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Anno VllI, N. 42 - Luglio-Agosto 2002 - Quaderni Padani

Il Federalismo e le tappe del pensiero federalista

di Davide Zeminian


Preambolo

La parola federalismo deriva dal termine giu­ridico latino foedus, col quale si indicava un ac­cordo, un patto oppure una convenzione. Nella Roma antica il termine foedus aequum designa­va un "Trattato" attraverso il quale una città, in assoluto stato di parità giuridica, rinunciava vo­lontariamente ad una quota stabilita della sua sovranità, allo scopo di raggiungere un'intesa sulla base della quale veniva a formarsi una unione di tipo, appunto, federale.(1)

Nell'età moderna, però, il concetto di federali­smo trovò la sua elaborazione filosofica e concet­tuale nella dottrina elaborata dal giurista germa­nico Johannes Althaus (1557-1638), latinizzato in Althusius, che, allo scopo di porre fine alla frantumazione territoriale in cui versava l'Europa di quel tempo, cercò di concepire, in modo pacifi­co, una sorta di Unione politica di tutti i popoli. Nella sua opera principale, Politica methodice digesta,(2) del 1603, Althusius propone la creazione di una "unione fraterna degli uomini", che trova nella famiglia e nel Comune la sua entità basilare. Nel 1579 nei Paesi Bassi, territorio in cui risiedet­te Althusius, si costituì la Repubblica delle Pro­vince Unite, che vide riconosciuta la sua autono­mia soltanto nel 1648, in seguito alla pace di Westfalia, grazie alla quale anche la Confederazione Elvetica ottenne il suo riconoscimento formale. Il documento istituzionale su cui si basò la nuova Repubblica, ovvero il "Preambolo" dell'Unione di Utrecht, fu opera proprio di Althusius, e costituì un autentico patto federativo tra le diciassette Province dei Paesi Bassi.(3 )

Nello stesso periodo in Europa si affermavano le idee del francese Jean Bodin (1530-1596), che portò ad un mutamento del concetto di sovra­nità, in quanto sancì l'indivisibilità, la perpe­tuità e la non delegabilità della sovranità stessa. Le sue teorie diventarono successivamente i presupposti dello Stato Assolutista.(4)

Successivamente il giusnaturalista olandese Huig Van Groot (1583-1645), il cui nome italia­nizzato è Grozio, attraverso la sua opera più importante, De jure belli ac pacis,(5) del 1625, pose le basi su cui venne fondato il Diritto interna­zionale, sviluppando poi i numerosi aspetti fede­rativi di cui era portatore. (6)

Il 4 luglio 1776 le tredici colonie americane dichiararono la loro indipendenza dalla Corona inglese, che la riconobbe solo nel 1783, dopo una lunga guerra che portò alla nascita degli Stati Uniti d'America. Nel 1791 il X emenda­mento alla Costituzione varata nel 1789, attri­buiva al Governo centrale i poteri inerenti alla politica estera e a quella militare, mentre tutte le altre competenze erano riservate ai singoli Stati. Veniva così a costituirsi il primo Stato fe­derale della storia.(7)

Nel 1795 il saggio di Immanuel Kant (1724-1804), Per la pace perpetua, disegnò un primo progetto di organizzazione confederale e uno dei principali meriti del pensiero federalista kantiano fu la teorizzazione di una limitazione sovranazionale dei poteri dello Stato, proprio nel periodo in cui Napoleone Bonaparte (1769-1821) stava organizzando lo Stato in modo giuridicamente completo, definito e accentrato.


"Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d'Italia?"

