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ANNO X NUMERO 191  PAG X     IL FOGLIO QUOTIDIANO     SABATO 13 AGOSTO 2005

MEZZOGIORNO DI KIHLGREN

Storia esemplare di un borgo abruzzese e del suo "ri-creatore" per caso

di Marco Palombi

Tra le cose che piacciono a Daniele Kihlgren ci sono le unghie dipinte (specialmente quelle delle mani, ma senza dimenticare i piedi), i cani, l'Abruzzo, i viaggi e "tutto ciò che è buono e contemporaneamente malato". Lui, che trentottenne milanese sans frontières, terzogenito di famiglia svedese da una parte, bergamasca dall'altra, che l'ultima e probabilmente non definitiva metamorfosi ha portato a Santo Stefano di Sessanio, meraviglioso borgo dell'Abruzzo forte e gentile dove, grazie a quattro milioni e mezzo di euro, sta sovvertendo i principi dell'attività alberghiera tentando di guadagnare a partire dal principio che meno si costruisce e meglio è, più si restaura e si spende in cultura più si riavrà non solo nel regno dei cieli, ma anche in quello di sua maestà Elisabetta II.


E infatti gli inglesi stanno arrivando in Abruzzo di corsa, cercando la solitudine e il pittoresco che in Toscana non vedono più e lui, K., quando fra qualche settimana aprirà il suo albergo, ne avrà a decine, visto che la stampa britannica già fa la fila per descrivere "la meraviglia” Santo Stefano di Sessanio e il suo padrone, un tipo quasi italiano.


Tutto sommato niente spiega meglio il volo abortito verso lo sviluppo del Mezzogiorno italiano che una storia come questa, in una zona che non ha mai conosciuto il miracolo industriale si ricicla senza complessi nell'offerta di servizi e bellezza, arrivando seppur in ritardo nell'universo postmoderno.


Pare che l'Abruzzo riuscirà a passare dalla barbarie alla decadenza senza sfiorare nemmeno la civilizzazione (qualcuno profetizzò che fosse il destino degli americani, forse ci avrà ripensato).


A vederlo con occhi mediterranei K. e il tipico semivichingo: capello corto e biondastro, l'occhio che rimanda alla desolata azzurrità d'un ghiacciaio, l'iperattivismo di uno cresciuto a pane e etica del lavoro. Già la camminata, però, caracollante come quella d'un terzino brasiliano, lascia intravvedere la distanza tra ciò che sembra e ciò che è.


Poi, quando lo senti parlare di sé, non hai più dubbi e ti ritrovi in una sorta di racconto beat tra puttane più cattive che buone, botte più prese che date, esotismo un po' naïf, dosi rabbiose, corpi in disfacimento, compagnie sempre più improbabili e qui e là qualche fidanzata sofferente: "Le ho massacrate tutte. Io le avverto: non mi lego, non duro, dopo il momento dell'ebbrezza iniziale mi rompo i coglioni.


Quando finisce però diventano mie amiche". Ha fatto eccezione il grande amore della sua vita, Clementina, un bulldogg morto due anni fa: "Capiva tutto, mi dominava con la sua superiorità. Ed era il mio metronomo sentimentale: mordeva tutte le donne con cui avevo relazioni esclusivamente sessuali e legava subito con le innamorate".


E ora l'eccezione, ma tutta mentale e per così dire unilaterale, si chiama Maria Nazionale, una neomelodica napoletana che, preso atto della sua immensa popolarità, in un'intervista che K. ebbe modo di vedere spiegava d'aver deciso di segnare la distanza dai suoi colleghi partenopei a partire dal nome, divenendo, appunto, Maria Nazionale: "Insulto alla crepuscolare e decadente sensibilità del giovane Kihlgren. Insulto che mi ha condannato ai frenetici atti che mi stanno consumando, lentamente, il midollo" (per la cronaca, i frenetici atti si svolgono in camera di K. mentre la musica di Maria Nazionale, per così dire, riempie l'aria di elettrica sensualità mediterranea).


