anticipar soldi e pensioni coll'interesse annuo del 4 per 100, ed il premio dell'assicurazione, da contenersi ne' limiti di tre anni per la durata dell'anticipazione, e tra' 22 a' 75 per l'età degli assicurati: premio calcolato secondo tavole di ragguaglio adottate già altrove, e fatte da lei di pubblico dritto; al quale sconto non darà opera che ne' primi sei anni, quanti probabilmente le ne bisogneranno perché tutti i suoi capitali si trovino impiegati nel commercio, nelle bonificazioni e nel|e manifatture, cose tutte che sono il vero scopo di questa associazione. Intanto anch'essa promette giornale, anch'essa una scuola commerciale ad istruzione delle genti industriose; promette migliorare l'agricoltura rettificando corsi d'acqua perenne e piovana, disseccando stagni e paludi, ristaurando boschi,


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dissodando incolti terreni, stabilendo poderi ed ovili esemplari e promovendo ogni specie di buona industria agraria e pastorale; promette finalmente perfezionare alcuna delle arti e manifatture che già qui si hanno, ovvero quelle introdurvi che mancano. Nò se ne sta contenta a semplici promesse, poiché volgendo lo sguardo alle pianure della Capitanata che di tanti miglioramenti han mestieri, ha chiesto al Governo la cessione del Lago o meglio Stagno di Salpi, posto tra l'Ofanto e il Gargano, e cagione di danni gravissimi a' paesi vicini po' suoi contagiosi effluvi, al regio erario pel contrabbando cui danno luogo le sue copiose salificazioEì. Ma essa quelle acque allacciando ed arginando, e d'idrauliche opere il lago fornendo, il purgherebbe delle sue micidiali esalazioni, v' introdurrebbe il torrente del Cappellotto che ora dilaga quelle campagne, e con un canale di comunicazione col mare fatte quelle acque stabilmente salse, la pesca di esse ed i terreni adiacenti espurgati godrebbesi. Per ovviare inoltre alle perdite cui sono esposti i censuari di quella provincia, i quali per pagar il canone e la prediale per lo più deggiono vendere a vii prezzo la lana ed il grano al tempo del tondamento e della messe, quando potrebbero miglior partito ottenerne alcuni mesi di poi, la Società Industriale, in virtù di un premio stabilito, si offre a ricevere in deposito in Foggia quelle loro derrate, entrando pagatrice del debito di essi verso il Regio Fisco, il quale a tal proposta sotto convenuti patti acconsentì. Versando massimamente nelle bonificazioni de' terreni palustri, la Società medesima va formando il progetto per l'eseguimento di tali opere nelle tre valli che più le richieggono, cioè nella valle inferiore del Volturno da Pozzuoli a Mondragone, in quella del Garigliano dalla sua foce sin presso l'Isola di Sora, e di quella del Sele dall'imboccatura sino al di là della sua confluenza col Calore: giganlesca impresa, nella quale chiederà alle altre Compagnie miste la loro partecipazione, quando la Legge che si attende sulle bonificazioni, e l'approvazion del Governo l'avran posta in grado d'incominciarla. Intanto ella ha supplicato l'Autorità di volerle manifestare quali sieno i terreni in pendio appara tenenti a comuni, corpi morali e pubblici stabilimenti,


