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Fonte:
L'unità truffaldina - Nicola Zitara (Capitolo V)

La cavalcata della Banca Nazionale sarda

di Nicola Zitara


 5.1   Prima del 1859 la Banca contava due sedi, Genova e Torino, e  cinque succursali: Alessandria, Cagliari, Cuneo, Nizza e Vercelli. Quell’anno, non appena la guerra apparve certa, Cavour avverti Bombrini perché si preparasse allo scatto. Prima ancora che gli austriaci fossero battuti – evidentemente su suggerimento di Cavour - la Banca Nazionale aumentò il proprio capitale in modo da concedere un quinto[1] al padronato lombardo. I 30 e più mila  soldati caduti a Solferino e San Martino erano ancora insepolti che la Banca Nazionale istituì la sede di Milano. Il pericolo di un dissesto, di un run da parte dei portatori di banconote, si dissolse fra i vapori agostani della Bassa Padana, mercé l’oro portato in dote dai fratelli lombardi.

Non so se Wagner si sia mai interessato alle banche, certo è che il dilagare della Banca Nazionale per le cento città d’Italia ricorda l’impeto incalzante de La cavalcata delle Valchirie. Bombrini corse più veloce dei bersaglieri. Tra il giugno del 1859 e il settembre 1860 venne praticamente realizzata anche l’occupazione della Toscana, dell’Emilia, delle Romagne, dell’Umbria, delle Marche. Crollate subito dopo le Due Sicilie, furono immediatamente istituite altre due sedi: Napoli e Palermo.

Nello stesso 1860, Bombrini inaugurò succursali ad Ancona, Bergamo, Bologna, Brescia, Como, Messina, Modena, Parma, Perugia, Porto Maurizio (l’attuale Imperia) e Ravenna.

Nel 1862 s’insediò a Catania, Cremona, Ferrara, Forlì, Pavia, Piacenza, Reggio Calabria e Sassari;

nel 1863 a Bari e Chieti;

nel 1864 all’Aquila, Catanzaro, Foggia, Lecce e Savona.

Nel 1865, i toscani vennero a patti, cosicché Bombrini poté aprire  la sede di Firenze. Quell’anno inaugurò succursali anche ad Ascoli Piceno, Carrara, Lodi, Macerata, Pesaro, Reggio Emilia, Siracusa e Vigevano.

Nel 1866 s’insediò a Caltanissetta, Cosenza, Girgenti (Agrigento), Novara, Salerno, Teramo e Trapani.

Nel 1867, acquisito anche il Veneto ai Savoia, comprò una banca veneziana e la trasformò nella propria sede di Venezia. Aprì inoltre le succursali di Padova, Mantova, Udine e Verona. Al Sud inaugurò la succursale di Avellino. La penetrazione locale proseguì dopo l’annessione di Roma (1870).

Una diffusione così ampia, ad opera di una banca privata, che si era messa in campagna  con appena cinque milioni d’oro in cassa, si spiega soltanto con la fanfara dei bersaglieri. Questa espansione privata, e tuttavia munita del sigillo dello Stato, fu una cosa da Compagnia delle Indie, indegna di un Regno che si autoproclamava fondato sulla  volontà della nazione, oltre che sulla  grazia di Dio. Evidentemente in quel momento il Sud era coperto di nubi e sfuggiva alla vista e alla grazia di Dio! Per giunta, la consorteria  cavour-bombrinesca inchiodò al remo gli altri istituti di credito al tempo esistenti, alcuni dei quali -  sicuramente il Banco delle Due Sicilie e la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde – avrebbero potuto fare d’essa un solo boccone. Persino l’accomodante Di Nardi è costretto ad ammettere che

 "l'espansione [della Banca Nazionale] non avvenne senza contrasti e difficoltà. Negli anti­chi Stati italiani esistevano altre banche […] e potenti isti­tuti di credito radicati nella tradizione locale, che mal volentieri vedevano l'insediamento nelle loro città di un istituto concorrente, che sembrava godesse appoggi e protezioni del governo. Alcune di quelle banche si arresero subito alla rivale piemontese, convinte di non poter reggere a lungo alla lotta con essa sulle stesse piazze. Fu il caso della Banca Parmense e della Banca delle Quattro Legazioni a Bologna, entrambe [da poco] autorizzate all'emissione di biglietti, che con­cordarono presto la loro fusione con la Banca Nazionale, per cui già nel marzo 1861 le rispettive sedi erano trasformate in succursali della Banca Nazionale. Atteggiamento di resistenza assunsero invece la Banca Nazionale Toscana ed i banchi meridionali. A Firenze la Banca Nazionale ci andò solo nel 1865, quando la sede del governo sì trasferì nella capitale toscana. Nelle provincie meridionali si insediò più presto, ma dovè vincere forti resistenze locali e procedè con ritardo nella fondazione di alcune succursali, per le precarie condizioni  dell'ordine pubblico in quelle provincie, che per alcuni anni furono infestate  dal brigantaggio borbonico" (Di Nardi, 46 e sgg.)[2].

