Eleaml


Giuseppe Massari

ovvero storia breve di un velino di razza
“a common friend with brains and without tongue”

di Zenone di Elea
Rds, 28 luglio 2006

Di Giuseppe Massari [*] nell’enciclopedia Garzanti si dice solo che nacque a Taranto nel 1821 e mori a Roma nel 1884, che fu un fervente patriota e che fu relatore della Commissione Parlamentare d’inchiesta[1] – magari in qualche testo di storia si precisa che la sua relazione fu coraggiosa e squarciò un vello sulle tristi condizioni delle plebi meridionali che erano all’origine della rivolta, il cosiddetto “brigantaggio”. Praticamente questo è più o meno quello che sanno tutti gli italiani che hanno frequentato le scuole superiori o anche l’università a meno che non si interessino per mestiere o per diletto di storia patria.

Queste scarne notizie costituiscono il bagaglio culturale sul personaggio che ognuno di noi si porta dietro e che fanno da coordinate per ulteriori acquisizioni.

Massari appartiene alla folta schiera di oppositori politici del regime borbonico che trovarono nel Piemonte una sponda per continuare dall’esterno la loro opera di denigrazione del paese meridionale. Per questa loro opera ‘disinteressata’ ebbero generosi riconoscimenti durante l’esilio a Torino e furono i proconsoli piemontesi a Napoli dopo il crollo del regno borbonico. Il che fu una vera iattura per noi meridionali[2].

Proviamo a ripercorrere le tappe della carriera del Massari...

... nel 1838 il calabrese Benedetto Merolino lo sceglie come corriere della Giovane Italia[3].

... nel 1840 lavora come collaboratore in Parigi della “Gazzetta italiana” della Belgioioso[4].

... nel 1846 viene nominato direttore della rivista “Il mondo illustrato”.

... lavora come collaboratore della “Patria” di Firenze.

... nel 1848 viene eletto deputato di Bari al Parlamento di Napoli.

... lavora come collaboratore de “Il Conciliatore” di Firenze.

... nel 1849 si trasferisce a Torino e lavora come redattore di giornali e riviste sia italiani che stranieri: “Saggiatore”, “Rivìsta contemporanea”, “Gazzetta piemontense”, “La Legge”, “Nazionale”, “Cimento”, “L'Indépendence Belge”.

... nel 1851 lo ritroviamo come traduttore e divulgatore in Italia delle famose Lettere del Gladstone, pubblica infatti: “Il signor Gladstone ed il governo napoletano. Raccolta di scritti intorno alla questione napoletana” Tipografia Subalpina, Torino 1851. Come, non ricordate la famosa frase[5] di Gladstone: “la negazione di Dio eretta a sistema di governo”, "This is the negation of God erected into a system of government."? Se vi può interessare, vi informiamo che delle lettere vi erano state già due pubblicazioni – in lingua originaria ovviamente – una a Londra e una a New York sempre nel 1851[6], poteva mancare Torino[7]?

... lo vediamo segretario di Cavour negli anni decisivi dell'impresa unitaria[8].

... nel 1856 assume la direzione della Gazzetta Ufficiale piemontese.

... nel  1858 viene nominato, per i servigi resi alla corona sabauda, cavaliere dei SS. Maurizio e Lazzaro.

... nel 1859 lo ritroviamo a preparare il famoso discorso della corona (discorso ispirato da Napoloene III e a cui era interessato pure il Rothschild[9], toh chissà perché!), quello della famosa frase “non possiamo rimanere insensibili al grido di dolore, che da tante parti d’Italia si leva verso di noi”.

... nel 1861 viene eletto deputato al Parlamento nazionale di Torino.

... nel 1863 legge la relazione della Commissione Parlamentare d’inchiesta in comitato segreto[10] della Camera. Su questo atto che lo ha consegnato alla storia più conosciuta dalla maggioranza degli italiani, vi sono pareri assai discordi. 

In molti ritengono e scrivono che la relazione si caratterizza per “Profondità di diagnosi, esame delle cause remote e recenti, invocazione di rimedi che non fossero soltanto di polizia. In lui, che pure verso il Mezzogiorno non fu tenero, denunciandone in ogni occasione le manchevolezze e la fredda partecipazione al processo unitario, agiva questa volta la medesimezza con quella terra, la coscienza di un malgoverno remoto nei secoli che aveva provocato guasti irreparabili, l'«inveterata corruzione del governo e della burocrazia», le complicità, l'omertà, sollecitata, le connivenze, alimento incessante di malessere e malcontento. Intelligenza e pietà vibrano in quelle pagine, che sarebbero state poi alla base di molti altri studi ed inchieste sulla questione meridionale. Si può richiamare il passo noto in cui si descrivono le condizioni di vita del cafone tentato dal miraggio di una migliore condizione e per ciò stesso sospinto sulla strada del brigantaggio: e gli altri, sulle indiscriminate repressioni, che portavano a inasprire gli animi, con punizioni eccessive anche per reati minori, provocati chiaramente dall'indigenza delle popolazioni.[11] 

In pochi – tra cui chi vi scrive – sostengono invece che le “tesi insulse e addomesticate della Relazione Massari ebbero come risultato la promulgazione della Legge Pica, che impose lo stato d’assedio e la corte marziale a tutte le regioni del Sud e diede veste ufficiale alla repressione militare del brigantaggio, già di fatto praticata sin dall’inizio.”[12]

... fu biografo ufficiale di Cavour, di Vittorio Emanuele e di La Marmora!



