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LA CIVILTÀ CATTOLICA
ANNO DUODECIMO
Serie IV, vol. XI. 29 Agosto 1861
Roma

1861
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Regno delle Due Sicilie - Proteste di S. M. il Re Francesco II - 2. Lettera di S. A. R. il Conto di Trapani - 3. Stato deplorabile del Regno 4. Incendio di una solfatara. - 5. Miseria della città di Napoli - 6. La festa del 2 Giugno - 7. Disordini e reazioni.

1. L'incaricato del portafoglio degli affari esteri di S. M. Francesco II, Re del Regno delle Due Sicilie, ha testé inviato ai rappresentati all'estero di S. M. Siciliana le seguenti proteste, contro varii alti di padronanza fatti dal Governo sardo in casa d'altri.

«Roma 25 Maggio 1861. Signore. Il Governo del Re di Sardegna ha presentato al Parlamento di Torino un progetto d'impronto di 500 milioni di franchi. Se si trattasse soltanto di una misura finanziaria del Piemonte, niente avrebbe ad osservare nessun altro Governo; ma destinandosi in gran parte questa somma a stringere di più il giogo che pesa sulle popolazioni delle Due Sicilie, ed

Roma, 8 Giugno 1861. Signore. Il Governo di S. M. il Re (1). G.) ha ricevuto notizia che nell'anarchia clic divora il Regno di Napoli, e nella penuria di mezzi in che si trova il Governo Piemontese, si è deciso di mettere in vendita beni immobili appartenenti allo Stato, al Demanio, nonché a' Principi ed a Casa Reale, come pure gli stabilimenti pubblici civili e militari, creati con grandi spese e perseveranti sforzi.

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Per evitare inconvenienti nel futuro. Ella, sig.......proietterà di tutte le occasioni per dichiarare che S. M il Re (N. S.); avrà sempre per nulle ed irrite simili alienazioni come fatte da un Potere usurpatore, contro i suoi legittimi diritti, le leggi e gl'interessi de' suoi Stati. Firmato - Leopoldo Del Re.

«Roma, 10 Giugno 1861. Signore. Il Governo Piemontese ha presentato al Parlamento di Torino un progetto di legge, che ha per iscopo di riunire il debito pubblico de' diversi Stati Italiani, sottomessi oggi alle sue armi in un gran Libro, la cui creazione è stata già proposta dà un'altra legge che sarà fra pochi giorni discussa. Costituendo questi proietti, se mai arrivassero ad essere messi in esecuzione, una usurpazione della Sovranità legittima nel Regno delle Due Sicilie, un nuovo attentato alla fortuna pubblica ed un attacco alla proprietà privala de' suoi sudditi, il Re (N. S.) ha creduto che dovea anticiparsi a protestare, per mezzo de' suoi rappresentanti all'estero, contro queste misure che porterebbero la confusione e la mina a' possessori delle rendite napolitane e siciliane, che hanno contrattato liberamente col suo Governo, e con quello de suoi predecessori avendo per garanzia tutte le risorse del più florido Stato d'Italia.

Non bastava al Piemonte avere, per mezzo di una invasione iniqua, e della anarchia che n'è stata conseguenza, abbassato i debiti pubblici delle Due Sicilie a un punto tale, da far perdere a' possessori di rendita tante regnicoli quanto stranieri il terzo del loro capitale. Si tratta adesso di sostituire la rispettata garenzia d'uno stato fiorente e legittimo, riconosciuto dal Diritto Pubblico di Europa, con la illusoria responsabilità del Piemonte, rovinato dal suo immenso debito e dalla Ipoteca di Stati riuniti violentemente sotto la sua dominazione, la cui soggiogazìone è considerato come un attentato da quasi tutte le Potenze di Europa.

«Se questa fusione può interessare il Piemonte per ristabilire in qualche modo rabbattuto credito delle sue finanze, le Due Sicilie non debbono sopportare il carico di eccessi finanzieri, a' quali non hanno preso parte e di che sono l'infelice vittima. Il debito pubblico delle Due Sicilie con nove milioni d'abitanti, è il terzo del debito pubblico del Piemonte che non arriva ad 8 milioni di abitanti, compresa la Lombardia. I primi dunque pagano a' loro creditori un terzo di quello che pagano i secondi. Assimilarli è uno scaricare sui Napolitani e Siciliani le tasse che corrispondono

E se oltre la popolazione si tiene in conto la ricchezza del territorio, la ingiustizia delle misure proposte è più scandalosa ed evidente. L'operazione presentata al Parlamento di Torino non ha neppure il carattere universalmente riconosciuto di una legge.

Le leggi non hanno mai effetto retroattivo, ed i progetti del Gabinetto Sardo tendono a far pesare sugli altri Stati d'Italia i debiti contratti nel passato dal Piemonte, per arricchirsi ed asservirli. Questa verità non può essere sconosciuta da alcun Italiano, né da nessuno degli uomini che seguono attentamente nel mondo la marcia degli avvenimenti contemporanei.

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La metà degli impronti del Piemonte è stata impiegata nella costruzione delle strade ferrate piemontesi, ed in altri stabilimenti e lavori di una utilità meramente locale, l'altra metà non ha avuto altro impiego, che preparare per mezzo di cospirazioni, di fomento di torbidi, di spedizioni piratiche e d'invasioni inique, l'assoggettamento degli stati indipendenti d'Italia. La confusione che farebbe d'altronde nascere la esecuzione di queste misure, la resistenza de' possessori di titoli la cui ipoteca sarebbe nel loro pregiudizio alterata, la mancanza di ogni diritto nel creditore di cambiare le garenzie de' loro debiti, e l'illegittimità del potere che si arroga la facoltà di questa estranea fusione, aumenterebbero ancora di più il misero stato in cui si trovano i possessori delle nostre rendite.

«Attento sempre al benessere de' suoi sudditi, S. M. il Re ha l'obbligo di protestare anticipatamente contro questo nuovo progetto di spoglio; ed Ella, sig... e incaricata di dichiarare formalmente al Gabinetto presso il quale si trova accreditata, che S. M. non riconoscerà, in quanto concerne al Regno delle Due Sicilie, le conseguenze di questa pretesa fusione, e di raccomandare a' possessori delle rendile napolitano e siciliane che si trovano all'estero, come lo fa il Real Governo a quelli che si trovano in Napoli ed in Sicilia, la necessità di prendere le loro precauzioni per conservare il loro diritto nello avvenire. Ogni possesso re di titoli delle nostre rendite di Napoli e Sicilia deve dunque munirsi di un duplicato, al quale procurerà, secondo il paese nel quale risiede, dare le opportune garenzie di autenticità e validezza. Tale duplicalo servirà poi di titolo in tempi migliori. Ella, sig.... si compiacerà di dar lettura e rilasciare copia di questo dispaccio a cotesto Ministro degli Affari Esteri,, adoperandosi per non lasciare in così importante materia alcun dubbio sulle intenzioni del Governo di S. M. Firmato - Leopoldo del Re.

2. L'A. R. del Conte di Trapani inviò all'Armonia di Torino la seguente sua lettera: «Roma a Giugno. Signor Redattore. Alle false e calunniose asserzioni di cui mi vidi spesso fatto segno dai giornali rivoluzionarii, credetti più degna risposta il disprezzo ed il silenzio. Non è così ch'io posso fare col suo, che propugna con singolare ingegno e fermezza la causa dell'ordine. Fra i telegrammi ch'esso reca nel dì 1.° Giugno, ne trovo uno in data di Roma 29 Maggio che mi riguarda: «S'è costituito in Roma un Comitato Borbonico con titolo religioso; n'è Presidente il Conte di Trapani ecc. ecc. ecc.».

Ogni parola di quest'annunzio è un'abbietta menzogna fabbricata dalla stoltezza, o dalla malignità, dalla quale non è scudo neppure la più crudele sventura. Non ho presieduto mai Comitati, né società di sorta; non conosco queste arti; il nemico l'ho combattuto, ma di fronte, e sul campo. Però è vero che la mutata fortuna non muterà mai i miei sentimenti.

Suddito sempre fedele al mio Re Francesco II, cittadino sempre devoto alla mia terra nativa, anelo al momento in cui possano mettersi in atto le nobili promesse date al suo popolo del mio Nipote e Signore nel suo Proclama di Gaeta 8 Dicembre.

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Sì, io desidero di invoco al mio paese un Governo che potrà esser forte senza essere crudele, perché sarà fiancheggiato dalle ragioni del dritto, e che saprà conciliare le richieste della libertà con quelle della religione, e della legge. La prego, signor Redattore, a voler dar luogo a queste linee in un suo prossimo numero, e gradisca i sensi della profonda mia stima.»

3. L'Unità cattolica. Giornale di Napoli, nel suo N. del 19 Giugno c'informa che: o in Napoli la nostra condizione va sempre più orribilmente peggiorando; oggimai in questa stessa capitale la sicurezza pubblica si interamente dileguata. Non più aiutati dal silenzio e dal buio della notte, ma in pieno giorno i ladri commettono furti, che in altri tempi, a cui si dà nome di barbari e d'incivili, non si hanno avuto mai a deplorare. Negli scorsi giorni sei ladri assalirono di mezzodì, nella popolosa strada di Forcella, due signori, e li spogliarono di tutto. Altro fatto simile ebbe luogo anche di giorno lungo la via del Pendino; accorsero varii negozianti per fugare quei ladroni, ma accolti a colpi di revolver si diedero alla fuga. Dei furti commessi di notte non accade far qui accurata narrazione; se si ruba con tanta sicurtà di giorno, è ben facile immaginare quello che debba succedere in tempo di notte. Ad una miseria che opprime tutti gli ordini di persone, ad una incertezza dell'avvenire che si presenta terribile e minaccioso, ai pericoli che d' ogni intorno ci circondano, ci troviamo condoni in tale condizione disperata che mette orrore.

«Delle province l'animo impaurito rifugge dal parlare. Lo stato di colà si è cosi orribilmente aggravato, che un cuore che ami veracemente il proprio paese, non può non rimanerne profondamente addolorato. A voler parlar dei saccheggi, delle uccisioni, delle vendette, delle reazioni, degli abusi governativi, delle persecuzioni del clero, sarebbe non finirla giammai. Sono innumerevoli le relazioni che ci giungono di colà, e tutte si accordano mirabilmente nel descriverci con tetri e foschi colori lo stato di quei luoghi.

«Le montagne di Stilo sono percorse da più di 400 reazionarii. Alcuni giorni sono, alcuni briganti assaltarono il casino del sig. Barbieri, e gli chiesero la somma di D.500: or perché questi fu fermo a non isborsar questo danaro, a vendicarsi del rifiuto, tagliarono 500 piedi di ulivo nei suoi possedimenti.

«Ci viene riferito, che lunedì sera (17 Giugno) verso un'ora di notte ma ventina di persone armate si presentarono al custode delle carceri civili di Caserta, facendo vive istanze, perché due individui che recavano legati, fossero tostamente messi in prigione. Il custode, dopo varie difficoltà, si persuase a riceverli, ed apri le carceri. Fu allora che, sciolti i due legali, al grido improvviso di Viva Francesco II, tutti i detenuti in numero oltre a 100, uscirono di carcere e tutti insieme, congiunti ai nuovi venuti, ferendo mortalmente una guardia, e due altre stramazzando a terra, percorrendo col detto grido l'attonita città, si ridussero sui circostanti monti, schifando a tempo due compagnie di piemontesi, dalle autorità col telegrafo elettrico per la ferrovia, richiamate in Caserta.

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4. Il giornale ufficiale di Napoli ci reca notizia di un gravissimo attentato contro la proprietà, «Nella notte del 1 s al 19 Maggio, narra quel foglio, una mano ignota, che la giustizia non tarderà a scoprire e giudicare, metteva il fuoco alle miniere di Apaforte, Stincone e Bosco, site nelle terre di San Cataldo, ed in quella di Rabbione, sita nel territorio di Serradifalco, proprietà del di Serradifalco, e ai vastissimi depositi di zolfo grezzo riunito in catasti nelle vicinanze, e perché più difficile ne fosse riuscito l'inestinguimento, furono in varie parti appiccate le fiamme. La combustione di quegl'immensi materiali producendo lo sviluppo del gaz acido solforico, le di lui esalazioni si sparsero per le vicine campagne recatevi dal vento, che spirava impetuoso in allora, ha prodotto danni incalcolabili alle piantagioni e alle seminagioni circostanti, di cui proprietari han visto in un momento distrutte le speranze, che il ridente aspetto delle, campagne avea lor fallo concepire pel prossimo. ricolto. Anche gli animali ne soffrirono, e si han notizie che sino ad una distanza di parecchie miglia il cattivo influsso recò la morte a molto bestiame. E questo a parte del gravissimo danno recato ai proprietarii delle zolfare e agli speculatori.

«Le persone accorse dalle vicine comuni di San Cataldo e Serradifalco, nulla poterono tentare per tutto il seguente giorno 19, anzi vi perdette la vita Un individuo, che trovavasi a guardia dei calcaroni ed un acquaiolo, e solo sull'imbrunire del giorno 20, coprendo di sterpi e di terrai calcaroni bruciati, si potò por fine, sebbene tardi, a tanto disastro».

5. A tutti quanti questi saggi della beatitudine piemontese, l'Italia giornale liberale aggiunge che: «mentre in Napoli lauto si deplora ha mancanza di lavoro e tanto spaventa la minacciata miseria, il governo di Torino lui ordinato la soppressione del segretariato dei lavori pubblici in Napoli, dal che si argomenta quanto sia poco disposto ad attivare que' lavori di cui si sente si argento bisogno. Il numeroso personale di quel ministero è poi nelle maggiori angustie, non conoscendo la propria sorte. Ai timori che la Settimana di Napoli mostra per questo (alto, altri ne palesa colle seguenti parole: «E mentre si distrugge con una cecità, che i tristi potrebbero chiamare provvidenziale, il disordine s'insinua sempre più nelle regioni governative, ed i migliori impiegali o si dimettono volontariamente, o sono dimessi, o vengono traslocati. Da Torino direttamente viene ordinato un movimento generale nella magistratura, senza che il governo locale ne sia interrogato, e questo strano modo di governare irrita fino il Segretario generale che reggo il Dicastero della giustizia, e lo decide a dimettersi dal suo ufficio. La sicurezza pubblica è scomparsa, e di pieno giorno nelle vie più popolale si commettono i più audaci furti, mentre che lo andare da uno in altro paese diviene sempre più pericoloso, perché le vetture corriere sono assalite dai briganti, i procacci derubati, e fino chi non ha nulla da perdere e chi va per cercare il lavoro nei campi, si arresta pauroso per tema che nei conflitti continui fra le bande e la forza pubblica, che spesso è battuta, una palla indiscreta non venga ad incontrarlo.

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Non crediamo che a riparare questo generale disordine di cose, questo caos governativo, questa distruzione sistematica di tutto che costituiva la grandezza e la prosperità delle nostre contrade, voglia ripetersi le strane giustificazioni del commendator Nigra il quale scrisse nel suo rapporto: - Non bisogna dimenticare che non si compie un'opera

«Ma si dirà che rimpiccioliamo troppo una quistione la quale vuol essere considerata nei suoi larghi sviluppi; ma chi non vede che anco nei piccoli e minuti particolari v'ha sempre idrofobia distruggitrice di quanto qui esistesse, prima che la luce del nuovo governo fosse venuta a rischiarar le tenebre nelle quali eravamo immersi? Dove sono i nostri arsenali? Deve la nostra marineria? Dove i nostri grandi opifici militari? L'ex-ministro Fanti disse di non aver ritratto dai nostri arsenali e dalle nostre armerie che pochi cannoni inservibili, e qualche centinaio di fucili. Anche il ministro Minghetti dichiarava contemporaneamente in parlamento, che i disordini nell'Italia meridionale erano o sogni od esagerazione. Quei due uomini di Stato si davano la mano a vicenda, ed a vicenda nascondevano la verità.»

6. Sopra la festa del 2 Giugno l'Ape cattolica di Napoli, dopo parlato del resto d' Italia, cosi discorre della città e del Regno di Napoli. «Né meno fermo, o men coraggioso si è mostrato il popolo ed il clero di questa nostra Italia meridionale, il quale ha rinnovato gli esempii dei primi martiri della Chiesa. Imperocchè in Napoli vi fu Messa e Te Deum nelle sole chiese di san Lorenzo, san Giacomo degli Spagnoli, e san Francesco di Paola, perché l'una chiesa del Municipio, l'altra del Ministero, e l'ultima servita dal Clero regio, ma non perciò per quelle cerimonie prestaronsi altri preti, oltre i pochi soliti della consorteria, perché la mercé di Dio, il clero napoletano (ad eccezione dei pochissimi, clic già prima dell'attuai tramutamento politico erano, per gravi stranezze, spine della nostra Diocesi) si è mostrato anche on eguale a sé stesso.

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In san Lorenzo infatti pontificò il troppo famigerato monsignor Caputo, dal quale, non dal Municipio, invitato il giovane prete Achille Maione, salì sul pergamo a pronunziar tali e tante bestemmie, che parecchi dell'alta magistratura se ne uscirono con le mani sul capo, esclamando, che Napoli non era città fatta per sentir quelle bestemmie dalla cattedra di verità, e lo stesso Luogotenente signor Ponza di S. Martino ne menò lamenti col Sindaco, e con Monsignore, al quale ultimo, anche il signor Mancini diresse troppo gravi parole, mentre sedean commensali al pranzo diplomatico.

In S. Giacomo celebrò un tal D. Gaetano Postiglione, il quale con la stessa impudenza, con che nei primordi dell'attuale Governo, mentre, per grave sventura di quella Diocesi era Vicario generale in Ischia, non ebbe rossore di annunziarsi in una sua lettera circolare ai Parrochi qual Segretario del Comitato Ecclesiastico unitario; con la stessa impudenza, diciamo, letto il Vangelo, in un breve sermoncino invitò al sangue, alla vendetta, al sacrilegio i pochi impiegati dei dicasteri, quivi convenuti, per timore del soldo, e di cui la maggior parte ascoltavalo inorridita, e poi rivoltosi all'altare immolò senza tremare la vittima di perdono, di pace, di carità. In S. Francesco di Paola, perché mancarono i preti della consorteria, tanto essi son pochi, disse Messa un piemontese.

