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Fonte:
Due Sicilie - Anno IV Numero 4 - Luglio 1999


SPECIALE

INTERVISTA ESCLUSIVA A FULVIO IZZO,
L’AUTORE DE «I LAGER DEI SAVOIA»


izzoL’opera, pubblicata per le edizioni CONTROCORRENTE (80132 Napoli, via Carlo De Cesare, 11 – telefono 081.421349), è un pregevole studio sulle vessazioni che subirono i soldati borbonici e pontifici all’indomani della conquista del Regno delle Due Sicilie nel 1861. Il libro, frutto di una meticolosa ricerca e di un puntiglioso accertamento della verità storica degli avvenimenti, rende soprattutto evidenti le mistificazioni del cosiddetto Risorgimento, che, ingannando per 140 anni in modo veramente perverso i giovani meridionali, li ha costretti perfino a rinnegare la propria memoria storica.
Un pesante e vile muro di silenzio è stato, infatti, eretto attorno alle vere vicende della conquista del Regno delle Due Sicilie ed ai lunghissimi e tragici anni della resistenza meridionale contro gli invasori piemontesi, facendo sparire ogni documentazione, fatto che, da solo, prova di che pasta erano fatti i Savoia e i loro ascari. In realtà quello che è chiamato "Risorgimento" non è stato altro che una vile menzogna per nascondere quella che era una guerra di aggressione contro il libero, pacifico e progredito Stato delle Due Sicilie, che con perfidia, per giustificarne l’invasione, fu descritto come arretrato, oppresso dai Borbone, anelante della "libertà piemontese". Da aggiungere che molti scrittori, soprattutto prezzolati e vendutisi a quei ladri ed assassini invasori, descrissero la situazione dei Territori Napoletani e Siciliani "dopo" che vi era stata la devastazione piemontese, attribuendo all’amministrazione borbonica le pessime condizioni sociali ed economiche in cui erano state ridotte le Due Sicilie. Questa falsificazione della storia, per il fatto che continua ancora oggi ad essere insegnata nelle scuole, oltre ad essere la prova evidentissima che il Sud viene sempre trattato come una colonia del nord, è particolarmente spregevole e deve spingere noi tutti a diffondere la verità di queste vicende, che continuano a offendere la nostra dignità e la memoria di quanti si sono eroicamente immolati per difendere quella libertà che non abbiamo piú e che dobbiamo assolutamente riprenderci.


Il suo volume racconta dei campi di concentramento piemontesi in cui furono deportati i soldati napoletani nel corso e alla fine della guerra per la conquista del Regno di Napoli. Prima di inoltrarci nell’argomento, le chiedo: ma è vero che questo esercito napoletano, nel 1860, dimostrò di essere solo un esercito da parata?
A dirla con il De Sivo, l’esercito napoletano aveva «soldati bravi, buoni sottuffiziali, mediocri uffiziali, mediocrissimi colonnelli e generali di nessuna bontà». Da Calatafimi a Napoli, tutta la campagna di guerra è punteggiata da un ripetersi incessante di episodi di corruzione e tradimenti. Ormai gran parte della nobiltà e della borghesia, classi a cui apparteneva l’alta ufficialità, passa dalla parte del piú forte, avendo intuito e capito che l’impresa unitaria offriva rinnovata possibilità di lucro e di potere. L’esercito napoletano mostra il suo valore e le sue potenzialità quando finalmente si libera degli opportunisti e dei voltagabbana. Quando Francesco II lascia Napoli e si ritira a Gaeta, la «chiamata alle bandiere» per la estrema difesa del Regno sulla linea del Volturno vede affluire volontariamente, nonostante le enormi difficoltà dei collegamenti, il 75% delle truppe di linea che si batteranno con grande dignità sino alla fine. Come riferisce Harold Acton, all’inizio Garibaldi, rimasto piacevolmente sorpreso avendo visto l’esercito napoletano crollare con tanta prontezza, era ottimista in merito al progetto di sconfiggere o convertire i suoi ultimi resti. L’idea che il soldato semplice potesse ancora mantenere in sé un solido retaggio di fedeltà al Sovrano, non gli era neanche passata per la mente.

A quanto pare questa fedeltà sarà piú solida della prigionia. Ma procediamo per gradi. Perché questi campi di concentramento sono impiantati in Piemonte?
In verità i soldati napoletani fatti prigionieri durante la Campagna del 1860 – 61 non potevano essere tenuti concentrati nello stesso Meridione; bisognava evitare il contatto con le popolazioni rimaste in gran parte devote ai Borbone, che già iniziavano ad organizzare la guerriglia, e quindi scoraggiare l’adesione e lo spontaneo contributo alla resistenza armata. Era necessario, tra l’altro, fiaccarne poi il morale, tenendoli lontanissimi dalla propria terra, in zone fredde a cui non erano abituati e costringerli alla collaborazione. Si allestirono, cosí, i due campi di Fenestrelle e S. Maurizio vicino Torino; ve ne furono anche altri, ma questi due rimasero i piú grossi ed i piú importanti. Le deportazioni cominciarono già nel dicembre del 1860: alla fine di gennaio 1861 i soldati concentrati nei campi del nord sono 24.000 e nel settembre dello stesso anno ammontano a 32.000.

