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Fonte:
Corriere della Sera, 3-3-2002, Pag. 35

Numerosi circoli nel Sud sono impegnati a riscrivere le vicende dell’Unità, «falsata» dagli storici sabaudi

Che progressisti, questi Borboni. Si rivaluta il Regno delle Due Sicilie:
non è nostalgia ma «ritorno alla verità»

di Ottavio Rossani


Sulla facciata del palazzo reale a Napoli campeggia, nella nicchia all'estrema destra, la statua bianca di Vittorio Emanuele II con la spada sguainata. È in buona compagnia perché nelle altre nicchie ci sono i capostipiti delle dinastie che hanno governato il Regno delle Due Sicilie: normanni, svevi, angioini, aragonesi, Gioacchino Murat, eccetera. L'anomalia disturba. Sarà banale, ma Vittorio Emanuele II messo lì è il simbolo della falsità storic dice Pietro Golia, giornalista ed editore, animatore di Controcorrente , associazione culturale e casa editrice i cui libri rileggono l'epoca dell'unificazione dell'Italia e riabilitano i Borboni.


L'ultimo, appena uscito, è il romanzo di Gianandrea De Antonellis Non mi arrendo che ambienta una storia d'amore nell'assedio di Gaeta, esaltando l'eroismo dei soldati napoletani asserragliati con i sovrani Sofia e Francesco II. «Vittorio Emanuele non è un fondatore del Regno, come gli altri personaggi - continua Golia - ma l'affossatore, il conquistatore, colui che con l'inganno ha tolto il terreno sotto i piedi al "caro cugino", come lo chiamò nell'ultima lettera in cui lo rassicurava di non avere mire espansionistiche».


Che Pietro Golia abbia simpatie borboniche è chiaro. Ma non lo dice. Anzi corregge e precisa: «Ci sono molti gruppi borbonici e neoborbonici (o tradizionalisti, come preferiscono chiamarsi), ma quasi tutti sono pragmatici: non si può tornare indietro. Il nostro obiettivo non è far tornare i Borboni, ma recuperare la verità sulla formazione dell'Italia unita. Facciamo convegni, pubblichiamo libri, organizziamo feste ed eventi culturali. Emerge una cosa importante: i Borboni non sono stati oscurantisti e retrogradi, come gli storici sabaudi e i loro successori hanno stabilito per legittimare la conquista del Sud, e il brigantaggio non fu un fenomeno criminale ma una resistenza popolare all'esercito piemontese invasore. Gli studi sul brigantaggio vanno a ruba: credo perché nel brigantaggio si riscopre il "pensiero ribelle" contro la cultura omogeneizzante delle multinazionali». Pietro Golia è uno dei tanti rappresentanti di associazioni e circoli e case editrici che adottano i Borboni, i Lorena, il Papa come riferimenti storici alle loro aspirazioni non politiche (forse prepolitiche) di una maggiore conoscenza, reale e critica, del periodo risorgimentale. E sono gruppi di pressione sugli storici, prima che sulla società.


L'associazione Anti89 di Firenze, presieduta da Giuseppe Pucci Cipriani, attraverso la casa editrice Effedieffe, ha pubblicato un centinaio di libri. Pucci Cipriani dirige la rivista Controrivoluzione che ha il sostegno del pretendente al granducato di Toscana, Sigismondo d'Asburgo Lorena. Ha organizzato un convegno a Civitella del Tronto (si conclude oggi) sul tema «Tradizione e globalizzazione: le patrie contro la repubblica universale». Tra i partecipanti, Massimo De Leonardis, università Cattolica, studioso del Risorgimento come «guerra di religione», che ha appena pubblicato tre saggi nel volume La rivoluzione italiana (Il Minotauro), a cura di Massimo Viglione, sulla situazione degli Stati preunitari. Altri circoli in molte città del Nord hanno per riferimento gli Asburgo del Lombardo-Veneto.


A Rimini è attivo Il cerchio , guidato da Francesco Mario Agnoli; a Napoli e a Bari il Solco che fa capo a Marco Francesco De Marco, il quale dice «accoglieremo i Savoia a pomodori» nel caso dovessero ritornare in patria. La cooperativa editrice il Giglio di Napoli pubblica ricerche soprattutto sul rapporto tra Stato e Chiesa. Quando è stato presentato, giorni fa, l'ultima opera La difesa del Regno sull'assedio di Gaeta, prima del dibattito è stato eseguito l'inno borbonico scritto da Paisiello. «Nessuna nostalgia e nessuna pretesa che tornino i Borboni - precisa Giovanni Turco -. Necessità invece di recuperare la memoria storica, che smentisce l'arretratezza del Regno delle Due Sicilie, decretata dalla storiografia ufficiale». Il decano di tutti questi storici e animatori neoborbonici è Silvio Vitale, con la rivista L'Alfiere , a Napoli.


«Questa revisione ha riscoperto la situazione reale degli Stati preunitari - dice Paolo Macry, università di Napoli, autore di imponenti studi sull'Ottocento - che la storiografia "classica" ha volutamente sottovalutato e disprezzato». «A parte gli atteggiamenti folcloristici di certi gruppi che non m'interessano - ribatte lo storico Giuseppe Galasso, università di Napoli - ricerche innovative non ne vedo. Si esalta tanto il regno borbonico come un Paese ben amministrato e avviato alla modernizzazione, ma non era così. Come può essere caduto in soli tre mesi uno Stato così funzionante e amato dal popolo? La verità è che quello Stato era arrivato alla sua consunzione. L'esercito fu l'unica componente che si battè con onore e dignità. Ma ovviamente non bastava». «Quando si fece l'Unità, il ceto dirigente si pose il problema della nuova organizzazione dello Stato - ricorda Alfonso Scirocco -. Una commissione studiò un progetto di Stato decentrato, ma il Parlamento lo bocciò. Con il modello napoleonico imperante, non poteva essere altrimenti». Il vaso «neoborbonico» comunque è stato aperto. E i fumi che ne escono sono tanti e molto diversi. C'è tanta materia da analizzare. E il «filone» tira anche sul piano editoriale.



Ottavio Rossani


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