«Siamo inoltre assicurati, che i sacerdoti detenuti nel carcere di S. Maria Apparente si negarono con egual fermezza per la festa nazionale, che pensavasi di celebrare nell'oratorio di quel carcere, adonta delle staffilale, di che minacciavano il Custode e l'Ispettore. Sicché questi doveron contentarsi, che soli celebrassero e cantassero due preti (non della nostra Diocesi), l'uno già condannato, e l'altro imputalo per gravissimi delitti comuni, e quivi confusi colle innocenti vittime del sospetto e della calunnia. Dei laici, che per timor dello staffile, furono presenti alle cerimonie, sappiamo, che non pure un solo aprì la bocca per alternar le strofe dell'Inno Ambrosiano. Per le quali cose quel cotale Ispettore decretò che i preti reazionari non potessero celebrar Messa fino a nuova disposizione. Ma per mala ventura di lui, il Procurator generale della Gran Corte Criminale di Napoli, venuto in cognizione del l'alto, rivocò dopo due giorni quel divieto, dicendolo emanalo da chi non avea diritto di tarlo.

«E per non defraudar della debita lode anche il nostro buon popolo, sempre sinceramente cattolico, dobbiamo aggiungere per la verità, che i tre quarti e forse i nove decimi di quelli, che convennero alle ecclesiastiche cerimonie della festa nazionale, lumini tutti spinti da tali e tante bisogne, che se non può del tutto scusarsi la loro condotta, deve almeno in gran parte compassionarsi. Ed aggiungasi che anche i convenuti furono così pochi, e quei nove decimi, per salvare almeno l'intenzione, procurarono di assistervi tanto materialmente, che osservossi nelle chiese lo stesso misterioso silenzio, lo stesso freddo contegno, che un nostro grave periodico osservò per le vie.

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«Per ciò, che riguarda poi le nostre province, i giornali di tutti i colori, alcuni con parole di vitupero, per infernale idrofobia, altri con espressioni di lode meritata, han detto abbastanza dell'eroismo, con che il clero in quel giorno si mantenne fermo al suo posto, e con che il popolo mostro quanto fosse cattolico per convinzione. Noi ci asterremo perciò dal raccontarli, anche perché non basterebbero per essi tutte le pagine di questo quaderno». Fin qui L'Ape cattolica; e lo stesso in altri termini narrano altri giornali, sì che si può ben dire che in Napoli come nel resto l'Italia, la festa dell'unirà italiana non fu celebrata né dal clero né dal popolo.

7. Finalmente non possiamo astenerci dal ricopiare ancora questi seguenti brani di giornali napoletani citati dal Giornale di Roma dei 26 e 27 Giugno. Da essi si vedrà qual razza di governo sia quello che portano seco i liberali. «Non vi ha giorno in cui la stampa napoletana, a qualsiasi colore appartenga, non ritorni sulla deplorabile condizione della pubblica cosa nel regno delle Due Sicilie. «Non sono discorsi (si legge nel Popolo d'Italia del 20), non sono apprensioni di tale o tal'altra fazione. Li abbiamo uditi, li udiamo tutto di da gente pacifica, desiderosa d'ordine, di tranquillità, dì sicurezza per le sue industrie, pei suoi commerci. Si lamenta il difetto d'ogni efficace tutela alle proprietà e alle persone, il credito pubblico anima della prosperità mercantile caduto in fondo, le finanze distrutte, la dogana sterile di profitti allo Stato, perché fatta nido di prevaricazioni e di frodi, il commercio nullo, la povertà crescente, nessun provvedimento di lavori pubblici atti a riparare almeno in parte il male. Un agitarsi latente erra nelle più basse regioni della plebe: e così scoraggiamento, malumore, offesi interessi nelle classi civili, le forze tutrici dello Stato scomposte o inceppate, l'amministrazione inerte e disonesta. Troppo lungo sarebbe poi noverare tutto quello che si riferisce alle Province, in cui la situazione de' proprietarii e de' coloni onesti è divenuta intollerabile».

«Nello stesso giornale del 21 si legge: Questa notte sino al far dell'alba molte pattuglie di guardia nazionale hanno percorsa la città per tutte le strade, e i delegati della pubblica sicurezza hanno fermato parecchi individui che incontravano visitandoli sulla persona. Correvano vaghe notizie di reazioni scoppiate ne' dintorni di Napoli, e l'allarme era abbastanza generalizzato per tener desti molti cittadini. Il segretario generale dell'interno e polizia spedì ier sera una circolare agli agenti di pubblica sicurezza, perché avessero vegliato tutta la notte. In Portici vi a ieri la chiamata generale della guardia nazionale: e notizie d'imminenti tentativi reazionarii giungevano iersera al governo, che quindi spedì a quella volta un battaglione di bersaglieri. Si temeva qualche taglio nella strada ferrata, e gì'impiegati locali han vegliato per tale prevenzione. Anche in Torre del Greco, Castellammare e Sorrento vi sono stati allarmi d'imminenti reazioni. Nelle montagne circostanti si son cedute delle grandi bandiere bianche.

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Dietro fatti d'armi che diconsi avvenuti in Nola e S. Severino, sarebbero morti diversi reazionarii, non che alcune guardie nazionali e de' soldati regolari con un ufficiale. Per notizie particolari sappiamo di altri tentativi di reazione in diverse province, specialmente nella Capitanata e in tutta la linea del Gargano.»

«La Esperienza, parimente del 21, racconta che alcuni giorni innanzi circa duecento già militari, che dovevano essere imbarcati per Genova, erano evasi dal quartiere dei Granili. Aggiunge che sul Monte di Somma a nove miglia da Napoli, son riunite bande di altri soldati dell'antico esercito, i quali ricusano di far parte del nuovo. Il Flavio Gioia fa sapere che un distaccamento di guardie nazionali mobili, nel distretto di Gaeta, era stato sciolto, disarmato e n'erato stati arrestati parecchi insieme al loro comandante, per essersi resi colpevoli di violenze e di reati contro i pacifici cittadini. In Nola, raccontasi dalla Esperienza, vi fu un attacco tra i borbonici e la guardia nazionale, con la perdila di 2 uomini e 12 feriti da parte di quest'ultima.

E in Marigliano la Guardia Nazionale impaurita dall'apparire di una mano di borbonici, fu costretta a fuggire e ad abbandonare Ire individui dell'antico esercito napolitano, arrestati perché chiamati a prestare servizio nell'esercito piemontese.

Dietro rapporto del direttore dello stabilimento di S. Francesco di Sale a Napoli, dove sono rinchiuse mille e più donne, un delegato di polizia vi andò in questi giorni per rimuover di là quattro di quelle infelici e condurle altrove. Male quattro donne fecero resistenza, e aiutate da molle loro compagne, cagionarono una rivolta con grande schiamazzo e vie di fatte. Il delegato tu costretto di dare indietro, e andare a prendere altra forza por costringere le quattro ribelli a seguirlo.

«La Democrazia riferendo aver detto il signor Spaventa essere le reazioni finite, aggiunge: «Per nostra sventura dobbiamo dire che mentisce con conoscenza di mentire, e che lenta illudere per proprio conto.»

I giornali di Piemonte hanno un dispaccio telegrafico da Messina del 22 a sera, il quale parla dello sbarco in Sicilia di 120 realisti. Aggiunge che 23 di essi, caduti prigionieri, furono fucilati, e che il Della Rovere avea dato ordine che i prigionieri fossero spediti a Palermo.»

Nello stesso Giornale di Roma sotto la data dei 27 Giugno si legge quanto segue: «I Giornali di Piemonte e Toscana recano un telegramma da Napoli in data del 23 corr. il quale accenna ad una situazione ben grave. Incomincia dal dire che in varii punti di alcune provincie, quelli ch'esso intitola briganti sbandati, minacciano d'incendiare le messi se non si pagano taglie. Dippoi nota che il Luogotenente ha ordinatoli concentramento di tutte le truppe e chiesto rinforzi, e dice la città di Napoli tranquillissima.

«È assai caratteristica una corrispondenza delle Calabrie pubblicata dal periodico piemontese la Opinione nel suo numero del '22 corrente, e nella quale lungamente intrattiene delle sollevazioni e turbolenze che oggi infestan quelle contrade.

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Trascriviamo qui la parie finale della corrispondenza dell'Opinione. «Ora per far fronte alle difficoltà portate da questa poco soddisfacente situazione, la pubblica autorità non ha nemmeno 600 uomini di forza pubblica, avendo per soprassello 600 prigionieri sparsi in varie carceri da custodire in Cosenza. Che cosa si fece per riparare a tali difficoltà? L'autorità credette opportuno di organizzare una specie di servizio di guardia nazionale reclutala in gran parte fra i semibriganti, i quali costarono moltissimo e, naturalmente, peggiorarono le cose; ma uopo che fu insedialo il nuovo governatore, cav. Enrico Guicciardi. questa guardia fu quasi del tutto disciolta. Restava un altro corpo di 800 uomini chiamati carabinieri indigeni, emessi insieme anche questi colla teoria di coloro che vogliono creare l'ordine col disordine. Sono infatti individui per la maggior parte tristi e da cui non ritevansi attenderli che tristizie. Si procede anche allo scioglimento di questi, ma colle necessarie precauzioni. Nel giorno della festa nazionale, per esempio, ne furono disarmali 250.»

«Da una corrispondenza poi di Napoli all'Union togliamo quanto segue: gli officiali piemontesi dicono qui altamente d' essere detestati, e l'odio delle masse è tale che basta vi racconti un fallo che mestato rapportalo da un officiale piemontese. Alcuni soldati napolitani arruolati per forza e trasportati al deposito di Alessandria, non volendo servire nelle file piemontesi, giurarono piuttosto di lasciarsi morire dalla fame; il comandante, non potendo per modo alcuno vincere la loro sublime ostinazione, fu obbligato di congedarli per non vederli spirare di fame.

Non si contano meno di cinque colonne principali di realisti: una fra Sora e sin Germano nella Terra di lavoro, dicesi che s'è impadronita d'Isernia, all'entrata delle montagne di Molise; un'altra, quella del monte Gargano, nella Capitanala; una terza nelle circostanze di. Maddaloni, Ariense, sant'Agata de' Goti, presso la frontiera del Principato ulteriore; una quarta negli Abruzzi; una quinta finalmente in Calabria. 

«Abbiam citato l'aneddoto de' soldati napolitani che, trasportati per forza al deposito d'Alessandria, son stati dovuti rimandare alle loro case perché, onde non servire, il Piemonte, si lasciavano morire di fame. V'ha un caso simile a questo fatto di energica risoluzione: è quello de' poveri d'Amalfi che ricusarono di ricevere il pane che loro si distribuiva in occasione della festa nazionale del 2 Giugno, perché, dicevano essi, era un pane scomunicato. Quando un popolo sente per tal modo l'amor della patria e la fede al suo re non dà motivo a disperare di lui».

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Regno Delle Due Sicilie. 1. Il conte di San Martino smette la carica di Luogotenente reale - 2. Succede il generale Cialdini; suol bandi all'esercito ed al popolo - 3. Vicende della reazione; atrocità del Pinelli e del De Luca - 4. La sicurezza pubblica in Napoli; dimissione dello Spaventa.

1.

Il conte Ponza di San Martino entrava in Napoli, con ufficio di Luogotenente reale, la sera del 20 Maggio, preceduto dalla fama di spertissimo amministratore e di governante gagliardissimo, da potersene con sicurtà ripromettere la vittoria sopra le resistenze napolitane. A Torino certamente si tenea, che egli vi avrebbe fatto miglior pruova che non i suoi predecessori; e per poco non diceasi al tutto disperata l'impresa di domare il Regno e fargli piegare il collo sotto il giogo piemontese, dove ciò non venisse fatto al San Martino. Ed ecco, passati appena un 15 giorni incirca, anche questi tolse licenza e se ne andò, lasciando le cose un sottosopra come le avea trovale. Ma almeno egli fu accompagnato nella sua partenza dal rammarico di molti napolitani i quali, se

Il conte di San Martino, rigidissimo osservatore delle forme legali, voleva cessare quella terribile condizione politica in cui ora trovasi il regno di Napoli, dove tutto è scompiglio ed anarchia quanto all'amministrazione civile, violenza e terrore quanto all'occupazione militare. I piemontesi son costretti a governarsi come conquistatori stranieri e odiatissimi.

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I popoli da ogni parte insorgono, e solo coll'atrocità dei supplizi, come testé mostrarono nei loro bandi il Pinelli ed il Cialdini, si confidano gli oppressori di costringerli a patire la loro dominazione. In tale stato di cose, pei Piemontesi il solo non vincere presto è un incontrare piena ed irreparabile disfatta; il vincere con mezzi così spietati e disumani, condensa loro sul capo tal cumulo di odii, di rancori e di giurate vendette, che non potrebbero mai tenersi per sicuri. Il San Martino, che per principii e per indole abborre da tali procedimenti, avea fermato di mettersi per tutt'altra via; e vuoisi confessare che la divisata da lui era meno iniqua e più efficace. Egli voleva dunque radunato nel Regno tal serbo di truppe regolari, occupati con sì forti presidii i luoghi più opportuni a farne sentire l'efficacia tutto intorno, e distese alla vista dei popoli tali provvidenze militari, che la reazione divenisse impossibile, attesa l'evidenza dell'impossibilità di lottare con qualche frutto. Instava pertanto che gli si mandassero nuovi reggimenti e nuove brigate. Da Torino si rispondeva che, essendovi già nel Regno 58 battaglioni, doveano bastare, non potendosi sguernire le altre province, alcune delle quali versavano in pericoli forse non minori, per giovare ad una. Il San Martino rincalzava le sue esigenze; si che a Torino il Ricasoli la fece da par suo. Avuto a sé il Cialdini, e udito che gli bastava l'animo di spegnere ogni reazione coi soli 38 battaglioni giudicati sufficienti all'uopo, destinò il Cialdini stesso a compiere L'impresa, dandogli podestà sì ampia da pareggiare in varii punti quella del Luogotenente reale. Questi, avutone contezza, afferrò la propizia occasione di uscire da quello spinosissimo suo ufficio, e risentitosi vivamente dell'ingiuria che gli si faceva, mandò le sue dimissioni. Indarno i Ministri, indarno il Re stesso si adoperarono perché rimanesse; egli stette saldo.

In Napoli, udito il caso e saputo, del feroce proconsole che loro si mandava e dei propositi con cui veniva, fu grande in moltissimi lo sgomento, grande la sollecitudine con cui si diedero attorno per ismuovere '' San Martino e indurlo ad immolare pel bene loro i suoi risentimenti. lina petizione popolare a questo intento raccolse in breve molte migliaia di firme. Ma tutto andò perduto contro la ferrea costanza del San Manilio, il quale, pochi giorni dopo giunto in Napoli il Cialdini, ottenne a chiesta dimissione, e se ne dipartì alli 16 di Luglio senza pur volerlo vedere o aver che fare con lui.

2. Del Cialdini non occorre far parola. poiché la sua fama già ne ha conte le imprese. Ma i suoi amici e partigiani, troppo indiscreti, ne hanno ricordato particolari si orrendi, rispetto ai fatti da lui perpetrati contro i Carlisti nelle tristissime guerre civili della Spagna, che troppo ne è giuocato il terrore inspirato dal solo suo nome ai napolitani.

Parecchi giornali del Piemonte recavano, che egli prima di partire per Napoli vantava

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Per riuscire a questo scopo il nuovo Luogotenente cominciò coll'indirizzare ai soldati il seguente bando. «12 Luglio. Soldati. Piacque al Governo del Re di affidarmi il comando di questo 6.° corpo, alle fatiche, ai servigi, all'abnegazione del quale io applaudiva da lungi. Sono lieto di aggiungere l'opera mia alla vostra, e spero che riusciremo a ridare la calma a questa bellissima parte d'Italia, e a purgarla dalle bande di assassini che l'infestano. E vi riusciremo associando a noi l'elemento popolare e liberale del paese, aiuto che non potrebbe mancarci: perché furentemente chiesto e riconoscentemente accettato da me. Voi sapete che le difficoltà non mi sgomentano e che l'energia non mi manca, lo so di qual valore e di quanta costanza voi siete capaci. All'armi dunque con piena fidanza! Fortuna sorride a chi le impugna per la patria e per la libertà. Il general d'armata. Firm. Cialdini.»

La sola cosa che in questo bando possa bisognare di schiarimento, si è quell'elemento popolare e liberale di cui vuole servirsi il Cialdini. Lasciando da parte i manigoldi ungheresi che compierono le stragi di Montefalcione, di cui parleremo dopo, il Proconsole piemontese fa assegnamento sopra un nembo di Garibaldini che vi accorsero da poco tempo. Con essi e con la schiuma dei più arrischiati fra i ribaldi delle città, egli intende formare compagnie di Guardia nazionale mobile, che aiutate da buoni manipoli di truppe regolari scorrano di luogo in luogo ad affogare nel sangue ogni moto di reazione. Questo disegno si sta effettuando.

Un altro bando indirizzò poi il Cialdini al popolo napolitano, per rannodare a sé tutte le frazioni del partito liberale, e valersene a schiacciare i loro proprii concittadini. Tutto ciò, ben inteso, per rispetto alla libertà. Ecco il testo del curioso documento. «Napoletani! Il Governo del Re mi mandava tra voi coll'incarico speciale di purgare il vostro bel Paese dalle bande di briganti che l'infestano. Accadde poi la deplorata dimissione del Conte Ponza di San Martino, ed in allora volle Sua Maestà, con sovrano Decreto delli corrente, nominarmi Luogotenente del Re in queste province. E ciò, senza dubbio, nello scopo di riunire in una mano sola i poteri militari e civili, onde agevolare così la riuscita del mio mandalo. Io giungo preceduto da cortese testimonianza di benevolenza, che amava darmi il Municipio di Napoli, facendomi concittadino vostro. Onorificenza lusinghiera cotanto e cara al mio cuore mi imponeva un debito di gratitudine, e qui venni a soddisfarlo. Ma poco o nulla potrei senza di voi. Con voi tutto potrò. Fra chi vi ruba e vi assassina, e chi vuol difendervi sostanze e vita, la scelta non parmi dubbia. Mi affida quindi il naturale criterio del buon Popolo Napoletano ed il senno della sua mirabile Guardia Nazionale. Invoco ed attendo con fiducia l'appoggio delle frazioni tutte del gran partilo liberale, giacché quistione è questa di sostanza, non di forma, di comune, non di particolare interesse. Tregua or dunque alle irritanti polemiche. Chi vuole la libertà sotto la garanzia delle leggi fortemente sostenute ed equamente applicate, chi vuole un'Italia libera ed una con Re Vittorio Emanuele, sia meco, che altro io non desidero, non voglio, non propugno.

