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Fonte:
Rivista Indipendenza

Il sistema di potere in Meridione - dai galantuomini alla classe infame

di Nicola Zitara

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Baroni e galantuomini

Pur essendo una figura tipica dell’Italia unita, in quanto strettamente collegata con il sistema elettoral-accosciato, con l’ascarismo unitario, il galantuomo meridionale nasce prima che Garibaldi e Cavour depistino la storia del Sud. Indubbiamente nasce dalla terra. Anche la fatua gentry inglese nasce dalla terra, ma non per questo riesce a rovinare la Gran Bretagna. Il problema pertanto non sta in essa (quantomeno alle origini), ma nel modo in cui si formano le sue entrate. Nella storia del Sud, la svolta modernizzante è il frutto di due concause: da una parte, la crescita della domanda mondiale di zolfo e di olio, in connessione con l’ultima fase -una fase fortemente espansiva- della manifattura e con la prima Rivoluzione industriale; dall’altra, la fine della dominazione spagnola e l’avvento nelle terre napoletane e in Sicilia di uno stato indipendente, sia pure sotto la guida di una dinastia proveniente da fuori e pensosa di sé stessa, prima che della nazione.


Come ha insegnato Kula, anche un’economia chiusa -non più che un’economia di villaggio- può ben convivere con il commercio mondiale. Ora se il monopolio dello zolfo rese ben poco alla Sicilia e il commercio lecito o illecito dei grani non vi ebbe quel peso sociologico che la saggistica posteriore ha creduto d’intravedere, la parte continentale del Regno ebbe consistenti benefici dagli scambi continentali. Infatti, quando la dinastia borbonica chiuse il suo bilancio, il paese napoletano si trovava con l’aristocrazia debellata, con abbondante risparmio, con le attività commerciali interne, alle quali si dedicava una potentissima flotta di dodicimila navi piccole e grandi, ben sviluppate. Era inoltre il beneficiario del quasi-monopolio mondiale della produzione d’olio, una merce richiesta dai maggiori paesi industriali come alimento, per l’illuminazione, come lubrificante dei motori e materia di lavorazione del cotone. Non suoni strano, ma nei fatti la rinascita commerciale aveva aiutato il baronaggio ad affermarsi.


Il feudalesimo è una condizione giuridica, propriamente di diritto pubblico, mentre il baronaggio del XVIII, XIX e XX secolo è una condizione dello spirito, oltre che un modo di rapportarsi alla società. Nonostante assuma atteggiamenti neofeudali, il barone è giuridicamente pari a qualunque proprietario secondo il restaurato diritto civile romano (cioè con la piena facoltà di godere e disporre della cosa). Già nel secolo dei lumi, l’aristocrazia napoletana è un nome senza gran sostanza. Lo stato ha carattere patrimoniale e gli aggregati urbani hanno egemonizzato le terre circostanti. Il circuito intercorrente tra castello, palazzo nella capitale e sperpero delle rendite si è fortemente indebolito e subisce la mediazione del borgo.


 L’altro circuito, non meno pesante, quello delle esternazioni, che va dal villaggio rurale alla corte spagnola, è fortunatamente chiuso. Il lavoro evolve verso una nuova forma di produzione e la città si va separando dalla campagna. Il più solido momento di congiunzione resta il proprietario inurbato -principalmente lui, il barone1, il primo proprietario del luogo, che domina la campagna e spadroneggia in città. In campagna, la miseria e l’ignoranza delle masse contadine gli offrono il destro di pretendere e d’ottenere, pur senza averne titolo, un rispetto del tipo feudale; in città, per quanto possa essere arcaica la sua azienda agricola, il solo fatto che essa sia la principale sede locale di produzione, porta chi la dirige in contatto con il lavoro urbano e con i civili attivi, fino a dominare l’uno e gli altri con autorevolezza, appunto, baronale.


Mentre la rendita feudale si decompone in forza dei processi che il mercato innesca, è proprio la vivacità mercantile dell’olivicoltura che rafforza la posizione aristocraticante del nostro parvenu. Beati monoculi in terra caecorum. Il proprietario d’oliveti non ha pari in altri settori, cosicché il grande produttore d’olio, il barone, nella sua albagìa e nella sua ignoranza, può credere che il flusso di benessere proprietario che l’esportazione gli porta, quasi un grazioso dono di Dio, non si esaurirà mai.


