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Tratto da:
Calendario del Popolo n. 642

La "guerriglia" nel Risorgimento:
le polemiche tra democratici e reazionari

di Franco Della Peruta

La guerra partigiana, vale a dire la "guerriglia" condotta da bande organizzate di combattenti come strumento offensivo e difensivo di lotta nazionale e popolare, fu uno dei temi centrali di discussione negli ambienti patriottici italiani dall'inizio della Restaurazione al compimento dell'Unità.


La ricerca storica ha ricostruito in maniera esauriente questi dibattiti e prese di posizione che vennero inizialmente sollecitati dalle buone prove date dalla guerra per bande nelle insorgenze calabresi del 1806-1808, nella lotta di liberazione dei greci dal dominio turco e soprattutto in Spagna nel 1808-1813, quando essa inferse duri colpi alla macchina militare napoleonica, e che furono caratterizzati dagli interventi - fra gli altri - di alcuni dei protagonisti della democrazia risorgimentale, quali Carlo Bianco di Saint Jorioz, Giuseppe Mazzini e Nicola Fabrizi1. In queste poche pagine, quindi, ci si limiterà a proporre due testi rimasti sconosciuti, non certamente con l'intenzione di modificare il quadro di insieme, ma soltanto per confermare la larga risonanza che il tema della "guerriglia" per bande ebbe nella fase centrale del nostro Risorgimento.


Il mezzogiorno, e la Sicilia in particolare, erano state considerate da una parte cospicua del movimento democratico - e basti pensare alla Legione italica di Fabrizi o alla spedizione dei Bandiera - come la sezione del paese più favorevole per avviare l'iniziativa rivoluzionaria. È quindi comprensibile che, in un ambiente come quello siciliano, oggetto di particolare attenzione a iniziare dei moti del 1837 da parte dell'organizzazione creata dal modenese (il quale avrebbe voluto farne il braccio armato della Giovine Italia, votato alla creazione di bande da gettare su un terreno ritenuto pronto per la deflagrazione), ci fosse chi nel corso della rivoluzione isolana del 1848 pensasse proprio alla guerra partigiana come lo strumento migliore per difendere la Sicilia contro un esercito borbonico che vi fosse sbarcato in forze per la riconquista. A indicare questa prospettiva fu Girolamo Castelli, primo tenente del battaglione Girgenti, che stampò a Trapani alla fine del 1848 (a spese, come si legge nel frontespizio, "della Guardia Nazionale, ed altri benemeriti cittadini") alcune pagine intitolate Della guerra nazionale offensiva e difensiva, da eseguirsi dalla Sicilia in una invasione straniera2.


L'opuscoletto, che per la parte tecnica dipende in tutta evidenza dai noti scritti dedicati da Bianco di Saint Jorioz e da Mazzini al tema della guerriglia, partiva dalla constatazione - di prammatica in questa tipologia di scritti - della mancanza nella Sicilia fattasi indipendente di una "truppa regolare" da poter opporre all'armata napoletana; e proponeva quindi di fare ricorso alla "guerra alla spicciolata per bande", premurandosi di richiamare subito dopo gli ovvi precedenti spagnolo e greco: "Questa guerra... fu praticata sì bene dai Suliotti greci moderni... [che] dando prove di valore, intrepidezza, sofferenza a tutte le privazioni, ... acquistarono la loro libertà. Guerra che la Spagna con le sue bande, fecero [sic] del loro suolo la tomba dei francesi per sette anni di continuo".


Subito dopo il Castelli metteva in evidenza quelle che a suo avviso erano le condizioni particolarmente favorevoli offerte dalla Sicilia per la guerra "alla spicciolata": condizioni che venivano così tratteggiate in una pagina che vale la pena di riprodurre integralmente sia perché costituisce il nucleo centrale dell'intervento, sia perché dà un'idea del faticoso periodeggiare dell'autore, che si ispirava assai probabilmente al modello puristico della scrittura del Bianco di Saint Jorioz.


