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Fonte:
http://temi.repubblica.it/

L’ultimo treno che viene dal Sud

di Angelo d’Orsi

15 Dicembre 2011


Cinque notti fa è partito l’ultimo convoglio Torino-Palermo. Dopo mezzo secolo di onorato servizio, è stato soppresso, come tutti i convogli dell’asse Nord/Sud. Un gesto assurdo, persino volgare, che in nome della riduzione dei costi non solo ha tolto un servizio essenziale all’utenza, ma ha dato uno schiaffo alla “coesione sociale”, a vegliare sulla quale ora addirittura abbiamo un ministero.

Hanno cancellato, soprattutto per i ceti meno abbienti, la possibilità, per di più nell’imminenza delle festività di fine anno (una vera crudeltà) di “tornare al paese”, di andare a fare scorta di caciocavalli e salumi, della tanica d’olio (di quei pochi ulivi sopravvissuti al forzato abbandono della terra), di vino “genuino” della vigna, di pane fatto in casa, dei giocattoli ricevuti in dono per il Natale dai bambini. Certo, ci dicono gli orari ferroviari, sarà sempre possibile raggiungere Bari da Milano: cambiando a Bologna, e Palermo o Napoli da Torino, cambiando a Roma. Con i pacchi,le valigie, gi indumenti invernali…; me le vedo quelle famiglie stremate, che corrono da un binario all’altro, per acciuffare il loro treno, pregando la Madonna di non mancarlo. Ma questo è un crimine. Ce ne rendiamo conto? E ci hanno anche detto che tutto ciò era necessario per abbattere i costi. Menzogna.

Dai sindacati apprendiamo che i treni notte trasportavano in un anno circa un milione e mezzo di passeggeri. Il fatto è, a quanto capisco, che i fondi pubblici riversati su Trenitalia, ora sono dirottati sull’“alta velocità”, i cui prezzi praticati alla clientela continuano a lievitare: ma tanto, si ragiona negli uffici commerciali dell’azienda, quello è un pubblico in grado di pagare, o perché abbiente, o perché gran parte di esso viaggia a spese di ditte, imprese, istituti. Per gli altri sono rimasti i treni regionali: mettendone una dozzina una dopo l’altro, si può continuare a percorrere la Penisola da cima a fondo, in definitiva. Perché allarmarsi? Perché protestare? In effetti il pubblico, nella sua grande maggioranza, tace, inebetito o assorto nei suoi privati gravi problemi, quelli della sopravvivenza, detto in una sola parola. E la scomparsa dei collegamenti ferroviari Nord/Sud non sembra cosa grave. E, rimaniamo in silenzio, o ci accontentiamo di esercitare il diritto al mugugno, più che mai sotto ricatto per via della “Crisi”, il grande Moloch che richiede ogni giorno veri e propri sacrifici umani.

Se la battaglia contro il treno “ad alta voracità”, che dovrebbe devastare la Val di Susa, recando benefici solo a un pugno di capitalisti, e addossando ai contribuenti la maggior parte dei costi, è in corso, e non credo finirà, lo si deve, anche, forse, al fatto, che è più facile, per così dire, combattere per impedire la creazione di qualcosa (di negativo), piuttosto che per evitare l’eliminazione di qualcosa (di positivo). Le circostanze sono favorevoli nel caso negativo, più difficili nel caso positivo; ossia lottare contro è più semplice, come messaggio politico, che lottare per. Inoltre, là la lotta è concentrata in uno spazio delimitato, nel quale le popolazioni, le vittime designate dello scempio-Tav, si riconoscono, si possono mobilitare, si possono facilmente organizzare contro le truppe di occupazione.

