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Pubblichiamo la lettera aperta dell'Avv. F. Corradini con la quale l'autore aderisce alla iniziativa intrapresa dal Sindaco di Alessandria del Carretto per la istituzione di una giornata della memoria per il Sud-Italia, in onore di chi combattè dalla parte "sbagliata" in difesa delle proprie terre.
La lettera, ben argomentata, racchiude in una microstoria - quella di Arce, oggi facente parte della provincia Frosinone - tuti i drammi e le problematiche della unificazione italiana nel Meridione d'Italia:
- la questione dei demani e la sollevazione contadina antinuitaria (brigantaggio);
- l'abolizione dei dazi con conseguente strozzatura delle zone industriali meridionali. Ringraziamo l'Avvocato Corradini per averci autorizzato a pubblicare integralmente la  lettera.


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Avv. Ferdinando CORRADINI

Spett.le
Presidenza della Repubblica
Piazza del Quirinale
00187 ROMA

e p.c.
Signor Antonio LAROCCA
Sindaco
87070 Alessandria del Carretto (Cosenza)
 

OGGETTO: adesione all'iniziativa promossa dal Sindaco di Alessandria del Carretto,  con lettera del 10 febbraio 2005, di istituire una "giornata del ricordo" dei meridionali morti in occasione dell'unificazione italiana.


        Il mio paese (Arce) attualmente si trova in provincia di Frosinone e, quindi, nel Lazio. Fino al 31 dicembre 1926, però, è stato ricompreso nella provincia di Terra di Lavoro, che aveva il suo capoluogo a Caserta: faceva, quindi, parte dell'Italia meridionale. Tale appartenenza era iniziata nell'anno 702, allorché, com'è scritto nella cronaca di Montecassino, i Longobardi di Benevento lo presero insieme con Arpino e Sora: la stessa si è, quindi, protratta per ben 1.224 anni. Nel 1926, per espressa volontà del Primo Ministro in carica, cav. Benito Mussolini, la provincia di Terra di Lavoro venne smembrata e l'anno successivo Arce finì nella neocostituita provincia di Frosinone e, quindi, nel Lazio.

       Arce si trova nella valle del Liri; tale valle, subito dopo l'unificazione italiana, fu teatro di numerosi episodi del cosiddetto "brigantaggio". Ciò anche perché la stessa era posta proprio sul confine con lo Stato pontificio, il quale Stato fino ad un certo punto assicurò un certo appoggio ai cosiddetti "briganti" (io riterrei opportuno definirli "insorgenti"). A Sora si costituì una banda capeggiata da Luigi Alonzi detto Chiavone. Il 9 novembre 1861 egli mosse dalle montagne di Veroli (nello Stato pontificio) alla testa di 200 uomini. Lungo la strada si imbatté negli operai che stavano lavorando alla realizzazione della tratta Ceprano-Roccasecca della ferrovia Roma-Napoli; duecento di costoro si unirono agli uomini di Chiavone, il quale il giorno 11 prese San Giovanni Incarico e Isoletta, frazione di Arce. Nella controffensiva posta in essere dall'esercito, appoggiato dalla Guardia Nazionale, composta da elementi della locale borghesia, furono uccisi numerosi insorgenti. Quelli che furono catturati vennero sommariamente giustiziati con un colpo di fucile alla nuca. Gli insorgenti uccisi a San Giovanni Incarico vennero deposti in una fossa comune; quelli uccisi in Isoletta, invece, vennero lasciati insepolti, perché, come fa dire Euripide ad Antigone, costituissero il pasto dei cani e degli uccelli.

        A scuola ci hanno insegnato, e fino ad un certo punto anch'io l'ho creduto, che i "briganti" non erano altro che dei rozzi e ignoranti contadini, che, in quanto tali, erano facile preda della propaganda clericale e borbonica. Certo, non v'è dubbio che alcuni sacerdoti e gli agenti borbonici li aizzassero, ma i contadini non sono ignoranti come si crede: non a caso si è sempre detto: "contadino scarpe grosse e cervello fino"! Il fatto vero è un altro ed è che non bisogna certo aver studiato a Oxford per capire quali sono i propri interessi economico-politici. La verità è che l'unificazione italiana aveva suscitato tante speranze nelle classi più umili della popolazione meridionale, ma queste speranze andarono ben presto deluse.

