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Dalle bonache alle cosche di Zenone di Elea - 28 Agosto 2012

ANTONINO CUTRERA

Delegato di P. S.

LA MAFIA E I MAFIOSI

ORIGINI E MANIFESTAZIONI
STUDIO DI SOCIOLOGIA CRIMINALE

Con una carta a colori su la densità della Mafia in Sicilia.

PALERMO

ALBERTO REBER

1900


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PREFAZIONE.

Quando un organismo sociale è ammalato, non sempre ha coscienza del male che lo affligge: o ritiene il male inferiore alla realtà, o lo ignora affatto; e questo stato d'inconsapevolezza dura finché non si verifica un aggravamento tale, da rendere il male troppo evidente. Ma esso allora è forse insanabile, e il pericolo non si può più scongiurare.

Questo fenomeno, con maggiore evidenza si verifica quotidianamente nell'individuo, isolatamente considerato. Il fisico non sempre è consapevole del bacillo che inesorabilmente gli rode l'esistenza: per lo più esso ignora la entità del pericolo che lo minaccia, e sé un aggravamento repentino lo allarma, una susseguente miglioria lo rassicura, fino al punto da fargli ritenere infondati i suoi timori.

Or, se negli organismi sociali questo fenomeno è meno evidente, non è perciò men vero. La Sicilia per cause storiche ed etnografiche da molti anni è stata travagliata da un vizio sociale, inteso comunemente col nome di mafia.

Questo vizio ha ritardato il suo sviluppo sociale, ha compromesso il suo incivilimento.

Il male, siccome non è di formazione recente, cosi non è stato avvertito soltanto oggi. Lo si sapeva pur troppo da molto tempo: si sapeva anche che esso era serio, e che occorrevano urgenti rimedi. Eppure, a giudicare dalla commozione che ha invaso oggi l'Italia tutta, in occasione del processo dei presunti assassini del Comm. Notarbartolo, si crederebbe il male recente, ed attuale la sua scoperta.

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Non è questo un fenomeno nuovo, ben altre volte, in occasione di altri processi, anche più clamorosi. l'Italia si è commossa, i giornali han no gridato, le Camere hanno discusso. Ne son prova gli articoli roventi apparsi sulle gazzette e sulle riviste, le discussioni appassionate e vivaci, fra le quali rimasero celebri quelle del Tajani, le monografie che si sono pubblicate le inchieste che si sono fatte. I pochi provvedimenti amministrativi presi in fretta, a poco a poco sono stati rimangiati, perché o inopportuni o inadeguati.

A queste improvvise reazioni dell'opinione pubblica è sempre successa la calma e il tempo ha fatto dimenticare tutto: non solo non si è più parlato di mafia, ma si è messo anche in dubbio che essa fosse mai esistita, o per lo meno ne è sorta la convinzione che il male, se pure esisteva, non era certo di quella gravita, che l'opinione pubblica, in un momento di nervosismo, si era immaginato.

Lo stesso fenomeno, ne siam certi, si ripeterà oggi: quando l'odierna processura checché ne sia l'esito sarà posta a dormire sugli scaffali dell'archivio del Palazzo dei Tribunali, e la polvere avrà steso il suo manto pietoso su tanta miseria e su tanto dolore, nessuno penserà alla mafia, né ai tanti altri mali che affannano questo estremo lembo d'Italia.

Ci siamo indotti a scrivere questo libro, non perché l'argomento sia assolutamente originale, essendo stato trattato con molta competenza e profondità di osservazioni da altri, ma perché anche noi, potessimo contribuire con la nostra modesta opera, a fare conoscere perchéc' è la mafia, che cosa sia, che cosa fa e che cosa ha fatto, augurandoci di vedere cancellati non pochi pregiudizi che, sul conto di essa, anche persone illustri hanno avuti.

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Quaggiù, in Sicilia, c'è un popolo che da tanto tempo spetta di essere? guarito dalle piaghe che gli attossicano sangue, c' è un popolo che ha bisogno di essere sollevato dalle miserie che per secoli lo hanno avvilito, c'è infine un popolo che spera essere meglio conosciuto ed amministrato.

Palermo, 12 aprile 1900.

ANTONINO CUTRERA.

CAPITOLO I.

La Sicilia attraverso la storia.

La Sicilia sotto i dominii greco, cartaginese, romano e bizantino. - La dominazione saracena. - La conquista normanna. - Il dominio svevo. - La conquista angioina. - La dominazione aragonese. - La Sicilia sotto il dominio spagnuolo. - La Sicilia sotto la monarchia Sabauda. - La conquista austriaca. - La monarchia borbonica in Sicilia.

Non per imitazione sistematica, ma per la natura dell'argomento che prendiamo a trattare, siamo costretti ad esporre brevemente quali fatti abbiano nella storia preceduto, e fors'anco determinato, il fenomeno sociale che è obbietto della nostra trattazione.

Cominceremo quindi con una rapida osservazione delle vicende storiche della Sicilia, mettendo in rilievo le condizioni economiche, sociali e giuridiche di essa durante le diverse dominazioni; condizioni che in buona parte dovettero concorrere alla formazione del carattere del siciliano.

I popoli, che successivamente occuparono la Sicilia, la considerarono esclusivamente come oggetto di depredazione: devastazioni, saccheggi, espoliazioni di tutti i generi si successero in modo, da renderla misera, ignorante e diffidente.

Vediamo i Greci installarsi in Sicilia, per impadronirsi delle città e sfruttarne il commercio. Quando già si erano amalgamati conquistatori e conquistati, si scatenò su questa povera terra il flagello cartaginese: il suolo fu devastato, le abitazioni saccheggiate, alcune città distrutte. Venuti i Romani, questi videro nella Sicilia il granaio d'Italia

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solamente, e come dice Isidoro La Lumia (1): "Costoro accorrevano in flotta a visitare il granaionovello di Roma e cercarvi fortuna: accorrevano in un paese desolato dalle guerre, a sperimentarvi le usure, a procacciarvi appalti d'imposte e di terreni pubblici, ad accaparrare il traffico che dalle parti di Alessandria, di Tiro e del l'Asia Minore si fosse per gli scali di Sicilia esercitato su Roma."

I Romani imposero le decime su tutte le produzioni agricole, e le depredazioni del fisco furono tali che molte città si sollevarono. Pero Siracusa ne guadagnò un saccheggio, mentre Agragas fu espugnata col tradimento, e la intera popolazione fu venduta dai Romani al pubblico incanto. Cosi fini la terra classica dei grandi filosofi, di Empedocle, di quei templi che ancora sfidano i secoli, e di quegli anfiteatri che ci dimostrano un grado di civiltà, che nemmeno Roma aveva allora raggiunto. Eppure che cosa era la Sicilia per i Romani? Basterà ricordare le parole di Cicerone:

Che cosa è mai laSi

cilia se ne togliete il prodotto dei proprii aratori? "

Caduta la Sicilia sotto i Bizantini fu governata da leggi buone, ma adoperate male, e sempre con il fine di mungerla per quanto era possibile fino al midollo.

Durante i tre secoli di questa dominazione, passati sempre in pace, la Sicilia avrebbe potuto rifiorire, ma ciò fu impossibile: gli amministratori di Bisanzio non avevano altro fine che quello di succhiarle il sangue. Questo periodo storico in poche parole e splendidamente tratteggiato da Giorgio Arcoleo (2).

"Nessun altro popolo discese con tanto precipizio,

(1) Isidoro La Lumia Storie siciliane.Palermo, v. I, p. 42.

(2) Giorgio Arcoleo, Palermo e la cultura in Sicilia.Milano, Fratelli Treves, editori, 1897, p. 29.

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per l'altra parte dell'arco, sotto la dominazione romana e bizantina parve l'ultima e la più reietta delle provincie; disparvero sino i nomi delle vetuste città. Sciolti i vincoli sociali l'individuo tornò alla campagna quasiselvaggio vittima della terra, che l'opprimeva più che schiavo con la tirannide del latifondo, creato dal dominio lontano: Roma, la Chiesa, Bisanzio, cumulo di favori a chi meglio tiranneggiava persone e coscienze. Il feudo, espressione economica, si spiritualizzò, si filtro per lungo abito di servaggio, nelle menti, sul costume, nella vita intima, separò le classi, le fortune, gli animi.

"L'oppresso cominciò a odiare come nemici lo Stato, il Governo, la legge, la società. Sparvero le tradizioni elleniche, l'isola incantevole e profumata, convegno di filosofi e di poeti, divenne prima un granaio, poi una caserma, poi un covo di ladroni d'ogni specie.

"L'alternativa era fatale, o servo o bandito. E questi germi di codardia e di ferocia s'incubarono nel sangue di una plebe rimasta senza patria e senza fede."

Caduta la Sicilia nelle mani dei Saraceni, alle antiche ruberie si aggiunsero le nuove, alla lunga pace subentrò un lungo periodo di lotte.

Tutto fu cambiato: leggi, usi, costumi, religione. Le chiese furono trasformate in moschee, i campanili in minareti, alla croce fu sostituita la mezzaluna. La lingua divenne un miscuglio di latino corrotto e di arabo, arabe furono le scienze, l'arte, la letteratura. Al siciliano in conclusione, oltre ad essere conquistato toccò sinanco farsi saraceno.

Pero nell'ultimo periodo della dominazione araba, la Sicilia risorse: Palermo che fino allora era stata città secondaria, divenne la più grande e la più bella della Sicilia, ed elevata alla dignità di capitale. Raggiunse trecentomila abitanti,

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come dicono le cronache di quei tempi, la città contenne trecento moschee all'interno e duecento all'esterno. Sorsero scuole, convegni scientifici, ed ancora nel museo di Palermo si conservano gli strumenti astronomici che i musulmani costruirono per i loro studii.

L'antagonismo fra oppressi ed oppressori si fece meno vivo, i musulmani cominciarono ad essere più tolleranti, e dimenticarono i centocinquanta anni di lotte che avevano dovuto sostenere per conquistare la Sicilia. L'agricoltura rifiori ed ancora ne rimangono le vestigia. I Siciliani finalmente avevano trovato pace e benessere.

Venuti i Normanni le condizioni economiche e sociali dell'isola migliorarono malgrado le nuove guerre, e la Sicilia ascese a maggior gloria e potenza.

I nuovi conquistatori man mano che occupavano nuovi territorii, parte cedevano in feudo ai loro baroni e seguaci, parte cedevano alle abazie, ai vescovadi, ai municipii ed agli stessi Siciliani, che prima li possedevano.

Cosi si ricostituirono quei latifondi, che ancora purtroppo durano, e che furono una delle cause più gravi dell'impoverimento della Sicilia, mentre i Bizantini ed i Saraceni erano riusciti, già in gran parte, a smembrarli.

Nei primi tempi i Siciliani videro con mal animo i nuovi dominatori: per essi il Normanno era sempre il conquistatore prepotente e baldanzoso che imponeva loro umiliazioni, gabelle, e confiscava le loro proprietà. Ben presto pero dimenticarono l'odio antico, offuscati come furono dal nuovo stato di cose, per la potenza a cui erano pervenuti i Normanni, per i tesori da essi accumulati e per le ricchezze che avevano saputo trarre dalle loro conquiste. Il benessere per conseguenza si riversò su di essi, che rimasero abbagliati dagli splendori,

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dalle ricchezze e dalle pompe della Corte normanna, ove tutti vestivano splendidi abiti di stoffe ricamate di oro e di argento. Cristiani, musulmani, ebrei, greci e lombardi che erano in quel tempo in Sicilia, finirono con l'applaudire il monarca normanno, che con poche leggi ed ordinanze saviamente amministrate lasciò contenti tutti i suoi sudditi.

Della Signoria Sveva, rimasero poche tracce nella nostra storia, tranne delle trionfali incoronazioni che gl'imperatori di Germania facevano in Palermo, ove erano acclamati re di Sicilia.

Con la caduta della casa di Svevia e con la conquista Angioina, ricominciarono le tribolazioni dei siciliani, e tale fu il mal governo di quel tempo, perché basato sulle angherie e le prepotenze, che i Siciliani insorsero contro I' oppressore, e per cercare un sollievo ai loro patimenti chiamarono gli Aragonesi, allo scopo di trovare pace e benessere, ma pur troppo era destino, che la Sicilia dovesse essere l'eterna vacca, condannata ad essere smunta da tutti i popoli dell'Europa, un po' per uno, senza lasciarle mai il tempo di rifarsi.?

In quale stato economico precipitò la Sicilia, in questo periodo non è facile dirlo, perché al cattivo governo, si aggiunsero le pretese dei Papi e del Re di Napoli per il dominio dell'isola; e a questi nuovi malanni, quasi che non bastassero, si aggiunsero le gelosie fra i diversi signori, in cui potere erano caduti quasi tutti i feudi dell'isola, i quali commisero spogliazioni vergognose, impoverendo e demoralizzando completamente la plebe. Questo periodo è cosi descritto dall'anonimo scrittore del pregevole libro sulla Sicilia (1) che è il generale Corsi:

"D'altra parte le città non infeudate, cioè le maggiori, rimaste in dominio diretto del Re e assegnate in dote alla Regina,

(1) Sicilia. Torino, Fratelli Bocca, 1894, pag. 55.

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e reggentisi a Comune, che avrebbero dovuto in quello infermo sistema statale far contrappeso all'aristocrazia e somministrare al Capo dello Stato i mezzi per tenerla in rispetto, stremate dai gravami delle guerre, obbligate dal fasto e dalla potenza dei 4 grandi baroni, e padroneggiate ed oppresse dalla numerosa famiglia e clientela di quelli (militi, armiggeri, sgherri, servi, affidati, raccomandati, stipendiati e favoriti insomma) erano venute assuefacendosi a riguardarli come sovranelli, di fatto se non di dritto, e volentieri si affidavano alla loro protezione, nominandoli

~ rettori,abbandonandosi nelle loro mani. O non eran quelli i conquistatori, i vincitori, o i loro figli e nepoti? Lo rammentevano bene colla loro albagia. Erano gli eroi che spaccavano con un colpo solo uomo e cavallo, che il cittadino stesso era avvezzo a considerare come gente d'una specie superiore alla sua. E seminavano denaro e grazie d'ogni genere."

Il monarca infine non era meno dei suoi baroni, quando aveva bisogno di denari, oltre di quelli che otteneva dal Parlamento sotto forma di donativi, ricorreva all'espediente di vendere come feudo le città libere a qualche signore, ed allora quelle disgraziate città erano costrette a riscattarsi, se volevano restare libere, pagando una somma uguale a quella per cui erano state vendute.

Col secolo XV la Sicilia fini di essere la preda dei baroni e divenne la preda dei Re di Spagna. Cessata per sempre quella vana parola che era il regno autonomo di Sicilia, essendo essa divenuta provincia spagnuola, per tre secoli tutta la vita siciliana si ridusse ad una sequela di processioni religiose, acclamazioni di viceré e viceregine, tornei di nobili per nascite e matrimonii di monarchi spagnuoli, impiccagioni e bruciamenti, funerali di monarchi e viceré.

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Palermo però fu grata di tutto questo alla monarchia spagnuola, che la solleticava nella sua vanagloria di riconoscerle i suoi privilegi. Anche questi pero furono una irrisione, perché il parlamento siciliano si riuniva ogni anno, ma soltanto per fare donativi di centinaia di migliaia di scudi al monarca onnipossente, che viveva nella reggia di Madrid, mentre i suoi governatori e viceré vessavano quel popolo, il quale non curandosi delle sue spoliazioni, si gloriava di far parte di quel regno sul cui territorio il sole non tramontava mai.

Come se ciò non bastasse, il monarca spagnuolo trovò un'altra maniera di estorcere denaro, dallo esausto erario di Palermo. É da premettere che sebbene la città di Palermo fosse riguardata come la capitale del Regno di Sicilia, pure non esisteva nessuna prammatica regia, la quale le sanzionasse questo diritto, perciò fra Palermo, Messina e Catania erasi accesa una forte gelosia, ciascuna di queste tre città aspirando ad essere proclamata capitale del regno. Il monarca spagnuolo ci trovò il suo tornaconto perché cosi le tre principali città sarebbero state sempre in guerra fra di loro; inoltre ci trovò il suo tornaconto materiale, poiché ogni tanto vendeva a Messina o a Catania il diritto di proclamarsi capitale. Palermo pero per non essere spodestata. dalla sua supremazia, era costretta rimborsare al monarca una somma uguale a quella che veniva offerta dalle altre città, per mantenersi quel privilegio. La somma veniva sempre sborsata sotto forma di donativo.

Una sola volta i Palermitani tentarono, guidati da Giuseppe D'Alessi, scacciare il triste dominio spagnuolo, per restare liberi; ma non ebbero la forza di continuare nella lotta intrapresa. Lo spagnuolo, aiutato dai nobili, presto soffocò la ribellione, e ribadì le catene del suo dominio, commettendo nuove stragi.

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Le Quattro Cantoneresono ancora i soli muti testimoni delle feroci repressioni, ed ancora le fredde statue che l'adornano, ci possono dire come nelle oscure notti del 1647 gli algoziridel viceré trascinassero per le vie tenebrose di Palermo, reduci dal forte Castellammare, i corpi degli infelici cospiratori e rivoltosi, i quali dopo essere stati silenziosamente impiccati nel cortile della fortezza, furono appesi per un piede ad un'asta e con l'infame cartello: rebelle di Dio di Sua Maestà e sua patria.

La dominazione Sabauda nel secolo XVIII fu pure malvista dai Siciliani. Il nuovo monarca, nel vedere in quale misero stato erano ridotte le finanze del regno, tentò introdurre una serie di economie, e frenare il lusso spagnolesco; ina il popolo ignorante non vide in queste novità scopi di buon governo, ma taccagneria e miseria, avvezzo come era stato alle gale ed alle feste continuate degli spagnuoli; perciò ne mormorarono e salutarono con gioia la fine di questo breve regno, per passare sotto quello dell'Austria.

Anche l'Imperatore d'Austria tu acclamato dai Siciliani, i quali erano pronti ad acclamare qualsiasi nuovo padrone venisse, purché vi fossero feste, archi di trionfo e donativi. Il siciliano anche oggi, non si cura di essere misero, purché trovi i mezzi di spendere in divertimenti, nasconde la sua miseria, anche a sé stesso, con falso lusso. Anche questo difetto è eredità acquisita dagli spagnuoli.

Il dominio borbonico, principiato con il governo di Carlo III, lasciò alla Sicilia il parlamento, ridotto solamente alla facoltà di concedere donativi al monarca e chiedere grazie; del resto la Sicilia fu bene amministrata da questo monarca che lasciò buon nome di sé.

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Durante il suo regno fu carezzata la nobiltà ed il clero, il parlamento non fu costretto a fare donativi troppo onerosi, il popolo fu lasciato contento con divertimenti pubblici. Lo stato sociale dell'isola in quella epoca si può riassumere cosi: nell'alta società la nobiltà immersa in rovinose grandezze di pubbliche e private feste, aggravata anche dallo sfrenato giuoco, che si faceva in circoli aristocratici e di corte; cultura superficiale; grande smania di educazione e pratiche cavalleresche; grande superbia. Nella bassa società e nella plebe: ignoranza estrema, superstizione assoluta, miseria ed apatia.

Salito al trono delle due Sicilie Ferdinando I detto il Re Lazzarone (il cui aggettivo basterebbe a darci la sintesi del suo governo), questi ebbe come programma di mantenere tranquilla la città di Palermo, col tenervi splendida corte, carezzare nobiltà e clero, abbellire la città, dare pane e feste al popolo, mentre l'Europa intera era messa a soqquadro dagli effetti della rivoluzione francese dell'89, e da Buonaparte. Ferdinando chiusosi nel suo palazzo reale di Palermo, vi passò i suoi anni di esilio, protetto dai vascelli di Nelson, al quale si prostituiva la regina Maria Carolina.

Col 1816 cessò per opera del sovrano la costituzione del 1812, Senza che fossero ripristinate le antiche costituzioni siciliane, che per molti secoli le avevano data una larva di civiltà. La Sicilia fu aggregata alla monarchia assoluta di Napoli. Tentò nel 1820 con la sua prima rivoluzione, la Sicilia riconquistare la sua libertà, ma fu sangue sparso senza al tro profitto, se non quello di gettare il germe di quelle rivoluzioni che poi dovevano condurla alla liberazione.

Lo stato sociale della Sicilia in questo periodo fu rovinoso. Non più contento il monarca dei donativi del parlamento, ordinò nuove tasse, senza il parere del parlamento, e non bastandogli queste, vendette e confiscò proprietà.

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Ci volevano molti denari per fare divertire Maria Carolina, e bisognava trovarli a qualunque costo, non bastandole nemmeno le quattrocentomila lire sterline, che il governo inglese pagava ogni anno, a titolo di sussidio, per la sua tutela sul regno di Sicilia. Furono imprigionati i baroni che avevano osato ribellarsi alle vessazioni reali. Tolte le franchigie costituzionali, la Sicilia, come al solito, fu riguardata come terra di conquista.

Francesco I, e come lo chiamò per derisione il suo popolo Il Re Nasone,seguì le orme del padre, ed il suo governo si può sintetizzare nelle sue frasi: Il mio popolo non ha bisogno di pensare! pensò io per lui. lo sarò Re solo e sempre.

Il Corsi nell'opera poco fa citata, cosi descrive questo periodo:

"I possidenti sentirono crescere il peso delle imposte e brontolavano, ma di nascosto, per non essere notati tra i malcontenti. Il volgo ostentava, come sempre, se non che il più scontento non poteva esser lui, sotto un Governo che favoriva la ignoranza e voleva non cittadini, ma sudditi. Or questi sudditi, devotissimi al trono ed all'altare, secondo lo stile del tempo, dovevano fabbricarli i Gesuiti in alto, tutto l'altro Clero in basso, e mantenerli tali la Polizia. La eletta n'era non più. la nobiltà, né ancora la borghesia, ma la gran mandra degli impiegati regi. Il biglietto pasquale (l'attestato dei compiuti doveri verso la Chiesa a Pasqua d'ogni anno) era la cedola di fedeltà."

Con la rivoluzione del 12 gennaro 1848, la Sicilia dimostrò ancora il suo vigore e la sua forza per la conquista dei suoi diritti, vilipesi da una monarchia di re despoti, ignoranti ed affamatori, che per massima di governo aveva avute le tre nefaste parole: feste, farina e forca.

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Caduta la costituente siciliana del 1848, la Sicilia si raccolse nuovamente, per prepararsi all'ultima lotta per la conquista della sua libertà. Cosi il 27 maggio 1860 i Siciliani, mercé la grande iniziativa dell'opera ardimentosa di G. Garibaldi, videro trionfare l'ideale sospirato.

Non trascuriamo intanto di riepilogare l'opera di Ferdinando II, che si può dire 1'ultimo della monarchia borbonica, non avendo governato Francesco II o Franceschielloche pochi anni. Che cosa avevano visto i Siciliani con Ferdinando II? forse un monarca nazionale, emanazione delle loro aspirazioni? No, sicuramente. Ferdinando II invece di farsi siciliano, come del resto lo era per nascita, si mantenne sempre napolitano, e bisogna rammentare che a que' tempi tutto quello che non riguardava la Sicilia, o che stava al di là del Faro, era ritenuto come di fuori regno.Per conseguenza non è a dire quali tristi effetti produssero le promiscuità dei pubblici impieghi, quando i Siciliani si videro mandati

fuori regnoe qui si videro impiegati ed ufficiali di ogni ordine napoletani, cioè stranieri, oppressori!

Quando i principali Stati di Europa si trovavano già da parecchi secoli retti da governi nazionali, la Sicilia e parecchie altre regioni italiane, si trovavano ancora governate dallo straniero. Sino al 1860 la Sicilia si ritenne sempre in mano dello straniero, perché tale era riguardato il governo borbonico. E questa idea, questo sentimento maggiormente si andò accentuando dopo la rivoluzione del 1848.

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CAPITOLO II.

Amministrazione della giustizia in Sicilia,

attraverso le diverse dominazioni.

Concetto della dominazione greca. - Effetti della conquista cartaginese. - L'amministrazione dei Romani e dei Bizantini. - La giustizia sotto i Saraceni e i Normanni. - Modo di governare degli Angioini. - La giustizia e le signorie sotto gli Aragonesi. - L'amministrazione e la giustizia della monarchia spagnuola, e la casa d'Austria. - La giustizia e l'amministrazione durante la dinasta borbonica.

La lunga serie di dominazioni ed espoliazioni. valse a formare nel siciliano il concetto che il governo, qualunque esso fosse, anche il borbonico, servisse solo a derubargli le sostanze, a confiscargli la proprietà, a soffocare in esso qualunque sentimento di libertà civile.

Pei siciliano, il governo non si era mai curato di educarlo, istruirlo, aiutarlo: la giustizia non era stata amministrata che per fare onta alla giustizia. Bisognava istruirsi, educarsi, aiutarsi da sé stessi. Da sé stessi bisognava vegliare sulla proprietà, custodire i propri beni, difendersi, rendersi giustizia. Il governo era completamente estraneo a lui, anzi bisognava sempre guardarsene, diffidarne sempre.

Ed infatti che cosa vide il siciliano nei Greci? Degli avventurieri, monopolizzatori del proprio commercio. Nel Cartaginese? un gran predone! Che fece il Romano? Cacciò forse il Cartaginese per dare la pace e la tranquillità all'isola? Nemmeno per sogno, perché il Cartaginese fu considerato dal Romano come il competitore nel possesso di una bella e ricca preda. I consoli ed i magistrati romani non solo non erano pagati, anzi avevano dovuto pagare le cariche, perciò dovevano amministrare rubando per tre: per Roma che servivano,

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per rifarsi di quello che avevano dovuto pagare, ed infine per loro stessi. In ultimo il siciliano si vide financo spogliato della terra che coltivava col proprio lavoro, per vederla dare ai servi della gleba romana, ed egli divenire il servo dei servi.

Che cosa furono gli amministratori di Bisanzio, se non un'accolita di soldati, marinai e vagabondi, stipendiati per sfruttare? Fu perciò un'amministrazione di corrotti e corruttori, i quali nulla fecero, se non opprimere e sfruttare. I Bizantini furono l'unico popolo che non seppe tramandarci alcun'opera d'arte, alcuna traccia materiale del suo dominio.

Nei primi tempi della invasione saracena, i Siciliani non videro che degli Emiri seguiti da turbe di musulmani, avvolti nelle loro vesti bianche, imbrattate di polvere e di sangue, la scimitarra in mano slanciarsi coraggiosamente su quanto faceva loro resistenza. Simili a turbine procelloso, dovunque passavano quelle orde di fanatici altro non rimaneva che devastazioni, squallore, morte. Finalmente, quando alla croce fu sostituita la mezzaluna, gli Emiri governarono con discreto senno e con certa giustizia, e divennero financo tolleranti.

A proposito dell'equità degli arabi, l'Amari (1) ci ha reso nota una cronaca del secolo X che dice cosi: "Quando recavansi ai Califfi le entrate della città e delle provincie ciascuna somma era accompagnata da dieci personaggi dei notabili del paese e dal

giund, né s'incassava nel tesoro una sola moneta di oro e argento se costoro non giurassero prima per quel Dio, che è unico nel mondo, essersi levato il denaro secondo il diritto ed essere sopravanzo degli stipendi, dei soldati e famiglie loro nel paese, ciascuno dei quali fosse stato soddisfatto di quanto per diritto gli apparteneva."

Come si vede i maomettani furono più cristianidei cristiani loro predecessori.

(1) M. Amari, Storia dei musulmani in Sicilia.

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Respiro la Sicilia sotto i Normanni per il buon governo e la buona giustizia che sotto di loro godette, malgrado la diversità dei popoli che allora si trovavano in Sicilia, i quali per mezzo di savie leggi poterono tutti usufruire dei loro diritti.

Gli Svevi lasciarono ricordo di prepotenza e superbia, tanto si resero incresciosi, malgrado gli sfarzi della Corte degl'imperatori.

Come dicono gli scrittori su questo periodo storico, gli Svevi lasciarono più figli in Sicilia che simpatie, per il loro governo prepotente, dando sempre la ragione ai più forti, ed i più forti erano i baroni ed i militi di Germania. Perciò rimase sempre ribadita la tradizione che la ragione era sempre del conquistatore arrogante.

Con gli Angioini si ritornò all'antico concetto, che tutto era giusto, anche l'ingiustizia più manifesta e vergognosa.

Con gli Aragonesi poi la misura raggiunse il colmo perché alle prepotenze del governo, si aggiunsero quelle dei signori, il concetto della giustizia fu questo: ai grandi tutti i diritti, ai miseri tutti i doveri. Del resto questa fu l'epoca vergognosa in cui i signori godettero tutti i diritti, sino a quello del jus primae noctis.

Quale sia stata l'opera del governo e della giustizia durante i tre secoli della dominazione spagnuola in Sicilia, ce lo dice l'illustre G. Di Marzo (1): "La nobiltà intanto si poderosa in Sicilia, sin dall'origine della monarchia, trascendea negli arbitrii, nell'orgoglio, nel lusso, crescente questo più sempre a proporzione della miseria, e causa di scadimento

(1) Di Marzo,

I Diarii della città di Palermo, v. VIII. Palermo, Luigi Pedone-Lauriel, 1871, pag. VI, prefazione.


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e di ruina d'illustri famiglie, per cui sin dal 1640 fu d'uopo creare una deputazione degli Stati, per dare ordine e norma alla amministrazione dei beni dei baroni falliti.

"Non è a dire quanto si profondesse in feste, giostre tornei. cavalcate, con cui fra gale e sfarzi incredibili sfogavasi il più sfrenato orgoglio. e distraevasi ad un tempo il volgo dall'idea della propria lassezza, traendolo fra l'immensa sontuosità di acclamazioni o ricevimenti a condiscendere e plaudire a non arnati padroni. Era perciò fra nobili del paese e regitori stranieri colleganza strettissima d'interessi e di fini a danno sempre di popoli: per cui eran soltanto per quelli le ricchezze e gli onori, per questi la severità e la miseria. E provenivano dall'una parte la pessima amministrazione del denaro pubblico; lo sciupio dei grossi stipendii per cariche numerosissime e spese inutili, sostenute per mero lusso o a solo vantaggio degli occupanti; il più riprovevole esercizio di una giustizia, fondata sopra canoni arbitrarii, incerta nel l'applicazione, atroce nei modi, diversa secondo le persone e le classi; e dapertutto un triste spettacolo di arbitrii, d'ingiustizie di inganni, di dissipazioni, di delitti, con cui la forza tormentava a man salva la debolezza. Seguivan dall'altra parte disperate e desolanti sventure, spesso accresciute da tremendi flagelli di terremoti, inondazioni, pestilenze, moltitudini sfrenate ai vizii, prive di ogni sentimento di fede pubblica, imbazzacchite dall'ignavia della superstizione e del servaggio, commerci languenti fra' ceppi di assurde prammatiche, oltre a inciampi continui per difetto di mezzi, e di fiducia, al danno perenne del tosamento della moneta, alle vie infestate da masnadieri, terrore delle campagne, imbaldanziti talora e difesi dal favor dei signori,

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un'ingerenza in fine straordinaria, deplorabile che tutto invadeva con credenze assurde, popolari e scientifiche, su cui si puntellavano sovente gli atti più ingiusti, le più strane condanne, le più vili scostumatezze ".

La misura raggiunse il colmo quando i Palermitani videro il tribunale dei Santo Uffizio installarsi nello storico Palazzo dello Steri. Ciò avveniva nel 1647: d'allora la dimora dei Chiaramonti divenne teatro di scene efferate e violente. Sotto il pretesto di tutelare la religione di Cristo, si commisero le più inaudite scelleraggini, chiunque cadesse in sospetto del governo veniva trascinato dinanzi il sacro tribunale, e là veniva torturato, suppliziato e mandato al rogo. Nel popolo anche oggi si mantiene viva la tradizione di pene terribili, di torture feroci, di supplizii barbari ed inauditi.

Crebbe tanto in potenza il Sant''Uffizio che spesso lottò con i vescovi, con i magistrati e sinanco con il Viceré, riuscendo sempre ad imporsi a tutti, e ciò per opera del re di Spagna, il quale aveva interesse a mantenersi amica e devota tale tenebrosa ed orrenda istituzione.

Troppo breve fu il periodo della dominazione di Vittorio Amedeo di Savoia, per darci agio a potere parlare della giustizia durante il suo regno.

Sotto l'imperatore d'Austria, la giustizia in Sicilia fu amministrata come poteva esserlo da una monarchia assoluta, aristocratica e conquistatrice.

Non ci resta a parlare che dell'ultimo periodo, quello borbonico. Sebbene questo fosse un periodo di monarchia nazionale, pure fu forse più nefasto dei precedenti.

In generale la monarchia borbonica nell'amministrare la giustizia, stabili come massima di chiudere un occhio,

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e mostrarsi indulgente per i reati comuni, li apriva invece tutti e due, anzi li spalancava addirittura, quando trattavasi di reati politici. Allora la Sicilia cominciava a destarsi dal suo lungo torpore, l'eco delle rivoluzioni inglese e americana aveva fatto concepire ai Siciliani, anche per loro la possibilità di una nuova forma di governo, che li avesse liberati dal lungo servaggio. I più generosi, le menti più elette, accettavano con entusiasmo le nuove idee politiche, gli animi si accendevano e si preparavano alla rivolta; mentre il governo cercava in tutti i modi di reprimere e soffocare qualunque aspirazione.

Nel primo periodo borbonico, e specialmente sotto Ferdinando I, la Sicilia godette il miglior governo di tale dinastia, perché si fecero buone leggi, malgrado al governo imperassero oltre a Maria Carolina d'Austria, quattro celebri cortigiane, i cui nomi furono illustri nella storia della nobiltà siciliana (1). Allora per ottenere un favore, per vincere anche a torto, una lite, bisognava rivolgersi a qualcuna di queste cortigiane e si era sicuri di ottenere tutto, quando si entra va nelle loro buone grazie.

Ma le buone leggi furono assolutamente inefficaci: esse erano applicate da autorità troppo ligie al governo, troppo corrotte per tradizione. Gli abusi che si commettevano dalla polizia oltrepassavano qualunque misura.

