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Fonte:
http://www.economia.unige.it/

L'imprenditoria industriale in Italia dall'Unita al "miracolo economico” -  
Capitani d'industria, padroni, innovatori, Marco Doria

La destra storica: un avvio difficile

di Marco Doria


"L'accumulazione del capitale nell’agricoltura": questo e il tema di un capitolo di un celebre studio di Rosario Romeo sui Problemi dello sviluppo capitalistico in Italia dal 1861 al 1887, pubblicato per la prima volta nel 1958.

Lo studioso, rifacendosi allo schema teorico che vede nell’accumulazione originaria di capitale nel settore agricolo una premessa indispensabile per la successiva crescita dell'industria, afferma che "il fatto fondamentale della vita economica italiana [nel primo ventennio postunitario] e dato dal rilevante aumento della produzione agraria", tale da fare di questi due decenni "uno dei periodi di più rapido progresso che l'agricoltura italiana abbia mai conosciuto"27.

Altre ricerche inducono peraltro ad attenuare questi giudizi, basati su stime statistiche elaborate dall'Istat negli anni Cinquanta: da un lato sono stati avanzati seri dubbi sull'attendibilità delle cifre dell'Istat impiegate da Romeo a sostegno della sua tesi, dall'altro i numerosi studi relativi a singole aree offrono un quadro di forti chiaroscuri; inoltre nelle diverse inchieste condotte tra il 1872 e il 1885 sulla situazione agraria prevalgono le accorate denunce di una realtà ancora insoddisfacente: ciò è naturale in pubblicazioni che intendono evidenziare le criticità piuttosto che compiacersi dei progressi.

Una realtà di contrasti dunque: qualora si guardi alla superficie irrigua (terre irrigate e risaie) si rileva come essa sia solo di poco aumentata tra il 1862 e il 1877 (da 1,2 a 1,4 milioni di ettari), benché il processo di miglioria sia stato intenso in alcune zone quali, ad esempio, il Cremonese; se ancora assente risulta l'impiego di concimi chimici, che incomincia a diffondersi all'estero, si registra una certa importazione di macchine agricole (24,6 milioni di lire tra il 1870 e il 1876, dei quali pero quasi 19 milioni spesi per acquisti effettuati nelle sole regioni settentrionali)28; tra i primi anni Sessanta e i primi anni Ottanta crescono sensibilmente, e i dati al riguardo risultano più attendibili per il controllo esercitato dall'amministrazione fiscale, le esportazioni agricole che passano da 350 a 550 milioni di lire circa (da 220 a 285 milioni la seta greggia e ritorta, da 15 a 80 milioni il vino, da 60 a 110 l'olio, da 20 a 50 la frutta fresca e secca e gli agrumi), effetto di una più stretta integrazione dell'Italia nel mercato internazionale29.

In generate anche accettando per buoni i dati Istat che indicano un aumento della produzione agricola nel ventennio 1861/63-1881/83 del 18,4%, dobbiamo considerare il contemporaneo incremento della popolazione (da 21,7 milioni a 28,5 tra il 1861 e il 1881) che ne attenua gli effetti positivi30.

Indicativa di una limitata accumulazione di capitale nel settore primario e la assai parziale diffusione delle innovazioni, cui concorre anche la scelta di destinare le scarse disponibilità esistenti di denaro liquido prevalentemente all'acquisto dei beni demaniali ed ecclesiastici messi in vendita dallo Stato unitario; contemporaneamente, a sottolineare la condizione di sofferenza in cui versa larga parte del mondo rurale, aumenta, e in misura paurosa, il debito ipotecario.

Nel complesso dunque il contributo dell'agricoltura alla formazione del capitale non deve essere sopravvalutato, anche se e verosimilmente significativo in alcune aree dell'Italia settentrionale31. E' naturale quindi che modesta sia la quota del reddito destinata al risparmio.