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Un grido, un sol grido, che esca da' petti nostri, purché simultaneo e concorde, avrà un'eco possente, irresistibile, dal Tronto al greco mare. Esso basterà a disperdere in breve le bande reazionarie, ed a gettare lo sgomento nell'animo di chi le paga da lungi, le muove e le dirige. Quando rugge il Vesuvio, Portici trema! Napoli, 19 luglio 1861. Il Generale d'Armata Luogotenente del Re ENRICO CIALDINI.»

Come si vede, le idee son sempre le stesse. Si applica l'appellazione di assassino a qualunque per debito di coscienza, per senso di onore, per amore di patria, per lealtà verso il legittimo Sovrano osa resistere alla tirannide piemontese. Quanti sono così i napoletani non codardi o non traditori, son designati al furore di soldatesche aizzate ad essere senza pietà, ed alla truculenza di sicarii raccolti per ogni dove. Se non si trattasse di cosa tanto crudele, sarebbe poi da ridere di quel tratto d'enfasi poetica, con cui il Generale fa entrare in mezzo i ruggiti del Vesuvio ed i tremiti di Portici!

3. Il disegno del Conte Ponza di S. Martino era evidentemente volto a prevenire i moti di reazione coll'incutere timore, sì che non fosse pur uopo reprimere; onde sperava egli che a poco a poco, dati giù i primi bollori e cessate le lolle sanguinose, si potrebbe con prudenti ordini amministrativi dare qualche assetto alla cosa pubblica, e calmare gli animi, e riconciliarli coi nuovi governanti. Questo disegno fu mandato a male dalle baronali esigenze del Ricasoli, amante più di comprimere coll'imperio e colla forza, che di reggere colle leggi e con la prudenza. Egli preferì di affidarsi al terrorismo di macelli soldateschi ben diretti da quell'efferato condottiero che è il Cialdini, e i fatti dimostreranno se questo sia il vero modo di rappaciare popoli violentemente conquistati da una parte, e iniquamente traditi dall'altra. Intanto è certo che le reazioni anziché scemare, crebbero e tornarono a farsi sentire fin sulle porte di Napoli; tantoché, come leggesi nel Nomade del 22 Luglio, il Cialdini fu costretto a chiedere, e il Ricasoli a dare ciò che insipientemente erasi negato al San Martino, cioè un rinforzo di 18 battaglioni.

Noi avevamo fatto disegno, non bastandoci lo spazio a riferire pur una centesima parte di quel che recano i diarii quotidiani ed autorevolissime corrispondenze, di registrare almeno i nomi delle città e borgate in cui veniva abbattuto lo stemma piemontese e rialzato quello del legittimo Sovrano, o dove avvenivano scontri, zuffe e fatti d'armi tra gli oppressi e gli oppressori. Ma dovemmo abbandonare l'impresa. Che appena si trova nome di provincia, di distretto, di città e di borgo o villaggio, dove non iscoppii la reazione.

Lo stesso Giornale ufficiale del Regno d'Italia, non potendo senza vergogna tacere affatto, prese il partito di accennare con quattro parole i luoghi e i fatti di questa natura; ed ogni giorno spende in ciò lunghe e fitte colonne, che paiono gittar sangue e fuoco da ogni riga. Imperocché si tratta ognora di assalti feroci, sostenuti con accanita pertinacia; di incendii, di uccisioni, di saccheggi e di rappresaglie crudeli con cui i superstiti vendicano gli estinti.

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I soldati regolari piemontesi, correndo per le valli e i dirupi degli Apennini, danno la caccia a' briganti (cosi hanno imparato a chiamare i regnicoli sdegnosi della schiavitù piemontese!) come a belve selvagge; ma spesso toccano di gravi perdite e torna

Altra volta vincono, e allora si eseguono con fredda ed inesorabile sevizie gli ordini del Cialdini e del Pinelli. Quali siano questi può farsene ragione dai bandi messi fuora.

Appena il Pinelli fu rimandato a comandare la truppa destinata a domare i ricalcitranti in Terra di Lavoro, pubblicò che «qualunque fosse trovato alla campagna senza evidente necessità o ragione giustificata, sarebbe fucilato.» Per provare come fosse inesorabilmente fermo nel suo proposito. fece trucidare varii infelici per la semplice accusa, non provata. d' aver recato cibo a' loro compaesani briganti che stavano alla montagna. Leggesi inoltre sui giornali, né fu sinora smentito, che giunto a Caserta. e venutigli alle mani parecchi sacerdoti designati come reazionari, senz'aspettare altro li volle fucilati; ed a chi s'interponeva perché almeno si verificasse l'accusa, dicono che rispose: son preti e basta; siano fucilali e ciò valga d'esempio agli altri: così voglio. Simili barbarie, divulgate per tutta Europa, valsero al Pinelli la cui brutale ferocia avea già stomacato il Cavour e costrettolo a levargli ogni comando, un elogio del Constitutionnel, che ai 7 di Luglio osò stampare queste parole: «Il signor Pinelli è valente ed eccellentissimo uffiziale. Opera bene, ma parla male.» Tutto il suo torto adunque sta nel parlai male, cioè Dell'annunziare ai miseri designati alle sue crudeltà la sua risoluzione di averli schiavi o morti. Se non fosse di ciò, il Constitutionnel, a quanto pare, non ci troverebbe che ridire!

Ma il Cialdini e il Pinelli corrono rischio di veder sfrondati i loro allori da un De Luca, Governatore di Avellino. Costui, saputo come una grossa banda di insorti, volendo occupare Monlemileto, e scontratavi resistenza da certe Guardie nazionali accorse colà d'altri luoghi, le aveano valorosamente disfatte, radunò subito quanto potè di manigoldi; e aggiunti loro un 400 Ungheri e Guardie nazionali fino a circa 2,000 uomini, si diè a inseguire e circondare gl'insorti riparatisi a Montefalcione. Quivi li assalì con furore spietato, e i suoi panegiristi lo lodano d'avervi fatto un vero macello, non perdonando la vita ad alcuno di quei che gli caddero tra le mani, ma fucilandoli senza pietà e senza indugio. Del qual fatto i giornali del partito piemontese menarono gran vanto, come se i napolitani fossero fiere selvagge, delle quali quante, più sono spente tante meglio. Sulle, prime fu detto che il terrore di questa strage avesse ridotto gli insorti a smettere le armi e darsi prigioni da se stessi, chiedendo misericordia. Ma poi si venne in chiaro che questi, sbandatisi dove non potevano reggere al cozzo, si raunarono altrove e ripigliarono le loro corse e i loro scontri coi Piemontesi. E così accade fin sulle porte di Napoli. dove, quando meno sembra credibile, si mostrano schiere di insorti; bandiere spiegale.

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Sembra che il loro sistema sia di stancare i piemontesi con codeste scorrerie, senza esporsi a cimenti di battaglia, in cui per la differenza delle armi e il difetto di artiglierie e di munizioni non potrebbero vincere la prova. Quindi è che là per appunto, dove oggi il diario ufficiale annunzia vinta e repressa la reazione, domani si rialza la bandiera napolitana, si disarma la guardia nazionale, si proclama Francesco II; finché, al sopraggiungere di nuove truppe, gl'insorti o appiccano la zuffa se sono in forza da poterne tentar la sorte; o si disperdono per andarsi ad attestare poche miglia più in là o dietro le spalle dei piemontesi, costretti a struggersi in marcie e contromarcie.

4. Mentre le campagne e le terre del Regno sono così tutte in iscompiglio, con gli orrori diè sogliono accompagnare le guerre civili, Napoli stessa pare abbandonata in preda agli scherani ed ai ladri. Silvio Spaventa, che resse lìn qui le cose, di Polizia, lasciava liberi malfattori famigerati, mettendo loro soltanto la condizione di non perdonarla ai Borbonici e di non toccare altri. Onde chi voleva una vendetta o una rapina, poteva, col solo additare la sua vittima qualificandola di reazionario Borbonico, ottenere l'intento. Di qui venne che gli antichi Camorristi fanno ancora il loro mestiere, e sono il terrore della città. Un tal Demata, cappellaio, con un branco di suoi complici, si presentava alle case dei cittadini, e minacciando di farli trattare da borbonici ne estorceva di grosse taglie in denaro per riscattarsi da quelle furie. Un dì fu da un cotale e lo richiese di 1300 ducati; ne toccò subilo 700 e s'impegnò di tornare la sera per i rimanenti. Ma il misero che li dovea sborsare ricorse alla Polizia, e l'iniquo scherano fu arrestato quando a tutta fidanza tornava a riscuotere il rimanente della somma pattovita. Imperocché molte denunzie segrete ed ordini precisi del Luogotenente avevano costretto lo Spaventa a segnare l'ordine della cattura, benché fin allora avesse tenuto il Dentata in istima di ottimo cittadino, perché liberale furibondo e caldo partigiano del nuovo Governo. Tuttavia la vergogna che ne ricadde sullo Spaventa, e i sospetti che sopra di lui corsero per questo fatto in tutta Napoli, furono tali che lo Spaventa dovette rassegnare l'ufficio. Il Demata fu carcerato; ma un suo fratello si tolse il carico di vendicarne la prigionia, e di pieno giorno, alle 4 pomeridiane, con pugnalata nel collo tolse di vita l'ispettore di polizia che avea eseguito l'arresto: poi si sottrasse e non se ne seppe altro. Di questi fatti potremmo, se lo spazio ci bastasse, recare gran copia; ma basti accennare che chi ha desiderio di leggerli può esserne pago pigliandosi in mano qualunque diario napolitano o siciliano; poiché tutti dicono sfrenata l'anarchia, nulla affatto la sicurezza delle persone e delle sostanze dei cittadini, ed ormai spinta agli estremi della disperazione la sofferenza di tutti.

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Stati sardi

(Nostra Corrispondenza) 1.

Funerali pel conte di Cavour - 2. Blocco di Caprera -3. Riuscita dell'imprestito - 4. Chiusura della Camera dei Deputati - 5. Fleury a Torino.

1.

Del conte di Cavour non si fa più guari parola da nessuno. E appena poco più di un mese che egli è scomparso dalla scena del mondo, e già la sua memoria si confonde per poco con quella degli uomini d'un'altra età. Il 9 del corrente alle 10 e mezzo ebbe luogo per ordine del Re, e contro ogni regola di rito ecclesiastico, un solenne ufficio funebre in suffragio dell'anima sua nella Magistrale Basilica di S. Croce. Il divino sacrificio fu pur troppo celebrato da Monsignor Rinaldi, Vescovo di Pinerolo. La chiesa era tutta parata a nero con una magnificenza principesca; un altissimo catafalco sorgeva nel centro di essa con pompose iscrizioni ai quattro lati, tutte, ben inteso, in lode del defunto ed esprimenti la gran perdita che si pretende aver l'atto l'Italia per la sua morte. Una sceltissima orchestra eseguì una grandiosa messa funebre; i soli cantanti erano più di cento, fra cui venti donne. Così la funzione ebbe più l'aspetto di una profana rappresentazione teatrale, che di una grave e solenne

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2. Qui tutti gli uomini di senno stanno in sull'avviso per timore di qualche nuova scappala del Garibaldi. Sapete che l'isola di Caprera fu messa, per così dire, in istato di blocco, avendo il ministero sardo ordinalo, e il sindaco della Maddalena pubblicato il divieto a qualsivoglia persona, di approdare, sotto qualunque pretesto, con barche grandi o piccole, a quell'isola, senza il permesso del Sindaco. L Opinione e la Gazzella di Torino, giornali ministerialissimi, per rispondere in qualche modo agli oh! oh! di meraviglia che tutti facevano per questi strani provvedimenti, strombazzarono che ciò erasi fatto dal Governo solamente per sopravvegliare alla preziosa vita, minacciata da uno che probabilmente non è ancor nato, dell'illustre generale Garibaldi. Anzi si e pure mandato attorno la storiella d'un tale, che, non so né dove, né quando, avea lasciato trapelare, da qualche parola sfuggitagli, il disegno che avea fatto di farla finita col capo della rivoluzione italiana. Ma questa spiegazione, invece di chiarire la ragionevolezza del blocco, parve a tutti ancor più ridicola del blocco stesso. Giacché se i liberali non s'incaricano essi di quest'assassinio chi volete che se ne brighi? Se non bastasse la coscienza, l'interesse dei codini forse che non basta a desiderare lunga vita a quell'eroe da commedia che dà molto più impaccio al Ministero che non ad altri? Però mentre i fogli conservatori rivelano il secreto di questa faccenda, ceco che la Gazzetta di Torino, contraddicendo manifestamente a sé stessa, si fa a dar pienamente ragione a quei fogli scrivendo queste precise parole: «Sappiamo con fondamento che alcuni dei più spinti repubblicani hanno intenzione di recarsi presso Garibaldi a Caprera, per indurlo ad abbandonare quell'isola, per mettersi a capo del movimento nazionale e marciare contra Roma.» Ecco dove riuscirono le storielle inventate e spacciate con tanto maliziosa ingenuità dai giornali venduti al ministero. Or qui è opinione comune che questa stessa spiegazione semiufficiale copra una nuova astuzia del Governo, il quale. come nel Maggio dell'anno scorso, si dice che faccia le viste di spiare ogni passo del filibustiere, lasciandolo però libero di raccogliere armi. danari, soldati e tutto, per correre alla sacrilega invasione di Noma. Ad ogni modo, qui gatta ci cova, e i recenti scritti del Mazzini per eccitare il Governo alla medesima impresa confermano queste congetture.

3. Il prestito di 500, o per parlare più correttamente, di 730 milioni non poté effettuarsi che al 70. Vuoisi che una metà siasi già contrattata colla banca Rotschild, e l'altra debba aprirsi alle private soscrizioni dell'interno del regno. Non saprei dirvi quanto siavi di vero in queste voci. Quello di che posso assicurarvi si è che le sole spese volate dalla nostra Camera in questa sua prima sessione impongono già all'erario un nuovo gravame appunto di 500 milioni, o poco meno! ma come se ciò fosse ancor poco, ecco che nuovi motivi vengono a recarci nuovi danni, rendendo sempre più difficile ed onerosa l'esecuzione medesima del prestito senza parlare della poca stabilità con cui si presenta in faccia all'Europa il nuovo edifizio innalzato dalla rivoluzione e colle arti del Conte di Cavour, io voglio solo farvi cenno dei dissidii ministeriali che non sono leggeri.

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I giornali venduti sacramentano a piena gola clic ciò non è vero, che son calunnie, che sono tranelli dei nemici d Italia, dei repubblicani, dei retrivi, che i Ministri non furono mai così d'accordo come ora, e cose simili. Ma le voci che corrono per la città e le notizie dei fogli indipendenti dicono ben altro. Si tratterebbe nientemeno che di dare il gambetto allo stesso barone della Trappola, Bettino Ricasoli, presidente del Consiglio de' Ministri. Forse le cose di Napoli gli daranno il tracollo. I. Il così detto primo Parlamento italiano ha cominciato le sue vacanze la sera del 13 del corrente luglio. Esso tenne 109 sedute pubbliche e in queste sedute approvò 83 disegni di legge. Non è certo piccola cosa, giacché le leggi non s'improvvisano. Ma il peggio si è che nessuna di essa tende a recare il menomo vantaggio all'Italia. La più parte di queste leggi impongono maggiori spese e spese nuove, o sul bilancio di un ministero o sul bilancio di un altro; impongono leve militari nelle varie province, italiane, facendo così pesare sempre più sulle famiglie già dissanguate dai balzelli quella tremenda imposta di sangue, che tolse già alle madri tanti figli e tanti mariti alle spose; impongono la costruzione di varie ferrovie, le quali sono più o meno a carico dell'erario e che però finiscono sempre coll'istrappar danaro dal povero popolo; e una di esse finalmente impone l'imprestito di 730 milioni! Così la nostra Camera si radunò per cinque mesi in circa, ciarlando molto e facendo nulla di buono. Nulla per la magistratura e pei tribunali, che sono oppressi da un monte di leggi fra loro opposte e contraddittorie. Nulla per l'amministrazione interna, la quale è diversa secondo le diverse città del così detto nuovo regno italiano. Nulla per la pubblica sicurezza, la quale trovasi dovunque in istato deplorabilissimo. Nulla per le finanze, le quali si trovano ridotte al verde, da far pietà perfino alla Pietà. Nulla insomma per quanto concerne il vantaggio del paese e della nazione. In che adunque il preteso Parlamento italiano spese in massima parte il suo tempo? l'ho già detto nell'ultima mia corrispondenza. Lo spese quasi tutto nel muovere interpellanze, e interpellanze talvolta che parevano mettere a sbaraglio l'esistenza medesima del gabinetto, ma che. riuscivano poi sempre a un bel nulla. Credereste che il numero delle interpellanze principali somma a una cinquantina incirca? Dico le interpellanze principali, giacché chi mai potrebbe numerare le altre di minor levatura? Non. esagero dicendo che queste ascendono a centinaia centinaia. Nella sola tornata del 9 luglio se ne mossero nove o dicci; alla vigilia della proroga della sessione il famosissimo Liborio Romano ne fece egli solo sei in una volta, e negli ultimi istanti dell'ultima tornata fu gran ventura che fosse assente il ministro della guerra; altrimenti si sarebbero ancora sentite le interpellanze del dep. Miceli sugli ufficiali siciliani. I nostri moderni Padri Coscritti sono proprio interpellanzomaniaci! Però le frequenti interpellanze, come ognun sa, indicano senza fallo il generale malcontento che regna nel paese. E qui avvertite ancora una particolarità del Parlamento di Torino, la quale non gli fa certo troppo onore; ed è che difficilmente vi ebbe tornata, che non fosse notevole per tumulto, schiamazzi e disordini di ogni specie.

