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Fonte:
La rivista del manifesto - Numero  14  febbraio 2001

`Populismo' storiografico

IL PRESENTE COME ANTISTORIA

di Giovanni De Luna  

1.Definito da un lato dai suoi rapporti con il mondo della politica, dall'altro da quello con i mezzi di comunicazione di massa, l' `uso pubblico della storia' è una delle più significative coordinate al cui interno opera lo storico della contemporaneità. Anzi, i media si sono così profondamente insinuati nella comunità scientifica da costituirne le infrastrutture di base, sostituendosi in questo ai circuiti accademici e istituzionali; i luoghi di riflessione e di discussione collettiva interni alla professione (le riviste, in particolare, da sempre lo strumento adottato per lo scambio di informazioni tra storici sulle rispettive ricerche) si sono paurosamente rarefatti, condannando lo storico che desidera comunicare con i colleghi a utilizzare mezzi `esterni' come i quotidiani, la televisione, le reti telematiche.


È cambiato anche lo strumento/libro. Il successo di massa che consacra su questo piano le opere storiche scritte da grandi studiosi, il modo in cui in quegli spazi si costruiscono le reputazioni dei vari autori dimostrano come oggi l'attività dello storico si prolunghi ben oltre il confine rappresentato dalla stesura del racconto finale della sua ricerca per confluire nelle grandi reti della distribuzione editoriale e del mercato librario.


Diventa quindi pienamente condivisibile il rifiuto di Nicola Gallerano a un'opposizione netta, e non mediabile, tra le pratiche professionali della storia e il campo vastissimo del suo `uso pubblico'. Gallerano aveva in mente essenzialmente la distinzione avanzata da Habermas che contrapponeva agli obbiettivi etico-politici («costruire il consenso attorno a alcuni valori decisivi per la convivenza civile») dell'uso pubblico della storia, l' attività scientifica, in cui lo storico «usa la terza persona, prende le distanze dall'oggetto indagato e controlla i propri pregiudizi».


Più che ritrarsi scandalizzati dall'uso pubblico della storia, occorre in realtà considerarlo l'ambito complessivo in cui si svolge oggi il mestiere dello storico, definendone di volta in volta le caratteristiche che assume nelle varie fasi. In questo senso, nei suoi lineamenti attuali esso è riconducibile al decisivo punto di svolta degli anni venti e trenta del Novecento, quando cominciò a diventare diffuso e incisivo l'uso dei mezzi di comunicazione di massa.


Si delineò allora una gigantesca arena (in cui si combatteva per il presente nel nome del passato) nella quale confluirono i mezzi di comunicazione di massa (giornalismo, radio, tv, cinema, teatro, fotografia, pubblicità), le arti, la letteratura; luoghi come la scuola, i musei storici, i monumenti, gli spazi urbani; istituzioni formalizzate (associazioni culturali, partiti, gruppi religiosi, etnici e culturali); le aziende e altri soggetti economico-finanziari, tutti pronti a fornire una lettura della storia a partire dalla memoria del gruppo rispettivo.


2.Essere scaraventato in quella grande arena ha significato molto per lo storico: ha influito sui metodi del suo lavoro, sul modo di avvicinarsi alle fonti, sui modelli da utilizzare nella trasmissione del suo sapere. Ha comportato anche, è bene esserne consapevoli, una complessiva democratizzazione della conoscenza storica. Oggi, nell' arena dell'uso pubblico della storia può affiorare sempre un frammento di mercato che richiede una diversa codificazione dell'interpretazione storica, una minoranza etnica, un'appartenenza sessuale, un segmento sociale i cui bisogni di storia andranno soddisfatti con riferimenti specifici e irripetibili per altri interlocutori.


Su questo versante si delinea la possibilità che, con l'irruzione dei media, il dibattito sulla storia possa essere scardinato dagli arcana imperii per occupare la ribalta sotto i riflettori che illuminano ormai una molteplicità di luoghi di elaborazione e costituzione della memoria storica e della identità collettiva.