Una vera e propria "carestia del denaro", per riprendere l'espressione di Gino Luzzatto, che condanna alla fragilità il settore bancario. Hanno ormai una certa diffusione sul territorio le Casse di risparmio, nate per iniziativa del governo austriaco in Veneto (1822) e Lombardia (1823), che investono in impieghi sicuri ed elargiscono in beneficenza parte degli utili; modesto e comunque l'ammontare complessivo dei loro depositi; fa eccezione, ed e prova ulteriore dei divari regionali esistenti, la Cassa di Risparmio delle Province Lombarde (40 lire in media per depositante contro le neppure 10 lire delle altre Casse).

Accanto ad esse si affermano altre istituzioni creditizie destinate ad acquisire un ruolo di rilievo nel sistema bancario italiano, le banche popolari: ne vengono costituite a Lodi (1864), Milano e Cremona (1865) e in altri centri; intendono promuovere il risparmio tra i piccoli operatori economici, offrendo ad essi la possibility di attingere a modesti crediti.

I diversi istituti di emissione esistenti, primo tra questi la Banca Nazionale nel Regno d'ltalia, garantiscono una circolazione fiduciaria totale che alla fine del 1865 non supera i 264 milioni di lire, a fronte di una circolazione metallica che nello stesso anno tocca i 1.100 milioni.

Oltre ai banchieri privati, cui spetta una funzione importante nell'erogazione del credito a medio e lungo termine, compaiono sulla scena alcuni istituti di credito ordinari - possiamo ricordare la Società di Credito mobiliare italiano (1863), diretta filiazione del francese Credit Mobilier dei fratelli Pereire, e la Banca Generate (1871) - :il maggior dinamismo di questi istituti nella politica degli impieghi non altera l'attitudine diffusa a privilegiare forme di investimento più sicure quali i mutui ipotecari e la sottoscrizione dei titoli di Stato32.

Proprio lo Stato domina il mercato dei capitali. II bilancio pubblico e appesantito da un debito che nel 1860 ammontava a 2.444 milioni di lire (la guerra con 1'Austria del 1859 ne era costati 400) e che tra il 1861 e il 1865 cresce di altri 2.660 milioni ; in questi anni le entrate coprono solo il 65% della spesa ed e quindi giocoforza ricorrere all’indebitamento.

E per rendere appetibile 1'investimento in titoli di Stato i tassi di rendimento effettivi superano il 7% per arrivare anche al 9%. I titoli pubblici sono naturalmente al centro dei movimenti finanziari : ancora nel 1876 rappresentano i 2/3 delle contrattazioni che si svolgono alla Borsa di Genova , all'epoca la più importante del Regno33.

Lo Stato e dunque il "principale operatore finanziario a livello peninsulare" per la sua capacita di drenare il risparmio, di inasprire il prelievo fiscale34, per quanto regressivo esso fosse nella sua articolazione e per diversi anni non sufficiente a equilibrare le spese; lo Stato attira poi capitale estero.

Le maggiori piazze finanziarie europee, soprattutto Parigi, sono infatti attente alle remunerative occasioni di allocazione di capitali che l'ltalia offre: titoli del debito pubblico, ovviamente, e investimenti nelle costruzioni ferroviarie in primis.

La partecipazione del credito internazionale alla copertura dei buchi della finanza pubblica italiana e un indicatore ulteriore della esiguità dei capitali disponibili nel Paese: al 1861 i titoli collocati all'estero, in massima parte sottoscritti in Francia, equivalgono a circa un terzo del debito complessivo; nel 1865 ai due quinti35.

Lo Stato utilizza queste somme, oltre che per sostenere le spese delle guerre del Risorgimento, per garantire al paese una moderna e omogenea struttura amministrativa e un quadro giuridico istituzionale unitario: nel 1865 vengono approvati il codice civile, il codice di commercio, la legge comunale e provinciale, provvedimenti che, ricalcati sulla precedente legislazione sabauda o sul modello francese, mettono ordine in quell’insieme di norme diverse che regolavano la vita e l'economia degli Stati preunitari.

