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Corriere della Sera - Domenica 22 agosto 2004

Se Cavour ci avesse ripensato
accordandosi con i Borbone
La confederazione fra due Stati gemelli fondata su un patto di alleanza
allo scopo di evitare una guerra di secessione all'americana fra Nord e Sud
di SERGIO ROMANO

Quando uscì da palazzo Cavour il 5 giugno del 1861, Vittorio Emanuele Il borbottò nell'orecchio di un gentiluomo di corte: «Non riuscirà a superare la notte». Affondato tra i cuscini in un a stanza troppo calda e semibuia, il conte aveva riconoscere, ma si era rapidamente smarrito in un lungo monologo. Sembrava assillato da due questioni su cui tornava ossessivamente: la guerra di secessione americana, scoppiata in aprile quando i confederati degli Stati meridionali avevano espugnato Fort Sumter, e le condizioni, del vecchio Regno delle Due Sicilie.


Quando pensava all'America diceva: «Non capisco... non capisco ... ». Quando il pensiero tornava all'Italia del Sud e ai napoletani, si commuoveva: «Non è colpa loro, poveretti, sono stati cosi. mal governati. E' colpa di quel furfante di Ferdinando... Li governerò con la libertà e mostrerò ciò che dieci anni di libertà possono fare in queste belle regioni. Fra venti anni saranno le province più ricche d'Itala». Intorno a lui il medico e gli amici lo guardavano disperati.


Uscendo dal palazzo il medico bisbigliò al maggiordomo: «Temo una crisi nel mezzo della notte. Chiamatemi appena succede».Ma Cavour sprofondò nel sonno e dormii sino all'alba. Quando si svegliò era debole, ma lucido e quasi completamente sfebbrato.


Dopo avere controllato la febbre e i battiti del polso il dottore non credeva ai suoi occhi. Il malato continuò a sonnecchiare. 'Verso le cinque e mezzo del pomeriggio il maggiordomo gli annunciò padre Giacomo, parroco della Madonna degli Angeli che aveva riceduto la sua confessione due giorni prima.


Quando entrò nella stanza Cavour si mise a sedere sul letto e gli disse sorridendo: «Buongiorno, frate»; e poi, strizzandogli un occhio: «Libera Chiesa in libero Stato!».La convalescenza durò tre settimane. Nel suo ufficio, quando tornò al lavoro, Cavour trovò gli stessi problemi di cui si era occupato sino al giorno (il 29 maggio) in cui era stato improvvisamente colpito da conati di vomito, brividi di freddo e una sete morbosa.


Occorreva decidere la sorte dei corpi garibaldini (assorbirli nell'esercito o scioglierli?), definire la forma dello Stato unitario (regime centralizzato e prefettizio o autonomie comunali?), finanziare i lavori del Moncenisio e l'ampliamento della flotta, fare pressioni su Napoleone III perché riconoscesse il regno e mandasse un ambasciatore a Torino.

IN REALTA'
Si scatenò la caccia al ribelle

Cavour moti il 6 giugno 1861, dopo soli due mesi dalla proclamazione del Regno d'Italia (17 marzo),  lo statista non fece a tempo ad affrontare i problemi dell'unificazione. Il tentativo di restaurazione del regno borbonico di José Boijes, generale catalano, fallì miseramente. Il 7 dicembre 1861 i ribelli furono catturati e fucilati il giorno seguente a Tagliacozzo. Francesco II di Borbone visse in esilio prima a Roma, poi ad Arco di Trento, dove morì nel 1894


Ma nelle sue conversazioni con i consiglieri più intimi (Isacco Artom. e Costantino Nigra) la sua attenzione tornava continuamente ai due temi che avevano occupato la sua mente nei giorni della malattia: la guerra civile americana e le condizioni del Sud. Voleva essere aggiornato, esigeva rapporti quotidiani, chiedeva che gli fossero segnalati gli articoli più interessanti sulla stampa nazionale e internazionale.


Quando Artom, verso la metà di luglio, gli disse che l'esercito dell'Unione era stato sconfitto dai confederati qualche giorno prima a Bull Run in Virginia e che gli unionisti si erano ritirati in disordine verso Washington, ascoltò attentamente con espressione accigliata se dire parola.


Quando Nigra gli riferì che alcuni passi di zone montagnose in Basilicata, Calabria, Irpinia e Molise erano stati occupati bande di briganti e che la bandiera bianca Borbone era riapparsa nei villaggi, Cavour le notizie su un legittimista spagnolo, Jose Borjes, che era sbarcato in Calabria più d mese prima e sì era unito ai gruppi di Carmine Crocco.


Verso il 20 luglio ricevette il gene Enrico Cialdini, da poco nominato luogotenente di quello che era stato sino a un anno prima il Regno delle Due Sicilie.Cialdini gli disse che occorreva rafforzare il dispositivo militare nel Sud, soprattutto in Calabria e in Basilicata, perché i briganti diventavano sempre più aggressivi e meglio organizzati.