 Come annotato da Di Nardi la Banca Nazionale entrò in Toscana soltanto nel 1865, cioè sette anni dopo l’annessione, insieme al re, al suo governo e al parlamento, allorché la capitale d’Italia venne trasferita da Torino a Firenze. La città dei Bardi e de’ Medici fu l’ultima e sofferta conquista di Bombrini prima della terza guerra cosiddetta d’indipendenza e della conquista del Veneto. In precedenza i toscani, che avevano già capito tutto, non avevano permesso che aprisse una delle sue prosciuganti sedi nella loro capitale e delle succursali nelle loro città insofferenti di dominio forestiero. I banchieri toscani si erano resi conto che per loro sarebbe stato impossibile reggere l’attacco di un concorrente ammanicato con lo Stato. Sul contrasto tra toscani e piemontesi sono calate  spesse cortine fumogene. L’affanno a cercare dei termini melliflui per mistificare il conflitto tra potentati locali, ambiziosi d’occupare nella nuova patria il maggior spazio possibile, salta agli occhi del lettore con sfacciata evidenza, e tuttavia la verità rimane intrappolata nei meandri del vocabolario: non si può offendete i toscani, perché nessuno in Italia è più italiano dei toscani, ma non si può dire male dei piemontesi, essendo essi i padri della patria. Fra tante contorsioni lessicali, risulta pur tuttavia chiaro che qualcuno capace di imporre la sua volontà persino al colendissimo e venerato Cavour  vietò a Bombrini di calcare la sacra terra di Dante.

La Toscana, fra tante primogeniture, vanta anche quella  d’aver tenuto a battesimo  la banca moderna,  ma, spenti gli antichi splendori, una sua banca d’emissione era arrivata  ad averla  soltanto nel 1858: la Banca Nazionale Toscana,  prodotto della fusione tra la Banca di Sconto di Firenze e la Banca di Livorno. Plebano e Sanguinetti, gli storici di cose finanziare più accreditati all’epoca, considerano la Nazionale Toscana una copia della Nazionale Sarda

(p. 114), che l’aveva preceduta di oltre un decennio. Ma il giudizio sorvola sul fatto che la Banca Toscana, a simiglianza del Banco delle Due Sicilie,  emetteva biglietti garantiti dallo Stato; cosa che non era di poco conto, specialmente se si ha presente che, nel clima corrotto instaurato dalla Banca ligure-piemontese, i malcapitati italiani non chiedevano altro che una garanzia credibile per il proprio contante seriamente insidiato.   

Morto Cavour, si mise a fare la ruota del gran ministro delle finanze il napoletano Giovanni Manna. E’ probabile che alquanto ingenuamente egli considerasse l’Italia-una una specie di Tavola Rotonda, cosicché immaginò di poter creare un istituto unico d’emissione più o meno controllato dal padronato di tutte le regioni. Ovviamente Bombrini sulle idee dei ministri, specialmente se napoletani, ci faceva la pipì. Piegata la Cassa di Risparmio delle Provincie Lombarde, non aveva altro avversario degno d’essere veramente temuto se non il Banco delle Due Sicilie. Aveva anche, in verità, da fare i conti con la Banca Toscana, un ringhioso botoletto aizzato da Ricasoli e avido contorno. Ma i giochi di Bombrini ormai erano fatti. L’arrogante e tendenziosa  denigrazione di ogni cosa che fosse meridionale da parte della consorteria ministeriale, dell’organizzazione a delinquere ruotante in torno al re, e della burocrazia torinese, ignorante e sciocca, coprivano ampiamente le sue vampiresche  manovre.  Comunque, alle insistenze del ministro Manna – uno degli utili idioti che il sistema padano annoverava fra i suoi ascari - il Governatore Bombrini, come già qualcuno lo appellava, non poteva opporre un aperto rifiuto. Fu così che tra la Banca Nazionale ex sarda e la Banca Nazionale Tosacana si arrivò a un reclamizzato accordo. Manna portò in senato il  disegno di legge governativo.  Dopo lunghe e ampollose discussioni, il senato lo approvò, ma, passato alla camera, questa lo lasciò dormire fra le altre scartoffie, finché non sopraggiunse la scadenza della legislatura.

In apparenza, sia alla camera sia al senato la maggioranza era contraria alle bramosie della Banca Nazionale; nella sostanza era Bombrini a fomentarle perché  si perdesse tempo, in attesa che la Banca Toscana gli cadesse in grembo come una pera matura. In effetti, Bombrini voleva mangiare, e non accordarsi sul menù. Tra attacchi e resistenze, la partita tra Juventus e Fiorentina si protrasse dal 1859 al 1865 - cioè un incalcolabile numero di tempi supplementari. Alla fine la cosa ebbe la sua naturale soluzione. Difatti il governo pretese che la sede centrale della Banca bombrinesca (che era sempre una banca privata) lo seguisse nella nuova capitale. Bombrini assorbì la Banca Toscana in cambio di 15 milioni di azioni della Banca sarda: 10 a copertura del capitale sociale e 5 come regalia, per tappare la bocca ai verbosi discendenti di Savonarola.