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della Camera era costretto a coprirsi il capo per interrompere le discussioni; e ciò dopo esser divenuto rauco pel gridare e stanco per l'agitar furioso del campanello. Ma ell'erano ciance! I poco onorevoli schiamazzavano sempre peggio e si racchetavano solo quando più non potevano schiamazzare. E questi sono i rappresentanti del popolo! E questi si tengono pel fiore dei sapienti ed onesti italiani! Lo creda chi vuole, e chi è pagato per mostrar di credere.

5.

Nella sera del 16 corrente giunse a Torino l'invitato straordinario di Napoleone III, il generale Fleury, e ieri alle 3 e ', P®D fa ricevuto dal Re a cui consegnò le lettere autografe del suo padrone. Nel momento in cui scrivo (ore 7 pom. del 18) si dà un gran pranzo a corte in suo onore. La Gazzetta dt Torino, che in queste faccende suol essere bene informata, narra che il Re, dopo corsa coll'occhio la lettera autografa di Napoleone III, rimessagli dal Generale Fleury, esprimeva la sua soddisfattone con queste parole. «Sono lieto oltremodo, o Generale, nel vedere che il mio augusto alleato, l'imperatore dei Francesi, arrota la linea di condotta seguita, dal mio Governo; questa buona notizia che voi mi recate riempirà di gioia, al par di me, tutti i veri amici d'Italia.» Ma Boa è da dimenticare che Napoleone III per mezzo del Thouvenel diceva che egli non giudicava le annessioni, non le guarentiva, non si faceva mallevadore di nulla per l'avvenire, anzi riservava i diritti dei legittimi Principi oppressi dalla forza piemontese. Con queste alternative dialettiche si salvano, in apparenza. la capra e i cavoli, la giustizia e la rivoluzione: e si mettono d'accordo la diplomazia e la verità.

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Regno Delle Due Sicilie 1. Il governo piemontese bandisce la guerra civile- 2. Il Garibaldi e i suoi tornati in grazia dal. Ricasoli - 3. Si rifa l'esercito mazziniano - i. Lettera del conte di San Martino - 5. Accoglienze vituperose fatte in Napoli ai Deputati ministeriali - G. Propositi del Cialdini contro la reazione; istruzioni dategli dal ministero - 7. Bando orribile del Galateri - 8. Assassinii commessi a Somma dai piemontesi -!). Come e perché espulso da Napoli l'Em. Cardinale Arcivescovo - 10. Arresti ed emigrazione-11. Nuovi ordini pei pubblici impieghi 12. L'insurrezione si allarga - 13. Franchigia pei ladri ed assassini- 14. Come tutelata dal Governo la libertà di stampa e le proprietà dei cittadini.

1. Finché stette al governo supremo della rivoluzione italiana il Conte Cavour, il reame di Napoli, trattato come paese di conquista e curvato sotto il giogo de' suoi oppressori, portò dolente e sanguinoso la pena di

Snelle inenarrabili codardie e di que' tradimenti senza esempio, con cui i Nunziante, i Pianelli, i Liborio Romano, colla troppa numerosa caterva de' loro complici, aveano consummato l'orrendo delitto di vendere allo straniero la libertà e l'indipendenza della patria, la maestà del trono, e la santità della religione. Ma spento il Cavour, e venuta ogni cosa alle mani di quel despota ferrigno che è il sig. Bettino Ricasoli, una nuova e più orrenda sciagura dovea piombare sul misero regno a disertarlo in modo ben più crudele. Imperocché, se prima polca dirsi che i Napoletani erano vittima della forza prevalente ond'erano armati gl'invasori, e della venalità d'alcuni perfidi che si erano finti devoti al Re per poterlo meglio tradire; ora pur troppo incomincia ad avverarsi, per opera del Ricasoli, che tra loro medesimi si vanno barbaramente dilaniando con la ferocia propria delle guerre civili.

Veduti tornar vani i mezzi provati dal Farini, dal Principe di Carignano e dal San Martino, per domare la resistenza dei napoletani all'abborrito giogo piemontese, un disegno infernale balenò alla mente del Ricasoli, e fu destinato ad incarnarlo il Cialdini. Questi l'accennò nei primi suoi bandi, da noi recati a pag. 3o6, là dove parlando a' suoi soldati, si riprometteva di vincere ogni resistenza associando ai loro sforzi «l'elemento popolare e liberale del paese»; e voltosi poi al popolo stesso, ne chiedeva «l'appoggio delle frazioni tutte del gran partito liberale». Con ciò erano convocati all'impresa di opprimere la grandissima maggioranza dei cittadini onesti, pacifici e devoti all'ordine legittimo della cosa pubblica, quanti fossero i liberali d'ogni setta e d'ogni colore; a' quali furono quindi poste in mano le armi, avendo perciò il Cialdini recato seco 30 mila fucili. Onde avvenne che razzolando nel lezzo delle città non fu difficile trovare un certo numero di facinorosi pronti a tutto, che furono sostituiti di fatto alla Guardia nazionale, sotto nome di Guardia mobile; e quindi sospinti a trucidare i loro compaesani, a devastare le stesse loro terre, avendo in tal impresa per capi il fiore degli ufficiali del Garibaldi. E ciò spiega come, in molli degli scontri avvenuti fra i difensori del legittimo Re ed i partigiani del Piemonte, i più accaniti nel combattere fossero appunto codeste guardie nazionali, come accadde a Montemileto, e in molli altri luoghi delle Calabrie e in Terra di lavoro.

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2. Con questo la rivoluzione si propose di ottenere un doppio intento, di risparmiare cioè il sangue e le vite delle soldatesche regolari, troppo

3.

Quanto al Cialdini poi, che avea scritta al Garibaldi quella certa lettera in cui si dichiarava nemico politico di lui e de' suoi, e che per poco non riuscì ad un duello, il Cialdini stese fraternamente la mano a quei Garibaldini ch'egli avea spontaneamente giurato di combattere «oltranza, e li invitò ad accorrere; che avrebbero senza più onori e stipendii nella Guardia nazionale mobile. I Garibaldini dimoranti a Napoli colsero solleciti la offerta del Cialdini, e gli mandarono un indirizzo che. come riferisce il Nomade, chiudesi colle seguenti parole. «Ci rivolgiamo a lei, invitto generale, col santo scopo di poter raggiungere con le armi alla mano la meta prefissaci, quella di far l'Italia una sotto lo scettro del Re galantuomo, Vittorio Emanuele». La commissione degli ufficiali garibaldini, incaricata di presentare l'indirizzo, fu cordialmente ricevuta, e s'ebbe in risposta le seguenti parole: «Ringrazio il patriottismo de' veri seguaci di Garibaldi, e non ho mai dubitato di essi. Ho passate le disposizioni al generale Cosenz, e tutti saranno riconosciuti co' rispettivi gradi». E difatto in pochi giorni più di 600 di codesti ufficiali garibaldini, che dal Cavour erano stati licenziati, furono riammessi ne' gradi onde s'erano fregiati quando militavano coll'eroe della Caprera; e furono destinati il comando delle compagnie, raccolte nel modo che dicemmo più sopra. per andar con esse alla caccia dei briganti.

La ressa allora e la folla di questi avventurieri e paladini delle rivoluzioni, nell'accorrere per essere ammessi all'onore di macellare il popolo napolitano, indocile al giogo piemontese, fu sì grande, che il Cosenz, con una lettera al Corriere mercantile di Genova, che leggesi nel Nomade n. 173, fu costretto di scrivere così: «So che molti degli uffiziali di Volontarii desiderano qui venire per arruolarsi nella Mobile. Fate loro conoscere che farebbero il viaggio inutilmente, perocché io ho un gran che fare per poter situare il grandissimo numero che qui vi ha e che pretende essere nella Mobile.»

1 Vedi Civ. Catt. Vol. X, Serie IV, pag. 509.

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Or egli è agevole a intendere di che siano capaci costoro! Per farli più devoti al padron Bettino, fu decretata una ricompensa nazionale da distribuire; ai volontarii dell'esercito meridionale, cioè ai Mazziniani, contro cui l'anno scorso fingevasi di voler dare una battaglia, e perciò s'invadevano gli Stati della Chiesa; e le disposizioni per codesta ricompensa si possono leggere nel Nomade di Napoli, n. 164.

Questo fatto parve tanto arrisicato ed improvvido al partito piemontese che tiene per la monarchia, che se ne levarono alte querele; temendosi, come agevolissimo ad accadere, che si dovesse rifare quell'esercito Garibaldino da cui il Cialdini stesso avea mostrato di temere la guerra civile, proferendosi perciò a combatterne a tutta oltranza la tirannia. A cessare queste inquietudini il Governo ebbe ricorso al solito spediente d'una dichiarazione ufficiale, a cui danno aperta smentita i fatti. Ecco il testo della nota inserita perciò nella Gazzetta ufficiale del Regno sotto il 25 Luglio.

Il Governo del Re autorizzando il generale Cialdini a chiamare i volontari della Guardia nazionale, nelle provincie napolitane, a mobilizzarsi dietro determinale prescrizioni, ha inteso di utilizzare gli elementi tutti più vivi e più operosi di quelle provincie in aiuto delle RR. truppe. La conoscenza dei luoghi e dei costumi che hanno quei militi, oltre il valor personale, può cooperare grandemente alla estirpazione del brigantaggio. Ma con ciò il governo non ha inteso in alcun modo di chiamare volontari da altre parti d'Italia. Ciò si avverte perché niuno possa essere indotto da qualche notizia dei giornali a credere, che venga aperto alcun arruolamento in queste provincie, o che a Napoli si arruolino volontari di altre Provincie italiane e con prescrizioni diverse da quelle contenute nel Decreto del generale Cialdini.» Il che evidentemente è inteso ad inorpellare di verità la solenne impostura spacciata ogni giorno dai diarii della rivoluzione, cioè che nel Regno sol pochi ladri e scampati dalle galere, con qualche branco di soldati disertori o sbandati, facciano opposizione ai presente ordine di cose; tantoché i popoli stessi accorrono spontanei sotto le divise di Guardie nazionali a combatterli come assassini. Ma se cosi è davvero, perché oltre ai 60 battaglioni di truppe regolari, che già vi stavano, si continua a mandarvi intieri reggimenti, e squadroni di cavalleria, e cannoni di montagna, e gendarmi a nugoli?

4. Egli è chiaro che il governo piemontese posto alle strette dalla resistenza delle popolazioni napolitane insorte da ogni parte, e dalla insufficienza di forze per domarla, si buttò ai disperato partito di rifar lega colla fazione Mazziniana, per valersi di questa a schiacciare la parte de' cattolici e legittimisti. Con questo egli sostituì la violenza aperta alla politica furbesca, imitando il Cavour che nei momenti di maggior pericolo si appigliava con tutta indifferenza, e senza riguardo all'onestà dei mezzi, a qualunque spediente paresse più opportuno all'intento, come ben notò il sig. De Braghe. Se questo debba o no riuscire al termine voluto, sta ancora scritto negli arcani della Provvidenza.

Ma certo è che a guardar le cose freddamente ci sembra, che la via impresa del Conte Ponza di San Martino fosse molto più efficace,

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come può vedersi da una sua lettera al Conte Gallina, stampata in quasi tutti i giornali (Vedi lo Stendardo Cattolico n.° 72); nella quale espone distesamente quello che già noi avevamo toccato in sentenza, quando parlammo della sua dipartita da Napoli. Dopo gli inevitabili cenni sopra lo stato di compiuta disorganizzazione in cui era il Regno, egli discorrerei mezzi di conciliazione, di legalità e d'ordine con cui si proponeva di ripararvi. Accenna il pericolo ila lui preveduto, che il chiamar sotto le insegne i soldati del disciolto esercito Borbonico non avesse altro effetto che d'ingrossare le bande arrolate dei reazionarii; mette, in chiaro le insistenze fatte a Torino per aver rinforzi di truppe che gli dessero modo di prevenire la necessità di repressioni sanguinose, associando però ad esse le milizie nazionali.

Ma nulla di questo fu accettato a Torino, se non quando, per l'incremento della reazione, il concedere diveniva inutile perché insufficiente. Tuttavia egli credeva che il Cialdini fosse mandato colà per coadiuvare ali esecuzione de' suoi disegni «in modo tale che il principio della prevenzione prevalesse tanto da rendere men necessaria la repressione». Or tutt'all'opposto il Cialdini portava seco poteri sì ampii da poter operare da sé, e senza dipendenza del Luogotenente reale; a cui anzi il Ministro Minghetti ordinava di rimettersi in tutto al giudizio del Generale Cialdini il quale opererebbe a modo di guerra. Quindi il San Martino sentì che egli sarebbe incapace di attuare i suoi divisamenti, ed anziché rimanere mezzo esautorato, fermò di partire.

Da tutto questo ricavasi che in tanti mesi di continue carcerazioni provenute, e di tante fucilazioni repressive, la reazione, non che diminuire divenne formidabile; e la tirannide piemontese dovette mostrarsi all'aperto, e venire agli estremi della violenza per non perdere la sua conquista. Ma vi guadagnò almeno l'appoggio sincero e forte della parte liberale ossia della rivoluzione? I fatti dicono il contrario.

5.

Fra questi fatti è da mettere in nota, perché abbastanza solenne. l'accoglienza fatta in Napoli ai Deputati napolitani reduci da Torino. Di essi alcuni pochi, come il Ricciardi, aveano piuttosto avversato che favorito il governo rivoluzionario che dai settarii di tutta Italia fu installata nella capitale del Piemonte; essi ne aveano messa in palese la nullità, l'imperizia in cose d'amministrazione, il rovinio nel maneggio delle finanze, l'improvvidenza nelle ordinanze civili, il despotismo cieco e disastroso esercitato contro il regno di Napoli lasciato senza polizia, abbandonato alle mercé dei ladri, irritato con ogni maniera di soprusi e di vessazioni, peggio che non si farebbe da conquistatori sopra barbari vinti colla forza delle armi. Or questi furono lietamente festeggiati, e con ogni maniera di dimostrazioni di gratitudine onorati al loro giungere in Napoli, con vera ovazione popolare. Per contro a quelli, e furono i più, che s'erano contentati di mescolarsi umilmente nella greggia ministeriale, per farvi quell'onorato mestiere che il Brofferio parlando delle pecore della maggioranza,

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esprimeva con queste parole: dire di sì, dire di no. dire di sì e di no tutto in una volta; a codesti fu fatta una scena buffa e beffarda, che, a chi conosce l'indole del popolo napolitano, basterà per chiarissima prova dell'immensa simpatia che esso sente pel Piemonte e pel suo governo. Ed acciocché non si abbia a bandire la croce addosso a' le esagerazioni clericali, ne trarremo il racconto da un diario arciliberale. che è il Movimento di Genova, a cui fu mandato da qualche italianissimo di Napoli, con una lettera in data del 19 Luglio.

«Ieri sera fummo contristali da un altro spettacolo di natura assai grave, quale è la mancanza di rispetto verso i rappresentanti della Nazione. Da molti giorni correva la voce che al giungere i rappresentanti della maggioranza si dovevano accogliere con un Charivari monstre: ma il popolo deluso nella sua aspettazione, perché giunti alla spicciolata, non rinunziò all'idea poco parlamentare; ma si portò casa per casa dagli onorevoli, a fare un baccano d'inferno. Vi erano ogni sorta di istrumenti e di utensili rotti, non vi mancava una campana fessa che faceva un suono diabolico. Chi può descrivere i fischi, gli urli, gli strani scordanti suoni,

Vi era un burlone che faceva d'archimandrita della destra, ed al suo cenno si sedevano, e si rialzavano, scimiottando così la docile ubbidienza degli onorevoli della maggioranza. Ripeto fu un grande inconveniente, aia fu pure una gran lezione. Spero che non si voglia rinnovare, perché a quel che si dice, (questa strana musica deve durare per otto giorni. Sodo poi apparecchiate serenate, ovazioni ed ogni sorta di ringraziamenti per quei deputati che trattarono con calore la causa del popolo, abbenchè con infelice esito, per la trista condotta della maggioranza, che con modi poco onesti non permetteva neppure di parlare sulle cose che affliggevano la nazione. Nel parlamento la maggioranza soffocava con urli ed ogni sorta di rumori la voce della verità; oggi il popolo con urli e strani rumori costringe gli onorevoli della maggioranza a nascondersi e turarsi l'orecchie per non sentire l'infernale armonia che si leva dalla disapprovazione universale. - Vale proprio il caso di dire: pane per focaccia 1.»

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cioè non solo debbono essere tolti d'ufficio i conosciuti o sospetti come partigiani sinceri del legittimo Re, masi ancora qualunque avesse patteggiato colla sua coscienza per servire al Piemonte, dopo aver tradito o abbandonato il proprio Sovrano, riservandosi di tornare a questo quando quello fosse soverchiato da nuova rivoluzione. E questo sta tene, perché degna mercede dei traditori e dei codardi.

Né può dubitarsi che il Cialdini sia uomo da attenere codesti propositi. Sotto Gaeta egli già diede saggio della tranquilla serenità di spirito con cui può ordinare fucilazioni sommarie di meschini denunziali come Borbonici, ossia sudditi fedeli del legittimo loro Re. Ciò ch'egli ordiné o lasciò fare, dacché è Luogotenente, è più che bastevole a dimostrare come non abbia perduto punto di quella fredda ferocia con cui sa perseguire e dar opera a sterminare i nemici del suo partito; e le voci che corsero per tutta Europa delle crudeltà esercitate dai Pascià posti sotto gli ordini di lui, furono tali, che la Gazzetta ufficiale dovette uscire fuori a smentirle come assurde calunnie (e in quel momento scorreva il sangue degli assassinati a Somma!). Per dimostrare che il Cialdini è incapace di volere o permettere tali nefandezze, il foglio torinese diceva che le istruzioni date dal Governo e dal generale Cialdini sono le seguenti: Assicurare la vita salva a tutti coloro che vengono a consegnarsi volontariamente; promettere la massima indulgenza a coloro che non abbiano commesso delitti; procedere con tutto il rigore soltanto contro coloro che siano stati presi colle armi alla mano e in atto ili resistenza».