        Nel 1861 si tennero le prime elezioni successive all'unificazione (in precedenza non si votava). Ho avuto modo di vedere la lista elettorale del mio paese conservata presso l'Archivio di Stato di Caserta: al voto fu ammesso l'1,98% dei cittadini. Si dirà: meglio così che com'era in precedenza; e questo è vero. Tuttavia non possiamo non sottolineare che mentre in precedenza tutti erano uguali, o, per dir meglio, "ugualmente disuguali" davanti alla Legge, dopo l'unificazione venne introdotto un motivo di notevole disparità. In questo quadro non ci vuol molto ad immaginare lo stato d'animo di coloro che si videro esclusi dalla consultazione elettorale e da ogni gioco politico. Si veniva ammessi al voto sulla base del censo, oggi diremmo del reddito. Nell'Italia post-unitaria vi era una situazione non dissimile da quella del Sud Africa dell'apartheid, con una differenza: in Sud Africa la selezione avveniva in base al colore della pelle, nell'Italia appena unita sulla base delle condizioni economiche.

        Ma non si trattò solo di questo. Nel Regno delle due Sicilie erano tenuti a prestare il servizio militare soltanto parte dei rampolli della borghesia e non gli appartenenti alle classi più umili della popolazione. Dopo l'unificazione venne introdotto il principio in base al quale tutti i cittadini maschi erano tenuti a prestare il servizio militare. Questa, per le classi contadine, fu una vera jattura. Nel momento in cui i giovani erano nel pieno delle loro capacità produttive, venivano sottratti alle famiglie per un periodo di quattro anni. Sappiamo che molti giovani allorché ricevevano la cartolina-precetto preferivano darsi alla macchia anziché partire soldati.

        Vi è da dire, inoltre, che lo Stato borbonico presentava delle notevoli connotazioni di carattere sociale. Tanto per esemplificare, ciascun paese aveva delle selve demaniali sulle quali la cittadinanza poteva esercitare gli usi civici. Possiamo paragonare tali selve a degli odierni pozzi di petrolio. Anche ad Arce vi erano tali boschi, sui quali i cittadini potevano esercitare il diritto di pascolo e di legnatico. Poiché si trattava di boschi di querce, il primo diritto stava a significare che gli arcesi potevano utilizzare gratuitamente le ghiande che sono tanto utili per l'allevamento dei maiali, i quali costituivano la fonte quasi esclusiva di proteine alimentari per le classi meno abbienti. Il secondo diritto consentiva agli arcesi di far legna con la quale riscaldarsi e cuocere i cibi. Fatte le debite proporzioni, sarebbe come se oggi lo Stato fornisse gratuitamente le fonti di energia a gran parte della popolazione. Dopo l'unificazione, gran parte delle selve di Arce vennero sdemanialiazzate e vendute all'asta: ad acquistarle fu uno speculatore, il quale prese a dissodarle. Ciò determinò le proteste della popolazione e lo stesso liberalissimo sindaco si fece portavoce di tali proteste, provvedendo a sequestrare gli alberi già tagliati, ma fu tutto inutile. Lo speculatore inoltrò ricorso al Re (Vittorio Emanuele II), il quale con proprio decreto dispose il dissequestro del legname sequestrato dal sindaco di Arce. Dopo aver venduto il legname frutto del dissodamento dei terreni, lo speculatore vendé gli stessi in piccoli lotti ai medesimi cittadini arcesi che in precedenza utilizzavano gratuitamente le selve demaniali.

        Come ho avuto modo di constatare dai documenti di archivio, ciascun Comune del Regno delle due Sicilie esercitava un minuzioso controllo sui prezzi dei beni di prima necessità. Dopo l'unificazione, tali poteri vennero aboliti in applicazione del noto principio liberistico laissez faire, laissez passer. Com'è ovvio, i prezzi salirono a tutto discapito delle classi meno abbienti e a tutto vantaggio dei commercianti.