 5.2 Come abbiamo visto, il grande ministro, che aveva fatto il possibile per fare di Bombrini un uomo del tesoro (o forse al contrario, il tesoro una cosa di Bombrini), prima ancora che i bersaglieri mettessero piede a Napoli per prendere il posto delle camicie rosse, ordinò al luogotenente del re sedente a Napoli di separare il Banco (ancora) delle Due Sicilie dal tesoro[3]. Infatti, spirate le Due Sicilie, il Banco era passato al tesoro del Regno di Sardegna (il Regno d’Italia non era stato ancora proclamato). Il rivoluzionario luogotenente obbedì. In base al decreto  6 novembre 1860,  il Banco divenne un’istituzione pubblica nominalmente autonoma (e restò una banca di diritto pubblico - cioè né carne né pesce - fino al 1995 circa). Con la erezione della sede palermitana a banco - il Banco di Sicilia - l’area bancaria duosiciliana, che già si fondava su due casse di sconto dotate di una larga autonomia,  venne completamente separata.

Ma andiamo avanti rispettando l’ordine cronologico. Nonostante Francesco II avesse attinto con pochi riguardi alle riserve metalliche del Banco, per condurre la guerra contro i garibaldini, nel 1860 esso aveva ancora, nelle sue casse, argento e oro dieci volte che la  Banca Nazionale (una cinquantina di milioni misurando in lire piemontesi). Ovviamente una persona di indole fortemente venale non  poteva disinteressarsi al malloppo, cosicché, appena le inclemenze stagionali gli permisero un viaggio per mare, s’imbarcò a Genova (non è da escludere che lo facesse su una fregata del defunto Regno delle Due Sicilie, più grande e sicura) e sbarcò a Napoli, dove l’ordine pubblico era saldamente tenuto in mano dalla camorra. Siamo nell’autunno 1860. Il vittorioso Vittorio ha appena varcato il confine del Tronto. A Napoli Bombrini incontrò i membri del governo luogotenenziale, onde spiegare  loro che in alto si era convinti che la conquista di Napoli non poteva fermarsi alle sciabole. I patriottici ministri annuirono e si predisposero a obbedire agli ordini. Il primitivo progetto di Bombrini, avente carattere ruffianesco,  prevedeva l’apertura a Napoli di una sede allo stesso livello di Milano. Per far ciò avrebbe aumentato il  ca­pitale sociale, portandolo a 100 milioni. Una parte delle nuove azioni sarebbe sta­ta attribuita ai vecchi azionisti e un’altra – dodici milioni e spiccioli - assegnata a napoletani e  siculi commisti. Come si vede Bombrini concedeva ai fratelli d’Italia lussuose quote di molta minoranza e la facoltà di lustrargli le scarpe.

Ciliegina finale, il  progetto comportava la fine dei Banchi meridionali,  che sarebbero stati assorbiti e messi in liquidazione dalla Nazionale. Lo Stato avrebbe dovuto garantire le passività pregresse e pagare gli interessi. Colpo scuro: “La Banca Na­zionale si offriva di assumere, gratuitamente, il servizio di Tesore­ria del governo, come praticava attualmente il Banco di Napoli” (ibidem).

Difficile essere più generosi. Come si sa, i napoletani chiacchierano. Non sanno tenere un segreto. E poi quelli di un tempo  – forse – non erano tanto fessi quanto i loro posteri. E neppure sempre disinformati. Qualche notizia circa i pregi di Bombrini doveva pur essere arrivata dalla non lontana Livorno o dalla Sardegna, o forse del tutto da Milano, attraverso gli aspri sentieri appenninici. Sta di fatto che si spaventarono. Se, in materia di sciabole, quelle  piemontesi andavano loro bene, perché ricacciavano in gola ai contadini le loro pretese, in materia di soldi preferivano far da sé. Bombrini era certamente una persona simpatica quando raccontava barzellette, ma quando entravano in ballo le palanche spremeva sugo pure dalle pietre.