Sono queste le premesse con le quali, il 27 settembre 1796, si svolse a Milano, ormai sotto il controllo militare dei Francesi, il concorso nel cui ambito fu posto il quesito Quale dei governi liberi meglio convenga alla felicità d'Italia? An­che se il concorso fu vinto da Melchiorre Gioia (1767-1829), abate piacentino di tendenze gia­cobine, che, nello scritto da lui presentato, pro­pose una soluzione ispirata al modello francese, unitario e rigidamente centralista, non manca­rono certo proposte di tipo confederale. Verso la fine del Settecento, infatti, alcuni intellettuali iniziarono a sostenere che un'alleanza di tipo confederale tra gli Stati italiani avrebbe dato al Paese un maggiore peso internazionale. Uno di questi fu Giovanni Antonio Ranza (1741-1801), che optava per un governo simile a quello statu­nitense, organizzato in undici Repubbliche con­federate, le quali comprendevano anche i terri-tori dell'Istria, della Dalmazia, dei Grigioni e del Canton Ticino nonché la Corsica e Malta.(9)

Dopo la caduta di Napoleone, tra il 1814 e il 1815, e contemporaneamente ai lavori che il Congresso delle potenze vincitrici, radunate a Vienna, stava svolgendo, emersero in Italia nu­merose proposte per il futuro assetto del Paese, che vedevano la netta prevalenza di un assetto di tipo confederale. Queste posizioni erano appog­giate prevalentemente dai Lombardi, che chie­devano alle potenze europee la costituzione di un Regno dell'Alta Italia, caratterizzato da isti­tuzioni liberali e rappresentative. Tra questi la figura di maggior rilievo fu il conte Federico Confalonieri (1785-1846), che proponeva l'asse­gnazione dell'Italia Settentrionale ad un princi­pe che desse affidamento con riguardo al mante­nimento dell'unità. (10)

Non mancarono però proposte confederali estese a tutto il Paese, come quella di Luigi Angeloni (1759-1842), di Frosinone, il quale soste­neva che un saldo vincolo confederale avrebbe dovuto unire l'Italia escludendo l'Austria e la Francia, provocando così un rafforzamento del re di Sardegna. Inoltre Angeloni, sostenendo che l'Austria si sarebbe dovuta espandere nei Balcani, anticipava di molti anni il concetto dell'inorientamento, ovvero dell'aspirazione ver­so oriente, degli Asburgo.(11)

Su posizioni più o meno simili vi fu anche il poeta Ugo Foscolo (1778-1827) secondo il quale la soluzione ideale era quella di ridurre l'Italia a quattro monarchie confederate: il Regno di Napoli, lo Stato pontificio, la Toscana e il Regno di Sardegna, con "costituzioni più o meno genero­se, secondo l'indole dei popoli".(12)

Nel decennio compreso tra l'intervento au­striaco del 1821 nel Regno di Sardegna e in quello di Napoli e la rivoluzione parigina del 1830 riemersero i progetti di alleanza confede­rale tra gli Stati italiani. Uno dei principali espo­nenti di questa corrente fu il ginevrino Gian Pietro Vieusseux (1779-1863), il quale riteneva difficile che l'Italia riuscisse ad ottenere in breve tempo la condizione di nazione indipendente, e credeva invece possibile raggiungere una mag­gior consistenza politica attraverso una confede­razione di nove Stati e una unificazione dogana­le, commerciale, postale e scolastica.(13)

Tra i letterati più celebri della generazione ri­sorgimentale vi fu il dalmata Niccolò Tommaseo (1802-1874), figura attiva di patriota, il quale so­steneva che toccasse al popolo decidere tra mo-narchia o repubblica, orientando però il suo pen­siero a favore dell'istituzione di una confederazio-ne.(14)

[...]


Il federalismo comunale di Carlo Cattaneo

In quegli stessi anni, però, si poteva assistere al superamento della diatriba tra confederazio­ne e federazione. Attraverso le teorie di Carlo Cattaneo (1801-1869) prendeva corpo anche in Italia il Federalismo nella sua più teorica ed ar­ticolata concezione.

