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DUE SICILIE - Anno IV - Numero 2 - Marzo 1999 - 139° anno di occupazione

GIURAMENTO SACRO

Il fenomeno di un popolo che in notevole misura si rivolta contro sé stesso e la propria patria è un fenomeno infernale e scoraggiante, foriero di ogni possibile sventura civile.


Comunemente si ritiene che le gravi emergenze sociali costituiscono il problema principale del Sud, ma questo è assolutamente falso. Il problema principale del Sud è la mancanza di una coscienza civile, perché se c'è una coscienza, rimboccandosi le maniche, animati dall'amor proprio, la forza e l'intelligenza di rimediare alle difficoltà materiali si trova. Se invece non c'è coscienza civile, allora non rimane che emigrare, portandosi dietro l'incivile avversione verso la propria terra o attendere eternamente le elemosine dagli altri.


A questo punto credo sia necessario cercare di capire le ragioni di questo sradicamento che ha colpito gravemente i meridionali. Ovviamente in questa sede accennerò solo ad alcuni aspetti.


La prima considerazione da fare è che questo fenomeno è iniziato, presso le classi colte del Sud, da almeno due secoli, da quando cioè ci si è rivoltati contro le tradizioni patrie per ricercare altrove le improbabili sorgenti della civiltà. È evidente poi che questa tendenza perversa, non contrastata, si è dilatata a dismisura, divenendo patrimonio genetico, e contagiando infine anche le masse. Tuttavia è solo negli ultimi decenni che il risentimento antisudista dei meridionali si è costituito in vera e propria ideologia e modo di essere. È evidente che in questo processo di alienazione intellettuale la storia, o meglio la storiografia, ha avuto un peso determinante.


I meridionali succhiano dal latte materno, prima ancora che dalla scuola, l'intimo convincimento che la storia del Sud fino al Risorgimento è stata del tutto negativa. Sorvolando sul periodo borbonico, che è addirittura considerato come il termine fondamentale di paragone per significare qualcosa di assolutamente incivile, le epoche precedenti sarebbero state una serie di rovinose dominazioni straniere. Poi sono venuti Garibaldi e Vittorio Emanuele ed un raggio di luce avrebbe finalmente rischiarato il Sud, producendo una ventata di presunto rinnovamento che ha visto la partecipazione determinante di molti autorevoli personaggi meridionali. Almeno questa «epopea», dunque, dovrebbe costituire un motivo di orgoglio per i meridionali, invece non difendono nemmeno questo periodo. La ragione è semplice: se da un lato la scuola magnifica le «gesta» di Garibaldi, dall'altra la memoria familiare ha impresso nell'animo le sofferenze e le miserie economiche e sociali di quest'ultimo secolo.


Apparirebbe una contraddizione, ma la storiografia ha pronta la giustificazione: il Sud paga ancora il retaggio disastroso dei secoli passati. Allora si può comprendere perché nell'immaginario collettivo dei meridionali il quadro sia veramente sconfortante.


Se nemmeno l'epopea garibaldina, che viene assunta a modello delle imprese generose della storia, non è riuscita a porre alcun rimedio, allora si comprende perfettamente la sfiducia e la rassegnazione definitiva dei meridionali.

I Meridionali pertanto non hanno nel loro interno alcun riferimento storico positivo in riferimento alla propria terra.


La memoria di un grande passato può far sopravvivere fiero e rispettato il piú disastrato dei popoli. I barbari andavano fieri delle tradizioni insignificanti dei loro popoli perché avevano una grande energia interiore e dunque difendevano a spada tratta ciò che era loro. Il meridionale, invece, nella sua testa e nel suo cuore non ha totalmente nulla. Questo cancro, che per la verità ha colpito tutta l'Europa, ha annichilito particolarmente il Sud, per le circostanze storiche disastrose del 1860.


Certo ci sono molti meridionali che si sforzano di raccontare la verità. Ci dovrebbe essere dunque un risveglio, uno scatto di orgoglio dinanzi alla scoperta sconvolgente della menzogna in cui ci hanno costretti. Invece la stragrande maggioranza dei meridionali giudica i «borbonici» con una sufficienza estrema, perché ritengono che i loro sforzi appassionati sono paradossalmente una conferma della realtà storica negativa del Sud. Giudicano i discorsi storiografici «filoborbonici» come una finzione patetica nel tentativo disperato di recuperare qualcosa di positivo nella storia del Sud.


Dinanzi a questo panorama di rovine e di macerie cosa rimane da fare? Giurare odio eterno contro la menzogna risorgimentale. Dobbiamo dunque concentrarci e consacrarci totalmente alla lotta antirisorgimentale, nella considerazione che il risorgimento è il male assoluto.


Dobbiamo parlare, scrivere, predicare, seminare, martellare, senza stancarci mai, senza temere di apparire alla lunga noiosi. Dobbiamo solo ed esclusivamente dire la verità, senza esagerazioni, e dunque squadernare cosa è stato il risorgimento e mostrare la grande dignità e grandezza del nostro passato storico. E poi dobbiamo a tutti i costi sfornare libri. Nei meridionali qualcosa di positivo è pur rimasto. Ebbene uno di questi aspetti positivi è il fatto che i meridionali hanno ancora istintivamente il mito della cultura. Per un meridionale uno che ha scritto un libro è degno di rispetto e di ascolto.


Dobbiamo far comprendere ai meridionali che la causa del Sud è difendibile. Se mostreremo loro l'esempio di un impegno costante ed appassionato a difesa del Sud nei loro animi si farà strada il convincimento che in questa causa c'è necessariamente qualcosa di difendibile.










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