Antonio  Scialoja, ex professore di economia politica  a Torino[4] e deputato subalpino, ma napoletano di origine e di rimpatrio,  scrisse a Cavour: 

[Il direttore del ministro delle  finanze del governo luogotenenziale a Napoli, Coppola] «venne in mia casa, accompagnato ad un comune amico, per dimandarmi se io approvava che il Governo concedesse a taluno, che facevane dimanda, la facoltà di stabilire in Napoli una Banca di Circolazione e di Sconto. Io risposi francamente che queste concessioni generiche non mi parevano lecite; e soggiunsi che la via da tenere si era quella di formare una società, stendere uno statuto, stipulare uno strumento, e quindi fare una dimanda di autorizzazione. Il Conforti e l’amico si convinsero della giustizia delle mie osservazioni; ed una lettera del primo al Dittatore (la quale è ora nella pratica) prova che egli secondò il disegno da me suggerito, schivando la concessione a priori, che sarebbe stato un privilegio esorbitante. Il fatto sta che la proposizione era in realità assai più che io non credeva. Dopo qualche giorno fui pregato a nome di rispettabili commercianti di consigliarli […] intorno alla compilazione degli statuti. Comunicai loro quelli della Banca nazionale, e quando li ebbero in massima adottati, mi restrinsi a consigliarli d’introdurre qualche modificazione accessoria per migliorarli, e la riserva di aprire sedi alle altre Banche italiane e fare accordi per lo mutuo scambio de’ biglietti. Le condizioni locali del paese motivarono qualche aggiunta agli statuti di cotesta Banca. Fin d’allora però richiamai l’attenzione di que’ Signori sulle dif­ficoltà di accordare la fondazione di una Banca privata, colla nostra Banca governativa (il Banco di Napoli, ndr.) e colla cassa di sconto (dello stesso, ndr), che ora è pure del Governo. Le quali due istituzioni, quantunque condannate a perire, non può negarsi che per ora rendono importanti servigi, e fanno parte della macchina nostra finanziaria. In ogni modo quattro o cinque case, tra cui una o due delle principali del paese, e tra queste specialmente una casa che non aveva mai versato in imprese arrischiate, il che mi pareva di buono augurio, stipularono uno strumento per la fondazione della Banca con sei milioni di ducati di capitale, prendendo esse un terzo di azioni, riserbandone un terzo per collocarlo nella rimanente Italia, presso case o istituzioni di credito, e un terzo per via di sottoscri­zione, con obbligo di prendere esse medesime le azioni che non si collocassero altrimenti. Questo istrumento fu presentato al Ministero Dittatoriale per l’approvazione. Ma il Ministero si sciolse prima d’impartirla. Frattanto corse voce che la Banca nazionale aveva da Lei (Cavour, ndr) ottenuto formale promessa di estendere a Napoli una succursale. Bastò questa voce perché le altre case che prima non avevano sottoscritto, dimandassero di apporre al contratto la loro sottoscrizione. Di maniera che può affermarsi che oggi sono sottoscritte a quel contratto tutte le case più importanti di questa città, sieno del paese o straniere, e le minori vi hanno anche preso interesse» (citato da Demarco**, pag. 142, nota).

Aggiunge Demarco:

“L’idea di creare un nuovo istituto bancario era stata agi­tata, a Napoli, subito dopo la caduta dei Borboni, proprio dal ceto commerciale della città. Ed esso mostrava preferenza per la creazione di un istituto indipendente, per una Banca Napolitana […] fin dal novembre del 1860, promo­tori alcuni banchieri e commercianti meridionali, si era costituita una società anonima per la creazione, in Napoli, di una « Banca indipendente di circolazione e di credito, con capitali propri, e di­retta da uomini noti al paese e conoscitori delle sue condizioni e bisogni », che aveva presto raccolto il vistoso capitale di sei milioni di ducati, e presentato la domanda di autorizzazione e lo statuto al. governo luogotenenziale” (Demarco**, pag. 142).

Sicuramente Bombrini avvertì l’iniziativa come una pugnalata al fianco. Mentre prima - al tempo in cui  Cavour era favorevole alla banca unica d’emissione - aveva difeso l’autonomia della sua impresa privata, adesso, siccome voleva tutto, si era trasformato in un assertore della banca unica d’emissione. A tal riguardo scriveva:  «I disordini monetari e commerciali, che troppo di frequente si ripetono e che sconcertano anche attualmente gli Stati Uniti, ove le banche e i biglietti possono moltiplicarsi all’infinito, non sembrano possibili in Francia e in Inghilterra ove una sola ban­ca, ricca di forze materiali e di fiducia, non è mai soverchiata dagli avvenimenti, e trova sempre in sé vigore bastante a dominare la situazione (citato da Demarco**, pag 144).

