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Fonte:
http://www.ddev.it/
 
L. Riall 

La Sicilia e l’unificazione italiana. Politica liberale e potere locale (1815-1866) Einaudi, Torino, 2004, pp. 292.

Lucy Riall analizza le complesse  vicende storiche della Sicilia negli anni  che dalla “restaurazione”, attraverso  l’unificazione italiana, giungono alla  drammatica frattura rappresentata dalla  rivolta palermitana del 1866. 

Punto di partenza dell’itinerario è il  1815, momento in cui il governo borbonico  di ritorno a Napoli dall’esilio, manifestò  la sua intenzione di mantenere in  vigore le innovazioni del “decennio francese”  nel quale «gli amministratori napoleonici  avevano cominciato a costruire  uno Stato centralizzato e burocratico».

La politica “modernizzatrice”  dei Borboni fu più decisa proprio in Sicilia  dove, mirando tra l’altro a sradicare  la tradizione “separatista”, incontrò  «fiere opposizioni». 

L’autrice punta poi l’attenzione  sull’economia siciliana del primo Ottocento,  che «si basava essenzialmente  sulla campagna, al cui interno esistevano  zone assai diversificate quanto a sistemi  di coltivazione, livelli di commercializzazione,  forme di proprietà terriera  e struttura sociale» (p. 45); vengono  evidenziati particolarmente i vari ma  controversi segnali di crescita e i rapidi  cambiamenti che avevano cominciato a  interessare il latifondo, innescati soprattutto  dall’abolizione, nel 1812, della  feudalità.

Il conflitto tra fazioni all’interno  delle comunità rurali viene  individuato poi come momento nel quale  emersero le nuove élites; «la politica  dei Borboni – dunque - scatenò un processo  di cambiamento politico e sociale  che alla fine indebolì non solo le élites  tradizionali ma anche il governo centrale » (p. 71) e che fu tra le cause della  “rivoluzione” del 1859-60. 

Il secondo capitolo inizia con la  constatazione che «dopo la repressione  delle rivolte del 1848, in Sicilia il governo  borbonico non recuperò mai piena-  mente la sua autorità» (p. 74).

L’aggravarsi  della situazione siciliana, nel  1859, coincise con le gravi difficoltà del  Regno delle Due Sicilie (diplomatiche,  finanziarie e di «legittimità»); «in questa  situazione di generale crisi politica e  finanziaria e di crescente malcontento  politico e popolare … nel marzo del  1860 a Palermo venne organizzata una  cospirazione rivoluzionaria, guidata dal  giovane mazziniano siciliano Francesco  Riso e della quale facevano parte esponenti  della nobiltà e della borghesia  palermitane» (p. 79).

La rivolta travolse  gli apparati del governo borbonico con  gravi conseguenze: «l’attività economica  e il commercio erano in ginocchio … con  l’occupazione di Palermo da parte di  Garibaldi le agitazioni contadine per la  terra invece di diminuire, aumentarono» (p. 88). 

La dittatura di Garibaldi «puntò a  unire la popolazione attorno all’iniziativa  nazionale», varando riforme “popolari”  e avviando processi di “normalizzazione”,  ma si trovò ad affrontare molti  dei problemi che avevano causato il  crollo del governo borbonico; della crisi  della dittatura garibaldina beneficiarono  i liberali piemontesi che riuscirono a  sconfiggere la leadership “democratica”  nella battaglia sull’annessione dell’Isola  al Piemonte. 

L’autrice prosegue la trattazione -  in un itinerario che mette in continua  relazione le evoluzioni del quadro politico  nazionale e il “potere locale” - esaminando  le politiche di centralizzazione  operate nell’Isola durante il governo  della “Destra Storica”.

Esse andarono  incontro ai medesimi fallimenti delle  politiche garibaldine, che divennero  evidenti durante gli anni del «crollo  dell’autorità», che Lucy Riall fa iniziare  con il ritorno di Garibaldi in Sicilia per  preparare il tentativo di conquista  militare di Roma (1862) e ritiene conclusi  con l’arresto dei responsabili della  rivolta del settembre 1866.

Durante  questo periodo, «il governo condusse in  Sicilia una serie di operazioni di ordine  pubblico, utilizzando metodi analoghi a  quelli della cosiddetta “guerra al brigantaggio”» (p. 179).

Particolare attenzione  viene dedicata, dunque, al tema  della «mancanza di consenso» da parte  del governo. 

L’autrice conclude:  È senz’altro fuorviante suggerire, come  sembra aver fatto Rosario Romeo, che il  fallimento della politica liberale in Sicilia non  sia addebitabile a errori del governo.

Il desiderio  di Cavour e dei suoi successori di avere  in ogni modo la meglio sui loro oppositori  politici e la paura che essi ebbero della protesta  sociale e politica li orientò verso una  linea di conservazione dello status quo in  Sicilia.

In pratica, ciò impegnò i liberali a  sostenere quei gruppi che avevano meno da  guadagnare dal governo liberale, e a tenere in  piedi nelle campagne siciliane un ordine  sociale instabile e segnato dalla violenza. 

Come indicò Gramsci, il nuovo governo si  legò così a un’alleanza politica della quale  non poteva che trarre scarso profitto.

Il risultato  fu che nella Sicilia postunitaria il sistema  burocratico piemontese, che prima del  1860 aveva tratto la sua legittimità dalla  capacità di garantire l’ordine sociale, venne  reso meno efficace dalla resistenza oppostagli  da una popolazione animata dal risentimento  (pp. 263-264). 

F.D.                    








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