Chi non ammirerà la benigna soavità di queste istruzioni? Ma i diarii anche italianissimi fanno sapere che più d'una volta chi si affidò a tali promesse volpine, se non fu ucciso dai soldati, fu esposto agli strazii d'una marmaglia prezzolata ed incaricata di rappresentare il popolo. Così avvenne che in più luoghi della Calabria fossero messi in brani alcuni degli insorti datisi prigioni e fatti passare con gran solennità e poca guardia in mezzo a turbe di plebe furiosa. Del resto a far chiaro come siano effettuati codesti ordini benigni del padrone Ricasoli, basta recare un bando pubblicato a Lecce il 22 Luglio, riferito dal Nomade del 29, in questi precisi termini: «I briganti presi colle armi alla mano e gli evasi dalle galere saranno immediatamente fucilali. Gli agenti della pubblica forza e le Guardie nazionali avranno dal Ministero della guerra lire 25 per lo arresto d'ogni refrattario. Ai soldati sbandati, che si presentino, si assicura la vita. Cialdini».

1 Questa scena ili scherno verso i deputati divoti al Piemonte si ripeté la sera del 1.° di Agosto, nella qua!c. dice il Movimento, riusci più sonora e più chiassosa dello prima. Nel pomeriggio si sparse la voce che erano giunti gli onorevoli ministeriali Pisanelli, Leopardi, Capone, Assanti ed il Senatore Vacca. In un momento furono preparati tutti gli strumenti di questa strana musica, detta Ciarivari, campane fesse, scetavajasse, chitarre rotte, violini scordati, tromboni, e poi fischi, urli e la solita pantomima di alzate e di sedute....

La tempesta scoppiava sotto la casa dell'onorevole che era segno di questa strana ovazione; mentre la scordante musica prolungava la sua originale sinfonia, uno deputazione si presentava all'appartamento dell'onorevole, e con una lettera al suo indirizzo gli si dicevano i motivi dello Ciarivarì, augurandogli buona salute e lunga flessibilità di schiena.

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Di qui è chiaro che chi, fedele al suo Re, non vuole sottoporsi al giogo tirannico della rivoluzione, vien pareggiato ai facinorosi delle galere, ed immantinente fucilato; che la vita dei difensori del diritto e della legittima autorità è messa a un prezzo che appena si pagherebbe sì scarso per un cane: si paga 25 lire; e i fatti notorii chiosano l'ultima ordinanza col dirci che i soldati sbandati si poco accorti che vogliono mettersi alla mercé dei piemontesi, sono incorporati nelle compagnie di disciplina o corpi franchi, dove stanno poco meglio che nelle galere.

7.

Il Cialdini adunque ha ragione di andare altiero della sua energia; ma più ancora della virtù ch'egli ha di trasfonderla ne' suoi ufficiali. Uno di questi, il Cav. Galateri, tiglio, o nipote del celebre Generale che domò, più colle minacce che col castigo, le rivolture mazziniane del 1831 in Alessandria sotto il Re Carlo Alberto, era comandante nella provincia di Teramo. Or ecco di quali espressioni si valse in un suo proclama. «Buono coi buoni, sarò inesorabile, terribile coi briganti.... I buoni non debbono lasciarsi sopraffare dai cattivi. S'armino di falci, di forche, di tridenti e li perseguano ovunque; la Guardia nazionale, la truppa sarà sempre a loro sostegno e difesa. Chiunque darà ricetto ad un brigante sarà, SENZA DISTINZIONE DI ETÀ', DI SESSO E DI CONDIZIONE, fucilato. Lo stesso per le spie. Chiunque, richiestone e sapendolo, non presterà aiuto alla forza per scoprire il covo e le mosse di questi, avrà posta a sacco e fuoco la propria casa. Saranno severamente puniti tutti i fautori di false ed allarmanti notizie.... Firmato GALATERI.»

Dicemmo poco, quando più sopra abbiam detto che il governo del despota Ricasoli scatenava nel Regno delle Due Sicilie la guerra civile; i

Tanta infamia destò ribrezzo persino nei liberali di più trista generazione, e a Torino si senti il bisogno di dare qualche soddisfazione alla coscienza pubblica indignata di tale enormezza. Il Colonnello Galateri fu richiamato a Torino. Il qual castigo fu già inflitto al Pinelli, con non altro effetto che di lasciarlo riposare]in Piemonte per alcune settimane, poi rimandarlo con gli stessi onori e largo stipendio ad esercitare i nobili suoi istinti in Terra di Lavoro.

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Altri ufficiali piemontesi però furono più avveduti che il Pinelli ed il Galateri, e seguirono il consiglio del Constitutionnel, di far bene senza parlar male; cioè di uccidere senza misericordia, ma senza far pompa di minacce scritte. Ecco un fatto avvenuto in Somma, e narralo allo Stendardo Cattolico di Genova in una corrispondenza da Napoli sotto il 26 Luglio, inserita nel n.° 74; le cui circostanze furono così fedelmente riferite, che né il fisco, né i liberali ci ebbero nulla a ridire, e gli stessi diarii italianissimi ne confermarono la verità. «Saprete certo, che un drappello di legittimisti si accampa sulle alture del monte di Somma sette miglia lontano da Napoli; molti di quel drappello hanno parenti ed amici nel vicino comune di Somma. Quella gente è una minaccia permanente per la capitale dell'ex reame; se ne desidera, se ne vuole ad ogni costo io scioglimento; é stata attaccata più volte dalle guardie nazionali e dalla truppa regolare: quelle e questa han dovuto retrocedere dinanzi al valore dei legittimisti, e qualche volta con grave perdita delle guardie nazionali e della truppa; e quella gente sta sempre lì intrepida aspettando il momento propizio di dare battaglia. Il governo non la pensa così, non vuol dar battaglia a quei tristi, ma pensa di dare un esempio di terrore. Dà ordine ad una compagnia di bersaglieri stanziata in Portici di recarsi nel comune di Somma; esso intanto manda istruzioni segrete al comandante del distaccamento, il quale arriva nel paese, mentre ancora era notte. Il comandante, chiamate le autorità del paese, fa sentire che in quel giorno temevasi un attacco coi legittimisti, e quindi stessero in guardia. Bastò questo avviso per far chiudere gli abitanti nelle proprie case. Fatta questa prima operazione, ed essendo rimasto il paese come una spelonca, il comandante fa trarre in arresto sette individui, di cui uno è prete, e gli altri sei tutti appartenenti alla guardia nazionale; poscia dopo lo spazio di due ore, incominciarono a trasparlare ad uno ad uno quegli individui sulla piazza, e là senza formalità alcuna vennero fucilati l'uno appresso l'altro. Quegli infelici gridavano, che almeno fos

L'orrore destato da tale assassinio fu tanto che indarno provaronsi gli apologisti del governo ad attenuarne l'effetto. Per mostrare che non si approvavano cotali eccessi di zelo dicono, che l'ufficiale comandante di codesti manigoldi sia stato posto sotto Consiglio di guerra. Sia pure; quantunque più vere notizie Tacciano sapere che colui fu solamente chiamato a Napoli. Ma il sangue di quelle vittime innocenti leverà le sue grida fino alle stelle, ed otterrà giustizia.

9. Dopo questo riesce evidente per quale ragione gli oppressori del Regno vi si tengano con quei provvedimenti sospettosi, con quella guardia gelosa, con quell'apparato di terrore, che solo può convenire a chi sa di dover tutto alla sola forza. Il peggio si è che la loro tirannide non pure si esercita contro chi resiste; ma persegue e colpisce ancora chi tutto inteso a' santi ministeri di pace e di cristiana carità e ad ufficii religiosi, non può volere per verun modo creare impacci?

gli usurpatori, dove questi non istendano le sagrileghe mani anche sopra le cose sante e l'esercizio de' ministeri spirituali. Fra queste vittime dell'ostracismo Cialdiniano primeggia Sua Eminenza il Cardinale Sisto Riario Sforza Arcivescovo di Napoli, testé rapito all'amore del suo gregge, alla cura della sua diocesi, e cacciato in bando per la seconda volta. Nulla i suoi nemici seppero, non che provare, ma neppure inventare che desse loro un pretesto ragionevole al nuovo misfatto; ma sentendo il fremito della rivolta che ornai si agita in tutti gli ordini dei calpestati cittadini di Napoli, pensarono di comprimerli con tal mostra di arbitrio prepotente, che valesse a dare la misura di quel troppo più a che sono disposti. Ecco il fatto come si narra dall'Unità Cattolica di Napoli, in un supplemento al num.48.

«Ieri, 31 Luglio, verso le ore cinque e mezzo pomeridiane, il Questore signor Aveta, ed ii segretario della questura signor d'Amore, recaronsi al palazzo Arcivescovile. Era il Cardinale in sull'uscire per amministrare il Sacramento della Confermazione ad una inferma in san Giovanni a Teduccio, quando quegli uffiziali entrarono a lui. Pigliava la parola il Questore e con cortesi modi dicevagli: Le reazioni, in cambio di scemare, vanno crescendo ogni dì più. Or sebbene il Governo non abbia da imputare a Vostra Eminenza nessuna colpa, purtuttavolta egli non può garentire la persona di Lei contro i malevoli. - Ma io non temo ponto di me, risposegli il Cardinale - Bene sta, soggiunse quegli; ma v'ha di molli che, abusando del suo nome, vengono organando reazioni, e mettono in grave imbarazzo il Governo; sarebbe però opportuno, che Vostra Eminenza si allontanasse di Napoli - Io non no mai creato, né creo imbarazzi al Governo, ripigliò l'Arcivescovo; ma non temendo della mia persona, io non partirò, né abbandonerò la mia Chiesa, se non costretto- Allora gli fu imposto che partisse quindi ad un'ora. Ed avendo il Cardinale chiesto più lungo indugio per provvedere alle cose della sua Diocesi, gli fu data facoltà di intrattenersi lino alle 9 della sera.

»Non appena si ebbe dal Clero un sentore del doloroso fatto, che Sacerdoti in gran numero si recarono dal loro Arcivescovo, manifestando con tutt'i segni la profonda tristezza dell'animo. In tutte le vie che mettono al suo palazzo si avvolgevano numerose pattuglie; ad ogni riposo delle scale era una guardia;

1 L'Araldo di Napoli n.° 7, che el!e minute informazioni ili tallo il fatto, nomina sei soli arrestati, cioè «i borghesi Mauro, zio e nipote; Scatena, negoziante di vini, un tal Romano proprietario; D. Francesco Piersico ed un giovinetto Scozio, figlio di Nicola, uno dei più ricchi e popolari contadini di Somma, accusati d'aver avuto corrispondenza coi reazionari.. In un quarto d'ora furono, uno per uno, successivamente fucilati... poi gittati i cadaveri su d'un carretto da letame e portati ad interrare. Tutti ricordano le tragedie fatte da rivoluzionarii pei Cignoli di Montebello fucilati dagli Austriaci. I piemontesi hanno già fucilato più di 600 innocenti, e la filantropia so la ride! Da oltre a due mesi non passa quasi giorno de ne' diarii italianissimi, non abbiamo a leggere uno o più fatti sul gusto del seguente, narrato dal Popolo d'Italia del 27 Luglio. Un infelice vien colto nelle campagne presso Pozzuoli con indosso carte borboniche. I.'uffiziale che lo arrestò, non venendo a capo di scoprire il netto sulla qualità del misero, per non annoiarsi davantaggio in inutili ricerche, in Quagliano richiese d'un prete, e fatto confessare il corriere, lo spedì all'altro mondo con una fucilata!» In altro di questi carnefici fu anche più crudele. Richiesto di almeno dar tempo che le sue vittime si confessassero, rispose: Si confesseranno sotterra! e le fece issofatto trucidare!

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nell'anticamera vi avea persona che registrava i nomi di quelli che voleano anche una volta baciar la mano al Pastore amatissimo. Il quale calmo e sereno, e tutto rifulgente nel volto di quella pace ch'è compagna inseparabile del giusto, e testimonio irrepugnabile dell'uomo che riposa sotto lo usbergo del sentirsi puro, accolse amorevolmente tutti, e porgendo a tutti, come un padre, parole di conforto, pigliava commiato raccomandando con accenti e prieghi caldissimi gl'interessi della sua Chiesa.

«Vi accompagnano o Padre, o Pastore, vi accompagnano i voti dei nostri cuori, i voli dei Napoletani, i voti di tutt'i cattolici. Il mondo sa, quali sieno le vostre virtù; quei che vi costrinsero a partire, han confessato la vostra innocenza. E nei dolori dell'immeritato esiglio vi conforti l'affetto e la devozione de' vostri figliuoli; e sopra ogni altra cosa vi conforti il pensiero che Iddio ha forse disposto che, nell'intervallo di dieci mesi, foste due volte strappato alla vostra Sede, perché la più bella corona che può risplendere sopra le tempia di un uomo giusto è quella del martirio. Quanto a noi ci è torte ragione a bene sperare il mistero che celebrasi nel giorno del vostro esiglio. - Or sono 19 secoli alle preghiere dei fedeli l'angelo del Signore rompeva i ceppi, che tenevano avvinto e prigioniero il Principe degli Apostoli!»

10. Se il Governo intruso dovesse cacciar dal mondo o in esilio tutti quelli di cui paventa, cerio la bisogna non finirebbe così presto, e forse si potrebbe voltar contro lui il durare nel proposito di compiere tale impresa. Ha dunque tolto lo spediente di dare addosso a quanti suppone capaci di capitanare un movimento popolare, e perciò li fa braccheggiare dalle sue spie ed incarcerare da' suoi satelliti. Pur troppo gli esempi dei Nunziante, dei Pianelli e dei Liborio Romano fruttificarono copiosamente, e la razza dei traditori venne colà pullulando rigogliosa; sicché di coloro che per vigliaccheria, per interesse o per ispirito di parte si danno ad esercitare qualche atto di quell'infame mestiere di spiar la gente onesta, certo i governanti di Napoli non patiscono difetto. Per le azioni di questa natura, fondate o calunniose che siano pel Cialdini non monta, furono arrestali e sostenuti in carcere nobilissimi personaggi, come il Duca di Montemileto, il Caracciolo, e molti altri ecclesiastici e laici a cui sembra essere destinata la sorte dell'infelice Duca di Caianiello, da tanti mesi martoriato nelle strette delle segrete. Ciò ha mosso gran numero di Signori napolitani a cercare scampo altrove, sottraendosi con volontario esilio a si sfacciata tirannia; e se si avverano le voci corse, quando il Re di Piemonte porterà la sua Corte soldatesca a Napoli, ben potrà esservi festeggiato dalla polizia, dai Camorristi, dalla plebe, e dai lazzaroni affamati; ma del Patriziato e del Clero pochi altri incontrerà che non siano quelli a cui è tolto ogni mezzo di andarsene. Intanto la reazione, soffocata oggi, si ridesta domani più ardente ed animosa, e viene fin sulle porte di Napoli a sfidarne i padroni. Ecco sopra ciò le parole del Nomade del 29 Luglio. «Le notizie del brigantaggio continuano ad essere gravi in ragione inversa della distanza dei luoghi, da' quali ci pervengono.

Serie IV, vol. XI. 10 Agosto 1864

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Questo fatto, a parer nostro, proverebbe con il partito borbonico ha più salde radici nelle province limitrofe a quella di Napoli, che nelle altre. Il brigantaggio nelle campagne è sostenuto ed alimentalo da reazionarii, che vivono tranquillamente nei paesi, il più delle volte camuffati da liberalissimi, e preposti a cariche municipali, o graduali nella milizia cittadina.» Il Nomade non avverte che delle province lontane poco si può sapere, perché le comunicazioni sono interrotte dai legittimisti insorti, e ciò è così vero che il Pinelli dovette sopra navi condursi a sbarcare in luoghi lontani, dove certamente, senza gran bisogno, non si sarebbe spedito un pari suo. Quanto alla milizia cittadina il Cialdini è così persuaso del poco assegnamento che vi si può far sopra, che perciò ha convocate ed armate sotto questo nome le bande Garibaldine.

11. Uno dei crucci più molesti, onde si dolessero i Luogotenenti reali del Piemonte in Napoli, si era quello del nembo di domande per impieghi, ond'erano oppressi incessantemente; il che recava loro non pure impaccio ma pericolo grande. Giacché, per satisfare agli uomini nuoci che si offerivano, avrebbe bisognato cacciar sul lastrico le centinaia di antichi ufficiali sperti del mestiere, e che al vedersi così senza ragione levare il pan di bocca, sarebbersi cangiati in aperti nemici. Oltre di che il numero degli impiegati era già strabocchevole e conveniva di necessità scemarlo, eziandio per la buona ragione del non aver con che pagarli. Or che fece il Cialdini, ispirato forse dal suo Alter ego, il parmigiano Conte Cantelli? Pubblicò sotto il 27 Luglio un Decreto che istituisce commissioni provinciali incaricate di esaminare e proporre i meritevoli d'onorificenze, premii ed impieghi; e con ciò ebbe lasciato ai liberali stessi del paese il fastidio d'accapigliarsi coi pretendenti ad essere rimeritati come salvatori della patria. Poi ordinò che sopra il diario ufficiale si pubblicassero dì per dì i nomi. dei postulanti e di chi li raccomanda; onde ciascuno avesse agio di fare intorno ai loro meriti le opportune osservazioni. La prima lista pubblicata, per un solo dicastero, conteneva i nomi di 22 postulanti che tutti nello stesso giorno aveano chiesto o impiego od onorificenze.

Oltre di che si vengono pian piano abolendo i dicasteri, incentrandosi la direzione dei varii rami amministrativi in Torino, dove sono invitati a recarsi gl'impiegati per vedere se loro rimanga luogo. Ognuno può attendere lo scoramento e l'indignazione cagionata in moltissimi degli onesti ufficiali, ormai invecchiati ne' loro carichi, e messi al punto di perderli e con essi perdere il sostentamento per le loro famiglie! ila questi

12. Il Cialdini partendo da Torino si vantava che in poche settimane, fors'anche in quindici giorni, l'avrebbe finita con la reazione. Or egli si adopera da quasi un mese, e la reazione vigorisce più minacciosa che mai.