(1) Per chi volesse saperlo, tali donne furono: Lucia Migliaccio siracusana, vedova del principe di Partanna, favorita del Re Ferdinando, che la fece contessa di Floridia e sua moglie alla morte di Maria Carolina. 2° Caterina Branciforti, figlia del principe di Butera, e poscia di venuta principessa di Radali. 3 Giovanna del Bosco, dei principi di Belvedere, moglie del principe di Paterno, amante del principe Filangeri. 4° Vittoria Naselli, vedova del principe di Lingua-glossa, amante del generale Diego Naselli. Vedasi Salomone-Marino, La rivoluzione del 1820 in Sicilia, p. 12.

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Sotto i Borboni furono fonte di tale odio e di tante sciagure, che ci occorrerà trattarne un po' estesamente, trovando in essa la causa più importante del fenomeno sociale che stiamo trattando.

Come ben ricorda il De Cesare (1) fra le amministrazioni più corrotte, primeggiava la polizia, i cui infimi impiegati si permettevano taglieggiare anche nei piccoli comuni, quando vi si recavano per ispezioni o verifiche, ed esigevano un cosi detto caffè, altrimenti erano sicuri di dovere sottostare a soprusi ed angherie. Questi strani tributi formarono precisamente la caratteristica di quel Reame.

La polizia borbonica ci si presenta sotto due forme: nelle città essa è in potere di gente corrotta e malvagia cupida di sangue e di vendette, assoldata per iscoprire o inventare cospirazioni; nelle campagne è in potere dei famosi Compagni d'arme.Tutte e due queste forme di polizia ci furono, in modo esauriente, descritte da due scrittori di cose siciliane, e noi non sappiamo far meglio che riferirci a quanto essi dissero. Il primo fu il Gemelli (2) che cosi scrisse: "Cessati i pericoli della guerra, il popolo volgeva il pensiero alle lunghe sofferenze tollerate per causa della polizia borbonica. Crebbero le ire e gli odii ripensando i cadaveri appesi al muro ne' commissariati di S. Domenico e del Celso; i teschi e le ossa sparse su quei luoghi di violenza e di dolore; gli strumenti e le corde fatali per istrangolare le vittime infelici, e gli scheletri riposti nell'ultima camera, dove uno spiraglio di luce quelle orride scene, illuminava.

(1) R. De Cesare, La fine di un regno.Città di Castello, S. Lapi editare. 1900. Vol. I, pag. 178-99.

(2) Gemelli, Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49.Bologna, 1807, v. I, pag. 215.

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Né parendo a quei birri bastevole lo avere al tempo della loro potenza eretto lo assassinio a sistema davansi, venuti i giorni del riscatto, a combattere con maggior ferocità la rivoluzione. E per vero in tutti i combattimenti del popolo sostenuti, ci vedeva da per tutto in fra le schiere borboniche buona mano di quegli uomini, che i regi difenditori rafforzavano. Or tanta audacia, congiunta alle acerbe memorie del passato sospingeva a tal segno di rabbia gli animi esasperati, che non altro udivasi a quei giorni in Palermo che: morte alla polizia.Quindi non valsero le fughe, od i nascondigli per iscampare quella brutta genia dalla crescente ira popolare. Quattro birri caduti in potere al popolo erano in piazza trascinati, ed ivi con cieco furore crudelmente uccisi. Conturbava un siffatto procedimento i buoni cittadini e massime il governo, il quale, senza por tempo in mezzo, a dar fuori il seguente manifestò si affrettava:

"Il popolo ha dato prova di magnanimità verso i prigionieri di guerra; sia lode di ciò al popolo: taluni birri pero sono stati fucilati sotto il palazzo pretorio, ma il comitato disapprova altamente questi atti che non corrispondono all'indole generosa del popolo, che non sono atti cristiani. Se molti birri uniti alla truppa si sono battuti contro la patria, saranno giudicati in appresso, e subiranno la debita pena; per ora si traducano in carcere; qualunque atto illegale ove non emani da' giudizi competenti, ripugna alla nostra santissima religione. Il comitato è sicuro, che il popolo docile si asterrà d'ora in poi da qualunque atto illegale.

"Speravasi in tal guisa si fossero gli antichi sdegni rattemprati, ed altri fatti di cotal sorta non si dovessero più in avvenire rinnovare. Ma assai vive erano le ricordanze delle ricevute offese, e gli strazi atroci da lunghi anni per opera di quella polizia sopportati.

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Invano il governo si adoperava a voler salvare quella gente, facendone un buon numero imprigionare, o meglio rinchiudere nella Quinta Casa e nel convento di S. Anna. La notte del 21 febbraio turbe furenti di popolo assalivano le prigioni di S. Anna, abbattevano ogni ostacolo, ed impadronivansi di quei malcapitati poliziotti. Da quel momento il popolo si elevò a giudice punitore, ed inesorabile delle sue vittime. Richiamava a nome tutti i prigionieri, e l'uno dopo l'altro li giudicava. I pochi, che al cospetto di quel terribile tribunale apparivano meno colpevoli od innocenti, erano acclamati buoni ed onesti, e perciò liberi ed incolumi rilasciati. Gli altri reputati ribaldi e traditori dannati inappellabilmente all'estremo supplizio,il quau le avea pronta esecuzione in un luogo detto il Pantano senza alcuna forma ed indugio."

"Per le campagne il governo borbonico istituì le

Compagnie d'armi.L'organizzazione di cotesta forza destinata alla repressione del brigantaggio e di tutti i malfattori in genere, costituì il marcio vero della giustizia di quei tempi, poiché esse in conclusione presero l'appalto della pubblica sicurezza, come in appresso vedremo meglio cavandolo da un documento ufficiale.

L'origine di questa famosa istituzione risale all'epoca feudale, quando alla forza pubblica sostituivasi da per tutto la forza personate, quando il barone, il proprietario, per difendere la roba erano obbligati a tenere ai loro soldo delle squadre di uomini facinorosi, i quali proteggevano, è vero, il castello e la masseria, ma a patto di essere difesi e protetti contro la autorità per tutte le prepotenze, delitti e ruberie che commettevano sugli altri. In questo stato di cose, il governo non aveva nessun mezzo di soggiogare quella immensa camorra che viveva e prepoteva all'ombra, dell'istesso castello feudale.

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Priva di strade e di organizzazione regolare, divisa in mille giurisdizioni comunali, ecclesiastiche e baronali, la Sicilia del medio evo, doveva cercare un po' di sicurezza informandosi alle idee del tempo; e poiché la braveria era organizzata e prevalente, il governo pensò di farsi forte in essa, e di usufruttuarla (ci si consenta la parola) a beneficio del paese."

Ora trascriviamo quello che scrisse sui Compagni d'armeil Ciotti (1).

"Inabile a perseguitarlo, a coglierlo, a punirlo, il governo discese a patti col delitto, lo usufruttuò. I più matricolati ribaldi, invece del capestro ebbero una divisa, un soldo, talvolta una decorazione, e si resero mallevadori della pubblica sicurezza. La plebe dei ladri fu spesso sopraffatta; ma in mezzo allo scadere dell'aristocrazia della nascita sorse fuori l'aristocrazia del delitto, riconosciuto, accarezzato, ed onorato.

"A salvaguardare l'estesissimo territorio della Sicilia doveva provvedersi con un personale che raramente raggiunse la forza di 200 uomini. I compagni d'arme dovevano quindi ricorrere ad espedienti degni di loro, ed il governo dovea accomodarvisi. Sorsero gli affiliati. E gli affiliati erano altrettanti anelli della catena malandrinesca. Purché tu mi guardi quel tale ambito diceva il compagno d'armead un famoso assassino, tu resterai tranquillo a casa tua, sui furti perpetrati, sugli omicidi commessi, noi chiuderemo un occhio; fatti onore, e non ti potrà mancare un posto nella compagnia, alla prima occasione. Ma siccome dei vivere e non puoi, non sai, e non vuoi lavorare, ti si concede intanto di prepotere ad libitumsul debole e sul tapino. Tu non ruberai, chiederai, e, forte del tuo prestigio e della nostra protezione, nessuno ardirà dirti no. Tutti sappiamo come e quanto chiedessero, è come nessuno dicesse mai di no.

(1) Ciotti, I casi di Palermo. Palermo, tip. Priulla, 1886 p. 7.

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"Se gli affiliati e i protetti avevano cotesta facoltà illimitata del chiedere, che cosa diremo dei protettori?

"Del resto le prepotenze sapevano a capello con chi le dovevano fare, e la lunga esperienza aveva provato i pericoli e l'inutilità dello sporgere querela.

"Anzi del querelarsi, del denunciare i tristi si perdea- mercé loro - per sin l'abitudine, alimentandosi invece e infiltrandosi nei costumi quel principio della omertà di cui raccogliamo si triste messe.

"E perché, difatti, avrebbesi dovuto querelarsi? Impotente era 1'autorità e potentissimi essi. Se qualcuno pativa aggravio ed era persona riguardata, senza darsi una briga al mondo faceva obbligare la Compagnia all'indennizzo, dei rei tacea per non inimicarsi alcuno: ed in effetto tutte le denunzie di ruberie appartengono alla categoria dei rei ignoti.

"Spesso un capitano, del furto pagato sul suo, si tifacea rubando nel distretto di un altro. Spesso quello che commetteva la ruberia, era I'istesso compagnoper mezzo dei suoi compari. In questo caso si presentava al derubato, gli proferiva i suoi buoni ufficii, lo esortava a non ricorrere, a non far spese, ché vedrebbe lui, lui penserebbe, e finiva per venire a una turpe transazione; dava ottanta per un furto di cento, e nonse ne parlava più.

"Se poi la mano rapace fosse una mano profana, allora cambiavasi metro; si arrestava a dritto e a torto,si bastonava, si dava la tortura perché il furto che doveva pagarsi doveva provarsi ad ogni costo, e sventuratamente si provò sempre.

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"Quando poi questa regola subiva un' eccezione,allora in rasa campagna, nell'alveo di un fiume, nel folto di un bosco, si rinveniva un uomo morto. Accorreva il giudice; che é, che non é... una parolina allo orecchio del capitano sopiva tutto... Un profano dimeno, una lezione alla debolezza dei tribunali, ed un trionfo di più per la giustizia sommaria delle compagnie."

Il De Cesare, op. cit, ci rammenta che la polizia sotto i Borboni fu la più potente istituzione del Regno. Gli scavi di antichità, le bande musicali, il corso pubblico, le strade ferrate, il censimento, l'archivio, il telegrafo, il giornale ufficiale, la pubblica istruzione, il riconoscimento dei diplomatici e degli agenti consolari, le reali riserve, le guardie d'onore, le prigioni, e financo le farmacie dipendevano dalla polizia. La polizia era la sola amministrazione dello Stato, i cui capi esercitassero F ufficio loro con passione. Essa aveva la coscienza di essere superiore alle leggi e la sicurezza di godere la protezione del Re, e perciò non temeva nulla, ed era stranamente temuta, anche nelle alte sfere della Corte e del Governo.

Riassumendo dunque, il siciliano nella Polizia non trovò mai l'autorità che avrebbe dovuto difenderlo, la istituzione che avrebbe garantita la sua libertà e i suoi averi. Quella poteva essere violata dal sospetto di qualunque azione; questi erano a completa discrezione dei

Compagni d'arme.Continuamente vessato da soprusi e camorre, il suo odio per la polizia, per la legge, per I' autorità pubblica divenne feroce. Per reagire egli si credette in dovere di vivere fuori della legge, di servirsi della sua forza, della sua astuzia, se voleva che giustizia fosse a lui resa.

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E 1'odio alla legge e all'autorità portò di conseguenza un'assoluta fiducia in sé stesso, egli diventò prepotente. Le parole onore, coraggio, dovereacquistarono un significato specialissimo, come vedremo meglio in seguito.

Fu con tali pregiudizii che si formò il carattere di questo popolo.

CAPITOLO III.

Formazione del carattere del siciliano.

Concetto della giustizia e del governo nel siciliano. - Disprezzo alla legge. - L'omertà.

In tal modo dunque si è formata l'educazione del popolo siciliano, con tali elementi il suo carattere ha assunto quella speciale fisionomia, che tutt'ora conserva, e ch'è nostro compito esaminare ora.

In esso vi sono qualità innate dovute alle condizioni speciali del suolo e del clima, e qualità acquisite, dovute alle cause d'ordine storico, che nei precedenti capitoli abbiamo esaminate. Queste certamente non furono i fattori esclusivi del suo carattere. Confortati dall'autorità dell'illustre dottor Pitré, ci permettiamo di affermare che ai fattori etnografici biologici, ed antropologici, è dovuto il carattere del siciliano.

La lunga dominazione straniera accentuò la fierezza del suo carattere, fierezza che degenerando diventò prepotenza alle leggi nell'autorità, modificò la sua natura selvaggia d'isolano, facendolo diventare sospettoso, diffidente, intollerante. Alla violenza dei governi la sua natura calda ed irascibile rispose con la violenza; e questa divenne per lui una seconda natura, avente delle manifestazioni speciali. Esse furono: il disprezzo nella legge, l'odio all'autorità, la prepotenza verso chiunque avesse relazioni con lui. Questi tre pregiudizi sono la genesi del fenomeno comunemente inteso col nome di mafia.

Esaminiamoli distintamente:

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Sembra innato nel siciliano il disprezzo alla legge: per lui non dovrebbe esistere alcuna coazione esterna che regoli le sue relazioni sociali, e in caso di controversie non sa sopportare che il Governo s'ingerisca negli affari suoi. "

Che c'entra la giustizia nelle mie cose? Ai fatti miei so bastare io stesso!" Cosi egli pensa e dice. Due fatti, a nostro parere hanno prodotto su lui questo pregiudizio: uno storico, l'altro psicologico.

Durante la lunga serie di dominazioni egli vide raramente il governo occuparsi dei fatti suoi (aveva da pensare a ben altro!) Egli fu lasciato in balia di se stesso. La legge la vide applicata soltanto per fargli patire qualche grave danno, per sentire conculcati i suoi diritti, per vedere confiscati i suoi beni; mai garantirlo dalle offese e dai torti che gli venivano fatti.

Nemmeno il governo borbonico, che pure era il governo nazionale, seppe guadagnarsi la fiducia del suo popolo.

Il fatto psicologico ci è dato dalla natura stessa del siciliano: in lui, come in quasi tutti gl'Italiani del Mezzogiorno, è fortemente esagerato il sentimento dell'io. Il contadino siciliano (e ad esso ci riferiamo specialmente essendo la Sicilia una regione essenzialmente agricola) è ignorante e superstizioso, molto superstizioso. La superstizione l'ha fatto diventare diffidente. In nessuno egli ha fiducia: né al governo, né alle leggi; anzi al governo addebita tutti i suoi guai, tutte le sue sciagure. Non ha fiducia nel suo prossimo, da cui teme di essere sempre ingannato. Questo timore, esageratosi, da un lato ha reso quasi impossibile in Sicilia la costituzione di società civili o commerciali, la formazione di consorzi agrari, la cospirazione sotto qualsiasi forma; dall'altro ha persuaso il siciliano che val meglio ingannare, che lasciarsi ingannare.

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Sono straordinarie le cure ch'egli adopera per raggiungere questo fine: tutti i mezzi che l'astuzia e la prepotenza può suggerire son da lui fatti valere pur di riuscire nel suo intento, è allora soltanto ch'egli è contento di sé.

Dal disprezzo alla legge è derivato 1'odio all'autorità a cui è affidata l'esecuzione della legge. Ma questo odio principalmente è diretto contro la polizia, come quella che più: spesso è a contatto del popolo. Il giudice manda in galera perché le guardie hanno arrestato il reo - se le guardie non l'avessero arrestato, il reo sarebbe libero e gli rimarrebbe l'agio di vendicarsi, o di aspettare la vendetta dell'offesa o di un suo parente, o di un suo amico. Il siciliano perciò si crede in dovere non solo di non agevolare la polizia nelle sue ricerche, ma di ostacolarla in tutti i modi possibili, e d'ingannarla. Per questa ragione non è ritenuto uomochi si discosta da tale principio. Denunziare, o confermare il nome del reo, fosse anche il proprio offensore, è ritenuto un atto basso e vigliacco. Chi commette tale vigliaccheria non solo non è ritenuto uomo, ma deve subire l'epiteto di cascittuni(spione). Il siciliano ch'è vero

uomo, non denunzia mai alla giustizia il nome del suo offensore, non perché l'abbia perdonato, ma perché ritiene che solo a lui spetti il diritto di vendicare l'offesa ricevuta: altra riparazione non è ammessa. Se una persona è ferita, tace il nome del suo offensore; perché spera guarendo di riserbare a sé il diritto di vendicarsi. Se muore, preferisce rimanere invendicato, pur di non confessare il nome del suo assassina. Un proverbio infatti dice:

Si campu, t'allampu, (ti uccido)

Si moru ti pirdugtui.

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Nino Martoglio (1) poeta in vernacolo catanese sui proposito scrisse il seguente sonetto:

Minicu, quantu?.... Un parmu c tanticchiedda,

Cantau? - 'Un ha cantatu. Menumali!....

chi fannu ora? - Ci trasinu 'i vuredda....;

bona allippau.... Chi fu, stili o pugnali?

Chi pugnali, 'u schifiudi li cutedda!

Menzu filu?- No - Triangulu? - Ca quali!....

E allura? - 'U cincu sordi- A lapparedda?

Si.... Ma.... trasiu c' 'u manicu?! - Funnali

é, no l'- T' 'u dissi, un parmu avanzateddu....

Mutu, ca sta parranuu!.... Eh, vilunazzu!....

Cu' è chissu ca 'u 'nterruga? U dutturi....

Chi rispusi?.... "

Cuteddu cu cuteddu,"

'a giustizia, si campu, ju stissu, 'a fazzu;

nun parru "- Bravu! É giuvini d onuri! (2).

Questo dovere di tacere non compete soltanto all'offeso, ma si estende a chiunque è stato testimone del delitto,

(1)Nino Maktoglio, O scuru, o' scuru. Catania, Tip. di C. Galatola, 1896, pag. 37.

Questa poesia rappresenta un dialogo, fra due compagni che stanno dietro la porta dell'ospedale, ad origliare, per sentire quello che dice un loro compagno ferito gravemente, che i vi si è recato per farsi medicare.

La traduzione letterale è la seguente:

Domenico, quanto?... Un palmo ed un poco più, - Cantò (per parlò) Non ha cantato. Meno male!... - Che fauno ora? - Gli rientrano le budella...; - buona prese!... Che fu stile o pugnale? - Che pugnale lo schifo (nel senso del più brutto) dei coltelli! - Mezzo filo? (Lama stretta) No - Triangolo? Ma no!... - Ed allora? - Un cinque soldi (cioè un coltello di cinque soldi) A lapparella (a lama larghetta) Si... Ma... entro col manico? Sino fondo - Te lo dissi un palmo avanzato - Zitto che parla!... Eh, vile! - Chi è questo che lo interroga? 11 dottore... - Che rispose? "Coltello con coltello - la giustizia se campo, io stesso me la faccio - non parlo" Bravo! É giovane d'onore!

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o in un modo qualsiasi viene a conoscenza dell'autore del delitto. Anche gli estranei hanno il dovere di tacerne il nome, non solo, ma devono, per quanto possano, agevolargli la fuga e la latitanza, apprestargli un nascondiglio, sviare in tutti i modi le ricerche della polizia. Un altro proverbio dice:

Lu parrinu cummogghia lu calici,

E nui ci avemu a cummigghiari l unu cu l'autru (1).

Per omertàse occorre bisogna andare in galera, anche innocenti di un dato delitto, purché non si dica nulla. Non sono rari i casi di siciliani, che, vittime di questi funesti principi, scontano lunghe pene, ed anche muoiono in fondo ad un carcere, pur di nascondere la verità alla giustizia. Questo fatto sembra un paradosso, ma pur troppo è una verità assoluta. Potrei qui citare molti fatti per corroborare il sopradetto, ma li tralascio per brevità. Cito il seguente canto popolare palermitano, a conferma del pregiudizio che non bisogna confessare cosa alcuna alla giustizia:

L'omini un sunnu ccà, mancu in campagna,

Sunnu 'utra li dammusi sutta térra.

Quannu cu la Giustizia si parra,

Cu li manu liati e l'occhi 'nterra.

Lu judici mi dissi: - "Figghiu, parra:

Chista 'un c chiavi chi grapi e serra."

L'omu chi parra assai, nenti guadagna,

Cu la so stissa vucca si disterra (2).

(1) Il prete copre il calice - E noi dobbiamo coprirci T un con l'altro.

(2) Gli uomini non sono qui ne in campagna, - Sono entro le volte sotto terra (ti carcere) - Quando si parla con la Giustizia, - Con le man i legate e gli occhi a terra. - Il giudice mi disse: "Figliuolo, parla;-Questa non è chiave che apre e chiude."-L'uomo che parla assai niente guadagna, - Con la sua stessa bocca si condanna.

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Se l'arrestato per leggerezza di carattere, o perché preso da momentanea debolezza, dovesse rivelare alla giustizia il nome del colpevole, o confermare dati fatti o circostanze, allora viene tacciato d'infamia.

Una canzone di Alimena, con queste parole apostrofa un infamerivelatore di nomi alla giustizia:

Pezzu di 'nfami, a chi t'arridducisti!

A fari nfamitati ti jittasti!

La prima 'nfamitati chi facisti,

Du picciotti d'

onuriimpusturasti! (1)

L'uomo che sa opportunamente tacere è considerato come omu d'onuri,o cristianeddu, o pure

omu di panza (uomo di panza, cioè persona che sa tenere le cose entro di sé).

Un canto palermitano, cosi descrive questo forte sentimento di non confessare cosa alcuna:

A mia quannu mi pigghiaru,

La mé vucca si chiuiju;

'N dissi autru: Aiutu, Diu!

Di sti guai un nesciu cchiíi.

Mi pigghiaru, m' attaccaru,

Mi jittaru òn cammaruni

Ge' era un jurici a tavuluni,

Chi strillava contra a ine.

'Nta li strilli c T amminazzi

Sti palori mi diceva:

lo ti mannu a la galera

S' un mi cunti 'a virità!

- Mé signuri, 'un sacciu nenti:

Di sta cosa su' 'nnucenti;

Mi pigghiaru attortamenti,

E nun sacciu lu pirchi. -

(1) Pezzo d'infame, a cosa ti sei ridotto! - A fare infamità ti sei dato! -La prima infamità che facesti, Due giovani d'onore calunniasti

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- Birbantuni t Mariuluni!

Ti canusciu nta la cera;

lo ti mannu a la galera

S' 'un mi cunti 'a virità. -

- Mé signuri, un sacciu nenti:

Dista cosa su unucenti;

Mi pigghiaru attortamenti,

E nun sacciu lu pirchi.

- Affirràtilu, attaccatilu,

Ittàtilu a na fossa! -

Rridutto peddi ed ossa

Senza sapiri pirchi.

Carzareri, chiavitteri,

Carzareri: toppi e chiavi!

A la fini, a cur ammazzavi

'Na picciotta, e a nuddu cchiü (1).

Come abbiamo detto, il principio dell'omertà si estende a chiunque conosce qualche cosa della questione. Se Tizio e Filano furon testimoni d'una rissa, interrogati dal magistrato, diranno di sconoscere i rissanti, di non saperli più riconoscere, anche se li rivedessero, d'ignorare i loro nomi.

(1) Pitre, Canti popolari siciliani. Palermo, Luigi Pedone-Lauriel, 1871. Vol. 2% pag. 107.

A me quando mi presero, - La mia bocca si chiuse; - Non dissi altro: Aiuto, Dio! - Di questi guai non uscirò mai più. - Mi presero mi attaccarono, - Mi gettarono in un camerone - C' era un giudice al tavolino - Che strillava contro di me. - Tra gli strilli e le minacce - Queste parole mi diceva: - lo ti mando alla galera - Se aon mi dici la verità! - mio signore, io non so niente:- Di questa cosa sono innocente, - Mi presero a torto, - E non so il perché - Birbaccione, Mariolo! - Ti conosco a la cera: - lo ti mando a la galera - Se non mi dici la verità. - mio Signore non so niente - Di questa cosa sono innocente; - Mi presero a torto, - E non so il perché. - Afferratelo, attaccatelo, - Gettatelo in una fossa! Ridotto pelle ed ossa - Senza sapere il perché. - Carceriere, chiavettiere, - Carceriere: toppe e chiavi! - A la fine chi ammazzai? - Una ragazza e nessun altro.


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Eppure i rissanti erano anici loro: probabilmente mezz'ora prima del delitto erano stati insieme all'osteria.

Il Pitrè nella sua pregiata e ricca Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane, vi ha inserita la seguente. poesia, che un triste ma vivo bozzetto di questo fatto doloroso:

Lu portanu a clesia

Supra lu catalettu,

Li vrazza misi n cruci

Nta lu fírutu pettu.

Cci veui la Giustizia:

Cui fu chi cci sparau?

"Signuri, nuil lu vittimu,

Ca subitu scappau."

'N menzu la chiazza pubblica,

L'ura di menzu jornu,

E nun l lia conusciutu

Nuddu di lu cuntornu!

Lu mortu è cu li morti,

Nun si nni parra chiù.

Ma cc' è cu' nun lu scordanu,

Pustianu a cu' fui.

'N menzn la chiazza pubblica,

A menzu jornu a picu,

'N menzu a 'na guerra d'omini

Sparanu a Giusippicu.

"Gesü, chi beddu giuvini!

Cui fu chi Tammazzau?

"Va cercalu! va trovalu!...

Cu' sa d unni pigghiau! "

Cci veni la Giustizia.

Ognunu fa lu mutu;

Dici: L' he vistu fujiri,

Ma non l'he conusciutu " (1).

(1) Lo portano in chiesa - Sopra il cataletto. - Le braccia poste in croce -Sopra il ferito petto. - Venne la Giustizia: - "Chi fu che gli sparò?"

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Anche chi sa di non potere personalmente vendicare l'ingiuria ricevuta, si stima in dovere di tacere, perché non vuol essere tanto vigliacco da ricorrere all'opera della giustizia per ottenere la riparazione. Preferisce rimanere invendicato, pur di non essere chinmato carognone, pur di non passare per una persona di mala fede. Proprio cosi: è ritenuta persona di mala fede in Sicilia, quella che si rivolge alla giustizia e la chiama in suo aiuto, tutto questo per effetto di pervertimento morale.

Anche la gente onesta è costretta a subire il pregiudizio dell'

omertà,per non vedersi esposta a guai, a ingiurie e ad altre noie. Offesa, preferisce tacere; testimone di qualsiasi circostanza che possa interessare la giustizia, fa tutto il possibile perché non venga citata a deporre; chiamata a dichiarare quello che sa si mostra reticente, e qualche volta, suo malgrado, magari smentisce.

Il Pitrè riporta una leggenda di Cefalü, dalla quale si rileva, come anche al morto incombe il dovere di tacere. La leggenda è questa:

Una donna ha il figlio in carcere accusato d'omicidio. La povera madre si rivolge a un fraticelio il quale la conduce al cimitero, fa togliere il marmo che copre

- "Signore non l'abbiamo veduto - Perché subito scappò." - Nel mezzo della piazza pubblica -Nell'ora di mezzogiorno, - Non l'ha riconosciuto - Alcuno del vicinato! -II morto è con i morti, -E non se ne parla più. - Ma c' è chi non lo dimentica - Tien la posta a chi fu. - Nel mezzo della piazza pubblica, - A mezzo giorno preciso,-In mezzo a tanti uomini, - Sparano a Giuseppico."Gesù, che bel giovane! - Chi fu che r.'ammazzò? " - Va cercalo! va trovalo!... -Chi sa per dove prese!"-Viene la Giustizia -Ognuno fa il muto;-Dicendo:L'ho visto fuggire- Ma non l'ho riconosciuto."

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la tomba dell'assassinato, ed ordina al cadavere di confessare il nome delFassassino:

Lu mortu: Patri, no, cci arrispunniu;

Stu giuvini è 'nfamatu attortamenti;

Cu fu chi m'ammazzau, lu sapi Diu;

Nun mi spiati, cà nun sacciu nenti (1).

Eppure il morto lo sapeva chi l'aveva ucciso: era stato proprio quei giovane che era in carcere, ma lui si era creduto in dovere di tacere, anche dopo morto. Quante tristi verità non ci appalesa questa leggenda, nella sua forma fantastica.

Che cosa è tutto questo? É l'omertà, di cui molti scrittori sulle cose di Sicilia hanno parlato, classificandola sempre fra le manifestazioni criminose del popolo siciliano, senza osservare che precisamente l'

omertà, è il carattere di esso, causa prima dalla quale poi si sono generati altri malanni, dei quali parleremo in appresso.

(1) Il morto: Padre, no. gli rispose; -Questo giovane è infamato a torto - Chi fu che mi uccise, lo sa Iddio;- Non mi domandate, perché non so nulla.

CAPITOLO IV.

Cause che degenerarono l'"omertà" in mafia ".

Trasformazione del carattere siciliano per conseguenza dei diversi popoli conquistatori. - Carattere proprio del Siciliano. - Conseguenza della fusione dei caratteri acquisiti per eredità con quelli naturali. - Formazione della mafia. - Origine della parola mafia. - I Mafiusi della Vicaria. - Definizione della mafia secondo i diversi autori. - I fattori della mafia.

Ancora pero non possiamo parlare del nostro argomento, senza preporre altre osservazioni.

Non avvi dubbio alcuno neiraffermare che il succedersi continuato, anche a lunghi periodi, delle varié dominazioni straniere in Sicilia, di popoli diversi fra loro, per origini, lingua, costumi, usi ed intendimenti, ha dovuto produrre, per la necessità delle leggi fisiologiche ed ereditarie, una grande trasformazione nel carattere del Siciliano, inoculando continuamente, a poco a poco, nel suo spirito i caratteri propri di ciascuno di esso.

E come dice il Sergi: "Tutte queste serie d'infiltrazioni, si fanno certamente, inconscientemente, come piccoli depositi alluvionali; ma dopo un certo tempo, per l'accumulo fatto, si manifestano e apportano gli effetti più salutari, se sono riferibili alla condotta retta ed onesta; perniciosi, se derivano da forme viziose o degenerate."

Or se materialmente ad ogni nuova sovrapposizione di conquistare, doveva avvenire prima dell'assimilazione una lotta, tra l'elemento indígeno e quello forestiero, cosi anche per il carattere come osserva il Colajanni (1)

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la sovrapposizione di un elemento, di uno strato con l'altro non deve avvenire senza lotta, la quale è sempre più viva, e maggiore quanto più diversa è la natura degli strati e degli elementi con i quali viene a eontatto. Perciò riesce facile la trasformazione lenta e gradùale del carattere e più efficace quella educazione che non intende correggere e modificare un individuo o una collettività di un colpo, dando ¡'impronta completamente diversa o opposta alla preesistente. Noi pero non accettiamo quest'ultima affermazione, perché ammettiamo la trasformazione del carattere, ma non mai completamente ed assolutamente.

Qui non è il caso di studiare i caratteri fisici e morali di tutti questi popoli dominatori, pero quello che possiamo affermare, in maniera assoluta, perché evidente per sé stessa, senza bisogno di alcuno studio, che in tutti questi popoli, hanno predominata la violenza e la prepotenza, perché senza né l'una né l'altra, non avrebbero potuto fare i conquistatori.

Perciò dobbiamo affermare, che per la legge indiscutibile costante dell'eredità e dell'atavismo, nel siciliano, oltre ai sentimenti proprii: al forte sentimento dell'io e della propria superiorità su tutti gli altri, si è infiltrata la violenza, la prepotenza ed il predominio della forza, che rappresentano precisamente la somma dei caratteri dei suoi conquistatori.

Se dovessimo descrivere fisiologicamente il Siciliano dovremmo dire ch'esso ha l'occhio vivace e mobile, il parlare svelto, accompagnato dallo gesticolare accentuato e largo, tutto in lui è rappresentato dall'arditezza e dalla vivacità come ce lo dimostrano le sue origini, le sue imprese. Pero nei popoli, come negli individui, qualsiasi nuovo adattamento, modifica, ma non trasforma.

(1) Colaianni,

La Sociologia criminale. Catania, Filippo Tropea, editore, 1889. Pag. 501.

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Così nel Siciliano, oltre tutti gli adattamenti ai quali dovette sottomettersi nella lunga sfilata dei suoi dominatori, rimase sempre, come già abbiamo fatto cenno, il forte sentimento dell'io e lo spirito di superiorità su tutti gli altri, perché il Siciliano crede ancora la sua terra sia per sé stessa più ricca e ferace di tutte le altre, popolata d'imponenti città, con grandiosi templi e vetusti edifici, sempre culla di umano incivilimento. Non pensa il Siciliano ch'egli è decaduto, e che ancora non ha raggiunto il grado di civiltà degli altri membri della gran famiglia italiana. Egli rimasto entro T isola sua vede ancora le cose come le vedeva duemila anni fa, e come dice l'Arcoleo (1):

"Parlo del Siciliano, chiuso nella sua isola, o che l'isola trasporta con sé pur viaggiando, nei raffronti, a nelle idee, nel paesaggio, sempre lieto di contrapporre il suo bel sole, alle brume inglesi, e la sua Conca d'oro alle steppe di Ungheria e di Russia."

A proposito anche del sentimento della propria superiorità dei siciliani, su gli altri, trascriviamo il seguente brano, del libro originale dell'Alongi sulla Mafia (2).

"Quest'alto sentimento, anzi questa soverchianza morale dell'io si manifesta e si espande ad ogni occasione, in tutto il contenuto morale dell'individuo. Il Siciliano ama potentemente l'isola sua, il palermitano adora la sua Palermo, ogni abitante del più piccolo comune professa lo stesso grande amore per le quattro mura ove nacque e crebbe. Tutto ciò è bene;.il male incomincia quando questo amore del natio loco trasmoda sino a farsi credere e ritenere che il nostro a sia il più bello, il più ricco, il più nobile, il più abbondante e civile paese del mondo."

(1) Arcoleo, Palermo e la coltura in Sicilia. Milano, Fratelli Treves, Editor!, 1897, pag. 71.

(2) Alongi, La Maffia. Torino, Fratelli Bocca, Editori, 1887, p. 56.

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Aggiungendo ai principii dell'

omertàspiegati nel precedente capitolo, i sentimenti sopradetti, cioè: la violenza, la prepotenza, il predominio della forza, il forte sentimento dell'io e quello della propria superiorità su gli altri, e a ciò aggiunta la circostanza che non avendo più fiducia nelle leggi dello Stato e nei suoi funzionari, se ne rese assolutamente indipendente, otteniamo la forma ultima, concreta che ha determinato il tipo più accentuato del carattere siciliano.

