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Fonte:
http://www.rivistaindipendenza.org/ - 28 marzo 2006
Lo scritto sarebbe dovuto uscire per la versione cartacea di "Indipendenza" (n. 19).
Ragioni di spazio non lo hanno reso possibile.
Data la rilevanza contiamo comunque di tornare sull'argomento.

 LA MISTIFICAZIONE DELLA DEVOLUTION

di Angelo Ruggeri

Il tema della cosiddetta devolution non è stato certo tra quelli in primo piano, stante la sua rilevanza.  Centrosinistra e centrodestra si sono contraddistinti nell’irretire l’elettorato con partiti, liste e “duelli” ad personam, riducendo la democrazia al puro e semplice atto del voto e all’esercizio illusorio in quel solo giorno della sovranità popolare. A ben vedere il centrosinistra, nonostante l’impegno per la raccolta di firme per il referendum possa far pensare il contrario, ha fatto di questa solo una battaglia strumentale di schieramento, eludendo i contenuti reali della revisione costituzionale imposta dal centrodestra. 

Farlo, infatti, avrebbe significato mettere in discussione gli assi della strategia di “riforme istituzionali” e della relativa concezione di “modernizzazione” assunta e portata avanti sia prima della propria devolution di revisione costituzionale varata nel 2001, nonché dopo con la cosiddetta “bozza Amato”, cioè le proposte per la riforma della Costituzione approvate nel dicembre 2003 dal coordinamento dei segretari dei partiti del centrosinistra, e lo stesso “programma elettorale” dell’Unione, i cui contenuti (“premierato”, “Senato federale”, “federalismo fiscale”) non si discostano da quelli approvati nel 2005 dal centrodestra. Perché ciò che la “sinistra”, come la Lega, enfatizza come “devolution”, è in realtà una riforma autoritaria del sistema di governo. 

Le norme costituzionali prevedono infatti un “rafforzamento dell’esecutivo” ed un “governativismo centralistico” su cui in realtà concorda quello stesso centrosinistra appoggiato dalla frazione dominante del capitalismo italiano: Carlo De Benedetti, UniCredit e San Paolo-Imi ed i soci azionisti di quel Corriere della Sera il cui direttore, Paolo Mieli, con l’editoriale dell’8 marzo, ha sfilato la maschera dell’“indipendenza” esprimendosi apertamente per la ricostituzione dell’asse tra centrosinistra e poteri forti. Un’asse che fu protagonista delle privatizzazioni degli anni ’90, con Draghi –detto l’amerikano– non più al ministero del Tesoro, come nei governi Amato, Ciampi, Berlusconi, Prodi e D’Alema, ma direttamente a Banca d’Italia.

Il centrosinistra –“antiberlusconiano” ma non “anticapitalistico”– spaccia infatti come “devolution” un antiautonomistico e antiparlamentare accentramento e rafforzamento dell’esecutivo e di tutti i vertici istituzionali (locali, regionali e “nazionali”). Si dice in inglese ciò che è desunto dal nostro latino devolvo per non far capire agli italiani che trattasi di esclusiva “ripartizione” di funzioni solo amministrative tra vertici di Stato e di Regioni, con un rafforzamento del governativismo centralista e la subordinazione di cittadini e territorio sociale. 

Tutto ciò si contrappone alla “Repubblica delle autonomie” prevista dalla nostra Costituzione e si concreta in una forma di governo di tipo autoritario o del “capo” (il “premierato”) che è condizione sovrastrutturale operativa per il consolidamento, in questa fase, del capitalismo e della classe dominante nell’epoca dell’Unione Europea e dell’imperialismo USA.