Confederazione e Federalismo non venivano più a rappresentare lo stesso concetto, ma due distinte forme istituzionali, dove il Federalismo era la tappa successiva alla Confederazione, e cioè la costituzione di un'alleanza tra nazioni che trovavano un comune accordo, non solo in materie quali pesi, misure e monete, e quindi sulla creazione di un mercato comune, ma an­che su un'unica politica estera. Inoltre, per usa­re le parole di Ettore A. Albertoni, "La nazione [Cattaneo] la concepiva solo come federazione di città e come raccordo fra tante e diverse sto­rie, culture e psicologie sociali. Ne conseguì che il suo federalismo - con le sue sempre più attuali motivazioni economico-sociali - fu di portata europea e internazionale e rappresentò una visione filosofica della società e degli indi­vidui in essa operanti prima che un assetto giu-ridico-costituzionale dello Stato."(24) Il pensie­ro politico di Carlo Cattaneo si rifaceva alla comparazione tra l'Italia e due paesi nei quali il federalismo costituiva l'assetto basilare dell'or­ganizzazione dello Stato, ovvero la Confedera­zione Elvetica e gli Stati Uniti d'America.

Ma la cultura di Cattaneo, che parlava ben sei lingue(25), andò oltre la teoria politica e non va dimenticato il contributo offerto al dibattito sulla riforma delle carceri,(26) nonché la grande attenzione dedicata allo sviluppo delle ferrovie e alla battaglia a sostegno del traforo del San Got-tardo, la cosiddetta "via delle genti"(27) e, in ge­nerale, a tutte le nuove scienze, dall'antropolo­gia, alla linguistica.

Cattaneo nacque a Milano e si laureò in Giu­risprudenza nel 1824. Discepolo del grande giu­rista Gian Domenico Romagnosi (1761-1835) fin dal 1820, ne raccolse l'eredità culturale quando questi, nel 1835, morì. Cattaneo fondò nel 1839 la rivista "Il Politecnico", che cessò le sue pubblicazioni nel 1844. Nel marzo del 1848 partecipò attivamente all'Insurrezione di Mila­no, ponendosi alla guida del Consiglio di guer­ra, insieme a Enrico Cernuschi (1821-1896). Col ritorno degli Austriaci fu costretto ad espa­triare a Lugano, ove fu attivo come professore di Filosofia nel locale Liceo Cantonale.

Fino al 1848, però, il federalismo di Carlo Cattaneo rimase all'interno dell'Impero austria­co, in quanto il suo obiettivo era quello di appli­care una riforma in senso, appunto, federale al grande Impero plurinazionale, allo scopo di creare un grande mercato composto da territori che godevano, in eguale misura, di ampie auto­nomie locali.

Nel corso del 1848, Cattaneo modificò il suo federalismo, passando a sostenere la secessione della Lombardia dall'Austria, ed il suo accorpa-mento, attraverso un patto di tipo federale e re­pubblicano, dapprima alle regioni padono-alpi-ne e poi al resto del Paese quando anche le re­gioni più arretrate fossero riuscite a raggiunge­re lo stesso sviluppo civile ed economico. Il fine ultimo del pensiero federalista di Carlo Catta­neo era quello di creare una progressiva allean­za tra Stati, piccoli, sovrani ed autonomi che, federandosi tra loro, avrebbero costituito gli Stati Uniti d'Europa.(28)

Cattaneo morì nella notte del 5 febbraio 1869, a Castagnola, nei pressi di Lugano, assistito, ol­tre che dalla moglie Anna Woodcock (1796-1869), anche da Agostino Bertani (1812-1886), dai coniugi Alberto Mario (1825-1883) e Jessie White (1832-1906) e da Giuseppe Mazzini.(29)

Le idee liberal-democratiche, repubblicane e federaliste, per le quali il Grande Lombardo si era battuto per tutta la vita, non trovarono alcu­na applicazione pratica nella vita politica del neocostituito Regno d'Italia.


