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OTTOBRE 2011 - anno II - numero 5/16

Il Mezzogiorno Cavallo di Troia

di Vanni Truppi

Dall’agricoltura all’industria, dal turismo alla qualità della vita, il Mezzogiorno è in asfissia.

E al divario storico tra Sud e Nord Italia - accentuato dalla recessione economica, dalla mancanza di grandi investimenti, dalla fuga di cervelli, dall’estinzione delle attività produttive - si aggiunge lo scollamento dell’intero Sistema Paese dal resto dell’Europa. È quanto emerge dal Rapporto Svimez 2011, presentato a Roma il 27 settembre e commentato per il “dodici” dal presidente dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, Adriano Giannola, già numero uno dell’Istituto Banco di Napoli Fondazione e docente di Economia politica alla Federico II di Napoli, per il quale «al Sud c’è bisogno di un’inversione di tendenza, ma se l’Italia non decolla la colpa è anche di un Nord incapace di affrontare la sfida globale».

Presidente, il Piano per il Sud è stato più volte annunciato dal Governo, insieme ad altre misure per il Mezzogiorno, ma ad oggi è stato fatto poco o nulla. È lecito parlare di bluff?

In realtà non è un piano, ma un elenco di cose; non risponde a una strategia, podi  tremmo dire che è senz’anima. Il problema è che manca un’idea di fondo, mentre occorre trovare una strategia per un piano che sia davvero per il Sud, ma di valenza nazionale.

Grandi infrastrutture come la Salerno Reggio- Calabria o la linea alta capacità Napoli- Bari vanno calate in un discorso sul cosa serve all’Italia e come il Sud possa servire all’Italia.

Che senso ha parlare di Piano Sud se non ci sono risorse aggiuntive o, peggio ancora, sono state limate? 

Le risorse si sono ridotte da 120 a 80 miliardi, anche se il ministro Fitto ha fatto una battaglia almeno per sbloccare i fondi Cipe.

In realtà, c’è bisogno di una serie di interventi che puntino alla crescita dell’Italia, magari replicando quello che è successo negli anni ‘50 con la Cassa per il Mezzogiorno, senza la quale non ci sarebbe stato il miracolo economico. Anche il Nord non funziona.

Secondo Svimez al Sud l’industria è a rischio estinzione, ma va anche detto che in molti casi il Mezzogiorno è stato sedotto e abbandonato, come in provincia di Napoli e Caserta… 

È una storia che risale ad almeno quindici anni fa. C’è stata l’illusione che le imprese potessero far da sé, ma con il disastro della classe dirigente non sapevano a chi rivolgersi.

Il tutto è stato alimentato anche dal degrado civile del Mezzogiorno, legato ad una cattiva interpretazione strategica del problema.

È un po’ come i grandi progetti annunciati e mai partiti, da Bagnoli all’area Est… 

Napoli è una somma di problemi. La camorra gioca un ruolo più o meno forte, ma va anche sottolineato che troppo spesso ci sono grandi idee, progetti, che al momento della concretezza si bloccano. Prendiamo Bagnoli: c’è bisogno della famosa bonifica, sono stati stanziati soldi che non arrivano, le opere avviate degradano e nascono le cattedrali nel deserto. Ci vorrebbe uno sforzo erculeo per avere tempi certi per la bonifica.

Perché fare a Bagnoli una tappa della America’s Cup, mentre al Molo Beverello c’è già tutto pronto? Da quello che capisco a Bagnoli bisogna fare delle opere che poi verranno abbattute perché manca la bonifica.

Al Sud le imprese hanno anche il problema della mancanza di una banca meridionale. È cambiato qualcosa negli ultimi tempi? 

Sono solo un paio gli Istituti che hanno non solo la sede giuridica nel Meridione, le altre - ad esempio il Banco di Napoli - hanno la proprietà al Nord. Le banche utilizzano le risorse per avere il massimo dei profitti e i risoldato 41 sultati sono diversi se una banca del Nord opera al Sud. È ovvio che in questa situazione chi ci perde è la clientela più debole, ossia quella meridionale. Se guardiamo i dati sembra che vada tutto bene, ma nei dati aggregati si nascondono tante realtà diverse.

Senza contare che il denaro al Sud costa di più… 

Al Sud ci sono più rischi e per una banca il ricavo unitario deve essere pari a quello del Nord, quindi si aumentano i costi e pagano per lo più gli imprenditori del Mezzogiorno.

Il problema è che l’imprenditore “buono” viene penalizzato e si accolla il maggior rischio della banca di operare al Sud. Questo determina una minore competitività dell’economia sana.

La Banca del Sud potrebbe essere una soluzione per lo sviluppo del Mezzogiorno? 

È un istituto inutile. Se l’obiettivo iniziale era quello di creare una banca di secondo livello in grado di rifinanziare i piccoli istituti, la funzione poteva essere assolta dalla Cassa Depositi e Prestiti, che già aveva una dotazione di due miliardi di euro. Non si comprende quale possa essere il compito della Banca del Meridione, visto che le BCC e le Popolari si sono tirate indietro perché si sentono in concorrenza con Poste che hanno acquistato il Mediocredito. Il dubbio che mi viene è che la Banca del Sud sia stata creata perché le Poste potessero avere il rango di una vera e propria banca sotto le mentite spoglie di aiutare il Meridione. Insomma, il Sud è stato utilizzato come un cavallo di Troia.