Sotto il profilo finanziario lo sforzo maggiore compiuto per "unificare" la penisola e rappresentato dalla costruzione di una più efficiente e articolata rete di infrastrutture di comunicazione.

Nell'eta della Destra storica si realizzano più di 20.000 km di nuove strade, l'estensione delle linee telegrafiche passa da 9.860 a 21.437 km e, questo e sicuramente il dato più rilevante, le ferrovie raggiungono i 7.686 km, dai 1.829 che erano in esercizio al momento dell'unificazione36.

La costruzione della rete ferroviaria e senza dubbio uno dei risultati più positivi dell'azione di governo in questo periodo, ma e anche estremamente onerosa: negli anni 1860-1867 il 60% circa delle spese per opere pubbliche viene assorbito dalle ferrovie37.

E anche se il sistema seguito e quello, praticato in altri paesi d'Europa, della concessione dell'esercizio per un lungo arco di tempo a Società private che costruiscono le linee, lo Stato garantisce un interesse sul capitale anticipato nella fase di realizzazione e assicura un contributo pubblico che consenta di ottenere un reddito minimo per ogni chilometro di linea in esercizio.

Nel 1865 per razionalizzare la gestione della rete, lo Stato affida in concessione 1'esercizio delle linee a quattro grandi Società (la Società Alta Italia, che gestisce le linee nella Valle Padana; la Società delle Strade Ferrate Romane, operante nell'area compresa tra 1' Appennino e il Tirreno, dalla Liguria alla Campania; la Società per le Strade Ferrate Meridionali, che controlla il litorale Adriatico e Ionico; la Società Vittorio Emanuele che si occupa delle linee calabresi e siciliane); all'accresciuta lunghezza della rete non si accompagna un corrispondente aumento dei volumi di traffico: diminuisce cosi il prodotto chilometrico lordo e il pubblico erario e costretto a sborsare alle Società private ragguardevoli somme di denaro.

II capitale che concorre alla costituzione delle Società ferroviarie citate, e alla sottoscrizione delle obbligazioni da queste emesse, e in larghissima misura di provenienza estera, francese in parti col are38. Schiacciata dall'esigenza di far quadrare i disastrati conti pubblici - la necessita di far cassa non e certo estranea alla scelta di retrocedere nel 1865 alla Società Alta Italia la rete ferroviaria ligure-piemontese, ereditata dallo Stato sabaudo, ne a quella di alienare le terre demaniali ed ecclesiastiche - la classe dirigente liberate della Destra storica, espressione di un ceto di proprietari fondiari, e in generate legata a una visione liberista che assegna all'Italia il ruolo di produttore di beni agricoli, nel quadro di una divisione internazionale del lavoro in cui ad altri e affidato il compito di fabbricare i manufatti industriali39. La convinzione che l'apertura dei mercati implichi di per se l'avvio di un processo di trasformazione e di crescita e largamente condivisa.

Gia Cavour aveva definito l'orizzonte strategico che avrebbe, a suo avviso, garantito all'Italia le migliori prospettive: con l'unificazione si sarebbe ottenuto un vasto mercato interno popolato da più di venticinque milioni di individui, un mercato che non sarebbe stato chiuso agli scambi internazionali, che avrebbero anzi dovuto intensificarsi permettendo nuove possibilità di esportazione all'agricoltura e alle industrie "naturali", purché basate su una larga disponibilità di materie prime presenti nel paese (ad esempio la seta)40.

Coerentemente con tale impostazione si procede tra il 1859 e il 1860 alla soppressione delle dogane interne e alla contestuale estensione a tutto il Regno della tariffa sarda; assumono parimenti vigore

nell'intero territorio nazionale i trattati commerciali precedentemente conclusi dal Regno di Sardegna, improntati a principi liberoscambisti; l'accordo di commercio stipulato con la Francia nel 1863 porta poi a un'ulteriore riduzione dei dazi doganali, nonostante le proteste degli industriali tessili lanieri e cotonieri. Gli effetti di questa politica non corrispondono pero alle ottimistiche aspettative dei governi dell'epoca.

