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DEBORBONIZZAZIONE E DUOSICILIANISMO

di Zenone di Elea

“Il tempo dirà tutto alla posterità. E’ un chiacchierone,

e per parlare non ha bisogno di essere interrogato”.

Frammento, Euripide

LA DEBORBONIZZAZIONE INFINITA

Località di residenza: RDS. Questa sommaria indicazione che un giovane (presumiamo lo sia, giovane, dall’entusiasmo che sprizza dalla sua scrittura, anche se la capacità di analisi denota una strumentazione culturale più attempata) frequentatore di un forum ha scritto come propria località di residenza, ci ha colpito e ci ha fatto riflettere.

Ne è passata tanta di acqua sotto i ponti da quando leggevamo nel nostro sussidiario di scuola elementare: “Il Regno delle Due Sicilie, un paese povero e arretrato retto da una monarchia passata alla storia come la negazione di Dio eretta a sistema dio governo”.

Oggi non solo certi luoghi comuni sono in via di frantumazione, ma esiste addirittura qualcuno in questo strano paese  chiamato Italia che vuol marcare la propria identità calpestata, al punto da dichiarare come località di residenza non “Napoli”, “Palermo”, Bari”, Reggio Calabria”, ma RDS: Regno delle Due Sicilie.

Non allarmatevi.

Non è affatto la spia di una rivoluzione imminente, né di una catastrofe istituzionale, bensì un segnale, modesto ma importante, di una presa di coscienza[1] (oggi lenta, ma domani chi può dirlo?) di una identità che la costruzione dello stato unitario ha voluto[2] negare: l’appartenenza ad un grande paese che gli interessi geopolitici delle potenze allora dominanti e la scarsa lungimiranza della sua classe dirigente contribuirono a cancellare dalla storia della’Europa.

Se si leggono le pagine dei pochi numeri – pochi perché vennero soppressi da chi era venuto a portare le libertà[3] – dei giornali non allineati che si stamparono nella’ex-regno borbonico all’indomani della impresa garibaldina, si intravvede tra le righe  tutto il travaglio istituzionale, politico e sociale[4], che seguì l’arrivo dei piemontesi a Napoli.

La "damnatio memoriae" del popolo meridionale ebbe il suo inizio con la chiusura di quei giornali che avrebbero potuto tenere desta l’attenzione sulle scelte operate da chi deteneva in quel momento il controllo politico-militare del territorio.

Tutto fu oscurato da una cappa bonapartista distante anni luce dalla storia e dalla cultura del paese meridionale. Un notevole contributo alla distruzione dei propri ordinamenti e della propria memoria storica fu dato  una folta schiera di eminenti uomini di cultura e politici meridionali - ci vengono in mente, Francesco de Sanctis, Bertrando Spaventa, Pasquale Stanislao Mancini - che si dimostrarono più realisti del re, nel senso che avallarono o addirittura si fecero promotori di iniziative che aiutavano la formazione di uno stato accentratore e poco rispettoso delle voci dissenzienti. Altri meridionali negli anni e nei decenni successivi avrebbero poi continuato la loro opera, pensiamo per esempio ad un Crispi e al suo impegno nella mitologizzazione del processo unitario.

***

Il dilagare della guerriglia antiunitaria, nel decennio 1860-1870, non aiutò i meridionali a difendere i propri interessi nei confronti dei nuovi arrivati, anzi senza volerlo finì col lasciargli carta bianca in nome dell’ordine e della stabilità.

Le classi dirigenti meridionali – strette fra la pressione militare instaurata dal nuovo potere e quella dei “briganti” che sottoponevano i paesi a continue scorribande taglieggiando e sequestrando liberali e possidenti – consegnarono il loro paese nelle mani dei savoiardi senza contropartite.

Per instaurare il nuovo ordine, furono cancellati e sostituiti i vecchi nomi di piazze (emblematico il caso di Piazza Plebiscito[5] già Largo di Palazzo a Napoli) e di vie fin nei paesi più sperduti[6]. Furono divelte o coperte tutte le insegne borboniche sui cornicioni e sui portali degli edifici.