Finita la guerra che sorte fu riservata a questi sventurati?
Cessato lo stato di belligeranza, per essi cessa lo status di prigionieri di guerra, ma inizia l’arruolamento forzato nelle fila dell’esercito piemontese. I sottufficiali ed i militari di truppa si rifiutano in massa di passare nell’esercito «italiano», per cui si dà inizio ad una leva forzata e ad una situazione di commistione tra prigionia e leva vigilata. In sostanza nei campi rimangono tutti coloro che rifiutano l’assimilazione nei ranghi del nuovo esercito unitario e vi si aggiungono i nuovi coscritti recalcitranti e pericolosi o i renitenti arrestati. Vengono sottoposti ad una sorta di «rieducazione» e tenuti senz’armi in «rigida disciplina, finché si correggano e diventino idonei al servizio». I campi sono sorvegliati da diversi battaglioni di bersaglieri, squadroni di cavalleria e batterie di cannoni.

Da quanto lei scrive, le condizioni di questi campi non erano delle migliori …
Sí. Non solo le condizioni, ma anche il trattamento furono dei piú duri. I disagi, gli stenti ed i patimenti sono descritti nelle fonti dell’epoca, fedelmente riportate nel volume. Durante il viaggio per il nord sono percossi, derubati, maltrattati, lasciati al ludibrio degli esagitati; una volta giunti nei campi sono volutamente tenuti laceri, affamati e vengono ricattati e costretti a condizioni di vita da veri e propri schiavi. Lo scopo era quello di fiaccare la loro resistenza. Ma quasi tutti preferiranno languire in questo stato, rifiutando qualsiasi collaborazione, anzi daranno vita a ribellioni e ammutinamenti. Quelli che riescono a fuggire vanno ad ingrossare i ranghi del «Brigantaggio».

A proposito di fonti dell’epoca, può illustrarci le basi su cui ha condotto la sua ricerca?
Tutto il lavoro è rigorosamente fondato su documenti di archivio; qualsiasi riferimento, anche il piú insignificante, ha il suo riscontro documentale. Le ricerche le ho effettuate presso l’Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito, l’Archivio Centrale dello Stato, altri Archivi Provinciali dello Stato e sui giornali dell’epoca. In merito va detto però che, nel caso di specie, la memoria è quasi del tutto cancellata. Non parliamo poi della cultura ufficiale. Ma questa è la solita storia …

Che intende dire ?
Nei confronti della storia del Sud (dei Borbone, del Brigantaggio politico antipiemontese, delle deportazioni e di tutto ciò che, tout court, possiamo chiamare antirisorgimento) emerge un quadro di forzature e omissioni che è caratteristico delle tecniche e dei sistemi del «pensiero unico». Chi non si colloca nel campo di legittimazione del sistema liberal-borghese viene semplicemente escluso attraverso il silenzio e la cancellazione anche dagli archivi.

Si verifica una specie di disparità della memoria storica?
È proprio cosí. È quello che è avvenuto per gli Stati di antico regime. Sono rimasti in piedi solo alcuni stereotipi quali l’inettitudine e l’incapacità delle dinastie, l’ignoranza e la superstizione del popolo, sono state fatte alcune ricostruzioni caricaturali e poi il tutto è stato consegnato all’unidimensionalità storiografica e ne sono scaturiti alcuni luoghi comuni duri a morire, anzi divenuti verità assolute senza piú necessità di dimostrazione. Come esempio sottomano, pensi al coro per la «repubblica partenopea» del 1799. Questa è la vulgata della cultura ufficiale. Vi sono, è vero, studi scientificamente seri, ma per lo piú hanno una diffusione solo a livello specialistico.

La sua è, quindi, un’opera di revisione storica? Si sente, lei, di far parte della schiera dei cosiddeti storici revisionisti?
Guardi, lo storico non ha bisogno di aggettivazioni; compito essenziale di chi si interessa di storia è quello di scoprire e capire come realmente andarono le cose, analizzando i documenti, i fatti e le interrelazioni. Lo storico è tale se rispetta il principio dell’avalutabilità nel momento in cui va a raccogliere i dati, a compiere ricognizioni sui documenti. A dirla con Nolte, compito dello storico è quello di opporsi alla tendenza emotiva a solidificare le differenze, a dissolvere i contesti e ad escludere l’altra parte da ogni considerazione: per rendere un buon servizio alla scienza storica, bisogna essere sempre pronti a rivedere se stessi. E ciò, soprattutto per questo periodo storico è stato fatto raramente. Solo storicizzando e tematizzando i problemi è possibile affrontare gli accadimenti con serenità, al di là delle ossessioni oleografiche e delle preoccupazioni pedagogico-popolari. Tutto ciò non significa non schierarsi: significa che l’onestà e la serietà intellettuale impongono che ogni valutazione sia preceduta da una analisi meditata e documentata, allo storico autentico si chiedono l’avalutabilità e la serietà della ricerca; che poi i suoi giudizi e le sue valutazioni possano avere una ricaduta «politica», è cosa assolutamente possibile e normale.