Non basta certo la cancellazione delle barriere doganali interne per trasformare in consumatori milioni di individui il cui reddito era appena sufficiente a sopravvivere; d'altra parte il venir meno delle protezioni tariffarie sino ad allora godute dalle imprese manifatturiere dell'Italia meridionale pone in gravissima difficoltà non poche di esse, ormai esposte alla più agguerrita concorrenza internazionale41.

Se le esportazioni di prodotti agricoli traggono vantaggio dalla scelta liberoscambista, del resto perfettamente in linea con gli orientamenti allora assunti dalle grandi potenze che avevano favorito il processo di unificazione politica italiana, la Gran Bretagna e la Francia, più complessa e la situazione per quanto riguarda il settore manifatturiero.

L'industria della seta si sviluppa proprio grazie alle esportazioni in Francia e Inghilterra; i comparti laniero e cotoniero riescono faticosamente a crescere: ne sono indicatori i dati relativi alle importazioni della materia prima, che tendono al rialzo (marcato nel caso del cotone greggio -60.000 quintali nel 1866, 202.000 nel 1876 -, più contenuto ma sempre rilevante nel caso della lana - 46.000 quintali nel 1866, 84.000 nel 1876 - ) e corrispondono a un'accresciuta dotazione di macchinario.

Più desolante il quadro offerto dall'industria siderurgica e meccanica: la produzione di ferro e acciaio e limitata e l'arretratezza dei metodi di lavorazione impiegati rende i prodotti italiani assai costosi, cosicché il mercato interno e invaso da merci importate ben più convenienti; il settore meccanico sconta il basso livello dei consumi e la debolezza della domanda di beni d'investimento.

In queste condizioni l'occasione offerta dalla costruzione della rete ferroviaria non viene colta dal comparto metalmeccanico: locomotive, vagoni e rotaie arrivano dall'estero e solo in quota modesta vengono forniti dalle imprese nazionali.

E quelle poche aziende che non si muovono in mercati locali e di nicchia e dispongono di impianti di una certa dimensione, per non lasciare inutilizzati i propri macchinari, sono obbligate alle lavorazioni più disparate, non raggiungendo quella specializzazione che potrebbe favorire una riduzione dei costi del prodotto.

"La nostra industria varia da un anno all'altro: siamo ciabattini, oggi facciamo una cosa, domani l'altra": cosi si esprime nel 1874 il direttore dell’impresa meccanica Elvetica di Milano, deprecando appunto la necessita di accettare commesse diverse, talvolta non remunerative, pur di tenere in attività gli impianti e quei lavoratori qualificati che altrimenti si sarebbero recati altrove42.

I dati del censimento generate della popolazione del 1881 consentono di gettare uno sguardo d'assieme sul settore secondario in Italia e di valutarne i caratteri. Escludendo gli occupati nell'industria estrattiva (circa 60.000) e nell'edilizia (593.377 unita), risultano impiegate nell'artigianato, nel lavoro a domicilio, nelle manifatture e nelle fabbriche 3.263.091 persone (il 53,7% delle quali donne).

I soli comparti alimentare, del legno, dell'abbigliamento e del tessile ne assorbono oltre 1'86%. E' possibile stimare che circa 1.100.000 individui lavorino in botteghe artigiane (217.629 calzolai e ciabattini, 228.488 che confezionano abiti, 145.317 falegnami, 122.451 fabbri e maniscalchi, ecc).

I lavoranti a domicilio, o meglio le lavoranti - le donne sono infatti il 95% del gruppo -, ammontano a 993.139 e si dedicano soprattutto alla filatura di lino, canapa e juta (514.413 unita), del cotone (131.874), della lana (76.154); meno numerosi quanti/e si occupano della tessitura (89.747 lino, canapa e juta; 78.354 cotone; 37.124 lana).