Essendo coperta questa Isola da fiumi, laghi, foreste, colli, monti: gli abitanti dei quali sono i soli, che dei tortuosi giri, e coperti andirivieni, di quei dirupati burroni, di quelle balze alpestri, di greppi inaccessibili, in profondissimi precipizi terminati, delle vaste, ed intrigate selve, degl'incavati, e bassi sentieri da spinosissime macchie coperti, delle incerte traccie, onde passare nei profondi ampi, e nere paludi, chiane, stagni, e lagumi, il segreto posseggono: il nemico, che non mai potrà perfettamente conoscerli, saranno capaci di contenere, e distruggere; imperciocché non conoscendo il nemico le strade, e la località del Paese, se si ostina penetrarvi, sarà sempre circondato, e distrutto, sia che marci in ordine serrato, o compatto, perirà, tanto per la difficoltà del terreno, come pel pericolo che corre il soldato, se isolatamente si stacca, si troverà continuamente circondato dagli abitanti, e bande, che dalle più erte vette, vedono le loro mosse, e se la perseveranza del nemico cerca occupare le sommità, si avrà l'agio potergli gettar addosso, massi per ischiacciarlo, e si avrà il destro portarsi in altri luoghi per strade note a loro solamente. Questa spedizione di niuno effetto diverrà con la periodica distruzione dei suoi soldati, con assottigliargli continuamente le file.


L'autore dello scritto insisteva anche sul carattere "nazionale" del modo di guerreggiare proposto, perché solo l'"amor della patria" e la "forte decisione a sagrificarsi per la felicità, e la gloria del suo Paese" avrebbero potuto portare alla vittoria, alla fine di una lotta dura e sanguinosa da condurre con le modalità canonizzate da una lunga tradizione teorica e pratica. Le bande, composte da dieci a sessanta uomini e guidate da capi capaci, intrepidi e dal "cuore severo, inaccessibile a pietà", alle dipendenze di un "condottiero supremo", avrebbero dovuto adottare un "sistema generale" mirante a recidere le comunicazioni, i "raggi" del nemico fra centro e periferia, con l'impiego di tutti i mezzi consigliati dall'esperienza: rompere strade, far saltare in aria i ponti, distruggere forni e mulini, avvelenare le acque dei pozzi e delle fontane, incendiare se necessario borghi e villaggi, così da fare terra bruciata intorno all'avversario. Era poi consigliabile per i corpi partigiani evitare gli scontri frontali, e logorare invece il nemico con "continue scaramucce, assalti continuati..., imboscate, e stratagemmi", "inquietarlo nella sua marcia", attaccarlo di sorpresa da posizioni vantaggiose. "L'arte della guerra alla spicciolata - questa la prospettiva conclusiva - consiste nel comparire sulla fronte del nemico, sul fianco, alle spalle, e quindi scomparire, nel farsi vedere inaspettatamente ora sull'una vetta, ora sull'altra, tenendo sempre a bada l'avversario molestato, e confuso: onde avviene, che le continue marce, e contromarcie, e ritirate debbono esser quelle, che finalmente a quel condottiero daranno la causa vinta, che saprà con accortezza, velocità e prontezza portare ad effetto".


Il secondo documento su cui ci si soffermerà è di qualche anno successivo: si tratta di un librettino pubblicato nel 1853 con l'indicazione "Italia" come luogo di stampa e il titolo Della guerra d'insurrezione, posto tra la dicitura "Partito d'azione" e due citazioni, una del IX Salmo biblico e l'altra su uno scritto di Mazzini che suonava: "L'Italia è matura per l'azione; ogni indugio è disonore e rovina al partito: è tempo in un modo o in un altro di fare".


Lo stampato, qualora ci si limitasse al frontespizio, potrebbe quindi essere preso per una pubblicazione del mazziniano Partito d'azione costituito dal rivoluzionario genovese subito dopo il fallito tentativo insurrezionale del 6 febbraio 1853; ma già prima di percorrere le sue pagine è sufficiente il nome dell'autore, indicato a chiare lettere in Giuseppe Lucarelli, ad avvertire il lettore che in realtà si è in presenza di un prodotto di parte reazionaria, e della più estrema. Infatti Lucarelli, un nativo di Gubbio di professione ingegnere, si era messo dal 1822 al servizio delle autorità pontificie, svolgendo un'attività provocatorio-spionistica ai danni degli oppositori liberali dell'autocratico governo papale, come egli stesso lasciava intendere in qualche pagina di un altro suo scritto, Le spie, anch'esso edito nel 18533. La tesi di fondo di questo libro era che molti dei capi del movimento nazionale - liberali o democratici che fossero - avevano svolto un'opera di delazione o di spionaggio contro i loro compagni di fede, definiti di volta in volta "satelliti di Catilina", "setta antisociale", "macchinatori instancabili contro l'Altare ed il Trono", soliti usare nelle loro trame "le falsificazioni di monete, di chiavi, di scritture; le aggressioni, le grassazioni, le rapine, le propinazioni di veleno, le uccisioni proditorie; e perfino il manutengolismo, il borseggiamento coordinati, architettati, lavorati nelle officine della umanitaria liberalesca fratellanza, maestri Belzebù ed Uriele"4. E l'autore così presentava se stesso; "Sono uno che A mie spese, ... ho viaggiato fino dalla prima gioventù per tutta Italia Non per fare la spia, ma per comprare le spie a vantaggio de' Sovrani che adoro, pel bene delle pacifiche popolazioni che sono il prossimo mio"5. E grazie a questa sua malefica operosità Lucarelli - a suo dire - poté fornire alle autorità di polizia e giudiziarie dello Stato pontificio informazioni e materiali che compromisero molte persone e resero possibile i procedimenti penali intentati a loro carico negli anni precedenti l'avvento al soglio di Pio IX sia nelle Legazioni che nelle Marche6.