Nei casi in cui quest'individuo ha avuto bisogno dell'aiuto di altri, non potendosi rivolgere alla legge, sia per far rispettare un suo diritto, o un preteso diritto, o di sciogliere qualche controversia, si rivolse all'autorità di persone note per la loro influenza e prepotenza, o che per l'agire energico e violento avesse potuto rendere rispettato il suo giudizio.

É precisamente tutto questo che costituisce l'essenza della parola mafiache tante menti ha fatto divagare in vane discussioni, più o meno strane, formandosi quella triste aureola di celebrità, dando luogo ad un cumulo di definizioni ed interpretazioni, parto di fantasia di gente o ignorante di cose siciliane, o di mala fede, dando come causa delle mafia tutte le manifestazioni delittuose che in Sicilia avvengono.

Prima di entrare in argomento vogliamo ancora ben definire la mafia, cominciando dall'origine della parola sino alla spiegazione della sua essenza, e per questo, non possiamo di meglio che cedere la parola all'illustre dott. Pitrè (1) il più competente conoscitore e studioso di cose siciliane in questo secolo.

(1) Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano. Vol. II, pag. 287 e segg. Palermo, Cario Clausen, 1889.

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"Se mafia derivi o abbia parentela col toscano maffiamiseria. o col francese maufé o meffiernon mi preme di vedere. lo sono pago di affermare la esistenza della nostra voce nel primo sessantennio di questo secolo, in un rione di Palermo, il Borgo, che fino a vent'anni addietro facea parte per se stesso, e si reputava qual'era topograficamente, diviso dalla città. E al Borgo la voce mafia coi suoi derivati valse e vale sempre bellezza, graziosità, perfezione, eccellenza nel suo genere. Una ragazza bellina che apparisca a noi cosciente di essere tale, che sia ben assestata e nell'insieme abbia un non so che di superiore e di elevato, ha della mafia ed è

mafiusa, mafiusedda.Una casetta di popolani ben messa, pulita, ordinata, e che piaccia, una casa mafiusedda,ammafiata, come è anche '

nticchiata. Un oggetto di uso domestico, di qualità cosi buona che s'impone alla vista, è

mafiusa; e quante volte non abbiamo tutti sentito gridare per le vie frutta; stoviglie mafiusi, e perfino le scope: Haju scupi d'a mafia! Haju chiddi mafiusi veru!

"All'idea di bellezza la voce mafia unisce quella di superiorità e di valentía nel miglior significato della parola e, discorrendo di uomo, qualche cosa di più: coscienza d'esser uomo, sicurtà d'animo e, in eccesso di questa, baldezza, ma non mai braveria in cattivo senso, non mai arroganza, non mai tracotanza.

"L'uomo di mafia o mafiusuinteso in questo senso naturale e proprio non dovrebbe metter paura a nessuno, perché pochi quanto lui sono creanzati e rispettosi.

"Ma disgraziatamente dopo il 1860 le cose hanno mutato aspetto, e la voce mafiusuper molti non ha più il significato originario e primitivo.

"L'anno 1863 un artista drammatico palermitano, Giuseppe Rizzotto, in compagnia d'un signor Mosca,scrisse e cominciò a rappresentare egli stesso alcune scene della vita delle Grandi Prigioni di Palermo, alle quali dié titolo:

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I Mafiusi di la Vicaria.Quelle scene ritraevano con vivezza di caratteri e di tinte le abitudini, i costumi, il parlare dei camorristi di Palermo e piacquero tanto che ben cinquantaquattro volte furono recitate sui nostri teatri.

"Le componevano allora soli due atti; ma il Rizzotto, allargando il concetto, ve ne aggiunse un primo ed un quarto atto come per protesi ed epilogo e le intitolò senz'altro:

Mafiusi.Poche commedie ebbero tanta fortuna, quanta ne trovò questa in Italia, dove nel corso di ventitré anni conta più di duemila rappresentazioni, date in molti teatri delle province meridionali, oltre a trentaquattro repliche in Roma (1884) ad una versione napoletana, ed un'altra italiana in tre atti del Rizzotto stesso. Ora il nome e le opere di questi nuovi mafiusisono diventati popolarissimi e noti a qualunque classe di persone fino ai giornalisti, agli uomini politici, al governo.

"Entrata per tal modo nella lingua parlata d'Italia,la voce mafia sta a di notare uno stato di cose che avea altro nome (vi fu chi disse che non avea nome). Esso divenne sinonimo di brigantaggio, di camorra, di malandrinaggio, senza essere nessuna delle tre cose ostato di cose, poiché il brigantaggio è una lotta aperta con le leggi sociali, la camorra un guadagno illecito sulle transazioni economiche, il malandrinaggio è specie di gente volgare e comunissima, rotta al vizio e che agisce sopra gente di poca levatura.

"Ma se non è nessuna di queste tre cose, con le quali comunemente si identifica, qualcosa dev'essere che è mai dunque?

"Che cosa sia, io non so dire; perché sui significato che questa parola è venuta oramai a prendere nel linguaggio ufficiale d'Italia è quasi impossibile di definirla.

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Si metta insieme e si confonda un po' di sicurtà di animo, di baldanza, di braveria, di valentia di prepotenza e si avrà qualche cosa che arieggia la mafia senza pero costituirla.

"La mafia non è setta né associazione, non ha regolamenti né statuti. Il mafioso non è ladro, non è un malandrino; e se nella nuova fortuna toccata alla parola la qualità di mafioso è stata applicata al ladro ed al malandrino, ciò è perché il non sempre coito pubblico non ha avuto tempo di ragionare sui valore della parola, né s'è curato di sapere che nel modo di sentire del ladro e del malandrino il mafioso è semplicemente un uomo coraggioso e valente, che non porta mosca sul naso; nel qual senso l'esser mafioso è necessario, anzi indispensabile. La mafia è la coscienza del proprio essere l'esagerato concetto della forza individuale, unica e sola arbitra di ogni contrasto, di ogni urto d'interesse di idee, donde la insofferenza della superiorità e, peggio ancora, della prepotenza altrui. Il mafioso vuol essere rispettato e rispetta quasi sempre. Se è offeso, non ricorre alla Giustizia, non si rimette alla Legge; se lo facesse, darebbe prova di debolezza, e offenderebbe l'omertà,che ritiene schifiusu o 'nfamichi per aver ragione si richiama al magistrato.

"Egli sa farsi ragione personalmente da sé e quando non ne ha la forza (nun si fida)lo fa col mezzo di altri di medesimi pensamenti, del medesimo sentire di lui.

"Anche senza conoscere la persona di cui si serve ed a cui si affida, il solo muover degli occhi e delle labbra, mezza parola basta perché egli si faccia intendere, e possa andare sicuro della riparazione dell'offesa o, per lo meno, della rivincita."

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Orbene, malgrado siasi tante volte detto dagli scrittori siciliani, cosa sia la mafia, noi vediamo purtroppo scrittori italiani e stranieri, che vogliono parlare delle cose di Sicilia che non sanno, dire che la mafia è una vasta associazione a delinquere segreta, organizzata e reggimentata, con i suoi statuti e forse con le sue sedi ufficiali di pubblico convegno!

Forse la fantasia di qualche scrittore, al solito mal informato delle cose nostre, arriverà ad assicurare di avere assistito egli stesso a qualche adunanza di mafiosi alla quale intervenivano le autorità, compresa la polizia.

Né questo deve sembrare ridicolo, quando leggiamo in un'opera scientifica del Prof. Tarde (1) queste testuali parole, che riporto perché ognuno possa giudicare da sé stesso: "Les maffioside Sicile avaient autrefois un uniforme traditionnel dont ils étaient aussi fiers que nos officiers de leurs épaulettes: béret à gros flocon de soie et veste de velours. C'est à regret qui ils ont du renoncer à cette enseigne compromettante."

Perché lo sappia il Tarde, e con lui tutti quelli che cosi leggermente parlano di cose siciliane, e specialmente della criminalità, il costume che descrive egli, non è quello del mafioso, ma quello dei nostri contadini.

Se questo costume tende a scomparire è semplicemente per il progredire della civiltà, la quale abbatte tutti i costumi tradizionali dei popoli.

Possiamo essere sicuri, che quando alla festa, sulla pubblica piazza del comunello siciliano, si riuniscono a prendere il sole a chiacchierare dei loro affari, del più e del meno, i nostri contadini, vestiti con i loro costumi tradizionali, non penseranno sicuramente alla mafia.

(1) Tabde, La philosophie pénale.Lyon, A. Storck, éditeur, 1890, pag. 270.

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Se si sbaglia il Tarde, nel parlare della mafia, è sicuramente perdonabile, perché io credo che egli ha visto la Sicilia attraverso i libri e gli opuscoli, che parlano con poca esattezza delle cose nostre. Ma non è sicuramente da perdonarsi al V.te Combes de Lestrade(1) il quale nel suo libro sulla Sicilia afferma essere stato atto di mafia, la rapina a domicilio, commessa dalla Banda Maurina, alcuni anni or sono, a danno del barone Spitaleri, al quale scroccarono 300000 lire. Confondere un atto di brigantaggio, con un atto di mafiaè troppo per uno scrittore francese, che da molti anni abita la Sicilia.

Abbiamo poi un'altra definizione caratteristica della mafia, in quella del Bazin (2).

Egli dice: "un trait de mœurs anciennes, une forme romanesque de la criminalité, encore vivante, déjà moins commune, appelée sans doute à disparaître comme le grand brigandage."

Quello che raggiunse il colmo nel definire la mafia fu lo Schneegans (3), nel suo libro sulla Sicilia, ove più che descrivere dipinge quello che vede e con la fantasia ci trasporta nella Sicilia di molti secoli fa, quando Siracusa era la più bella, ricca e grande città dell'Italia antica. Ritornando al nostro argomento, lo Schneegans dice:

(1) Combes de Lestrade, La Sicile soas la monarchie de Sauoie. París, Lib. Guillaume, 1894, pag. 67.

(2) René Bazin, Sicile.París, Calman Lévy, éditeur, 1894, pag. 102.

(3) Augusto Schneegans, La Sicilia nella natura, nella storiae

nella vita.Firenze, G. Barbera, editore, 1890, pag. 291.

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La mafia è una società segreta, la quale avendo usurpato in ogni parte della vita, sia pubblica sia privata, una potenza illegale esercita altresì un'azione illegale a vantaggio dei suoi aderenti,con tutti i mezzi leciti ed illeciti. La mafia, qualunque sia la sua importanza, è ad ogni modo uno Stato nello Stato, rappresentando una forza illegale e arbitraria,la quale invade l'ordine e la legalità."

Fra gli stranieri poi il più esatto nel definirla è stato il Patòn (1) che dice: "La Mafia is a phase of Sicilian society; it is not a compact organization of individuals bound together by oaths, a secret society of members who recognize one another by grips and passwords. It is a state of social immorality tacitly acquiesced in by an indefinite number of Sicilians, who order their living, regulate their thinking, according to a code of ethics called

Omertà" (2).

Più esattamente la mafia fu definita dal Villari (3): "Questa mafia non ha statuti scritti, non è una società segreta; si potrebbe dire quasi che non è un'associazione, è una camorra d'un genere particolare, s'è formata per generazione spontanea"

Da parte nostra ci astenghiamo ben volentieri dal definirla, perché come tutti i fenomeni sociali è difficile ad essere esattamente definita, però crediamo di non errare di molto,

(1) William Agnew Patòn, Picturesque Sicilg.New York and London, Harper and Brothers, publishers, 1898, pag. 361.

(2) La Mafia è una frase della Società Siciliana; essa non è un'organizzazione compatta d'individui legati fra loro da giuramento, una secreta società di membri i quali si riconoscono con parole o segni convenzionali. É lo stato tacito dell'immoralità sociale acquisita da un indefinito numero di Siciliani, i quali vivono sotto quest'ordine di principi, e regolano i loro atti secondo il codice d'etica chiamato

Omertà"

(3) Villari. Le Lettere Meridionali.Torino, Fratelli Bocca, 1885, pag. 28.

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e di non allontanarci dalla verità dei fatti dicendo che la mafia è l'esagerazione del sentimento di diffidenza verso la giustizia, con la prevalenza dell'uso arbitrario dei propri diritti, per il forte sentimento dell'individualità e con l'intendimento di sottrarsi alla legge comune che nei non criminali provoca il massimo grado della prepotenza umana, mentre nei criminali provoca il delitto e l'associazione a delinquere.

In fine possiamo conchiudere che i fattori della mafia si riducono solamente a due; cioè: il fattore storico - violenza, prepotenza, predominio della forza-il fattore antropologico - il forte sentimento di sé stesso, e quello della propria superiorità su gli altri.

Insisto su i fattori della mafia, perché alcuni scrittori, i quali hanno trattato quest'argomento vi hanno voluto comprendere i fattori economici e quelli politico-amministrativi, oltre a quelli fisici.

Infatti il Villari (1) e l'Alongi (2) hanno sostenuto che uno dei fattori della mafia è il latifondo. Ciò io credo che sia errato, perché se non havvi dubbio alcuno che una delle cause principali dell'impoverimento della Sicilia, è il latifondo, che solamente costituisce la vera questione sociale della Sicilia, non è però vero che sia una delle cause che generano la mafia. Per essere vera questa asserzione noi dovremmo vedere questo fatto positivo, cioè: la densità della mafia essere in ragione diretta della vastità del latifondo. Orbene, non è cosi: la mafia invece è più forte e densa nella Conca d'oro, dove precisamente non havvi assolutamente né latifondo, né miseria, perché tutti sanno che i terreni della Conca d'oro appartengono ad un'infinità di proprietari grandi e piccoli, e che il terreno vi è feracissimo, ben coltivato, ed il contadino vive in buona condizione economica.

(1) Op. cit., pag. 23.

(2) Alongi, La Maffia,pag. 24.

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Sul proposito ci facciamo pure forti di quello che il Tarde (1) dice in proposito: "M. Alongi commence par l'admettre, mais il se trouve fort embarrassé ensuite pour expliquer les progrès rapides de la Maffia, sous forme urbaine et raffinée, il est vrai, dans Palerme et ses environs. dans cette Conque d'or, région merveilleusement riche et fertile, ou la propriété est très divisée et le cultivateur très aisé."

Non dobbiamo dimenticare poi che precisamente in mezzo agli olezzanti giardini della Conca d'oro, sono nate e cresciute le più famose associazioni a delinquere, per causa della mafia, come ci ricordano ancora i processi degli Stoppaglieri, dei Fratuzzi, dei Fratelli Amoroso.

Altra osservazione che va in appoggio del nostro asserto, è quella che nei comuni ove sono miniere di zolfo, la mafia è sviluppata, benché non siavi maggiore miseria di altri paesi. Noi vediamo che tutti i zolfatari, dal carusoal picconiere, tutti guadagnano bene, in paragone degli altri lavoratori. Or se la mafia alligna in questi disgraziati, destinati a logorarsi l'esistenza nelle afose e calde viscere delle miniere, ove il lavoro è uno strazio continuato, certo non è per le condizioni economiche in cui versano, ma perché la vita brutale della miniera, trova un terreno facile per farvi sviluppare i sentimenti della mafia.

Cosi all'osservazione fatta da alcuni sociologhi che fattore della mafia sia pure il clima caldo, noi rispondiamo che anche questo non è vero, perché noi possiamo vedere, dalla carta segnante lo sviluppo della mafia, che alleghiamo alla fine del volume, che la mafia è più intensa nelle province occidentali e centrali della Sicilia, mentre in quelle orientali, e specialmente quelle di Catania e Siracusa, ove maggiore è il caldo, invece ivi la mafia o in certi circondarii è poca, o non esiste assolutamente.

(1) Op. cit,, pag. 278.

CAPITOLO V.

La mafia di Palermo e sue gradazioni

Palermo è il centro più importante della mafia. - I ricottarie le loro gesta. - I mafiosi di Palermo. - Quello che fanno i capimafia e quello che fanno i gregari.

Studiate le cause che determinarono in Sicilia il fenomeno sociologico che chiamasi mafia, passiamo ora ad esaminare come si manifesta tale fenomeno, e dove esso ha sede.

Purtroppo dobbianio affermare che come Palermo è la principale città della Sicilia, essa è pure la pYincipale sede della mafia, perché in essa fanno capo tutti i più influenti ed importanti caporioni della mafia, e perché intorno a Palermo crescono all'ombra degli aranceti, i più temuti mafiosi.

Cominciamo ad esaminare i mafiosi della città di Palermo.

Il mafioso palermitano fa le prime armi arruolandosi fra i ricottari, cioè fra quelle persone, che proclamandosi innamorati delle meretrici vivono nell'ozio e di prepotenza, alle spalle di quelle disgraziate donne, come piante parassite, scroccando loro tutto il possibile. Essi possono dividersi in due classi, cioé: quelli d'Ínfima specie, che provengono dalla classe operaia, e quelli di grado più elevato, che provengono dagli studenti traviati.

I primi prendono sempre 1'aria di mafiosi, tengono il cappello a sghembo sui lato sinistro, i capelli ben impomatati e con un bel ciuffo cascante sulla fronte.


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Camminano dondolandosi sulle anche, il sigaro in bocca, un bastone nodoso alle mani, e spesso armati di lungo coltello, qualche volta a molla fissa, o di una rivoltella. Guardano tutti dall'alto in basso, e tengono l'aria dei veri gradassi, e come per volere dire: chi ha da dirmi cosa si avanzi pure.

La seconda partita, è quella dei ricottaripiù elevati. Essi non hanno nulla di particolare, sono giovani che spesso appartengono a buone famiglie della borghesia, i quali hanno abbandonata la scuola, per darsi alla mala vita, e per avere l'occasione di potere manifestare le loro tendenze criminose. Vestono abbastanza bene, spesso con ricercata eleganza, e tengono il portamento di rodomonti, solo quando ce n'è l'occasione.

La loro vita passa fra la sala del bigliardo e quella del giuoco alle carte. Nelle prime ore della sera vanno nei teatri a far la claque, per conto degli impresari e degli artisti. Quando poi non sono richiesti, per prepotenza esigono che l'impresario permetta a loro l'ingresso nei teatri (guai per quello che volesse resistere a non subirli). Finiti i teatri passano la notte con le loro amanti.

Straordinariamente poi, in occasione di elezioni politiche ed amministrative la fanno da galoppini, prestando utilissimi servigi ai candidati.

Parecchi di questi ricottarisi riuniscono, e formano gruppi, costituendo dei veri partiti, nei quali la rivalità ed altre circostanze derivate dalla mala vita, riescono a produrre ed alimentare odi tenaci, che alla prima occasione si manifestano, provocando sanguinose risse, che spesso finiscono con la morte di qualcuno di loro.

I ricottari, sono tra loro eminentemente solidali, sino al punto di farsi ammazzare per gli amici. L'uccisore, dai suoi amici è nascosto ed aiutato a fuggire; se arrestato è aiutato durante il processo.

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Il ricottaronon ama la sua innamorata, egli la tiene in conto di un animale, che sfrutta in suo favore, senza preoccuparsene, quasi fosse un suo diritto, e la maltratta sempre con gli atti e le parole. Disprezzarla, insultarla, percuoterla e sempre suo incontrastabile diritto, e nessuno deve osare di fargliene osservazione.

Non è da credersi che quando il ricottaro si rissa, per riparare l'offesa arrecata alla sua amante, lo faccia per sentimento cavalleresco, egli si fa ammazzare ed ammazza, per spirito di mafia, perché per loro è legge di ritenere offese proprie, i torti che si facessero alle proprie innamorate. Colui che non ubbidisse a tali consuetudini, sarebbe ritenuto dai compagni come vile e perderebbe la stima di uomo d'onore.

Malgrado il loro coraggio e le azioni cavalleresche, che caratterizzano le loro manifestazioni, altro non sono, come li definì il popolo, con disprezzante vocabolo che:

ricottari (1).

In questi ambienti di corruzione, scuola del delitto, si dura poco; la sala anatomica ed il carcere, sono i luoghi dove va a finire buona parte di tale gente; altri, superati i trent'anni d'età, si ritirano dalla mala vita, e diventano spesso dei veri mafiosi, subendo per conseguenza una Vera trasformazione nei loro atti e nelle loro tendenze.

I mafiosi dobbiamo dividerli in due classi; cioè: i mafiosi di Palermo, che abitano entro le antiche mura della vecchia Palermo, ed i mafiosi di campagna, cioè quelli che abitano la nuova Palermo, a contatto con i giardini della Conca d'oro, che si allarga in ampia cerchia, chiudendo Palermo in una grande zona di terreno coperta di ville e giardini, fragranti di zagara.

(1) Chi volesse più ampiamente conoscere tutto questo ambiente, legga il mio libro: La mala vita di Palermo,2a edizione. Palermo, A. Heber, editore, 1900.

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In questo capitolo ci occuperemo della mafia dell'interno di Palermo, riserbandoci di parlare della mafia della Conca d'oro, nel seguente capitolo.

I mafiosi in generale, per la popolarità dei loro atti e delle loro azioni, hanno acquistato fra i cittadini, un grande prestigio, sono diventati persone influenti; perciò sovente sono incaricati di comporre le divergenze, che per motivi d'interesse o d'onore, si manifestano, fra le persone che professano maggiormente principi di omertà o di mafia, rifuggendo essi, per i motivi che già abbiamo esposto nei precedenti capitoli, di rivolgersi ai funzionari e magistrati dello Stato.

Non deve pero credersi che tutti quelli che si rivolgono ai mafiosi, facciano parte di un'associazione più o meno secreta, come alcuni profani delle cose siciliane credono. Un cittadino qualsiasi, anche forestiero, che avesse bisogno di un favore, non deve fare altro che rivolgersi ad uno dei cosi detti capi-mafia. Egli è sicuro che la sua domanda sarà accolta con vero favore. Infatti il mafioso spiega tutto l'impegno possibile per servire l'amico novello, senza pretendere alcuna ricompensa, e disinteressatamente. Egli sa che il suo lavoro non è mai improficuo, perché oltre ad essersi accresciuta la sua reputazione, si è anche accresciuto il numero delle persone che gli sono devote.

Questo qui è il gran segreto, la ragione per cui il prestigio e l'influenza della mafia si accrescono sempre piü. Il cittadino finisce par riconoscere la sua importanza ed i benefizi che da essa può ricavarne.

Ne nasce cosi una vasta soggezione morale per cui chi è stato aiutato, protetto o beneficato dalla mafia, (leve poi cedere alle esigenze di essa. Ed e questa intrigata rete di relazioni e di soggezioni che hanno fatto ritenere la mafia una grande e vera associazione a delinquere.

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Non è a parlarsi poi dei capí-mafia che rivestono alcune volte cariche elettive, non è da credersi la loro attività. Ricevono in casa in tutte le ore del giorno, le loro sale son sempre popolate da persone che li cercano per ottenere la loro ingerenza in una lite civile, o in una causa penale, per influire sui magistrati, per essere raccomandati a qualche deputato, ed anche ad un ministro. Ad essi si raccomandano tutte le persone che vogliono ottenere un permesso, che prima era stato negato dalle autorità politiche o di polizia, o per ottenere un favore qualsiasi.

Così lo stesso individuo è richiesto per correre dal Prefetto; e chiedere il disbrigo sollecito di una pratica, arenata negli uffici, il trasloco del tale impiegato, e la licenza per queH'altro.

Non parliamo poi delle ingerenze che vengono richieste per le amministrazioni private. Il

capo-mafia, che può essere anche avvocato, consigliere comunale o provinciale, mette in opera la sua influenza in favore dei suoi amici, clienti e adepti, presso il municipio, la giunta provinciale, la congregazione di carità, l'ospedale civico, insomma presso tutti gli enti e tutti gli uffici. Non parliamo poi degli appalti, e delle gabelle degli ex feudi, che in generale si fanno in Palermo; qui tutto si fa a base d'intrighi e prepotenze, ed è perciò che la mafia vi spiega la sua azione con tutta la sua forza.

É così che si sono formate quelle vaste clientele di

amici,che da Palermo si diramano sino all'ultimo comunello della Sicilia.

Ma i mafiosinon servono a questo solamente. Sono incaricati di mettere a posto quella persona che si permettesse di disturbare un amico.

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Allora l'affrontano alcuni amici: se lo convincono del suo torto, tutto è finito; altrimenti ricorrono alla violenza, ma ciò molto raramente, e non è improbabile che gli ambasciadori si guadagnano qualche coltellata, o la danno, e questo non mai perché prezzolati, ma per semplice dovere di mafia.

I mafiosi di Palermo hanno pure l'incarico di fare andare a monte un processo penale, quando trattasi di salvare un compagno dalla galera. Allora spiegano tutta la loro arte, mettono a profitto tutte le loro relazioni ed amicizie, per riuscire allo scopo, ed occorrendo fanno pressioni, secondo i casi.

Riescono a corrompere giurati e testimoni, i quali per levarsi noie, e guadagnarsi protezioni dagli amici, per future emergenze, cedono a danno dell'opera della giustizia. Non di rado vediamo qualche accorto presidente di Corte di Assise, il quale subodorando che l'ambiente in un dato processo è saturo di mafia, per evitare una scandalosa assoluzione, nell'interesse della giustizia, approfitta del minimo incidente per fare rinviare il processo e poscia per suspicione, farlo destinare in una corte di assise del continente, lontano dalle malefiche influenze.

I mafiosi di Palermo poi costituiscono la parte più importante del galoppinismo elettorale. É spesso nelle loro mani l'esito di una elezione, e perciò è a loro che si raccomandano i candidati, di qualunque colore politico, mettendo a loro disposizione la borsa.

Qualche volta il candidato può anche essere un antico e devoto amico della mafia. In questo caso gli amici si offrono di appoggiare la candidatura con entusiasmo e disinteresse. Al mafioso-galoppino competono quattro operazioni, che esporremo brevemente:

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Fare il giro di tutti gli elettori influenzabilidel collegio, promettendo ricompense materiali o morali,ma più queste ultime, perché l'elettore sa che rende un favore ad un

amico che merita, e perciò il favore che rende non è mai perduto, perché all'occorrenza l'amico è sempre amicoe se ne può avere bisogno. Compiuto questo lavoro il mafioso passa ad un'altra operazione, ancora importante: con la sua presenza nella sala delle elezioni tiene d'occhio tutti gli amici ed aderenti, evitando che i galoppini dell'opposizione gli tolgano i suoi clienti.

Cominciate le operazioni di scrutinio gli amicisi riuniscono e stanno pronti ad appoggiare con la voce, e la presenza in atteggiamento risoluto, le contestazioni a favore del proprio candidato. Ad essi spetta in ultimo improvvisare una dimostrazione popolare, per acclamare il loro candidato, se riesce vincitore alle urne.

Altre industrie cui è dedita l'attività dei mafiosi di Palermo, sono: 1.° La protezione delle cocottes,per impedire che queste sieno molestate protezione che è loro sempre ricompensata, dalle stesse donne, o dai loro amanti.Dirigere la claquenei teatri, che è fatta dai ricottari.É inutile intrattenerci della claque perché essa esiste in tutte le città del mondo, e perciò a tutti nota.

Prima di chiudere questo capitolo è opportuno fare un raffronto.

Fra il ricottaroe il mafiosovi è una differenza caratteristica. Il primo uccide e si fa uccidere apertamente senza mistero, quasi cavallerescamente, mentre il mafioso di Palermo non ammazza alcuno, s' impone con la sua forza morale, ed eccezionalmente viene ad atti di violenza.

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Per dimostrare ancora meglio l'entità delle manifestazioni criminose dei ricottari, pubblichiamo qui appresso una statistica dei delitti contro le persone, commessi da questi delinquenti, entro la sola città di Palermo, dal 1893 al 1899, come risulta dagli atti che si conservano nella questura di Palermo.

ANNO

Omicidi

Mancati omicidi

Lesioni

1893

3

3

10

1894

2

8

13

1895

2

4

7

1896

4

3

14

1897

2

2

14

1898

3

5

13

1899

2

3

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CAPITOLO VI.

La mafia nella Conca d'oro.

Causa che determinò l'incremento della mafia. - La guardianeria. - I compari e significato comparatioo.-Come e perché è nominato il capo mafia. - Doveri dei mafiosi. - Doveri dei capi mafia. - Appalto della guardianeria per opera de' capi mafia.-Le cosche della mafia. - La lettera di scrocco. - La mafia e le elezioni. - I capi mafia conquistano la rappresentanza nelle elezioni. - I diritti dei gregari della mafia. -Come avviene la soppressione degli individui. - Sentimento della vendetta. - Atti di vendetta contro i testimoni. - I guardiani. - Qualità di un buon guardiano. - I guardiani debbono essere mafiosi. - I furti nei giardini. - La gabella dei giardini. - Imposizioni per i gabelloti. - Minacce. - Danneggiamenti. - Le rapine. - La libertà provvisoria. - Come si ottiene l'assoluzione. - Il mandato di assassinio. - Perché i mafiosi s'impongono. - La mafia agisce sempre nella sua orbita.

Ora parleremo della mafia nell'agro palermitano, cioè della Conca d'oro. É qui che risiede la vera mafia, la mafia leggendaria, la mafia dei grandi processi criminali, che con i suoi misteriosi delitti, ha destato il terrore, ha creata la triste celebrità di questo vizio sociale che spesso degenera in manifestazione delittuosa, dando il primato alla storia della criminalità siciliana.

É indubitato che lo sviluppo della mafia nella Conca d'oro si accentuò, e prese il sopravvento su quella di tutte le altre contrade della Sicilia, quando con lo sviluppo che il commercio degli agrumi, cioè col principio di questo secolo, si sviluppo potentemente la cultura degli aranci e dei limoni,

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che se da un lato formarono la ricchezza di tanti proprietari di terreni irrigabili, dall'altro fece sviluppare maggiormente il sentimento della mafia, per la mancanza assoluta di servizio di polizia in questi giardini, e perciò il bisogno di creare i guardiani privati, che come appresso vedremo, sono l'elemento necessario perché la mafia possa germogliare rigogliosamente.

La lussureggiante Conca d'oro oltre ad essere l'obbietto dei canti passionali dei poeti, di vive e smaglianti descrizioni, è stato il teatro di misteriosi delitti, sanguinose vendette e grandi atti di prepotenze umane.

Tutta l'immensa distesa di giardini fragranti di zagara, che avviluppa Palermo, è il teatro principale della mafia, e su di essa fermeremo a lungo la nostra attenzione.

La proprietà di tutto questo territorio è frazionata tra migliaia di possidenti, la maggior parte dei quali vive di rendita e di censi e perciò se ne sta in città a godersi la vita, dando le loro proprietà in gabella, assicurandosi un reddito annuo, senza pigliarsi alcun grattacapo. Per conseguenza in tutti questi giardini noi vediamo dei gabelloti, che appartengono alla classe agricola benestante, perché il gabelloto povero non può esistere, essendo assolutamente necessario a qualsiasi gabelloto anticipare il prezzo della gabella per il primo anno, e sopportare, almeno per un anno, tutte le spese per la coltivazione degli agrumi.

Intanto sia il gabelloto che il proprietario di giardini, oltre alla propria assistenza personale per la coltivazione degli agrumi, hanno bisogno dei guardiani, per fare custodire il fondo dalle ruberie, che non mancherebbero di essere commesse qualora i giardini dovessero restare incustoditi, essendo gli agrumi un genere di produzione che tenta facilmente i ladri di campagna, per i lucrosi profitti che se ne ricavano, e per la facilita del lo smercio.

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Per conseguenza in mezzo a tutti questi giardini a contatto Tuno dall'altro vi stanno migliaia di guardiani, i quali fra loro formano delle estese catene d'amici e compari.

Il compare in Sicilia, per chi non lo sappia, più che un vincolo morale derivato dal rito cattolico, che vuole un compare ed una comare per ogni bambino battezzato, diventa un legame indissolubile fra due persone estranee per vincoli di sangue. Come dice il Pitre (1): "Auspice e protettore S. Giovanni Battista, il comparattico è in Sicilia la parentela spirituale più considerevole e stimata: a petto della quale la parentela di sangue cede spesso il posto, e lo perde per forza maggiore di affetto, per considerazione più delicata di persona, per conto più alto che fa il compare della comare e viceversa."

Il comparatico esprime fiducia estrema ed a tutta prova. Ed è per questo che tutti i facinorosi siciliani, spesse volte si legano fra loro con questo vincolo, che per essi è più forte di quello della parentela più intima. Precisamente il comparatico è il mezzo sicuro per avere complici sicuri e fidati, perché dal compare non si teme tradimento alcuno, confidarsi col compare è come confidarsi con sé stesso.

Cumpari semu, cumpari ristamu,

Veni la morti e nni spartemu (2).

É per questi sacri vincoli che dà il comparatico, che i mafiosi in genere delle campagne, tengono a farsi compari fra loro, ed a dare grande importanza a questa unione spirituale.

(1) Pitrè. Usi e costumi, credenze e pregiudizi, v. II, pag. 255.

(2) Compari siamo, compari restiamo - Viene la morte e ci spartiremo.

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Possono essere compari anche le persone più disparate fra loro per condizioni economiche e sociali, e non di rado noi vediamo un ricco proprietario, divenire compare di un semplice giardiniere o guardiano, perché il rifiutarsi a proposta di comparato, proposta che generalmente parte da quelli di condizione inferiore, potrebbe essere interpetrato come segno di diffidenza ed anche di inimicizia.

É tale il sentimento di fiducia che vuol esprimere la parola compare, che tutti i siciliani, quando debbono rivolgere la parola ad un contadino, forsanco mai visto, prima d'allora, onde evitare che la richiesta di una notizia, o di una informazione qualsiasi, possa destare sospetto, sogliono chiamarlo compare.

In tal modo essi vogliono significargli che è un amico chi si rivolge a lui, e trovasi innanzi ad una persona della quale può fidarsi; essi vogliono principalmente far capire che lo sconosciuto non è una spia, né un agente della forza pubblica.

Ora lasciamo la digressione sul comparatico e ritorniamo ai mafiosi.

Accade sovente che qualcuno di questi padroni di giardini, gabelloti ed anche alcune volte guardiani, eccellono su tutti i padroni di giardini, gabelloti e guardiani della contrada, per causa dei loro precedenti penali, essendo noti come reduci del carcere per omicidi commessi, per temerità e tenacità di propositi, per fermezza di sentimenti di vendetta, per l'importanza delle aderenze e delle relazioni personali, con persone facinorose di altre contrade vicine e lontane, e coi pezzi grossi di Palermo: avvocati, consiglieri comunali e provinciali, commendatori più o meno influenti, onorevoli, ed insomma con gente che bon gréo mal gréè costretta a far loro buon viso, per essere aiutata nelle elezioni.