Tutto giusto. Il fatto è che, nelle sue idee, la banca unica, soltanto lui poteva farla, in prosecuzione di quella che già aveva; cosa che padanamente avvenne dopo la sua morte, quando ormai il Sud contava quanto il due di briscola. Anche se i libri di storia sorvolano l’argomento, in realtà, Bombrini si sentiva e agiva da padrone, allo stesso modo di quel gran patriota del gran ministro, che aveva patriotticamente usato tutte le sue malizie e tutte le sciabole disponibili per boicottare patriotticamente[5] una costituente nazionale. Tale padronanza non intendeva spartirla con altri, come sarebbe stato doveroso in un momento in cui nasceva lo Stato di tutti gli italiani, quelli dritti e quelli fessi. La sua ingordigia, la sufficienza connessa con la conquista violenta, una cultura municipale e una ricca esperienza da intrallazista bancario, non è che non fossero evidenti ai contemporanei più scaltriti. Ma che Bombrini si accingesse a far danno lo dovette  rilevare un cavourrista DOC come Costantino Nigra, inviato da Cavour a Napoli ad affiancare l’asinino principe di Carignano, nel vano tentativo di mettere fine alla buriana inaugurata da borbonici traditori, liberali fuorusciti e rientrati, mafiosi scaricati, garibaldini fregati, mazziniani ricattati, sciabolatori sabaudi e luogotenenti imbelli.  Relazionando a Cavour circa la pretesa della Nazionale d’insediarsi a Napoli, Nigra ebbe a scrivere  “che una banca, la quale avesse surrogato il Banco delle Due Sicilie, avrebbe trovato, nelle vecchie consuetudini, non lievi difficoltà per accreditarsi, mentre la diffidenza che regnava verso il biglietto di banca, che sul principio sarebbe stato considerato carta [senza  alcun valore], po­teva solo vincersi col tempo, e quando alla testa dell’istituto fossero stati preposti gli uomini più conosciuti della città per esperienza, probità e influenza finanziaria” (cit. in Demarco**, pag. 146). Più chiaro di così! Solo Nigra, intimo collaboratore del grande ministro nella presa per i fondelli di Napoleone III, poteva dire papale papale che mai i napoletani avrebbero accolto con soddisfazione un pubblico delinquente come Bombrini e una banca il cui fine risaputo consisteva nel depredare il prossimo.

Il progetto di una banca napolitana non ebbe seguito a causa di due reazioni convergenti: quella di Bombrini che aprì a Napoli uno sportello pomposamente chiamato sede, benché vi mancassero i soldi occorrenti per operare commercialmente su una piazza che era la più ricca dell’Italia del tempo, e quella dello stesso Banco, che intendeva continuare la sua vecchia attività di banca di deposito e di sconto.

Nel Napoletano e in Sicilia la penetrazione della Banca Nazionale incontrò seri ostacolati. Ne elenco quattro. Primo: mentre altrove il numerario esistente era stato rastrellato rapidamente, con la conseguenza che i privati, specialmente le imprese, volenti o nolenti, erano costretti a impiegare i biglietti della Nazionale, nel Meridione il numerario era  abbondante. Mancando la costrizione pratica a usare il biglietto piemontese, la gente lo rifiutava; gli preferiva l’argento, dotato certamente di ben altra eloquenza. Secondo: il nuovo Stato, coniò monete in quantità insufficiente per sostituire i coni borbonici. Terzo: il governo di Torino, ispirandosi alla riserva mentale che le antiche monete avrebbero dovuto essere cambiate con carta - e solo con carta della Nazionale - le lasciò in corso, riconoscendo loro potere liberatorio nei pagamenti. Quarto: la lira ufficiale veniva coniata sia in oro sia in argento. In quella fase, però, a causa del maggiore afflusso d’oro, il rapporto di scambio fra i due metalli si era modificato a favore dell’argento. Ciò nonostante il valore ufficiale dei coni rimase quello di prima. Anche in questa circostanza il disegno del governo era quello di fregare i sudditi, prosciugando l’argento che avevano in saccoccia in cambio di carta ed eccezionalmente di oro, il cui prezzo mondiale era calante. In pratica la coniazione delle moneta d’argento cessò. Le poche coniazioni di questa fase furono tutte in oro. Ciò creò disagi dovunque, persino nelle regioni ex sabaude. Ma nelle regioni ex duosiciliane i disagi furono soltanto per Bombrini. Le popolazioni difesero l’argento che avevano in mano, imponendo un aggio tanto sulla cartamoneta quanto sull’oro monetato. D’altra parte, dovunque in Italia, l’argento faceva aggio sull’oro e l’oro sul biglietto. Al Sud, anche la Banca Nazionale dovette piegarsi alla regola corrente. A questo punto, per incassare ducati, Bombrini e i suoi soci liguri decisero di remunerare i depositi con un interesse del 2,5 per cento - una cosa che a quel tempo non rientrava nella pratica corrente in alcuna regione italiana. Ciò nonostante il primo bilancio della sede napoletana  della Nazionale si  chiuse in perdita. In effetti solo la mano violenta del governo nazionale avrebbe imposto l’italianità monetaria del Sud.

“A distanza di un anno da quando la Banca Nazionale aveva aperto una sede a Napoli, quali risultati aveva conseguiti? Non c’erano stati quei progressi che l’importanza della piazza poteva la­sciare presumere, e le sue operazioni erano « ben lontane » dal pre­sentare quello stato soddisfacente sul quale si aveva diritto di con­tare ad onta della introduzione del corso legale delle monete d’oro.

