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IL BANCO DELLE DUE SICILIE (Zenone di Elea, Aprile 2012)

UNITÀ D'EMISSIONE

LIBERO CREDITO

CENNI

SULLA QUESTIONE DELLE BANCHE

DELL'AVV. G. A. PAPA


GENOVA-FIRENZE
1866

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Non vogliamo omettere alcuni ragguagli sul Banco di Sicilia, generalmente poco conosciuto.

Con decreto del cessato governo borbonico di data 7 aprile 1843, furono costituite due Casse di Corte, una a Palermo e l'altra a Messina, come Succursali del Banco delle Due Sicilie, che allora constava delle due Casse di Corte, stabilite a Napoli luna, detta di S. Giacomo, e l'altra di Santo Spirito. Veniva infatti determinato che tutte le disposizioni ed ordinanze vigenti per il Banco di Napoli, dovessero considerarsi operative per le dette due Casse, stabilite nei dominii al di là del Faro.

Autorizzate per queste all'emissione di fedi di credito e polizze, è da notarsi come si disponesse che queste carte bancali siciliane, potessero essere ricevute come contanti dal Banco di Napoli, essendovi espresso che questo è autorizzato a riceverle come tali, mentre le Casse suddette di Palermo e Messina erano obbligate a ricevere quelle del Banco, essendovi espresso precisamente che non potevano rifiutarsi.

Con Decreto 27 settembre 1849 fu decisa l'amministrazione separata delle provincie poste al di qua, da quelle al di là del Faro, e, come conseguenza di questa separazione, fu emanato altro Decreto in data 13 agosto 1850, che pronunziava la divisione delle dette due Casse di Corte siciliane dal Banco delle Due Sicilie.


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Le suddette due Casse presero il titolo di Banco Regio dei reali dominii al di là del Faro. Veniva dichiarato che questo Banco avrebbe eseguito, a somiglianza di quello stabilito a Napoli, indistintamente il servizio della Regia Corte e dei privati, ricevendo cioè qualsiasi somma di denaro, e rilasciando agl'immittenti Fedi di credito o polizze notate fedi, le quali compirebbero in commercio una estesa circolazione, tenendo luogo di quella moneta che trovasi versata nel Banco. Da queste espressioni devesi desumere che i depositanti stessi potessero esigere sempre il rimborso delle fedi ricevute contro la moneta immessa. In quanto però ai giratarii, l'obbligo del Banco di riceverle da essi come contanti, non risulta stabilito; mentre leggesi che le Casse del Banco Regio, sono autorizzate a ricevere come contanti le carte bancali di sua emissione, ed a cambiare vicendevolmente quelle emesse dalle singole due Casse; ma non v'è obbligo espresso né per l'una ne per l'altra cosa.

Gli amministratori regii di Sicilia erano, non solo obbligati a ricevere le fedi, ma ben anche a cambiarle in moneta, qualora però si trovassero avere del numerario in cassa.

Venne prescritta la regolare apposizione delle firme, perché possa essere riconosciuta valida la trasmissione nel titolo, mediante la girata.

I capi delle Amministrazioni regie di Palermo e Messina erano tenuti a dover pagare con polizze notate fedi, e non erano in facoltà di fare alcun esito in numerario; fu posta fuor di vigore la disposizione relativa allo scambio vicendevole delle carte bancali fra i Banchi di Napoli e Sicilia.

Non trovasi però espressa la garanzia del Governo per dette carte bancali, se non si credesse di poterlo implicitamente dedurre dalla disposizione che pone il Banco Regio sotto la immediata dipendenza del Ministro segretario di Stato presso il Luogotenente generale di Sicilia.


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Non trovasi nemmeno disposto a favore delle carte bancali di Sicilia, ciò che godono, in parte anche tuttora, quelle del Banco di Napoli, relativamente agli effetti legali, come equivalenti a contratti od a trasmissioni di proprietà, a meno che non si ritenessero continuate nel Banco di Sicilia queste prerogative, che aveva comuni col Banco di Napoli quando formava parte del Banco delle Due Sicilie.

Con Decreto 27 decembre 1858 vennero stabilite le due Casse di Sconto, annesse alle Casse di Corte di Palermo e Messina sotto la immediata dipendenza del Luogotenente, e sotto la Direzione dei Presidenti delle dette Casse di Corte, fu assegnato alle medesime, come dote perpetua, la somma di un milione di ducati, di cui 550 mila a Palermo e 450 mila a Messina.