Perciò, quando qualcuno di questi racchiude tali qualità, allora senz'altro, per tacito consenso dei facinorosi della contrada, da tutti è riguardato come capo mafia.

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Nulla accade in quei dato ambito di territorio, senza che il capo mafia, eletto per spontanea acclamazione dei suoi sudditi, non sappia tutto quello che si dice, che si pensa e che si fa nel suo regno.

Egli è il consulente legale ed il giudice conciliatore della contrada, tutti si rivolgono a lui per consigli, per protezione, per avere raccomandazioni, per essere difesi da un preteso torto, o per vincere un preteso diritto. Guai a chi si oppone alla volontà del capo, l'uomo che non volesse sottostare ai suoi giudizi, e resistere ai suoi ordini, sarebbe un uomo morto.

La mafia vuole obbedienza cieca ed illimitata, chi non ubbidisce, e non è fedele, o pure si ribella e vuole fare per proprio conto, rendendosi indipendente dagli altri compagni e dal capo della contrada, è condannato a morte. E queste sentenze come ci dimostra la storia della mafia sono inappellabili e sicure, presto o tardi quell'uomo è ammazzato da una delle solite schioppettate, che vengono sparate da persona invisibile, da dietro un muro. Accorrono parenti ed amici, accorre la giustizia: chi fu? per qual motivo? Mistero. Una piccola lapide con una iscrizione, che si appone sui muro, in quei dato posto, rammenterà al passeggero che ivi è caduto un uomo, ai mafiosi ed agli abitanti della contrada ricorderà in eterno, che ivi è morto un traditore o un ribelle degli amici.

Ora riproduciamo qualche fatto speciale, per dimostrare ancora praticamente quello che sin'ora abbiamo detto.

Tizio deve avere da Caio, entrambi abitanti in una data contrada, una certa somma di denaro: invece di rivolgersi al magistrato inutilmente, perché sarebbe sicuro che anche vincendo la lite non sarebbe pagato, e per sopra più ritenuto vile;

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si rivolge al capo della-contrada il quale si affretta a chiamare i due contendenti alla sua presenza, sente con aria grave le due parti, e dopo averli fatto parlare, su per giù cosi conchiude:

"Compare Pidduzzu (Giuseppe) è vero che dovete cento lire a compare Pietro? Sissignore zio Cola, io non negò che debbo questo denaro."

"Ma ora non posso pagare."

"Bene, ditemi quando potete pagare compare Piddazzu? "

"Zio Cola, posso pagare per Pasqua. Avete inteso compare Pietro, dice lo zio Cola. Per Pasqua potete venire qui, che sarete pagato. Compare Pidduzzu, restiamo intesi, vi prevengo che quest'affare non deve avere più seguito, badate bene a non mancare, perché lo zio Cola sta alla parola, e sin'ora non v'ha mai mancato per grazia di Dio."

Compare Pidduzzudopo simile sentenza non mancherà di pagare, perché la parola degli uomini d'onore deve passare.

Un possidente di un vasto fondo ad agrumi, per un' ipoteca di ventimila lire, era minacciato di vederselo espropriato, e messo, al pubblico incanto, per insolvibilità del suo debito. Pregò diversi amici per interporsi con l'ostinato creditore, per evitargli tale disastro e venire ad un accomodamento. Tutto fu inutile. Preso dalla disperazione, pregò il capo mafia della contrada, che è pure consigliere comunale, e questi interessandosi della posizione critica di quell'uomo, senza che gli fosse legato da vincoli di amicizia e di relazione alcuna, ma per far valere la sua autorità, chiamò a sé lo spietato creditore, e tanto fece, finché aggiustò le cose in maniera tale che creditore e debitore rimasero contenti entrambi.

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Di che cosa avrà dovuto convincersi quei proprietario salvato dalla rovina? Che la mafiaè superiore alle stesse autorità, perché anche se si fosse a loro rivolto, non gli avrebbero potuto giovare in alcuna maniera.

Ritorniamo ora agli obblighi dei capi verso i gregari.

Quando qualcuno dei picciotti, (per picciotto in Sicilia, in senso letterale, si sol dire il giovanotto, ma in senso figurato si estende anche a qualunque sorta di amici, compagni o gregari) è arrestato per qualche fesseriao pure

una cosa da nulla, che alcune volte può essere anche l'imputazione di assassinio, allora gli amici ed i compari volano dal capoe gli chiedono aiuto, cioè denari per pagargli un avvocato, consigli nel modo come debbono comportarsi per agevolare lo sventurato. Lo chiamano sventurato, perché ebbe la mala sorte di cadere nelle mani della giustizia. Il capo, sentite le ragioni non può negarsi, se la richiesta è regolare, di dare quei che si è chiesto, non solo, ma corre in Palermo, per brigare anche con le sue relazioni, per agevolargli la libertà.

Qui cade opportuno raccontare il seguente fatto, per spiegare meglio il principio della comune difesa in caso di sventura.Un famoso calzolaio della campagna fu arrestato per rapina. Allora gli amici si recarono dal capo che è un consigliere comunale e lo pregarono d'interessarsi del loro compagno. Il capo riunì nella sua casa i più influenti amici della contrada, per vedere se era caso di concedere quello che era chiesto. Esaminati i suoi complici, si constatò che uno di essi, già reduce dal carcere, tempo addietro si era permesso denunziare i suoi compagni al magistrato inquirente, e perciò tacciato di denunziante in causa, e considerato cosi '

nfami e sbirrazzu.Per questo motivo al calzolaio fu negato l'aiuto degli amici; ed il giorno in cui si presentò al pubblico dibattimento, per la discussione della causa, dovette essere assistito da un avvocato nominato d'ufficio.

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Quello che abbiamo narrato fin'ora potrebbe dirsi il lato innocuo della mafia.Passiam ora al lato cattivo.

Il capo mafiadella contrada ha fra le sue prerogative: il diritto di appaltare in suo beneficio tutta la guardianeria della contrada. Perciò egli è pagato da tutti i proprietari di fondi, ed egli a sua volta, per mezzo di un sedicente guardiano, fa custodire tanto terreno che egli non potrebbe interamente percorrere in un sol giorno. Ma che importa ciò! Basta che si sappia soltanto che Tizio è il custode dei fondi di Caio e Sempronio, perché nemmeno un'arancia, o un limone sia toccato da chicchessia. E se un furto accade, si è sicuro, come dicono i mafiosi, che è stato qualche perciapagghiaru, o pure

canazzu di vucciria(buca pagliaro o pure cagnaccio da mercato) cioè un ladro novizio, o pure un individuo che non fa parte della cosca.Ogni gruppo di mafiosi è rappresentato allegoricamente da un carciofo, il cui torso rappresenta il capo, e le foglie gli aderenti. Infatti è volgare ed usuale in Sicilia chiamare

lu trunzu ri l'omini(il torso degli uomini) chi è creduto un personaggio che vale molto. Come pure quando si vede qualcuno che dal portamento e dalle parole accenna a volere passare per persona d'importanza, allora si dice; si senti cacocciula(si sente carciofo).

Dunque se un ladro novizio commettesse un furto, senza il beneplàcito del capo mafia o dei suoi aderenti, allora presto è scoperto e punito, con una buona lezione di percosse.

Guai se dovesse essere recidivo! Allora qualche schioppettata non gli vien risparmiata, senza che alcuno ne sappia nulla.

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Al capo mafia tocca di dritto fare le lettere di scrocco. Che cosa è la lettera di scrocco? É una lettera anonima, che arriva per la posta a qualche ricco proprietario di fondi, ove con tono dimesso, quasi di chi domanda per dono dell'importunità, o con estrema arroganza e tono di minaccia, e quasi sempre con la minaccia di commettere gravi danni sulla sua proprietà o persona, si chiede a quei tale proprietario di giardino, una data somma, perché i picciotti(intendendosi gli affiliati) hanno bisogno di essere sovvenzionati, perché l'annata è stata cattiva, e i bisogni delle famiglie sono imperiosi. Si raccomanda infine di consegnare il denaro chiuso entro una busta, e darlo ad un uomo, un amico, vestito in tale guisa, che si farà trovare su tale via campestre, e in un dato luogo, ed aspetta che sia richiesto da qualche individuo, che gli si avvicina, e dietro lo scambio di una parola d'ordine con relativa controparola, l'intermediario, mandato dal proprietario, consegna la lettera col denaro M'amicoche si affretta a scomparire.

Per dimostrare l'importanza delle lettere di estorsione nella manifestazione criminale siciliana, riportiamo la seguente statistica, delle lettere di scrocco fatte nella provincia di Palermo, dal 1893 al 1899, secondo le notizie desunte dall'archivio della questura di Palermo.

Anno

1893

N.

36

"

1894

"

23

"

1895

"

32

"

1896

"

35

"

1897

"

32

"

1898

"

42

"

1899

"

19.

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Santa Flavia 12 giugno 1896

Egregio Signor,

Vi pregano gli amici vostri se voi non voleti distrutti i beni che voi possedete vi pregano di mandarsi lire 3 mila se volete vivere ancora dovete fari questo le mandati sul Piano Balestra montagna Catalfamo nella casuccia confinante Luiggi Scardina, mandarli collomo (con l'uomo) vostro Rosario.... orario mezzanotte per tre giorni. Li prego di non mancari o pure la vita vostra.

Carissimo amico

non credite col vostro consigli che teniti col vostro compare pietro e vi na dareti arricorrere (a fareri

corso)dai riali Carabbiniere di non mannare (mandare) questo dinaro li dovete mandari col Carabbiniere (allusione a non denunziare il fatto ai carabinieri che potrebbero poi venire travestiti quali finti apportatori del denaro chiesto) dovete portallo voi questa sarebbe ultima lettera che voi riceveti (riceverete) dunque se vui vali a mancare viene col vostri figli portato quello che vabiamo ritto (detto) per 2 milaliri a voi che viamo detto al luoco che sape senza pipitare (parlare) noi non scriveremo più.

Se non trovi il lobbrico (se non manterrai il tuo obbligo, dovere) pensi a noi perché meritate la morti voi col vostro compare Pietro per mezzogiorno 6 di luglio portate le 2 milaliri, portati 2 milaliri

Vi Saluto

Egregio signore

La pregamo di mandarmi una cosella di denaro, perché è tutto verso da mangiare, (tutto è maniera come mangiare) che, ne abbiamo da bisogno.

Dunque, se lo crede di mandàrmelo, lo portera a li triarii (alle Tre arie) dove il cozzo della rena li intorno v'é un casalino le mettete la dentro a gli fate un segnale.


vai su


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Indi noi non vogliamo una somma rilevata, ma per accomodare devono essere L. 8000 in tempo 8 giorni.

Dunque, Egregio Signore, bada che se non le manda penseremo noi, e questa moneta deve essere che non ci siano fedi di crédito.

Dunque, non tanto ni prolungamo lo salutiamo ecc.

Signor Barone

Non deve passare giorno 4 aprile che dovete portare o mandare lire cinquantamila, altrimenti tanto voi e tanto la vostra Baronessa fate una morte più cattiva di vostro cognato. Noi non vi facciamo andare ai Colli (una contrada della Conca d'oro, ove è più rigogliosa la mafia). Perché a tre mese ancora primo che voi sarestivo morto. Ma davero per rispettarvi siete vivo (troppa degnazione e bontà) ultima volta che fostivo alla Grazia avessivo morto o pure in ostaggio (sequestrato).

Ma noi vi vogliamo dare vita per sempre, basta che mandate mònita o pure morte per farve conoscire che noi siarno sicure se voi andate far conoscere alla pubblica sicorezza vi sono guai per voi il dinaro.

Per sfergiarve dovete portallo (portarlo) nel centro di Villa Grazia dietro il portone di Maurigi.

Repeto morte fate marito e moglie se date passo alla giustizia oppure si non mandate mònita.

5 novembre

Caro amico

Vi prego caídamente di mandarmi la somma di lire 10000. Vi ho presentato diverse lettere e non ho avuto nessuna risposta, vi prego di questa moneta portarla Via Petrazzi di fronte alla grotta dove si mungono le bestie. Lo portatore di questa moneta sarebbe Giuseppe L... Si deve presentare con un fazzoletto rosso sul capo. Vile uomo che tu credi di fartela franca.

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Non che se tu non manderai questa moneta questa è la tua forca (qui un segno di croce, che vuol dire sei destinato al essere ucciso). Guarda bene la tua vita se tu non vuoi la tua morte. Manna (manda) la moneta guarda bene questa Croce che è il giuramento di sangue (nuovo segno di croce) povero F... D... come moristi.

Signor Don Paolo

Che credete di avere da tare con carogna, che ne lasciastivo una giornata ad aspettare la persona che portava la somma di 6000 lire, non la dovete pigliare a coglionata se non dovete più uscire di casa (Sangue di Dio) ed anche che non usciti vi bruceremo la casa a costo che voi andaste a ricorrere quando meno lo aspettate sarete assalito già non dovete andare al teatro che se voi non mandate la somma da noi domandata sarà malissimo per voi. Che credete che siamo limonai o pure zappatori, siamo gente che ci basta l'animo di distruggere voi la vostra casa e quanti altri verranno innanzi a noi sangue della Madonna, perciò se per tutto martedì non mandate la persona vostra fidata colla somma di L. 6000 la pagherete sangue per sangue Corpo di Dio. La persona deve fare la stessa via che fu indicata nella precedente vestito delle stessa maniera eolio stesso segnale, e quando sentirà chiamare Scaluneddu (é il nome di un agente di P. S. popolare in Palermo) consegnerà la detta somma senza fare eccezione alcuna. Badate a non mancare se volete salvarvi inseme e sono colla vostra famiglia e fate pipa (fate silenzio).

Altra prerogativa dei capi mafia è il contrabbando. Nell'agro palermitano il contrabbando è oggetto di rilevante guadagno, perché la città di Palermo essendo priva di una cinta daziaria fatta in modo razionale, cioè con vie di circonvallazione

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e relative palizzate, riesce facile, in mezzo a quegli intrigatissimi giardini ad agrumi, compiere il contrabbando; perciò nessun guardiano o gabelloto si deve opporre a quest'industria, quando c'è stato il placetdel capo, il quale s'é degnato fare quella concessione ad alcuni picciotti, che hanno famiglia, come essi dicono, e si debbono guadagnare il pane.

In fine altro diritto dei capiè quello dell'incetta dei voti, per le elezioni politiche ed amministrative. Nessuno è libero di votare nella contrada, invece tutti debbono votare per il candidato o per i candidati che sono portati dal capo, il quale appoggia quelli che più promettono, tranne il caso che il candidato stesso non sia uno dei protettori, allora tutti votano per lui con entusiasmo, perché oltre ad essere un onore per i picciottiavere a proprio rappresentante una persona a cui sono devoti, è pure conveniente, nei loro interessi, di avere un amico al consiglio comunale, al consiglio provinciale ed anche al Parlamento nazionale. Allora non valgono ingerenze, né promesse di denaro o altre ricompense, per indurre gli elettori di una data borgata, a votare per un altro candidato.

Infatti nelle borgate vicino Palermo, o nei sobborghi, ove la mafia è più forte e meglio organizzata, che in tutti gli altri comuni della Sicilia, nelle elezioni si hanno proclamazioni all'unanimità o quasi.

É precisamente per questo motivo che il potere governativo si è servito, sino a pochi anni addietro, della mafia nelle elezioni, quando si è interessato del risultato delle elezioni, perché era certo di avere una forza elettorale compatta, sulla quale poteva contare con sicurezza, perché quando la mafia promette, adempie.

Le conseguenze di queste transazioni, sono ormai note: la stampa pubblica, le autorità stesse, i rappresentanti al Parlamento nazionale, ne hanno parlato in modo esauriente,

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e tutti hanno dimostrato quali dannose conseguenze hanno prodotto al prestigio delle autorità ed all'opera della giustizia. Su questo argomento pero ci ritorneremo nuovamente, più avanti, in altro capitolo.

Abbiamo detto che dal tempo in cui le borgate furono autorizzate ad eleggere i propri rappresentanti al consiglio comunale, i mafiosi di alcune di esse hanno mandato per loro rappresentanti i capi della mafia.

E qui, per mostrare l'attaccamento e la devozione dei picciottiverso i loro rappresentanti, cade opportuno riportare il seguente episodio elettorale:

In una delle tante borgate che fan corona alla città di Palermo, fu eletto, nelle ultime elezioni amministrative a consigliere comunale il capo mafia della contrada. Allora i suoi elettori in segno di devozione ed ammirazione, gli offersero un orologio d'oro con relativa catena, comprato a spese dei picciotti.

Ora vediamo quali sono le attribuzioni dei gregari della mafia.

Principale è l'assistenza mutua fra di loro, morale e materiale, per essere agevolati nelle loro imprese di prepotenza verso altri individui, anche quando appartengono ad altri gruppi di mafia. Qui è da osservare che tutti i gruppi di mafia, quasi sempre sono di accordo fra loro, e vivono in buone relazioni di vicinato e di amicizia. Pero qualche non rara volta accade che alcuni di questi gruppi vengono fra di loro a discordia, o per rivalità di predominio, o per vendicare offese fatte alle persone dei capi o di qualche compagno, ed allora i mafiosi fra loro stessi si uccidono, senza che alcuno ne sappia né il motivo, né l'autore. Talora i mafiosi si sbarazzano dei loro avversari facendoli scomparire, diciamo cosi, per adoperare un vocabolo comune, ma in realtà gli scomparsinon sono altro che individui assassinati in campagna, e poscia sotterrati in fosse già scavate precedentemente entro pagliai, per non essere scoperte.

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Appena commesso l'assassinio, il cadavere viene ivi sepolto, e quando le tracce dello scavamento recente della terra scompare, allora si sfascia il pagliaio, l'erba vi spunta subito sopra; e finiscono le prove materiali e le tracce dell'assassinio consumato. Alcune volte questi cadaveri sono buttati entro antichi pozzi abbandonati e sepelliti con sassi.

Precisamente col titolo: I quattro scomparsi, s'istruisce attualmente un grandioso processo criminale, il quale mostrerà chiaramente all'Italia, quando verrà il giorno della pubblica discussione, che la mafiaè ancora rigogliosa nella Conca d'oro, per i motivi che appresso esamineremo.

Come già abbiamo accennato il sentimento della vendetta è fortissimo fra i mafiosi. Basta ricordare la seguente poesia siciliana raccolta dal Vigo (1):

Murirò, murirò 'ngalera o mpisu,

Una di chisti dui nun po' mancari;

Si moru nun ci vaju mparadisu,

Vaju a lu rnfernu ppi focu attizzari:

O judici o fiscali sarò misu,

O puramenti fattu offíciali;

Si veni l'arma di cui m' havi offisu,

Oh comu ci la vogghiu martiddari! (2)

Specialmente poi la vendetta è sanguinosa e terribile quando devesi punire qualche compagno di mala fede, che ha violato le regole della mafia, o qualche testimone che ha fatte rivelazioni alla giustizia.

(1) Lionabdo Vigo, Canti popolari siciliani.Catania, Tipografía dell'Accademia Gioenia, 1857, pag. 258.

(2) Morirò, morirò in galera o alla forca, - Una di queste due non potrà mancarmi; - Se muoio non ci vado in paradiso, - Andrò allo inferno per attizzare fuoco: - O giudice o fiscale sarò fatto, - Od anche fatto officiale; - Se viene l'anima di chi mi ha offeso. Oh come la voglio martellare!

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Sarebbe lungo e doloroso dovere ricordare come moltissime volte, infelici testimoni che avevano avuto il coraggio di dire ai funzionari e magistrati inquirenti la verità su quanto avevano visto, rimasero vittima del loro dovere di cittadini: le loro proprietà furono danneggiate, ed anche la loro vita attentata.

Ancora ricordiamo di un sarto di campagna, il quale citato dal giudice istruttore, per confermare alcune deposizioni già fatte innanzi ai funzionari di polizia, relativamente agli autori di un delitto, lo stesso giorno in cui parti dalla sua borgata, forte dei suoi doveri di onesto cittadino, arrivato alle porte di Palermo, da dietro un muro, con due colpi di fucile, fu steso al suolo, immerso nel proprio sangue. L'infelice lasciò nella miseria la moglie ed i figli. Chi pensò a tanta sciagura? Si ebbe cura forse di soccorrere la sventurata famiglia? No! Ecco uno dei tanti segreti, per i quali la mafia trionfa e vince sempre, fin tanto durerà l'indiferentismo musulmano, che disgraziatamente ancora si manifesta nel carattere del siciliano, come triste retaggio del lontano dominio; e finché le autorità non si sveglieranno dal loro letargo di noncuranza.

Ai gregari della mafia tocca pure la guardianeria effettiva dei fondi ad agrumi, nessuno può essere nominato guardiano privato di un giardino della Conca d'oro, se non appartenga alla mafia. Se un ingenuo proprietario vuol mettervi qualche persona estranea all'ambiente, o che non appartenga agli amici della contrada, da prima si comincia col fargli delle insinuazioni. Gli si fa capire che Tizio non è adatto alla sua missione, che non conosce nessuno, che non è

persona di petto (cioè senza coraggio personale). Intanto gli propongono

un picciottu d'onuri, chi merita darici pani(un giovane d onore, che merita pane, cioè un'occupazione) amico di tutti gli amicie che ha tanto di cuoree di pancia.

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Avere cuore s' intende persona di coraggio, capace anche di tirare una schioppettata nella schiena a qualcuno. Avere panciavuol dire un uomo che sta zitto in tutto e per tutto, senza compromettere alcuno, e con la quale ci si può confidare.

Haju lu cori quantu lu biveri,

Haju la pauza chiù granni d'un mari;

N' haju aggruppati tanti a lu giseri,

Ed eu mischinu seuza pipitari (1).

Questi quattro versi popolari, ci danno la psicologa dei guardiano di campi in Sicilia.

Se il padrone è furbo e capisce l'antifona, cioè che il suo guardiano non appartiene alla

cosca, piglia un pretesto e lo licenzia. Se invece fa il sordoe lascia il guardiano, allora cominciano gli anonimi, ove gli s'ingiunge formalmente di licenziare, anche entro un dato tempo il suo custode. Se persiste ancora, gli amiciun bel giorno fanno trovare nel giardino qualche centinaio di tronchi d'alberi scorticati, e perciò destinati a disseccarsi presto, senza alcun rimedio; oltre a certe croci segnate nei tronchi stessi, che vogliono significare avviso di danni maggiori, ed anche di minaccia di vita.

Così, dura la persecuzione, finché il disgraziato guardiano è licenziato dal padrone, o che da un'ignota schioppettata è lasciato morto sui suolo.

Né è da credersi che siano queste sole le tribolazioni dei proprietari di giardini. Basta dire ch'essi sono solamente liberi di fare soltanto quello che la mana loro permette. Cosi se non mette alcun guardiano, o non paga la guardianeria al capo mafia della contrada, è sicuro ch'egli ogni anno subirà un furto, finché non si convincerà della necessità di mettersi nelle buone grazie degli amici.

(1) Ho il cuore quanto un lago, - Ho la pancia più grande del mare;-Ne ho tanti (segreti) chiusi nello stomaco, - Ed io meschino non ho parlato.

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Se per levarsi qualsiasi impiccio vuole gabellare il suo fondo, allora deve stare attento a non darlo ad un gabelloto che non sia della nassa(lo stesso che cosca) o che non sia della contrada, perché immediatamente comincerebbero gli sfregi, cioè danneggiamenti agli alberi, furti continuati, ed altre sovercherie. Perciò al disgraziato gabelloto non resta altra alternativa che scappare ed abbandonare la gabella, o chiedere protezione al capo della contrada. Se questi si degna accordarla, vuol dire che un donativoannuo non deve mancare. Cosi cessano le persecuzioni.

Alcune volte accade che il padrone non vuole più il vecchio guardiano e lo cambia; o pure non vuole più riconcedere la gabella all'antico gabelloto, perché non esatto nei suoi impegni. Se il guardiano o il gabelloto appartengono alla mana, ciò che è quasi sempre, non è possibile che il proprietario possa riuscire a farli surrogare, perché nessuno si presenterà per avere quella data guardianeria o quella gabella; e se qualche ingenuo la prenderà, è sicuro di pentirsene amaramente, perché è minacciato con lettere anonime, e poscia se non ubbidisce con i soliti danneggiamenti agli alberi.

Vogliamo trascrivere qui una lettera di minaccia, per far vedere il frasario adoperato da questi delinquenti.

San Lorenzo 9 ottobre 1894.

Al Signor Dottore

empio scelerato voi siete stato la caosa (cagione) dirrovinari tanti famiglie, voi siete stato canaglia assassino che diversi famiglie languiscono per la vostra infamia, porca la madonna; siccapitati sotto la friscina (specie di accetta) pagherai chilla e chilla (questa e quella) devo abbruciari a tia e tutta la tua generazioni crandissimo tappo daciu (letteralmente turacciolo di latrina, che vuol dire in gergo birro) imbrevi vedremo il risoltato canaglia assasino.

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Altro diritto dei picciottiè quello della rapina. Questa manifestazione delittuosa, che volgarmente dicesi andare o passu, cioè mettersi al passaggio di una data via, si commette sempre da parecchi individui, i quali si appostano in luogo solitario, ove per lo più la via è in salita, onde evitare che i rapinati possono darsi facilmente alla fuga. Alcuni si pongono dietro le siepi, generalmente formate con fichidindia, con il fucile spianato, ed il dito al grilletto, pronti a far fuoco sui temerario che non osasse ubbidire subito, al loro grido di

faccia a terra, o che si volesse ribellare e far resistenza, mentre gli altri stanno nella via, per essere pronti a malmenare i passeggeri sfortunati, che son capitati nelle loro mani, e depredarli del denaro e degli oggetti di valore.

Mentre si fa questa operazione uno dei rapinatori sta dritto su qualche località prominente, per dare l'allarme con un fischio acuto, o con una fucilata, ai compagni, nel caso che si avvicinasse qualche pattuglia.

In Sicilia abbiamo località classiche, per cosi dire, ove è solito che si commettano rapine, da molti anni; cosi sulla via rotabile da Palermo a Misilmeri, vi è la celebre contrada chiamata Purtedda di mari(Portella di mare) tanto che in Palermo, per volere significare di andare a rapinare si dice, mettersi alla Portella. A centinaia si potrebbero enumerare le rapine consumate in questa località divenuta celebre per la sua tristizia. Cosi altra località attualmente celebre è la scala di Bellolampo, che trovasi sullo stradale che da Palermo conduce a Torretta, tanto che vi si dovette stabilire un servizio perenne di carabinieri.

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Aggiungiamo la seguente statistica di rapine, consumate nella provincia di Palermo, dal 1893 al 1899 per dimostrare lo sviluppo e l'importanza che ha questa manifestazione criminosa.

Anno

1893

N.

145

(Mentre vigeva in Sicilia lo stato d'assedio provocato dai tumulti popolari a causa dei Fasci dei lavoratori)

"

1894

"

193

"

1395

"

155

"

1896

"

154

"

1897

"

160

"

1898

"

178

"

1899

"

107

Come si è detto i proventi della rapina toccano ai

picciottiche vogliono farsi strada fra la mafia: essi rappresentano gli straordinari del mestiere.

Quando sono arrestati, incombe ai loro caporioni aiutarli, sia per ottenere la libertà provvisoria, che per preparar loro la difesa.

La libertà provvisoria è quasi l'assoluzione, perché essendo in libertà riesce facile intrigare ed intimorire i testimoni, con minacce dirette od indirette, riuscendo a rendere completamente vana l'opera della giustizia.

Occorrendo arrivano sino a formarsi l'alibi, con la compiacenza dei compari, che si prestano facilmente a testimoniare, che l'imputato ingiustamente è accusato di tale sparatina(assassinio per sparo d'arma) perché quel tale giorno, all'ora tale quello sventurato(allusione all'imputato) era con loro in tale luogo, a fare questa o quell'altra cosa.

Insomma non mancano né false testimonianze in loro favore, né raccomandazioni presso i magistrati ed i giurati, né denari per pagar loro i difensori, tanto che volgarmente si dice:

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Cu havi dinar i ed amicizia,

Si teni 'ntra lu culu la giustizia (1).

oppure:

La furca è pri lu poviru,

La giustizia pri lu fissa (2).

Questi proverbi sono rafforzati dal seguente canto popolare di Borgetto (3), il quale ci dimostra chiaramente quale e quanto sia la speranza, che hanno gli arrestati, di ricuperare la libertà, imbrogliando la giustizia, travisando la verità a loro benefizio:

Chianceru l'occhi mei comu la viti

Quannu mi vitti li manu attaccati;

A li so sbirri cci dicia: - Strinciti!

Un capitanu senza piatati.

Ma ammatula, sbirruna, mi strinciti,

Stu lupu cc'é 'nsignatu a li gridati;

'N Palermu finirà la nostra liti

Mmenzu di setti judici e avvucati (4).

Come dice il Franchetti (5):Ma l'alleato della mana protegge i malfattori, aiutandoli a fuggire se arrestati intrigando presso la magistratura o l'autorità coi potenti mezzi di cui dispone, per impedire le condanne,

(1) Chi ha denari ed amicizia,-Si mette nel di dietro la giustizia.

(2) La forca è per il povero,-La giustizia per il babbeo.

(3) Salomone-Martno, Canti popolari siciliani.Palermo, Francesco Giliberti, 1867, pag. 225.

(4) Piansero gli occhi miei come la vite - Quando mi vidi le mani legate; - Ai suoi birri diceva: Stringete! - Un capitano senza pietà.-Ma inutilmente, birracci, mi stringete,-Il lupo c'è insegnato ai gridi; -In Palermo finirà la nostra lite-In mezzo a sette giudici e avvocati.

(5) Franchetti Leopoldo, Condizioni politiche e amministrativo della Sicilia nel 1876.Firenze, Tipografa G. Barbera 1877, pag. 184.

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sollevando al bisogno la cosiddetta pubblica opinione, per mezzo dei giornali di cui dispone, contro i funzionari che li fanno arrestare, e contro il governo che sostiene quei funzionari."

Ma se il capo mafia ordina al suo gregario di uccidere Tizio che gli fa ombra, certamente egli non discute e deve dimostrare di essere fedele, e che sa far

l'obbligo suo, o il suo dovere;allora egli senz'altro prende il fucile, aspetta il suo uomo, nascosto dietro un muro prospiciente sulla via, per la quale sa che quello deve passare, e con due colpi del suo retrocarica lo finisce.

Chi è stato 9 chi lo sa! Quali sono i suoi nemici 9 Ne ha tanti!si risponde. Poi si sa che dei suoi nemici nessuno personalmente lo ha ucciso, tutti possono provare con veri alibi che essi non furono. Allora fu ucciso per mandato! Ci vuol poco a dirlo, ma come si fa a provare una circostanza cosi segreta, perché sicuramente fatta a quattr'occhi, senza alcun testimone, tra il mandante ed il mandatario nessuno dei quali ha interesse di parlare?

Qualche volta accade che un picciottonovizio, per mostrare il suo coraggio verso gli amici ed i capi, sapendo che taluno di essi ha qualche acerrimo nemico, che ancora non hanno avuto il coraggio di ammazzare, si fa il dovere compiere quell'assassinio, senza che alcuno gliene abbia dato mandato. Allora i compagni lo felicitano, e subito, se non è occupato, gli procurano un impiego, perché ha mostrato di essere persona di cuore grande, che sa l'obbligo suoe che merita di guadagnarsi il pane onestamente.

A questo proposito, cioè di omicidio commesso per conto altrui, senza mandato esplicito, rammentiamo un fatto accaduto in Sicilia, e che vogliamo riprodurre per la sua caratteristica speciale:

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"Alcuni anni addietro un uomo stava in agguato dietro un muro armato di fucile, a dar la posta ad un suo nemico, che da quei luogo doveva passare. Intanto l'ora trascorse, e l'aspettato non comparve, perciò il nostro comparestava per andarsene e rimettere l'affare ad un altro giorno; quando vide passare un uomo, nel quale ravvisò un acerrimo nemico di un suo compare, morto di recente, il quale aveva stabilito di sbarazzarsene, ma non aveva avuto il tempo di portare a compimento il suo disegno. Senza indugiare allora spianò il fucile, ed uccise quell'uomo dicendo: Haju arrifriscatu l'arma ri me cumpari!(Ho alleviata l'anima di mio compare). Quell'uomo nella sua ignoranza credeva che l'anima di suo compare, non poteva ancora stare tranquilla ove si trovava, perché non aveva potuto sbarazzarsi del suo nemico.

Questa circostanza è stata pure osservata dal Franchetti (1) che cosi dice a proposito dell'omicidio commesso per conto altrui senza esplicito mandato, e noi insistiamo su questa circostanza, perché essa è una caratteristica importante della mafia.

"Può benissimo darsi che sia commesso anche un i assassinio nell'interesse di uno che si appoggia nella mafia, non solo senza che questi lo sappia; ma anche quando sia uomo da riprovarlo ed impedirlo se lo sapesse. Non è che le cose avvengono sempre in questo modo. Più di un membro della classe dominante è direttamente responsabile di avere dato mandato per omicidi o per intimidazioni. Ma molti, e forse la maggior parte non hanno e probabilmente non avranno mai intenzione diretta di far commettere un assassinio; si contentano di conoscere in genere che se ne commettono, e si rassegnano a malincuore alla dura necessità che sia da altri usato siffatto mezzo,

(1) Franchetti, op. citata,pag. 184.

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per raggiungere direttamente o indirettamente i propri fini, od anche,nel risolversi ad approfittare di quella forza che trovano bell'e preparata per servirli, non si rendono ben conto dei mezzi che questa adopera, e non prevedono che saranno forse usati in loro servigio."

Per questi criminali, si facili al delitto, che commettono un assassinio senza pensarci due volte, che agiscono quasi impulsivamente, come suggestionati da falsi sentimenti acquisiti per degenerazione, si possono benissimo constatare le stesse osservazioni che l'Aubry (1) fece per quelli che commettono un delitto per effetto di suggestione.