La carriera spionistica di Lucarelli fu però troncata dagli avvenimenti del 1848-49 a Roma; divennero allora infatti accessibili a uomini di parte liberale e nazionale molte carte della polizia segreta vaticana7, e tra l'altro documenti che mettevano in luce il ruolo di agente della polizia svolto dall'ingegnere eugubino. Costretto per questo a lasciare l'Italia, il nostro personaggio si recò a Malta, dove fissò la sua dimora, collaborando a qualche giornale locale (come "L'Ordine") e dedicandosi a una intensa attività pubblicistica, naturalmente di senso reazionario, e con toni che richiamano quelli del principe di Canosa8.


Tornando ora allo scritto Della guerra d'insurrezione, esso si configura come un attacco virulento contro il movimento nazionale, con le tinte fosche tipiche di tanta parte della letteratura controrivoluzionaria e reazionaria, e con un registro stilistico che si rifà alle scritture bibliche. Le società segrete risorgimentali sono descritte come un "raccogliticcio di uomini, senza patria,  senza fortuna , senza modestia ... ricchi di tutti gli obbrobriosi vizi del secolo... sempre pronti a tradire, a conquassare, a spogliare a man salva", e ancora, come "una verminosa mandria di atei, che sfida impudente la Divinità!!! un contagioso ammasso di eterogeneo che congiura alla distruzione del creato!!!"9. E per dare un'idea più viva del linguaggio e dei toni del libello, che raggiungono a volte una veemenza ossessiva, sarà utile riportare qualche brano relativo a Mazzini, così ritratto con sembianze ferine e deformi insieme a Kossuth e Ledru Rollin (fondatori con il genovese del Comitato democratico europeo) in una visione dai toni apocalittici:


E vidi... tre uomini in sembianze di belve... Ciascuno di costoro avea una faccia di gatto e una faccia di lupo con barba di caprone - Ardevan gli occhi loro siccome fiaccole - Mostravano sulla fronte... le sette strisce di sangue, marca dei sette peccati mortali - I capelli loro erano serpenti. Aveano le mani come gli artigli del falco, come le unghie del gatto, come le zampe della pantera. I loro piedi erano come quelli del caprio - E dai calcagni alle spalle sporgean loro due grandi ali di pipistrello... Ed erano mostri così orribili a vedersi che senza il conforto di Dio non avrei potuto sostenerne la vista10.


Al solo Mazzini era poi dedicato questo ritratto specifico, che costituisce una delle pagine più aberranti della pubblicistica antimazziniana:


Un mostro non nato di donna ... ma sbucciato dalla putredine dei lupanari nel laberinto di Genova... un ladrone vilissimo... una carogna fetente... un asino con umane sembianze... che ha la sfacciataggine di parlare come se fosse un Eroe!!!...


E questo cane da pagliaro, grondante fetida lue, abbaia idrofobo per adunare i più affamati dei cani, ad avventarsi su di noi...


Il saccheggiatore di Roma... l'organizzatore degli assassinii... il coraggioso che urla - ruba - e si nasconde... il bestemmiatore dei bestemmiatori... strombetta - ordina - dispone... millanta generali - capitani - eserciti11.


