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Antonio Nicoletta ci ha inviato alcune risposte di Granzotto ai lettori de "Il Giornale", la prima recente del 24 maggio 2005 e la seconda risalente al 24 aogosto 2003. Ringraziamo l'amico e collaboratore per queste due segnalazioni, la nostra intenzione è fare di questo sito un'opera corale a cui ognuno possa dare un contributo fattivo sia inviando materiale proprio sia inviando materiale di altri - ovviamente ci riserviamo il diritto a non pubblicare nel caso vi siano impedimenti di qualsiasi natura (copyright o altro).


Le risposte di Granzotto: 

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Caro webmaster, ti invio due contributi tratti da "Il Giornale". Visto che sono già stati pubblicati sul giornale, potresti riportarli sul tuo sito.

Saluti
Antonio
Tratto da:
La parola ai lettori - il Giornale  Martedì 24 maggio 2005

Cari padani potevate pensarci prima

Con riferimento all'articolo "Dalla Crimea all'lrak: le cause giuste dell'Italia" (su Il Giornale, 11/05/05), noto ricomparire con la primavera il suo prorompente "spirito"  anche se un po' sulla difensiva italopatriottardo. dottor Granzotto. Come al solito, lei non cita alcun riferimento bibliografico e, a parte la poco edificante storiella unitaristica persevera nel celebrare il solito rito itaglione (volutamente con la g) tricolorito.


Condivido le perplessità del lettore Corradini relative all’inutilità di intraprendere azioni belliche che lo Stato italico  non nazione  non ha mai saputo affrontare (si studi la Storia, dottor Granzotto). Ricordandole che tutto  allora come adesso  si è svolto per italico e solido senso d'opportunismo. la pregherei di fare ameno ammenda per tutti quelli che in Crimea vi morirono poiché obbligali da un'assurda costrizione alla leva voluta dai Savoia.


Anche per questo  e non solo  non si percepisce alcun "senso" patriottico per un'entità statuale subita (e nel modo peggiore) e oppressiva. Si eviti, dunque. ulteriori figuracce da vicepresidente italopatriottardo ben remunerato.


[lettere firmata],   Novara


Augurandole Padania Libera e una benefica Secessione. lei, gentile lettrice. mi ricorda Aristide Manni, 1'anziano gentiluomo che si batteva per il ritorno alla illuminazione a gas, sostenendo che 1'elettricità era una «porcheria» (così la definiva) inventata dai fabbricanti di lampadine per vendere il loro prodotlo.


Ciascuno ha i suoi ideali, chi l’illuminazione a gas e chi 1'Europa eurolandica: il suo è la Padania libera o indipendente, che male c'e? Però non mi venga a dire  - a me!  - di esibire i «riferimenti bibliografici, le note, quelle che don Benedetto Croce chiamava cacchette di mosche. Scusi la franchezza: se le trovi da lei, le cacchette.


Non serve avere una biblioteca. le basta il sussidiario per gli alunni della quinta elementare o anche un Bignamino. La storia, signora mia. pup essere e anzi deve essere interpretata, ma i fatti sono fatti. Capisco che da tosta padana lei non giunga a percepire 1'eventuale senso patriottico «per una entità statale subita nel modo peggiore  e oppressiva», ma scusi tanto, chi ci diede dentro come un matto per raffazzonare quell'entità statale?


Vado errato, lettrice gentilissima, o la razza padana prima scodinzolo ai piedi di Napoleone tirandogli su perfino un arco trionfale, poi mise in scena le Cinque Giornate con Porta Tosa e tutto il resto, poi il grido di dolore rivolto mica a Odino o a Teutate. ma a Vittorio Emanuele II di Savoia, poi diede l'arrembaggio alla «Lombardo» e alla «Piemonte» del cavalier Rubattino per contribuire a mettere nel carniere dell’entità statale anche i picciotti?


Ma dico, di dove erano i fratelli Cairoli, di Cuneo? No, erano di Pavia. E Narciso e Pilade Bronzetti orano mantovani. Francesco Nullo di Bergamo, Giuseppe Sirlori di Castelnuovo Brianza, Giuseppe Missori milanese (quanto meno d'adozione), Giacorao Medici, milanese anch'esso. E tutti «italopatriottardi».


Scampaste la Crimea, questo è vero, ma a Porla Pia perepe perepe perepe: tutti dietro a Lamarmora e a passo di corsa. Non so se per “italico” (o padanico, I'e istess) senso dell’opportunismo o per passione ideale, ma una volta presa Roma Ladrona vi ci siete sistemati a vostro bell'agio.


Ora a qualcuno di voi e venuta la fregola di mandare tutto a monte, procedere a una bella secessione e fondare il libero Stato della Padania. Be', gentile lettrice, potevate pensarci prima. Se lo lasci dire da un vicepresidente patriottardo ben remunerato (a proposito. sarebbe tanto gentile da ricordarmi cosa vicepresiedo? E indicarmi presso chi riscuotere, con gli arretrati, la lauta remunerazione? Grazie): potevate tenervi Radetzky invece di dargli tanti dispiaceri che un altro po' me lo . facevate morire di crepacuore.