        Nel Regno delle due Sicilie, inoltre, un importante ruolo sociale veniva svolto dalla Chiesa grazie ai beni che la stessa possedeva, rappresentati per lo più da appezzamenti di terreno: la cosiddetta "manomorta ecclesiastica". Tali terreni la Chiesa concedeva per lo più in enfiteusi ai contadini. Tale tipo di rapporto aveva una lunga durata (per lo più trentennale) e un costo molto basso per il cessionario: in tal modo anche chi non disponeva dei mezzi per poter acquistare la terra, poteva prendere in enfiteusi uno o più appezzamenti di terreno, lavorarli e, con i frutti, mantenere la famiglia. Dal catasto di Arce del 1741 ho avuto modo di constatare come la quasi totalità dei terreni di proprietà della Chiesa fossero stati concessi in enfiteusi ad individui, che, nel catasto stesso, vengono definiti "bracciali", cioè braccianti. Ma anche in un altro campo la Chiesa svolgeva un'importante funzione sociale: quello del credito. Grazie ai proventi che le derivavano dalla "manomorta", la Chiesa poteva concedere mutui a condizioni particolarmente vantaggiose per i mutuatari. Non molti anni fa sul magazine del Corriere della Sera uscì un servizio dedicato al fenomeno dell'usura a Napoli; nell'ambito di tale servizio veniva proposto il testo di un'intervista rilasciata da padre Rastrelli, che, com'è noto, è un sacerdote che ha fatto della lotta al fenomeno dell'usura una ragione di vita. Al giornalista che gli chiedeva di chi fosse la responsabilità dell'insorgere di tale fenomeno a Napoli, padre Rastrelli rispose (pressappoco): "la responsabilità prima della nascita dell'usura a Napoli è di Giuseppe Garibaldi". All'esterrefatto giornalista che certo non si aspettava una simile risposta, padre Rastrelli spiegò che, fino all'unificazione italiana, a Napoli avevano operato delle congregazioni religiose che prestavano denaro senza interessi oppure a tassi molto bassi. Tali congregazioni furono sciolte da Giuseppe Garibaldi nel breve periodo in cui lo stesso ricoprì la carica di Dittatore dell'Italia meridionale.

        Ma anche in altri campi la Chiesa svolgeva la sua funzione sociale. In ogni paese vi erano degli ospedali, che non erano dei luoghi di cura, bensì delle istituzioni che garantivano ospitalità gratuita ai viandanti e ai pellegrini poveri. In conseguenza, allorché un regnicolo poco abbiente doveva spostarsi per qualsiasi motivo sul territorio, poteva farlo a costo zero usufruendo della rete di ospedali presente lungo le strade.

        Dopo l'unità d'Italia tutto questo finì. I beni della manomorta ecclesiastica vennero acquisiti dallo Stato a costo zero e vennero venduti all'asta. Ma non furono i contadini ad acquistarli. Come ho avuto modo di constatare personalmente consultando i documenti d'archivio, in ciascun paese la locale borghesia costituì una sorta di comitato d'affari, i cui componenti, previo accordo fra loro, si resero aggiudicatari dei beni appartenuti alla Chiesa. In tal modo la stessa venne privata dei mezzi che le consentivano di svolgere la sua missione fra i cittadini meno abbienti. Una significativa traccia di ciò si rinviene nel dialogo fra il principe di Salina ed il suo confessore riportato ne Il Gattopardo.

        A ben riflettere le cose non potevano andare diversamente. Coloro che hanno fatto l'unità d'Italia, infatti, non erano politicamente neutrali, come ci hanno dato ad intendere a scuola. Essi erano liberali in politica e liberisti in economia. In applicazione della loro ideologia non fecero altro che porre in essere delle "privatizzazioni" e siccome allora la fonte principale di produzione di ricchezza era costituita dalla terra, privatizzarono le proprietà terriere degli Enti pubblici laici e della Chiesa. In questo modo, però, le classi più umili della popolazione vennero a trovarsi prive di quelli che noi oggi definiamo "ammortizzatori sociali".