Parallelamente iniziava sui giornali una vera e propria campagna diffamatoria nei confronti di tutto quanto sapeva di ‘borbonico’[7].

Qui per onestà intellettuale, bisogna notare che il tutto nasce e si sviluppa all’interno delle Due Sicilie se è vero che i liberali, per dar forza alla loro propaganda antiborbonica, attribuivano di tutto e di più ai Borbone. Fu attribuito ad essi addirittura il colera del 1837 in Sicilia[8]. E il Garibaldi, quando giunse nell’isola, vide bene di sfruttare la diceria urlando “Volete colera o leva?” alla folla acclamante.

Dopo l’unità non si fece altro che continuare nell’opera di denigrazione, con il disinteressato aiuto dei nuovi arrivati, “li piemontesi”. L’esercito duosiciliano divenne “l’esercito di Franceschiello” lasciando nell’oblio più completo la resistenza eroica di Messina, Gaeta e Civitella del Tronto[9].

Si fece strame della straordinaria umanità mostrata dalla regina Maria Sofia durante l’assedio[10] di Gaeta arrivando a montare uno squallido affaire pornofotografico ad opera di un tal Diotallevi.

Si inventò la “questione meridionale” come il grande alibi di tutti i problemi passati presenti e futuri del paese meridionale fermandosi sulla soglia della Magna Grecia nella ricerca delle sue secolari cause!

E tra una ricerca e l’altra si cercò anche di spiegare “scientificamente” l’incapacità genetica dei meridionali a costruire un paese moderno nonostante la generosa offerta d’aiuto degli altri fratelli italiani.

Si misurarono crani e si scrissero fior fiori di saggi per spiegarlo.

La frattura nord-sud creata dallo scontro armato fratricida, durato oltre un decennio nel territorio meridionale, si sedimentò nella mente e nel cuore degli abitanti della penisola al punto da emigrare insieme ad essi. Con la diaspora meridionale i luoghi comuni seguirono i migranti, tennero loro compagnia di notte e di giorno, sul lavoro e nelle case in cui vivevano, entrarono a far parte delle coordinate culturali dei paesi ospitanti e a volte li soffocarono in un abbraccio mortale, nel senso letterale del termine.

Così anche all’estero[11] ci furono italiani del nord e italiani del sud, quest’ultimi spesso identificati come criminali e mafiosi.

***

All’interno della stessa società meridionale si generò la frattura, fra chi aveva scelto la ‘modernità’ schierandosi con i vincitori e chi, invece, aveva combattuto per i Borbone, considerati l’emblema di un passato di ignoranza e di abiezione. Per questo depositari di tutti i mali possibili e quindi da estirpare anche come memoria storica.

Fu la frattura fra la intellettualità liberare, giacobina – appartenente a quelle che Nicola Zitara avrebbe un giorno definito “le uniche vere categorie italiane del Mezzogiorno” – e il popolo rozzo e ignorante, contadino, ancorato ad un mondo feudale (sic!) in cui i valori dominanti erano stati l’obbedienza e la sottomissione al Trono e all’Altare.

Ancora oggi questa frattura domina il paese intero, la si nota addirittura fra le stesse persone che si propongono una lettura meno mitologica del processo unitario.


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IL DUOSICILIANISMO

In questo ultimo decennio hanno visto la luce pubblicazioni coraggiose e controcorrente rispetto alla vulgata risorgimentalista, grazie ad un contesto politico e culturale favorevole. In parte dovuto – diciamocelo, si tratta non di una nostra tesi, bensì di una constatazione – alla nascita della Lega Nord[12] ed in parte ad un certo revanchismo cattolico[13], che hanno attaccato ai fianchi i miti  in cui siamo stati tutti allevati: in particolare hanno messo alle corde il mito dell’Italia una e dei suoi padri costruttori, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele e compagnia bella[14].

Scritti distanti dalla retorica risorgimentalista prima se n’erano visti pochi se si escludono alcune figure isolate, come Carlo Alianello e Nicola Zitara.

