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Fonte:
http://www.ilportaledelsud.org/monografie_ressa.htm

Le conseguenze dell'annessione

Il “Regno rappezzato” [1] e la “piemontesizzazione“

di Giuseppe Ressa



Il modo e le motivazioni “vere”, non quelle di facciata, con le quali fu raggiunta l’unità furono il peccato originale che intorbidò, fin dall’inizio, i rapporti tra il Nord e il Sud : “La visione dell’Unità come conquista dell’Italia da parte dei piemontesi si è affermata anzitutto come stato d’animo. Molti italiani, soprattutto nel Mezzogiorno, si sentirono infatti “conquistati”, non unificati in una patria comune. Ai loro occhi, prima Garibaldi e poi Vittorio Emanuele II apparvero come conquistatori stranieri, nè più nè meno di quelli che erano approdati nel corso dei secoli sulle spiagge del “bel regno” di Sicilia. Mentre agli occhi degli italiani più politicizzati in senso democratico e, anche, repubblicano, quale che fosse la regione d’Italia da cui provenivano, il processo che aveva condotto all’Unità si configurava piuttosto come “conquista regia”, come il frutto di un’abile e spregiudicata politica dinastica condotta nello stile e con i metodi dell’ ancien régime, che la Rivoluzione dell’89 aveva reso per sempre improponibili.”[2]

Passata la tornata dei plebisciti farsa, in cui si chiedeva alle popolazioni dei vari Stati italiani di esprimersi sulle annessioni della loro “patria” al Piemonte e che furono un miscuglio di intimidazioni e brogli; il 27 gennaio 1861 ci furono le elezioni politiche nazionali, indette per eleggere il primo parlamento italiano, stavolta solo pochissimi ebbero diritto al voto, bisognerà aspettare il 1919 per avere il suffragio universale maschile (ai soggetti che avessero compiuto 30 anni o che avesse assolto il servizio militare). La legge elettorale piemontese, risalente al 1848 ed estesa per regio decreto del 10 dicembre 1860 ai territori annessi, riservava i diritti politici ai soli uomini di 25 anni che pagassero imposte dirette di almeno 40 lire l’anno (il che presupponeva un reddito di 3800 euro di oggi, altissimo per l’epoca) e che sapessero leggere e scrivere; ricordiamo che all’epoca quasi l’80% degli italiani era analfabeta e solo nel 1877 la legge Coppino rendeva obbligatori i primi due anni di istruzione elementare rimanendo peraltro, in gran parte, lettera morta tanto che nel 1950 ancora il 15% degli italiani era analfabeta.

Per tutti questi motivi nelle ex Due Sicilie avevano diritto al voto 200 mila persone su circa due milioni di potenziali elettori, solo il 10% quindi, dei quali meno della metà si presentarono a votare per eleggere i 144 rappresentanti; Garibaldi ebbe a Napoli 39 voti. Complessivamente in tutta Italia furono chiamati alle urne 419.846 elettori corrispondenti a meno del 9% di quelli potenziali; così nasceva l' Italia dei Notabili portando con sé un’ambiguità che avrebbe fortemente limitato il senso dello stato nei cittadini della neonata nazione italiana; i liberali, tanto glorificati dall’oleografia risorgimentale, avevano trionfato.

Il nuovo parlamento italiano fu inaugurato a Torino, nel Palazzo Carignano, l’8 febbraio 1861 quando ancora la bandiera delle Due Sicilie sventolava a Gaeta, Messina e Civitella del Tronto; per molti dei suoi membri era la prima volta che uscivano dai rispettivi stati preunitari, era composto di 443 deputati eletti in collegi uninominali e 211 senatori di nomina regia, per far parte della Camera “erano sufficienti in media tre o quattrocento voti, ma c’erano anche coloro che, candidati in collegi con scarsa affluenza di votanti, riuscivano a diventare deputato del Regno con una cinquantina di voti … una cosa era il numero degli eletti ed un’altra quella della loro presenza nelle aule del Parlamento: pochi erano quelli che si sentivano di lasciare le loro case per recarsi a Torino (l’articolo 50 dello Statuto proibiva la corresponsione di indennità ai membri delle due Camere) … al senato erano di solito presenti alle sedute non più di sei o sette senatori. Non molto migliore la situazione della Camera dei deputati…le sedute iniziavano tardi e duravano poco, al massimo qualche ora…per deputati e senatori la redingote nera ed il cilindro erano quasi una divisa…i discorsi erano di solito ampollosi, retorici, di scarsissimo contenuto politico, generalmente venivano letti e talvolta modificati prima di essere pubblicati nei resoconti stenografici. Emerge chiaramente da quei resoconti la inadeguatezza della classe politica del tempo a far fronte ai problemi di una monarchia parlamentare…era un Parlamento in cui le beghe personali, gli odi e le passioni, la lotta di una fazione contro l’altra prevalevano normalmente su ogni altra questione [3].

