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LI BREANTI RE LO RE

Siamo onorati di ospitare una precisazione sul contenuto di questa pagina dedicata al guerrigliero Giuseppe Tardio, avvocato di Piaggine (SA), precisazione inviataci da Alessandro Romano, pronipote di quel Sergente Romano che diede filo da torcere all'esercito piemontese, sceso dal Nord per ratificare con la forza un'annessione che era stata votata con quella farsa chiamata plebiscito.

Per gli amici naviganti che non abbiano mai sentito parlare di Alessandro Romano, diciamo che egli da diversi anni sta svolgendo un lavoro di ricerca e di divulgazione della storia degli anni postunitari e della resistenza dei contadini meridionali all'invasione piemontese, anche attraverso l'allestimento di una mostra fotografica (alcune foto)

Tornate a trovarci.

Grazie.

[email protected]

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Subject: Risposta
From: "Alessandro Romano"
Date: Sat, 29 May 2004 23:33:37 +0200
To: "eleaml"

Caro Mino,

ho letto la tua bella pagina del sito, tuttavia avrei da darti il mio punto di vista in merito ad una parte del Tuo scritto che non sembra essere perfettamente in linea con quanto in realtà  è¨ accaduto:

" Pertanto, la lotta alla macchia, ingaggiata dai cilentani, fu lotta di gente diseredata, esasperata di tasse e di balzelli, delusa di promesse; di gente che sognava le terre demaniali, i latifondi usati per pascolo e mal coltivati, terre che già  i Francesi avevano tentato di dividere e darle al popolo. I briganti si consideravano i gabbati di quella grande promessa di una suddivisione della proprietà  di tipo giacobino, che avrebbe comportato un certo livellamento di privilegi, detenuti fino allora dalle classi della aristocrazia e dell'alta borghesia."

Innanzitutto i francesi non tentarono di dare la terra al popolo ma misero all'asta i terreni demaniali ceduti in enfiteusi perenne ai contadini dai Borbone (l'enfiteuta era possessore ma non proprietario, il bene restava quale uso civico comunale) per darli alla nuova classe emergente: la Borghesia che essi rappresentavano in tutti i sensi.

Infatti i francesi vennero a dare manforte alla nascente nuova classe borghese cercando di far nascere il latifondismo proprietario. Cosa che riuscà perfettamente con i piemontesi che mettendo le terre demaniali all'asta, coltivate da secoli dai contadini quali assegnatari di usi civici, causarono la rivolta delle masse rurali.

La promessa mancata di Garibaldi & C. fu che di quei terreni oltre ad esserne titolari di solo possesso i contadini ne divenissero definitivamente proprietari in modo tale da poterne anche trascurarne la manutenzione senza correre il rischio di una revoca dell'assegnazione.

Solo dopo l'unificazione si formarono i latifondi sulle tracce degli antichi feudi smantellati da Carlo III e da Ferdinando I. Con la messa all'asta dei terreni si tornò al vecchio feudo, questa volta posseduto dal signorotto che di fatto aveva acquistato dallo stato i terreni.

Pertanto la tua nota io la scriverei così:

Pertanto, la lotta alla macchia, ingaggiata dai cilentani, fu lotta di gente diseredata, esasperata di tasse e di balzelli, delusa di promesse; di gente che sognava le terre demaniali, i latifondi usati per pascolo e mal coltivati, terre che già  i Francesi avevano in parte tentato di sottrarre al possesso dei contadini. I briganti si consideravano i gabbati di quella grande promessa di una assegnazione proprietaria definitiva di quei terreni demaniali di cui erano da secoli possessori, che avrebbe comportato un certo livellamento di ricchezza, assegnata invece dall'Italia unita alle sole classi della aristocrazia e dell'alta borghesia."

Scusami se mi sono permesso di correggerti.

Cordiali saluti.
 
Alessandro Romano

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LI BREANTI RE LO RE

(da "Canti sociali e politici del Cilento" di Giuseppe Stifano, 1978)

[...]

Il filantropo cilentano deluso dal risvolto assunto dall'aggregazione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte, si portò in Roma dove prese contatto col Comitato Centrale Legittimista Borbonico. Nell'ottobre del 1861 salpò da Civitavecchia con ventisei Compagni alla volta di Agropoli, annidandosi sui monti del Cilento. La "Comitiva", composta di alcune migliaia di uomini* agli inizi del mese di luglio del 1862, assaltò Futani e disarmò la Guardia Nazionale, poi invase Abatemarco, Laurito, Furia, Licusati e Centola.