L’uso del termine “devolution” è un trucco semantico pari a quello con cui l’Ulivo truccò nel 2001 la sua riforma del Titolo V della Costituzione come “federalismo”. Anche allora si parlò infatti di voler “avvicinare le istituzioni al cittadino”: una pura mistificazione, come ben sanno in Val di Susa (ma vale per tutti i territori-sociali dove sono in corso opere-business), dove la “legge obiettivo” sulle “grandi opere” del 2001 ha ribadito il principio dell’emarginazione dei cittadini della valle dalle scelte attinenti al proprio territorio, prevedendo solo il consenso della Regione presidenzialista ed escludendo financo i sindaci dalla possibilità di «concorrere a determinare le scelte nazionali» (art. 49 Costituzione).

Mentre il precedente art. 114 della Costituzione identificava le autonomie locali come articolazione pluralistica dello Stato, garantendone l’autonomia rispetto allo Stato con l’art. 128 (le “autonomie locali” sono “Stato” esse stesse in una “Repubblica delle autonomie” che non è coincide con il solo governo), con le leggi di centrosinistra e centrodestra gli abitanti della Val Susa si sono visti ora di fatto cancellati come realtà sociale –in nome di un cosiddetto “interesse nazionale” identificato con il governo– in quanto totalmente subordinati sia al governo del primo ministro di destra che al presidente della Regione di sinistra, intenti a partecipare al business delle grandi opere tutelato dall’Europa di mercato.

L’“interesse nazionale” torna ad essere quello dello “Stato apparato”, del governo e della governabilità, non più quello della Repubblica delle autonomie. Sul territorio-sociale calano autoritariamente decisioni gerarchicamente ordinate: dai vertici dello Stato a quelli della Regione, alle province ed ai comuni, già da tempo tutti ad elezione diretta presidenzialista. Agli enti territoriali, con il decentramento dall’alto, viene sì affidata qualche funzione amministrativa in più, ma di fatto gli si annulla il ruolo di “soggetti della programmazione economica nazionale” che le autonomie istituzionali (comuni, ecc.), sociali (sindacati, movimenti, eccetera) e religiose (chiese) avevano nella Costituzione.

La condizione principale che ha consentito al centrosinistra prima ed al centrodestra ora di stravolgere parti della nostra Costituzione è stata l’introduzione del sistema elettorale maggioritario agli inizi degli anni ’90.

L’art. 138 di revisione costituzionale, con la previsione di “maggioranze qualificate” per la modifica delle norme costituzionali, si inquadrava infatti nell’ambito di un sistema elettorale proporzionale. Il maggioritario, invece, oltre ad aver determinato una nauseante americanizzazione della politica, con l’aspetto e la presenzialità dei candidati ad avere più valore dei contenuti espressi, ha consentito la formazione in Parlamento di maggioranze fittizie1 nel Paese e rappresentanze non pluraliste, dove chi prende più voti cancella tutti quelli che ne prendono meno. Un sistema appoggiato, anzi voluto in primis dal centrosinistra e "usato" e non "alterato" sostanzialmente dal centrodestra, dato che la sua riforma proporzionale del dicembre 2005, che prevede varie soglie di sbarramento e mancanza di preferenze, è in realtà un maggioritario mascherato, essendo falsato dal premio di maggioranza per la coalizione vincente (anche con meno del 50% dei voti, come nella Legge regionale del 13 Maggio 2004 della Toscana di “sinistra” copiata dal Polo), in cui anche un solo voto di differenza con la coalizione perdente determinerà uno scarto in seggi in Parlamento di gran lunga più ampio.

La modifica autoritaria della forma di governo proposta dal centrodestra trova le sue premesse in ben tre commissioni bicamerali (commissione Bozzi 1984/1985, Iotti-De Mita 1992/1994, D’Alema 1995/1997), di cui l’ultima, istituita con “legge costituzionale”  per sostituirsi al Parlamento derogando alle norme di revisione previste dall’art.138, anticipava le modifiche approvate dal centrodestra, ed in cui si prevedeva anche l’introduzione del modello statunitense della Camera delle Regioni.

Un modello che, accelerando l’iter di approvazione delle leggi, restringerà pesantemente i tempi di discussione ed i margini di operatività, nonché di intervento popolare (ad es. manifestazioni di protesta): salvo alcune materie, il modello prevalente sarà quello dei procedimenti monocamerali sulla base delle materie trattate, e non sarà dunque richiesta una doppia approvazione di Camera e Senato sullo stesso testo. 