Dinanzi alla minaccia rappresentata dagli eversori dei troni e degli altari, Lucarelli additava ai difensori dei principi e della religione il dovere della mobilitazione per opporsi al nemico, utilizzando i suoi stessi strumenti e metodi di lotta. I rivoluzionari, impossibilitati a "insorgere dal centro alla circonferenza", come aveva dimostrato il fallimento del moto milanese del 6 febbraio 1853 (che aveva cambiato "in lutto il carnevale della infelice Milano", si diceva nel pamphet) avrebbero infatti - avvertiva l'opuscolo - cominciato "a tribolarci dalla circonferenza al centro"12. E Lucarelli che si dimostrava bene informato sulla propaganda di parte democratica13, aveva colto bene il senso della svolta operata in quei mesi da Mazzini in tema di rapporto fra bande e insurrezione popolare. Fino all'inizio del 1853 il genovese aveva infatti concepito le bande come un mezzo da utilizzare quale arma di difesa soltanto dopo che una prima insurrezione vittoriosa avesse dato ai rivoluzionari il possesso di una porzione più o meno vasta del territorio nazionale, con il controllo di città, arsenali e caserme. Ma dopo l'esito infelice del tentativo del 6 febbraio 1853 Mazzini - convinto, nonostante l'insuccesso, che l'Italia fosse ormai matura per l'azione decisiva - aveva giudicato che fosse ormai venuto il tempo di dar fuoco alle polveri in un punto qualsiasi del paese, perché anche un'iniziativa su scala ridotta e locale avrebbe potuto provocare un'esplosione generale. E in questa mutata prospettiva la funzione di miccia era attribuita alle bande, la cui comparsa in uno o più punti del suolo nazionale avrebbe dovuto avviare un meccanismo insurrezionale imperniato su operazioni condotte dalla circonferenza al centro, convergendo "da molti punti secondari al punto decisamente importante, minacciandolo lentamente ma incessantemente"14. Così che le bande nella nuova strategia mazziniana non erano più lo strumento tecnico di un'insurrezione già affermatasi e fattasi "governo" in un determinato ambito territoriale, ma l'abbrivio dell'insurrezione stessa, il suo "apostolato armato".


Se così stavano le cose, argomentava dunque Lucarelli, mentre le truppe dei principi si sarebbero incaricate di soffocare eventuali "insurrezioni dal centro alla periferia", i partigiani dell'ordine e della religione - i quali date le disposizioni di animo dei contadini costituivano la grande maggioranza del paese - avrebbero dovuto organizzarsi "con fede veramente cristiana" per prevenire e spegnere "le insurrezioni dalla circonferenza al centro", adottando le tattiche e gli accorgimenti di una vera e propria controguerriglia, i cui procedimenti erano così prospettati in una pagina truculenta e belluina:


Un bastone nodoso - due metri di funicella infilata in due cavicchie di legno - una scatola di cerini fosforici un pugno di stoppa, sono armi più che bastanti per noi.


Né i drappelli nostri avranno più di sei uomini... al primo, e più piccolo movimento di queste birbe, che si aggirano fra noi... che bene conoscete... una bastonata in testa - una stretta di funicella alla gola - una fiammata alla barba, ai capelli per segnale ch'è caccia nostra quel porco... e l'anima del demagogo è andata al diavolo... Né potete aspettare sempre l'azione... Un discorso - una esclamazione rivoluzionaria basti per istrozzarlo, e arrostirlo...


Se fuggirà alla montagna, i contadini nostri hanno giurato a noi la fede loro... Ardono pel desiderio d'ingrassare i loro campi con letame di carne repubblicana.


La casa dello strozzato - del fuggiasco sia immediatamente data alle fiamme... e colla casa arda l'intera famiglia, quand'anche non fosse così trista come il ribelle... L'empia semenza dev'essere distrutta...


Se riusciranno a riunirsi in bande - non vi occupate di loro... mettete a fuoco le famiglie e le case... i contadini nostri faranno il restante15.


E a queste cruente esortazioni se ne aggiungevano altre di questo tenore: "Vita per vita - occhio per occhio - dente per dente - pelle per pelle... Mosè ce lo insegna. Sorpresi nelle nostre case, dal tetto siano precipitati sulla via... Incontrati sulle vie, pesto il capo coi selci abbiano per sepoltura la fogna... Tracciati nei boschi, si strappi loro la pelle per farcene sandali... gettato il carcame alle belve... Né i boschi avranno più belve, morte per quel velenoso carnume". Quindi una caccia condotta senza pietà, senza cedere a nessun impulso di misericordia. "Scannateli sull'altare, quand'anche il sommo Sacerdote stesse per ribenedirli... Scannateli a pie' del trono, quand'anche il principe tentasse perdonarli"16.