"Le suggestionné, le succube, présente lui aussi un état d'arme particulier. Ce n'est pas au premier venu qu'on persuadera, par un moyen quelconque, qu'il doit commettre un homicide, il faut qu'il y ait en lui une réceptivité spéciale préparée de plus ou moins longue main. Elle sera préparée par l'hérédité, la dégénérescence; elle sera préparée par l'éducation et l'exemple familial; elle sera préparée par la presse et les romans; elle sera préparée par ces mœurs ignobles, qui peu à peu émoussent, puis détruisent le sens moral, enlèvent à l'intelligence la pondération sociale des actes."

Prima di chiudere questo capitolo dobbiamo fare notare una circostanza importantissima.

Siamo sicuri che i non siciliani, dopo la lettura di queste pagine, si saranno fatta un'idea abbastanza truce. degli abitanti della Conca d'oro, che la supporranno un covo di malandrini, o di birboni della peggiore specie e di banditi, immagineranno queste contrade più spaventevoli dei leggendari boschi della Sila.

(1) Paul Aubry, La contagion da meurtre.Paris, Félix Alean, éditeur, 1894, pag. 11.

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Con la mente vedrà dovunque gente con facce sinistre, con occhi torvi, armati sino ai denti, tendere agguati, ammazzare viandanti, seppellirli entro grotte o fosse.

Si assicurino: chiunque, siciliano o no, può trascorrere liberamente le nostre campagne, senza alcun timore che fosse attentata la sua vita e la sua borsa.

Il forestiero dovunque troverà gente cortese a cui rivolgersi. Dal fiero guardiano di un fondo, al più umile custode di pecore, non sarà molestato, anzi, all'occasione sarà fatto segno di rispetto e premure ed occorrendo per semplice dovere di cortesia, e d'innato sentimento cavalleresco, sarà aiutato e difeso, anche correndo rischi, da chiunque a cui chiederebbe aiuto e protezione. Il mafioso ci tiene a passare per persona da bene, specialmente al cospetto di un forestiero, e qui è ritenuto forestiero chiunque non sia isolano. La mafia agisce nel suo ambiente; nulla ha da temere chiunque non abbia relazione alcuna con essa. Possiamo affermare, senza timore di sbagliarci, che il mafioso esplica la sua azione contro il mafioso stesso. Nei più gravi reati di sangue, commessi dalla mafia; la persona offesa è ordinariamente un mafioso. Chi non appartiene alla mafia o con essa non ha relazioni, è sicuro di vivere tranquillo e rispettato, in qualsiasi recondito luogo della Conca d'oro. I touristesche sono stati a visitare gli avanzi di Solunto e del Castello di Mare dolce, gli alpinisti che hanno fondato un ricovero sulla sommità del monte Cuccio, possono confermare quello che noi abbiamo più sopra detto.

CAPITOLO VII.

Il gergo della Vicaria di Palermo.

Il gergo secondo Cesare Lombroso ed Alfredo Niceforo. -

U baccagghiucioè il gergo della Vicaria di Palermo. - Esame del baccagghiu.- L'alfabeto convenzionale.

Come compimento del precedente capitolo, parleremo in questo del gergo che si parla fra i detenuti della Vicaria di Palermo.

Uno dei caratteri particolari dell'uomo delinquente recidivo ed associato, come lo è sempre nei grandi centri, è l'uso di un linguaggio tutto suo particolare, in cui, mentre le assonanze general i, il tipo grammaticale e sintattico dell'idioma conservasi illeso, è mutato completamente il lessicale." Cosi il Lombroso (1) ha definito il gergo.

La necessità del gergo, secondo il Niceforo (2) proviene dalla bisogna di avere un'arma di difesa, per la lotta che si è impegnata tra il delinquente e la società. Perciò la lingua si trasforma, coprendosi di una maschera speciale, che serve a renderla inintelligibile e tenebrosa a tutti, tranne ai compagni di delinquenza.

Se facessimo uno studio di tutti i grandi centri delle moderne nazioni, troveremo in tutte le grandi società criminali di dette città, che i membri di tali associazioni, parlano sempre fra loro un linguaggio speciale, che pur essendo formato di vocaboli della lingua parlata, pure per la trasposizione del significato, rendono il linguaggio incomprensibile, a chi non lo conosce.

(1) Cesare Lombroso, L'uomo delinquente. Torino, Fratelli Bocca editori, 1889, vol. 1, pag. 466.

(2) Alfredo Niceforo, 11 gergo. Torino, Fratelli Bocca editori, 1897, pag. 6.


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Questa alterazione della lingua parlata che noi chiamiamo gergo, e i francesi argot, ha esistito sempre, come ce lo dimostrano le molte opere e dizionari speciali che si sono stampati, per interpretare il gergo.

Cosi alla Vicaria di Palermo, che è il carcere più importante della Sicilia, ove stanno rinchiusi circa due mila delinquenti, provenienti da tutti gli angoli dell'isola, quivi è nato per conseguenza, e si è sviluppato e trasformato il gergo speciale della delinquenza siciliana.

Questo gergo però non è Topera solamente dei mafiosi che stanno rinchiusi nella Vicaria, ma alla sua formazione hanno concorso pure i ladri comuni, e tutte le altre specie di delinquenti che ivi stanno.

Se noi osserviamo questo piccolo dizionario, troviamo che esso serve nella sua semplicità e piccolezza a potere sostenere una conversazione, per esprimere solamente le diverse specie di delitti che da costoro si potessero commettere.

Ecco questo gergo, che con parola propria è chiamato baccagghiu:

Migna, non ha significato letterale. Guardia di P. S.

Cocciu di pumaroru, cocciodi pomidoro. Id.

Muffata, ammuffito. Id.

Surci di malasenu,sorcio di magazzino. Id.

Zibbibbufzebibbo, specie d'uva. Id.

Tappu d'aciu,turacciolo di latrina. Id.

Zingaruc' 'a 'ncunia,zíngaro con l'incudine. Carabiniere.

'Addu c' 'a pinna, gallo con la penna. Carabiniere in tenuta di gala.

Sparaciu,asparagio. Guardia carceraria, daziaria o doganale.

Capu pumarorii, capo pomidoro. Delegato di P. S., pretore e magistrati in genere.

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Satta striscianti, sotto strisciante. Questore o pure comandante le guardie carcerarie.

Capu striscianti, capo strisciante. Prefetto o pure Direttore del carcere.

Affunari,non ha significato letterale. Arrestare.

Cunvittu,convitto. Carcere.

Palazzu di cristallu,palazzo di cristallo. Vicaria.

Astutari,spegnere. Ammazzare.

Girinusenza significato. Coltello.

Tempira castagni,taglia castagne. Id.

Tufa, senza significato. Rivoltella.

Ciuscianti,soffiante. Id.

Capa tufa,senza significato. Pistola.

Coscia di prisciuttu, coscia di prosciutto. Id.

Chianta fasoli,pianta fagiuole. Stile.

Capu ciuscianti,senza significato. Fucile.

Canna di stenniri,canna per sciorinare roba. Id.

Ittari pu' rifardu,senza significato. Spacciare carte

false.

Fibbia,íibbia. Lettera o pure lettera con caratteri convenzionali.

Fibbia di rifardu,senza significato. Lettera di scrocco.

Spogghiu,spogliare. Rapina.

Sgrarrubbari, senza significato. Aprire un uscio con. chiave falsa.

Sbacchittiari, fari a boccia, fari o palu,senza signiíicato. Furto di destrezza.

Pasta chi sardi, pasta con le sarde. Guerra o pure rivolta.

Ittarisi a spitu, gettarsi alio spiedo. Cominciare a rubare.

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Sciammaru, senza significato. Giacca.

Casteddu,castello. Tasca superiore della giacca.

Strincituri,strettoio. Panciotto.

Cavalcanti, cavalcante. Calzone.

Gallitta,garitta. Soprabito.

Fangusio ferri,fangosi o ferri. Scarpe.

Cummogghia garitta, copri garitta. Impermeabile.

Catasi, tubi. Calze.

Supra celu, sopra cielo. Cappello.

Lima, lima. Camicia.

Cannilao torcía, candela. Bastone.

Mezzaranciu, mezza arancia. Ombrello.

Pinnenti,pendenti. Orecchini.

Casubola, senza significato. Abito da donna.

'Ntinnu, senza significato. Orologio.

'Ntiniui a bianchettu, biancliettucioè bianchetto. Orologio d'argento.

'Ntinnu a grasciuraf grasciuracioè cosa grassa un

tuosa. Orologio d'oro.

Brigghia a grasciura, briglia grassa. Catena d'oro per orologio.

Brigghia a bianchettu, briglia a bianchetto. Catena d'argento per orologio.

Fasola,fagiola. Anello.

Favuzza, favuccia. Spilla per cravatta.

Linticchi, lenticcliie. Bottoni.

Linticchi a grasciura, lenticcliie di grasso. Bottoni d'oro.

Portu,porto. Portafoglio.

Marusi, può significare ondate. Lenzuoli.

Muntagni, montagne. Materassi.

Riffiysenza significato. Carte da giuoco.

Sponsa, spugna. Fazzoletto di seta.

Palummu, colombo. Fazzoletto di tela bianca.

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Patata, patata. Fazzoletto a colori,

Biffa,senza signiíicato. Carne

Luttu, lutto. Pane.

Groriusa,gloriosa. Pasta al sugo.

Tincituri,tingitore. Estratto di pomidoro.

Sciacasu, pietra pomice. Formaggio.

Cliiaruso,chiaro. Vino.

Amitiiyamido. Burro.

Lampanti, lampante. Olio.

Salanti, salante. Pesce salato.

Cuba, parola araba. Casa.

Cuba santa. Chiesa.

Virdunera,senza significato. Balcone

Specchiu,specchio. Finestra.

Carrubba,carrubba. Chiave.

Carnenti, senza significato. Padre e fratello.

Camenta,senza significato. Madre e sorella.

Minera, miniera. Donna.

Sbissittinu, senza significato. Ragazzo.

Sbissu,idem. Giovane.

Caggiu,idem. Uomo giovane.

Paccaru, idem. Vecchio.

Villuta,idem. Prostituta.

Faja, idem. Villano stupido.

Rifardo, avaro. Forestiere.

Quattruperi,quattropiedi. Cavallo, bue, cane.

Mancia 'n terra, mangia in terra. Gallina, capra.

Currenti,corrente. Carro.

Currentic' pilusu,corrente col peloso. Carrozza con cavallo.

Grarigghiaygraticola. Rete di corda posta sotto il carro per uso di ripostiglio.

Putrutu, simile a poltrone. Galantuomo, borghese.

Passari in paccu pustali, passare in pacco postale. andare in carrozza cellulare.

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Pagghiaru, pagliaio. Camera di sicurezza.

Gazzusa,gazzosa. Celia di rigore alla Vicaria, ove si mettono i carcerati che vanno in punizione.

Fari lestu, fare lesto. Fuggire.

Spiranzari, senza significato. Scappare all'estero.

Carnian, idem. Indagare.

Ittari i uirmiceddi, gettare i vermicelli. Confessare tutto.

Dari drittu, dare il dritto. Dichiarare i fatti come stanno.

Atfírí stuppa, avere stoppia. Uomo che non parla.

Varuutu,barbuto. Monaco cappuccino.

Cocciu ri carbuni, pezzo di carbone. Prete.

Fumusi, fumosi. Sigari.

Rifunniri,rifondere. Pagare.

Fora currituri, fuori corridoio. Via esterna.

Currituri,corridoio. Via.

Tapidinera, torpediniera. Bicicletta.

Sbarazza pagghiara, distruggi case. Nave da guerra.

Carriaggiu,senza significato. Denaro.

'O pirtusu, al buco. Colloquio con i detenuti, che si fa per un buco di un tnuro interno del carcere.

Non è il caso di fare sui nostro libro un esatto esame sui gergo, solo facciamo osservare che esso, come tutti gli altri gerghi del mondo, conserva in alcuni vocaboli i caratteri comuni degli altri gerghi, e ne differisce per alcune circostanze.

Cosi troviamo che alcuni vocaboli, come delle lingue primitive, esprimono la parola per mezzo dei loro stessi attributi.

Infatti la gallina è chiamata mangia in terra, l'orologio '

ntinnuper tintinnio; fare lesto,per fuggire; correnti per corrente, volendo significare il carro.

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Abbiamo pure le parole a base di trasposizione di significato, cosi: pagghiaro, pagliaio, per camera di sicurezza, sponsa,spugna, per fazzoletto.

L'uso di parole antiquate, quale cuba, per casa,

cuba santao casa santa, per chiesa.

Pero nel gergo siciliano non troviamo assolutamente tracce di parole svisate per la parte fonetica, come accade per gli altri gerghi. Come pare non troviamo l'altra caratteristica di vocaboli del nostro gergo uguali a quelli degli altri gerghi del continente.

Riguardo ai cifrari, fibbie, dobbiamo osservare che non esiste assolutamente un alfabeto segreto unico e costante, perché la mafia non è un'unica e vera associazione e perciò troviamo qualche volta tracce di fibbie, per singoli gruppi, che durano un certo tempo, e poi o finiscortt) per cadere in disuso o pure sono trasformate.

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CAPITOLO VIII.

La mafia nelle provincie.

Chi sono i capi mafia e perché lo fanno.-Come si esplica la loro azione. - Il brigantaggio è affiliato alla mafia. - La masseria. - Odio di classe. - La gabella delle proprietà. - Il gabelloto. - Campieri e soprastanti. - Il contadino siciliano fra la mafia. - Ricompensa del campiere. - L'abigeato: come si commette, come se ne allontanano le tracce, come si utilizza. - L'opera della polizia. - Le fiere. - I briganti nelle masserie. - Ricettazione forzosa e dolosa.- I campieri sono manutengoli dei briganti e dei latitanti. - I sequestri di persona. - Il sequestro del canonico Compagno. - Il sequestro di Catalfamo. - Osservazioni sui sequestri di persona. - I contadini siciliani non sono mafiosi. - Quali diventano mafiosi. - Perché la mafia non si estende nelle provincie orientali della Sicilia.- Con quali criteri si tracciò il nostro cartogramma sulla espansione della mafia in Sicilia.

Anche la mafia delle provincie, dobbiamo dividerla in due grandi parti, cioè: caporioni e gregari.

Chi sono costoro e cosa fanno? Questo è quello che precisamente dobbiamo esaminare.

In tutti i piccoli comuni, come nelle grandi città dell'isola, vi ha gran numero di ricchi possidenti, di persone che rivestono cariche e titoli, i quali al par degli antichi baroni di Sicilia, hanno la smania di essere sempre onnipossenti e prepotenti come lo erano nei beati tempi, nei quali tutto a loro era lecito, pretendendo che da tutti fosse fatta la loro volontà.

Cessati i diritti feudali, che resero strapotenti i baroni, questi hanno cercato nei nuovi adattamenti politici e sociali, che sono sopravvenuti, di conservare sempre, in relazione alle nuove esigenze, la loro supremazia, ed il diritto d'ingerirsi in tutta la vita pubblica.

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Questo programma fu possibile mantenerlo, in parte, finché durò la monarchia borbonica. Ma avvenuta l'annessione della Sicilia alla monarchia di Savoia, per la unificazione nazionale, ed essendo sopravvenute le nuove guarentigie costituzionali, non fu più possibile agli antichi prepotenti di proseguire nella via delle angherie e dei soprusi, che sino allora avean potuto percorrere. Subirono anch'essi le vicende dei tempi nuovi, e, si adattarono alle nuove esigenze.

Cosi abbiamo veduto, e vediamo, questi signori, mettersi a capo della vita politica, sia per l'ambizione di occupare le alte cariche elettive, sia per fare sentire la propria autorità sugli altri concittadini.

Se tutto questo fosse eseguito legalmente, facendo valere la propria influenza acquistata per l'importanza del censo e delle proprie virtù, non ci sarebbe nulla di straordinario. Però il male avviene, quando l'influenza su gli altri si conquista, e non si acquista.

Diciamo si conquista, perché è precisamente per mezzo dei soprusi e delle angherie, che molte volte si arriva a formare una vasta clientela, composta di ogni specie di persone, dal contadino al gabelloto, dall'operaio all'impiegato; tutta gente che ha dovuto cedere o rimanere vittima di quella vasta camarilla, alla testa della quale si sa che sta il barone Tizio, il commendatore Caio, il cavaliere Sempronio. Necessariamente la conquista di questa clientela crea anche degli obblighi, da parte del Capo partito, il quale è obbligato di difendere ed aiutare i suoi seguaci in tutti i loro bisogni, in tutte le loro circostanze. Per conseguenza, come per la mafia di Palermo, anche per le province, si è costituita tutta quella congerie di clientele, che hanno creata quella lunga catena di soggezioni, le cui anella formate da elementi spesso eterogenei,

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fra loro, formano il lato misterioso e potente, che tutti lega ad un punto concentrico, dal quale ricevono vita e movimento, a secondo la sua volontà.

Uno dei mezzi materiali con i quali questi capi partito, arrivano ad assoggettare anche i più riottosi individui della campagna, sono i campieri, che per le loro vaste relazioni, e per il loro fare arrogante e prepotente, arrivano ad assoggettare, alla volontà del proprio padrone, non solo i timidi, ma spesso i più ribelli, non esclusi i delinquenti della peggiore specie, per finire coi briganti, quando ce ne sono. Anche costoro debbono prestare l'opera loro, in cambio dell'alta protezione, senza la quale non potrebbero per lunghi anni scorazzare per le campagne, rendendosi sempre più onnipossenti ed invincibili.

Il brigantaggio, per sé stesso, non ha nulla da fare con la mafia, pero anch'essa concorre a renderla potente, mettendosi ai suoi servizi. Tutti sanno in Sicilia, che i famosi briganti Pippino il Lombardo, Valvo, Di Pasquale, Capraro, Leone, Bruno, furono tutti aiutati e protetti dai ricchi proprietari, che coprivano alte cariche rappresentative e gentilizie.

Oggi è noto che il brigante Candino, si è reso imprendibile, perché si è posto sotto li salvaguardia di alcuni ricchi proprietari del circondario di Cefalù, che vivono in Palermo, alcuni dei quali coprono un posto elevato nella classe sociale, e si ritiene da tutti, che il loro favoreggiamento, arriva al punto, da ricoverarlo, con tutti i suoi adepti, nelle loro stesse proprietà. Non è forse pure notorio che il Candino, in barba alla polizia, vive lunghi mesi ricoverato nelle stesse case abitate da ragguardevoli cittadini? Non è forse popolare colà la frase: Il brigante nasce in S. Mauro e cresce in Gangi?

Che vuol dir questo? Vuol dire precisamente che in Gangi trova forti protettori, che lo mettono sotto le loro ali protettrici.

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Però se i pezzi grossidella provincia dànno aiuto e protezione ai briganti, non è sicuramente per rendersi complici delle loro azioni, o per dividere i loro guadagni, ma semplicemente perché essendo capi mafia, si accrescono la loro influenza morale, e perciò la loro onnipossenza, tenendo ai propri servizi il brigante.

Un sorriso ironico a questo punto sfiorerà le labbra del lettore, sorriso che può li adursi cosi: Se tutto questo si conosce, perché la polizia non agisce?

Ci vuol poco a dirlo, ma molto, anzi moltissimo a farlo.

Ammettiamo pure che la polizia possa venire a conoscenza, che in una data casa di campagna vi sia alloggiata la banda di Candino, (ammesso che la banda brigantesca stia sempre riunita); o che vi sia il solo Candino: essa ha il dovere di recarsi sui luogo indicato, fare una perquisizione ed arrestare il brigante. Ma per fare questo occorre l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria, perché quella tale casa indicata, appartiene sempre a persona influente, e perciò ogni funzionario vuole agire nell'orbita della legalità, perché è sicuro che se fa la perquisizione e non riesce, ci guadagnerebbe una querela per violazione di domicilio, o, nel caso più favorevole, un trasloco ed una punizione disciplinare, perché subito onorevoli e pezzi grossisaranno mossi a reclamare contro il funzionario imprudente.Ottenere l'autorizzazione dell'autorità giudiziaria non è cosa facile, perché ci vuol tempo, e frattanto il brigante ha avuto tempo di svignarsela. Poi non si ottiene facilmente l'autorizzazione, perché l'autorità giudiziaria non le concede, essendo quasi sempre motivate da semplici rivelazioni confidenziali. Allora non resta che lasciare il brigante tranquillo ove si trova.

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Del resto anche 1'autorità giudiziaria non ha tutti i torti, perché se non riuscisse la perquisizione, sarebbe sicura di attirarsi i fulmini di quei signori, ed avere anch'essa le sue noie e le sue spine.

L'Alongi (1) in proposito dice: "Ecco una quistione che richiederebbe un esame troppo lungo e scabroso che ci porterebbe lungi dal nostro compito. Diremo solo che non riusciamo a comprendere come si facciano tante declamazioni ammirative per gli ordinamenti amministrativi inglesi e non ne imitiamo poi che quelle parti che sono negative e quindi inefficaci. Colà quando un male sociale minaccia seriamente l'ordine e la prosperità pubblica si ricorre alla sospensione delle guarentigie statutarie. Perché tra noi non si potrebbe fare lo stesso per dati luoghi e tempi? "

Tralasciamo ora i briganti, e ritorniamo al nostro argomento.

Il grande possidente, il proprietario di feudi e boschi e degli estesi fondi a coltura intensiva, ha la sua polizia privata, gallonata e stipendiata, ed occorrendo riconosciuta dalla legge.

Questa polizia privata è costituita dai campiericioè guardiani, i quali per la loro organizzazione ci ricordano i bravi di un tempo.

I campierisono i veri gregari della mafia, sotto l'usbergo della loro divisa gallonata, e sotto 1'egida della protezione morale e materiale dei loro signori o gabelloti di feudi, commettono le più gravi prepotenze offendendo la giustizia e la libertà dei cittadini.

Essi solamente sono i veri padroni dei feudi, cioè di quelle interminabili campagne siciliane, che con vocabolo proprio si chiamano latifondi.

(1) G. Alonzi, La Maffia,pag. 109.

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Il latifondo è generalmente una vasta estensione di terreno, coltivata semplicemente a frumento, o pure lasciata a pascolo, ove spesso non travasi una goccia di acqua, spopolato di case e di abitanti, ad eccezione della masseria, cioè la casa ove si riuniscono la sera, per mangiare e dormire uomini e bestie, che di giorno stanno sparpagliati per il vasto feudo a lavorare o pascolare. La gente che vive in queste masserie, lontane molti chilometri dal comune più vicino, vi sta lunghi mesi, sola oppressa dal lavoro bestiale, avvilita dalla prepotenza e dalle angherie dei padroni o dai gabelloti; i quali in loro non vedono altro che bestieda sfruttare, a cui altro epiteto non tocca, che quello di porco villano questo stato di cose ha generato quell'odio di classe tra

villanie cappelli(il cappelloè il borghese, il quale invece del berretto, come il contadino, porta il cappello) che ha nelle sue esplosioni di collera e rivendicazioni represse, cagionato veri massacri, per opera dei miseri contadini diseredati avviliti, e in danno dei loro oppressori.

Per conseguenza tutti i contadini siciliani, pur conservando esteriormente il loro rispetto per il borghese, che salutano sempre con ossequio, portando la mano al berretto, e pronunciando il tradizionale: Bacio le mani a Voscenza (V. E.), o puré, servo a Voscenza,nutrono in fondo al cuore, verso di essi gran diffidenza ed odio, odio e diffidenza che si riversa anche contro la giustizia, la quale molte volte, per malefiche influenze politiche, invece di prendere le difese del misero e dell'oppresso, ha favorito con atti ingiusti i proprietari, cioè gli oppressori ed i spogliatori del misero lavoratore.

Qual meraviglia dunque se questi è divenuto diffidente di tutto, e non crede ad altra giustizia, che a quella che egli può farsi con le sue stesse mani, o con 1'aiuto dei suoi compagni ed amici!

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Questo è il triste quadro della campagna siciliana. Or quanta differenza non vi ha tra il villanoed il giardiniere della Conca d'oro, o dei paesi di marina!Per marina intendesi in Sicilia, tutta quella zona di terra posta al litorale, ove l'agricoltura prospera, il clima è più dolce, e la produzione è anche molto più primaticcia di quella deH'intenio.

feudi, e le vaste proprietà, anche quellea coltura intensiva, spesso non sono coltivate dai proprietari, perché questi raramente abitano i paesi dell'interno dell'isola, molto più quando appartengono alla nobiltà, perciò sono date in gabella, mentre essi se ne stanno tranquillamente nella città, a godersi le rendite, senza avere grattacapi. Ogni anuo ricevono dal gabelloto il prezzo convenuto per la gabella, e non si pigliano altre noie che di rinnovare le gabelle alle scadenze, o sfrattare i gabelloti quando si rendono morosi ai pagamenti.

Per conseguenza, in questi casi, possiamo affermare che il proprietario dei feudi è il gabelloto.

Che cosa è il gabelloto 9II gabelloto appartiene alla classe ricca della borghesia dei coniuni interni dell'isola, e potendo egli disporre di un capitale, prende in gabella uno o più feudi, e li coltiva a suo danno o beneficio.

Il gabelloto, o feudatario, come volgarmente lo chiamano in Sicilia, ha la missione di sfruttare il feudo, o fondo, per quanto più gli è possibile, e di sfruttare ancora maggiormente i metateri(mezzadri) cioè quelli che pigliano in diversi appezzamenti il feudo, nella maniera che appresso vedremo.

Il gabelloto oltre alla gabella deve pagare, quando occorre, qualche somma, a titolo di senzalia, ai mafiosi che si cooperarono con la loro influenza, a fargli aggiudicare in suo favore, il feudo, all'asta pubblica.

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Straordinariamente poi deve dare, qualche sussidio, quando gli è chiesto dai picciotti, ed i picciottidei feudi non sono semplici mafiosi, alcune volte, anzi spesso, sono dei latitanti.

Il gabelloto poi deve tenere al suo soldo alcuni campieri, che variano da due a quattro, secondo l'estensione del terreno, ed un soprastante, cioè capo dei

campieri.

Come nella Conca d'oro, i guardiani sono mafiosi, cosi nelle campagne interne i campieri, cioè guardiani, sono pure tutti mafiosi. Infatti per potere aspirare a tale posto, bisogna avere tre qualità: pettu, (avere coraggio)

tuba o panza(sapere stare zitto e mantenere i segreti), ed essere amico degli amici, compresi i latitanti, in siciliano prisicuti,perché per essere un buon campiere, bisogna sapere stare in campagna, cioè fare il mafioso ed il manutengolo dei malandrini.

Spesse volte il campiere gode fama di avere uno o due cuoi al sole, il che vuol dire ch'egli ha già commesso uno o due assassini. Circondato da quest'aureola, la sua carriera è fatta, egli diventa una persona temibile, cioè

chi duna suggizioni, che da soggezione; necessaria, e perciò meglio ricompensata.

I campierisono collegati fra loro da vincoli di amicizia, di relazioni e d'intenti. In questa maniera è spiegato come i mafiosi tra di loro, da una provincia all'altra, hanno relazioni e complici.

Siccome molti scrittori hanno sostenuto che il latifondo ha creato in Sicilia la mafia, e noi siamo contrari a questa teoria, qui cade opportuno in appoggio della nostra affermazione, fare osservare che generalmente la mafia conta i suoi adepti fra i guardiani o campieri, soprastanti e gabelloti, e che i capi mafia sono sempre fra gabelloti e proprietari, cioè persone, che relativamente agli altri, a secondo della condizione sociale a cui appartengono, sono sempre in migliori condizioni economiche.

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Mentre il povero contadino, la vera vittima del latifondo e dell'attuale condizione economica sociale, raramente è un mafioso, egli è un uomo, come quasi tutti i siciliani, che ha sentimento di omertà, per carattere proprio e per necessità attuale; infatti come si fa a non mantenere ed osservare scrupolosamente questi principi, quando la legge non può garentirlo, mentre sta disperso nella lontana campagna, in mezzo allo squallido feudo, o nel fitto di un bosco o di un oliveto, curvo sulla zappa o sulla vanga, a lavorare la terra che tiene a mezzadria (1), o quando curvo sotto il peso della zappa, deve percorrere la lunga via, per deserte trazzere,(vie mulattiere), che lo separa dal paesello, stando quindi alla mercé dei prepotenti e dei ribaldi?

Si ha un bel dire che i Siciliani sono tutti mafiosi. Venite voi qui, gente di cattedra, studiate il nostro ambiente, e poi emettete il vostro giudizio, serenamente e coscienziosamente.

Prima di parlare delle operazioni losche dei campieri e soprastanti, vediamo qual é la loro organizzazione e retribuzione:

(1) La metateria(mezzadria) in Sicilia e il contratto agrario, che ordinariamente consta dei seguenti patti: Il padrone o gabelloto del terreno, anticipa al metatiere, il frumento per uso di sementa al raccolto ha diritto ad averne restituito il doppio, a titolo di fruttificazione, ed il resto del prodotto e diviso a meta, tra gabelloto o padrone e metatiere, quest'ultimo poi deve dare anche un tumolodi frumento al campiere, qualunque possa essere l'estensione dell'appezzamento di terreno, e deve dare anche un altro tumolo di frumento al campiere straordinario, che si prende per il tempo della mietitura, quando quelli ordinari non sono sufficienti.

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In ogni feudo, secondo la sua vastità, vi sono da due a quattro campieri, più un soprastante.Essi sono ricompensati delle loro fatiche, dal gabelloto, o dal proprietario, quando il fondo è tenuto in economia, nella seguente maniera:

Il campiere ha diritto ad avere una giumenta ed il foraggio per essa, e se ne ha qualche altra di sua proprietà, può tenerla nel tocco(aggregato di tutti gli animali che stanno a pascolare nel feudo) a scopo di prolificazione. Inoltre ha diritto all'alloggio nella masseria, per lui solo, ed ha una paga annua che varia dalle lire centocinquanta alle lire duecento, più a quattro tumoli di terra, che deve coltivare a sue spese, ed il cui prodotto è riservato a lui esclusivamente, però se ha mezzi sufficienti può richiedere a mezzadria del terreno nel feudo.

Il soprastanteè il capo dei campieri, esso però generalmente è una persona più colta dei suoi dipendenti, perché deve sapere leggere e scrivere, e fa le veci del padrone o gabelloto, nella sua assenza. La sua ricompensa è simile a quella del campiere e gode i suoi stessi diritti, invece il suo stipendio varia dalle lire duecento cinquanta alle lire trecentocinquanta annue.

Passiamo ora alle gesta mafiose e manifestazioni criminose di questi individui.

É nella vasta campagna siciliana, in mezzo alla solitudine, che malandrini e manutengoli, cioè mafiosi, organizzano le loro operazioni delittuose. La principale e più lucrosa, è l'abigeato, ovvero il furto del grosso bestiame, cavalli, muli, vacche e vitelli.

Questi animali notte e giorno sono lasciati nelle praterie a pascolare, nella solitudine dei monti e dei boschi, custoditi dal bestiamaro. Quando questi è momentaneamente assente, o dorme, i malfattori che si sono nascosti nelle vicinanze, ne approfittano, per portare a compimento il loro disegno.


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Commesso il furto, gli animali sono portati via dal toccomettendoli in fuga. Cacciate e spinte le bestie, per vie solitarie e difficili, sono costrette a percorrere lunghe distanze, che sembrano impossibili, inverosimili. Cosi è ottenuto il primo intento, che è quello di frapporre una lunga distanza tra il derubato e la refurtiva.

Intanto il bestiamaro,al mattino nel passare in rassegna i suoi animali, ne accerta la mancanza di alcuni, crede che si siano smarriti nel feudo o nel bosco, e perciò partecipa il fatto ai campieri, i quali spesse volte sono già a conoscenza di tutto, e fanno lo gnorri. Campieri e custodi si mettono subito in movimento, la campagna dei dintorni è tutta esplorata, ma gli animali non si ritrovano. Allora viene la certezza che nella notte, gli animali mancanti, siano stati rubati. Il custode o uno dei campieri corre in paese, ed alcune volte ci vogliono intere giornate per arrivarvi, e porta la notizia al proprietario. Se questi è furbo, fa contemporaneamente due cose, cioè: da un lato per semplice formalità, fa la denunzia del furto all'autorità di P. S.; diciamo per formalità, perché il derubato sa che essendo la polizia affidata ai carabinieri, questi non possono riuscire allo scopo, perché non sono pratici, ordinariamente né delle persone, né dei luoghi, e poi perché dal compimento del furto all'ora della denunzia, sono trascorse almeno ventiquattro ore, ed in tale tempo gli animali rubati hanno dovuto percorrere centinaia di chilometri, e stanno sicuri in qualche feudo a pascolare, confusi con altri animali.

Dall'altro canto il proprietario derubato, mette in movimento la sua polizia privata. Incarica uno dei suoi campieri, quello che crede più adatto ad entrare in trattative con i picciotti(qui per picciotti debbonsi intendere latitanti dei dintorni, o pure persone affiliate alla mafia, notoriamente conosciute come solite a commettere simili reati).

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Il campiere corre, cerca e spesso trova chi deve trovare. Dopo uno o due giorni ritorna dal padrone, e gli dice che i picciottiper fare un favore speciale e personale, a lui, al campiere, sia perché gli hanno obblighi, o perché ne hanno soggezione, gli hanno promesso di trovare gli animali, purché si dia loro una mangiata di pasta: Che vuole, eccellenza, i

picciottidebbono campare, ed io non ho potuto farne a meno di promettere loro qualche cosa.

In questa maniera, su per giù, chiuderà la sua relazione il fidato campiere, e dopo alcuni giorni gli animali ritornano misteriosamente al posto, donde erano stati involati. Una buona mancia ricompenserà i picciottidelle loro oneste fatiche.

Se poi il padrone che è stato derubato è amico sincero di qualche capo mafia, uno di quelli la cui parola è

sentenza, o pure: '

a vuci ha passatu sempri, (per indicare la sua onnipossenza) allora gli animali sono restituiti senza spendere un centesimo e con delle scuse.

Quando gli animali poi sono rubati, ed il proprietario non ha potuto o non ha voluto mettersi d'accordo con alcuno, le ricerche della polizia, riescono quasi sempre infruttuose, perché abbiamo già detto che la strategica dell'abigeatario consiste nel fare allontanare quanto più è possibile gli animali dal luogo ove avvenne il furto, mercé tappe faticosissime, che solamente riescono ad essere fatte da persone avvezze a questo mestiere.

Durante questa faticosa peregrinazione, tratto tratto, uomini ed animali si riposano nei feudi, ove campieri e bestiamari sono amici.