La creazione dello Stato italiano e l'omologazione centralista

Infatti, nel 1860, gli avvenimenti internazio­nali, uniti ad un'abile manovra diplomatica della Cancelleria sabauda, voluta dal conte Camillo Benso di Cavour (1810-1861), portarono, manu militari, alla nascita dello Stato italiano, grazie all'esercito sardo nel Centro-Nord, e a quello Garibaldino nel Meridione.

Dopo la proclamazione del Regno d'Italia, 17 marzo 1861, le posizioni federaliste del Catta-neo - ma anche quelle del Ferrari(30) e del Pisa-cane(31) - finirono con il trovarsi isolate in una ristretta opposizione. Si fecero però avanti, fin dai primi mesi di vita del nuovo Stato, alcune proposte volte ad attuare una forma di decen­tramento.(32)

In tale ambito, Luigi Carlo Farini (1812-1866) presentò, il 13 agosto 1860, alla Commis­sione straordinaria e temporanea presso il Con­siglio di Stato, una sua Nota, nella quale avanzò una serie di proposte di tipo regionalista, e quindi a sostegno di una forma di decentramen­to.(33) Successivamente, il 28 novembre 1860, anche Marco Minghetti (1818-1886) presentò una sua proposta di riforma amministrativa, nella quale tentò di dare all'Italia un ordina­mento regionalistico, cercando anche di pre­sentare le regioni come un progetto tempora­neo e di trapasso verso l'unità amministrativa, ma fu tutto inutile poiché tali progetti non ven­nero approvati.(34)

Infine, Bettino Ricasoli (1809-1880), inizial­mente favorevole alla costituzione delle regioni, aveva compiuto una svolta in direzione centra­lista, essendo convinto che il sistema da lui pre­cedentemente appoggiato avrebbe rappresenta­to la distruzione di ogni governo.(35)

In riferimento alle proposte del Farini e del Minghetti, Arcangelo Ghisleri (1855-1938) commentò nel seguente modo: "Chi esamini le due "Note" vi cercherà invano quel concetto di autonomie regionali, che per una fantastica ipotesi suole attribuirsi ai due citati mini­stri.”(36) Ma quando [...] voi cercate di spreme­re le conclusioni a cui quei bravi uomini erano venuti, dopo infinite oscillazioni, incertezze, contraddizioni e ponderazioni, voi trovate che essi lavorarono a organizzare la tutela e non la libertà, la dipendenza e non le autonomie."(37)

Così, nel marzo del 1865, vi fu l'unificazione amministrativa del Regno, attraverso l'estensio­ne dello Statuto Albertino, imposto l'anno se­guente (1866) anche al Veneto: era il trionfo del centralismo.(38)

Nel 1870 nacque una nuova formazione poli­tica denominata Terzo Partito, ad opera di An­gelo Bargoni e di Antonio Mordini. Esso punta­va sulla riforma amministrativa proponendo un decentramento in grado di aumentare le autonomie locali. Inoltre, il 7 dicembre 1870, a Fi­renze, Stefano Jacini (1826-1891) e Gustavo Ponza di San Martino, organizzarono una riu­nione per discutere il loro progetto di riforma regionalista, il più importante e rilevante elabo­rato dalla classe politica liberale. Ad essa parte­ciparono anche esponenti della Sinistra e del Terzo Partito, mentre restarono assenti i rap­presentanti della Destra, che ritennero tale ini­ziativa una pura manovra politica.(39)

Lo Stato si stabilizzò e le sue istituzioni si rinforzarono sulla base di una rigida centraliz­zazione amministrativa. Diminuirono anche le iniziative orientate ad ottenere una riforma in direzione di un semplice decentramento. Anche la cosiddetta rivoluzione parlamentare del 1876 non mutò di fatto la situazione.

Il federalismo restò disordinatamente relega­to nel pensiero politico dei "discepoli" di Carlo Cattaneo.