La famiglia di K. sembra uscita da una saga borghese alla Thomas Mann e se fossero i Buddenbrook lui sarebbe Hanno, l'esito estremo del sovvertimento dei valori borghesi, moribondo per eccesso d'anima. Il nonno di K., figlio di un pastore protestante, imprenditore della cellulosa con un allergia per i finanziamenti pubblici, portò la Ericsson in Italia e fu console svedese a Genova durante il fascismo.


Ora ha un albero col suo nome nel Giardino dei Giusti a Gerusalemme per aver salvato decine di ebrei facendoli espatriare verso gli Stati Uniti. Suo padre Bertil, nato in Italia nel 1926, partecipava all'impresa di famiglia ma ebbe sempre più interesse nella bottiglia.


Sposò una Milesi, rampolla d'una solida famiglia di industriali bergamaschi del cemento. Non durò a lungo: sbronzo, Bertil tendeva non solo ad assomigliare in maniera impressionante al Jack Nicholson di Shining, ma anche a metterne in pratica i com portam enti, cosa spiacente a sua moglie e ancor più alla di lei madre, che lo fece arrestare.


La separazione arrivò nel 1968, che il nostro aveva due anni. Strascichi: ancor oggi la signora non riesce a guardare il film di Kubrik. Bertil Kihlgren, per parte sua, se n'è andato qualche anno fa, quando ne aveva settanta, col fegato spappolato come voleva Vasco Rossi, ma tranquillo: "Non gliene fregava un cazzo, gli ultimi giorni ha fatto un po' il cretino con un'infermiera orrenda, poi ha smesso di parlare e s'è spento".


"Non soffrendo il bisogno, una persona tende a perdersi in se stessa". Potrebbe essere il riassunto dell'adolescenza precoce e lunghissima di K.: facilitato dalla situazione familiare che gli regala presto l'indipendenza, comincia a frequentare una banda di ragazzini, "Gli scheletri", si fa espellere da una scuola di preti, poi il liceo prima al Parini, infine al Leonardo da Vinci, anno 1980: "Erano tutti di sinistra, tutte zecche, solo il figlio del bidello stava in giacca e cravatta. Allora mi mettevo a parlare del Duce, poi improvvisamente sono passati tutti dall'altra parte".


Nella vita di K. ci sono due svolte. La prima arriva a 18 anni, quando se ne va in Inghilterra a imparare l'inglese e invece conosce la droga, l'epatite C e l’Hiv: in quasi vent'anni di sieropositività non s'è mai curato, ma ha una carica virale prossima allo zero e nessuno sa perché; gli unici sintomi che si porta dietro, anche se ultimamente la situazione va migliorando, sono stanchezza cronica e incapacità di lunghe concentrazioni ("non riesco a leggere un libro intero da dieci anni").


Tornato in Italia, si iscrive all'Università di Napoli: "Non volevo stare a Milano e scelsi di iniziare a studiare in una città estrema". Abitava nei bassi dove c'era "tutto il ventaglio sociale”, tipo “Concettona, una cicciona assurda che gestiva un clan e mi faceva mangiare frutti di mare mai visti neanche al museo".


Dello stesso periodo è un viaggio in macchina da Milano ad Akabat, in Giordania, passando per i Balcani e la Turchia. Ci ha messo otto mesi e una volta in Giordania K. s'è improvvisamente reso conto che non vedeva una donna generosamente scoperta da almeno centottanta giorni.


Soluzione: andare al mare in Israele. Il mezzo scelto per arrivarci è una barca a remi, il punto di approdo Eilat, unico porto israeliano sul Mar Rosso. Per capirci, quello il cui blocco scatenò la Guerra dei Sei Giorni. E' ancora incerto il motivo per cui i soldati della motovedetta che lo intercettò non lo fecero saltare in aria con la sua barchetta: forse perché nessun terrorista andrebbe a Eilat in pieno giorno a remi. Fatto sta che, arrestato, l'intruso fu espulso dopo tre giorni di carcere.