e che posti sulle alture che coronano le fertili pianure del Distretto di Nola e diboscati dovrebbero novellamente imboschire perché salvi sieno dalle alluvioni i sottoposti campi, e schivate le tante annuali speso, vane per lo più, di arginazione e spurgamento a fin di tenere a freno i torrenti che da que' nudi dossi precipitano: ragguagli che le serviranno di fondamento a grave e general proposta su questa importante materia. In quanto poi a nuovi ingegni da introdurre nel Regno, la Compagnia ha determinato far nostri quelli che sono adoperati in Francia ed Inghilterra per filare il lino e la canapa, per V invenzione de' quali l'imperator Napoleone mise premio un milione di franchi; ma bisognandovi la spesa di due. 200,000, ella ha domandato il privilegio di tal nuova meccanica filatura per anni venti. Finalmente non vogliam trasandare lei aver preso a voler fare, in partecipazione con altri, un negoziato sul miglioramento e lo spaccio de' vini nostrali, perché di qualità e durata gareggino co' più riputati, e specialmente con quelli di Francia; ond'è che di là verranno sagaci manifattori ad arrecare a lei ed al paese le cognizioni della lor pratica in si rilevata parte dell'industria agraria. Questi cenni potranno bastare a dar indizio con quale capacità e speditezza proceda la Partenopea, e quanto bene dobbiamo aspettarci dalle grandi sue operazioni, cui diede già in parte cominciamento. Nelle quali ci gode l'animo di poter dire che strinse alleanza colla Sebezia, e si convennero di offrire ciascuna all'altra sino alla meli dell'impresa che alcuna delle due avesse escogitata la prima: schivate cosi le gare e le rivalità che avrebbero nociuto ad entrambe, meglio verrà il compimento dell'opera assicurato dal concorso di maggior capitale. Né sapremmo raccomandare abbastanza questo sistema delle partecipazioni, sia con altre Società sia con private persone, come ferace di vantaggiosissime conseguenze: a noi basti l'averle solo accennate. Rimane in fine la Banca Fruttuaria, prima tra le Compagnie miste non men di tempo che di fortuna. Essa pel suo istituto partecipa e delle compagnie industriali e delle bancarie, poiché vi ritroviamo l'immagine de' nostri banchi pubblici, mentre non esclude alcuna spezie di speculazione commerciale.


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Il perché colla più parte de' comodi che si hanno da quelli accoppia i vantaggi che ottengonsi per mezzo delle Società Anonime. A volerla ben considerare, è bisogno distinguere la Banca Fruttuaria nata in virtù del Regio Rescritto dato il 19 Ottobre 1827, da quella che fu riaperta nel di primo Ottobre 1831. Secondo l'istituto della prima, il fondo della Società dovea tutto quanto servir di garentia a coloro che avessero con lei contrattato, e perciò interamente immobilizzarsi in acquisti di rendite sul Gran Libro, rimanendo solo come capital produttivo le somme che le terze persone venule fossero a confidarle cavandone modico interesse. Le nuove capitolazioni ridussero ad un quarto di esso corpo il fon Io immobilizzato. Ciò non pertanto il credito della Banca, fermamente stabilito su tale base, andò sempre più confermandosi. Il danaro che introitò da' cittadini, danaro ch'eglino possono liberamente ritirare, girare ad altri, negoziare, e sul quale ossa paga loro secondo i casi l'utile del 3 112, del 4. e del 4 ½ per cento, nel fine del 1832 sommò a ducati 18,802, ed ora ascende a 130,000. Ond'è che di altrettanto «è aumentala la somma del suo capitalo attivo; il quale, favorito dalla fortuna e da una buona amministrazione, produsse nell'anno mentovato un lucro di centomila ducati, metà distribuiti ai soci, metà accumulati colla sorta. E questa che fu in origine di 600,000 diviso in 10,000 carati, e che coll'annua aggiunzione della metà degli utili dee toccare il milione, al cominciar di quest'anno era già di 678,837. Il guadagno fu originato da parecchie cagioni: 1. Dall'aumento che acquistarono le sue azioni, una porzione delle quali fu venduta da lei al di là del valor primitivo, soprappiù che fece parte de primi utili; 2. dalle contrattazioni de cosi detti fondi pubblici, materia delle primordiali sue operazioni, ed il corso de' quali dopo quel tempo acquistò di giorno in giorno favore; 3. dagli sconti de' soldi e delle pensioni, nel che diminuì l'interesso dal 9 al 7 e quindi al 5 e ¾ per 100; 4. dal frutto de' mutui e da quello de' pegni, i quali riceve in gioie, in derrate ed in valori commerciali, cose che non si ammettono da' nostri Banchi;


5. finalmente da alcuni saggi fatti nel commercio, comeché timidi e ristretti, procedendo massimamente a via di società in partecipazione con altri che assunsero sotto la sua ombra una 0 più industrie in qualche data provincia. Cosi adoperò per la filatura della seta che ne' passati mesi tenne in Brusciano, e dove impiegò circa 12,000 ducati; così fece per l'acquisto de' grani in Barletta: operazioni che va man mano distendendo, e nelle quali si desidera che a preferenza consacri il molto contante che ogni giorno entra nelle sue casse.


