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Risposta di Francesco II

ai delegati delle città di Napoli e di Palermo,
delle Provincie Continentali ed insulari del Regno

Quando ci è pervenuta l'immagine riproducente la risposta di Francesco II ai delegati di Napoli e di Palermo, le prime parole che ci son venuite in mente sono state quelle del famoso manifesto sul revisionismo e siamo andati a ripescarlo tra le migliaia di files che riempiono il nostro computer.


"I disinvolti "distruttori" del Risorgimento non fanno riferimento a fonti, non vanno negli archivi, non aprono opuscoli polverosi. Non ne hanno bisogno. Ciò che devono dimostrare l'hanno già in testa; e prescinde da quella ricerca della verità che è connaturata al mestiere dello storico."


Se ricordiamo bene venne pubblicato come editoriale da La Stampa. 


Ringraziamo l'amico Nicola da Bari, per avercela inviata: gli archivi polverosi pretendono di essere aperti e proprio da quelli che ci accusano di non farlo (ci piacerebbe sapere, ad esempio, quanti di questi soloni hanno provato a leggere le carte del brigantaggio, per proseguire l'opera di Molfese).


Noi, gli "opuscoli polverosi" abbiamo cominciato ad aprirli e da diversi anni.


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La storiografia patria ce lo ha consegnato come Franceschiello, sottoponendo la sua figura e quella dell'intera dinastia borbonica ad una vera e propria damnatio memoriae.

Zenone di Elea



Stemma Due Sicilie


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Tratto da La Stampa, 20 settembre 2000

Manifesto sul revisionismo

(Il neretto è nostro)

Riscrivere la storia dell'Italia risorgimentale: è questo, non da ora, uno degli obiettivi di una parte - la più integralista - del mondo cattolico italiano. Riscriverla, per rovesciare i giudizi su Cavour, su Mazzini, su Pio IX.


Per dire che il popolo italiano, quello vero, è stato spettatore attonito, e spesso accigliato, del processo unitario. Che il cattolicesimo, autentico collante della nazione, è divenuto lo spauracchio delle classi dirigenti liberali. Per celebrare i fasti dell'Italia arretrata e paternalistica degli antichi Stati regionali.


Insomma: riscrivere la storia dell'Italia risorgimentale, ancora una volta, per fondare una nuova memoria culturale. Funzionale, è appena il caso di sottolinearlo, alla "verità" rivelata.


Si tratta di un'impresa probabilmente legittima sul piano politico e ideologico, ma apertamente strumentale.


Ogni parte che abbia un fondamento di massa si misura prima o poi col bisogno di bruciare i libri di storia e di scriverne di nuovi. Ma tutto ciò non ha niente a che vedere con la storiografia, con la ricerca scientifica, con il bisogno, proprio di ogni studioso, di mettere insieme le tessere del mosaico perduto del passato per capire davvero che cosa sia accaduto.


I disinvolti "distruttori" del Risorgimento non fanno riferimento a fonti, non vanno negli archivi, non aprono opuscoli polverosi. Non ne hanno bisogno. Ciò che devono dimostrare l'hanno già in testa; e prescinde da quella ricerca della verità che è connaturata al mestiere dello storico.


Noi crediamo che l'esercizio, in senso laico e non confessionale, della ricerca e del racconto della storia, sia ancora un formidabile antidoto contro la distruzione delle coscienze e contro il proliferare dei luoghi comuni ideologici, dispensati ormai alla stregua di un qualunque bene di consumo di massa.


E lo diciamo non perché pretendiamo di sapere come è andata davvero nel Risorgimento; ma, viceversa, proprio perché sentiamo di non conoscere abbastanza.


Proprio perché - sotto l'incalzare della contemporaneità - percepiamo il bisogno di scavare, di capire, di studiare ancora. È questo, in fondo, l'unico modo serio di essere "revisionisti".


Giuseppe Galasso, Massimo L. Salvadori, Nicola Tranfaglia, Maurizio Viroli, Roberto Balzani, Sauro Mattarelli, Luigi Mascilli Migliorini, Gerardo Marotta, Antonio Gargano, Maurizio Ridolfi


(Tratto da La Stampa, 20 settembre 2000 - pubblicato dopo il Meeting di Rimini del 2000)

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