Dopo questa disgressione ritorniamo ai soldati napoletani; come si spiega questo testardo attaccamento alla causa dei Borbone che poi si ritrova anche nella popolazione civile?
Scriveva Francesco Saverio Nitti che le masse napoletane delle Due Sicilie, da Ferdinando IV in poi, tutte le volte che hanno dovuto scegliere tra la monarchia napoletana e la straniera, tra il Re e i liberali, sono state sempre per il Re: nel 1799, nel 1820, nel 1848 e nel 1860. Ciò trova la sua spiegazione in due ordini di fattori ben precisi e correlati tra di loro: da una parte una forte emozione di fondo molto piú importante dei calcoli, e, dall’altra, il preciso sentore – sintomaticamente avvertito dai ceti popolari – che ogni volta che si stava profilando un grande imbroglio e che tutto ciò portava alla perdita dell’indipendenza. Il diario di un soldato calabrese, da me ritrovato e pubblicato in appendice, nella sua semplicità è estremamente rappresentativo di questi sentimenti. Nel 1860 l’inganno garibaldino si consuma nello spazio di pochi giorni: le promesse equivoche, i decreti demagogici, la maschera populista e rivoluzionaria cadono immediatamente, rivelando il vero volto della rivoluzione unitaria ed assai presto si chiariscono i termini della faccenda: «Garibaldi rappresentava – come dice Denis Mack Smith – il piú religioso sostegno della proprietà».

Il suo studio è andato oltre i primi anni dell’unità ed ha indagato anche sul sistema carcerario del nuovo Stato. Che cosa ha scoperto?
Il sistema concentrazionario del governo italiano va aldilà dei momenti di eccezione e della guerra civile. La pianificazione dell’arbitrio e della violenza da parte della rivoluzione borghese si protrae nei decenni successivi e dà vita ad un clima di repressione e ad un universo concentrazionario cosí disumano da far impallidire quell’apparato borbonico che tanto scandalizzò lord Gladstone. Basti pensare che fino all’inizio del nuovo secolo saranno proclamate dieci stato d’assedio. Le condizioni delle carceri nella nuova Italia sono disperate: mancano le cose piú elementari per la sopravvivenza. Nel 1864 il deputato Macchi cosí riferisce alla Camera: «lo stato delle prigioni è tale che veramente fa raccapriccio». Nel 1868 il Times definirà l’apparato carcerario italiano «turpe, immondo, feroce, barbaro e infame». Nel libro sono riportate le descrizioni di alcune torture che giornalmente venivano inferte ai reclusi.

E nel frattempo che fine hanno fatto i soldati e i civili ancora refrattari al nuovo regime?
Verso la fine degli anni sessanta le sacche politiche di resistenza danno ancora preoccupazione al governo unitario tanto che il presidente del consiglio, on. Menabrea, nel 1868 prende contatti col Governo Argentino per istituire in Patagonia una colonia penale al fine di deportarvi gli ufficiali, i soldati borbonici e i civili ancora prigionieri. In proposito ho ritrovato alcune corrispondenze diplomatiche. Per fortuna non se ne farà niente, grazie al rifiuto argentino, ma col passare del tempo le tecniche per soffocare il dissenso si affinano e la soluzione finale, piú pulita, è quella di costringere le genti del Sud all’emigrazione. Le popolazioni meridionali sconfitte e colonizzate non avevano che tre vie d’uscita: rassegnarsi alla miseria, continuare nella ribellione o lasciare la propria terra: la prima ipotesi non era possibile, la ribellione era stata stroncata, altro non rimaneva che battere la via dell’oceano.

Cosí la questione meridionale fa il suo ingresso ufficiale nella storia della nazione. Il lungo viaggio nell’universo concentrazionario piemontese (come lo definisce lei) è ormai concluso, resta però ancora un interrogativo generale di fondo: come è possibile che nel giro di solo cinque mesi, il sistema borbonico crolli verticalmente e si dissolva del tutto?
Alla domanda non può rispondersi con solo qualche battuta, il problema è complesso. Limitandoci a poche parole, innanzitutto non va dimenticato che tutta la storia del XVIII e XIX secolo è in effetti la storia di una lotta tra gli assedianti, che sapevano bene quel che facevano, e gli assediati, che non si rendevano conto di quanto accadeva. Ci furono problemi di tradimenti, di impreparazione, insomma contingenti (e continueranno gli storici a dibatterne), ma la chiave di lettura è tutta, metapoliticamente, da rinvenirsi nella irruzione violenta della modernità – intesa come categoria antropologica del pensare – incarnata nell’ideologia borghese, illuminista e razionalista, che «rompe il tempo» ed entra in contrapposizione frontale con i valori della Tradizione. L’assoluta incompatibilità tra questi due principi era giunta a scadenza storica. La partita sembrò allora essere risolta, ma oggi, alle soglie del terzo millennio, riaffiora da parte della modernità una incapacità di tenuta che le fa perdere molto della sua spavalda sicurezza.

Antonio Pagano








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