5. Residenza.


Antico lamento ed indarno ripetuto è quello della sproporzione che passa tra la città capo del Reame di Napoli e quelle che ne sono le membra. E però non è maraviglia se alla metropoli affluendo capitali e capitalisti, in essa e non in veruna città provinciale posero seggio le Compagnie delle quali si parla. Eppure onorevole eccezione troviamo soltanto in Meta, piccola città del distretto di Castellammare in provincia di Napoli, come quella in cui tre delle 22 esaminate Società han sede. Riguardano esse cambi marittimi ed assicurazioni, e si compone il lor capitale d'azioni il valor delle quali fu per un mezzo sborsato a prima giunta e per l'altro dee sborsarsi ad ogni richiesta. Ed oltre a queste novelle Compagnie, parecchie ve n'hanno ivi altresì di antica data, dette Colonne marittime, le quali, sebbene in più ristretti confini, pure impiegano anch'esse il lor danaio a cambio marittimo, e fanno talora assicurazioni sulle navi mercantili. Or le une e le altre sono a vicenda e causa ed effetto di quella operosità nelle cose marittime che regna in tutta quell'amena contrada, nò hanno minore influenza nella sua economia rurale ed industriale; poiché le casse di quelle tre Compagnie scontano pure effetti commerciali, ed abbondevoli come son di danaro, bandiscono la povertà e spandono tanta vita e ben essere nella popolazione, quanta bellezza e delizia profuse la natura in quelle beate campagne. Il perché liele le scorgi di non interrotta coltura; e lungo le loro marino altro non vedi che costruir feluche, brigantini e legni da carico d'ogni grandezza.


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Meta colle vicine comuni di Piano di Sorrento e Vico possiede oggigiorno da dugento grossi bastimenti che spingonsi di continuo in lontane navigazioni; ed ora tornar li vedi da Odessa, ora da Pietroburgo, spesso dalle rive del Tamigi e del Tago, talvolta ancora da quelle del Rio della Piata e della Delavara; governati sempre da un solo pilota, laddove Genovesi, Veneziani, Portoghesi e Francesi ne' lunghi viaggi tre e quattro ne adoperano. La quale singolare abilità de' Metesi vuolsi in gran parte attribuire alla scuola nautica ivi mantenuta dal comune e dalla lor confraternita: scuola d'onde uscirono i migliori piloti della nostra marineria; tra' quali un Giovanni Fileti autore della carta idrografica del Mediterraneo usata da' nostri navigatori, ed ordinator principale del Seminario nautico di Palermo; un Filippo Cafiero che mostrò il primo agli altri piloti napolitani come si guidasse un timone per l'immenso Atlantico sino alle sponde americane; ed un altro Cafiero e un de Martino ed altri nocchieri metesi giunti a' supremi gradi nelle regie flotte. Meta adunque fiorente per traffichi, per associazioni marittime, per la mentovata scucia, e per una Sala di commercio ch'è quasi una piccola Borsa; Mela che ha tanta parte nel commercio marittimo del Regno, ha ultimamente implorato dal Re una Camera Consultiva la quale appunto un tal commercio rappresentasse, siccome il terrestre va rappresentato da quella di Foggia. Speriamo che l'ottimo Principe coroni pertanto le suppliche del meritevol Comune.


6. e 7. Capital nominale ultimo,

e come distribuito.