Prima di perdere ancora la strada per poi ritrovarla, K. ha fatto in tempo a tornare a Milano, iscriversi alla Statale, laurearsi in filosofia e cominciare a frequentare una scuola di specializzazione. Insomma la vita scorreva tranquilla se non pacificata, quando uno dei suoi due fratelli, Edoardo, più grande di un paio d'anni, "probabilmente il più regolare di noi”, muore dopo un mese di coma per un'overdose da eroina.


Era il 1° luglio 1994. Adesso esiste un'associazione "Amici di Edoardo", gestita dalla madre, che "organizza corsi di formazione e eventi culturali nella periferia milanese collaborando con Don Rigoldi, uno di questi preti alternativi... una roba da chi vive in centro".


La vita di K. prosegue per un po' senza capo né coda: un pomeriggio di quello stesso 1994, a Londra con una fidanzata, se ne va da solo a Soho in cerca di locali equivoci: "Mi piaceva non tanto il porno, quanto lo squallore: mi piacevano i muri scrostati, la decadenza".


Una questione di soldi con un negrone gli procura una pesante scarica di botte. Alla ragazza racconta di essere caduto sbattendo contro il marciapiede: "Lei ci volle credere, a volte la realtà è un mostro troppo orrendo”. La realtà, però, era diventata un mostro troppo orrendo anche per lui. K. fugge da Milano e stavolta la destinazione è la meno scontata: Spoltore, Pescara, Abruzzo. L'idea era starci qualche mese con la scusa di gestire alcuni terreni agricoli acquistati dai cementifici Milesi, ma in quel podere dieci ettari di vigna, 3 di ulivi e altri 10 di seminativi  ci sta da più di un decennio e l'ha trasformato nella fattoria degli animali: un asino, polli invecchiati, galline libere, cavalli in autogestione.


A Santo Stefano di Sessanio, la vera ragione di questo racconto, K. ci arriva un pomeriggio di sei o sette anni fa, in moto: "E fu una folgorazione". Questo borgo arroccato ai limiti del Gran Sasso, dall'alto, ha la forma d'una chiocciola e le strade si avvitano attorno e all'interno delle case, sparendo in brevi gallerie o uscendo alla luce in inaspettate, deliziose piazzette.


Per il resto, in quello che dovrebbe essere un paesino di montagna, ci si incanta a camminare tra archi, portali, eleganti logge o sorprendenti e vagamente terrorizzanti ornamenti tardomedievali, mentre tutt'intorno, a ogni passo, incombe per poi apparire all'improvviso la montagna abruzzese, dura e bellissima.


La causa di questa meraviglia è semplice: la povertà. Il borgo, spopolato da un’immigrazione che non ha conosciuto ritorni, s'è risparmiato quell'orrenda miscela tra abusivismo fai da te e nequizia delle pubbliche amministrazioni che ha devastato i paesi vicini.


La marginalità, l'abbandono, la distanza dalle direttrici del commercio hanno salvato, se non il reddito del centinaio di abitanti che restano, certamente l'incredibile bellezza di Santo Stefano. E la bellezza è la chiave di tutto: Daniel Elof Kihlgren s'è innamorato della regione in cui vive e questo borgo, che sembra nascere dal nulla a più di 1.200 metri d'altezza, è la sua idea dell'Abruzzo e forse anche dell'amore.


Fin dall'inizio, probabilmente prima ancora di capire il perché, ha cominciato a comprare case: in sei anni ha messo insieme un quarto del paese, quattromila metri quadrati che adesso sono diventati quello che gli esperti chiamano "albergo diffuso" (un hotel che ha una struttura centrale e per il resto è disseminato per le case del paese).