Le sanguinose esortazioni di Lucarelli mal si conciliavano, come è dato vedere, con i richiami ai valori e ai principî della religione cattolica cui egli faceva frequente richiamo; e nella loro fanatica immoralità confermano che troppo spesso i rappresentanti più estremi del campo reazionario scambiavano gli insegnamenti del messaggio evangelico con lo scatenamento degli odi e delle passioni primitivi che in nome della madonna e del cristianesimo nel 1799 avevano sparso tanto sangue innocente durante le insorgenze del "viva Maria" e della "Santa fede".

 

 

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Note


1. Per un rapido colpo d'occhio v. Franco Della Peruta Le teorie militari della democrazia risorgimentale, estratto dal volume Garibaldi condottiero. Storia, teoria, prassi (a cura di Filippo Mazzonis), Milano, Angeli, 1984.

2. Un esemplare dell'opuscolo è conservato nella Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma.

3. Giuseppe Lucarelli, Curiosità storico politiche. Leggenda, Italia, 1853 (ma Genova, Tip. Como). Il libro reca questa dedica: "A Giuseppe Mazzini che Novello Catilina nel secolo XIX seppe riunire un esercito di sacrileghi assassini ladroni falsari libertini spie per liberare l'Italia da loro e da lui". Dello stesso libro esiste una stampa, sempre datata 1853, e intitolata Le spie. Rimembranze storico-politiche del secolo XIX, che contiene una lunga premessa firmata Pietro Giacomelli.

4. Ibid., p. 20 e passim.

5. Ibid., p. 19, E a p. 31 si legge: "Era il 1822 quando presente il mio Vescovo con cerimonia solenne promisi a Dio di combattere i nemici implacabili del Santuario e del Soglio".

6. Ibid., p. 19 e passim. Il volume riporta anche il testo (probabilmente autentico) di varie lettere di alcuni patrioti risorgimentali (Pietro Ripari, Scipione Pistrucci e altri) degli anni 1843-44 e 1848-49 (p. 25 sgg. e 107 sgg).

7. Uno di questi uomini fu il democratico bolognese Savino Savini, che durante la Repubblica romana del 1849 (della cui Costituente era membro) diresse uno spoglio degli atti d'archivio della polizia papale (cfr. Mario Menghini, Rinaldo Andreini e i moti di Romagna del 1845, in "Rassegna storica del Risorgimento", 1916, p. 451-452 e Alberto Maria Ghisalberti, Uomini e cose del Risorgimento, Roma, Cremonese, 1936, p. 170).

8. L'accostamento al Canosa è fatto in una nota del curatore del Protocollo della Giovine Italia, vol. 4°, p. 49.

Alla fine di Le spie un "prospetto" delle opere di Lucarelli date come di prossima pubblicazione elencava: Le maschere. Curiosità storico-politiche; Un gabinetto di belve politiche imbalsamate vive. Biografie mostruose del secolo XIX; La rovina di Costantinopoli. Terzine di Michele da Pola. Codice inedito del 1474. Illustrazioni storiche di Giuseppe Lucarelli; L'Italia e il popolo italiano dall'antichità più remota sin oltre la metà del secolo XIX. Leggenda storica a istruzione del popolo. Lucarelli aveva pubblicato a Bologna nel 1844 (tip. Sassi) lo scritto Gli italiani dell'antichità più remote sino all'anno 1844. Relazione storica.

9. Lucarelli, Della guerra d'insurrezione, cit., pp. 14-15.

10. Ibid., pp. 44-45.

11. Ibid., pp. 67-68.

12. Ibid., pp. 71-72 (pp. 65-67) ampi stralci della prefazione premessa da Mazzini.

13. Lucarelli riporta una circolare di Mazzini sulla guerra per bande (datata luglio 1853) (ibid., pp. 65-67), e la prefazione all'edizione del 1853 del suo scritto Della guerra di insurrezione conveniente all'Italia (in Giuseppe Mazzini, Scritti editi ed inediti, Edizione nazionale, vol. 2°, p XI sgg., nota).

14. Ibid., p. XIII nota.

15. Lucarelli, Della guerra d'insurrezione, cit., pp. 74-75.

16. Ibid., pp. 8-9.

 

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