Vittorio Emanuele II, il 17 marzo 1861, assunse il titolo di Re d'Italia “per la grazia di Dio e per volontà della Nazione” (fu riconosciuto dall’Inghilterra il 30 marzo, prima tra le potenze europee) in aperta violazione del trattato di Zurigo del 10 novembre 1859, seguito ai patti di Villafranca, nel quale all’art. 3 veniva stabilito che “il re di Sardegna non cambierà affatto di titolo, oppure, se tiene a modificarlo, egli non prenderà che quello di Re del reame cisalpino” (cioè dell’Italia settentrionale); il titolo di re d’Italia non era innocuo, conteneva un programma politico: oltre a sanzionare le annessioni compiute, faceva sfumare la speranza di restaurazione dei principi del nord della penisola deposti e si arrogava la sovranità sulle Due Sicilie che venivano cancellate dal novero degli Stati europei, ma metteva pure l’ipoteca sui territori del Papa non ancora usurpati e soprattutto su quelli ancora sotto dominio austriaco[4]. Nel Parlamento il re sabaudo tenne un discorso sui destini d’Italia in cui, goffamente o intenzionalmente, nel ricordare i fasti delle Repubbliche Marinare le citò tutte eccetto Amalfi.

Vittorio Emanuele non ritenne opportuno mutare la numerazione dinastica e continuò a chiamarsi “secondo“ e non “primo” perchè “gli pareva, qualora avesse assunto questo secondo titolo, commettere ingratitudine verso i suoi gloriosi avi” e furono ritirate le proposte parlamentari che proponevano di chiamarlo “Re degli Italiani”. Il siciliano Mariano Stabile così commentava il fatto: “quel secondo nel Vittorio Emanuele è non solo una minchioneria, ma racchiude tutto l’intimo pensiero di cotesto attuale Governo. Si persuadano pure che se non entrano francamente e rotondamente nel pensiero che siamo entrati in un fatto tutto nuovo, e che non deve parlarsi più di Piemonte, né di Napoli, né d’altro, non si andrà innanzi” [5] .

La prima legislatura del “nuovo“ Regno d’Italia si chiamò “ottava“ perché tale era quella del regno sabaudo, Torino rimase capitale e si declassarono quelle degli stati preunitari a sedi di prefettura. La costituzione, le leggi, il codice penale, l’ordinamento giudiziario, le istituzioni pubbliche e il sistema finanziario piemontese furono imposte a tutti i nuovi sudditi [la cosiddetta “piemontesizzazione”]. Alla fine del 1866, su 59 prefetti esistenti, ben 43 erano piemontesi ed il resto emiliani o toscani; anche la toponomastica di strade e piazze fu cambiata e nel Sud toccò a Venafro, il 12 febbraio 1861, la sorte d’essere la prima cittadina ad avere una “Piazza Milano“, in memoria di un battaglione mobile formato da milanesi; seguirono poi le centinaia di piazza Garibaldi, Mazzini, corsi Vittorio Emanuele ecc. ecc.





Vittorio Emanuele II di Carignano



Anche la Germania stava completando il processo di riunificazione nazionale ma con nettissime differenze rispetto a quello dell’Italia: “Anche in Germania ci fu bisogno di un regno - la Prussia – dotato di volontà di dominio e guida degli altri popoli germanici, di impostazione militarista ed ambizioni espansive, né più né meno del regno sardo. Ma, a differenza di quest’ultimo, la Prussia capì che l’unità della Germania -sia pure sotto la sua guida- si poteva raggiungere solo con i tedeschi e non contro di loro. La Prussia, infatti cominciò col promuovere la mobilitazione di tutti i popoli tedeschi contro Napoleone, ma quando i corpi di spedizione degli Stati germanici si presentarono sul campo non li tenne lontani sostenendo che avrebbe fatto “da sé e solo da sé” (come fece Carlo Alberto nel 1848) ma li guidò all’offensiva decisiva. E dopo averli portati al successo per il riscatto dell’indipendenza da Napoleone non approfittò del credito che si era guadagnato avanzando “pretese”, ma si servì di quel “prestigio” per avviare un processo, lungo e faticoso, diretto a “convincere” i tedeschi dell’utilità di uno Stato unito, cominciando con l’adozione dell’Associazione doganale tedesca, una forma di “mercato comune tedesco” che poteva essere primitiva ma assicurava l’immediata percepibilità dei vantaggi dell’unità statuale……..i duri e militaristi prussiani promossero persino quel primo nucleo di unione statale senza ricorrere ad imposizione alcuna, e tanto meno “per decreto” ma scelsero ed adoperarono il metodo della delicata e tenace trattativa finanche con quegli stati che non vollero partecipare allo stesso Zollverein [unione doganale]. Bismark non era meno capace, furbo, cinico, versatile e pragmatico di Cavour, ma mai alla Prussia venne la più lontana tentazione di indire plebisciti di “annessione” alla Prussia degli altri Stati tedeschi, nè il Cancelliere di ferro nè alcun prussiano furono sfiorati dalla tentazione di far pagare agli altri le spese sostenute per mettere su la macchina bellica e quella diplomatica su cui avevano costruito il loro credito e la loro strategia per l’unità della Germania[6]