Coloro che infine lavorano in manifatture o fabbriche sono circa 600.000, un terzo dei quali nel settore della seta; seguono poi i comparti molitorio (71.013 addetti), del cotone (54.051), dei laterizi (35.000), della meccanica (29.854).

La metallurgia e la chimica (con 6.793 e 6.373 addetti rispettivamente) hanno un'occupazione minore di quella che si registra nella fabbricazione del tabacco (15.654), della carta (17.312) o delle stoviglie (11.000).

Per quanto riguarda la distribuzione territoriale di questa forza lavoro, se gli occupati a domicilio si trovano prevalentemente nel Sud (74,1%, contro il 14,8% del Nord e 1'11,1% del Centra), assolutamente rovesciata e la situazione per gli addetti delle manifatture e delle fabbriche (72,5% al Nord, 12,1% al Centra, 15,4% al Sud)43.

Dal quadra delineato con queste cifre emerge il perdurante prevalere dei settori, e dei metodi di organizzazione della produzione, tradizionali; la nuova realtà del sistema di fabbrica e un fenomeno ancora circoscritto.

In tale epoca gli imprenditori dell'industria sono stimati in alcune decine di migliaia44. Data la semplicità delle macchine e degli strumenti utilizzati, sono sufficienti capitali modesti per intraprendere l'attività manifatturiera; e cosi possibile provvedere al reperimento dei necessari mezzi finanziari in ambito familiare o locale.

Non di rado sono dei proprietari terrieri, soprattutto piccoli e medi, o dei mercanti coloro che possono investire e impegnarsi nell'industria; ad essi si aggiungono artigiani che lentamente allargano il loro giro d'affari.

Si tratta dunque dell'avvio di un processo di industrializzazione, capillare ma limitato per la gia ricordata esiguità delle risorse disponibili nel sistema economico e per la ristrettezza del mercato interno: spesso il basso livello dei redditi pro capite consente appena il soddisfacimento dei bisogni primari. Condizione indispensabile per la sopravvivenza di queste realtà produttive e lo sfruttamento di una manodopera a basso costo45.

Imprenditori proprietari di moderne fabbriche come il cotoniere Eugenio Cantoni e i lanieri Alessandro Rossi e Giuseppe Venanzio Sella costituiscono delle eccezioni46.

Ma, sebbene pochi e costretti a operare in un contesto non certo favorevole, gli industriali cominciano a far sentire la propria voce, richiamando l'attenzione del Parlamento, dove siedono alcuni loro autorevoli rappresentanti, tra i quali Alessandro Rossi, imprenditore laniero di Schio.

Viene avviata cosi nel 1870 una inchiesta parlamentare sulle condizioni dell'industria, conclusasi quattro anni più tardi con la pubblicazione degli atti, con lo scopo di conoscere problemi, aspettative, ragioni di malcontento degli operatori del settore.

Con l'appoggio delle Camere di Commercio i commissari compiono numerose audizioni di imprenditori nella varie parti d'Italia, ma soprattutto nelle regioni settentrionali.

Le deposizioni degli interrogati mettono in evidenza un interesse spiccato per lo sviluppo della rete infrastrutturale, una generate soddisfazione per la qualità delle maestranze, unita all'ammissione che il costo del lavoro e più basso di quello sopportato dai più avanzati competitori esteri, e, soprattutto, una volontà largamente maggioritaria di rivedere in senso protezionista la politica commerciale del paese (ricorrenti sono le critiche al trattato di commercio con la Francia)47.

Proprio le protezioni doganali sono viste infatti dagli ambienti industriali come strumento indispensabile per consentire all'ancor gracile settore manifatturiero di competere con l'agguerrita concorrenza estera.

Ci vorrà pero un brusco modificarsi della congiuntura economica internazionale perché gli imprenditori italiani possano vedere finalmente accolte le proprie rivendicazioni.