"La scuola di Cattaneo"(40)

Il primo di questi, almeno in ordine di nasci­ta, può essere considerato Gabriele Rosa (1812-1897), che nacque ad Iseo nel 1912. Nel 1833 venne arrestato per la sua affiliazione alla Gio­vine Italia, e restò in prigione per cinque anni, fino al 1838, tre dei quali li passò allo Spielberg. Rosa aveva allora 25 anni, ed era il più giovane dei detenuti italiani, uno dei quali era Federico Confalonieri, che divenne suo amico. Fu pro­prio in seguito a questa amicizia che Gabriele Rosa ebbe modo di conoscere, nel 1843, Carlo Cattaneo col quale nacque una proficua colla­borazione intellettuale e politica.(41)

Il pensiero politico del Rosa subì così l'influs­so del Grande lombardo. Federalista e repubbli­cano il Rosa negava l'esistenza di una nazione italiana, con una sua peculiarità etnica, ed av­versava ogni tentativo di trovare per forza lega­mi tra Roma antica e l'odierna Italia, proprio in questo egli si opponeva a qualsiasi principio di predestinazione e di superiorità sugli altri po­poli.

Gabriele Rosa, inoltre, fu molto attento agli sviluppi del socialismo, e guardò con ammira­zione, come lo stesso Filippo Turati (1857-1932), la socialdemocrazia tedesca. Fu comun­que molto critico nei confronti del socialismo utopistico, e preferì il solidarismo all'egualitari­smo e il federalismo allo statalismo. Oltretutto il Rosa non appoggiò la critica alla società capi­talistica in quanto, essendo positivista, credeva nell'evoluzione della società in senso progressi­sta, grazie alla libertà presente nelle istituzioni.

Tentò in tutti i modi di riconciliare il pensie­ro mazziniano con quello cattaneano, nella spe­ranza di mantenere politicamente unite le varie correnti del repubblicanesimo, che si stava tra­sformando, proprio in quegli anni, da movi­mento a partito politico.(42)

Altrettanto importante risulta essere Alberto Mario, nato a Lendinara, località in provincia di Rovigo, nel 1825. A ventitré anni il Mario lasciò gli studi, all'Università di Padova, e partecipò ai moti insurrezionali del 1848, durante i quali ebbe modo di conoscere sia Mazzini che Gari­baldi (1807-1882).

Il discutibile modo in cui la guerra fu condot­ta portò il Mario ad allontanarsi in modo drasti­co dalla causa di Casa Savoia, che pure inizial­mente aveva tiepidamente abbracciato, e ad av­vicinarsi alle posizioni repubblicane e insurre­zionali del Mazzini.

Frequentando il pensatore genovese, Alberto Mario, conobbe Jessie White,(43) una corrispon­dente inglese del Daily News, poi divenuta sua moglie nel 1857.

Dopo aver partecipato alla Spedizione dei Mil­le al fianco di Garibaldi, Mario convinse Carlo Cattaneo, al quale lo legava ormai una certa simpatia, a recarsi, nel settembre del 1860 a Na­poli, dove Cattaneo si fermò solo un mese per il dissenso che egli provava in presenza degli in­trighi filosabaudi che animavano la Città parte-nopea.

Tra il 1862 e il 1864 Mario abbandonò defini­tivamente il concetto mazziniano dell'unità a tutti i costi, e si schierò a favore della propagan­da federalista, mettendosi a divulgare le idee di Carlo Cattaneo in tal senso.(44)

Alberto Mario prese inizialmente le distanze in modo energico dal nascente socialismo, an­che se, successivamente, ebbe modo di ammorbidire le sue posizioni.

Un altro grande esponente della scuola di Cattaneo fu Mauro Macchi (1818-1880). Fonda­tore nel 1859 del quotidiano "La Libertà", fu se­gretario del Ministero della Guerra durante le insurrezioni che ci furono, in quello stesso an­no, nei ducati di Modena e Parma.

