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Fonte:
http://old.lapadania.com/

SIAMO TUTTI NELLA STESSA PRIGIONE

di Gilberto Oneto
 

Uno dei ritornelli più fastidiosi che ci sentiamo ripetere ogni volta che parliamo di indipendenza padana sostiene che il Risorgimento sia stato opera di settentrionali, che l’unità ce la siamo voluta noi e che perciò ce la dobbiamo sugare fino in fondo.


E’ sicuramente vero che i personaggi più in vista, i cosiddetti “padri della patria“, erano - ahinoi - di queste parti: Vittorio, Cavour, Mazzini e Garibaldi erano tutti prodotti di questa terra, un po’ scadenti ma nostrani.


E hanno anche ragione i Meridionali migliori a incazzarsi per quello che è stato fatto, per l’occupazione militare del Sud, per quei mille sciagurati che erano in gran parte bergamaschi e bresciani.


Hanno mille ragioni per le canagliate dei Nino Bixio e dei Cialdini, per le porcate dei campi di sterminio come Fenestrelle, per la distruzione della loro economia, per il doloroso corollario di oppressione e di miseria che ha costretto in mezzo secolo all’emigrazione un quarto della popolazione totale delle Due Sicilie.


Ma attenzione: i nostri popoli hanno subito le stesse oppressioni, gli stessi massacri (a Genova, a Torino, nelle Legazioni, eccetera), hanno pagato l’unità con la stessa moneta di miseria, guerre, pellagra ed emigrazione.


Decine di migliaia di nostri ragazzi sono stati mandati al Sud a fare una guerra che non capivano, contro gente che non gli aveva fatto nulla: solo oggi, dopo più di un secolo, vengono fuori le prime dolorose verità su quel periodo di vergogna e si cominciano a conoscere non solo i massacri e le canagliate contro i resistenti meridionali ma anche le sofferenze dei coscritti padani, il numero enorme delle diserzioni, dei suicidi e dei passaggi fra le file degli aggrediti.


Il più noto esempio finora noto è quello del biellese Carlo Antonio Gastaldi ma cominciano a venire fuori i nomi di tanti altri che si erano ribellati all’ignobile compito cui erano forzati.


In quella sporca guerra gran parte dei peggiori nemici dei Meridionali era però composta da loro compatrioti: Liborio Romano (che aveva promosso i camorristi alla funzione di poliziotti) era napoletano, il generale Ferdinando Pinelli (massacratore di contadini inermi e decorato di medaglia d’oro dai Savoia per questa sua attività di macellaio) era romano,


Giuseppe Pica (l’inventore della famigerata “legge ammazzabriganti” che aveva legalizzato lo sterminio, che autorizzava la formazione di “polizie private“, gli “squadriglieri” organizzati dalle peggiori consorterie mafiose) era dell’Aquila, i peggiori aguzzini della loro gente erano i volontari locali, come “cavalleria nazionale” del pugliese Davide Mennuni, o la Guardia Nazionale, nella quale brillavano fior di delinquenti come il capitano avellinese Michele Tagle che addirittura estorceva soldi alle sue vittime.


Ma gli stessi ideologi dell’unità e del centralismo oppressivo con cui è stata realizzata erano in larga parte meridionali. Dietro la facciata dei più noti “padri della patria” settentrionali (in realtà una banda di babbei scriteriati che non sapevano bene quello che facevano, o che erano spinti da ambizioni indecenti o da deviazioni patologiche) si muoveva una pletora di furbi intellettuali provenienti dall’Italia propriamente detta.


Come ha sottolineato Denis Mack Smith, lo svolgersi dei fatti storici era stato fortemente influenzato dall’azione degli esuli napoletani “piemontesizzati” e ormai estranei al paese, che “alimentarono la rappresentazione negativa del Sud con le loro continue denigrazioni durante il soggiorno a Torino“.


Si sarebbe addirittura più avanti arrivati al più bieco razzismo di un siciliano purosangue come Alfredo Niceforo che teorizzava la inferiorità biologica dei Meridionali. L’aspetto più paradossale in questa fosca pagina di storia è proprio che i teorizzatori hegeliani dello Stato etico, che ha generato l’invasione del Sud, non erano piemontesi, bensì meridionali:


Il gruppo dei cosiddetti “settari napoletani” che nel Parlamento aveva propugnato il peggior centralismo era formato (oltre che da alcuni dei personaggi già citati)


Non serve poi ricordare che il progetto oppressivo nazionale sia stato definito nei suoi più tristi dettagli dall’agrigentino Francesco Crispi, garibaldino, massone e macellaio. Il peggiore centralismo ha poi sempre trovato nei burocrati meridionali (che si sono con fulminea rapidità impossessati della macchina dello stato unitario) e nei politici meridionali i suoi più fedeli paladini: gli stessi che anche oggi sembrano essere i meno sensibili a ogni riforma.


Qualche meridionalista ha cercato nell’originaria aggressione piemontese l’alibi per tutti i successivi decenni di sfruttamento delle risorse settentrionali e - oggi - per la negazione delle aspirazioni padane alla libertà. Altri vi cercano capziose giustificazioni per atteggiamenti di vero e proprio razzismo antipadano.


Così non fanno che rafforzare un cerchio di incomprensioni e di ingiustizie di cui tutti siamo stati e siamo vittime. E’ molto più costruttivo sul piano politico e apprezzabile su quello morale l’atteggiamento dei Legittimisti meridionali che vogliono rimediare a una follia storica che ha fatto del male a tutti.


Non serve cercare chi ha costruito il carcere, ma chi ci tiene dentro. Non serve neanche cercare labile sollievo trasformandosi in carcerieri e infierendo sugli altri detenuti. La catastrofe risorgimentale ha imprigionato tutti: per abbattere le mura del carcere serve la spinta di tutti. Poi ognuno se ne torna libero a casa propria.








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