A questa idea contribuì sicuramente la mano leggera, in materia fiscale, con cui i Borbone trattarono sempre i settori vocati all’esportazione, tanto più che si potevano facilmente rifare con il consumatore straniero, gravando l’olio d’un dazio all’uscita. Ancor più fortemente dovette contribuire il basso costo d’impianto. L’ulivo è una pianta divina che non richiede cure, ma solo dei tempi d’attesa e una certa vigilanza nei confronti dei pastori, delle greggi e delle mandrie. Basta sistemare una piantina nel terreno perché cresca da sola. Dove le terre sono appoderate -cioè quasi sempre- il contadino può continuare, nell’interfilare, le sue tradizionali coltivazioni di cereali, ortaggi, legumi.


Tuttavia non è la posizione di agricoltore il tavolo anatomico su cui sezionare la figura baronale, ma quella sociale e politica. Il barone è barone in quanto ha una regolare entrata in ducati, la quale viene prevalentemente dalla produzione dell’olio. Questi non ha una cultura sufficiente per immaginare che l’espandersi del mercato farà crescere i suoi bisogni e che un bel giorno le sue entrate si riveleranno insufficienti.


Quindi arriva molto tardi a reinvestire le sue consistenti rendite. Non sente il bisogno di crescere, non ha appetiti animaleschi, ma, per altro verso, non vuole perdere niente, così non ama dividere con fratelli e sorelle, e finché può, si aggrappa alla legge del maggiorasco. Ma, con il declinare del feudalesimo e delle rendite ecclesiastiche, i fratelli minori trovano una collocazione sempre più difficile. Nasce, così, una questione, che, se parlassimo la lingua occitana, chiameremmo dei cadetti.


Non che qui mancasse qualcuno da sbudellare, ma i Borbone andavano cauti con le spese di corte, e quanto ai moschettieri preferivano importarli d’oltralpe. Così che i nostrani cadetti restavano in casa a consumare la verginità delle serve.


Barone il fratello ricco, barone il povero fratello, o se più vi piace, il fratello povero. I fratelli baroni si amano come tutti i fratelli, e tranne che la terra e le rendite (che fanno la baronia), il barone ricco darebbe tutto al barone povero. E infatti gli cede parte della sua ignoranza, una quota della sua arroganza, e gli lascia intero lo spirito di rivalsa. Infatti il cadetto meridionale partecipò entusiasticamente alla rivoluzione del 1799, nella speranza che questa moltiplicasse le terre appropriabili, togliendole agli aristocratici più testardi, ai comuni e alla Chiesa, cosa che i Borbone mai vollero fare.


Il galantuomo nasce nel sottoscala proprietario e baronale del paese e della città meridionale, nella fosca alba di un giorno che per il Sud sarà più tetro della buia notte. È un cadetto della famiglia con scarse rendite, o è lo stesso barone decaduto, o il figlio del massaro che ha fatto la salita finché il padre lo ha sospinto, ma che, morto il padre, non sa salire da sé. Non è il proprietario arricchitosi che un giorno potrebbe diventare barone e che già si comporta quasi come se lo fosse. No, il galantuomo con la ricchezza ha chiuso, dopo non avere mai aperto.


Se per caso ha qualche terra, non ne ha a sufficienza per vivere da barone. Insomma il cadetto sudico è un barone disarcionato, il quale non incontra nella sua parabola sociale un re guerriero che lo innalzi a cadetto di Guascogna, né una Chiesa in espansione che ne faccia un pingue abate, né un ricco mondo mercantile che gli prometta un altro tipo di corona.


Con i Borbone, i galantuomini sarebbero periti socialmente, come in tutti gli stati moderni, confusi nella piccola borghesia impiegatizia, dei commerci e dei servizi. Sopraggiunti i Savoia, i galantuomini ebbero invece il modo di intossicare la società meridionale.


I fatti stanno a dimostrare che il vero disegno unitario non consisteva nel dare un governo moderno al Napoletano e alla Sicilia, secondo l’aspirazione risorgimentale, ma nel mungerne l’agricoltura per salvare dalla bancarotta la corona sabauda, che ora ammorba con puzzo di cadaveri e di stallatico l’intera Italia. Per qualche spicciolo e qualche medagliere, i galantuomini si prostrarono, offrirono il fondo del dorso, furono gli ascari della colonizzazione.


Fatta l’Italia, bisognava fare chi la mantenesse. Nel generale lutto per il crollo del prezzo della seta, nasce la modernizzazione nordista. I De Ferraris, sedicenti Galliera, i Bastogi, i Balduino, i grandi profittatori e intrallazzisti della cerchia cavourriana, fondano la patria finanza e il capitalismo italiano (padano) violentando la vergine Italia ancor prima che fosse condotta al fonte battesimale.