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[1] Il presidente era Sirtori e ne faceva parte anche Bixio.

[2] "È stato un errore, si sostiene nel 1862 in una memoria … avere affidato il governo napoletano a quei patrioti che, emigrati al cominciare della reazione del 1849, rimasero fuori dalla province Napoletane sino al 1860. ……Sebbene essi siano per ingegno, dottrina e amor patrio la migliore parte di quella eletta schiera di liberali Napoletani, sono i meno adatti a svolgere le mansioni loro affidate dal governo di Torino sia per la poca conoscenza che hanno degli interessi di queste province, da cui sono stati per molti anni assenti, sia per quella passione…mista di vendetta e di disprezzo, di cui sono sempre dominati quelli che dopo un lungo e doloroso esilio ritornano potenti in patria.

Rientrati a Napoli come proconsoli piemontesi, hanno falsato agli occhi del Governo centrale i fabbisogni del paese e hanno consentito che questo venisse ammisserito e spogliato…da estranei a queste provincie…venuti con lo spirito di conquista che non si addice a chi doveva spargervi la luce e il progresso. A causa della loro incapacità a governare, l’amministrazione cade in mano di persone che non sapevano un’ acca e non avevano altro merito se non di godere delle grazie della consorteria.”. Cfr. Giuseppe Ressa, Il ruolo degli esuli e dei parlamentari meridionali - Il Sud e l’unità d’Italia (potete scaricare l'opera completa dal sito: http://www.ilportaledelsud.org)

[3] Cfr. Paolo Mencacci - Storia della Rivoluzione Italiana - Volume Secondo . Parte Prima - Libro Primo.

[4] “Le lettere di Tommaseo. di Gioberti, di de Sinner. di Mamiani, di Massari, di Ricciardi, di Mazzini, inviate da Parigi nel Trenta e nel Quaranta fanno frequente riferimento a colei che negli anni del suo soggiorno parigino, soprattutto i primi anni, fu molto rappresentata, molto descritta, molto nominata («princesse révolutionnaire», «heroi'ne romantique». «princesse malheureuse». «grande italiana», «belle patriote italienne». «savante Uranie», «nouvelle Bradamante», «foemina sexu. genio vir»)”. Cfr. Novella Bellucci, II salotto parigino di Cristina Belgiojoso, "princesse révolutionnaire" – (http://www.disp.let.uniroma1.it/)

[5] Frase fortunata! E pensare che il Gladstone non aveva mai visitato una galera borbonica, questo lo confessò egli stesso a Napoli nel 1888 durante una rimpatriata. Il sussidiario sui cui avete studiato la storia del Risorgimento voi – e pure io – questo non lo sapevano o facevano finta di non saperlo.

“Gladstone, tornato a Napoli nell’anno 1888-1889, fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del cosi detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la loro rivoluzione; ma a questo punto il Gladstone versò una vera secchia d’acqua gelata sui suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di lord Palmerston, che egli non era stato in nessun carcere, in nessun ergastolo, che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari”. Cfr. Carlo Alianello, La conquista del sud, Rusconi Editore.

[6] Two letters to the Earl of Aberdeen, on the state prosecutions of the Neopolitan government. by W E Gladstone - Type: English : Book Publisher: London, J. Murray, 1851.

Two letters to the Earl of Aberdeen, on the state prosecutions of the Neopolitan government. by W E Gladstone - Type: English : Book Publisher: New York, J.S. Nichols, 1851.

[7] “Massari, per il momento, non ancora inserito nel gioco diplomatico, fu abile per la sua parte a cogliere a volo quella opportunità da cui poteva venir bene alla causa, e tradusse subito in bella prosa italiana quella lettere che pubblicò a Torino (Il sig. Gladstone e il governo napoletano), appena dopo che esse erano state divulgate a Londra.

Fu una lungimiranza già quasi cavourriana? Resta il fatto che questo secondo scritto sul Mezzogiorno e gli altri che seguirono, sulla polemica intercorsa tra il governo napoletano ed il Gladstone, così tempestivi e rivolti ai suoi ospiti torinesi, e di lì a tutti gli italiani e amici dell'Italia, non solo risultarono un contributo notevole alla causa risorgimentale, ampliando l'effetto di denuncia nei confronti degli screditati Borboni, ma conferirono al Massari una più precisa collocazione in quel variegato ambiente dell'emigrazione nei cui confronti opinione pubblica e governo piemontese guardavano con non grande simpatia e molte volte con sospetto.” Cfr.