Senza fermarci a particolarcggiare i capitali di ciascuna Compagnia, perciocché lo Specchio li mostra, faremo soltanto in questo luogo sul capital generale di esse talune poche riflessioni. Ogni Società anonima si costituisce una certa somma qual fondo sociale su cui poggiare le sue operazioni; ma questo non è sulle prime che il di lei capital nominale-: il reale consiste per lo più nel quarto di quella somma, poiché non meno di esso la legge l'obbliga a raccozzare effettivamente se vuol ricevere l'autentica istituzione;


gli altri tre quarti, giusta le combinazioni de' fondatori, 0 son pagati a picciolissirae frazioni mese per mese, 0 son da versare soltanto eventualmente, cioè nel caso in cui la Società abbia maggiori obblighi da soddisfare, 0 in fine si prendono da una parte degli utili annuali messi in riserba e riuniti a' fondi versati. Per la qual cosa mal ci apporremmo in credere che il capitale impiegato dalle nostre Compagnie, secondo che la somma della sesta colonna il dinota, sia di 7,528,100 ducati ripartito in 64,937 azioni. Primamente convien da quella detrarre 3,150,000 appartenenti a Società non vigenti; di poi ridurre alla quarta parte il residuo di 4,378,100, cioè a 1,094,525; e questi rappresentano il minimo del capitale che le nuove Società han posto effettivamente 0 sono per porre in circolazione. Vero è che non sempre il quarto, ma o i due quinti 0 il terzo o la metà fu nelle lor casse versato; e spesso è avvenuto che il capital fondamentale che secondo il contratto dovea portarsi a maggior somma, ebbe in effetto quell'aumento o parte di esso. Queste cose potranno osservarsi nello Specchio conferendo la VI. coll'ultima colonna, e debbono persuaderci a portare a circa due milioni e mezzo la somma indicata, la quale per le susseguenti aggiunzioni di capitale va d'anno in anno aumentando. Questo calcolo potrà farsi con alquanto più di precisione in appresso. Qui basti aver ridotto le esagerazioni di alcuni e gli scherni di altri sulle Socielà nostre a giusto valore, e fermato un punto di che ci varremo nella conchiusione ornai non lontana di questo discorso.


8, 9 e 10. Valor dell'azime in origine

e in corso. Durata.


Quelle parti in cui piace ai fondatori d'una Società ripartire il suo capitale per distribuirle fra coloro che vogliono entrarci, chiamansi carati o azioni: ed altro è il valor loro nell'atto della prima creazione, altro in processo di tempo; dapoiché va soggetto ad oscillazioni continue, e cresce o menoma secondo l'elevazione o l'abbassamento del credito della Compagnia.


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Or ne giova avvertire che di siffatte variazioni neppur una sola vi abbia la quale alle novelle Società sia contraria; vai quanto dire che abbian fatto discendere il valor del carato ad un grado qualunque inferiore al primitivo. Avendo preso per norma la lista dell'ultima Borsa di Giugno, sette soltanto delle tredici allora in essere in Napoli vi si trovan notate, e tutte in aumento. Tre altre vi furono aggiunte poco dipoi, cioè la Compagnia biologica, la Società industriale partenopea, e la Compagnia commerciale di assicurazioni; e il ragguaglio delle azioni di ciascheduna da ciò che erano a ciò che sono, mostrasi tuttora ad esse, quando più quando meno, ma sempre favorevole. Lo stesso è da dire per le tre Compagnie meiosi; il corso delle loro azioni, che non può trovarsi registrato nella Borsa di Napoli, presenta un vantaggio di dieci a venti ducati, e da più tempo esse non si trovano più a comperare. Ora in tale stadio par che tutte queste 16 nostre compagnie si avanzino come divise in due gruppi, le società di assicurazione nel primo, le altre nel secondo, ed undici ne annoveriamo in quello, cinque in questo. Nell'uno precede la Società di assicurazioni diverse, ma le si avvicina e quasi la tocca la Compagnia pe' rischi marittimi (i), alla quale tien dietro assai prossimamente la Società a fontina; Dell'altro vince sinora la Banca Fruttuaria. Facile sarebbe assegnare a ciascuna delle rimanenti il suo posto; ma si badi che può esso ad ora ad ora cangiare, come quel degli aurighi gareggianti ne' circhi, e che i secondi spesso diventano primi e i primi secondi. Quindi è che solo notammo le precedenze acquistate per cognita e ben esperimentala vigoria. Ma vogliamo sperare che quando le più giovani Compagnie sarannosi di vantaggio innoltrate, (che ora appena lasciarono, si può dire, i cancelli) procaccino a se emolumento più grande, perché cosi, anche al paese riusciranno più giovatrici che le più antiche non sono; e certo, a voler trarre da' primi passi l'augurio, non altro ne possiamo aspettare che bene.