Esse scontavano le cambiali, ed anticipavano somme sopra deposito di titoli di rendita dello Stato. Il saggio dello sconto veniva determinato di tempo in tempo dal Luogotenente sulle proposte dei Direttori. Gli utili netti erano destinati ad aumentare il fondo rispettivamente assegnato alle due Casse. Nel 1860 furono ripresi i fondi alla Cassa di Sconto di Messina dal Governo borbonico, per cui dovette cessare di funzionare da quella epoca in poi; a quella di Palermo fu tolto in parte e poscia in parte restituito, ed oggi ascende a L 2,174,818, oltre a L. 380,000 di utili netti verificati a tutto il 30 aprile, anno corrente, nelle operazioni dell'anno, che ora si limitano alle anticipazioni sopra valori.

Il Banco di Sicilia dunque rimane adesso un istituto di deposito a stretto rigore di termini; gli sconti sempre limitati cessarono; si fanno anticipazioni su valori a Palermo.

La somma che trovasi attualmente in deposito nei Banchi regi di Palermo e Messina ascende a circa 25 milioni.


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VI.


Nella descritta condizione non sarebbe proprio luogo a questionare, stando sul terreno del fatto. Da ripetute, spontanee, unanimi deliberazioni degli azionisti convocati nelle rispettive assemblee fu compita la tanto negoziata e disputata fusione delle due Banche e Nazionale e Toscana. Essa, come conseguenza di un contratto fra due stabilimenti che non possedono privilegio, e che hanno pienissimo diritto di formarne uno solo, prende le mosse dal R. Decreto 29 giugno 1865, che approvò l'aumento del capitale della Banca Nazionale da 40 a 100 milioni. Sulle 60,000 azioni nuove 15,000 vennero riservate agli azionisti toscani perché ne approntassero entro il corrente anno 1866. Aspettarono invano questi azionisti che la legge generale nel frattempo proposta circa la Banca d'Italia si votasse; arenò appena uscita dal Senato: è andata con tanti altri progetti abortiti. Adesso ci sembra eccessivo rigorismo il farli aspettare una nuova discussione ed un voto delle Camere, poiché nulla invero si crea di nuovo, non si fa che unire due istituti aventi legalissima esistenza, e padronissimi anche di liquidare, se cosi loro piace. Ma poniamo pure che la fusione richieda, come il Consiglio di Stato vuole, l'intervento del potere legislativo; teniamo per fermo che questo non dubiterà punto di annuire ad un fatto derivante da innegabili diritti privati, e che non ascolterà le affettate invocazioni di massime non violate in alcun modo dal fatto medesimo. Coloro i quali pretendessero impedirlo commetterebbero invece una troppo manifesta violazione della libertà commerciale, recando gravissimo danno alla Banca Toscana. E invero, il nuovo stabilimento formato dalla fusione non si appoggerebbe ad alcun privilegio, neppure a quello delle 60 miglia di raggio goduto dalla Banca d'Inghilterra; tanto meno poi quello dell'esclusiva nell'emissione attribuito alla Banca francese, belga ed a tante altre.


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Anzi dai patti della fusione apparisce che sarebbe tolto il doppio privilegio posseduto dalla Banca toscana, cioè quello del l'oro, e quello del ricevimento obbligatorio de'  biglietti nelle casse dello Stato. Si avrebbe una grande Banca, degna del nome di Banca Italiana, e che oggigiorno i più rispettabili partigiani della pluralità credono necessaria per ogni nazione come centro e fondamento; ma allo stato presente della legislazione nulla si opporrebbe all'impianto d'altri istituti generali o locali, che però finora non apparirono nemmeno in germe, in progetto; sicché non si è ancora dato in Italia il caso d'una Banca formata, proposta, e dal Governo rifiutata. Adesso dunque la discussione sull'unicità e sulla pluralità, sulla libertà e sul privilegio, riesce una semplice esercii azione accademica, poiché il fatto esistente nulla decide e nulla pregiudica. E se in Italia dominasse quello spirito pratico che governa p. e. l'Inghilterra e l'America, dove i poteri dello Stato partono sempre dalla base di fatto, rispettano i diritti quesiti, abborriscono dal discutere leggi somiglianti a trattati od a dissertazioni, e risolvono sempre i problemi di speciale interesse della nazione man mano che si presentano nel corso degli affari, certamente si lascerebbero procedere le cose come stanno, si aspetterebbero i dettami e gl'impulsi di una più lunga esperienza tutta nostra, e si sbrigherebbero intanto altri negozi richiedenti una pronta definizione.