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Il diario ufficiale continua a registrare le lunghe filze de luoghi in cui il governo è obbligato a spedir truppa e guardia mobile, per reprimere l'insurrezione; ma tace che in essi, al primo apparire di una decina di briganti, per lo più gli abitanti si levano festosi, atterrano gli stemmi piemontesi, rialzano la bandiera bianca, e fatto un fascio delle armi avute per la Guardia nazionale, loro le danno con tutte le munizioni. Dove, per contrario o s'incontrano truppe piemontesi, o sopravvengono, per lo più si fa una zuffa sanguinosa con la peggio or degli uni or degli altri; ma il risultato positivo è sempre questo: che gl'insorti, quando si sentono in pericolo di essere sopraffatti, si sbandano e si riuscivano in posture inaccessibili, dove guai a' piemontesi se si provassero ad inseguirli! poi, allontanatisi i soldati, quelli si rannodano e piombano loro addosso nelle gole dei monti, nel fitto delle boscaglie, e ne fanno strage a man salva. Per altra parte, quando i Piemontesi riescono ad accerchiare e prendere in mezzo qualche manipolo di legittimisti, e farli prigionieri, non tralasciano di eseguire a puntino gli ordini del Cialdini, e i diarii italianissimi con espressioni di sentita compiacenza numerano i 18, i 20, i 30 fucilati senza indugio per castigo esemplare. Tuttavia fin qui può dirsi che le perdite maggiori furono dalla parte delle truppe regolari; le quali dovendo ognora stare sulle difese, e consumarsi in marce forzate, periscono di stenti quando scampano dalle palle del nemico. Se ne può far ragione da ciò che scriveva un ufficiale del 30" di linea, da San Severo, alti 20 di Luglio. «Di due compagnie, della complessiva forza di 268 uomini di bassa forza ed 8 uffiziali, ne abbiamo disponibili 117, e 4 uffiziali; essendo gli altri ammalati di febbre ed inabili al servizio.» Onde si vede che non giovò gran fatto agli usurpatori il seguire il consiglio dato loro dalla filantropia inglese con queste parole del Times. «È troppo tardi! Non v' è più che il rigore, e rigore istantaneo e senza misericordia, che possa vincere i briganti.»

13. Il rigore adunque si riserva tutto, e si adopera spietatamente, ma con quel profitto che si sa, contro i napoletani che non vogliono farsi piemontesi o almeno accettarli in qualità di padroni; e perciò non è da stupire se continuano a menare allegra vita, baldoria e trionfo i ladri e gli assassini. II Nomade, niente sospetto d'essere clericale, borbonico o reazionario, come quello che è agli stipendii del Piemonte, pure tratto da una inesorabile necessità ogni due o tre giorni scoppia in lagnanze contro la sfrenata licenza de' ladroni che infestano Napoli, e per dire tutto in poche parole, si sbriga così. nel n.° 164: «Gli omicidii in città continuano sempre. Domenica ben cinque assassinii funestarono le nostre vie, e ciò che è più, vicino al palazzo Montemiletto, in mezzo a Toledo stesso». Il Corriere del Mezzodì, affermando d'averne le prove nei rapporti stessi

E così dev'essere. Finora si sa che il Governo, tutto occupato in comperar spie che gli denunzino i reazionari, non trovò tempo da far arrestare e carcerare se non pochissimi dei più famigerati sicarii, scatenati già dallo Spaventa per valersene a rappresentare il popolo nella rivoluzione napolitana.

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14. Ecco pertanto i ladroni incaricati di rendere giustizia e ristatimi l'ordine morale! Ciò non basta. Malgrado delle vessazioni d'ogni maniera. eransi instituiti a Napoli parecchi giornali in difesa dei diritti religiosi e civili di quel popolo; e non tralasciavano i loro scrittori, benché a gran rischio delle vite e persone loro, di dire la verità. Or che avvenne? Una delle frazioni del partito liberale chiamato in aiuto dal Cialdoni, s'incaricò di levare al Governo la molestia di que' giornali cattolici e indipendenti, con rinnovare le violenze adoperale già con modi più brutali contro la Tragicommedia e l'Esperienza. Il Nomade n.173, coi racconta il vituperoso fatto, onde si può intendere per qual maniera il Governo sia inteso a tutelare le proprietà, la libertà, le persone dei cittadini, e la più vantala fra le franchigie costituzionali, cioè la libertà di. stampa. «Ieri a mattina (2 Agosto) oltre 200 giovani della parte più colta, si recarono con modi anche in generale cortesi, e fecero comprendere alle varie Tipografie, ove si stampavano i giornali reazionari, come il paese non poteva permettere che si proseguisse a questo modo, falsando così all'estero le nostre opinioni. Che se la libertà della stampa li garantiva dalla severità del governo, la gioventù del paese avrebbe provveduto da sé, affinché ciò non continuasse - I compilatori di questi giornali non si trovarono, ma la maggior parte degli stampatori promisero di non concedere più la loro stamperia ad un uso che si ritorceva a danno del paese. Finita la missione alle tipografie, toccò la volta dei venditori, e quanti giornali reazionari furono trovati, si lacerarono, sicché ora si cercherebbe in vano il Corriere del Mezzodì, l'Araldo, il Flavio Gioia, Settimana, l'Unità Cattolica, ecc. Compita così la sua missione, la numerosa adunanza, ingrossatasi per via, si sciolse tranquillamente.»

Ecco dunque una mano di giovinastri, che molto probabilmente fu aizzata da chi avrebbe dovuto opporlesi, sostituirsi al Governo, e dichiarare che, se la legge tutela la libertà dei cittadini, essa vuol porsi sopra la legge e sopra il Governo, e imporre colla forza i proprii arbitrii! E il Governo lascia fare, se pur anche non muove a fare!

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Regno Delle Dee Sicilie.1. Istanze del Cialdini per ismettere la Luogotenenza reale; dimissione del Cantelli e del De Blasio - Amori dei napolitani pei piemontesi e per gli emigrati loro aderenti - 8. Alleanza del Cialdini co' Mazziniani schietti - 4. Arresti di suspetti, di militari e di preti - 5. Eccidii d'Auletta. di Spinelli, di Pontelandolfo e di Casalduni - 6. Lettera di Massimo d'Azeglio sopra la violenta annessione del Regno al Piemonte - Intervento inglese a' Napoli; articolo della Patrie.

1. Il Governo di Napoli continua ad essere lo scoglio in cui si rompono i marosi della rivoluzione mazziniana, condotta dai moderati. Siamo già al sesto Luogotenente di Vittorio Emmanuele, che dopo aver tentato ogni sorta di mezzi, sente l'impossibilità di soggiogare il Regno al dominio del Piemonte. Primo fu il Garibaldi, sotto nome di Dittatore; poi il Pallavicino Trivulzio, come Pro Dittatore; poi il medico Farini; poi il Principe Eugenio di Savoia Carignano col giovinetto Nigra; poi il Conte Ponza di san Martino; ora vi sta il terribile Cialdini, che, a gran dispetto del padrone Bettino Ricasoli, smania e vuole ad ogni patto buttarsi giù dal collo la soma d'un governo civile, renduto impossibile non meno della resistenza dei napolitani che dal despotismo dei tirannelli di Torino. Sul principio d'Agosto corse voce che il Cialdini avea dato le sue dimissioni e con lui anche il Cantelli suo alter ego ed il De Blasio successore dello Spaventa nella direzione della Polizia. La voce era fondata e verissimi Tuttavia a Torino si capì qual danno verrebbe alle cose della rivoluzione se si accettavano le dimissioni del Cialdini; perciò si pose tutto in opera per indurlo a sostenere ancora qualche po' di tempo, e si accettarono solo quelle del Cantelli e del De Blasio.

Sopra le cagioni di questo sfacelo non si sanno sinora che congetture più o meno verosimili. La meno improbabile par che sia questa. Il De Blasio s'indispettì perché a Torino non si volle accettare a chius'occchi una lista di ostracismo da lui mandata colà per l'epurazione della Magistratura napolitana, per cui, senza dare ragione veruna che ne mostrava;

Guardò adunque come segno di sfiducia, il rifiuto datogli di approvare spedienti così Draconiani, e ne colse cagione d'uscire dal pecoreccio.

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2. Questo continuo cambiamento di padroni giova moltissimo a nutrire l'amore passionato dei napolitani verso i piemontesi; e se non fanno altro per ottenere che i padroni si cangino anche più frequentemente, gli è solo perché hanno ormai capito a provata forza di quei due proverbii: che nulla, si guadagna a cambiar basto e non soma, e che spesso, se muore un lupo, risuscita un orso. A crescere codesto amore contribuisce la persuasione, che i ristauratori dell'ordine morale finora non abbiano saputo ristaurare che gl'interessi e le faccende delle varie consorterie avvicendatesi nelle cariche di governo. Di che discorre a distesa un Corrispondente della Nazione di Firenze, nel n.° 231 del 19 Agosto, e giova riferire alquante sue parole. «Intorno a Cialdini stavano da una parte gli uomini politici napolitani, uomini per lo più intelligenti ed astuti., ma non sempre di buona fede, passionati e partigiani all'uopo. A Napoli non vi sono che consortene, sia quella degli emigrati, sia quella di D. Liborio, sia altre più o meno indigene od esotiche; quivi la politica non si fa che dalle consorterie, e il favoritismo regna sempre sovrano assoluto. Contrapposto alla parte, napolitana era il Cantelli, onesto uomo, ma mente ristretta, senza esperienza, timido e sospettoso dell'elemento radicale.

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Da ambe le parti

Tanto è l'amore che quindi infiamma i napoletani verso i piemontesi, lor novelli padroni, che non trovano parole d'affetto abbastanza espressive per manifestarlo. Basti, a darne un saggio, recare qui pochi periodi del Nomade, n.° 176; giornale che pur è agli stipendii del Governo. Or bene, essendo corsa voce che si trattava di sostituire al Marchese d'Afflitto, che diede le sue dimissioni, il Massari nella carica di Governatore di Napoli; al vederselo venire innanzi in livrea piemontese, il diario napolitano ruppe in questo ditirambo. «Qualche volta vorremmo non vedere, qualche volta vorremmo non udire, qualche volta vorremmo non esistere, tante, sì oscene e turpi sono le voci che vannosi intorno spargendo contro il Governo da noi invocato e gli uomini che esso presceglie a guida e reggimento del paese. Vorremmo non vedere e non udire, per non iscoppiar dalla bile o dirompere nelle più volgari esclamazioni; vorremmo non esistere, perché il peso di un tristo avvenire ci grava o ci potrebbe gravar la coscienza. Si è osato dire e pubblicare che un Massari sarebbe stato mandato a governare la voluta provincia napolitana. Al solo pensarlo e sorto un fremito di sdegno, sendo giudicato costui quasi l'ultimo degli emigrati... Ed ora per porre il suggello al tradimento degli emigrati, alla vendita che essi hanno fatto del loro paese si oserebbe proporre a governatore chi... Oh, si lasci tal gente a rodersi le unghie e i peli della barba, e lor si conceda solo, per commiserazione, di servire, servir sempre, la peggiore delle umane condizioni, ancorché servasi un Ministro o l'altro!

«Egli è tempo ormai che la razza emigrata si disperda; e se il Governo piemontese sentì bisogno di valersene, la compensi, se pure la rea consorteria non si compensò da se medesima, e ci privi pure di sì care gemme che non son punto necessarie alla nostra corona. Noi rinunciamo di buon grado a tali uomini. Il Governo piemontese li trovò buoni cittadini; volle crederli grandi e probi; li tenga pure per se. Noi non ripeteremo mica il verso: Quanta invidia ti porto, avara terra! Ma, in grazia non ci mandi qui traditori. Di gente vendereccia ne abbiamo d'avanzo, e poiché Napoli esiste e deve esistere senza il lustro e il decoro suo proprio, esisterà pure senza un Governatore, quando questo Governatore non dovesse esser altro che un M.... Ci si consenta di non terminar la parola. Questo sdegno universale contro l'emigrazione napolitana vuoisi ancora disprezzare; ma esso vale oggi più di un plebiscito».

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3. Il Cialdini s'è dato tutto alla parte italianissima. Oltre a quanto accennammo più sopra, può leggersi nel Nomade del Il Agosto il decreto con cui sono determinate le divise e le insegne e le forme delle vestimenta onde si deve distinguere l'esercito meridionale, con tunica rossa e berretto rosso. Omaggi al Garibaldi furono promossi e caldeggiati dal Cialdini, che approvò si allestissero in onore del romito della Caprera splendide feste da celebrarsi il dì 7 Settembre, per commemorazione del suo ingresso in Napoli nell'anno scorso. Deputazioni delle società operaie si fecero partire alla volta della Caprera, per riannodare più strettamente i vincoli dell'amicizia scambievole. Insieme coll'indirizzo al Re, ne fu stampato uno ancor più affettuoso e caldo al Garibaldi. Alla guardia mobile vennero ascritti i mazziniani più dichiarati, e posti anzi ne' gradi più lucrosi ed onorifici. Insomma alla consorteria moderata succedette la democratica nel senso più ampio della parola.

4. Che cosa debba uscire da un governo di consorterie e da uno stato così violento di cose, in cui il popolo abborre un conquistatore ridotto a dominare colla forza spietata, egli è agevole ad intendere. Perciò non recò veruna meraviglia il sapersi, che nella notte dell'8 Agosto furono arrestati un centinaio di personaggi, contro i quali il dispotismo piemontese sarebbe assai impacciato se fosse costretto a produrre un tenuissimo indizio di prova che macchinassero qualche cosa colpevole; ma che, per la legge dei sospetti, furono trattati come rei d'alto tradimento. Quattro marescialli, due Generali, sette Brigadieri, due Colonnelli, due Luogotenenti generali, un Maggiore, tre Capitani, un Luogotenente, ed altri uffiziali, in numero di 35, furono di repente assaliti nelle loro case, soggetti ad una perquisizione effettuata nei modi più brutali, poi condotti al forte del Carmine; e il giorno appresso, in mezzo a file di soldati, come si userebbe con ribaldaglia da galera, scortati al porto, cacciati sopra un bastimento con qualche centinaio di soldati sbandati caduti in mano a' piemontesi, e spediti a Genova! Lo Stendardo Cattolico, n.88, ne reca i nomi; tra i quali son da notare il Fergola, i due Afan de Rivera, il Sigrist, il cui delitto evidentemente consiste nella fedeltà e nel valore con cui difesero i diritti del loro Re Francesco II.

Insieme a questi, la Consorteria di Governo si diede il gusto di arrestare alquante decine di preti e di religiosi, cioè non meno di 43, tra i quali il Vicario Generale del Card. Arcivescovo;Mons. Maresca, il Penitenziere maggiore Can. Pica ed i più rispettabili e zelanti tra i parrochi. Oltre di questi, che furono strascinati alle carceri della Vicaria col garbo solito ad usarsi colà verso i ladroni, furono altresì carcerati alcuni laici che la Consorteria credette poco devoti al nuovo ordine di cose

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Come tutti furono seppelliti nelle prigioni, non se ne poté saper più altro, e di processo giuridico neppure si parla, perché non si ha un punto sopra cui fondarlo. Simili scene furono ripetute altre volte, a Salerno e a Sorrento, d'onde furono veduti giungere fino a 20 e 30 i sacerdoti, alcuni dei quali quasi decrepiti per età, e condotti fra due ale di sbirraglia e di soldatesca per tutte le vie più popolose fino al carcere. Affinché poi non mancasse

5. In questo frattempo cinque altre grosse terre del Regno venivano barbaramente messe a fuoco e sangue, poi diroccale e distrutte dal furore piemontese, per vendicare i darmi ivi sofferti dalla reazione. I diarii eziandio italianissimi usarono parole di ribrezzo e di orrore al racconto di tanta nefandezza e crudeltà. In Auletta e Spinelli i reazionarii aveano osato tener testa ai masnadieri del Cialdini, cui davano mano gli scherani ungheresi al soldo del Piemonte. Colle artiglierie vi si gettò la morte e l'incendio; poi le soldatesche vi si scagliarono a baionette spianate, uccidendo senza pietà chi era stato tardo a fuggire. Il saccheggio e b distruzione di quelle borgate compierono l'opera italiana. I soldati del Pinelli aveano fieramente monomesse alcune terre a breve distanza da Pontelandolfo, commettendovi atrocità orribili contro pacifici abitanti designati loro come reazionarii. Mossero quindi ima quarantina di essi a Pontelandolfo. La voce della loro scelleratezza ve li avea precorsi, e un furore di vendetta sospinse loro addosso la popolazione che tutti li scerpò, salvandosi un solo sergente che ne recò la notizia a' Piemontesi. Il Cialdini avviò subito colà il Colonnello Negri, con un battaglione di bersaglieri ed altra milizia con artiglierie; si trassero bombe e granate, poi si venne all'assalto. I più degli abitanti e gli uomini capaci di portare le armi già erano fuggili, e andavano raminghi per le campagne e i monti. Soli rimanevano, con qualche prete, una trentina di malati, o di innocenti che, sicuri della loro innocenza, non erano fuggiti. Furono tutti senza misericordia trucidati. Poi dato il sacco e messo il fuoco alle case, tutte furono arse, restandone una sola spettante ad un italianissimo. Di lì mossero codesti barbari a Casalduni, e vi ripeterono la stessa tragedia, perché gli abitanti di essa furono incolpati d'aver dato mano al fatto di Pontelandolfo. Montefalcione, San Marco e Rignano sono anch'essi un mucchio di rovine fumanti e sanguinose, che gridano vendetta. Se si traesse il novero dei fucilati, dei morti nelle zuffe, de' banditi, de' carcerati dal Piemonte per soggiogare il regno di Napoli,

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senza fallo si troverebbe assai maggiore di quello dei voti pel plebiscito, strappati colla punta del pugnale e colle minacce del moschetto. E si osa parlare ancora del suffragio universale come di titolo legittimo dell'usurpano piemontese? E gli ipocriti sostenitori del non intervento coprono col loro patrocinio codesto sterminalo assassinio di tutto un popolo!