(1) Così era in Giugno; ma da poco in qua l'ha superata: le azioni della prima costano ora 770, quelle della seconda 778, ed in origine le une e le altre erano di 500 ducati.


Quanto alla durata di esse Compagnie, per lo più èstabilita ad un decennio, con patto di prorogarla di altrettanto. Talune o di 5o o di 6o anni si costituirono il termine; una sola di cento, cioè l'Enologica. La Società di assicurazioni diverse e la Società a tonlina lo lasciarono indeterminato: per questa se ne comprende il perché; dovendo essa finire allora quando la sorte avrà ridotto a 125 le sue 1200 azioni; per quella n'è stato il motivo l'incertezza del tempo in cui venissero a finire i suoi contratti di assicurazione sulla vita: ed è onorevol per lei questa condizione, la quale non chiuderà mai l'adita all'adempimento de' suoi obblighi, comunque sia ritardalo il tempo in cui debbano avcr effetto.


11. e 12. Fondatori e Direttori.


Dalle cifre dovremmo ora passare ai nomi. Ma le nostre avvertenze riuscirebbero inutili a coloro che non li conoscono, agli altri superflue. Queste due colonne del rimanente abbastanza parlano da per loro a chi sa intenderle; e perciò rimandando ad esse i leggitori, non ci rimane che a gittar l'occhio sull'ultima.


13. Considerazioni generali. Conchiusione.


Questo ci pare alla fine il luogo di toccar brevemente dell'amministrazione delle Compagnie in discorso, e della loro essenza ed utilità. a' cittadini che in esse confidano perché moralmente certi di non gettare cosi la loro moneta, facea pur di mestieri una guarentigia diciam cosi materiale, perché meglio venissero rassicurati dell'uso di quella. Ma tal guarentigia non posson eglino altrove rinvenirla che nell'amministrazione di esse Società; la quale più sarà bene architettata nel suo ordinamento, più ponderata ed accorta nelle sue operazioni, e minore dovrà reputarsi il rischio che i soci v'incontreranno. In somma la combinazione più o meno felice de' patti costitutivi d'una di tali Compagnie commerciali, determina a lungo andare la prosperità o l'infortunio di lei;


