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Fonte:
Sole 24 ore - 4 giugno 2005
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
 

Statali, scatta al Sud lo stop al turn-over

Ecco la prima bozza del Governo sulla riforma: concorsi limitati alle sole aree del Centro-Nord. I nuovi assunti non potranno cambiare amministrazione per sette anni.
 
di Eugenio Bruno e Marco Rogari 
 
 

Blocco del turn over in versione rigida solo al Sud. Concorsi interni per assunzione del personale limitati alle aree del Centro-Nord. Ricorso all'indennità di residenza. Reintroduzione del "settennato" per i dipendenti di prima nomina, che quindi per questo arco non potrebbero cambiare casacca. Sono queste le coordinate che il Governo sembrerebbe orientato a seguire per rendere operativo il nuovo contratto degli statali. La decisione politica non è stata ancora presa, ma il comitato di tecnici che ha lavorato incessantemente al ministero della Funzione pubblica ha già abbozzato un pacchetto abbastanza ricco. Del quale fa parte anche un'"opzione" a più lunga scadenza che, come prima ricaduta, avrebbe il ritorno delle competenze sulle cause di lavoro in materia di pubblico impiego dal giudice ordinario a quello amministrativo.


Nei prossimi giorni questo pacchetto potrebbe subire alcune limature. Ma l'obiettivo è già fissato: dare rapida operatività al meccanismo previsto dal rinnovo contrattuale, che è imperniato su un flusso di mobilità di almeno 50mila dipendenti nel triennio 2005-2007 e sulla valorizzazione della produttività. Proprio la mobilità appare il versante più delicato. Allo stato attuale, a Palazzo Vidoni e nelle altre strutture coinvolte non esiste una mappa aggiornata dei vuoti e delle eccedenze di organico. Tanto nelle amministrazioni centrali quanto in quelle locali. Una stima di massima per la verità già circola e parla di possibili eccedenze d'organico concentrate soprattutto nel Mezzogiorno con punte anche superiori al 10 per cento.


Potendo scegliere, l'Esecutivo punterebbe a incassare il consenso dei sindacati sul piano d'intervento nel suo complesso. Un obiettivo quanto meno ambizioso, vista la riottosità con cui le organizzazioni sindacali, Cgil, Cisl e Uil in testa, hanno reagito negli anni scorsi al solo sentire la parola "mobilità". Per evitare un estenuante stop and go, il Governo potrebbe allora decidere di proseguire da solo. E varare alcune parti del progetto unilateralmente. È quanto potrebbe accadere, ad esempio, con la limitazione del blocco del turn over alle sole amministrazioni meridionali. Per far ciò, basterebbe che il decreto di autorizzazione alle assunzioni in deroga ne limitasse l'efficacia al Centro-nord.


Un'operazione che potrebbe essere realizzata parallelamente a quella riguardante i futuri concorsi interni per i quali scatterebbe una sorta di corsia preferenziale per le amministrazioni dislocate nel Centro-Nord oltre che per quelle che presentano vuoti di organico. Anche se in questo caso sarebbe obbligato un passaggio concertativo.


Passaggio non indispensabile per un'altra misura in itinere: l'interpretazione autentica dei punti contrattuali controversi. Dalla Funzione pubblica attribuiscono proprio alla scarsa chiarezza degli accordi un ulteriore freno ai trasferimenti del personale. Così come del conseguente aumento del contenzioso che spesso ne è derivato. A questo proposito, i tecnici suggeriscono al Governo di specificare già negli atti di indirizzo da inviare all'Aran quale trattamento economico e giuridico andrebbe applicato ai dipendenti intenzionati a passare da un ramo all'altro dell'amministrazione.


Su altri temi il consenso delle organizzazioni dei lavoratori sembra invece imprescindibile. Primo fra tutti quello riguardante l'introduzione dell'indennità di residenza nel pianeta della pubblica amministrazione: una sorta di bonus da garantire, sulla falsariga del modello francese, agli "statali" disponibili a cambiare residenza per motivi di lavoro. La questione deve ancora essere approfondita.


Ma, anche alla luce dei non trascurabili problemi di finanza pubblica, l'orientamento dei tecnici è di proporre un bonus dalla portata quasi simbolica.


Al momento ad avere la strada spianata è un "accorgimento" di fatto già discusso con i sindacati nel corso della trattativa per il rinnovo del contratto: l'obbligo di permanenza per almeno sette anni nell'ufficio di prima assegnazione.


Tutt'altro che in discesa, infine, appare il percorso che dovrebbe riportare indietro nel tempo le lancette della gestione del contenzioso nel pubblico impiego: precisamente al 1993 quando fu avviato il lungo e lento processo di riforma del rapporto di lavoro pubblico. I poteri giurisdizionali, cioè, tornerebbero nella mani del giudice amministrativo. Il condizionale è d'obbligo visto che gli stessi esperti di palazzo Vidoni si stanno muovendo con prudenza e, almeno per ora, considerano il ritorno al passato soltanto un'eventualità per il futuro.


 






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