S'imiterebbe così la prudente condotta degli Olandesi, che senza far decisioni dogmatiche pro o contro il privilegio, lasciano di fatto unica la loro Banca da 50 anni, e nemici di ogni illusione economica trovano più vantaggioso impiegar i loro capitali in mille altri affari, che non nella creazione di Banche rivali.

Ma taluni escono in campo protestando che la tregua fra i due sistemi è violata, che se non si è pronunziata una massima si è per lo meno pregiudicata la soluzione futura,


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che se di diritto sussiste la libertà indefinita, havvi il privilegio di fatto, poiché massime dopo l'assorbimento della Banca Toscana nella Nazionale un grandissimo istituto occuperà materialmente la superficie della penisola colle sue Succursali, e renderà almeno difficilissimo ogni tentativo di concorrenza.

Codesta pensata del privilegio di fatto è davvero sofistica. Bene analizzata, si risolve in una ingiustissima censura contro qualunque fattore economico di qualche potenza; sia istituto bancario, sia società commerciale, sia industriale, sia compagnia di piroscafi o di strade ferrate, sia perfino casa privata di traffico. La giustizia vuole dunque che si pronunzi l'ostracismo in odio degli stabilimenti forti? L'eguaglianza si ha da cercare nella comune debolezza? Quando non si gode altro privilegio che quello derivante dalla potenza dei proprii capitali, non si offende né la giustizia né la eguaglianza d'un regime liberale; poiché non si ottiene che un premio corrispondente al risico incontrato. Anche una strada ferrata costituisce un privilegio di fatto; e chi pensa a muoverne querela? Un privilegio di fatto esercitano certamente in forza della loro preponderanza di capitali i Torlonia, i Franchetti, i Meuricoffre, i Deferrari, i Parodi, come i Pereire, i Rothschild ecc.; e nessuno mai sorse a chiedere, e nessuno sognò tampoco di desiderare che fossero sbandeggiati o depauperati, anzi le piazze commerciali dove siffatte case eminenti hanno sede le considerano come utilissimo elemento della comune prosperità e potenza.

Ma, si dice, il Governo non doveva favorire cotale accumulazione di mezzi, di affari, di relazioni collo Stato e col pubblico! Già esponemmo in brevi tratti la genesi politico-economica della principale Banca italiana e de'  suoi rapporti collo Stato; e quindi possiamo francamente domandare — a chi volevate che lo Stato in formazione, fra le continue crisi di questa, si rivolgesse pe' suoi bisogni, e per creare un nucleo di credito nazionale, se non c'era altro che questo di forma e di sostanza conforme all'uopo?


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Volevate forse che in mezzo a così strane vicende, a cosi precipitosi eventi, nel bollore della metamorfosi nazionale, in una specie di caos, mettesse tranquillamente al concorso la Banca come un appalto di carte d'ufficio o di scarpe militari, niun conto tenendo di quella che aveva aiutato il Governo subalpino allora in via di diventare italiano, ovvero aspettasse con flemma la nascita spontanea di qualche dozzina di altre Banche? Codesti supposti non si discutono; e se ora abbiamo privilegio di fatto, certamente proviene da indeclinabile necessità di fatto, politica ed economica. Del resto non saprebbesi intendere ormai dove vadano a parare praticamente queste censure. Pretendesi forse che in omaggio alla pretesa libertà ed eguaglianza venga soppressa o circoscritta ad una provincia la Banca Nazionale, e che così distruggasi quanto fu creato da 16 anni di lavoro? Non lo crediamo davvero; eppure in Italia realmente regna una certa mania di fare e disfare con perpetua vicenda; e quando si possiede qualcosa di organizzato e di solido, il primo pensiero che passa per la mente a taluni si è quello di demolire accanitamente pel gusto di rifabbricare su nuovi disegni, e non monta se migliori o peggiori. Se duriamo così, la nazione in molti ordini suoi principali sarà condannata a vivere la vita d'una eterna crisalide! Opera santa è censurare l'amministrazione, notare difetti, indicare e chiedere riforme; e la vorremmo adoperata anche intorno alla Banca Nazionale, ed ora come altre volte la seconderemmo volentieri occorrendo; ma v'ha pur troppo chi non conosce altri strumenti di migliorìa, di ristauro che il piccone e la mina! Ripetiamo frattanto che il regime vigente in materia di Banche rende oziose queste disputazioni; e se altri









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