In questi anni[15], grazie alla nascita del Movimento Neoborbonico e all’impegno di una modesta schiera di intellettuali non allineati, si è iniziato a rovistare fra gli archivi e a portare alla luce verità inerenti l’esercito borbonico, il sistema economico meridionale preunitario, la guerriglia antiunitaria (= il brigantaggio) e la sua feroce repressione (assolutamente da non ignorare, ovviamente, il precedente lavoro di Molfese, pietra miliare e punto di riferimento imprescindibile per chiunque voglia affrontare lo studio del brigantaggio, soprattutto per il censimento delle bande che operarono nel Sud).

Quella che Gramsci definì “biografia nazionale” viene rivista e riscritta. Il Regno delle Due Sicilie riappare dalle brume della storia in cui era stato cacciato dai vincitori. Compare l’uso del termine “duosiciliano” accanto o in sostituzione del termine “meridionale”.

 Si tratta semplicemente di una parola, utilizzata a volte come vessillo per mostrare ciò che fino a ieri era assolutamente impresentabile, innominabile ovvero “borbonico”.

 Questo termine, “duosiciliano”, non piace al palato fine di certa intellighenzia meridionale, erede nel bene e nel male di quella giacobina e liberale che diede un contributo notevole ad affossare i Borbone prima e il ricordo stesso di quella dinastia poi.

Si montano sterili e inconcludenti polemiche dicendo che la denominazione “Regno delle Due Sicilie” fu una invenzione del Congresso di Vienna e che non è mai esistita una nazione duosiciliana e che è improprio se non addirittura ridicolo utilizzare tale termine.

Noi ci permettiamo di dissentire da tali polemiche pretestuose, facendo notare che altrove si utilizza “padano” in riferimento ad una entità mai esistita e del tutto inventata.

Alle spalle del termine “Due Sicilie” vi è una storia plurisecolare se è vero come è vero che bisogna andare un po’ più indietro nel tempo, rispetto al 1815 per ritrovare tale termine per la prima volta, ed esattamente ai tempi di Alfonso V D'Aragona, che per la prima volta assunse il titolo di Rex Utriusque Siciliae, dopo aver unificato i due regni[16] creati a seguito della rivolta dei vespri Siciliani del 1282.

A questo va aggiunto che in numerosi decreti reali il termine “Re delle Due Sicilie” era stato già utilizzato fin da quando regnava Carlo di Borbone, divenuto poi Re di Spagna.

Lasciamo quindi che chi lo desidera continui ad utilizzare il termine “duosiciliano” senza che debba essere sottoposto ad inutili vivisezioni intellettualistiche.

In questo sito lo avrete notato, ne facciamo un uso parco e quelle rare volte che lo utilizziamo è solo perché ci serve per argomentare, per chiarire, per denominare, tutto qui.

Nessun sciovinismo sudista, dunque, legato ad una parola.

 



NOTA A MARGINE - DEVOLUTION - 24 marzo 2005

E' cronaca di questi giorni, la devolution è in dirittura di arrivo. Da una lato si inalberano cartelli tricolori in nome di una nuova Italia, più moderna (meno borbonica....?) e dall'altro invece bandiere sempre tricolori contro lo sfascio istituzionale.

Il titolo V fu stravolto dal centrosinistra per intercettare i voti della lega, oggi l'opera viene completata dal centrodestra. Ed è inutile stabilire gerrachie di responsabilità - come fa il professor Galli Della Loggia, in un editoriale di fuoco "LA PATRIA PERDUTA", oggi sul Corriere della Sera - sostenendo che questi però, quelli del centro destra, hanno fatto di peggio. Per noi si tratta comunque di una danza orchestrata e diretta dalla parte più ricca del paese sia ieri che oggi.

Secondo noi a sud si sta commetendo lo stesso errore commesso al momento della unificazione, invece di chiedere delle serie contropartite per le regioni meridionali, ci si dilania tra i pro e i contro. In tal modo si da una grossa mano a chi la devolution l'ha promossa e per i propri interessi. Tanto si tratta solo di un grimaldello formale, un primo passo, per arrivare poi a una modifica ben più sostanziale: il federalismo fiscale. Ma è una verità troppo ovvia per essere compresa, magari avremo bisogno di un altro secolo per capirlo.