I Savoia ebbero quindi il Regno d'Italia, ma lo persero ingloriosamente in appena ottanta anni, il 13 giugno 1946, alle 15 e 30, il tricolore con lo stemma sabaudo veniva ammainato dalla torre del Quirinale e Umberto II, l’ultimo re, prese la via dell’esilio pagando colpe non sue. La fallimentare politica sabauda dei suoi predecessori aveva partorito in successione: lo spostamento dell’asse economico al Nord che causò l’emigrazione di milioni di meridionali, fenomeno assolutamente sconosciuto prima dell’unità; la barbara repressione della resistenza duosiciliana, bollata con l’appellativo di “brigantaggio”, una politica fiscale oppressiva con le “tasse dei poveri” (come quella sul macinato), gli stati d’assedio (più di dieci in quaranta anni), le leggi speciali, le patetiche guerre coloniali, la prima guerra mondiale, il fascismo, le leggi razziali, la seconda guerra. Per pura mania di grandezza (ridicola per un piccolo neonato stato) il regno d’Italia mantenne un esercito che, in certi momenti, fu il più numeroso d’Europa, varò una marina da guerra imponente e costruì fortificazioni dovunque, un’incredibile sottrazione di risorse che potevano essere impiegate per elevare il pessimo livello di vita dei popoli italiani. Viceversa il Re si riservò un appannaggio che arrivò a rappresentare il 2% dell’intero bilancio dello Stato, una cifra enorme che nessun sovrano europeo si concedeva.

Subito dopo l’arrivo dei piemontesi la condizione dei contadini, dei pastori e dei braccianti peggiorò: la conquista sabauda fu, infatti, grandemente favorita dai baroni e dai borghesi i quali, trasformatisi in “liberali e unitaristi”, ottennero, in cambio del loro appoggio, non solo la conservazione dei possedimenti ma anche l’acquisizione delle terre demaniali che i piemontesi misero in vendita (spesso sottocosto): i cosiddetti “galantuomini” erano gli unici ad avere la forza economica di acquisirle e così il latifondo si accrebbe, come pure la miseria di migliaia di famiglie rurali private dei secolari ”usi civici” (cioè l’uso gratuito dei terreni demaniali). Ai contadini, che avevano creduto alle promesse degli editti di Garibaldi sulla divisione delle terre e che avevano gridato ”Viva l’Italia, viva Vittorio Emanuele”, fu impedito di opporsi al peggioramento delle loro condizioni di vita, le loro rivolte vennero represse nel sangue perchè, come affermò il Governo Prodittatoriale lucano, il nuovo regime non intende “disgustarsi la classe dei proprietari che sono stati i sostegni veri e precipui del movimento che ha portato l’attuale ordine delle cose “.[7]

A peggiorare la situazione ricordiamo la confisca dei beni della Chiesa, detentrice del 40% delle terre del Sud, che era sicuramente il “padrone migliore” dei contadini perchè di regola si accontentava di un affitto equo e senza scadenza; in questo modo il colono poteva anche riuscire a mettere da parte dei risparmi, cosa che invece raramente era possibile quando dipendeva dai baroni. In Parlamento, invece, il ministro Quintino Sella affermò che la vendita delle terre ecclesiastiche aveva creato 100mila nuovi proprietari ma in realtà, siccome l’imposta fondiaria che gravava sulla terra aumentò vertiginosamente ed era immediatamente richiesta ai nuovi proprietari, gran parte di essi furono subito costretti a cederle nelle mani dei soliti noti; ricordiamo che per una vera riforma agraria si dovranno aspettare addirittura gli anni ’50 del 1900.

Nel 1881, a ben venti anni dall’unità, “solo la metà dei 30 milioni di ettari di terreno a destinazione agricola erano coltivabili e la resa non superava gli 11 quintali di grano per ettaro, contro i 15 che si avevano in Francia e i 23 della Germania. La miseria era tanta e le condizioni di vita spaventose….circa i tre quarti della popolazione era analfabeta, la mortalità infantile era elevatissima…con punte superiori al 10%, in 4.701 comuni sugli 8.258 del Regno i contadini vivevano nelle stalle con gli animali ed in 1178 comuni il pane ed il frumento era considerato un lusso e consumato solo nei giorni festivi o dagli ammalati”.[8] . Alla fine del regime sabaudo, le conseguenze del disastro della seconda guerra mondiale dell’accoppiata Mussolini-Vittorio Emanuele III fecero sì che nel 1951 (dati del censimento ufficiale) solo l’8% delle abitazioni aveva acqua corrente e stanza da bagno.


[1] definizione dello storico Gordon Brook-Shepherd, “Il tramonto delle monarchie”, Rizzoli ,1989

[2] Girolamo Arnaldi, L’Italia e i suoi invasori, Laterza,2002, pag. 179

[3] Mario Pacelli, op. cit.

[4] Umberto Pontone in “Due Sicilie” del marzo-aprile 2003

[5] riportata da Rosario Romeo, Il Risorgimento in Sicilia, Laterza, 2001, pag. 375

[6] Aldo Servidio, L’imbroglio nazionale”, Guida , 2002

[7] riportato da Tommaso Pedio, Brigantaggio meridionale, Capone, 1997

[8] Mario Pacelli, op. cit.








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