“Il del Castillo poteva ripetere quanto aveva detto nel suo rapporto dell’11 gennaio [1862], circa le cause che ancora ostacolavano lo sviluppo della Banca Nazionale nelle provincie meridionali. L’esperienza, ag­giungeva ora, aveva provato la necessità di adottare una misura che assicurasse al paese uno «stabilimento di credito serio e prospe­ro», «mentre lasciando andar le cose da per loro si finirà per non ritirare nessun vantaggio né dalla Banca Nazionale, né dal Banco di [Napoli]». Se il Ministro non riteneva, per il momento, opportuna una soluzione radicale, egli chiedeva che si prendesse un «temperamento», che «la giustizia e l’interesse stesso dello Stato» richiedevano. E quale doveva essere questo temperamento? Richia­mare il Banco di [Napoli] all’origine della sua istituzione, col vietargli le operazioni di sconto, e disporre che tutte le casse del governo, nonché quelle del Banco di [Napoli], fossero obbli­gate a ricevere i biglietti della Banca Nazionale, come era avvenuto nelle altre provincie del Regno. In realtà ecco che cosa accadeva. Mentre la fede di credito era ricevuta da tutte le casse governative e dalla stessa Banca Nazionale, il biglietto di quest’ultima era rifiu­tato e dalle casse governative e dal Banco di Napoli. Il biglietto della Banca Nazionale era quindi «ignorato dai più », o «in completo di­scredito», perché si riteneva che governo e banco rifiutassero di accet­tarlo nelle loro casse, «per poca fiducia». L’esistenza della Banca, senza la congiunta circolazione del biglietto è «un’impossibilità», diceva il del Castillo, mentre ognuno rammenta che, con l’incalzare degli avvenimenti del ‘59, una delle fonti, cui il governo si rivolse con maggiore successo, fu la Banca Nazionale, rendendone forzoso il corso del biglietto. Il governo continuando ad operare in tal modo finiva per privarsi di una risorsa. Ma «non si trasfor­mano d’un colpo le abitudini di un popolo, né si può soddisfare a tutti i suoi bisogni con un’ordinanza del potere il meglio assodato e sicuro». «Cambiare violentemente non è moralizzare, ma perpetuare le idee della violenza » (Il Commissario Governativo, del Castillo, al Ministro dell’Agri­coltura, a Torino. Napoli, 25 ottobre 1862).” (Demarco**, pag. 146)

L’impotenza finanziaria ex sarda, quantunque accompagnata dalla forza politica dello Stato, e la potenza finanziaria duosiciliana, benché scompagnata da una qualunque forza politica, eccetto il servilismo dei patrioti, resero dura e pesante la vita al governo nelle nuove province meridionali. Ciò convinse Bombrini - e lo Stato suo succubo - a piegarsi e a  rimandare la cancellazione dei Banchi meridionali a un momento più propizio. Dal canto suo, il ceto mercantile della città di Napoli, o forse una parte soltanto, cominciò machiavellicamente a ponderare l’idea di allearsi con un nemico che non aveva la forza di abbattere. Guuidato credo dall’industriale Mauricoffe, tentò di salvare il salvabile buttandosi nelle braccia del vincitore e parteggiando per la Banca Nazionale. Ma il gruppo dirigente del neo-Banco di Napoli gli sbarrò la strada.

Identica cosa avvenne in Sicilia.

 

“ Con decreto del 7 aprile 1843 il Governo borbonico estese alla Sicilia l’apparato bancario napoletano istituendovi due Casse di corte, una a Palermo e una a Messina, alle dipendenza della Reggenza del Banco delle Due Sicilie avente sede a Napoli. In base all’atto sovrano del 2 settembre 1849 con cui fu stabilito che l’amministrazione civile, giudiziaria e finanziaria della Sicilia fosse ‹per sempre› separata da quella dei domini continentali, la due Casse di Corte siciliane furono rese indipendenti dal Banco napoletano e costituirono un nuovo istituto che con decreto del 13 agosto1850 assunse la denominazione di Banco regio dei reali dominii al di là del Faro e fu posto alle dipendenze del Luogotenente generale in Sicilia” (Giuffida, pag. 6).