 

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29  C. Daneo, Breve storia cit., p. 26.

30  Ivi, p. 27. I dati sono calcolati ai confini dell'epoca. Cosi e anche per le stime della produzione agricola (il cui ammontare nel 1881-1883 e comprensivo e influenzato anche dalla produzione del Veneto e del Lazio che non facevano ancora parte del Regno d'ltalla nel 1861), su cui basa il proprio ragionamento Rosario Romeo (V. Zamagni, Dalla periferia al centro cit., p.82).

31  Per una rappresentazione documentata e critica delle condizioni dell'agricoltura italiana nel primo ventennio postunitario vedi G. Luzzatto, L'economia italiana cit, pp. 91-116; rispetto alle tesi di Romeo hanno un approccio critico V. Zamagni, Dalla periferia al centro cit., pp. 79-83, e C. Daneo, Breve storia cit., pp. 22-27; sottolinea la "sostanziale autonomia" del processo di sviluppo nelle regioni del Nord Italia, e quindi la sua interdipendenza con le trasformazioni dell'agricoltura, L. Cafagna, Dualismo e sviluppo cit., pp. XXVII-XXVIII.

32  Sul sistema bancario vedi: G. Luzzatto, L'economia italiana cit., pp. 45-53; V. Zamagni, Dalla periferia al centro
cit., pp. 176-185; A. Polsi, Alle origini del capitalismo italiano. Stato, banche e banchieri dopo I'Unita, Torino 1993.

33  V. Zamagni, Lo Stato italiano e I 'economia. Storia dell 'intervento pubblico dall 'unificazione ai giorni nostri, Firenze
1981, pp. 5-7.

34  F. Bonelli, // capitalismo italiano. Linee generali d'interpretazione, in Storia dltalia. Annali 1. Dal feudalesimo al
capitalismo,
Torino 1978, p. 1202. Alain Dewerpe, pur riconoscendo che lo Stato e "il primo agente economico", sottolinea la contraddittorieta e l'ambiguita della sua azione nella promozione dello sviluppo. Lo studioso francese aggiunge che l'iniziativa privata "incide infinitamente di più dal punto di vista quantitative" rispetto a quanto faccia la spesa pubblica; deve pero riconoscere che gli effetti dell'iniziativa privata sono tutt'altro che brillanti anche se, riecheggiando l'impostazione di Cafagna, meccanismi di crescita dal basso sono all'opera in alcune aree settentrionali (A. Dewerpe, Verso I Italia industriale, in Storia dell 'economia italiana. III. L 'eta contemporanea: un paese nuovo, Torino 1991, pp. 16-18).

35  G. Luzzatto, L 'economia italiana cit, p. 43.

36  V. Zamagni, Dalla periferia al centro cit., pp. 209-210.

37  V. Zamagni, Lo Stato italiano cit., p. 9.

38  G. Luzzatto, L 'economia italiana cit, pp. 35, 54-61.

39  Emblematiche di questo modo di pensare le parole pronunciate in Parlamento il 25 novembre 1863 dal deputato Carlo di Cesare: "L'ltalla e una nazione agricola.. .il clima, l'aria, il sole, le campagne d'ltalla non credo che ci permetteranno mai di diventare eminentemente industriali come gli inglesi ed i francesi" (in V. Zamagni, Dalla periferia al centro cit., p. 146).

40  G. Are, II problema dello sviluppo industriale nell 'eta della Destra, Pisa 1965, pp. 17-44.

41  G. Luzzatto, L 'economia italiana cit, pp. 21-28.

42  V. Castronovo, L 'industria italiana cit., pp. 25-37 (la citazione riportata nel testo e a p. 29). Per le importazioni di cotone e lana greggi vedi R. Romano, Nascita dell'industria in Italia. II decollo delle grandi fabbriche 1860-1940, Roma 1984, p. 32.

 

 








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