K. ha capito subito che il borgo, il suo oggetto d'amore, era perfetto così: non andava cambiato, ma solo spolverato e restituito al mondo. Farlo ha richiesto forse più tempo e fatica del previsto, perché tutto a Santo Stefano di Sessanio è stato restaurato fedelmente, recuperando ogni cosa che potesse avere un valore e utilizzando materiali compatibili per ciò che è stato necessario sostituire, anche a costo di fermare i lavori per qualche tempo pur di trovare quella particolare varietà di pietra, quel pezzo d'arredamento.


"Essere il più conservativi possibile" è stato l'unico comhttp://www.ilfoglio.it/andamento della truppa Kihlgren e "il possibile" è un concetto che è stato esteso fino a territori allora inesplorati: fino a firmare col Comune una "Carta dei valori" in cui si dice chiaramente che a Santo Stefano non si può più costruire; fino a proporre al sindaco di pagare il doppio degli oneri concessori pur di far sparire i cosiddetti "detrattori architettonici" (lampioni, panchine, tutti gli ammenicoli che siano da considerare dannosi alla "magica dialettica che nei casi migliori si instaura tra patrimonio ambientale e urbanistico"); fino a girare l'Abruzzo per mesi acquistando da privati e perfino da chiese le centinaia di metri di lenzuola  di quelle che si mettono nei corredi e passano di madre in figlia  che costituiscono la sola biancheria dell'albergo; fino a prendere in prestito da un museo e restaurare un telaio tradizionale per poter cucire le tipiche coloratissime sopracoperte abruzzesi che si trovano in ognuna delle 55 camere (si possono anche comprare, a poco meno di 800 euro); fino a stringere rapporti coi più piccoli produttori di cibo della zona  dai biscotti al miele, dal pane alla pasta  e poter sfoggiare agiusto titolo l'etichetta "cucina locale"; fino a mettere su un vigneto con un grande produttore abruzzese, Gianni Masciarelli, un altro maniaco dell eccellenza nel mercato invaso dal buon vino a basso costo proveniente dall'estero.


Alla fine questa è una storia d'amore e il turismo ne è solo il pretesto, la condizione necessaria ad appagare il desiderio parasessuale dell'imprenditore: "Continuare a studiare, creare o ricreare un ambiente". E infatti, K. fino a qualche tempo fa non aveva un consulente pratico di attività alberghiera però era circondato da ricercatori del Museo delle Genti d'Abruzzo, non aveva idea di quanto sarebbe costato pernottare nel suo albergo ma si consolava col pensiero che “comunque il conto patrimoniale sta in piedi, anche se fallisco le case restano di mia proprietà" (ed è vero: il valore degli immobili in cinque anni è raddoppiato).


Lui e i suoi sono convinti che "oggi c'è una richiesta di autenticità" e l'Abruzzo è "la Toscana di quand'ero bambino", prima che la si prostituisse "per guadagni di breve periodo".


E' seguendo questi pensieri che K., con l'aiuto di un architetto appassionato  Lelio Di Zio  e una buona dose di high tech, ha ricreato un luogo che e più vero dell’originale, detto senza cattiveria una sorta di Disneyland del turismo ecocompatibile e dalle tasche generosamente rigonfie.


Botteghe artigiane (cinque, da aprire insieme all'albergo) , utensili, saponetteria e perfino cerimonie tradizionali. Tutto doc perché "le culture materiali delle genti d'Abruzzo" sono la vera fissa di K.


E a quanto pare in molti trovano affascinante questo rapporto quasi erotico tra imprenditore e territorio: Legambiente ha organizzato a Santo Stefano parecchi convegni, il Washington Post e il Times di Londra  per non citarne che due  hanno dedicato al progetto una paginata.


Il nostro eroe, da parte sua, si lascia massaggiare l'ego dall'interesse che suscita e continua nella missione scoutistica di lasciare il mondo migliore di come l'ha trovato. Anche prendendo strade traverse, tipo organizzare un convegno sulla Shoah o ospitare un'orchestra.


Perché? "Contro il destino di questi borghi, che è perdersi nello pseudofolclorismo, organizziamo eventi assolutamente tradizionali oppure cose che non c'entrano un cazzo, tipo un concerto di Bach” 









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