Il Banco siciliano funzionava allo stesso modo del Banco napoletano, cioè accettava danaro in deposito, a fronte  del quale rilasciava una fede di credito, la stessa che a Napoli. Inoltre effettuava sconti commerciali. Anche in questo caso si ha il raddoppio del danaro ricevuto, e per giunta nella forma elegante che già abbiamo segnalato. In più si ha un aumento del circolante pari all’ammontare degli sconti effettuati. Caduta la Sicilia in mano alle regioni toscopadane, alcuni banchieri e imprenditori siciliani[6] chiesero e ottennero dal governo prodittatoriale (decreto del 18 ottobre 1860) di fondare un banco di emissione simile alla Banca Nazionale del Regno di Sardegna, che prese il nome di Banco di circolazione per la Sicilia, con sedi a Palermo, Messina e Catania.  L’istituzione assunse (o avrebbe dovuto assumere) la forma della società per azioni, con un capitale iniziale di sei milioni di lire sabaude.  Naturalmente l’iniziativa morì appena partorita. Da una parte calò in Sicilia la Banca Nazionale sarda, dall’altra il Banco borbonico divenne il Banco di Sicilia. In merito all’aborto, il Trasselli si è posto alcune domande:

«Perché il Banco di Circolazione non entrò mai in attività? forse perché i promotori non riuscirono a collocare nei sei mesi previsti le 6.000 azioni? o perché il Governo italiano, dopo la breve parentesi dittatoriale e prodittatoriale, preferì man­tenere in vita il decrepito Banco Regio? O perché, così come per le ferrovie, erano calati subito Adami e Lemmi, per i servizi ban­cari calò la Banca Nazionale, con le succursali in ogni capoluogo di provincia e con i suoi privilegi? [...]. Noi comprendiamo be­ne che in quel momento favorire il Banco di Circolazione od an­che soltanto lasciarlo vivere, avrebbe significato annullare un de­cennio di politica bancaria del Cavour [...]. Allora, tollerare una banca siciliana avrebbe significato disfare sul piano bancario quell’unità che era stata faticosamente e non perfettamente rag­giunta sul piano politico, un andar contro quel corso storico pel quale da cinque secoli almeno le due Sicilie erano sotto il domi­nio finanziario ligure e toscano. Resta che l’unica grande banca moderna promossa in Sicilia, all’infuori delle banche locali e della Cassa di Risparmio non venne realizzata. Frattura tra la borghesia siciliana e quella continentale? Questione meridionale? Purtroppo non sappiamo. [...]. Resta il fatto che si presta a troppe inter­pretazioni diverse ». (Cfr. Premessa del Trasselli a: M. Taccari, I Florio, Caltanissetta - Roma, 1967, pp. XXIX-XXX, cit. da Giuffrida, pag. 5).

Avendo seguito – debbo dire con grande amarezza - lo svolgimento della doppiezza cavouriana e penetrato l’avida concezione che Bombrini ebbe a proposito dell’Italia–una, sono ben lontano dal dubbio (forse soltanto retorico) che affligge lo stimato autore. Infatti Bombrini reagì sempre con grande energia contro chi tentava di rubargli la greppia. Nella circostanza, andò da Cavour e dai docili suoi ministri a dire che non ci stava; che tutto quel che poteva concedere ai napoletani e ai siciliani (i quali avevano una ventina di volte i suoi soldi) era una quota pari a meno di un sesto del capitale sociale della sua banca, 12,5 milioni su ottanta. E comunicò il diktat al Luogotenente palermitano.  Tutto ovvio. Meno ovvio è che a Palermo, come a Napoli, mercanti e banchieri - giunti a questo passaggio e intravista la faccia truce di quell’unità da loro inizialmente auspicata - si arrocchino in difesa del Banco borbonico. Con il senno di poi, bisogna dire che si trattò di una scelta oltremodo sbagliata. Orami il guaio l’avevano fatto, ergo: o disfacevano la mala unità o stavano al gioco bombrinesco, nel tentativo d’inserirvisi con vantaggio. La mezza misura non salvò l’economia meridionale dal blocco coloniale, né salvò i loro patrimoni.

In passato l’attività dei Banchi era sottostata alla direzione politica del governo borbonico. Passati all’Italia-una, divennero un corpo senz’anima, una mano senza il cervello che la guidasse. All’inizio, i napoletani riuscirono a condizionare l’imperio padano. Ma più di questo non seppero fare. In Sicilia nemmeno a questo riuscirono. In Italia-una la tensione era degradata a un livello meno che municipale. La sola  bussola che orientò l’azione dei Banchi furono gli interessi della burocrazia interna che si batteva per conservare la mangiatoia, per quanto magra essa fosse. La quale sarebbe stata rifornita a sufficienza di biada soltanto se gli istituti avessero ottenuto da Torino il permesso di avvalersi dei depositi per continuare a praticare lo sconto cambiario. Solo quella fonte avrebbe assicurato le entrate necessarie a pagare gli stipendi  e tenuto in  vita gli istituti.

Spettava al governo accordare o negare la facoltà. Abilmente la manovra d’interdizione bombrinesca si concretizzava proprio sulla negazione di tale facoltà. Michele Avitabile, neo-direttore del Banco di Napoli, avendo capito finalmente di quale pasta erano fatti gli uomini del nuovo Stato, si recò a Torino e   incontrò i ministri competenti in materia bancaria, Giovanni Manna, napoletano, e Marco Minghetti, toscopadano, convincendoli – dicono le storie patrie - che l’economia napolitana avrebbe potuto giovarsi grandemente dell’opera del Banco. Più verosimilmente (è questa l’unica spiegazione logica) promise dei forti acquisti di cartelle del debito pubblico. Probabilmente aggiunse che la chiusura del Banco avrebbe messo sul lastrico un congruo numero di illustri patrioti. I ministri, convinti o meno, accordarono la vita al Banco.