Cavour gli consigliò bruscamente di mettersi d'accordo con il ministro della Guerra. Nel corridoio Cialdini incrociò Nigra. «Mi è sembrato di cattivo umore» gli disse. «E' sempre così quando si parla del Sud» rispose Nigra.In ottobre Cialdini cedette l'incarico ad Alfonso Lamarmora.


Con lui il presidente del Consiglio fu esplicito. «La situazione nel Sud ﷓ gli disse ﷓ non mi piace e non ho nessuna intenzione di lasciarmi imprigionare in una guerra di tipo americano. Le do tre mesi per capire quello che sta succedendo. In dicembre decideremo».


L'8 dicembre BorJes fu catturato mentre stava cercando di raggiungere a Roma l'ultimo Borbone di Napoli, Francesco II. Lo avevano trovato in una cascina, nei pressi di Tagliacozzo, con un gruppo di briganti, lo avevano stanato con alcune raffiche di fucileria e passato per le armi poche ore dopo dopo. Il ministro della Guerra, trionfante, portò la notizia a Cavour. «E' una vittoria» gli disse. «No ﷓ rispose Cavour ﷓ è soltanto un episodio».


Pochi giorni dopo disse a Nigra che voleva parlare con Massimo d'Azeglio. Tutti sapevano che d'Azeglio era contrario all'annessione del Sud e che lo aveva detto esplicitamente nelle 60 pagine di un opuscolo intitolato Questioni urgenti, pubblicato pochi mesi prima. Ma era la voce isolata di un uomo politico intelligente e stravagante che aveva alternato gli incarichi di governo ai piaceri intellettuali della scrittura e della pittura.


La conversazione avvenne verso la metà di gennaio ed ebbe per tema l'opuscolo dei mesi precedenti. D'Azeglio era convinto che tra le regioni dell'Italia centrosettentrionale e quelle dell'Italia meridionale le differenze culturali, le diverse tradizioni e gli interessi sconsigliassero l'unità. Spiegò a Cavour che la soluzione migliore sarebbe stata l'unione personale di due regni sotto la corona di Vittorio Emanuele II.


I due Stati avrebbero avuto lo stesso re, ma ogni Stato avrebbe conservato le proprie leggi e burocrazie, i propri regimi doganali e sistemi economici.


Cavour stette ad ascoltare attentamente fino a quando, all'improvviso, come se parlasse a se stesso, esclamò: «Perché, invece, non richiamiamo sul trono Francesco Il?». «Ma in questo caso ﷓ replicò d'Azeglio ﷓ non sarebbe una unione».


Cavour cominciò a immaginare alcune formule istituzionali: un «patto di fratellanza» fra i due﷓Stati, un governo per gli affari,comuni, un accordo segreto perché il ministro degli Esteri e quello della Guerra venissero sempre scelti da Torino.L'Operazione fratellanza, come fu chiamata in codice, cominciò nei giorni seguenti. 


D'Azeglio fu mandato a Roma per un primo  abboccamento con Francesco Il. Nigra andò a  Parigi e a Londra per ottenere l'appoggio francese e inglese. Bettino Ricasoli e Marco Minghetti ebbero l’incarico di prendere contatto  con i rappresentanti della Santa Sede. Fu necessario convincere Garibaldi, pagare parecchi mediatori e prendere a carico del governo  di Torino, in segno di buona volontà, le spese  dei Borbone a Roma. 


Ma alla fine l'accordo fu raggiunto e Francesco 11, come convenuto, indirizzò un proclama in cui chiese ai suoi «bravi» di deporre le armi e tornare a casa. Era il 17 marzo 1862, un anno dal giorno in cui il parlamento di Torino aveva proclamato Vittorio Emanuele Il re d'Italia.


Cinque anni dopo, nell'ottobre del 1867, l'ambasciatore d'Austria chiese di essere ricevuto da Cavour, ormai installato a Firenze, e gli comunicò che Francesco Giuseppe avrebbe annunciato di lì a poco la nascita di una unione austro﷓ungarica simile a quella fra l'Italia centro﷓settentrionale e l'Italia meridionale. «La nostra è una unione personale ﷓ disse l'ambasciatore ﷓ ma tenevo a dirvi che abbiamo copiato alcune delle vostre soluzioni».


Cavour governò per altri due anni. Nel settembre del 1869, dopo una difficile riunione alla Camera, ebbe una crisi molto simile a quella del 1861.


Questa, disse a se stesso, è la volta buona. Volle congedarsi dai suoi amici e collaboratori. Erano tutti in piedi intorno al suo letto quando uno di essi, Quintino Sella, gli chiese improvvisamente: «E Roma? Che cosa dobbiamo fare?».


Prima di rispondere Cavour lo guardò a lungo. Poi disse con un filo di voce: «Pensateci, pensateci bene».


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Cavour ci avesse ripensato

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