Il Federalismo è una opportunità per il Sud o è un rischio? Fa più paura il federalismo o l’incapacità degli amministratori locali?

Il problema è: quali sono i veri motivi della riforma? In astratto può essere positivo nella misura in cui si rispettano le regole, ma bisogna tener presente la necessità della perequazione Nord-Sud. Al di là della necessità di una maggiore responsabilizzazione degli amministratori del Sud, la riforma è stata fatta per ridurre trasferimenti al Mezzogiorno.

Tuttavia, dal ‘92 ad oggi il Sud ha subito un taglio e quindi prende di meno. Il problema finanziario riguarda più il Nord in crisi che la spesa al Mezzogiorno.

Quindi, la colpa non è tutta del Sud sanguisuga? 

Il Nord con la sua struttura produttiva non regge da quando siamo entrati nell’euro e, in particolare, non è in grado di reggere la concorrenza mondiale. E questo accade da prima della crisi finanziaria. Dire che il problema è il Meridione è una grande mistificazione.

Se si continua su questa strada, l’unica soluzione è la separazione, esito naturale delle dinamiche in atto.

Il rapporto Svimez 2011 parla del Mediterraneo come di un’opportunità per il Sud. Un’opportunità mancata? 

Oggi il Mediterraneo è visto addirittura come un pericolo per quello che sta accadendo.

Dovremmo davvero vederlo con un ponte che ci unisce non solo al Nord Africa, ma a potenze come la Cina e l’India per attrarre capitali.

Il turismo può essere il volano dell’economia meridionale. Tuttavia, non decolla. Perché? 

Prendiamo Napoli: ci sono da un lato i soliti problemi come la sicurezza, i rifiuti, la camorra, e via dicendo, ma anche una diffusa incapacità di strutturare le offerte di servizi.

È vero che abbiamo la cultura dell’accoglienza, ma manca la cultura di impresa turistica, senza considerare l’incuranza dell’aspetto urbano e il vandalismo.

Ma i cittadini possono diventare ancora protagonisti di questi territori?

Certo, anche se l’esempio degli amministratori, di ieri e di oggi, è molto rappresentativo della reale voglia di cambiamento… Diciamo che c’è ancora un potenziale enorme da valorizzare




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dodici - http://www.dodicimagazine.com/

SUD OUT

[editoriale]

Questioni meridionali

«Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e che vengono utilizzati per chiedere l’elemosina. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti». Questa è la fotografia dei nostri padri scattata nell’ottobre del 1912 dall’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti. A distanza di un secolo la situazione è precipitata, come evidenzia il Rapporto Svimez 2011 presentato il 27 settembre scorso a Roma: il Sud è in piena recessione, il Centro-Nord arranca, e il Sistema Paese diventa sempre più Mezzogiorno d’Europa, incapace tanto di trattenere e valorizzare le proprie risorse quanto di accogliere i capitali migranti (forze lavoro extracomunitarie o investimenti esteri che siano). Ecco, perché, il termine “questione meridionale”, utilizzato per la prima volta nel 1873 dal deputato radicale Billia, andrebbe, oggi, declinato al plurale. Perché lo “tsunami demografico” rivela che dal brain drain (fuga dei cervelli) siamo passati al brain waste (spreco di cervelli): solo nel 2010, hanno detto addio al Mezzogiorno circa 104mila abitanti, la disoccupazione effettiva è salita al 31,7% considerando i giovani dai 19 ai 34 anni (la media europea è di 20 punti inferiore), e il tasso di crescita del Pil nel 2011 è dello 0,1% rispetto ad un altrettanto imbarazzante 0,8% del Centro-nord dove il tasso dei disoccupati ha superato la soglia del 10%.

Questa non è un’emorragia. Questa è una pestilenza. E gli untori, assoldati da generazioni politiche immuni dal contagio - anche la Manovra economica 2011 non ha sfiorato alcun privilegio parlamentare - scorrazzano per la società civile travestiti da industriali, manager, cardinali, giornalisti, commissari, magistrati, consulenti, avvocati e presidenti vari ed eventuali. Di cosa ci scandalizziamo, dunque, se le regioni del Sud Italia non riescono a spendere neanche i soldi dei fondi strutturali, e che a poco più di due anni dalla fine del periodo di programmazione 2007-2013 dei 44 miliardi di euro messi a disposizione per lo sviluppo del Mezzogiorno ne sono stati utilizzati meno di 5?

Ne parliamo in questo numero con: Adriano Giannola, presidente dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno e numero uno dell’Istituto Banco di Napoli Fondazione; Jacques Diouf, direttore generale della Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura; Christine Weise presidente della sezione italiana di Amnesty International; e Damiano Tommasi, presidente dell’Associazione italiana calciatori.

E vi raccontiamo, inoltre: la storia, tutta italiana, dei rifugiati somali con diritto d’asilo “intrappolati” nell’ex Ambasciata di via dei Villini; l’ultima nouvelle vague del cinema nostrano, quella di “Benvenuti al Sud” e dei film formato Ept la cui sceneggiatura sembra ispirata dagli assessorati al Turismo delle regioni a Obiettivo 1 per elemosinare qualche visitatore in più; il ripiegamento, e la derivata alienazione, nelle galassie parallele del www, da Youtube ai Social network; e la carenza di campioni dell’Italia nel pallone, che è andata, sì, in Europa, ma con una valigia di cartone. Perché si è sempre meridionali di qualcun altro, anche nel calcio…

Roberto Miele






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