Si tratta di un passaggio nodale nella storia del paese che prima era uno Stato con un suo inconfondibile nome – il Regno di Napoli, un paese autorevole e rispettato  – e che da allora, copiando la Francia, si chiama Meridione o Mezzogiorno, o copiando gli USA, il Sud; un paese commiserato e effettivamente da commiserare. Similmente all’aristocrazia che l’aveva preceduta nel dominio etico-poltico del paese, la borghesia meridionale – ispirata dai cadetti di una proprietà terriera resa scarsamente produttiva proprio dall’indole dei padroni – pur di salvare sé stessa, svendette il proprio popolo. L’invereconda morale mostrò al padronato toscopadano attonito[7] il pertugio (o se preferite, l’alleato, o l’ascaro) attraverso cui passare per ilotizzare le popolazioni meridionali. Il Banco, che era stato un’efficiente istituzione cittadina in mano ai Borboni, una volta italianamente santificato, divenne il mostro che ha oberato la vita economica delle popolazioni meridionali per 100 anni.   

Postesi le regioni del futuro Triangolo industriale a baricentro della vita dell’assurda nazione, il Banco di Napoli e il Banco di Sicilia ebbero l’identica funzione della classe sociale di volta in volta deputata dallo Stato nordista ad esercitare l’egemonia politica sulle popolazioni meridionali. I banchi, benché spesso detentori di ingenti risparmi provenienti specialmente dall’estero, non servirono all’evoluzione della manifattura verso l’industria macchinistica, e neppure al progresso agricolo. Nella fase della genesi nazionale lo scontro con Bombrini servì soltanto a esacerbare gli animi, a innalzare il livello dell’inimicizia tra Nord e Sud e a imbalsamare quest’ultimo.



[1] Ma non più di questo. Come vedremo i soci fondatori e padroni della Nazionale, che diversamente da quella di Trapattoni non perdeva mai, non transigettero mai sul tema del comando.

[2] La giustificazione è cretina, oltre che falsa. I poveri non andavano in banca. I briganti stavano fra i boschi e non in città. Il ritardo non riguardò l’apertura di sedi, ma la loro attività sul versante delle operazioni “attive”. La Nazionale accettava depositi in oro, argento e fedi di credito, ma restituiva  biglietti. I meridionali non erano fessi tutti i giorni dell’anno. Chi li accettava era costretto a defatiganti attese per convertirle allo sportello bancario, altrimenti, impiegandole sul mercato, si sottometteva al pagamento di un aggio.  

[3] Le notizie sul Banco di Napoli sono tratte da Demarco** cit. Ciò non significa che questi sia anche l’autore della prosa  sfoggiata nel paragrafo  e degli apprezzamenti con cui è condita.

[4] La cattedra torinese di economia politica fu fondata proprio per Antonio Scialoja. Quando questi fu eletto deputato, la cattedra passò all’esule siciliano Francesco Ferrara. Evidentemente i torinesi, l’economia politica, preferivano farla anziché insegnarla.

[5] Credo sia corretto leggere il patriottismo nei fatti e non certo dedurlo dalle roboanti dichiarazioni di una persona usa alle scaltrezze diplomatiche. In riferimento a Cavour e a molti altri come lui, fatti dicono che il sostantivo patriota e gli aggettivi che ne derivavo vengono usati untuosamnete.

[6] Ignazio e Vincenzo Florio, Antonio Chiaramonte Bordonaro, Michele Pojero, Michele Raffo, Francesco Varvaro, tutti autorizzati a sdoganare le loro importazioni con cambiali doganali per ben 20.000 once (pari a 60 mila ducati, pari a circa 250 mila lire sabaude), nonché membri della Camera Consultiva di Commercio, Deputati della Borsa dei Cambi, Deputati della Cassa di Sconto, Governatori del Banco regio dei reali dominii ad di là del Faro (Giuffrida, pag 2). 

[7] In verità Cavour e i suoi uomini conoscevano già il volto della proprietà cadetta e l’avevano ampiamente valorizzato. L’ammiraglio Persano con una spesa di circa due milioni e qualche promessa di carriera poté corrompere quasi tutti gli ufficiali della marina borbonica, che era la terza in Europa, dopo la Gran Bretagna e la Francia. Garibaldi, con una spesa di gran lunga minore, si  liquidò con quattro scaramucce un esercito di  120 uomini, il più numeroso nell’Italia del tempo. I danari e le promesse corruppero persino alcuni fratelli di Ferdinando II e zii di Francesco II, il re in trono.








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