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Il Corriere della Sera - giovedì, 13 marzo, 2003

Revisionare il revisionismo: processo a un termine ambiguo

I PRECEDENTI - Per i marxisti ortodossi era un insulto
Tre generazioni di studiosi a confronto sugli usi e gli abusi di una parola nata in Gran Bretagna nel 1860 e da allora ricorrente
Messina Dino

Per carità, non parliamo più di revisionismo. Anzi, mettiamolo da parte questo termine, tanto è stata usato negli ultimi due secoli, in contesti diversi, dalla diatriba religiosa alla contesa diplomatica, dalla discussione politica, soprattutto in ambito marxista, al confronto storiografico, fino alla nausea nell’ ultimo decennio.


E allora perché occuparsi del convegno organizzato dall’ Associazione Historia Magistra con la Fondazione Istituto piemontese Antonio Gramsci che si apre oggi a Torino e che per tre giorni, fino a sabato mattina, vedrà impegnati nella sede della Fondazione Agnelli tre generazioni di studiosi proprio sul tema «Revisioni e revisionismi nella storia d’ Italia»?


La risposta ce la dà subito l’ ideatore dell’ incontro, Angelo d’ Orsi, docente a Torino e noto al vasto pubblico per aver pubblicato tre anni fa il saggio «La cultura a Torino tra le due guerre» che animò per settimane la discussione sulle pagine culturali.


«In realtà questo convegno - anticipa d’ Orsi - segna la fine di una stagione ma è anche l’ occasione in cui tre generazioni di storici, di orientamento diverso, potranno raccontare se stessi». Raccontare se stessi. Angelo d’ Orsi sicuramente lo farà in modo appassionato e sincero questa mattina, togliendosi, come si dice, anche qualche sassolino dalle scarpe.


D’ Orsi, che si considera uomo di sinistra, fece tanto discutere nel 2000 perché nel suo saggio, «sulla base di documenti nuovi e inoppugnabili», ridimensionava il contributo antifascista di molti intellettuali torinesi: molto spesso lo studioso si era trovato di fronte a comportamenti «afascisti» o a un fascismo esteriore praticato opportunisticamente per motivi di carriera.


Tanto era bastato per una vera e propria scomunica: il suo maestro Norberto Bobbio lo aveva chiamato al telefono accusandolo addirittura di aver «infangato l’ antifascismo e la Resistenza . E dopo la scomunica l’ ostracismo: pur essendo un esperto di Gobetti, d’ Orsi non è stato invitato nel 2001 a nessuno dei convegni per il centenario del fondatore della «Rivoluzione liberale».


Lo storico ha scontato un peccato di «revisionismo»? Nient’ affatto, afferma oggi d’ Orsi, «mi sono soltanto limitato a seguire le regole della ricerca storica, che non risponde mai alla domanda: “A chi giova?”, ma obbedisce, come diceva Croce, all’ imperativo di ricercare, testimoniare, ricostruire la verità».


Un aggiornamento continuo, che si riassume nel titolo della relazione di d’ Orsi, «apologia della revisione». Revisione, dunque, in contrapposizione a revisionismo. Di questo dualismo discuteranno storici del Risorgimento come Franco Della Peruta e Paolo Macry, esperti dell’ Italia liberale come Francesco Traniello e Brunello Vigezzi, studiosi del fascismo come Roberto Vivarelli, Nicola Tranfaglia e Mimmo Franzinelli, studiosi della Resistenza, di Salò e dell’ 8 settembre come Claudio Pavone, Luigi Ganapini ed Elena Aga Rossi.


La tre giorni sarà chiusa da una tavola rotonda presieduta da Giuseppe Galasso con Enzo Collotti, Ernesto Galli della Loggia, Adrian Lyttelton, Giovanni Sabbatucci e Massimo Salvadori. Prima della discussione Bruno Bongiovanni leggerà una relazione sulla storia del termine revisionismo che andrebbe distribuita nelle facoltà di storia e nelle redazioni dei giornali.


Il termine, ormai tanto usurato, nacque in Gran Bretagna nel 1860 per indicare «l’ abitudine di quanti, in ambito anglicano e protestante, denunciavano l’ eccessivo ritualismo liturgico ufficiale». Saltiamo per brevità gli infiniti passaggi dell’ aggettivo revisionista, che ai tempi del processo Dreyfus divenne quasi sinonimo di intellettuale impegnato a difendere la causa dell’ ufficiale ingiustamente accusato di tradimento e che nella lunga stagione dell’ ortodossia marxista leninista, venne usato come un insulto.


Arriviamo ai nostri giorni per dire che mai uno storico del valore di De Felice si definì revisionista. Revisionisti, in un’ accezione lugubramente positiva, si sono autoproclamati i negazionisti dell’ Olocausto.


E revisionista è diventata, in Italia, una parola di moda negli anni Novanta soprattutto tra certi circoli di destra alla ricerca di nuova legittimazione culturale. Revisionisti si sono autodefiniti anche intellettuali di valore come Ernst Nolte e Sergio Romano.


Certo, sui giornali la parola è stata usata sempre più a sproposito e in maniera confusa, tanto che alcuni studiosi come Claudio Pavone, Giovanni Sabbatucci, Franco Cardini, Paolo Mieli e Francesco Perfetti hanno suggerito che ormai era il caso di abbandonare un termine tanto usurato.


La proposta verrà ripresa durante il convegno torinese?


Dino Messina


 

 

 

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