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[1] Scrive Antonio Pagano, direttore della rivista Due Sicilie, nella risposta ad un lettore che domanda quale potrebbe essere la forma di governo del paese meridionale: “da noi non si tratta di trovare una forma di governo, ma di trovare un popolo, un popolo che abbia coscienza di se”(Cfr. Due Sicilie n. 2 - 2005, Lettere al Direttore).

[2] O dovuto? Lasciamo al lettore la propria personale conclusione. Ultimamente ci è capitato anche di sentire in televisione che l’ipotesi costituente, pur avanzata da qualcuno tra il 1860 e il 1861, fu accantonata in  quanto troppo pericolosa: lo stato italiano rischiava di essere frantumato sul nascere. E vada per la costituente, si fece di peggio però, i Savoia sottolinearono di essere i nuovi padroni lasciando che il re del nuovo stato si continuasse a chiamare Vittorio Emanuele II anziché “Vittorio Emanuele I Re d’Italia”. Anche i gesti simbolici hanno un senso. Ferdinando IV di Borbone aveva avuto il pudore nel 1816 di mutare il nome dinastico in “Ferdinando I Re delle Due Sicilie”.

[3] La Tragicommedia, giornale scritto e diretto da Giacinto de’ Sivo, a Napoli, durante l’occupazione piemontese. Furono pubblicati soltanto tre numeri del giornale, dal 19 al 26 giugno 1861, poi la testata fu soppressa e Giacinto de’ Sivo venne arrestato dai soldati piemontesi. L’Equatore fu pubblicato l’11 gennaio, il 15 gennaio e il 18 gennaio 1861. La sera del 21 gennaio 1861 un gruppo di liberali invase la sede e il giornale fu soppresso. Le voci fuori dal coro andavano spente, non si potevano tollerare posizioni antiunitarie. Ovviamente in nome delle nuove libertà!

[4] Leggiamo sul giornale di De Sivo, La Tragicommedia: “Sino all’anno passato, ricchi di pace, di memorie, di costumi, di prosperità, di commercio e di arti, noi eravamo la invidia delle genti: drammatica nostra, musica nostra, arti ed industrie napolitane, opere d’ingegno e di coltura, maravigliosi musei, strade ferrate, gas, opificii, opere di carità, esercito, marina, bacini, arsenali, tutte cose ne facevan forti e rispettati.” (Cfr. La Tragicommedia, Edizioni il Giglio, Napoli, 2002)

[5] Il plebiscito fu il primo capolavoro della unificazione sabauda. Nelle province napoletane ai votanti venne rivolto il seguente quesito: “Il popolo vuole l’Italia una ed indivisibile con Vittorio Emanuele Re costituzionale e suoi legittimi discendenti?”.

Sulle modalità di voto trascriviamo dal sito www.duesicilie.oprg: “Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli e in tutte le provincie del Regno la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il Sí ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi.

Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato "Nemico della Patria" chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi.

Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non venivano registrati quelli che votavano per il Sí, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini.”

La tabella sottostante riporta i dati relativi al plebiscito del 21 ottobre 1860 nelle province napoletane. La percentuale della quinta colonna si riferisce ai votanti rispetto al numero complessivo degli abitanti.

Province

Abitanti

Allistati

Votanti

%

%

No

%

Sud continentale

6.500.000

1.650.000

1.312.366

20,19

1.302.064

99,22

10.302

0,79

Sicilia

2.232.000

575.000

432.720

19,39

432.053

99,85

667

0,15

Totale

8.732.000

2.225.000

1.745.086

19,98

1.734.117

99,37

10.969

0,63



[6] Un esempio lo si trova documentato in rete, nel sito del comune di Bernalda, comune della Basilicata : il primo giugno 1865 il vecchio Largo Osannale diventò Piazza Garibaldi.

[7] Una campagna diffamatoria mai sopita, una sorta di deborbonizzazione infinita ed ossessiva iniziata con l’unità e poi travasata nella cultura di questo paese fino a diventarne parte costituente al punto che la si usa ad ogni piè sospinto.