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Una strizzatina d'occhio basta ad intendersi fra loro, una stretta di spalle dell'ospitante vuol significare: Per me non so nulla, fate come vi aggrada. Se viene il padrone e chiede conto dei nuovi inquilini, uomini e bestie, gli si risponde, se è un onesto intransigente, che sono bestiamari loro amici, che si recano alla tal fiera e perciò hanno chiesto per un giorno un po' d'ospitalità. Se invece il proprietario è

uomo di mondogli si dice: che vuole eccellenza, i picciottisi guadagnano il pane, purché non disturbino a noi, e poi.... Il padrone ha compreso, si stringe anch'esso nelle spalle e risponde: Purché non mi facciate pigliare dispiacere, del resto fate pure.

Ma intanto pensa fra sé: Sicuramente non sono stato io a far commettere il furto, vediamo se ne posso approfittare, e conchiudere un buon affare; i picciottihanno interesse a sbarazzarsi degli animali, ed io dal momento che li ho qui, posso fare il mio tornaconto; del resto che male c'é, meglio comprarli io a buon patto, che farne godere un altro.

Cosi pensando chiama uno dei suoi fidati campieri, s'intavolano le trattative. e quello che vale cento si compra per venti.

Intanto in quel giorno stesso sia che gli animali si vendono, sia che debbano proseguire oltre, si pensa per prima cosa ad alterare il marchio su gli stessi apposto, per renderli irriconoscibili. In quest'arte campieri e ladri sono peritissimi. Le lettere sono contraffatte soprapponendovi altre lettere, per renderle illeggibili o alterate, cambiando per esempio la p in r, la o in la

sin pecc. Compiuta l'operazione con erbe e cataplasmi i marchi nuovi sono presto fatti disseccare.

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Gli animali, quando non sono venduti, sono destinati a raggiungere contrade lontane, opposte a quelle donde provengono, per essere venduti nei mercati, o fiere, e se sono animali bovini, vengono portati nei macelli pubblici, ove presto se ne perde ogni traccia.

Qui dobbiamo osservare, come dice l'Alongi (1) che il borghese e il piccolo proprietario, sono le vittime abituali di tali furti, poiché è ben raro il caso che il padrone di un grosso armento sia molestato, a vendo egli sufficiente custodia, ed una custodia composta di mafiosi prepotenti, che con la loro presenza tengono a rispetto i ladri di bassa sfera, mentre quelli di rango sono loro amici, si rispettano reciprocamente e non temono sfregi.

Il maggior numero di animali derubati sono condotti alle fiere dove vengono venduti. É in esse che tutti i facinorosi,abigeatari e manutengoli della Sicilia, hanno occasione di conoscersi l'uno con l'altro, di affratellarsi, di scambiarsi la refurtiva, di organizzare nuovi progetti delittuosi. Le fiere in conclusione possiamo dire che sono i congressi legalizzati della mafia e dei ladri.

Se si potesse, ad un tratto, sospendere la fiera, arrestare tutt'i latitanti che vi si aggirano, e sequestrare tutti gli animali di furtiva provenienza, si renderebbe un gran servigio alla società. Ma questo non è però possibile, perché in tal caso dovrebbe adoperarsi un rito sommario, non legale, e che riescirebbe di nocumento a tutti gli onesti fieranti, che non sono la minor parte, i cui interessi verrebbero fortemente ed ingiustamente danneggiati.

Ritorniamo ora alla campagna, anzi alla masseria.

Un bel giorno, o una cattiva notte, secondo i casi, arriva alla masseria una comitiva di persone, che monta buoni cavalli, armata di tutto punto.

(1) Alongi, La Maffia,pag. 116.

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A prima vista paiono campieri di qualche masseria vicina, ma guardandoli attentamente, dal loro fare circospezioso e diffidente, dal loro parlare arrogante, si capisce che non sono campieri, ma prisicuti(latitanti) e se qualcuno della masseria, non li conosce e domanda sommessamente al suo vicino chi sono i nuovi arrivati, un bisbigliare di poche parole all'orecchio dell'incauto curioso, l'avvisa di stare zitto, di non fiatare, che non sono affari suoi, e che quelle persone, sono gente che non ama le indiscrezioni.

Il padrone, o il gabelloto, se è nella masseria, è chiamato, ed egli si affretta a venire, facendo buon viso ai nuovi arrivati. Subito si scanna qualche montone, o qualche paio di agnelli, s' imbandisce una tavola, si apre la cantina, mentre nella cucina s'apparecchia un buon desinare. Gli strani ed incogniti visitatori mangiano e bevono, poscia o montano nuovamente a cavallo, o vanno a dormire sul fieno, mentre uno di loro resta di vedetta.

Il proprietario alla loro partenza, se è un onesto, reprimendo i sospiri d'insofferenza, saluta i suoi ospiti,

che tanto onore gli hanno fatto, se invece è un amico, i saluti sono cordiali, e si fanno inviti a ritornare presto, a non farsi desiderare molto.

Chi erano costoro? Né più, né meno che una banda brigantesca.

Riportiamo sul proposito le parole che l'Alongi(l) mette in bocca al proprietario, quando trovasi in un caso simile:

"Ma posso io rifiutarmi di alloggiare e far cortesia ad una banda di briganti, i quali presto o tardi potrebbero massacrarmi? E le mie vaste proprietà non sono alla mercé loro?

(1) Alongi. La Maffia,pag. 88.

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Quali guarentigie mi da il Governo perché io possa e debba mostrarmi sprezzante verso i briganti? Tra i due mali, io sono costretto a scegliere il minore, passar per manutengolo per non essere ucciso o rovinato finanziariamente.

"Ora, dice sempre l'Alongi, a me sembra che il punto debole degli organismi repressivi stia appunto in ciò, che è difficile, direi quasi impossibile, stabilire una linea netta di demarcazione tra il manutengolismo volontario, doloso e quello involontario, per timore."

Il Franchetti (1) sull'argomento scrisse che la complicità apparente è universale, e che questa complicità non ha significato. Come si fa a distinguere quella che viene imposta dal terrore, da quella che viene spontanea e lucrosa?

Taluni proprietari per avere rifiutato ospitalità o informazioni ai latitanti, hanno avuto distrutto il bestiame, le piantagioni, e le case bruciate, e sono stati sinanco assassinati. Ma nel tempo stesso altri si sono arricchiti col manutengolismo, col tenere mano ai ricatti, dando informazioni ai briganti, magari prestando il luogo ove rinchiudere il sequestrato.

Anche noi siamo perfettamente persuasi che è impossibile stabilire ove termina la ricettazione di malandrini fatta per timore, ed ove comincia quella compiacente, per non dire dolosa, a scopo di tenerli a se devoti, o per illecita compartecipazione agli utili derivati dal delitto. Però è certo che vi sono in Sicilia, dei feudi, che da molti anni, sono stati sede abituale di malandrini, ove costoro trovano sempre buona accoglienza e buona compagnia. Mentre in altri feudi vanno qualche volta i malandrini, ma di tanto in tanto, e per quel tempo puramente necessario per mangiare, poscia si allontanano, per forse non ricomparire mai più.

(1) Franchetti, Condizioni politicheecc., op. cit., pag. 52.

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Perché questa differenza? Forse perché quel dato luogo è in una località strategica per i briganti, e perciò necessaria; o perché dura sempre la tradizione della complicità degli ospiti?

É positivo che quasi tutti i campieri sono manutengoli fidati dei malandrini e degli abigeatari, essi apprestano notizie sui movimenti della forza pubblica, danno informazioni e consigli, ed alcune volte si cooperano personalmente, anche nella consumazione dei delitti.

Non è ormai notorio che in tutti i reati importanti che si commettono nelle campagne della Sicilia, lettere di scrocco, sequestri di persone ed assassini, è emersa sempre la complicità dei campieri?

Per citare fatti recenti, ricordiamo che fu il campiere Imbarrato, che organizzò il sequestro del barone Spitalieri, eseguito poi dalla banda maurina. Furono campieri quelli che uccisero nel bosco di Cesarò alcuni membri della sopradetta banda, che li aspettavano gozzovigliando, per avere con loro una intervista. Fu pure un campiere quello che organizzò il sequestro del canònico Compagno. Come si vede, sono tutta gente di libertà, come dicesi in Sicilia, cioè persone che pur vivendo di lavoro, non disdegnano qualche volta organizzare, o rendersi complici, di un buon colpo, a mezzo di lettere di scrocco e di sequestri di persona, molto più che sono quasi sempre insospettabili, perché non hanno precedenti penali, ovvero apparentemente onesti, godono la fiducia e la protezione dei padroni, perciò sono al caso di compiere con sicurezza i loro tristi progetti.

Delle lettere di scrocco non parliamo, perché ne abbiamo già detto a sufficienza nel capitolo della mana nella Conca d'oro.

Invece dobbiamo parlare del sequestro di persona.

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Questa figura di reato, oltre essere molto usata dai briganti siciliani, lo è pure molto usata dagli affiliati della mafia. Si può affermare poi con sicurezza che in ogni sequestro di persona figura quasi sempre il campiere, come principale protagonista del triste dramma.

Purtroppo il sequestro di persona occupa un buon posto nella scala della criminalità siciliana; ed è sempre manifestazione di mafia e brigantaggio, perché è precisamente un delitto, che per consumarsi è necessaria la complicità di parecchie persone.

Noi non ci dilungheremo a fare la descrizione di questo delitto, come è comunemente commesso. Solo accenneremo a due sequestri di persona, che per la loro drammaticità, serviranno a dimostrarlo nel suo lato pratico.

Cominceremo col parlare di un sequestro recente, quello del canonico Compagno da Prizzi, per finire con quello di Catalfamo a Cefalù.

Il 23 giugno 1896, il canonico Compagno, si recava a cavallo di una giumenta, ed accompagnato dal suo campiere Francesco Cannarioto, nell'ex-feudo Gibilmanna, da lui tenuto in gabella, per assistere alla tosatura delle pecore. Quando fu arrivato al bivio di due vie, si vide comparire innanzi cinque malfattori, di cui alcuni col viso tinto, e tutti armati di fucile, che spianarono contro il malcapitato sacerdote, imponendo il solito faccia a térra. Entrambi ubbidirono. Dopo disarmato il campiere, furono bendati ed obbligati a rimontare a cavallo, con i polsi legati. Dopo alcune ore di cammino, il sequestrato fu fatto penetrare in una capanna. e quivi gli fu imposto di scrivere con una matita, una richiesta alla sua famiglia, di quattrocento mila lire, per essere liberato;

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pero avendo il sequestrato fatto osservare che quella richiesta era assurda, perché non possedeva tale somma, si accontentarono di una richiesta di centomila lire. Quindi la lettera fu consegnata al campiere Cannarioto, perché la portasse a destinazione.

Intanto il canonico Compagno fu nuovamente legato, bendato e posto a cavallo, e costretto a viaggiare in questa maniera sino all'ora una dopo mezzanotte, ed approfittando del buio della notte, sequestrato e scorta, penetrarono nel paese di Bisacquino, ed entrati in una pagliera, ove già era stato costruito un camerino di legno, ammobigliato con un letto, un tavolo ed una sedia, vi chiusero il reverendo canonico, a meditare sulle angustie di questa vita, e sulla conquista del paradiso celeste.

Cosi il malcapitato sacerdote passò angosciosamente la sua prigionia, custodito perennemente da due manigoldi, che montavano regolarmente la loro guardia, uno dormendo e l'altro vegliando; mentre la forza pubblica s'affannava a scorrazzare per le campagne.

Dopo cinque giorni i guardiani del sequestrato furono sostituiti, come dice il canonico Compagno, ciò che pare inverosimile, da un solo individuo a lui sconosciuto. Questi dopo alcune ore di guardia gli si avvicinò, e con sorriso di scherno, gli disse: A vossia a testa ci feti(a V. S. le puzza il capo, cioè è prossimo a morire) questo perché il denaro non era venuto. Allora il sequestrato pregò il custode a volere ridurre la somma pretesa a lire quarantamila. La nuova proposta fu accettata, ed invitato per conseguenza a scrivere una nuova lettera, ove doveva essere detto chiaro e tondo che se questa volta il denaro non veniva, egli sarebbe stato immancabilmente ucciso.

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Qui si hanno due versioni, una del sequestrato Canonico Compagno, che possiamo chiamare ufficiale, mentre l'altra la dobbiamo alla voce popolare. Noi le riportiamo tutte e due, lasciando all'intelligente lettore indovinare quale sia la vera.

Dunque il sacerdote Compagno asserisce che finita di scrivere la lettera, chiamò forte dal suo camerino il custode, e non avendo avuto risposta, apri la porta, e vide che sulla paglia, stava sdraiato il suo uomo, a dormire profondamente, ed essendogli balenato nella mente il progetto della fuga, immediatamente prese il fucile dello stesso malfattore e l'uccise con un colpo al cranio, quindi apri l'uscio che dava sulla via e scappò.

Invece la voce pubblica dice, che a smontare i primi due custodi, ne vennero altri due, dei quali, uno si pose a dormire, e l'altro vegliando faceva scrivere la nuova lettera al sequestrato, ed in questo tempo attaccarono conversazione, finché il canonico, approfittando che l'altro malfattore dormiva, e non poteva ascoltarli, promise al suo interlocutore di dargli lire diecimila, se lo faceva fuggire. Al tristo non dispiacque la promessa, diede la libertà al sequestrato, ed uccise il proprio compagno.

Ora riportiamo la lugubre storia del sequestro Catalfamo, che tanto emozionò il pubblico per la sua drammaticità.

Il 15 ottobre 1879, mentre il possidente Giuseppe Catalfamo rientrava in Cefalù su di una carrozza, fu fermato da cinque individui, armati di fucile a due canne.

I malfattori tagliarono subito le redini ed i tiranti dei cavalli, disarmarono della rivoltella il misero Catalfamo, e lo costrinsero a seguir loro, con le mani legate, ed un cappio al eolio, come se fosse un cane arrabbiato, e lo condussero come per andare sulle vicine montagne.

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Ma questa direzione fu un'ardita finzione di avveduta tattica, allo scopo di stornare le loro tracce alla polizia. Infatti con un'esperta giravolta il sequestrato fu condotto alla vicina rada del capo Plaja, ove fu fatto entrare in una barca, condotta da cinque rematori, e portato sulla spiaggia delle vicinanze di Palermo, chiamata Arenella.

Intanto, il cocchiere della carrozza del Catalfamo, ed un contadino che era pure in cassetta, e ch'erano stati anch'essi legati, quando si videro soli, si sciolsero dai loro nodi, e portarono la triste nuova alla famiglia Catalfamo.

Immediatamente cominciarono le ricerche da parte della famiglia del sequestrato, e della polizia, per cercare il sequestrato. Ma le ricerche che si fecero per i monti ed i boschi vicini rimasero assolutamente infruttuose, perché il povero sequestrato sbarcato all'Arenella, era stato condotto in una grotta del Monte Pellegrino chiamata Pensabene, ove passava le sue tristi ed interminabili giornate, sentendo il fragore del mare, e soffrendo la truce compagnia del suo custode.

I malfattori non avevano trascurato di fargli scrivere delle lettere, nell'oscuro antro, per chiedere alla famiglia il prezzo del riscatto.

La prima di queste lettere, ove si chiedeva duecento mila lire, arrivò alla famiglia Catalfamo per posta, proveniente da Girgenti. In essa s' ingiungeva di mandare la somma chiesta, con una persona di fiducia, sopra un carro tirato da un mulo, ornato di fiocco bianco e rosso, e guidato da un carrettiere che portasse una cravatta verde al eolio. Il carro doveva percorrere la via che da Cefalù porta a Palermo e da questa per Monreale sino a Trapani, e doveva consegnare la somma a chi avesse a lui domandato: Si vende sale in Cefalù?

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Il messo della famiglia Catalfamo, fu un vecchio giardiniere, il quale ebbe l'incarico di convincere la persona che a lui si sarebbe presentata, che la loro pretesa era enorme, perché i Catalfamo, anche a voler vendere le loro proprietà, non potevano mettere insieme la somma chiesta.

Il messo parti segretamente, ed arrivato alla Rocca, sullo stradale Palermo-Monreale, fu avvicinato da due giovani, che dopo avere scambiate le parole di riconoscimento, conclusero ch'erano irremovibili nella prima pretesa.

Conseguenza fu un secondo viaggio, sempre segreto, del fido giardiniere, il quale questa volta portò lire 8500 ai malfattori. Ma questa somma fu creduta insufficiente e perciò seguitarono le richieste.

Intanto la polizia non era rimasta con le mani alla cintola. Fiutando di qua e di là, essa aveva finito col mettere le mani in pasta. Aveva già arrestato il barbiere Venturelli da Cefalü, 1'organizzatore del sequestro, e quindi a poco a poco i suoi compari e complici, finché fu arrestato anche Pasquale Sanfilippo, da Palermo, il quale, dopo abili interrogatori, fini per dichiarare che il sequestrato era all'Arenella, nel fondo di suo compare Gaspare Ciulla. Arrestato anche questi, confermò che il sequestrato Catalfamo era stato condotto da lui, ma ora non ne sapea più cosa alcuna, perché anch'egli l'aveva consegnato ai suoi amici Mutolo e Di Majo. Arrestato il Di Majo, negò tutto, asserendo di essere stato calunniato; pero messo a confronto col suo accusatore, confessò puré, e disse dove stava il povero sequestrato.

Allora da Palermo parti una forte spedizione di agenti di polizia, che conduceva i due arrestati Ciulla e Di Majo. Quest'ultimo, arrivati che furono all'Arenella, indicò una grotta. Si visitò, ma non vi fu trovato alcuno. Cosi si visitarono parecchie grotte, finché in una furono trovate tracce di sangue.

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Queste volevano dire che il miserando Catalfamo era stato assassinato. Si scavò la terra della grotta, e si ritrovò infatti il cadavere della povera vittima, ma senza il capo, più due catene con i relativi ceppi.

Intanto Diego Mutolo, l'autore principale dell'assassinio, aveva presa la testa del misero Catalfamo, e con una discreta provvista di viveri, si era rifugiato in una grotta del Monte Pellegrino, posta a picco sul mare, e li si era creduto posto al sicuro delle ricerche della polizia, la quale non si stancava di cercarlo.

Qui cediamo la parola all'avv. Di Menza, che cosi descrisse la scoperta del nascondiglio di Mutolo, in uno dei suoi libri anonimi (1):

"Però delle volte anco nel buio della notte ci sono degli occhi indiscreti ed importuni i quali non si sa poi come e perché, si avvedono anche dell'avvoltoio che prende possesso del suo nido.

"E bisogna pur credere che sia cosi, perché cinque giorni dopo la catastrofe della spelonca Pensabene, il cav. Santagostino era alla conoscenza del nido e della rupe di compare Diego, e sul far del giorno un drappello di polizia erasi fatto alla rupe osservando e studiando la posizione.

"Ma ad investigare, ad osservare, ad esplorare, era impossibile qualsiasi tentativo, e si era costretti a credere piuttosto che il sig. Questore era stato ingannato, o ingannavasi del tutto, imperocché misurando l'altezza di sessanta metri almeno dal punto accessibile, non poteva ammettersi davvero che in quei buco avesse potuto ascendere un essere, che non avesse leali, o non trovasse il sussidio di un globo areostattico."

(1) Processo Catalfamo,Palermo, Tipografa del Giornale di Sicilia ", 1880, pag. 77.

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Si tentò inutilmente di accedere alla grotta, perciò fu deciso di bloccarla. Ma compare Mutolo non si scoraggiò, mangiò le sue provviste, e dopo si nutrì di fichidindia. Allora si tentò nuovamente la scalata, Anche ad una guardia di P. S. lesta e svelta come lo scoiattolo, riusci ad arrampicarsi su quei nido d'aquila, e catturare quei tristo, che era colui il quale infamemente aveva decapitata viva la sua vittima.

Con la sentenza del 17 aprile 1880 si profferirono tre condanne di morte, per l'autore e complici dell'assassinio, tutti gli altri autori del sequestro furono pure colpiti dalla Giustizia.

Qui facciamo punto alla storia di si lugubri e spaventevoli delitti. Solo facciamo alcune considerazioni sui sequestro di persona in Sicilia, perché serva agli studiosi di sociologia criminale.

Appena avviene un sequestro di persona, si mettono immediatamente in movimento due polizie, con scopo identico, cioè la liberazione del sequestrato, ma con mezzi diversi e da persone diverse.

Una è la vera polizia, la quale si mette subito in movimento, eseguisce delle vaste e continuate ricerche nelle vicinanze della campagna ove avvenne il sequestro; tenta d'intercettare tutte le comunicazioni della famiglia del sequestrato, alio scopo di sapere in quali località sono stabiliti i convegni tra i parenti della vittima ed i malfattori, per stabilire le modalità del riscatto e relativa consegna del denaro, perché è suo scopo di liberare il sequestrato senza che si pagasse la somma, ed arrestandone gli autori.

L'altra polizia è quella occulta, perché spesso composta di mafiosi, che sono incaricati dalla famiglia del sequestrato, per ottenere la liberazione del loro parente, nel più breve tempo possibile, e pagando il meno possibile,

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perché le prime pretese dei malfattori sono sempre esagerate, ed a bella posta, perché sanno, che le loro pretese non sono mai soddisfatte completamente.

Perciò come è naturale la famiglia del sequestrato invece di aiutare l'opera della polizia, invece la intralcia, per evitare le rappresaglie dei malfattori sul povero ricattato, la cui vita è nelle loro mani, e spesso si è dato il caso in cui, pur conoscendo la polizia il luogo ove sta il sequestrato, non può nulla fare in suo favore, per evitare che possa essere ucciso, al suo appressarsi, per liberarlo.

In fine è da osservare che il sequestrato suole essere ordinariamente assassinato, sia nel caso che fosse mandata la somma chiesta, sia pure quando il denaro pagato non è creduto sufficiente, o che contro il sequestrato ci siano vendette personali da compiere. Allora il sequestro è compiuto al fine 'di procurare al malcapitato un doppio danno, prima scroccandogli una forte somma di denaro e poi uccidendolo.

Alcune volte poi si uccide la vittima, quando i ricattatori sono persone conosciute dal sequestrato e temono che con la sua libertà quegli possa fare rivelazioni a loro dannose.

Da quanto abbiamo detto si rileva chiaramente in quale tristo ambiente è costretto a vivere il contadino in Sicilia.

Materialmente è vessato da padroni e gabelloti che lo aífannano col pesante lavoro, e lo affamano con una meschina retribuzione, la quale può bastare a pena ad impedirgli di morire di fame. Disprezzato ed avvilito dai maltrattamenti, soggiogato con l'arroganza e la prepotenza della canaglia alta e bassa, abbrutito dal sollione, dalla miseria e dal lavoro, passa la vita in una campagna dominata pienamente da gente brutale e tracotante, alleata dei malandrini e dei briganti, costretto a patire e subire, senza mai parlare.


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Malgrado tutto questo egli si mantiene generalmente onesto, e se è manutengolo, come il ricco signore, è per necessità, per non aver noie, e per vivere tranquilla la sua amara esistenza.

Sarà ignorante, e per conseguenza superstizioso, sarà brutale all'occasione, perché tale dev'essere per reazione, chi è trattato come un bruto, ma non sarà mai né un delinquente, né un manoso. Imprecherà alla società, al destino, al municipio del suo paesello, che lo carica di tasse, al governo che lo vessa pure con la fondiaria sulla sua casetta, e sui campicello, quando l'ha, ma non si ribella. Soffre e tace pur assistendo a tante ingiustizie.

Sicuramente tutti non subiscono in questa maniera tale stato di cose. Un organismo malato, è antropològicamente anormale, e perciò d'istinti antisociali; messo in un ambiente corrotto, vede che col mantenersi onesto, materialmente non ci guadagna nulla, e che invece facendo il prepotente, e delinquendo all'occorrenza, può vivere meglio, ed essere magari rispettato, allora non sa resistere, e cede.

Cede al delitto ed alla mafia, ed anch'egli diventa delinquente e mafioso.

Chiudiamo il capitolo accennando al modo com'é distribuita la mafia, e alla diversa densità di essa nelle varié regioni, della Sicilia.

Dall'annesso cartogramma, posto infine al volume, si vede chiaramente che la massima densità della mafia comincia da Palermo, che dobbiamo considerare come centro del fenomeno sociale in esame, e si mantiene uguale per quasi tutta la provincia. Si attenua invece un poco nelle province di Trapani e Caltanissetta, e si ranorza nuovamente in quella di Girgenti, ove anche qui raggiunge un grado elevato di densità.

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Questo per le province occidentali e centrali dell'isola, mentre per quelle orientali, tranne poche contrade delle province di Messina e Catania, tutto il resto è libero dalla mafia.

La causa di questo fenomeno non si è potuta ancora ben accertare. Il Ferri (1) l'addebita al fatto che la dominazione greca perduro più lungamente sulle coste orientali che su quelle occidentali della Sicilia, làsciandovi più impressi i suoi caratteri etnici, organici e psichici.

Noi pero non crediamo che la maggiore durata di una dominazione, possa influire tanto sul carattere di un popolo, molto più quando questa circostanza ammonta già a più di due mila anni fa, e perciò è impossibile che ancora se ne risentano le conseguenze.

Noi sosteniamo che la causa di questa manifestazione sociale è ancora un'incognita per la sociologa criminale.

Infine dobbiamo pure fare osservare, che la nostra base, nel tracciare questa carta non poté essere la statistica, come si fa per tutti i cartogrammi, che debbono rappresentare uno sviluppo qualsiasi di manifestazione sociale o criminale, perché siamo convinti che la densità della mafia non si potrà mai esprimere con i numeri. Abbiamo già visto che la mafia non è sempre delinquente, e che i delitti commessi da essa, non sono suo patrimonio esclusivo. Infatti possiamo essere sicuri che non tutti i delitti contro le persone, commessi con premeditazione, come lo sono quasi sempre quelli commessi dalla mafia, possano ad essa addebitarsi.

(1) E.Ferri, Sociologa criminale.Torino, fratelli Bocca, editori, 1892, pag. 96.

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Cosi pure per gli abigeati ed i sequestri di persona, che spesso sono opera di bande brigantesche, e specialmente per quest'ultima figura di delitti. Lo stesso dobbiamo dire per le rapine e per le lettere di scrocco.

Per stabilire con precisione la natura dei reati consumati in Sicilia, per conoscere quali si possano addebitare alla mafia, e quali no, bisognerebbero delle minute e dettagliate statistiche criminali, che disgraziatamente non abbiamo, e forse mai avremo.

Perciò abbiamo tracciata questa carta, servendoci del nostro apprezzamento personale, sulla diversa densità della mafia da paese a paese, e come siamo sicuri, che per qualche comune ci siam potuti sbagliare, per un apprezzamento più o meno benigno, siamo altrettanto sicuri, che in generale la mafia in Sicilia, fatta qualche lieve eccezione, è distribuita come dalla nostra carta rilevasi, e questo almeno, sino che un'altra carta, fatta su una speciale statistica, possa rettificarla.

Per stabilire la diversa ricchezza produttiva del suolo della Sicilia, noi ci siamo serviti delle statistiche date dagli atti della giunta dell'inchiesta agraria, fatta dall'onorevole Abele Damiani. É precisamente il colore verde, colle sue diverse gradazioni di tinte, che ci dimostra la diversa ricchezza del suolo.

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Questo abbiamo voluto fare, perché il lettore, da sé possa mettere in relazione la diversa condizione economica delle contrade della Sicilia con lo sviluppo della mafia.

CAPITOLO IX.

Le associazioni a delinquere della mafia.

Caratteri della delinquenza della mafia. - Le settedella mafia. Parche non si e mai praticamente combattuta la mafia. - Come funzionava l'associazione dei Stoppaglieri. - Osservazioni sulle varie associazioni della mafia. - Costituzione organica. - Rito di ammissione dei neofiti.-Segnali di riconoscimento. - Giuramento. - Epoca in cui fu osservata per la prima volta l'esistenza di queste associazioni. - Il primo processo penale contro la mafia. - Non esiste federazione, ne e mai esistita, fra le diverse associazioni della mafia.-Casi nei quali la mafia eccezionalmente si organizza. - Cause organiche per cui la mafia non si può coalizzare mai. - La legislazione penale italiana e le associazioni a delinquere. - La teorica positiva della complicità e la mafia.

Abbiamo già dimostrato che mafioso non vuol dir delinquente, e che si può essere mafioso, e non aver mai ucciso una mosca, né rubato un filo di paglia; che si pilò essere arrivato al grado di capo mafia, e tenere una contrada ad libitumproprio, senza avere avuto mai da fare né colla questura, né col Procuratore del Re: che si può infine, senza contraddizione, o incompatibilità, essere ad un tempo persona onesta e terribile mafioso.

Questo fatto però non è la regola, ma è soltanto l'eccezione, perché difficilmente si può essere prepotenti, senza cadere sotto la giurisdizione del codice penale.

Il mafioso militanteè perciò ordinariamente un delinquente, tanto più pericoloso per la società, in quanto, questa difficilmente sa e può proteggersi da lui. L'ostacolo maggiore, il vero anzi, come già sappiamo è la

omertà, dalla quale sono tutti presi in Sicilia, vuoi per sentimento proprio, vuoi per soggezione, come più spesso accade.

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Alla mafia è dovuto il maggior numero dei reati, rimasti impuniti. Raramente la giustizia è arrivata a scoprire il colpevole, raramente essa ne è riuscita vittoriosa.

La delinquenza della mafia presenta tre caratteri speciali: del primo ci siamo già intrattenuti, e consiste nel fatto che la mafia agisce ordinariamente nel proprio ambito. Il secondo carattere consiste nell'agire in associazione: raramente l'autore di un reato opera da solo; egli si serve sempre dell'aiuto di uno o più complici. Terzo carattere è la premeditazione della quale non è esente qualsiasi manifestazione delittuosa della mafia.

Certe volte, tra i mafiosi si son costituite delle vere e proprie società, che son riuscite assai funeste e pericolose, tanto più pericolose, che anche dalle autorità di polizia, sono state chiamate sette.Ma quest'attributo è stato improprio, perché il nome di settanon può mai attribuirsi a un'accozzaglia temporanea di malviventi, che agisce soltanto per un interesse momentaneo, o per soddisfare a personali bramosie di vendetta; che non ha nessun ideale, nessuna fede, nessuna causa permanente in favore della quale combatte.

Queste vaste associazioni hanno sparso il terrore nelle contrade, e destato l'allarme nella giustizia. Si sono verificati allora dei periodi di recrudescenza in questa malattia sociale: i ferimenti, gli assassini, gl'incendi, le estorsioni, si sono succeduti, con un crescendo spaventevole: intere famiglie desolate, distrutte, come la famiglia dei Badalamenti di Porta Montalto, e quella dei Siino di Malaspina in Palermo, quella dei Caputo a Monreale.

Intere contrade sono state terrorizzate da questi delinquenti; la pubblica opinione si è rivoltata, la stampa ha gridato all'ignominia, ha domandato severi provvedimenti, ed energia al governo. Ma quali provvedimenti possono da un momento all'altro cambiare uno stato di cose tanto inveterato?

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Quali rimedi, quali cure possono guarire una piaga che è divenuta una vera cancrena della società? Quale energia possono spiegare le autorità politiche, di polizia e giudiziarie, che vedono sorgere davanti a loro l'ostacolo invincibile dell'omertà, che paralizza qualunque energia, che arresta qualunque movimento.

É curioso, è strano, ma è proprio cosi: si domandano provvedimenti, si grida all'immoralità solo quando qualche grande processo, cosi detto a base di mafia, si dibatte nell'aula delle Assise. Allora la quistione ritorna a farsi viva: si ripetono le stesse invettive, si domandano, ma non si propongono salutari provvedimenti, si scuoton le catene, si dibattono le acque del pozzo perché il fango ne venga a galla.

Ma passata la prima furia, trascorso il primo bollore gli animi s'intiepidiscono, le acque si fanno nuovamente serene, il fango riprende placidamente il suo posto.

Passato un altro po' di tempo ancora, della questione non se ne paria più, pare quasi che non sia mai esistita.

La prima volta che governanti e governati ebbero sul serio ad occuparsi della mafia, fu al tempo del processo dell'associazione degli Stoppaglieri. Questo sodalizio, per la sua vastità (c'è chi dice che avesse più di duecento affiliati) e pei suoi caratteri speciali, costituisce il tipo modello delle associazioni a delinquere della mafia. É di grande importanza il conoscere il modo come funzionasse questa grande associazione nota sotto il nome di Setta degli Stoppaglieri.

L'associazione contava centocinquanta membri nel solo comune di Monreale e si divideva in sezioni, una per ogni quartiere del comune, presieduta da un capo e da tanti sottocapi, quante erano le sezioni, e sussidiata da un consiglio direttivo. Lo statuto imponeva ai soci i seguenti patti.

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1.° Aiutarsi scambievolmente (e perciò che in origine si chiamò società di mutuo soccorso) evendicare col sangue le offese dei soci.

2.° Procurare e propugnare, con tutti i mezzi, la difesa e la liberazione del socio che avesse avuto la disgrazia di cadere nelle mani della giustizia.

3.° Distribuire fra i soci, secondo il giudizio dei capi, il prodotto dei ricatti, delle estorsioni e dei furti perpetrati per sorte comune e sociale, dovendo, nella distribuzione del bottino, aversi i maggiori riguardi verso i soci bisognosi.

4.° Mantenere il giuramento e conservare il segreto, pena ai contravventori la morte entro il tempo di ventiquattro ore.

Tutti i componenti dell'associazione erano chiamati

compari, ed il lettore che ha già lette le prime pagine di questo libro, capisce perché e quanto i compari sono intimi tra loro. Prima di essere battezzato compare occorreva passare il periodo del noviziato. Le forme d'inizio e di battesimo erano gravi e solenni. Eccovene la descrizione precisa: L

'iniziatos'inoltra nella sala e si ferma in piedi innanzi ad una tavola, sopra cui trovasi spiegata l'effigie di un santo qualsiasi, purché sia un santo. Offre ai due compari la mano destra, e i due compari punzecchiando per mezzo di un ago il polpastrello del pollice, ne fanno stillare tanto sangue che basti a bagnare l'effigie del santo. Sopra cotesta effigie insanguinata l'iniziato presta il suo giuramento, e quando il giuramento in mezzo a segrete parole degli anziani è prestato, l'iniziato va a bruciare, alla candela che sta accesa durante il rito, la sacra immagine. L

'iniziatoha preso cosi il suo battesimo, battesimo di sangue, ed è salutato compare.