        Ma non furono soltanto quelli innanzi esposti i motivi di malcontento delle classi popolari. Come ha evidenziato Francesco Saverio Nitti, a tutto il 1860 le imposte del Regno delle due Sicilie erano inferiori a quelle degli altri Stati e il debito pubblico del Regno era quattro volte inferiore a quello del Piemonte e di molto inferiore a quello della Toscana. Come ha sottolineato il prof. Aldo Di Biasio nel suo La questione meridionale in Terra di Lavoro (pag. 86), ciascun abitante del regno delle due Sicilie pagava di tasse annue: £ 16,06 nel 1857; £ 17,28 nal 1858 e £ 16,11 nel 1859. Per contro, ciascun abitante di Terra di Lavoro pagava nel 1867 £ 35,99 di tasse annue: come si rileva nel giro di pochi anni il carico fiscale dei meridionali si era più che raddoppiato: evidentemente il debito pubblico del Piemonte era stato "scaricato" anche sugli ex regnicoli. E, com'è agevole intendere, coloro che maggiormente risentirono in negativo di tale situazione furono i cittadini meno abbienti.

        Come già scritto, il mio paese (Arce) si trova nella valle del Liri: qui era una fiorente produzione di panni di lana, che risaliva molto indietro nel tempo: anche il padre di Marco Tullio Cicerone ne produceva. Dai dati di cui si dispone, si rileva come nel 1846 tale industria dava lavoro a 11.500-12.000 operai. La stessa poteva reggere il mercato grazie ai dazi che il regno delle due Sicilie imponeva sulle lane di importazione. Finito tale Regno, il nuovo Stato, in applicazione dei principi liberisti cui si ispirava, non mantenne tali dazi protezionistici. Fu così che, uno dopo l'altro, i lanifici della valle del Liri chiusero, mettendo in mezzo alla strada migliaia di operai e le relative famiglie. Il principale industriale laniero della valle, l'arpinate Giuseppe Polsinelli, fu un convinto assertore dell'unità d'Italia, tanto che, nella concitata fase dell'unificazione, si mise alla testa di una banda armata da lui finanziata per appoggiare l'esercito piemontese. Divenuto deputato al Parlamento di Torino, fu fra i pochissimi a votare contro il primo bilancio di previsione dello Stato italiano: durante la discussione aveva chiesto che si fosse mantenuto, sia pur per pochi anni, il dazio protettivo sulle lane introdotte nel Sud. Non fu accontentato. Anche il suo lanificio poco dopo chiuse.

        Questi e anche altri, sui quali non sto a dilungarmi, furono i veri motivi che indussero i ceti meno abbienti meridionali a insorgere contro lo Stato unitario. Purtroppo nessuno di tali insorgenti ci ha mai lasciato un qualche scritto in cui fosse esplicitata l' "ideologia" che stava alla base delle loro azioni. E, a ben riflettere, ciò non poteva accadere perché gli insorgenti erano nella quasi totalità degli analfabeti. Ma questo non significa che fossero degli idioti che si facevano influenzare dai parroci di campagna e dagli agenti borbonici. Quale fosse la loro ideologia noi possiamo capire dalle loro azioni che erano tutte dirette contro l'esercito di occupazione piemontese e contro quel due per cento della popolazione che da questa occupazione aveva tratto vantaggio.

        La prima volta che mi sono imbattuto in un giudizio positivo sul "brigantaggio" è stato quando, adolescente, lessi (pressappoco): "Tutte le guerre combattute dall'Italia e in Italia sono state volute dalla classe dirigente; le uniche guerre volute dal popolo sono state la Resistenza al Nord e il Brigantaggio al Sud". A ben riflettere le due situazioni sono analoghe: anche i Partigiani combattevano contro un esercito di occupazione e contro quegli Italiani che tale esercito appoggiavano. Ai Partigiani vengono resi gli onori che meritano. Quando accadrà la stessa cosa ai cosiddetti Briganti? Come hanno detto sia il Presidente della Repubblica che quello della Camera dei Deputati in occasione della giornata del ricordo delle vittime delle foibe, ciò dovrebbe accadere senza alcun rancore e senza alcun risentimento revanscistico, ma soltanto in omaggio alla pura e semplice verità storica.

        Ritengo opportuno segnalare che sono di idee repubblicane, che non nutro alcun sentimento separatista, che sono fortemente convinto del fatto che l'Italia debba restare unita e che guardo con notevole sospetto alle riforme federaliste che al giorno d'oggi si vorrebbero attuare. Tali riforme, a mio sommesso avviso, hanno tutto il sapore di una volontà di supremazia del Nord sul Sud. La stessa, identica volontà che, poco più di un secolo fa, fu alla base dell'unificazione italiana.


Distinti saluti


Ferdinando Corradini



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