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Ringraziamo l'autore per averci gentilmente  autorizzato alla pubblicazione dell'articolo apparso sul "Il piccolo del Mezzogiorno" , che affronta un tabù della nostra storia: la sorte dei soldati borbonici che furono imprigionati nelle carceri dei Savoia, tra cui il famigerato forte di Fenestrelle.

 
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ALTRO CHE EPOPEA DEL RISORGIMENTO NAZIONALE

di Alessandro Morelli

In questo periodo c’è un gran parlare delle varie Foibe, Campi di  concentramento nazisti (lager), gulag staliniani e in Italia tutti si  dicono commossi e tutti sono pronti a ricordare.  

Ebbene, almeno queste vittime hanno un testo scolastico di Storia che li  menziona, una stele e una lapide per il ricordo; invece c’è qualcuno che  è stato barbaramente ucciso ma nessuno si ricorda di loro. 

Sto parlando dei soldati dell’ex Regno delle Due Sicilie deportati nei  campi di concentramento del Nord. 

Fino a qualche decennio or sono nessuno scriveva di questo, poi poco per  volta vennero a galla delle notizie storiche sempre più precise e  abbinate alla ricerca di alcuni “irriducibili” duo-siciliani si riuscì a  scoprire la dura realtà. 

Finalmente il 23 gennaio scorso un quotidiano nazionale,  “L’Indipendente” si ricorda di loro: I LAGER DEI SAVOIA il titolo  principale e come sottotitolo: Dal sud dell’Italia furono deportati in  migliaia. Gli “incivili beduini” morirono in fortezze e galere del nord.  Il numero esatto delle vittime nessuno lo sa perché i registri furono  distrutti. 

La storia inizia proprio nel 1860, l’esercito piemontese scende nel sud  e ci fu una guerra regolare ed irregolare; tutti i soldati dell’allora  esercito duo-siciliano combatterono regolarmente.  Poi, dopo la caduta di Gaeta, la guerra finì con la vittoria  dell’esercito piemontese e c’era il problema dei soldati fatti  prigionieri. 

All’inizio l’allora primo ministro, il barone Ricasoli, propose al  governo argentino l’affitto delle gelide terre della Patagonia dove  deportare i soldati meridionali. Il governo argentino rifiutò l’offerta  e forse, senza saperlo, riuscirono a bloccare la più criminale  deportazione di massa della storia. Allora si decise di internarli nelle  fortezze del Nord-Italia; le prime deportazioni incominciarono  nell’ottobre del 1860.

Stipati come bestie sulle navi, furono fatti  sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri e affamati la via  Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a  Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte S. Benigno in  Genova, a Milano, a Bergamo e in varie altre località del nord. In quei  luoghi, appena coperti di cenci di tela, vissero in condizioni  terribili. Per oltre dieci anni, oltre 40.000, rei solo di aver tenuto  fede al loro giuramento, morirono per fame stenti e malattie. 

Quelli deportati a Fenetrelle, ufficiali, sottufficiali e soldati  semplici, subirono il trattamento più feroce; il 22 Agosto 1861  tentarono anche una rivolta per impadronirsi della fortezza.  La rivolta fu scoperta prima dell’azione e il tentativo ebbe come  risultato l’inasprimento delle pene con i più costretti con una palla al  piede da 16 kg., ceppi e catene. Pochissimi riuscirono a sopravvivere:  la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature invernali  a 1.600 metri  d’altezza che dovevano sopportare senza alcun riparo, non  superava i tre mesi. La liberazione avveniva solo con la morte e i corpi  venivano disciolti nella calce viva. 

Ancora oggi, nell’archivio storico della fortezza, ci sono i registri  dei prigionieri e ognuno di loro porta la dicitura “prigionieri di  guerra” in francese con le date (1861, 1862) di un’Italia già unita. 

Oggi i libri di testo osannano i vari Garibaldi, Cavour, Re Vittorio  Emanuele II, ma nessuno si ricorda di questi meridionali, nostri avi,  morti  senza onore, senza tombe, senza ricordo, neanche una stele alla  memoria. 

Se una nazione si ritiene democratica è anche giusto che divulga ai suoi  concittadini la vera storia e soprattutto che vengano ricordati i primi  centri di deportazione di massa.  

Queste brevi note dovrebbero soprattutto far riflettere gli innumerevoli  meridionali che vivono e producono al nord – non ci riferiamo solo agli  operai ma anche ai laureati e gente cosiddetta di cultura – e che  vituperano spesso la loro terra d’origine.  Se  l’argomento stimolerà la curiosità dei lettori saremo lieti di  approfondire con successivi interventi la storia di questo vessato Sud,  marchiata anche dai lager dei Savoia.


Alessandro Morelli - "Il piccolo del Mezzogiorno"


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Altro che epopea del risorgimento nazionale
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