Quanto all’altra faccenda, l’abolizione dei treni notte, dei collegamenti diretti Nord/Sud, diciamolo, a chi interessa? Eppure, questa battaglia in realtà, come quella contro il Tav, è una battaglia di democrazia: perché va nell’interesse di tutti, o della stragrande maggioranza della popolazione. Ed è una battaglia da farsi in nome della difesa dei beni pubblici, per riaffermare anche innanzi tutto che i trasporti, come la sanità, l’istruzione, e le comunicazioni (dalle poste ai telefoni, che non a caso erano di proprietà pubblica, prima) costituiscono servizi per la cittadinanza, e non possono essere considerati nei termini di costi e profitti.

E vogliamo parlare di quel migliaio di lavoratori che verranno licenziati? O, in parte, “ricollocati” in altre aziende del Gruppo (a fare che?): ma questa possibilità vale solo per i dipendenti delle Ferrovie dello Stato (perché il Gruppo debba ancora chiamarsi così, poi…), e tutti coloro che lavoravano per le società addette ai servizi? Per loro nessuna pietà. A casa. Non importa l’età, la condizione, lo stato di famiglia. Tutti a casa. E il ministro della coesione? E la ministra del welfare? E il ministro delle infrastrutture e trasporti? Beh, loro sono occupati a dire che bisogna fare l’alta velocità, che i sacrifici sono per tutti, che i servizi devono essere in pareggio. Ma dimenticano gli stipendi dei supermanager: a cominciare dall’ultralodato Moretti. Vogliamo dirla tutta? Questa è l’ennesima sua infamia. Un’infamia che assume un peculiare sapore in questa congiuntura storica e politica. Spezzare l’unità nell’anno delle celebrazioni dell’Unità: ecco come leggo io questa scelta dissennata. E dividere orizzontalmente, oltre che verticalmente, il Paese, aumentando le distanze tra ceti agiati e ceti disagiati. Divisione geografica, divisione sociale.

E, così, impietosamente, gettare fra i detriti un pezzo di storia importante, come il Treno del Sole. Solo chi non ha mai fatto quel tragitto notturno, sia nell’andata sia nel ritorno, non può capire il significato e il valore di quella nostra Transiberiana. Solo chi non ha visto gli assalti di una marea umana, che lanciava i ragazzi dai finestrini per far occupare i posti migliori (le prenotazioni erano cose rare e da ricchi), quegli enormi scatoloni di cartone, le valige chiuse con lo spago, i fiaschi e le taniche…; solo chi ha visto da testimone partecipe quel film, può capire di cosa sta parlando. Viaggi lunghissimi, defatiganti, nella calura di fine luglio, o nel gelo di Natale; negli scomparti a otto posti, di seconda classe, si creava una coesione umana strepitosa. Racconti di campagna e di officina, offerte di mandarini e arance, panettoni condivisi (ricordo un 31 dicembre tornando dal Sud, in cui tutti i miei compagni di viaggio, occasionali – ero solo, ragazzo – avevano lo spumante e il panettone, e mi costrinsero ad assaggiarne da ogni bottiglia, ma in modo protettivo e affettuoso), salami affettati sul momento e offerti, quasi cacciati a forza tra le dita, che si ungevano irrimediabilmente, ma si potevano pulire sul pane “casereccio”, anche quello prodotto di un Sud che tornava al lavoro nelle officine e negli uffici della Fiat e dintorni.

Romanticherie fuori tempo massimo? Forse. Ma quel treno era l’Italia unita, che finalmente usciva dalle ristrettezze del primo dopoguerra, e si avviava sulle strade del “miracolo”, che non fu solo economico, fu sociale, culturale, antropologico. “Quel treno che viene dal Sud”, cantò in una bellissima canzone gonfia di sentimenti e di retorica Sergio Endrigo, cogliendo bene il significato di una vera e propria istituzione che è stata un simbolo e uno strumento di una identità in costruzione dell’Italia. E ora, per chiudere armoniosamente il Centocinquantenario, l’abbiamo messa a morte. Disfatta l’Italia, ora possiamo provvedere a disfare gli italiani. Questo è un piccolo, ma importante passo.

(15 dicembre 2011)









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