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e perché si fatta combinazione il più possibile tocchi lo scopo, conviene accoppiare colla maggiore maturità del consiglio la maggior prontezza dell'esecuzione. Or la più parte delle mentovate Società, se non andiamo errati, sciolsero l'arduo problema. La loro amministrazione viene esercitata: 1° Da' soci riuniti in adunanza generale, che si compone di quelli fra essi i quali sono i maggiori azionari, limitati pei altro nel numero da' venti a' sessanta, perché né il soverchio renda la discussione malagevole, né per lo scarso facciasi frode agl'interessi de' più; 2.° Da un consiglio trascelto nel seno degli azionari medesimi, al quale è commessa la spedizione degli affari giornalieri, e che in parte a per intero si rinnova ogni anno; 3.° Da uno 0 più direttori, i quali abitano tutto il potere esecutivo, ed. agiscano in nome della Società; 4.° Da un cassiere con cauzione, perché il danaio sociale tutto passi con sicurezza per le sue mani, e per un pubblico banco, non mai per quelle del direttore. Alla fine dell'anno si presentano i conti all'assemblea generale, e per lo più si rende pubblico mercé la stampa il bilancio. E perché si acquistassero fiducia maggiore le operazioni loro, talune Società sogliono ancora non chiudere altrimenti le loro annuali ragioni che alla presenza d'una pubblica autorità espressamente invitata a prenderne contezza. Ognun vede quanto un tal sistema di amministrazione è acconcio a far sicuri anche i più diffidenti. Aggiugni che d'ordinario gli amministratori sono piuttosto rispettivi e circospetti che arditi, come quelli che vogliono schivare perdita anzi che procacciar lucro; persuasi che delle felici imprese non si avrà ad essi gratitudine alcuna, e delle avverse verranno eglino accagionati. Nel che giace forse un inconveniente annesso a queste Compagnie. Chi amministra il proprio capitale, procede franco ed animoso, poiché avventurandosi a lucrar molto, forza è che soffra con rassegnazione la perdita a cui volontario si espose. Ma l'amministratore d'un. fondo comune, cerca innanzi tratto d'evitar Va censura, e fa soltanto quelle operazioni in cui poco è il rischio, e per conseguenza poca altresì la speranza di guadagnare e poco il guadagno.


E nondimeno dovrebbe, a parer nostro, la cosa andare al contrario; che alle Società converrebbero appunto quelle imprese le quali, per lo gran cimento che vi si corre, non possono convenire a questo o quel privato. La perdita che sostenuta da un solo è importabile, ripartita in moltissimi addiviene leggiera; ond'è che i tentativi ardili sarebbero più che non si crede propri delle grandi associazioni. Quante nuove macchine non s'inventerebbero, 0 non s'introdurrebbero tra noi, quante nuove scoperte non si farebbero se questa massima prevalesse! Ma la contraria sembra anzi tra le nostre Compagnie predominare; il che se limita i loro profitti, almeno fa più sicuro il maneggio delle fortune ad esse affidate.

Quanto all'essenza delle Società anonime commerciali, le cose dette sinora abbastanza debbono averla dichiarata. Ma non sarà vano, riducendole ad oro, il far notare che due sono i cardini su' quali queste macchine girano. 1. Ciascun socio non contrae mai verun obbligo al di là dell'ammontare dilla sua azione, pagata la quale cessa ogni rischio ed impegno di lui. 2. Un socio non risponde per l'altro, né dee pagare per esso ov'egli manchi al pagamento delle sue azioni. In forza di questi due principi costitutivi di ogni nostra Compagnia, ella non espone che il capital risultante dall'aggregato di tutte quelle azioni e non più, nel mentre che può impegnarsi in obblighi di gran lunga a quello superiori, e cavarne pertanto proporzionati emolumenti. Ciò riguarda specialmente le Società di assicurazione, ed in questo appunto consiste il loro vantaggio; poiché sarà sempre per esse determinata la perdita, indeterminato il guadagno. Laonde per tutelare gl'interessi del pubblico la legge richiede che speciale permissione si ottenga e che si sborsi almeno la quarta parte del capitale. Né il Governo quella concede se non quando scorge tale esser questo da far fronte agl'impegni pe' quali possano le Società rimaner compromesse. Il perché utili sono esse a' caratàri non meno che al pubblico. Utili a' caratàri, perché tanti piccioli capitali non sarebbero messi a moltiplico, 0 verrebbero spesi improduttivamente, se esse non li raggruzzolassero;  perché quella somma che ogni agiata persona e prudente suole avere in serbo per le fortuite ed imprevedute necessità della vita,