La banda affrontata dalle truppe piemontesi alla "Fontana del Cerro", località sopra San Biase, frazione del Comune di Ceraso' subì un rovescio gravissimo. Il Tardio con i pochi superstiti si rifugiò sui monti di Pruno di Laurino, riorganizzando le fila dei suoi seguaci e rimettendosi in azione nell'ottobre dello stesso anno. La "Comitiva" tenne campagna fino al giugno del 1863, quando fra Stio e Magliano Grande patì un'altra sconfitta, ripiegando su Sacco e poi Corleto, dove si sciolse. Per molti cilentani il brigantaggio fu considerato l'unica forma di protesta e di ribellione all'autoritarismo del governo postunitario.

Pertanto, la lotta alla macchia, ingaggiata dai cilentani, fu lotta di gente diseredata, esasperata di tasse e di balzelli, delusa di promesse; di gente che sognava le terre demaniali, i latifondi usati per pascolo e mal coltivati, terre che già i Francesi avevano tentato di dividere e darle al popolo. I briganti si consideravano i gabbati di quella grande promessa di una suddivisione della proprietà di tipo giacobino, che avrebbe comportato un certo livellamento di privilegi, detenuti fino allora dalle classi della aristocrazia e dell'alta borghesia.

La tematica di questo canto è un inno al brigantaggio le cui bande erano composte da uomini armati dì "coraggio" e di "ragione" e pronti a far fuori i gendarmi e ogni tutore dello "stato piemontese ".

 

Simo breanti re lo Re. Borbone
e lo Ciliento tutto nui giramo
armati re coraggio e de ragione
e re li 'nfami i conti regolamo.

Tira compagno mio e non sgarrare
inta lo centro mira re lo core
fa' li gendarmi tutti parpitare
come poddastro ra cortieddo more.
 

Traduzione

Siamo briganti del Re Borbone

e il Cilento tutto noi giriamo

armati di coraggio e di ragione

e degli infami i conti regoliamo.

Tira compagno mio e non sbagliare,

mira dentro il centro del cuore;

fai tu i gendarmi tutti fremere

come un pollo, ammazzato col coltello.

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Il canto è stato raccolto a Laurino.

* Italo Bruno, Cilento in fiamme, 1962, pag. 84, 85 e 86.
Michele Topa, I briganti di sua maestà, da Tribuna Illustrata 1961.

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TU SI' LU GIURICI

Stupendo monumento di contenuto brigantesco è il presente canto. In esso vi sono tutti i motivi di una scelta sociale..


Tu si' lu giurici re li miei signori,
i' so' lo capo re li fuorilegge;
tu scrivi co' la penna e dai rulori,
i' vao ppe' lu munno senza legge.

Tu tieni carta, penna e calamaio
ppe' castia' a sti poveri pezzenti,
i' tengo povole e chiummo, quanno sparo:
giustizia fazzo a chi non tenenienti.


Traduzione

Tu sei il giudice dei miei signori,

io sono il capo dei fuorilegge;

tu scrivi con la penna e dai dolori,

io vado per il mondo senza legge.

Tu tieni carta, penna e calamaio

per castigare questi poveri pezzenti

io tengo polvere e piombo, quando sparo:

Giustizia faccio a chi non possiede niente.

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Raccolto dall’avvocato , Giovanni Bianco a Mercato Cilento.

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Le due immagini sottostanti sono tratte da
"GIUSEPPE TARDIO" di Antonio Caiazza, Tempi Moderni Edizioni
Giuseppe Tardio
Ritratto di Giuseppe Tardio

 

Tardio da Agropoli a Piaggine

Itinerario percorso dalla comitiva di Tardio da Agropoli a Piaggine, novembre 1861

 

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"LA STORIA PROIBITA" Intervista a Carmine Crocco Donatello
Monologo di Carmine Crocco Donatello
Interrogatorio di Crocco
Stralci dall'autobiografia
Stralcio di un articolo pubblicato nel 1992 su "Il Calendario del Popolo"
Il Sud e l'Unità d'Italia (9. La Sicilia)
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