6. Non passa giorno in cui i diarii degli stessi usurpatori non retai» il racconto di qualche eccidio, di zuffe accanite, di assalti feroci, di fucilazioni sommarie di 10 e 15 insorti; ne' soli fatti di Pontelandolfo e Casalduni furono morte da codesti carnefici non meno di 164 vittime;

«2 agosto 1881. Carissimo amico. Ho ricevuto e letto con molto interesse la vostra lettera, e vi ringrazio delle belle cose che voi mi dite e delle quali, Domine, non sum dignus. La quistione di tenere o non tenere Napoli deve, a quanto mi sembra, dipendere sopratutto dai Napoletani; a meno che non vogliamo, secondo il nostro comodo, cambiare i principi! che noi fin qui abbiamo proclamato. Noi siamo andati avanti dicendo che i governi non consentiti dai popoli erano illegittimi, e con queste massime, che io credo e crederò sempre vere, noi abbiamo mandato a farsi benedire parecchi principi italiani. I loro sudditi, non avendo protestato in alcuna maniera, si son mostrati contenti della nostra opera, e si poté vedere che, se essi non davano il loro consenso ai governi precedenti, lo davano a quello che succedeva. Così i nostri atti furono d'accordo coi nostri principii, e nessuno può averci a ridire. A Napoli noi abbiamo altresì cacciato il sovrano per istabilire un Governo fondato sul consenso universale. Ma ci vogliono, e sembra che ciò non basti, per contenere il regno, sessanta battaglioni; ed è notorio che, briganti e non briganti, niuno vuole saperne.

«Ma si dirà: e il suffragio universale? Io non so nulla di. suffragio; ma so che al di qua del Tronto non sono necessari battaglioni, e che al di là sono necessari. Dunque vi fu qualche errore; e bisogna cangiare atti o principii. Bisogna sapere dai Napoletani, un'altra volta per tutte, se ci vogliono sì o no.

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Capisco che gl'Italiani hanno il diritto di far la guerra a coloro che volessero mantenere i tedeschi in Italia; ma agli Italiani, che restando Italiani non volessero unirsi a noi, credo che noi non abbiamo il diritto di dare delle archibugiate; salvo che si concedesse che, per tagliar corto, noi adottiamo il principio in cui nome Bomba bombardava Palermo, Messina ecc. Credo bene che in generale non si pensa in questo modo; ma siccome io non intendo di rinunciare al diritto di ragionare, così dico ciò ch'io penso ed io resto a Cannero. A queste parole si potrebbero fare grandi commenti; ma intelligenti panca, e poi a che scopo? Gradite ecc. Massimo d'Azeglio».

Gli italianissimi coprirono di fango e di maledizioni l'Azeglio che in confidenza si era lasciata sfuggire qualche verità, benché la temperasse con contumelie ai Principi, assassinati dal Piemonte nell'opera di

7. Or è sopraggiunto nel Regno un fatto che diede a molti grave cagione d impensierire assai. Un dì si vide ardere una selva presso a Castellammare, e si ebbe avviso che una grossa mano di legittimisti stava per scendere al tempo stesso da' monti e assalire la città. Ne uscì tosto il presidio piemontese, si cercarono aiuti da Napoli, si fece movere la milizia nazionale e tutto fu allestito a difesa. In quella ecco il comandante del vascello inglese l'Exmouth mandare a terra, in arme e in assetto da guerra, un quattrocento soldati di marina; e intanto mandar offerire al comandante piemontese i suoi servigi, per concorrere al mantenimento del buon ordine. Fu ringraziato. Pochi giorni dopo, siccome molti si mostravano commossi di tal fatto, si spacciò che così avea fatto il Comodoro britannico, per mantenere i suoi soldati in esercizio, e che non c'entrava per nulla la politica, né doveasi in quel fatto scorgere traccia d'intervento. Ma ecco che sopravvennero ad ancorarsi a Castellammare e incontro a Napoli sette altre delle maggiori navi da guerra inglesi, senza che si sapesse per qual motivo, se non fosse per prevenire qualche potente alleato di Vittorio Emmanuele nell'opera pietosa di aiutarlo a domar Napoli. Certo è che in Francia la cosa riuscì molto spiacevole, e la Patrie ne parlò in questa forma.

«Una lettera reca ragguagli sull'arrivo delle navi inglesi, sul loro numero, sulla cifra degli uomini, dei cannoni e sull'altitudine che hanno presa.

1 Armonia, n. 105 del 21 Agosto.

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Si vede che in seguito d'una evoluzione, per lo meno singolare, navi inglesi compariscono nella baia di Napoli, proprio nel momento in cui paro clic il bisogno di un soccorso qualunque si faccia sentire presso i piemontesi; si vede pure che il comandante della squadra, non potendo decidersi a lasciare un solo giorno i soldati e i marinai senza esercizio, fa scendere a terra i suoi uomini, che sono tornati a bordo, ma che potranno certamente ricominciare il loro esercizio l'indomani. È la terza volta, se non erriamo, che il caso o il bisogno d'esercizio manda vascelli inglesi a volteggiare in certi paraggi molto agitati. La prima volta fu a Marnala. È noto che un officiale inglese, il quale aveva dimenticato a terra i suoi inexpressibles, fu cagione che i vapori napolitani non poterono cannoneggiare il piccolo bastimento di Garibaldi. La seconda volta

«Riguardo a questi concorsi mascherati, a questi interventi surrettizi, si noterà un fatto molto significativo. Il prestito italiano sottoscritto, come si è veduto, al di là della cifra richiesta, sì che si dovettero ridurre le domande da quaranta a quarantacinque per cento, il quale è tassato a Parigi, dove ha fatto un piccolo premio: questo imprestito, il più solido soccorso che si possa dare al governo di Vittorio Emanuele, non è tassato dalla Borsa di Londra. Abbiamo attinto alle sorgenti le più competenti, le più officiali; nulla indica il tasso del prestito italiano sul mercato inglese. Quando l'indipendenza italiana fu minacciata, la Francia, apertamente, in pieno giorno, sacrificò cinquantamila uomini e cinquecento milioni per questa gran causa. L'Inghilterra ha dichiarato innanzi tutto ch'essa non intendeva sacrificare né un uomo né uno scellino. E mantenne la sua parola. Solamente, poiché essa prevede che fra poco potrebbe trarre bel partito dalle relazioni che pensa di stabilire col nuovo regno, si aggiusta in modo da farsi il merito d'un intervento mascherato, sul quale l'Europa chiuderà gli occhi, e che non le sarà costato, come essa disse, né un uomo né uno scellino. In tal modo i suoi benefizii sarebbero netti ed essa ci lascerebbe di buon grado l'onore della impresa. La non è sempre andata così?»

Diceasi che il Ricasoli, infastidito del ritardo frapposto dal Governo francese all'eseguire gli ordini della rivoluzione, e abbandonar Roma, si fosse volto all'Inghilterra, mettendo all'orecchio di Palmerston qualche confidenza da farne grandemente crescere i sospetti contro Napoleone III, pei supposti disegni sopra la Sardegna e sopra Napoli.

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L'armata inglese a Castellamare sarebbe stata destinata a prevenire qualche nuova rivendicazione da parte della Francia. Certo é, checché sia di queste voci, che da cotestoro, pronti a far gitto della Fede cattolica, a rinnegare il battesimo, a calpestare i diritti del Vicario di Gesù Cristo, a manomettere ogni legge, ogni trattalo internazionale e sacro, per compiere i disegni del Mazzini, il Governo francese non può ripromettersi gran delicatezza di probità, o ricambio di gratitudine pei servigi prestali. Difatto va stampata sui giornali l'audace vanteria, attribuita al Bettino Ricasoli, e che suona una disfida alla Francia, in queste parole: Se non andremo a Roma coi Francesi, vi andremo cogl'Inglesi.

Stati Sardi

(Nostra Corrispondenza)

1. Il nuovo prestito e che cosa significa - 2. I deputati chi rappresentino secondo il Ricasoli - 3. e secondo la statistica - 4. Chi sia il successore di Cavour nel Collegio di Torino - 5. Lettere di Matteucci e di M. D'Azeglio sulle cose d'Italia. Si lavora in Torino se debba essere sempre capitale-7. Quanto poca sicurezza dieno le guardie di sicurezza pubblica; rivelazioni d'un processo criminale.

1. Il Parlamento ha approvato e il Ministro Bastogi ha eseguito il nuovo prestito di cinquecento milioni effettivi. Si presero settanta lire, e si scrissero cento a debito dello stato. Quindi un primo guadagno del trenta per cento, poi guadagni straordinari ai banchieri sotto il titolo di diritto di commissione; guadagni nei pagamenti che potevano farsi lentamente e a molte riprese; guadagni negli interessi che decorrevano subilo quantunque non si fosse ancora pagala la somma. E tutti questi guadagni poterono assai più che l'affetto d'Italia; o primi i banchieri incominciarono a sottoscrivere, il prestito col divisamento di cedere poi subito le cartelle agli altri con aggio vistoso: e dopo che i banchieri furono satolli, vennero i privati che si affollarono a dar 10 per prendere 100, e la cosa riusi così bene, che il Ministro Bastogi s'ebbe il titolo di Conte per se e pei suoi discendenti maschi. Il Ministro Ricasoli poi invitò in un sontuoso banchetto tutti quanti i banchieri i quali colla borsa piena trincarono alla salute d'Italia.. E in una circolare che il Ricasoli scrisse di poi agli agenti italiani, presso le Corti estere, insisté molto su questo risultato del prestito di 500 ch'era costato 162 milioni. Voi vedete che ora proprio una grande e strepitosa vittoria! L'Italia avea trovato 500 milioni, pagandone 762. Ma venne di poi un errata corrige, la quale disse che i 500 milioni non erano costati 762, sibbene 714 milioni soltanto. E basta anche questa somma per far rilevare l'immenso significato patriotico del prestito: come gli errata corrige del Ricasoli, che già ne pubblicò parecchi, dimostrano l'ordine che regna nel Ministero, e la diligenza con cui si scrivono i documenti. Questi cinquecento milioni effettivi sono una goccia d'acqua nel mare. La Monarchia Italiana del 21 di Agosto dice: «coll'imprestito di 500 milioni pur troppo non si provvede gran fatto al domani;» sicché aspettiamoci per domani un nuovo imprestito.

2. Ho accennato il Dispaccio circolare che il Ricasoli presidente del Ministero scriveva il 31 di Luglio agli agenti italiani all'estero. In questo documento 1 il Barone Bettino faceva principalmente notare che nel parlamento così detto Italiano non si trovò un legittimista: «fatto unico nella storia»; perché, diceva il sig. Barone

1 Si legge nello Stendardo Cattolico n. 86.

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«in tutti i Parlamenti, fuorché nell'Italiano, si trovavano sempre, col nome di legittimisti, i fautori dei Principi decaduti». Ma il malaccorto Presidente del consiglio si die della zappa sui piedi, e toccò un fatto che prova solennemente contro di lui, e dimostra che il cosi detto Parlamento italiano non rappresenta l'Italia. E per verità lo stesso Ministro Minghetti collega del Ricasoli disse alla Camera dei deputati il 27 di Giugno del 1860: «Signori, nella Camera attuale non havvi a parlare propriamente un partilo conservatore. Io tengo che ciò sia un male; il partito esiste fuori di questo ricinto nel paese, e per conseguenza dovrebbe essere qui, come tutte le altre opinioni, rappresentato». Queste parole del Minghetti, registrate negli atti uffiziali della Camera num. 108, pag. 121, col. 3, provano solennemente contro il Ricasoli. È una frazione di rivoluzionari quella che prese parte all'elezione del Parlamento. I Conservatori e i Cattolici non intervennero alle elezioni, perché sarebbe stato un riconoscere i fatti ingiusti e sacrileghi che precedettero la convocazione de' collegi elettorali. E questa dimostrazione può anche farsi colle cifre medesime della statistica che vennero pubblicate dalla Gazzetta ufficiale del Regno, ne' suoi supplimenti al num.183 del 29 di Luglio.

3.

Risulta da queste cifre, che il sedicente Regno d'Italia conta presentemente abitanti 21,915,242. Per nominare una rappresentanza di venti due milioni sapete quanti elettori s'iscrissero? Appena 419,938. Ma almeno tutti costoro si fossero presentati a volare. Invece no: andarono a deporre il voto nell'urna elettorale soltanto 242,367. Però neppure tutti quelli elessero i membri presenti del Parlamento, perché una parte volarono a favore di persone che non vinsero la prova e non entrarono nelle Camere. La statistica officiale ommette il numero dei voti conseguiti da ciascun deputato. Ma con un po' di pazienza questo numero ricarasi dagli atti ufficiali della Camera, e da quelle tornate che si riferiscono alla verificazione dei poteri. Conto fatto, i voti ottenuti dai deputati sono 170,567. E siccome per la maggior parte i deputati sono ministeriali,, così bisogna toglier loro que' voti che si ebbero dai pubblici impiegati, voti che non possono considerarsi come spontanei. Ora l'esercito degli impiegati nel regno della Giovine Italia è immenso, e calcolando a 70,000 si resta ancora al disotto del vero, sicché vengono a ridursi a soli 100,000 gli elettori che crearono il nuovo Parlamento, che vuol considerarsi come il rappresentante dell'intera Italia. Ma chi potrà credere che 100 mila sieno i legittimi interpreti della volontà di 22 milioni? Molto più quando tanta parte d'Italia protesta contro gli eletti dai 100 mila, sia col Danaro di S. Pietro, sia colle reazioni sanguinose che avvengono nel reame di Napoli?

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4. E poiché sono su quest'argomento delle elezioni debbo dirvi una parola dell'elezione del primo Collegio di Torino divenuto vacante per la morte del Conte di Cavour. Convocato il collegio, si presentarono due candida

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6. E a giudicarne dai lavori che si fanno in Torino pare che il governo e la città sieno egualmente convinti che non s'avrà a mutare cosi presto la Capitale. Imperocché il governo procura ampii locali pei Ministeri, e li fa acconciare con larghe spese, e in un modo che non ha nulla del provvisorio. Così l'antica Casa dei Filippini fu rifatta in certa modo e destinata pel Ministero. dei lavori pubblici, dove sta il sig. Menabrea, clericale una volta, oggi italianissimo. Il Collegio delle Province, questa bellissima istituzione, venne distrutta, e il locale convertita in sede del Ministero della guerra, e di tutti gli offizii relativi. In Piazza Castello si pagò il triplo del suo valore la casa del Conte di Pollone per. allargare i locali circonvicini che servivano ai Ministri. Tutto questo come ho detto, indica chiaramente che non si spera di venire così presto a Roma. Al che aggiungete le spese del Municipio, che sono immense, per fare in guisa che Torino resti meno al disotto di Milano, di Firenze,, e di Napoli; e lastricai per le strade, e fontane e monumenti e giardini sulle piazze, e uno spendere e spandere continuo che è una desolazione, e pubblici mercati sul gusto di Parigi,

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e mille altri progetti giganteschi, e fabbriche pei forastieri, e per la popolazione che dovrà necessariamente aumentare. Tuttavia noi siamo nella maggiore incertezza e quel solo che sappiamo di certo sono i debiti continui del governo, e quelli in proporzione della città, e le imposte che crescono da una parte e dall'altra, e le povere rivendugliole che entrano in Torino con mezza dozzina d'uova

debbono pagarne uno al Municipio, e sbordare un soldo per ogni pollo che passa la cinta della città. Laonde non potete immaginarvi le vessazioni che si commettono, e le lagnanze che manda la povera gente. Coloro che desiderano la nostra beatitudine vorrei che se la dovessero godere per un qualche mese, e se l'assaporassero intera, compresa quella dei ladri e degli assassini che rubano di pien giorno nelle botteghe; del che lagnavasi il 21 di Agosto la Gazzetta di Torino, che nel suo Gazzettino della Città è continuamente piena di notizie di furti e grassazioni. Ma di questo fra poco riparlerò.

7.

Un gravissimo processo criminale s'agita oggidì in Torino. Anni fa noi eravamo tormentati da una tremenda associazione di malfattori detta la Cocca, i quali commettevano ogni maniera di ruberie e grassazioni. Negli anni 1856, 1857, 1858 i frequentissimi furti, gli assassini! e gli stupri perpetrati da questa banda ribalda toglievano ogni tranquillità agli onesti cittadini, che non osavano avventurarsi, fosse pur per brevissimo tratto, nelle vicine campagne. Era un' altra società di malviventi succeduta alla Cocca e la polizia non sapeva dove rintracciarne i membri. Ma come Dio volle ne fu arrestato uno, per nome Vincenzo Cibolla, il quale cominciò a rivelare i suoi complici, e questi, credereste? erano membri della polizia medesima! Delle notizie che avevano, per provvedere alla pubblica sicurezza, si servivano invece per compiere impunemente i più orribili delitti. Anzi il Cibolla. che fu sempre riconosciuto veridico nelle sue rivelazioni, aggiunge che formava parte della società uno dei Capi medesimi della nostra polizia, mandato ora a Napoli per ristabilire l'ordine morale in quelle contrade; e parla di smanigli rubati, e poi rimessi a questo Capo della polizia, e quindi portati da sua moglie. E siccome, per evitare forse uno scandalo maggiore, non s'è creduto né di arrestare, né di richiamare da Napoli questo capo della polizia il cui nome per ora si tace, così il Cibolla medesimo citollo come testimonio in sua difesa, e si vedranno fra poco faccia a faccia, e verrà in luce la verità. Intanto lascio a voi il pensare in quale spavento si trovi Torino Noi paghiamo gravissime imposte e almeno avremmo diritto di vedere custodite le nostre proprietà e le nostre persone. Invece coloro che sono destinati perciò, e pagati, fanno comunella coi malandrini, e ci spogliano e ci uccidono. E poi vogliamo riformare tutta l'Italia ed osiamo citarli ad esempio di buon governo!