[8] “Era persuaso, come sarà persuaso Cavour, che in questo seppe ben scegliere l'uomo, che la pubblicità della causa italiana e piemontese nella opinione pubblica europea fosse da curare con estrema saggezza e tempestività, e Massari non trascurò una occasione che potesse procacciar simpatie alla causa: Gladstone, gli ambienti liberali inglesi, la cultura e la diplomazia di Francia, de Mazade, con cui avvia un fitto carteggio, gli ambienti vicini a Napoleone III, il gruppo degli intellettuali fiorentini, gli emiliani, i circoli e le personalità milanesi, gli ambienti ufficiali e quelli ufficiosi, i ministri, le ambasciate, i salotti, le redazioni: quel variegato scenario entro cui si «facevano» le sorti d'Italia non è mai descritto con l'intento del narratore, eppure risalta al vivo negli scorci epistolari, nelle notazioni di diario, nelle relazioni.”. Cfr. Michele Dell'aquila, INTELLETTUALI MERIDIONALI ESULI IN PIEMONTE NEL DECENNIO 1849/59: GIUSEPPE MASSARI - La Capitanata - Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia - BOLLETTINO D'INFORMAZIONE della Biblioteca Provinciale di Foggia, Anno XX Gennaio-Giugno 1983 - Parte I – (http://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/)

[9] Cfr. Carmine De Marco, Cavour - dal libro "Revisione della Storia dell'Unità d'Italia" - (http://www.adsic.it/)

[10]L’inchiesta, nota come Massari – Castagnola, già più volte proposta dalla sinistra, avrebbe dovuto anche sollevare il velo di silenzio steso dal governo sugli errori e sugli abusi compiuti dall’esercito nell’opera di repressione. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta concluse i lavori. I risultati, raccolti in una lunga relazione, vennero letti alla Camera in diverse sedute e furono pubblicati in estate sul giornale “Il Dovere”. La relazione evidenziava numerose ragioni economiche e sociali del fenomeno del brigantaggio, ma evitava di parlare delle responsabilità del governo, chiamando, invece, in causa l’attività degli agenti borbonici e clericali. In sostanza, concludeva la relazione, “Roma è l’officina massima del brigantaggio, in tutti i sensi ed in tutti i modi, moralmente e materialmente: moralmente perché il brigantaggio indigeno alle province meridionali ne trae incoraggiamenti continui e efficaci; materialmente perché ivi è il deposito, il quartier generale del brigantaggio d’importazione”. In essa si insisté sull’interpretazione del fenomeno del brigantaggio come frutto di delinquenza comune, retaggio del vecchio regime, e come l’effetto dei tentativi di riconquista delle Due Sicilie, da parte di Francesco II, con la complicità dei preti meridionali legittimisti. Come conseguenza di questa analisi, venne approvata, ad agosto, con procedura d’urgenza, la famigerata legge Pica (che rimase operativa fino al 1865) la quale aboliva qualsiasi garanzia costituzionale; in virtù di essa furono insediati otto speciali Tribunali militari, i collegi di difesa vennero assegnati agli ufficiali e si abolirono i tre gradi di giudizio che erano operativi nell’altra parte d’Italia. In pratica le condanne, che erano inappellabili, variavano dalla fucilazione ai lavori forzati (spesso a vita); venne stabilito il reato generico di “brigantaggio” in virtù del quale ogni sentenza era legittima; anche persone non partecipi alla rivolta persero la vita perché accusate ingiustamente di brigantaggio da loro nemici personali i quali, in questo modo, saldavano sbrigativamente dei conti in sospeso. “ Cfr. Stefania Maffeo, - L'unità d'Italia fece del Sud una colonia da depredare (http://www.storiain.net/)

[11] Cfr. Michele Dell'aquila, INTELLETTUALI MERIDIONALI ESULI IN PIEMONTE NEL DECENNIO 1849/59: GIUSEPPE MASSARI - La Capitanata - Rassegna di vita e di studi della Provincia di Foggia - BOLLETTINO D'INFORMAZIONE della Biblioteca Provinciale di Foggia, Anno XX Gennaio-Giugno 1983 - Parte I – (http://www.bibliotecaprovinciale.foggia.it/)

[12] Cfr. Abstract de “Brigantaggio legittima difesa del Sud - gli articoli della Civiltà Cattolica (1861 – 1870)” - introduzione di Giovanni Turco, prima edizione 2000” -  (http://www.editorialeilgiglio.it/)

[*] Pubblichiamo una nota inviataci oggi, 31 luglio 2006, dall'amico Gernone che ringraziamo: "Sull'ascaro Massari aggiungerei che la relazione scritta a mano e poi modificata per ovvie ragioni al largo pubblico della stampa è introvabile, che la CPIB relazionò a porte chiuse in Parlamento... Massari come altri servitori meridionali della conquista piemontese morì solitario a Roma ed è sepolto a Bari. Ciao Nino".








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