Anche Macchi tendeva a ridurre al minimo il dissenso tra Cattaneo e Mazzini, definendolo un "malinteso"(45) e sosteneva un programma di diffusione di idee e di educazione. Fu un con­vinto sostenitore della separazione tra l'istru­zione pubblica e quella religiosa, affermando che era necessario non insegnare la religione nelle scuole pubbliche, ritenendo però indi­spensabile che anche lo Stato non intervenisse nelle scuole religiose e nelle materie riguardan­ti, più in generale, la Chiesa, anche per evitare che questa potesse trovare il pretesto per osteg­giare lo Stato medesimo.

Macchi aveva, senz'ombra di dubbio, scritto pagine importanti nella storia dell'anticlericali­smo italiano.

Fu eletto deputato dell'Estrema Sinistra radi­cale e fece parte del gruppo dirigente liberal-democratico delle società operaie di mutuo soc­corso, nella corrente repubblicana e federali­sta.(46)


"Arcangelo Ghisleri e il ritorno di Cattaneo"(47)

Nato a Persico, nei pressi di Cremona, nel 1855, Arcangelo Ghisleri fu un personaggio di grande levatura morale e culturale. Era simul­taneamente legato a tutti e tre i seguaci del Cat­taneo poc'anzi citati, che collaborarono, in mo­do diverso, alle numerose riviste che il Ghisleri fondò(48) ma, con la morte di Gabriele Rosa, av­venuta nel 1897, si spegneva l'ultimo rappre­sentante della generazione che aveva conosciu­to di persona il grande Lombardo.

L'importanza dell'opera del Ghisleri consiste proprio nell'aver rappresentato la continuazio­ne del pensiero di Carlo Cattaneo che proprio nel momento in cui sembrava destinato a cade­re irrimediabilmente nell'oblio, venne divulga­to, non solo tra i suoi contemporanei, ma anche tra una nutrita ed agguerrita schiera di giovani discepoli destinati a tramandare l'opera ghisleriana alle generazioni del secondo dopoguerra.(49)

Arcangelo Ghisleri sintetizzò nell'ambito del suo pensiero quello di Carlo Cattaneo e di Giu­seppe Mazzini, sviluppando le discipline in cui quei suoi due Maestri eccellevano: il federali­smo che Cattaneo aveva affrontato in modo ap­profondito ed organico, mentre Mazzini aveva timidamente delineato, in modo approssimati­vo, e la questione sociale divenuta, soprattutto dopo la nascita del Regno d'Italia, l'argomento principalmente trattato dal Mazzini, forte delle dirette esperienze avute in Francia e in Inghilterra nel corso del suo lungo esilio, ed invece affrontata in modo più teorico dal Cattaneo, che comunque non la sottovalutò.

La conferma di tutto questo ci arriva proprio da Arcangelo Ghisleri, in un articolo pubblicato il 30 settembre 1901 ne "L'Italia del Popolo", e poi raccolto nell'opuscolo di scritti ghisleriani La questione economica e il Partito Repubbli­cano. Ghisleri vi afferma che il migliore esem­pio di realizzazione della sovranità popolare è dato dalla repubblica federativa, basata sul suf­fragio universale, sulla rappresentanza propor­zionale e sulla possibilità di manifestare la vo­lontà della maggioranza attraverso i referen­dum, e quindi riassume il tutto nella formula Padronanza popolare e libertà. Precisa il Ghi­sleri che "la libertà di parola, di associazione, di riunione, di coalizione, di pacifico conflitto di tutti gli interessi" costituisce l'insieme di con­dizioni sufficienti a rendere possibili tutte le riforme, e la sovranità popolare diventa così il mezzo per attuarle. Alla sovranità popolare è le­gata la possibilità di far valere civilmente qual-siasi riforma ritenuta opportuna dalla coscienza popolare. (50)

Una grande dichiarazione di fedeltà agli ideali federalisti la possiamo trovare nella sua "Con­clusione" dello scritto dedicato alla questione meridionale(51), dove Arcangelo Ghisleri scrive­va: "La federazione è per me un principio, che riman vero, [...]. Fortunate le società che lo in­tesero e lo attuarono; disgraziate e da compian­gere le nazioni che lo ignorano, o che per cieco ossequio a secolari pregiudizi o consuetudini, persèverano proterve nell'opposto sistema".