La solenne cerimonia che si celebrava in sezioni riunite, e alla presenza dei capi e sottocapi, non escludeva però il rito sommarioin certe località, come per esempio in un carcere giudiziario.

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La triste associazione fece fortuna, e da Monreale fu in poco tempo estesa anche nei dintorni. Sorsero filiali in Parco, San Giuseppe lato, Santa Cristina, Montelepre, Borgetto, Piana dei Greci e Misilmeri. I compari per riconoscersi tenevano una parola d'ordine, la quale era preceduta da un segno, e questo consisteva nel portare la mano destra alla bocca. Quando la persona, da cui volevasi far riconoscere, s'.era accorta del segno, allora il compare esclamava: Mi duole! - Che cosa vi duole? - '

U scagghiuni(il dente canino). Il riconoscimento era fatto: i compari potevano pienamente fidare l'un dell'altro.

Quando si era battezzato comparesi entrava a parte dei diritti e dei doveri dell'associazione, e l'iniziatoera il primo ad essere destinato, a fare la prima esecuzione deliberata dall'assemblea. Perciò a compare Filano era affidata l'uccisione del tale o tal altro milite, carabiniere o infamequalsiasi: compare Filano era tenuto ad eseguire la deliberazione dell'assemblea. In caso di tradimento egli era condannato a morte, e la sentenza era eseguita entro ventiquattro ore. I compari non parteggiavano per l'abolizione della pena di morte, e non andavano d'accordo con l'onorevole Zanardelli!

Questa, in sintesi, era l'organizzazione della società degli Stoppaglieri, e questa organizzazione era quasi identica in tutte le altre associazioni a delinquere della mana costituite, e che a noi sono note. Le più importanti furono; quella dei Fratuzzidi Bagheria, l'Oblonica di Girgenti, la Scattialoradi Sciacca, quella dello Scaglione (scagliuni, dente canino) di Castrogiovanni, la

Fontana nuovadi Misilmeri, la Fratellanzadi Favara, quella dello Zubbiodi Villabate.

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Queste associazioni vissero dal 1870 al 1880, ma altre ve ne furono e ve ne sono ancora, e precisamente quella della mafia dell'Olivuzza, della quale ancora non possiamo parlare, perché sotto il dominio del magistrato inquirente col titolo: Il processo dei Quattro scomparsi.

Esaminando la costituzione ed il funzionamento di tutte queste associazioni, troviamo che se diverso è il loro nome, identico è in tutte io scopo delittuoso. Parecchie anzi erano in relazione: si rendevano reciprocamente dei buoni servigi, sopratutto si mantenevano solidali.

Molti punti di contatto troviamo poi, nei caratteri accidentali, perché analoga in tutte ne era l'organizzazione. Se prendiamo ad esaminare l'associazione degli Stoppaglieri con quella dell'Oblonica di Girgenti, riscontriamo che in ambedue era istituito un tribunale, che giudicava della vita e degli averi altrui, colla variante pero che nell'Oblonica era ammesso l'appello alla prima sentenza in altro tribunale denominato turno.

Simili erano i riti d'ammissione dei nuovi soci, la forma del giuramento, i segni convenzionali e di riconoscimento; unico lo scopo; identici i mezzi di conseguirlo: rapine, estorsioni, furti, danneggiamenti, vendette sanguinose, mutua assistenza. La mutua assistenza era la base di questi sodalizi, che spesso erano notoriamente conosciute sotto il nome di società di mutuo soccorso. E qui dobbiamo notare che precisamente la mafia subi l'ambiente nuovo, perché del 1870 al 1880 fu l'epoca nella quale in Sicilia fiori,tutta quella serie di associazioni di mutuo soccorso, che ad altro non dovevano servire che ad accrescere i gregari di questo o quei capo partito, per le elezioni amministrative, ed essere fomite perenne di discordie intestine dei nostri paesi; e perciò anche i mafiosi si costituirono in associazioni di mutuo soccorso.

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Sotto questo nome funzionò la Fratellanza di Favara e quella degli Stoppaglieri di Monreale.

Anche l'istituzione dei sotto capi troviamo in parecchie associazioni.

Gli Stoppaglierierano divisi in tante sezioni, quanti erano i quartieri di Monreale, ogni sezione era retta da un sotto capo. I fratuzzierano divisi in squadre, ogni squadra era composta di dieci persone, il preposto ad ogni squadra era chiamato decimoprimo, vocabolo questo, che, come vedete suona di classico. Anche nell'associazione della Fratellanzadi Favara i soci erano divisi a decine, dipendenti: ognuna da un capo, noto tra loro, ignoto ai componenti delle altre decine, e dipendenti a loro volta da un capo unico. Assai probabilmente i capi de' vari comuni dipendevano da un capo provinciale, rimasto peraltro occulto. Questi capi almeno i più noti, si conoscevano e s' intendevano coi capi di associazioni anche criminose esistenti in altre provincie, in quella di Palermo sopratutto. Ognuno nell'atto dell'ammissione, pagava una lira, ed ogni mese nelle mani del capo-decina dai 25 ai 50 centesimi. Doveva obbedienza cieca al capo, e qualsivoglia ordine, anche di assassinio, doveva essere seguito senza tentennare. L'indugio o la disubbidienza era punita di morte. Secondo il sequestrato manoscritto: il capotesta ordina ai capi diecina, i capi di diecina ordinano sotto ordine del capo stesso, ogni fratello sotto famiglia deve stare all'ordine del suo capo di diecina, il 4 capo-testa risponde a tutti i graduati, con dare conto fino all'ultimo della famiglia, guarentirlo senza antipatia da qualunque molestia sarebbe nella famiglia, il capo-testa ordina, è mediatore de' fatti fratelli e figli chiamati" (1)

(1) F. Lestingi, La Fratellanza nella provincia di Girgenti. Archivio di Psichiatria, Scienze penali ed Antropologa Criminale.Vol IV, fas. IV.

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Quanto ai segni di riconoscimento troviamo che essi sono quasi identici in tutte le associazioni, tranne qualche lieve variante. Per esempio, tanto gli Stoppaglieri quanto i Fratuzzi, forse per la vicinanza delle rispettive sedi, e per la contemporaneità in cui esistettero tenevano unico mezzo e consisteva nel seguente breve dialogo:

- Ahi, ca mi doli lu scagghiuni!

- Avi assai ca vi doli lu scagghiuni!

- Da festa ra 'Nunziata.

- Cuc' era"?

- Tizio, Caio, Sempronio chi mi hannu ricivutu da fratuzzu(fratellino).

Nell'associazione della Fratellanza troviamo delle piccole varianti. Il dialogo è preceduto dal segno di frammettere all'indice e al medio il lembo del padiglione dell'orecchio destro; indi si diceva:

- Vi saluto compare, vi tròvate un scaramuzzuni (mozzicone di sigaro) perché mi duole la ganga(dente molare).

- Ce l'ho.

In seguito vi si aggiunse: Come sta vostro fratello? So ch'egli era ammalato.

- Si, era ammalato, ma ora si è ristabilito.

- E non avevate un fratello monaco?

- Si.

- Come si chiama?

- Frà Gerolamo.

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Un'altra variante ci dà il seguente dialogo:

- Il vostro Dio chi é?

- Aremi.

- Il vostro scopo qual é?

- La repubblica universale.

- Quando voi entraste chi c'era?

- Buona gente.

- Chi erano?

- N. 1, n. 2. n. 3 (indicare i nomi degli anziani presentì alla cerimonia).

Segni di riconoscimento simili troviamo in tutte le altre associazioni; però è bene tenere in mente ch'essi non sono stati in uso soltanto tra gli affiliati di queste società delittuose, ma al contrario, sono stati conosciuti per tutta la Sicilia, usati, diversi nella forma, ma identici nella sostanza, da tutti i mafiosi, ogni qual volta vogliono costoro accertarsi che la persona con cui s'incontrano, sia un affiliato alla mafia. Questa fraseologia coll'analoga mimica venne, se la cronaca è verace, inventata moltissimi anni addietro, nel carcere di Milazzo, e a renderla popolare nell'isola, concorse oltre una canzone in dialetto siciliano, un libro intitolato:

Vita e prodezze del bandito Pasquale Bruno.

Non da tutte le società si eseguiva eguale metodo nella designazione del socio, che dovesse ricever l'onore della esecuzione.Gli Stoppaglieriscieglievano il socio ultimo venuto, per metterne a prova il coraggio e la fede. La Fratellanza, e molte altre associazioni, lasciavano alla sorte la scelta, mediante il tocco:quest'ultimo è il metodo preferito.

Su queste associazioni l'atto più solenne è il giuramento che deve prestare il socio neofita: questo atto ci indica come tutti i soci siano tra loro legati da un vincolo indissolubile, e ch'è un patto di sangue quello cui il socio ha giurata la sua fede.

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Il Lestingi, nel lavoro già citato, cosi ci descrive e spiega le mistiche pratiche d'iniziazione.

"Un solenne giuramento obbligava il socio agli altri, prestato alla presenza di tre di costoro, de' quali uno, legato l'indice con un filo, lo pungeva, spruzzando di qualche goccia di sangue una immagine sacra,che di poi era bruciata, spargendone al vento la cenere. Il filo dinotava il vincolo indissolubile che riuniva il socio agli altri, la goccia di sangue, che ognuno dei soci doveva essere pronto a dare tutta intera la vita per gli altri; l'immagine sacra, la divinità; la cenere dispersa significava che come non si poteva ridar forma alla carta, cosi non era possibile al socio sciogliersi o mancare agli obblighi contratti."

Da una bozza sequestrata dalla giustizia, pare che la formòla fosse: "Giuro sul mio onore di essere fedele alla Fratellanza, come la Fratellanza è fedele con me, e come si brucia questa santa e questi pochi goccie del mio sangue cosi verserò tutto il mio sangue per la fratellanza e come non può tornare questa cenere nel proprio stato e questo sangue un'altra volta nel proprio stato, cosi non posso rilasciare la Fratellanza."

Tutte queste associazioni a delinquere sulle quali abbiamo fermata la nostra attenzione, non erano pero unite le une alle altre coi vincoli di una comune complicità, non costituivano una confederazione avente un unico interesse da tutelare o conseguire.

In vero, posteriormente all'ultima codificazione napoletana col relativo ordinamento della polizia giudiziaria, e propriamente durante la terza e quarta decade di questo secolo (intendiamo del secolo XIX) i procuratori generali presso le grandi Corti Criminali di Messina, Girgenti e Palermo, avvertivano tratto tratto, nelle loro circolari, l'esistenza di criminose associazioni perfettamente consimili a quelle di cui ci siamo occupati, dando istruzioni per scoprirne tanto i capi quanto i gregari, e per accertare la reità di costoro.

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Però sia perché l'o

mertàfosse di grave ostacolo al conseguimento di questo fine, come lo è tuttavia, sia per altre cause, che qui non è il caso di accennare, sta il fatto che non si seppe, e qualche volta non si volle, venire a battaglia aperta con le associazioni di cui è parola il nostro argomento.

Il felice successo di una processura contro uno esteso sodalizio di malfattori, semenzaio di briganti, che per molti anni tenne in soggezione la città di Messina, diede la spinta a cercare altre associazioni, denunziarle e tradurle in pubblico giudizio, ed allora si scoprirono tutte quelle associazioni di cui abbiamo parlato. Fu questo un colpo terribile per la mafia.

Col processo Amoroso, (l'ultimo di questa serie) sembrava la mafia distrutta. Ma altro non si ottenne che arrestarne il fatale cammino per un momento. Le sciolte fila si riorganizzarono subito, e sugli avanzi di quelle cadute, altre associazioni sorsero, alcune rimaste ancora nell'ombra, altre scoperte e che oggi trovansi

sub iudice,ragione per cui non possiamo in questo libro occuparcene.

Le tradizioni dell'isola, le risultanze dei processi pei quali la giustizia ha già dato l'ultima sua parola, la natura stessa della mafia, collimano nello escludere la supposta federazione. Questi dati provano anzi che tra le associazioni formate dalla mafia, esistono criminose rivalità, odi antichi e vendette cruenti, come ne offri un esempio l'associazione degli Stoppaglieri di Monreale l'obbiettivo della quale fu quello di sterminare l'altra dei Giardinieri. In un caso solamente le associa

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che spesso la mafia è stata capace di accomodare in via amichevole delle vertenze, che avrebbero potuto degenerare in gravi reati di sangue: la mafia è stata in tal caso causa d'ordine. Le cose vanno male invece quando tra i caporioni sorgono lit¡;i: la popolazione di una contrada allora si divide in due partiti: questi partiti cospirano l'uno a danno dell'altro, si fa la più attiva propaganda per guadagnar proseliti al proprio partito, si stabiliscono norme precise pei buon funzionamento del medesimo, si ordiscono congiure, si tramano vendette, e le si portano ad esecuzione. Gli omicidi fatti per lo più proditoriamente, si succedono; si succedono i danneggiamenti, gl'incendi, l'estorsioni. Allora l'autorità giudiziaria allarmata interviene, qualche volta coglie nel segno, si arrestano venti, trenta, cento individui, si scopre che tutti agivano di concerto, unica la causa a delinquere, unico l'obbietto nei vari reati consumati. Un partito voleva distruggere l'altro. Ma che cosa era in fondo questo partito, se non la vasta clientela di un capo mafia composta di delinquenti.

Ecco la genesi dalle associazioni costituite dalla mafia.

É certamente giusto che contro di esse s'invochi il rigore della legge, ma ricordiamoci che non sempre, anzi ordinariamente la mafia agisce senza che ci sia il

numero legale.Perdonateci l'espressione, ma non sempre sono stati cinque gli autori o i complici di un delitto consumato dalla mafia:

"Dalla semplice connivenza di un autore col suo complice, alla riunione di più coautori e di più complici, dalla società criminosa formata per commettere un solo delitto, all'associazione di malfattori formata collo scopo di commettere non un delitto ma una serie di delinquenze, dall'accordo concertato poco prima del misfatto in una taverna, alle organizzazioni mirabili di quelle società di assassini e di ladri che posseggono i loro capi ed i loro codici,

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il fenomeno dell'associazione dei delinquenti si svolge con un'infinità di aspetti e con una molteplicità di sfumature insensibili, arrivando dalla forma sua prima e embrionale della riunione di due soli individui nella perpetrazione d'un delitto, alla forma più acuta e più grave di quelle bande che fanno un mestiere del furto e dell'omicidio.

"Orbene: i legislatori e i cultori della scienza penale, non hanno avvertito il fenomeno dell'associazione o per lo meno non hanno creduto di provvedervi, altro che nel caso estremo di queste bande di malfattori.

"Di tutte le altre svariatissime forme meno pericolose, ma non per questo indegne d'esser prese in esame, essi non hanno voluto occuparsi.

"Aprite qualunque codice e qualunque trattato di dritto penale, e voi troverete che l'associazione dei delinquenti, quando sia composta di un determinato numero di persone ed abbia per iscopo di commettere una serie di delitti, è considerata non solo come circostanza aggravante, bensì anche come reato a sé, indipendentemente dal fatto che i delitti ideati dai suoi membri sieno stati o non sieno stati commessi, ma in nessun trattato di diritto penale voi troverete che si stabiliscano o che si chiedano dei provvedimenti speciali per tutti gli altri casi, e sono moltissimi, in cui il delitto sia l'opera di criminali associati.

"In questi altri casi, che vengono raggruppati nei codici sotto il titolo che tratta del concorso di più persone in uno stesso reato, si son finora ritenute sufficienti le disposizioni che regolano il delitto commesso da un solo individuo, e la parte presa da ciascun associato al delitto è sempre giudicata astraendo dal fatto ch'egli abbia avuto dei compagni nell'esecuzione dell'opera criminosa " (1).

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Se questo fenomeno si manifesta nella delinquenza comune, più spiccatamente si nota nella delinquenza della mafia. É su questa molteplicità di reati che non figurano negli annali della delinquenza, i quali quotidianamente popolano di rei le carceri, che dovrebbe svegliarsi l'attenzione della pubblica opinione ed impensierirsi l'Autorità giudiziaria ed il potere legislativo. Non vogliamo tuttavia negare che sono state sempre le vaste associazioni, le più pericolose, né che la società non debba specialmente da esse difendersi.

La delinquenza totale di una regione è infatti sempre aumentata nel periodo che qualche vasta associazione è fiorita, per ragioni che apparentemente parevano indipendenti dalla associazione stessa.

Ma chi ben osserva il fenomeno, riscontra che oltre alle cause speciali e peculiari della mafia, ve ne ha una di ordine generale, ricordiamoci che l'unione degli individui aumenta il coraggio di ciascuno, e oltre il coraggio, aumenta la tendenza criminosa latente in ogni individuo; aggiungiamo che gli odi di sangue o di libidine sono quelli che hanno un maggiore e più immediato potere di suggestione, e noi comprenderemo almeno, se non spiegheremo, quei delitti stranamente feroci, dovuti alla complicità improvvisa " (2).

Per conseguenza uno dei modi atti a combattere la formazione di piccole associazioni, cosi frequenti nella mafia, è quello di abbattere quella vecchia muraglia della China,la quale consiste nel principio invalso nel nostro diritto penale, di considerare come associazione soltanto quella composta di almeno cinque persone.

(1) S. Sighele, La teoria positiva della complicità.Fratelli Bocca editori. Torino 1894, pag. 3.

(2) S. Sighele, op. cit. pag. 142.


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Quando l'esplicazione di un fatto criminoso non e l'opera di un solo individuo, ma due o più persone sono concorse alla consumazione del reato; anche in questo nasce l'associazione, poiché, mentre da un lato aumenta la capacita delinquente negli autori, dall'altro aumenta il pericolo sociale, contro il quale si rende necessaria un'azione più energica di difesa da parte della società, cioè una maggiore severità punitiva. In conclusione dobbiamo combattere l'associazione sin dal suo inizio, quando ancora essa non è che alla sua minima costituzione organica.

E se osserviamo le cause speciali del fatto che studiamo, si vede: o che queste vaste associazioni si formano per abbatterne una già preesistente, e allora è naturale che per il principio dente per dente, a un omicidio compiuto da una parte, ne risponde almeno un altro, per rappresaglia dall'altra parte; o esse sorgono per produzione spontanea, e allora non mancheranno i malcontenti, che defezionando, costituiranno un'associazione emula, causa di nuovi delitti.

Il canone precipuo della mafia è

l'omertà, che, sotto un certo aspetto, vuol dire

solidarietà.É la solidarietà appunto che rende forti e invincibili i mafiosi; e poiché il pericolo che da questa solidarietà sorge è maggiore; per conseguenza emerge la necessità che la società energicamente reagisca e si difenda.

L'espressione della reazione e della difesa sociale dobbiamo trovarla nella legge, la quale cosi com'è allo stato attuale non corrisponde al bisogno nostro.

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CAPITOLO X.

I grandi processi della mafia.

Gli Stoppaglieri di Monreale. - I Fratuzzi di Bagheria. - La Fratellanza di Favara. - I fratelli Amoroso di Palermo.

Abbiamo visto che cosa siano le associazioni dalla mafia costituite, abbiamo esaminato l'organizzazione e il funzionamento di alcune di esse, e quale pericolo ne sia derivato alla sicurezza dei cittadini: ora ci resta a dire qual forte contributo esse abbiano arrecato alla criminalità.

Perché il lettore possa averne un'idea esatta ed esauriente basterà accennare alle gesta delle più importanti associazioni, la qual cosa formerà obbietto del presente capitolo.

Fra le tante associazioni, fermeremo la nostra attenzione su quelle per le quali la giustizia ha già detto l'ultima parola, tralasciando, per ora, le recenti, sebbene non siano meno importanti, perché attualmente trovansi sub judice:perciò abbiamo scelte l'associazione degli Stoppaglieri di Monreale, quella dei Fratuzzi di Bagheria, la Fratellanza di Favara e quella dei Fratelli Amoroso di Palermo.

L'associazione degli Stoppaglieri fu istituita nel 1872 in Monreale sotto forma apparente di associazione artigiana, dal fratello del Delegato di P. S. che in quel tempo reggeva quell'ufficio mandamentale. La mafia, allora, era giunta all'apogeo della potenza, in modo che il principio di autorità non era più sentito. Il fratello del delegato, vedendo il pericolo in cui questi si trova va, né sapendo in qual altro modo combattere l'invadente predominio della mafia, venne nella determinazione di creare un contro partito, dal quale ripromettevasi un valido ed indubitato appoggio all'autorità.

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Egli però non si diede cura di raccogliere elementi di condotta incensurata, amanti dell'ordine; ma, al contrario, valendosi di tutte le sue relazioni con oneste persone e disoneste, tutte le comprese nel suo partito, al quale non tardò in seguito ad unirsi quanto di più terribile e di più tristo agitavasi nei bassifondi del comune di Monreale.

Questo sodalizio, sebbene sulle prime avesse prestato o finto di prestare qualche utile servizio alla P. S. ed alla causa dell'ordine, non tardò guari a rompere ogni freno, anzi reso più baldanzoso del patrocinio dell'autorità diventò un male peggiore di quello che in origine volevasi combattere.

L'anno 1872 e il successivo furono quindi assai funesti: da quei tempo datano i più gravi misfatti, che turbarono per quasi cinque anni la tranquillità e la pubblica sicurezza di Monreale, e dei Comuni limitrofi, nei quali l'influenza dell'associazione erasi diffusa. Molti reati contro la persona e moltissimi contro la proprietà, furono ad essa attribuiti: noi ci limiteremo soltanto ad accennare ai più gravi reati di sangue, attingendo le notizie all'atto di accusa emesso dalla Sezione di accusa, e dal rapporto che il Questore di Palermo nel settembre del 1876 rimise al Procuratore del Re.

Nel mese di aprile del 1873 in una via di Monreale veniva a tradimento assassinata la guardia campestre Giuseppe Lipari, odiatissimo dagli Stoppaglieri per essersi efficacemente prestato all'arresto di un latitante, imputato di mancato assassinio; e nel mese di dicembre dello stesso anno per opera della stessa associazione veniva gravemente ferito il maresciallo di P. S. Luciano Alongi, perché, operoso e zelante, erasi a tutt'uomo adoperato a sventare le mene di quei malfattori.

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Nell'ottobre del 1874, nel fondo Leto, poco discosto da Monreale, cadde colpito da vari colpi di arma da fuoco il giardiniere Màrchese Felice, ad opera di individui postisi in agguato nel giardino Vaglica. É interessante, riguardo a questo assassinio, riportare quanto scriveva il Questore di quel tempo a Palermo, nel suo rapporto al Procuratore-del Re:Consta a quest'ufficio che il crimine fu compiuto per mandato del Capo della Società degli Stoppaglieri, Di Liberto Pietro fu Salvatore, e la ragione fu la seguente. Il Marchese Felice, come guardiano di acqua, trovavasi ai servizi della Mensa Arcivescovile di Monreale, amministrata dal Di Liberto,il quale pretendeva che il Marchese, facendo mancar l'acqua ai proprietari dei giardini, l'avesse venduta ad altri, a scopo di lucro. Essendo per altro in quel volger di tempo sopragiunta una siccità, i giardinieri, stanchi delle angherie del Di Liberto, si presentarono al Marchese, seriamente minacciandolo. Questi, messo in forse della vita, per togliersi d'intorno ogni briga, deliberò di rinunciare al posto che occupava, ed immediatamente passò a servire altro proprietario. Senonché al Di Liberto non piacque tale determinazione,e nella tema che il Marchese si lasciasse trascorrere a rivelazioni compromettenti, lo fece assassinare, servendosi come sicarii dei fratelli Paolo e Baldassare Miceli, che nella guardiania d'acqua erano succeduti al Marchese, devotissimi Stoppaglieri ambedue."

Altra vittima dell'associazione fu ritenuto Giuseppe Mazzini, vice-brigadiere di P. S. ucciso proditoriamente da un colpo di pistola, e movente del delitto fu creduto un affare di donne.

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Qui occorre aprire una parentesi. La mafia di Monreale, come già accennammo, venne a dividersi in due partiti: vecchiae nuova mafia.La nuova mafia prese il nome di Stoppaglieri, e di essa fu ritenuto fondatore Giovanni Minasola. Gli aderenti alla vecchia mafia furono chiamati i giardinierie per dileggio scurmi fitusi(sgombri marci). I due partiti, per il peccato d'origine, dovevano necessariamente venire tra loro a lotta lunga ed accanita. Il primo a cadere sulla breccia fu il Minasola, secondo fu il Sinatra, terzo Patriarca Colletti. A questi omicidi che il partito della Stoppagliadovette subire, tenne dietro la vendetta. La vecchia mafia vide ad uno ad uno cadere i suoi migliori campioni. É questo il momento epico della lotta, il periodo del terrore.

Nel 1874 Salvatore Caputo fu dal Delegato di P. S. di Monreale, Negri, minacciato del domicilio coatto, se non si adoperasse a procurare la cattura o la costituzione del famigerato latitante Marino Salvatore. Egli promise di assecondare i giusti desideri del Delegato, ed infatti iniziò pratiche a tale scopo con Rosario Marino padre del latitante. Questi però riferì ai suoi compari i discorsi fattigli dal Caputo. Allora furono chiamati a concilio i magnatidell'associazione, fu riconosciuto fondato il timore che il Caputo era un infame, capace di adoperarsi alla cattura del latitante, e il tribunaledella mafia decretò la sua sentenza di morte.

Il 13 luglio Rosario Marino, col pretesto di voler vendere al Caputo una partita di limoni, lo condusse in un suo giardino. Giunti al punto convenuto s'intese un colpo d'arma da fuoco, e si vide il povero Caputo stramazzare a terra, immerso nel proprio sangue. La sentenza era stata eseguita.

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La famiglia del Caputo, allora, terrorizzata, abbandonò Monreale, dove lasciava proprietà, parenti e amici, e cercò ricovero in Bagheria, dove fece conoscenza e strinse amicizia con tal Salvatore D'Amico, la cui vita fu un dramma breve ma triste assai. L'accenneremo brevemente. Avea appena diciassette anni, quando fece il suo ingresso solennealla Vicaria di Palermo. Le sue mani si erano macchiate di sangue. In quell'adolescente c'era della buona stoffa per un futuro mafioso. Il

cameronedella Vicaria aveva il dovere di accoglierlo bene, e di farne un uomo.

Questo dovere fu assunto da un compaesano ch'ebbe cura di presentare il giovanetto ai migliori mafiosi che in quel tempo soggiornavano nel carcere. Egli quivi apprese quello che in Bagheria, suo paese nativo, aveva appena conosciuto allo stato rudimentale, cioè il vincolo di solidarietà che unisce come in un sol cuore tutti gl'interessi della mafia militante: in poco tempo fu messo entro alle segrete cose e conobbe la grande novità del giorno, cioè la potente associazione formatasi in Monreale, pei mutuo soccorso e pei solidali interessi della mafia. L'adolescente solleticato dalle brillanti prospettive dell'associazione, mostrò tutte le buone disposizioni per entrare come neofita nei misteri della società. Quando usci dal carcere, dopo sei mesi, era cosi ben istruito e preparato da poter degnamente ricevere il battesimo. La solenne funzione fu compiuta in Bagheria: Salvatore D'Amico aveva ricevuto il nome di fratello, fratuzzu. Ma egli non mantenne per molto tempo la fede giurata. Nel 1875, quando avea ventun'anno, egli prese moglie, sposando la nipote del vice-brigadiere dei militi a cavallo Francesco Gandolfo, residente in Bagheria. E quando nel corso dello stesso anno la famiglia Caputo trasportò i suoi penati da Monreale a Bagheria, il giovane D'Amico, legò, non si sa come, intime relazioni d'amicizia con la detta famiglia, quanto a dire con gli avversari più notori della setta.

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Quest'amicizia gli fu fatale; troppo tardi si accorse dell'errore commesso e del pericolo cui si esponeva.

L'associazione degli Stoppaglieriintanto continuava a spargere sangue nelle file dei suoi avversari. Dopo Salvatore Caputo, venne la volta di Stefano Di Mitri. Era questi un ricco possidente, ex-capitano della guardia. nazionale, che non pochi servizi avea reso alla causa dell'ordine. Quale aderente al partito degli Scurmi fitusi.gli Stoppaglierine decretarono la morte. La sera del 13 agosto 1876 infatti, mediante colpi di arma da fuoco il povero Di Mitri fu assassinato in un giardino, sito accanto il mulino Sémola, poco lungi dal paese.

L'ottuagenario Giuseppe Cavallaro, padre di Simone, reduce da Palermo, dove aveva fatto alcune compre, passava da Monreale per recarsi a casa del figlio, quando si vide aggredito da sei persone, e condotto presso un vicolo solitario, gli fu imposto di recarsi in casa di P. D. per prestare il giuramento di far parte della società degli Stoppaglieri, la quale stanca del governo italiano, voleva far la repubblica.

Il vecchio Cavallaro, atterrito, malgrado i suoi ottantadue anni trovò un po' di spirito, e per temporeggiare rispose: Si, domani; questa sera non posso, sono molto stanco dal viaggio.

Taluno della compagnia fe' atto d'impazienza e di minaccia, alla risposta del vecchio, ma un' altro intervenne e disse: Lascia stare che domani ne parleremo a don Simone; quanto a voi vi raccomandiamo di non mancare. Verrete alla stessa ora dal Gran Maestro(intendete il capo della neo-massoneria) per prestare il vostro giuramento.

Il malcapitato vecchio, morto dalla paura, si recò a casa del figlio, a cui narrò tremante l'accaduto, e Simone, più di lui impensierito e impaurito dell'oltraggio e dell'attentato alla persona di un povero vecchio ottantenne, la notte stessa, senza alcun indugio, mandò il padre in San Giuseppe lato,

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persuaso purtroppo, che il restare anche per una sola notte, poteva produrre delle gravi complicazioni e conseguenze in danno del vecchio padre, e in danno di sé stesso, poiché comprese che nell'attentato verso di quello c' era una sfida, una minaccia per lui.

Erano trascorsi appena tre giorni che il vecchio Giuseppe trovavasi in S. Giuseppe Iato e il potente e animoso Simone Cavallaro cadeva ferito da una palla nemica, a mezz'ora di notte e dentro il paese stesso.

Con Simone Cavallaro erano caduti uno a uno i campioni della parte avversaria, che da parecchi anni combattevano in campo aperto la società degli Stoppaglieri, i quali erano rimasti padroni del campo in Monreale.

A questo punto Salvatore D'Amico, mentre tutti tacevano e tremavano in Monreale, diede l'ultima prova della sua apostasia dalla mafia, facendo tutte le rivelazioni possibili, a carico dei suoi antichi amici e compagni della Vicaria.

Denunziò gli autori della congiura, che aveva avuto per effetto la morte di Simone Cavallaro, e rivelò tutto quanto era a sua conoscenza, riguardo all'associazione degli Stoppaglieri, alle loro riunioni, riti, e parola d'ordine. Salvatore d'Amico ben comprendeva la gravita di quello che diceva, ed al giudice istruttore disse: "lo morrò per la mano degli Stoppaglieri, perché senza dubbio sarò ammazzato, né voi, né la vostra autorità, né tutta la polizia italiana basteranno a salvarmi." Il disgraziato sentiva la morte che si appressava a lui, e purtroppo dopo pochi giorni fu anch'egli assassinato. La giustizia, le autorità e la polizia erano state impotenti a difenderlo dai suoi persecutori.

In seguito alle rivelazioni del D'Amico fu sollecitata l'istruzione del processo contro l'associazione degli Stoppaglieri.

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Al pubblico dibattimento dinnanzi la Corte di Assise di Palermo, nonostante le gravi difficoltà incontrate per l'agitarsi delle famiglie degli accusati e della mafia cointeressata, con sentenza dei 15 maggio 1878 venne affermata l'esistenza dell'associazione, e la responsabilità di due imputati, quali autori degli assassini di Stefano Di Mitri e Salvatore Caputo. Rimasero assolti gli assassini del Cavallaro, non essendosi i giurati convinti della colpabilità degli accusati per questo delitto.

Parea siffattamente che la giustizia avesse ottenuto il suo trionfo, punendo parte di coloro che per tanti anni avevano funestato il comune di Monreale. Ma annullata la sentenza, per un vizio di forma nella costituzione della giuria, ricominciarono le agitazioni per le quali si preconizzava la liberazione dei già condannati. Destinata la Corte di Assise di Catanzaro pel giudizio di rinvio, anche in quella si fecero pratiche in favore degli imputati; ed avvocati da Palermo si recarono colà per patrocinare la causa degli Stoppaglieri, nella fiducia di miglior fortuna, la fortuna arrise agl'imputati; il verdetto dei giurati di Catanzaro, salutato con applausi, fu loro favorevole, e tutti vennero scarcerati, essendo stati ritenuti irresponsabili non solo dell'associazione, ma anche dei reati speciali.

Noi non possiamo stigmatizzare la cosa giudicata, ma non possiamo esimerci dal far notare per quali cause venne assolta la potente e delittuosa associazione degli Stoppaglieri, la cui triste fama si mantiene ancora desta negli abitanti della Conca d'oro. Un rapido esame dello svolgimento del processo dinanzi le Assise di Catanzaro, ci farà completamente edotti di tali cause.

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Il Pubblico Ministero fece il suo meglio onde provare l'esistenza dell'associazione, e la responsabilità degli autori dei reati in danno del Di Mitri e del Caputo. L'eloquenza della sua parola e la forza delle sue argomentazioni, sembrarono per un momento avere assicurata la condanna. Ma un insieme di circostanze concorsero fatalmente ad influire sull'animo dei giurati, i quali non si erano reso conto esatto della importanza e della natura della causa, del carattere speciale della imputazione presentata al loro giudizio. Per alcuni giorni, finché parlarono i testimoni del carico, i giurati parvero convinti della reità dei giudicabili, caddero dopo in gravi dubbi ascoltando i testimoni a discarico, e la difesa; più nulla credettero dell'associazione dopo l'arringa dell'avvocato Antonio Marinuzzi, a cui spettò il merito della vittoria. Il Marinuzzi negò senz'altro la verità delle dichiarazioni dell'infelice D'Amico, sebbene per esse fosse stato assassinato. Disse che le autorità politiche di quei tempi erano d'accordo con i malfattori ed armavano i sicari; ricordò la condotta del Procuratore Generale Tajani, il processo a carico del Questore Albanese, il mandato di cattura emesso contro questo. Lesse un brano di discorso pronunziato alla Camera dei Deputati dall'on. Tajani, nel quale si asseriva che in Monreale la P. S. era pervertita. che chi consumava omicidi, assassini e scrocchi erano gli agenti di P. S. Ricordò che il Questore Albanese per favorire cinque mafiosi di Monreale, ne nominava uno capo delle guardie campestri, gli altri capitani della Guardia Nazionale, lasciando poi che della carica abusassero per fatti vergognosi. Infine prese argomento di un atto processuale, onde persuadere i giurati che il processo degli

Stoppaglierivenne fabbricato sugli anonimi, e per intendimenti del partito di Destra, per potere provocar misure eccezionali di P. S.; insomma, con molta abilità fece comprendere che quello non era un processo penale che si voleva fare, ma un processo politicoa carico della Sicilia.