Tale sistema vede in prima linea Rifondazione, che ha istituito una commissione presieduta da Franco Russo fautrice di quel “modello tedesco” e dei Lander a suo tempo proposto dalla P2 di Licio Gelli per “riformare” la nostra Costituzione. Il piano della P2 ha segnato in sostanza l’avvio della strategia di quelle “riforme istituzionali” e di quel maggioritario che, grazie anche alla deriva di CGIL e “sinistra” (con tanto di stravolgimento dell’autonomia sindacale con la “concertazione” la cui linea, Melfi insegna, ha portato agli operai una miseria crescente), hanno portato alla delegittimazione del Parlamento, del pluralismo e financo del diritto di sciopero, per cui Berlusconi, in occasione dello sciopero generale, ha potuto ben dire che “è inutile”.

Di fronte alla “riforma” costituzionale berlusconiana si vede ora quanto aberrante sia stato, da parte del centrosinistra, spezzare l’organica interdipendenza tra Prima e Seconda Parte della Costituzione, dato che, modificando quest’ultima, si invalidano nella pratica i principi contenuti nella Prima, di fatto cancellati anche dall’Unione Europea. 

Quando il centrosinistra afferma che, tornando al governo, “farà una vera riforma della Costituzione”, significa che proseguirà in una strategia che non è alternativa a quella “canonizzata” dal centrodestra, come emerge dalla lettura della succitata “bozza Amato”. Una strategia che ha visto come tappa fondamentale la fissazione del principio di “sussidiarietà” penetrato nel nostro ordinamento con il diritto comunitario. Questo principio presenta vari aspetti. 

Quello della sussidiarietà cosiddetta “orizzontale”, ad esempio, che si ha quando attività proprie dei pubblici poteri vengono svolte da soggetti privati o comunque esterni all’organizzazione della Pubblica Amministrazione. Un principio che è stato assunto tra i criteri ispiratori della legge Bassanini del 1996 (votata pure da Rifondazione Comunista, che ha rappresentato il grimaldello per la privatizzazione della sanità e dei servizi pubblici) ed è stato “costituzionalizzato” con la modifica del Titolo V della Costituzione del 2001. 

Fanno dunque sorridere le dichiarazioni di Bertinotti e D’Alema contro la direttiva comunitaria Bolkestein (della Commissione Europea di Prodi) sui servizi e le funzioni pubbliche, quando in realtà operando a Roma hanno già posto le basi per una loro privatizzazione.

In realtà loro contano sulla corta memoria politica. Con quale faccia l’abbiano fatto, peggiorando quel principio di “sussidiarietà” che il fascismo “almeno” limitava alle sole funzioni economiche, lo lasciamo giudicare a chi non si fa abbagliare dall’“antiberlusconismo mistico” e guarda più ai contenuti, soprattutto a quelli enunciati da coloro che pretendono di dirsi “anticapitalisti”, ma di fatto si ritrovano a sostenere la crema del capitalismo italiano. 

Per dire a testa alta, a Berlusconi, “giù le mani dalla Costituzione”, il centrosinistra dovrebbe allora fare atto di fortissima autocritica, rinunciando alle sue “riforme” della Costituzione e alla cosiddetta “bozza Amato” con cui si rimarrebbe certo fedeli all’allineamento ideologico con la forma di governo britannica e statunitense, ma si affosserebbe il modello di democrazia sociale e politica fondato sull’onda della Resistenza antifascista.




1 Essendo, con tale sistema, i seggi in Parlamento non corrispondenti, “proporzionali”, ai consensi popolari assegnati ad ogni singolo partito, col risultato che la maggioranza parlamentare può cambiare addirittura la Costituzione nonostante il rifiuto di una parte consistente, a volte persino maggioritaria nel Paese, del sistema politico.














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