Enclave federalista al Sud e autonomisti al Nord

Un esempio eclatante dell'influsso che il Ghi­sleri ebbe sui suoi contemporanei è rappresen­tato da Gaetano Salvemini (1873-1957). Nato a Molfetta, in provincia di Bari, compie i suoi stu­di a Firenze.

Repubblicano, democratico e antimonarchi­co, era iscritto fin da giovane al P.S.I., che lasciò nel 1911, in seguito alla guerra di Libia. Suc­cessivamente fondò la rivista "L'Unità". Nel 1899, mentre risiedeva a Lodi, dove insegnava presso il Liceo classico, ebbe modo di conoscere le opere del Cattaneo e divenne federalista. Per approfondire la conoscenza del Grande Lombar­do, Salvemini si rivolse al Ghisleri; ne nacque un proficuo sodalizio. Non aderì al fascismo e fu uno dei dodici docenti universitari che si ri­fiutarono di giurare fedeltà al regime. Per que­sto dovette dimettersi e rifugiarsi a Boston, ne­gli Stati Uniti d'America, dai quali fece ritorno solo dopo la fine della Seconda Guerra Mondia­le. Morì nel 1957.(52)

Oltre al Ghisleri, vi fu un altro personaggio che esercitò una notevole influenza sull'adesio­ne ai principi federalisti di Gaetano Salvemini e fu Napoleone Colajanni (1847-1921). Nato a Castrogiovanni, oggi Enna, il Colajanni diede un notevole impulso allo sviluppo della sociologia in Italia e alla nascita della criminologia, ma scrisse anche pagine molto importanti nella storia del repubblicanesimo e del socialismo in Italia. Si trattava però di un socialismo evolu­zionista, che mirava al miglioramento della qualità della vita delle masse popolari attraverso una serie di graduali riforme, ma che era ostile all'egualitarismo marxista, di stampo collettivi­sta e rivoluzionario.

Già nel 1878 - anno in cui cominciò la sua collaborazione con la ghisleriana "Rivista Re­pubblicana", e anno in cui venne pubblicato il saggio La questione sociale e la libertà - il so­cialismo del Colajanni assume toni federalisti, che furono successivamente approfonditi nel 1882, nelle Istituzioni municipali, scritto nel quale venne ribadita la concezione del Comune, visto come istituzione basilare dello stato de­mocratico. Napoleone Colajanni fu una delle anime principali del movimento dei Fasci sici­liani che, in seguito, abbandonò, a causa dei contrasti nati col P.S.I. poiché, come ha spiega­to Salvatore M. Ganci, "il torto maggiore del so­cialismo nazionale fu quello di aver saputo sol­tanto consigliare la meccanica applicazione di uno schema politico "ufficiale" alla realtà sici­liana, che era sostanzialmente diversa da quella padana. La rottura del Colajanni col movimento dei Fasci ne fu la logica quanto deleteria conse­guenza".(53)

Ispirato al pensiero di Giuseppe Ferrari era invece Giovanni Bovio (1841-1903). Nato a Trani, in provincia di Bari, filosofo e giurista, il Bo­vio fu positivista e politicamente schierato nelle fila repubblicane. Il suo motto "o definirsi o sparire" fu un invito ai repubblicani ad abban­donare le posizioni confuse nelle quali conflui­vano numerose correnti, per costituirsi in parti­to politico.