Si potrebbero fare degli esempi tratti dai giornali di... domani! Dall’articolista che su un quotidiano nazionale per argomentare – anche se c’entrano come i cavoli a merenda - ci infila le tre F (festa farina forca) dei Borboni o al tg che a proposito di un politico meridionale lo definisce “il masaniello borbonico che si è fatto leader nazionale”. Ma la deborbonizzazione del paese meridionale comincia a mostrare qualche crepa, lo si evince qua è là, soprattutto sul web ma anche sulla carta stampata dove appaiono interventi di lettori che protestano per certe espressioni o chiedono spiegazioni inerenti la storia risorgimentale.

[8] Il 1837, l’anno del colera-veleno, secondo alcuni storici segna il punto dello scollamento definitivo e insanabile tra la Sicilia e la dinastia borbonica.

[9] Si legga in questo sito l’intervento dell’amico e collaboratore Sebastiano Gernone: “Selvaggi e Ferrarelli per la dignita’ militare duosiciliana”. A proposito dell’assedio di Gaeta

Pietro Jahier scrive: "I segni dell'assedio riemergono talvolta anche dal sottosuolo della città vecchia. Sotto il selciato delle strade sono ancora sepolti centinaia di cadaveri, i cui scheletri (prevalentemente di persone giovani) vengono alla luce durante i lavori di rifacimento." (Cfr. Francesco II di Borbone - l'ultimo re di Napoli, Pietro Jahier, Mondadori, 1982)

[10] Riportiamo alcuni versi de ‘O surdato e Gaeta, la bellissima poesia di Ferdinando Russo, un grande della poesia napoletana, al pari di un Di Giacomo ma poco amato dalla intellettualità meridionale e addirittura inquisito per i suoi scritti:

"E ' a Riggina! Signò! … Quant'era bella!
E che core teneva! E che maniere!
Mo na bona parola 'a sentinella,
mo na strignuta 'e mana a l'artigliere…
Steva sempre cu nui! … Muntava nsella
Currenno e ncuraggianno, juorne e sere,
mo ccà, mo llà … V''o ggiuro nnanz' 'e sante!
Nn'èramo nnammurate tuttequante!
Cu chillo cappellino 'a cacciatora,
vui qua' Riggina! Chella era na Fata!
E t'era buonaùrio e t'era sora,
quanno cchiù scassiava 'a cannunata!…
Era capace 'e se fermà pe n'ora,
e dispenzava buglie 'e ciucculata…
Ire ferito? E t'asciuttava 'a faccia…
Cadiva muorto? Te teneva 'mbraccia…".

 

[11] Le cronache dell’emigrazione sono piene di ‘simpatici’ appellativi, soprattutto neologismi anglosassoni tipo WOP negli Stati Uniti e WOG in Australia per definire i migranti.

[12] Ricordiamo agli amici naviganti che la Lega Nord nasce ufficialmente nel 1989, in parte come filiazione dalla Lega Lombarda che era stata fondata da Bossi nel 1984.

[13] L’allestimento al Meeting di Rimini del 2000 della mostra “Risorgimento da riscrivere” suscitò un vespaio di polemiche e portò addirittura alla stesura di un manifesto contro il revisionismo storico firmato da vari esponenti della intellighenzia italiana. Per onestà di cronaca bisogna dire che l’introduzione alla mostra chiariva che non si trattava di una messa in discussione degli assetti istituzionali o della unità dell’Italia, semplicemente di una doverosa rilettura degli avvenimenti storici fuori dalla mitologia risorgimentale.

[14] Antonio Gramsci parlò di una "banda di avventurieri senza coscienza e senza pudore che, dopo aver fatto l'Italia, l'hanno divorata". "Na  vranca ‘e fetiente" è il titolo di una recente pubblicazione, i miti prima o poi si infrangono!

[15] Spigolando  sulla rete, si fanno delle interessanti scoperte, per esempio abbiamo appreso sul sito del comune di Cicciano di una pubblicazione poco allineata risalente al 1978 a firma di Pasquale Perna.

[16] Chi si interessa di storia meridionale sa che venivano utilizzati anche le denominazioni “Regno di Sicilia al di qua del faro” e “Regno di Sicilia al di là del faro” dopo la creazione dei due regni seguita ai Vespri Siciliani.

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