Serie IV, vol. XI.40 34 Agosto 1861

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Regno Delle Due Sicilie. 1. Feste ordinate a Napoli in onore del Garibaldi: Indirizzo degli operai - 2. Un Presidente della Gran Corte criminale destituito, perché riconosciuto doppiamente traditore - 3. Come si trattano le gentildonne e i preti sospetti - 4. Risposta, in nome dell'emigrazione napoletana, alla circolare del Ricasoli - 5. Stato dell'isola di Sicilia.

I. Questa volta non ci dimoreremo in ripetere ciò che nei precedenti quaderni abbiam notato sopra i moti d'insurrezione che scoppiano, or qua or là, da un capo all'altro del Regno, allora appunto quando gli oppressori menano tripudio e vanto d'averne spento il fuoco nel sangue delle loro vittime. Lo stesso diario ufficiale dei Piemontesi, tanto a Napoli che a Torino, continua a registrare ogni di lunghe filze di dispacci ricevuti da ognuna delle province continentali dove o la reazione prevalse o fu repressa con le consuete atrocità di fucilazioni e d'incendii. Sedi questi ultimi giorni v'ebbe un poco di tregua, ciò sembra doversi attribuire al consiglio preso dal Cialdini di dar tempo ed agio alle bande degli insorti di riunirsi e far corpo, per quindi assalirle e combatterle tutte in una volta. Oltre di che il famigerato Luogotenente era volto a far il festaiuolo pel Garibaldi, e le sue cure indirizzate sollecitamente a celebrare in modo degno di tanto eroe l'anniversario del 7 Settembre. Quindi, colle arti persuasive che sanno adoperare i comitati nazionali, indotti i cittadini a tappezzare di bandiere le facciate delle loro case, e cantato sotto le loro finestre, da branchi di monelli, se pel Garibaldi non comprate le lampe, vedrete che bei sassi vi romperan le lastre; e cosi via discorrendo. Noi non dobbiamo perdere il tempo in descrivere codeste buffonate, per cui si la violenza alla libertà ed alla coscienza degli onesti cittadini; e solo accenniamo che il Nomade del 7 Settembre, per dimostrare quale sia lo spirito che regna in Napoli, recita l'Indirizzo spedito dalla società operaia al Garibaldi nella Caprera, di cui la sostanza è in queste parole.

«In voi sta la salvezza della patria, in voi la Felicità del popolo che rappresentate. Gli operai vengono a stringervi la mano, e Napoli tutta, memore del suo liberatore, vorrebbe essere con ossi. Generale! La patria vi chiama. Sorgete! Il 7 Settembre è prossimo. Perché non celebrarlo a Roma?» Da questo indirizzo si vede che il Re galantuomo è eclissalo dai raggi di gloria del romito della Caprera, e a questo penserà il sig. Ricasoli.

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Quanto al celebrare il 7 Settembre in Roma, si vede che codesti pulcinella avean dimenticato che a Roma v'è, intorno al Papa, una mano di valorosi e fedeli suoi soldati pronti a farsi tutti trucidare prima che aprire il varco alle masnade sacrileghe del Mazzini; e che per giunta vi è un più che sufficiente presidio di Francesi, a' quali linoni non fu dato ordine di deporre le armi a' piedi del filibustiere. Del resto se vogliono provarsi a venire, facciano pure, che sarà meglio.

2. Levò gran rumore in Napoli la repentina destituzione del sig. Tofano dalla carica di Presidente della Gran Corte Criminale, ed è bene che se ne sappia la cagione, la quale è concordemente riferita dai diarii d'ogni colore politico, a quel modo che leggesi nella seguente Corrispondenza allo Stendardo Cattolico di Genova. «Vi parlerò dell'avv. Tofano, che voi dovete conoscere: poiché fu a Genova e difese gli accusati della cospirazione del '29 di Giugno 1857. Il sig. Tofano figurò molto a Napoli sua patria, ove fu Ministro nel 1848: venne poscia imprigionato e discacciato come liberale, si ricoverò a Genova e poscia a Torino col resto dell'emigrazione. Dopo i recenti avvenimenti ritornò a Napoli; fu creato consigliere della Gran Corte Criminale e presidente dello stesso tribunale; ricevette dal gabinetto di Torino sui fondi di Napoli un regalo di 21 mila franchi per certi suoi bisogni urgentissimi; ebbe due figli collocati in collegio a spese dello Stato. Sapete ora che avvenne? Negli archivi della polizia di Napoli furono trovate lettere che Tofano da Torino mandava a Napoli, durante l'ultimo decennio, e spiegava, denunciava quanto faceano i fuorusciti, il Governo e tutti i liberali. V'è perfino una lettera in cui Tofano si scusa e si giustifica per la difesa dei mazziniani del 1857 in Genova. Tutte le lettere del Tofano furono trovate registrale nel ministero a Napoli e scoperte solo ultimamente, alcuni dicono per ispirito di vendetta, avendo il figlio del duca di Caianello denunciato il Tofano, che volea processare il duca padre. Il foglio napoletano del sig. Gcrvasi, La Pietra infernale, parlò d'un tale emigrato a Torino ed ora in alta carica a Napoli, che faccia denuncie al Governo borbonico: forse il Tofano; comunque sia, quest'avvocato fu improvvisamente dispensato dalle sue funzioni, senza pensione od altra rimunerazione; il che è eguale ad una destituzione.

Il Tofano pubblicò una lettera la quale invece di smentire,

3. Nelle carceri di san Francesco, dove appunto è custodito il famigerato assassino Domata, sono stipati e commisti ad ogni maniera di facinorosi buon numero di religiosi e di preti, che dalle province vi furono condotti in mezzo a doppia fila di sbirri, e con tutta la orribile solennità onde si sogliono circondare i più insigni malfattori.

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La cosa è per sé più che ributtante e crudele; ma, a mettere in più chiara luce l'umanità e la civiltà di codesti ristauratori dell'ordine morale, viene a proposito il fatto riferito in una Corrispondenza all'Osservatore Romano n.° 53 e da niuno potuto smentire. «Il credereste? giorni addietro fu arrestata, per aver sparlato dell'attuale governo, una signora, della quale mi fu detto, ma non ricordo il nome. Fu condotta e lasciata a S. Maria ad Agnone, che è il carcere comune delle donne. Quivi da più mesi sono altre cinque donne, pure per voluto delitto politico. Tre di esse sono plebee; e due poi della classe civile, e sono nubili, ed hanno nome, l'una la signorina Galletti, l'altra la signorina Patrelli, figlia di un architetto, e nipote del sig. Mario Patrelli, colonnello della marina borbonica e direttore dell'osservatorio di marina a S. Aniello a Capo Napoli. La Patrelli fu arrestata, indovinate perché? Perché raccoglieva danari da offerirli, pel danaro di S. Pietro, al Papa. Si disse, che quel danaro si raccoglieva da lei, non pel Papa, ma per le reazioni, e fu posta in carcere, dove essa e la signorina Galletti sono accomunate con la feccia delle donne, che vi espiano ogni sorta di delitto comune; e, s'intende bene, senza che si aprisse a loro carico processo alcuno.»

4. Di somiglianti infamie riboccano i giornali eziandio italianissimi, e se ogni animo onesto deve sentirsene inorridito, almeno se ne ricava anche il vantaggio di vedere qual fede si meriti quell'insigne monumento di menzogne, che è la recente Circolare dal barone Ricasoli, per quella parie in cui osa affermare che a Napoli si lasciarono in pieno loro vigore le franchigie costituzionali, e che per conseguenza il rispetto alla libertà di stampa, all'inviolabilità del domicilio e della libertà personale, al diritto di associazione, vieta che il Governo ricorra a repressioni sommarie e sanguinose. Sono niente meno che nove le borgate distrutte dall'incendio, dopo essere state abbandonate alla brutalità selvaggia dei Cialdiniani, che tutto vi manomisero barbaramente, persone e cose. E ciò per tacere degli innumerevoli sospetti accatastati nelle carceri e nelle galere senza processo e senza condanna giuridica; e delle centinaia di infelici trucidati col ferro e col piombo, a sangue freddo, sol perché denunziati come briganti.

Al sig. Ricasoli venne sopra ciò risposto egregiamente, in nome della Emigrazione napoletana, nel diario francese l'Ami de la Religion di Giovedì 5 Settembre (pag.555); e la semplice lista degli emigrati è più che bastevole a notare di intollerabile tirannide l'usurpa

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E ciò per nulla dire dei Vescovi sbandeggiati e dei tanti ecclesiastici cospicui per casato, per pietà, per scienze e lettere, che o gemono nelle carceri co' ladroni, o furono spinti in esilio con ostracismo senza esempio nelle storie italiane.

S. Dell'Isola di Sicilia leggesi nell'Unità italiana del 28 Agosto una lettera, scritta dal conte Tholosano, fratello dell'uffiziale superiore di Marina e governatore di Catania; e la rechiamo qui con le sue stesse parole perché dipingono al vivo lo stato miserando, a cui vennero ridotte quelle già sì fiorenti province. «Le vendette private sono il vero flagello di questa come di altre province sicule, e l'impunità in cui si lasciano, per soverchio timore dei giudici e dei testimonii, le moltiplica, e così si può dire che i Siciliani si lasciano scannare dai loro assassini per timore di morire, dimenticando che stultitia est ne moriare mori. In otto mesi e più da che mi trovo in Sicilia, ho veduto compiersi centinaia di assassina di ogni genere, isolati ed in comitiva, in rissa e premeditati. Case minate, altre abbruciate, famiglie intere scannate, omicidii compiuti di pieno giorno e di notte nelle case, nelle vie le più frequentate; e in questa sola provincia, che è delle più miti, se ne sono commessi ottanta e più; ma un reo punito esemplarmente dal ferro della giustizia non l'ho visto ancora, e i soli puniti, orribile a dirsi, lo furono da arbitrarli spari della guardia nazionale o dal furore del popolo, che, stanco dell'inerzia dei magistrati, fece giustizia, o credette farla, sgozzando i rei in carcere. La sera stessa del mio arrivo a Catania un ufficiale della guardia nazionale fu ucciso con un colpo di schioppo, in una delle strade più frequentate, alle ore dieci di sera; il ferito indicò prima di morire su chi cadevano i suoi sospetti, v'erano iudizii positivi che confermavano questi sospetti, ma il giudice istruttore non credette fosse il caso di far arrestare il sospettato; si sperderono le prove, ed oggi pende pro forma il processo contro ignoti ..

Il generale Della Rovere, che vi stava come Luogotenente del Re, lasciava fare a' Siciliani, e così non incontrava quelle opposizioni che i suoi predecessori; ma non per questo scemò l'odio profondo di che i Siciliani, benché armati gli uni contro gli altri da crudeli discordie, sono animati contro i Piemontesi. Il Della Rovere dovette infine accettare il carico di Ministro della Guerra a Torino, e smettere la Luogotenenza.

Indarno si fecero caldissime istanze al generale Brignone, perché si contentasse di succedergli; questi stette saldo sul niego; e finalmente, a cose disperate, si volse il Ricasoli al generale Di Pettinengo, che accettò. Ma poco tempo vi rimarrà, essendo già fermata l'abolizione delle Luogotenenze, sicché tra breve Napoli e Palermo saranno a un dipresso quel che sono Ancona e Firenze.

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Stati Sardi (Nostra corrispondenza) 1. Una Nola di Ricasoli e cambiamenti Ministeriali - 2. Come Minghetti, svillaneggiato dalla stampa, dovesse abbandonare il ministero - 3. Terribile incendio in Torino ed altri incendi in Piemonte - 4. La tratta dei Napoletani a Genova, e come sono custoditi al campo di san Maurizio.

1. Io non so se debba incominciare la mia lettera o dalla nota circolare deh Barone Bettino Ricasoli Presidente del Consiglio dei Ministri, oppure dall'incendio avvenuto in Torino in via di Po, e nella casa Tarino. Le materie sono incendiarie amendue. Darò la precedenza al nostro Ministro degli esteri. Egli avea promesso agli agenti Italiani all'estero che fra poco tempo le province napoletane, riscaldale dal. sole della libertà, sarebbero compiutamente pacificate; ma poiché vide che l'aspetto pacificazione ritardava di molto, pensò di scrivere una seconda Nota agii agenti Italiani, dove raccomanda loro di sperare, e si addentra nelle cause che producono ed alimentano, secondo lui, nel reame di Napoli quello ch'egli chiama brigantaggio. E una causa principale vuole rintracciarla in Roma, e non ha rossore di asserire che il Danaro di san Pietro serve per sostenere i briganti. Tutto lo scritto del Ricasoli è audacissimo, e fa sospettare che fosse il primo passo per muovere alla conquista di Roma. Ma. caso strano! Giunse tra noi il signor Debenedetti, nuovo Ambasciatore di Francia presso la Corte di Torino, e il giorno dopo eh' egli fu ricevuto dal Re, ecco Ricasoli che passa dal portafoglio degli esteri a quello dell'interno, conservando, provvisoriamente soltanto, il primo. Tutti si guardarono il viso e non seppero che dire. L'Opinione del 5 di Settembre osserva ili? il Barone Bettino passò dagli affari esteri agli interni, perché la questi interna è la più importante: ma il Cittadino d'Asti, come che ministeriale, risponde all'Opinione, che se la cosa era così, Ricasoli poteva togliersi dal bel principio il portafoglio degli affari interni, essendo stato incaricato dalla Maestà del Re di comporre il Gabinetto. Ora si ciancia assi sul nuovo Ministro sopra gli affari esterni: l'Opinione assicura che questa portafoglio resterà per buon tratto di tempo nelle mani del signor Ricasoli; v' ha chi dice sia stato offerto e rifiutato dal Conte Arese; emoVj affermano che sia riservato al Dottore Farini, il quale tornò or ora h un suo viaggio misterioso e trovasi nella sua villa di Saluggia, dovei» rinnovato tutti gli usi feudali, e i vassalli sarebbero lieti di ritrovare n lui puramente e semplicemente un feudatario del Medio Evo.

2. Ma se Bettino Ricasoli è Ministro dell'interno, che cosa è avvenne domanderete voi, di Marco Minghetti, antico Ministro?

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Egli fu licenziato e presentò una nuova prova ai rivoluzionarii del quanto siano labili la fortuna, gli applausi, le glorie dei rivoltosi. Il Minghetti avea avuto larghissima parte nel presente movimento italiano. Imperocché nel 1854 quando il conte di Cavour trovavasi al Congresso di Parigi, gli tenne chiesta una nota verbale sulle Legazioni, o dire meglio contro le Legazioni

3. Or eccomi all'incendio. Nella notte del 27 al 28 di Agosto si appiccò terribile alla casa del conte Tarino che sorge a mezzo la via di Po, e fu avvertito ad un'ora e mezzo del mattino da un beccaio che usciva di casa per somministrare la carne alle truppe del presidio. Si mandò tosto per i pompieri, ma qui apparve come fosse male amministrata la capitale del nuovo regno d'Italia. Imperocché le trombe idrauliche non s'ebbero se non verso le ore quattro, ed erano in sì pessimo stato, che schizzavano acqua da tutte le parti fuorché nelle fiamme. La popolazione restò altamente indegnata contro il Municipio che scialacquava ad ogni momento grandi somme di danaro in feste e luminarie, e così mal provvedeva alla sicurezza della città. Le truppe del presidio si adoperarono con molto zelo affine di estinguere l'incendio; ma le fiamme s'erano già impossessale della casa e delle vicinanze, sì che durossi molta fatica a dominarle, e non vi si riuscì che alla fine del giorno. Intanto i volti che crollavano fecero di molte vittime che saranno una ventina di morti senza contare i feriti. E ciò che accrebbe l'orrore dell'incendio furono i ladri che profittarono del trambusto, per impossessarsi della roba degli incendiati, e tra questi ladri fu pure qualche carabiniere, che invece di custodire rubava.

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E a parecchi di coloro che rimasero morti sotto le rovine trovaronsi le tasche piene di scudi che avevano rubalo, ed io vi lascio pensare a che punto di spavento ragionevolissimo giungesse Torino, quando da una parte un processo criminale che s'agita tuttavia le diceva che le guardie di pubblica sicurezza facevano comunella co' ladri, e da una grande disgrazia imparava che ladri erano pure tra l'arma una volta così benemerita de' Reali Carabinieri. Riguardo alla causa del

l'incendio chi la vuole fortuita, chi la crede dovuta ad una infernale malizia. Certo è che non si deplorarono mai in Piemonte tanti incendii come a' giorni nostri. In Torino n'abbiamo avuti tre in poco tempo, questo di cui vi parlo, quello della Consolata, ed un terzo di una fabbrica di cotone. Nella provincia di Cuneo dal 7 di Luglio al 31 di Agosto ne avvennero sessanta «numero questo, dice il Vicegovernatore in una sua circolare, che è senza alcun confronto immensamente maggiore di quello che non siasi mai prima d'ora in qualsivoglia altra stagione avvertito».

4. Prima dell'incendio i Torinesi avevano corso un altro pericolo, di venire cioè conquistati dai Napoletani e di vedere la bandiera di Francesco II sventolare sulla torre del palazzo Madama. In Italia, o meglio negli Stati sardi. esiste proprio la tratta dei Napoletani. Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in gran quantità, si stipano ne' bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi teste in quella città ho dovuto assistere ad uno di que' spettacoli che lacerano l'anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Spettacolo doloroso che si rinnova ogni giorno in Via Assarotti, dove è un deposito di questi sventurati. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle, e qui la malesuada fames et turpis egestas li indusse a cospirare; e se non si riesciva in tempo a sventare la congiura, essi impadronivansi del forte di Fenestrelle, e poi unendosi con migliaia d'altri napoletani incorporati nell'esercito, piombavano su Torino. Un otto mila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio, ma il Governo li considera come nemici, e dice l'Opinione che «a tutela della sicurezza pubblica sia dei dintorni, sia del campo, furono inviati a San Maurizio due battaglioni di fanteria». Ma si sa che inoltre vi stanno a guardia qualche batteria di cannoni, alcuni squadroni di cavalleria, e più battaglioni di bersaglieri; tanto ne hanno paura! E cotestoro, cosi guardati e malmenati, pensate con che valore vorranno poi combattere pel Piemonte! Eccovi in che modo si fa l'Italia!








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