Pure, c'é un aspetto specifico (riferito proprio alla congiuntura che stiamo vivendo) che rende il terreno dell'uso pubblico della storia particolarmente funzionale allo sviluppo delle tesi revisioniste. È questa, a mio avviso, l'ottica in cui occorre guardare all'accoppiata revisionismo/progetti politici, e, in Italia, a quella tra revisionismo e passaggio alla Seconda Repubblica.


Non si tratta di una sorta di `prostituzione' della storia ma di una specifica forma di storiografia, un `discorso' che si affianca agli altri con una capacità di penetrazione e di diffusione inversamente proporzionale allo spessore delle ricerche storiche che lo alimentano. Quanto è scritto negli articoli sul «Corriere della Sera» non differisce qualitativamente da quanto gli stessi autori scrivono nei propri saggi e nei propri libri. Perciò non ha senso considerare le loro tesi come materiale d'accatto, prive dei requisiti indispensabili a qualificarle come ipotesi storiografiche compiute.


Non c'é nessuna `separatezza' tra il Galli della Loggia articolista del «Corriere della Sera» e l'autore de La morte della patria, membro autorevole del mondo accademico; tra le pagine del quotidiano e la comunità scientifica c'è un continuo rispecchiamento e le stesse argomentazioni rimbalzano senza soluzione di continuità dall'uno all'altra, travolgendo gli steccati che invano Habermas si è sforzato di costruire.


Piuttosto, a marcare le caratteristiche specifiche del revisionismo è il fatto che quel tipo di `discorso' storiografico ricerca una propria legittimità soprattutto con la sua straordinaria efficacia nel costruire il senso comune, nell'alimentarlo, nel modellarlo. In questo senso il revisionismo è più significativo per la sua capacità di funzionare – attraverso i giornali – come `agente di storia', nel presente, che per il contributo che porta all'incremento della conoscenza storica del passato che racconta.


Era il progetto intellettuale dell'ultimo De Felice, il senso compiuto del suo appello a farsi `storici della gente', a identificare i propri nemici in un ceto intellettuale che, scriveva De Felice, «ha coniugato l'autocommiserazione con la denigrazione di un popolo che non conosce o al quale attribuisce i tratti più adatti a marcare la propria differenza». I `revisionisti' tendono oggi a parlare in nome di questo `popolo', assecondandone umori, comportamenti, pulsioni.


È un intento che affiora nei loro stessi percorsi metodologici segnati dall'eliminazione di ogni filtro teorico, dall'assunzione acritica dell'autorappresentazione intenzionale che segna le testimonianze su cui lavorano, da una storia che spesso è scritta `a livello delle fonti', come pura parafrasi dei documenti. Non più quindi lo storico che si identifica in una `scuola', in un partito, ma lo storico che - attraverso i giornali - si rivolge direttamente `alla gente', senza mediazioni, in un rapporto diretto che scavalca tutte le articolazioni e le complessità di un progetto intellettuale.


Ed è oggi con questo storico della gente che si è chiamati a competere nell'arena dell'uso pubblico della storia, lungo una strada in cui si può riaffermare la propria diversità – se non la propria superiorità intellettuale – soltanto con il ritorno alle fonti, con l'accentuazione del ruolo strategico delle `prove' utilizzate nel proprio discorso e ribadendo il nocciolo razionale della narrazione storica. Anche questa è una partita di grande impegno civile.


Come ha ricordato Kula, «Emanuel Ringelblum, nel ghetto di Varsavia, non scrisse la storia del ghetto, ma ne conservò le informazioni e i materiali più diversi (le ordinanze delle autorità naziste, le lettere, le tessere alimentari, le fasce con le stelle di David), e li seppellì in contenitori metallici per il latte». È questo il versante lungo il quale `il passato non deve passare'; non più la pulsione totalitaria dello stalinismo o del fascismo ma una riscrittura del passato che disdegna le `prove' è diventato oggi il nemico civile contro cui combattere .




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