Non sono dei ladri puri, tipo Grisby ma propriamente dei capitalisti che imparano il mestiere di truffare lo stato da coloro che intorno a Napoleone il Piccolo stanno facendo una grande cuccagna con i franchi del contribuente transalpino. Non rubano i nostri fondatori, ma spingono lo stato sabaudo, cavourriano e liberale a questa o quella attività, che loro, e solo loro, avranno il privilegio d’intermediare, lucrandoci lautamente sopra (sui titoli del tesoro, che spesso comprano con i soldi dello stesso tesoro, arrivano a lucrare 79 lire su 100).


Ovviamente le operazioni sono più facili nei territori a loro noti, così che si comincia da Genova e da Torino, poi si passa a Firenze e in appresso si scende a Roma. Nel frattempo Milano, Bologna, Padova, Ferrara, ecc. pretendono di non restare fuori. Anche Napoli, alcuni decenni dopo, chiede e ottiene qualche intervento lucratorio.


Anche Palermo chiede, ma per ottenere quasi niente. A Napoli manca un capitalismo di buon appetito, sostiene la storiografia sabauda con il plauso dei sedicenti storici gramsciani. Il fatto che vi operi persino uno dei tre fratelli Rothschild, i veri padroni d’Europa, non conta niente per i nostri rapsodi.


A fare il confronto con il piccolo regno sardo, quel che in realtà manca non sono gli impianti industriali portanti della futura nazione industriale; la cosa che a Napoli manca è lo sfacciato intrallazzo cavourriano e postcavourriano che, a partire dal 1853 e fino a quando Giolitti non chiuderà la bocca ai più impertinenti, con l’aiuto dei soliti prefetti e corrompendo con la sua generosità i socialisti dell’Emilia rossa, riempirà decine di volumi degli Atti Parlamentari.


Nonostante il passaggio epocale, il Regno borbonico vive una condizione di tranquillità e di serena fiducia. Nel campo economico è reputato e si ritiene una potenza di rango. Anche sul lato industriale è limitativo metterlo a confronto con gli altri stati della penisola. Il Regno ha un’autonomia che gli altri, a cominciare dal Piemonte sabaudo, sono ben lontani dal possedere.


Nei settori strategici dell’industria, vale a dire la siderurgia, la meccanica e la cantieristica, essi hanno bruciato i tempi naturali di maturazione economica, facendo in proprio. E se cadono sotto i colpi di Garibaldi e dei generali sabaudi, è perché non intendono sistemare i parassiti sociali.


Possiedono le risorse per avviare l’industrializzazione privata, dopo avere fondato quella pubblica, e pertanto non allettano intrallazzisti. E ciò sarà fatale per il futuro del Sud, che fino alla Cassa per il Mezzogiorno non avrà il personale idoneo, la cultura, per partecipare in grande alle patrie dissipazioni. Invece che grandi ladri, o dei ladri in grande del tipo Bastogi, Balduino, Breda, SME, Fiat, il Sud avrà dei ladri di polli. Anzi qualcosa di meno, perché i contadini dispongono, tutt’al più, di una minestra di broccoli. Che i galantuomini non si vergognano di arraffare.


In sostanza, il Sud contribuisce all’intrallazzo nazionale dal lato delle uscite, ma non ricava niente dal lato delle entrate. È terra infidelium per gli intrallazzisti toscopadani. Che il Sud non sarebbe mai divenuto una vera parte del paese, ma un mero mungitoio cavourriano e sabaudo, lo si era visto già prima che cominciasse, non appena il plenipotenziario cavourrista Farini arrivò a Palermo. A Torino le idee erano chiare.


L’assenso delle classi proprietarie sudiche ce lo procuriamo difendendo la proprietà; quello delle classi medie, lottizzando a buon prezzo i beni ecclesiastici, di cui per altro (noi torinesi) incasseremo il valore; quello dei proletari, offrendo una speranza di lottizzazione sui demaniali comunali. Ma i contadini avevano una fame antica.


Raggirati sulla questione della terra, scatenarono il brigantaggio politico costringendo il governo liberale a rinsaldare la sua alleanza con i galantuomini -ironia degli aggettivi- anch’essi liberali. Se i piemontesi fossero arrivati dall’Alaska sarebbero stati meno stranieri a questo popolo.


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