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invece di tenerla nello scrigno oziosa, anzi pericolosa, ne terrà altrettante azioni, le quali nel!' atto che le procacciano un interesse, son titoli che al primo bisogno può dare in pegno o convertire nuovamente in danaro; e la vicenda dell'abbassamento bilanciandosi con quella dell'elevazione del pregio di esse, rimane sempre all'azionario il profitto dell'interesse del danaro convertito in azione; perché finalmente si apre la via ai possedenti di prender parte ad imprese per le quali non abbiano capacità o tempo sufficiente, e se dispongono di molti beni di fortuna, possono con isvariati collocamenti in più Società compensare il tristo successo dell'una colla prosperità dell'altra. Quanto inoltre sicn essa al pubblico vantaggiose, facilmente il vedrà chi riflette che tendono al evitare lo stagnamento del danaro privato ed a porlo in circolazione; a promuovere lo spirito di economia, giacche quando i piccioli capitali trovano agevole collocamento, non si dissipano improduttivi; a riunire que' grandi capitali che bisognano a' grandi imprendimenti, e che 0 non si trovano in mano de' privati, o non sono da essi arrischiati, poiché n'andrebbe tutto il lor patrimonio; laddove anche la perdita in cui la Società incorra è lieve danno a ciascun di coloro che la compongono, nò verrebbe avvertito, nò verun pregiudizio recherebbe al credito del paese, sempre in alcun modo scosso da' rovesci sempre evidenti delle grandi fortune. Ma ciò che dee principalmente far commendevoli queste Compagnie al Pubblico ed al Governo, è l'amore che ispirano all'ordine stabilito ed all'Autorità da cui sono protette. Poiché il valor venale delle azioni dipende in gran parte dalla conservazione o turbamento di quell'ordine, dal ben essere o angustia di quell'Autorità, egli e chiaro che i posseditori di esse azioni debbono avere interesse alla Stabilità del reggimento sotto il quale si vivono. Qual crollo non darebbero tutti questi commerciali istituti ove la pubblica tranquillità fosse per poco agitala! E però non i facinorosi e turbolenti, se pur ve n'abbian fra noi, prendono parte in essi; ma gli uomini pacifici ed istruiti, i possedenti assennati, ed ogni maniera di rispettabili e rispettate persone.


Seggono particolarmente in que' consigli 'personaggi cospicui, noti per devozione illimitata al Monarca, ed anche del più chiaro sangue; che se la nobiltà onora l'industria, l'industria arricchisce a vicenda la nobiltà. Tacciano pertanto i calunniatori di queste utilissime Compagnie. Se l'economista potrà qualche cosa rimproverare a quelle che unicamente si consacrano a specular su i valori creati, e biasimare l'abuso dell'anticipazione de' soldi che paga il regio erario, chiunque ha fior di senno loderà a ciclo quelle che promuovendo le arti, il commercio, l'industria, ed adoperandosi in cose di pubblica utilità, creano esse valori novelli, ed accrescono la massa della nazionale ricchezza. E s' egli è vero che più ricco e prospero è un paese, e più si affeziona al Principe da cui riconosce il fonte e il patrocinio del suo riposato vivere, certo non si potrà maledire delle associazioni da noi esaminate, se non da coloro al cui animo non parla né vero affetto al Sovrano né alcuna carità del natio loco. d'intelletto e d'avvedimento grossissimi, a supporli di buona fede, gridano essi ai novatori, senza accorgersi che il tempo, come l'appellava il gran Bacone, è il massimo novatore. Noi vedemmo che sin da' primi giorni della Borbonica Monarchia le Società commerciali erano in fiore tra noi; e che so ora presero straordinario incremento, il debbono in ispozieltà al favor generoso dell'augusto pronipote di Carlo III. Vedemmo che posero esse in circolazione presso che due milioni e mezzo di ducati, somma la quale si compone di tante picciole particelle che sarebbero altrimenti rimase ozioso o improduttive. Vedemmo che da ultimo più che ad altro intendono al bene del commercio diffondendo assicurazioni, al bene dell'agricoltura bonificando terreni, al bene dell'industria introducendo novelle macchino e fondando grandiose manifatture. Per tal guisa spargesi nel paese col moto industriale la vita, e se ne accresce necessariamente la ricchezza, la popolazione, la civiltà.

F. L.








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