Paolo Granzotto

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Tratto da:
Il Giornale, 24.08.2003

Unità d'Italia: il fine non giustifica i mezzi

Le sue periodiche risposte a domande inerenti l'annessione del regno delle Due Sicilie alla corona sabauda sono di grande interesse essendo state quelle vicende raccontate nelle aule scolastiche in modo sommario e decisamente partigiano. Ma sembra che abbiano lo scopo di rimettere in discussione il processo unitario e quindi il concetto stesso di nazione. Dove vuole arrivare dottor Granzotto? Non sarà mica il gosth writer di Umberto Bossi per caso? Ciò che dice su Gaeta e Civitella non si discute, ma non potrebbe ogni tanto ricordare che l'Italia è una per la passione, il sacrificio, gli ideali degli italiani?


[lettere firmata], Torino 

Lo vorrei, caro C.. Ma prima di spiegarle il perché, devo precisare che non è nelle mie intenzioni, si figuri, mettere in discussione il concetto di nazione. L'Italia è fatta e ce la teniamo. Poteva esser fatta in modo diverso, ma non siamo qui a piangere sul latte versato. Fatta l'Italia e fatti gl'italiani (siamo fatti, no?) trovo sia non giusto, ma doveroso raccontare bene, per filo e per segno, senza reticenze e parzialità, come andò. Perché solo consapevoli del nostro passato possiamo comprendere il nostro presente. Certo, fa male venire a sapere che la cara nonnina morta in odore di santità fu al contrario di coscia lesta e generosa. Ma se quella è la verità, tanto vale prenderne atto.


Lei dice la passione, il sacrificio e gli ideali degl'italiani. Quali? Quanti? Nessuno nega quei sentimenti che però furono coltivati in una cerchia ristrettissima, ancorché animosa. Nei confronti della quale tutti noi, io per primo, professiamo ammirazione e riconoscenza per il gran da fare che si diedero, anche a prezzo della vita, al fine di realizzare l'Italia una e indivisibile (che tuttavia doveva fermarsi a Firenze o poco più giù. Il sud -terra di barbarie, qualcosa peggio dell'Affrica, con due effe, secondo Farini che così giudicava i meridionali: «I beduini, a riscontro di questi caffoni, sono fior di virtù civile»- se lo ritrovarono, patata bollente, fra le mani grazie a Peppino Garibaldi).


Tuttavia, nonostante i loro generosi intenti, nonostante gli eroismi, senza le tre «esse», non avrebbero cavato un ragno dal buco. O lo avrebbero cavato chissà come e chissà quando. Fu Bismarck, uomo pratico, con una chiara visione della realpolitik e delle sue implicazioni, a indicare nelle tre «esse» -Solferino, Sedan, Sadowa- le svolte che permisero di «fare» l'Italia. Solferino, 24 giugno 1859: grazie al determinante apporto delle baionette francesi le schiere sabaude vincono gli austriaci che cedono la Lombardia. Sadowa, 3 agosto 1866: la Prussia di Bismarck, alla quale eravamo alleati, sconfigge l'Austria e malgrado le batoste di Custoza e di Lissa ove si distinsero per inettitudine Cialdini, La Marmora e Persano, ci guadagnammo Trentino e Veneto. Sedan, 30 agosto 1870: i prussiani di von Moltke battono i francesi di Napoleone III così che, venuta meno la protezione degli chassepots, quatti quatti i piemontesi brecciano Porta Pia prendendo possesso di Roma e degli Stati pontifici.


L'unico passo nel cammino unitario davvero nostro, da noi determinato e condotto a termine, fu l'annessione, nei modi che non fanno propriamente onore all'annessionista, del Regno delle Due Sicilie. Un pastrocchio subìto piuttosto che voluto e quindi amministrato con l'atteggiamento di chi è costretto dalle circostanze ad assumersi un fardello, mettere in riga gli incivili «caffoni». Prendendoli a cannonate per convincerli che, senza saperlo, quello volevano: diventare sudditi di Vittorio Emanuele. Ma loro, teste dure, niente. E allora da «caffoni» divennero, a Torino, briganti. E giù altre cannonate. 


Paolo GRANZOTTO


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Antonio Nicoletta è nato a Crotone nel 1941. Coniugato, con due figlie, vive a Floridia (SR). Ha conseguito la Laurea in Chimica presso l'Università di Catania nel 1982. Ha svolto la sua attività professionale presso le principali aziende petrolifere e petrolchimiche. Presidente fondatore del Club Kiwanis di Floridia e Pas L.T. Governatore della IX Divisione. Presidente fondatore della Confraternità di Misericordia di Floridia ed attuale Presidente onorario. Socio della Società Siracusana di Storia Patria. Già nel direttivo provinciale dell'U.N.U.C.I. di Siracusa. Cavaliere al Merito della Repubblica. Autore di numerose pubblicazioni professionali e coautore con Bruno Aragona di "Xiridia Dilecta".

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