Era quindi contrario all'astensionismo parla­mentare, condiviso in quegli anni da numerosi esponenti del repubblicanesimo. Bovio era fede­ralista, si, ma il suo riferimento dottrinario era rappresentato dalle teorie federal-socialiste di Giuseppe Ferrari.(54)

Nel 1887 fu coinvolto in una polemica con Arcangelo Ghisleri, che non condivideva le posi­zioni colonialiste del Bovio, il quale a sua volta sosteneva l'intervento militare in Africa in no­me di una battaglia per la civiltà, poiché non poteva esistere un "diritto alla barbarie" e all'i­gnoranza.

Controbatteva il Ghisleri affermando l'inesi­stenza di una razza superiore ma semplicemen­te di civiltà più o meno evolute, e ricordava che non vi era bisogno di andare in Africa per in­contrare società arretrate, poiché queste erano ancora massicciamente presenti in vaste zone del Regno d'Italia.(55)

Sia il Colajanni che il Bovio sostenevano che la classe dei grandi capitalisti del Nord stava ba­sando i suoi massimi profitti sullo sfruttamento delle popolazioni del Meridione.

Più equilibrata la posizione di Gaetano Salvemini, che individuava nell'alleanza tra i capita­listi settentrionali e i grandi latifondisti meri­dionali, il fulcro dello sfruttamento effettuato ai danni delle popolazioni del Nord e del Sud. Co­mune denominatore dei personaggi appena ci­tati era il pensiero meridionalista, che si orien­tava verso una pratica di autogoverno e di auto­nomie locali.

Ma Bovio, Colajanni e Salvemini non erano altro che un'enclave federalista nell'Italia del Sud, poiché la maggioranza degli intellettuali meridionali era orientata su posizioni centraliste.

Prevalentemente federalisti erano invece i de­mocratici del Nord - salvo qualche rara eccezio­ne come nei casi di Brusco Omnis (1832-1888) e Federico Campanella - che si raccoglievano intorno egli "eredi politici" del Cattaneo.

Oltre ai già citati Rosa, Mario, Macchi e Ghi-sleri, credo che sia doveroso soffermarci su un personaggio del calibro di Dario Papa (1846-1897). Nato a Rovereto nel 1846, sostenitore delle posizioni monarchiche e volontario gari­baldino nel 1866, Papa iniziò la sua carriera giornalistica in quello stesso anno, collaboran-do con la rivista "Sole". Dopo alcune esperienze approda come redattore capo al "Corriere della Sera". In quegli anni ebbe modo di scontrarsi con Alberto Mario sui temi del federalismo americano ma, essendosi reso conto di non ave­re validi argomenti da contrapporre, decide di visitare quel lontano Paese. Fu così che attra­versò gli Stati Uniti da costa a costa, trattenen­dosi due anni.

In un primo momento non sembrò positiva­mente colpito da quell'esperienza, ma al suo rientro fondò il giornale "L'Italia", che nel pro­gramma non accennava ad alcuna forma di go­verno. Queste posizioni furono corrette nel 1890, quando il 7 giugno iniziò le sue pubblica­zioni "L'Italia del Popolo" che si presentava con poche parole: "Il giornale sarà repubblicano-fe­deralista. Tutto il programma sta qui". Fin dai primi numeri Dario Papa non volle rinunciare alla collaborazione di un personaggio del cali­bro di Arcangelo Ghisleri, che di quel giornale divenne direttore nel 1901, dopo la morte del Papa (e dopo una breve parentesi di Gustavo Chiesi e Paolo Taroni).(56)

"L'Italia del Popolo" fu un punto di riferimen­to per la lotta al Governo centrale, che assunse toni estremamente accesi negli anni in cui alla guida dello Stato vi era Francesco Crispi (1818-1901), in modo particolare tra il 1894 e il 1896, quando la protesta condotta dalla coalizione delle forze democratiche milanesi arrivò ad ab­bracciare posizioni separatiste, minacciando la ricostituzione dell'antico Stato di Milano.(57)


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