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Fece un quadro commovente delle famiglie dei prevenuti, e presentò ai giurati la madre di due fratelli imputati, invocando che i giudici popolari calabresi facessero infine giustizia ai loro fratelli siciliani.

Si volle dunque attaccar tutto e tutti, e pare che questo sistema abbia fruttato alla difesa di Catanzaro l'assoluzione degli imputati. Anche presso la Corte di Assise di Palermo si era tenuto lo stesso sistema di difesa, ma esso era rimasto senza frutto, perché era viva nell'animo dei giurati l'impressione dei fatti successi; ed è doloroso che mentre a Palermo si era avuta l'affermazione dell'associazione a delinquere, e la condanna di dodici imputati, in Catanzaro la giustizia sia stata sconfitta, mentre cola il processo si presentava con migliori auspici, avendo la Procura Generale di Palermo curato di aggiungere con una nota additava altri testimoni, fra cui certo Rosario La Mantia, ché reduce dall'America, aveva dichiarato alla giustizia come colà aveva fatto amicizia col famigerato malfattore di Monreale Salvatore Marino, dal quale gli era stato rivelato che il medesimo faceva parte dell'associazione degli

Stoppaglierie come detta associazione avesse diramazioni in diversi paesi. Gli erano stati anche rivelati i nomi di alcuni che ne facevano parte, lo scopo, le regole, i riti, cose tutte che la processura aveva constatato. La difesa in Catanzaro temeva questa importante testimonianza, ma il La Mantia non si presento e altri testimoni a carico nemmeno. Si vide chiaramente che la mafia aveva lavorato bene, per prepararsi il terreno dell'assoluzione.

Ma se queste furono le cause speciali per cui l'associazione degli Stoppaglieri fu assolta, una sola fu la causa vera per cui la giustizia fu sconfitta. L'assoluzione di questa triste società destò non poca sorpresa, ma quante sorprese non ci ha fatte in Italia la giuria, con i suoi verdetti, che il più delle volte altro non sono che l'effetto dell'ignoranza, dell'intrigo, o della mala fede!

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Quante ingiustizie non ci ha regalate questo malaugurato ricordo delle età barbariche, spacciato ai nostri giorni come una istituzione inseparabile della libertà politica di un paese (1).

"A parte la questione se sia possibile la libertà al di fuori della logica, è un fatto però che il giuri si presenta con troppa prevalenza dal suo lato politico, per non essere campo aperto alle declamazioni ed alle vedute unilaterali. Di qui i facili entusiasmi per questo istituto giudiziario, che al sociologo criminalista si presenta sotto ben altro aspetto."

Cosi ne parla il Ferri, trattando quest'importante argomento, e più avanti cosi dice sull'opportunità di averci voluto regalare quest'istituto, come riforma politica liberale:

"Ed anche per gli altri pregi politici, resta a vedersi se, in certe condizioni etniche e sociali, la giuria non possa nuocere più che giovare alla vera libertà. É più a temersi danno che a sperare vantaggio dagli innesti improvvisi delle istituzioni da popolo a popolo;perché il legislatore che, per ismania di simmetria politica, estende con un tratto di penna a tutti i nuclei di un dato paese, diversi tra loro per clima, razze,tradizioni, costumi, interessi, un istituto copiato per ismania di imitazione, arrischia di appiccicare al corpo sociale un organo che, appartenendo a gradi e forme diverse di evoluzione che si coordini al resto della vita collettiva " (1)

(1) Garofalo, Criminalogia,pag. 423. Torino, Fratelli Bocca editori, 1891.

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Quante assoluzioni scandalose, non ci ha dato questa istituzione, quanti vergognosi mercanteggiamenti, quanti insulti alla giustizia ed alla libertà di un popolo civile, non verrebbero risparmiati se la bilancia della dea Temi, invece che a giurati scelti dalla cieca sorte, irresponsabili, e spesso inconscienti, fosse affidata a giudici togati, i quali, ad una lunga educazione giuridica, uniscono un nome ed una reputazione da salvaguardare, una condizione sociale da custodire. 11 giudice permanente deve financo evitare il più lontano sospetto; se pure d'indole poco onesta, egli sarà onesto per necessità, per calcolo, perché la fama della virtù gli giova, il discredito lo perderebbe. Guardate invece il giurato. Egli divide con undici altri cittadini la sua responsabilità ch'egli sente cosi assai poco apprezzabile. Il suo nome è ignoto, pieno il suo arbitrio; dopo il giudizio egli va a confondersi nella folla da cui è uscito, e dove niuno potrà mai seguirlo per chiedergli conto della sua ingiustizia. Chi può dire di non vedere quanto sia qui più propizio il terreno alla corruzione? Del resto i fatti con la loro triste eloquenza danno pur troppo la risposta migliore ai più bei ragionamenti dei fautori del giuri. Quando furono mai rimproverati a magistrati permanenti giudizi dovuti alla corruzione, simili a quelli di cui s' incolpa il giuri? " (1)

La giuria è un'istituzione che ha dato ormai prove troppo eloquenti non della sua inutilità, ma del danno che può cagionare e che ha cagionato all'amministrazione della giustizia.

(1) Ferri, Sociologia criminale, pag. 645, 648.

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Il processo degli Stoppaglieriè uno fra i mille e più esempi che addurre si potrebbero, a dimostrare quanto sia pericoloso affidare la difesa della società a giudici improvvisati,senz'alcuna garanzia di cultura generale e di una riflessione esercitata; onde un consesso di pizzicagnoli, barbieri e fittaiuoli può essere chiamato a decidere fra due perizie in cause di veneficio o di falsità " (2).

Quasi contemporanea all'associazione degli Stoppaglierifu quell'altra dei Fratuzzi.

Lunga è la serie dei reati di sangue i più efferati che funestarono Bagheria per quasi un decennio, se si tiene conto dei reati commessi contro la proprietà e contro le persone, che di pari passo vi si verificavano, senza che la giustizia avesse potuto punire i colpevoli, lasciando per conseguenza la sfiducia negli animi degli onesti, che si vedevano in balia dei tristi elementi.

Le autorità di P. S. si preoccuparono di tale stato di cose, molto più che nei casi fortunati, quando cioè riuscivano a procedere a qualche arresto, per indizi e prove che si erano potute avere, subito la loro azione era paralizzata dal silenzio dei testimoni, per timore di vendette, non che da sfacciati alibi, sottilmente architettati e dagl'intrighi d'ogni genere adoperati dagli amici ed aderenti degli arrestati. Per conseguenza ben presto quei tristi elementi uscivano dal carcere più baldanzosi e tracotanti.

Questo stato di cose chiaramente manifestava un certo spirito di solidarietà, che legava fra loro gl'individui stessi, cioè aderenti ed imputati, e perciò tutto questo costituiva la risultanza di un vincolo di criminosa associazione, allo scopo di delinquere contro le persone e le proprietà.

(1) B. Garofalo, op. cit.. p. 484.

(2) Op. cit., pag. 425.

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Intanto l'autorità di P. S. era riuscita a denunziare all'autorità giudiziaria tra il 1874 e il 1875 tre fatti di associazione a delinquere, con il contemporaneo arresto di parecchi che ne erano imputati, ma sia che le denunzie difettassero di prove esaurienti, sia che gl'intrighi della mafia fossero riusciti nel loro scopo, gli arrestati ben presto vennero prosciolti.

Questi risultati animarono ancor maggiormente i mafiosi a persistere nella loro opera, vedendo le autorità impotenti a colpirli. Perciò nuovi e più gravi reati di sangue seguitarono ad avverarsi.

Allora autorità e cittadini si convinsero che in Bagheria erasi costituita una vera e propria associazione, analoga a quelle di Monreale, Marineo, Misilmeri, Borgetto, Termini e Cefalù, perché in tutti questi comuni avvenivano delitti che non potevano essere opera individuale, ma manifestazioni di opera collettiva.

Funzionava, al 1871, in Bagheria, nella qualità di Sindaco il cav. Antonino Scordato, uomo di carattere energico e di onestà di propositi, il quale faceva mantenere il rispetto alla legge: perciò era malvisto dai mafiosi, che per ispirito di vendetta gli recisero in una notte, in una vigna, 2200 piante di vite, e nello stesso tempo lo minacciarono di morte.

Nel luglio del 1872 si dovette fare il rinnovamento del quinto dei consiglieri dell'amministrazione comunale di Bagheria, e la nuova associazione di mafiosi, ch'era sorta in Bagheria, per la prima volta s'impegnò nella lotta elettorale, e riusci a far risultare come sindaco il notaio Castronovo, persona di carattere accensibile, cedevole alle pressioni, e capace di dare appoggio ai tristi elementi.

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Per gli stessi maneggi furono pure eletti consiglieri, e nominati poscia assessori Scaduto Gioacchino e Speciale Francesco, aderenti alla nuova associazione della quale pure faceva parte il consigliere Scaduto Onofrio.

L'associazione tronfia dei suoi allori elettorali si costituì definitivamente, stabili il suo ordinamento ed assunse il nome di Fratuzzi(fratelli).

L'ammissione fu stabilita con norme rigorose; non potevano far parte al sodalizio se non persone che per fermezza di propositi offrivano sicura garenzia, perché il sodalizio non fosse mai compromesso con propalazioni dei suoi segreti, e per rifiuto all'adempimento degli ordini della Società.

Fu adottata una formula di riconoscimento, comune del resto ad altre già da noi esaminate.

Tra i soci protettori l'associazione annoverava il Sindaco e gli assessori sopra menzionati.

A capo della società fu prescelto Sebastiano Agriello; ed a decimoprimoPietro Tornabene, con l'incarico di segretario, Ludovico Troja, Giuseppe Scaduto, Antonino Cirafici, Giuseppe Giangrasso e Casimiro Ajello.

L'associazione commise 47 delitti, dal 1» maggio 1872 al 30 giugno 1877, dei quali 14 per assassinio, 6 per mancati assassini, un omicidio semplice, 6 rapine, 6 danneggiamenti gravi, un sequestro di persona e tre associazioni a delinquere.

Questo numero spaventevole di delitti in ragione della loro natura, e della impunità dei malfattori, in quasi tutti i singoli casi, offriva pure luminosa prova di una forza collettiva che li eseguiva.

Faremo cenno solamente dei delitti più importanti consumati da questa associazione, e tali da darci una pro va assoluta della capacita delittuosa della mafia.


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Tomaselli Ferdinando era un individuo, come molti altri di Bagheria, il quale coi mezzi che la delinquenza gli offriva, si era costituita una posizione economica discreta. Egli, per svegliatezza di mente e tenacità di propositi, soprastava fra i componenti dell'associazione dei Fratuzzi, pero verso il 1876, erasi manifestata una specie di antagonismo fra lui e i più influenti della mafia, e maggiormente con Scaduto Gioacchino ed i figli di lui: Filippo, Giuseppe e Salvatore; i quali, anch'essi influenti nell'associazione, per precedenti rancori, nutrivano forte odio contro Tomaselli.

Per questo motivo il mafioso Tomaselli era perseguitato dai suoi antichi amici, che per dimostrargli il valore della loro ostilità, in una sola notte, gli recisero in un suo vigneto, ben dodici mila piante di vite; questo non bastando, occorreva fargli sapere che la sua morte era vicina, perciò nello stesso vigneto, in mezzo agli avanzi della vandalica devastazione, formarono una specie di cataletto, con canne; ai piedi posero una carica di polvere ed una palla di piombo, su di una canna conficcata nel terreno, un pezzo di carta con le parole in dialetto: Sei futtutu(sei fottuto), cioè, sei prossimo a morire.

La mafia, anche questa volta, provò che le sue minacce non sono vane: infatti due anni e mezzo dopo quel fatto, mentre Tomaselli, verso l'alba di un giorno di maggio stava sulla via, fu avvicinato da quattro persone, che gli fecero una scarica con i loro fucili e lo stesero morto al suolo. La sentenza era stata eseguita.

Aguglia Giuseppe era caporale delle guardie campestri di Bagheria. Originario di Catania, non si era lasciato influenzare dalla mafia, e ligio al suo dovere, per onestà di sentimenti, vedeva di mal animo quello che si faceva dai mafiosi di Bagheria, e perciò con zelo si prestava a favorire le autorità e la forza pubblica, fornendo tutte quelle notizie che potevano interessare la giustizia.

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Alcune volte l'Aguglia, nauseato dei tristi casi che si verificavano, prorompeva stigmatizzando i malfattori ed affermando ch'era tempo di finirla, e che egli si sarebbe adoperato efficacemente a quest'opera di risanamento morale di Bagheria.

Com'è naturale, queste dichiarazioni impensierirono i mafiosi dei Fratuzzi, che videro nell'Aguglia un nemico temibile, perché, a conoscenza di persone e di cose, poteva danneggiarli seriamente. Allora, a mezzo del Sindaco Castronovo, lo fecero avvertire di essere più prudente per l'avvenire, e di non mostrarsi troppo amico con il Delegato di P. S. Ma la guardia campestre Aguglia, invece di assecondare i desideri del suo superiore, seguì i sentimenti del dovere, e come prima, continuò a perseguitare i malvagi.

La sera del 15 giugno 1876, trovandosi l'infelice Aguglia a passeggiare con la moglie, per una via di Bagheria, da uno sconosciuto fu ucciso con una pistolettata al cuore.

Sciortino Francesco era un servo di Tomaselli, al quale era affezionato. Ucciso costui, venne a conoscenza che il giovane Di Leonardo Ignazio, aveva trovato un fucile snodato (1) a due canne, nel fondo Palagonia, che era coltivato dalla sua famiglia, peí quale appunto si sapeva nel pubblico che erano passati gli assassini del suo padrone, nel fuggire, dopo commesso il delitto. Egli dal defunto padrone aveva saputo che la famiglia Scaduto possedeva precisamente un fucile snodato a due canne,

(1) Il fucile snodato che si adopera in Sicilia dagli assassini, è un'arma che facilmente, mercé un congegno speciale, si divide in due parti, cioè le canne corte dal telaio, e che si può nascondere sotto un mantello. Quest'arma si può montare in pochissimo tempo, al momento in cui si deve adoperare.

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che era stato adoperato nella consumazione di presso che tutti gli assassini avvenuti in Bagheria negli ultimi anni. Perciò, appena saputo di quel rinvenimento, corse dal Leonardi, vide l'arma, la riconobbe perfettamente identica a quella descrittagli dal padrone. Indi, per un ultimo tributo di riconoscenza verso il padrone, e vincendo la naturale ritrosia, e il timore incusso dai mafiosi, prese l'arma e la consegnò al Delegato di Pubblica Sicurezza.

Non tardò neanche per lui la vendetta; dopo poche sere, da due individui appostati poco lungi dalla sua casa, gli furono sparati due colpi di fucile, che fortunatamente non l'uccisero.

Era in quel tempo cancelliere della pretura di Bagheria il sig. Gaspare Attardi, uomo di sperimentata onestà, zelante e scrupoloso nell'adempimento dei propri doveri, il quale mal soffriva la potenza della mafia in Bagheria, ed i delitti ch'essa impunemente commetteva. Si propose di non associarsi mai con alcuno del paese, e le poche ore che gli rimanevano libere nella giornata, dopo l'ufficio e la famiglia, le passava di consueto con qualche ufficiale del distaccamento militare, o con uno dei pochi funzionari del governo.

d'animo onesto, e di carattere franco e leale, non poteva in alcuna maniera tollerare tutte le angherie ed i soprusi della mafia, e si mostrava molto zelante e rigoroso nell'adempimento dei suoi doveri d'ufficio, specialmente per la parte penale; perciò la mafia non lo vedeva di buon occhio. Uno dei suoi membri, l'ammonito Becchinella Calogero, un giorno del settembre 1874, era stato incontrato, armato di fucile, dall'Attardi e da un capitano di fanteria e da altre persone. Il detto ufficiale, visto il contegno sospettoso dell'uomo armato di fucile, gli si avvicinò per chiedergli il permesso d'armi, ma l'individuo fu pronto a scavalcare il muro d'un giardino, ed allontanarsi.

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Il Becchinella però poco dopo, mercé i connotati che si erano dati sulla sua persona, fu arrestato, subito corse voce fra i mafiosi che il cancelliere Attardi era stato la causa dell'arresto del loro compagno, perché ne aveva dichiarato il nome.

Dopo alcuni giorni, in seguito all'arresto dei briganti Giovanni Giordano, Salvatore Figali e Santo Ferrara, come imputati di associazione a delinquere, furono pure arrestati gli assessori municipali Francesco Speciale, Gioacchino Scaduto, Onofrio Scaduto ed altri, mentre il Sindaco era sospeso dalle sue funzioni e denunziato per lo stesso titolo di reato.

Questo provvedimento aveva costernato i mafiosi e rincorato i buoni cittadini, e specialmente l'Attardi si mostrò soddisfatto, per quei provvedimenti.

Tutte queste circostanze fecero accumulare sulla persona del cancelliere Attardi, degli odi da parte dei

Fratuzzi, che lo considerarono come un infame, condannandolo perciò a morte. Infatti, mentre una sera del successivo novembre, l'Attardi camminava sulla pubblica via, tenendo per mano l'undicenne figliuolo a nome Emanuele, nel rincasare, e precisamente mentre stava per porre il piede sulla soglia della sua casa, fu fatto segno ad un colpo di fucile, che gli freddò lo sventurato figliuolo.

L'associazione dei Fratuzzi, in qualche caso, si era giovata, per l'esecuzione di alcuni assassini, della mano di sicari, apprestati da altre società simili, alle quali

erano stati chiesti dai capi del sodalizio, come del resto era uso fra le diverse associazioni a delinquere, di rendersi scambievolmente simili favori, per evitare che gli assassini, nel perpetrare i delitti, potessero essere riconosciuti dagli abitanti, quando fossero stati dallo stesso paese.

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Fu pure doloroso il dover constatare come siffatta associazione, si fosse potuta accrescere e sviluppare, stando sotto gli auspici di persone che per la loro condizione sociale, invece di dare incentivo a commettere tanti misfatti, avrebbero dovuto con la loro influenza non solo impedirli, ma adoperarsi per reprimerli. Infatti né il Sindaco Castronovo, né i due assessori municipali già nominati avevano avuta repugnanza ad avvicinare ed intrattenersi amichevolmente, in colloqui con tali facinorosi e con i briganti Ferrara, Figali e Giordano, né avevano creduto di negare il loro appoggio e le loro influenze, in favore di simile gente, e la loro sfacciataggine era arrivata al punto da permettersi di fare raccomandazioni e prestare garenzie come a cittadini onesti e d'irreprensibile condotta, anche verso i magistrati incaricati destruire i processi penali contro quei tristissimi individui, tanto da destare la nausea dei funzionari, che non poterono esimersi dal rimproverarli, e richiamarli perché fossero stati più scrupolosi e meno sfacciati.

Il contegno in genere del Sindaco, ed i continuati rapporti colla mafia, erano tali e di siffatta natura che la sua connivenza coi più ribaldi del paese era a tutti notoria, e la sua sfacciataggine arrivò al punto da rilasciare certificati di buona condotta a vantaggio di suoi amici, i quali già erano stati ammoniti e inviati a domicilio coatto, e di favorire la latitanza di un individuo responsabile di omicidio.

Fortunatamente questo processo penale si chiuse con una condanna a carico dei soci della triste associazione, mercé l'energia di tutte le autorità e di tutti i magistrati inquirenti e giudicanti, per dare una riparazione alla società oltraggiata ed offesa da quegli sciagurati.

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Fuori le mura dell'antica Palermo, tra la città e l'Oreto, sulle vicinanze della storica chiesa e del camposanto di Santo Spirito, ove per la prima volta echeggiò il grido di: mora! mora!dal popolo offeso, contro l'Angioino, abitavano due potenti famiglie: quella degli Amoroso e l'altra dei Badalamenti, prima amici e poi nemici. Ne seguì una lotta che terminò con la vittoria degli Amoroso, che, aiutati dai loro amici, riuscirono a distruggere gli avversari ed a terrorizzare quelle ridenti contrade, imperando e dominando ovunque, ed assorgendo a triste fama, tanto da essere riconosciuti come i capi della mafia di porta Montalto (1).

Erano essi diventati gli eroi del delitto:intere famiglie distrutte, fanciulle violentate ed uccise. Favoriti dal terrore che destava ormai in tutti la triste celebrità del loro nome, legati tra loro dal più feroce patto di sangue, ogni loro sospiro fu una vendetta sanguinosa, ogni pensiero, un progetto di delitto, l'assassinio una abitudine.

La giustizia era impotente a reprimere quei delitti, e se qualche processo si cominciava, doveva chiudersi ben tosto, perché pei timore degli Amoroso, nessuno osava testimoniare contro di loro. Cosi per molti anni si risero di qualunque autorità, resero impotente la giustizia, fecero invece ancora potente più la mafia.

Avevano dimostrata tanta agilità nel compiere i misfatti, avevano cosi sovente sfidata la giustizia, da ritenersi sempre sicuri di sé stessi.

(1) Perché nelle vicinanze della casa degli Amoroso esisteva allora una delle antiche porte della città, chiamata Porta Montalto, ora distrutta.

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Ma spuntò finalmente il giorno della rivelazione! Le tombe si scoperchiarono, levaronsi gridando vendetta gli scheletri delle povere vittime. Gli scellerati impallidirono e le loro lingue si confusero. La mano inesorabile della legge e della giustizia umana, nello scrivere quelle terribili sentenze segnò pure a caratteri di sangue la storia delle loro infamie e dei loro delitti.

A leggere questa storia, pare di sentire una di quelle spaventevoli leggende nordiche, ove si vedono le ombre degli uccisi, sorgere da grotte e spelonche inaccessibili, da antichi castelli diruti, o da rovine di templi, avvolte nei loro funebri lenzuoli, schizzanti misteriosa luce dalle vuote occhiaie, con gli stinchi in alto, imbrandendo una spada ed emettendo gemiti di dolore, grida di rabbia e di vendetta, dalle malferme mandibole, che tristamente fanno sentire il loro scricchiolio. A noi par di vedere correre quegli spettri per le nostre incantevoli notti lunari, fra gli aranceti della Conca d'oro, in cerca dei loro assassini, ululando sinistramente come per gridare vendetta e giustizia!

Circostanze imprevedute ed imprevedibili, fecero cadere gli onnipossenti mafiosi di Porta Montalto, nelle mani della giustizia.

Sin dal 1874 era stato iniziato processo contro alcuni degli Amoroso e dei loro affiliati, ma la Camera di Consiglio fu obbligata a pronunciarsi per insufficienza di indizi, perché tutti i testimoni, o per timore o per tenersi fedeli ai principi dell'omertà, si rifiutarono di deporre: nessuno sapeva, nessuno avea visto cosa alcuna.

Ma la giustizia non si stancò, anzi dalle indagini che fece, ne ricavò la seguente convinzione: i delitti contro le persone, che da vari anni funesta vano le campagne di Palermo, altro non potevano essere che il prodotto di una vasta e potente associazione di malfattori, i quali, ora operando isolati,

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per proprio tornaconto, ora svolgendo la malefica loro azione subordinata e collegata ad un sistema più generale di associazione, miravano però sempre e tenacemente ad affermare la loro violenza sulla vita e sugli averi altrui, imponendosi con audacia nelle contrade da essi terrorizzate, baldanzosi per la lunga serie d'impunità godute, e pronti sempre a sfidare i nuovi rigori della giustizia con nuovi delitti.

Nel 1879 fu ripresa l'istruzione del processo e nel frattempo una circostanza inaspettata venne a gettare la luce, là dove tutto era stato allora tenebre e mistero. Dimorava a Nuova Orléans un certo Rosario La Mantia da Monreale, il quale strinse amicizia con Salvatore Marino, antico latitante, fuggito in quei lontani lidi per non scontare i vari delitti commessi, e l'amicizia era tanta intima, che finirono per abitare insieme. Allora il Marino fece all'amico alcune confidenze riguardanti una segreta associazione, che aveva sede in Palermo e Monreale.

Nel settembre 1878, Marino colpito dalla febbre gialla stava per morirsene, quando pregò l'amico di bruciare alcune lettere che si trovavano in un dato luogo; ma il La Mantia invece conservò le lettere e bruciò due pezzi di carta inutile.

Morto Rosario Marino, il La Mantia lasciò l'America e, recatosi a Saragozza, consegnò a quei Vice Console d'Italia le lettere, le quali, per mezzo dell'ambasciata d'Italia a Madrid, furono trasmesse in Italia, e quindi all'autorità giudiziaria di Palermo.

Queste lettere provavano che veramente esisteva una associazione di malfattori, e che la P. S. non erasi ingannata nelle sue prime denunzie. Inteso come testimone il La Mantia, dichiarò avergli il Marino confidato non solo l'esistenza dell'associazione ma anche i nomi di alcuni suoi componenti come pure i delitti commessi e da commettersi;

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e che il Marino stesso era a capo di una vasta associazione, detta degli Stoppaglieri, esistente in Monreale, Bagheria, Uditore, Misilmeri. Capo dell'associazione di Palermo era Salvatore Amoroso, e segretario Salvatore Di Paola.

In base a questi nuovi indizi fu riaperta l'istruttoria del processo. La camera di consiglio con sua ordinanza trasmise gli atti alla R. Procura Generale; pero la sezione di accusa giudicava nuovamente non esser luogo a procedimento penale, perché gli avuti indizi erano insufficienti a stabilire la reità degl'imputati.

Le cose erano a questo punto, quando un lungo e diligentissimo rapporto della questura di Palermo venne nel 1881, a dare nuovi ed importanti notizie all'autorità giudiziaria, per modo che la camera di consiglio riapri tutti i procedimenti penali chiusi con non farsi luogo, istruì nuovamente il processo, e portò alle Assise ben ventitré persone che dovevano rispondere di associazione a delinquere, associazione che aveva consumati nove omicidi, otto dei quali in un solo anno, e due tentati.

Per avere un concetto chiaro di questa organizzazione di mafiosi, della ua potenza e malvagità, ci conviene accennare brevemente ai misfatti da essa consumati, misfatti che un giorno forse diventeranno obbietto di leggenda popolare.

Odio implacabile, guerra ad oltranza, si era accesa tra due famiglie appartenenti alla mafia: gli Amoroso ed i Badalamenti-Cerrito. La prima vittima fu un affiliato dei Badalamenti, certo Gregorio Fanara, custode delle terre del barone Turrisi, site in Passo di Rigano, sobborgo di Palermo. La sera del 29 luglio 1873, mentre egli sorvegliava il fondo, udi latrare i cani, e nello stesso tempo lo sparo di vari colpi d'arma da fuoco, che lo ferirono gravemente.

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Il Fanara versò in pericolo di vita per cinque mesi, e durante la sua infermità dichiarò sempre di non conoscere i suoi assassini, e di non avere inimicizie con alcuno; questa dichiarazione è il solito ritornello di tutti coloro che professano principi di omertà. E dopo dieci anni, alle Assise, confermò sempre la sua prima dichiarazione. Però dal processo risultò che i suoi feritori erano stati: Salvatore Amoroso e Salvatore Di Paola.

In seguito venne la volta di altri due affiliati al partito Badalamenti: Gregorio Torretta e Salvatore Buscemi, ancli' essi mafiosi. La mattina del Io gennaro 1878 entrambi furono trovati uccisi in campagna.

Esecutori di questo duplice delitto erano stati Carmelo ed Antonino Mendola, per mandato dei fratelli Amoroso.

Ma agli Amoroso non era bastata la soppressione di alcuni affiliati al partito dei Badalamenti: essi dovevano sfogare la loro libidine di sangue umano e l'ira di mafiosi, contro i capi stessi del partito rivale.

Infatti la mattina del 5 ottobre 1878, mentre Antonino Badalamenti e suo cognato Ignazio Alessandrello si dirigevano dalla contrada Carrabbia verso Palermo, furono colpiti da diverse fucilate, che ferirono gravemente entrambi. Badalamenti mori dopo poche ore, l'altro guarì. Al momento dell'assassinio, Badalamenti correva dalla levatrice, perché sua moglie aveva le doglie! Appena saputosi del misfatto, subito si sospettò che quei delitto fosse stato ordinato dai fratelli Amoroso per l'antica inimicizia; anzi il Badalamenti, pochi minuti prima di spirare poté dire: É cosi che l'omini(omo in senso di onoratoe mafioso) di Porta Montalto fanno ammazzare la gente a tradimento!Accennando appunto agli Amoroso, i capi mafia di quella contrada.

Dopo Antonino Badalamenti era venuta la volta di Benedetto.

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In un giorno dell'agosto 1879, mentre questi, a cavallo ad un asino, passava a poca distanza del giardino degli Amoroso, due colpi partiti di dietro al muro di cinta del detto giardino, lo ferivano mortalmente.

Ma non fu soltanto contro i Badalamenti e i loro affiliati, che si esplicò l'azione sanguinaria degli Amoroso.

Vi furono altre sei vittime.

La prima fu Anna Nocera, una povera giovanetta diciassettenne, che trovavasi ai servigi della famiglia Amoroso.

Da molto tempo Leonardo Amoroso, uomo di istinti brutali, aveva cercato di sedurla, attratto dalle di lei grazie; ma la fanciulla, benché povera, era onesta e mantenne per lunga pezza immacolato il suo onore. Ma in fine cedette, e ben presto si videro i frutti della colpa: Anna divenne incinta! La famiglia conobbe Tonta, ma il timore che incuteva in quei dintorni il nome degli Amoroso, la costrinse ad un silenzio umiliante.

Leonardo Amoroso, annoiato dalle continuò insistenze della infelice Nocera, ora che portava nel seno il frutto del suo amore, decise di sbarazzarsi di lei. Come avvenne la cosa è tuttavia un mistero. Certo è che la mattina del 10 marzo 1878 la giovinetta usci dalla sua casa, per recarsi dagli Amoroso, onde adempiere, come al solito, ai suoi servizi, ma non fu più vista ritornare. Invano la ricercarono i parenti; nessuna notizia si ebbe più di lei e si venne nella convinzione che fosse stata assassinata e chi sa dove sepolta.

Il padre della sventurata vittima concepì il sospetto che Leonardo Amoroso l'avesse fatta sparire, e, attesolo un giorno nella contrada, gli chiese ove si trovasse Anna.

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Il seduttore, vigliaccamente, rispose con ingiurie atroci a carico della infelice, e aggiunse terribili minacce di morte, se egli, il padre, avesse osato farne parola alla giustizia. E cosi il timore fece tacere tutti.

Un altro delitto fu consumato in persona di Damiano Seidita.

Fu questi la vera vittima della mafia, a cui aveva osato ribellarsi. Egli era custode delle terre di Michele Saitta, site nella contrada Scorciadenaro. Prima che avesse assunto quei servizio, il proprietario del fondo era costretto a pagare una forte somma annua alla società di mafiosi di cui era capo Salvatore Amoroso, perché gli venisse garantita la sicurezza delle sue terre; ma quando il Seidita entrò al servizio come custode, tale patto con la mafia era divenuto inutile, perché egli stesso avrebbe custodito il fondo, perciò non pagò la solita somma. Allora l'Amoroso fece sapere al custode che lasciasse il fondo, affinché la mafia potesse nuovamente esigere quella somma. Ma il disgraziato non se ne diede per inteso; e la vendetta lo raggiunse implacabile e feroce, e una notte, in quello stesso giardino, due colpi di fucile, gli fecero pagare con la vita la sua disobbedienza alla mafia.

Dopo pochi giorni la mafia di Porta Montalto spegneva un'altra esistenza. Questa volta la vittima era un parente, un giovanotto robusto, aitante, che da poco tempo aveva lasciato l'esercito, ove aveva servito come carabiniere: era un cugino degli Amoroso, Gaspare Amoroso. Non è a dire se questo ottimo giovane fosse malvisto dai cugini, che si vergognavano di avere per parente un ex-sbirro.Lo ripetevano sempre ad alta voce: quei parente era la macchia neradella loro famiglia, perché disonorava il nome degli Amoroso: perciò decisero di sopprimerlo.

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Il 15 luglio di quell'anno, l'infelice giovane usciva dalla sua casa, sita nel corso Tukery, dicendo alla madre che sarebbe tornato presto. La povera donna lo vide uscire, ma non lo vide più ritornare: era scomparso anche lui.

Un affiliato degli Amoroso, Salvatore Caravello, aspettava in via Filiciuzza Gaspare Amoroso: l'abbordò dicendogli che i cugini l'aspettavano nel fondo Romano, per parlargli di affari. Trovò infatti Gaetano e Leonardo Amoroso ed altri due mafiosi, che lo crivellarono di ferite, mentre l'infelice implorava pietà e gridava: Lasciatemi! lasciatemi 1 Era questo l'ultimo appello alla vita di quel giovane innocente, vittima della nefandezza umana. Sua tomba fu la lupadel vicino camposanto di Santo Spirito.

Ci resta ora a parlare degli ultimi due assassini: il primo in persona di Pietro Matranga, il secondo in persona di Ignazio Taormina.

Pietro Matranga trovavasi in intime relazioni con la moglie di Alfonso Spatola. Il marito, saputa la cosa, decise di sbarazzarsi dell'amante di sua moglie, e ne diede incarico ad Ottavio Caramusa ed Angelo d'Alba. La mattina del 13 novembre 1878, mentre il Matranga era intento a scavare un pozzo con suo fratello Antonino, nel fondo Morana, in contrada Uditore, veniva colpito a tergo da due colpi di fucile. Caduto mortalmente ferito, i due assassini lo alzarono da terra e lo scaraventarono entro il pozzo, in fondo al quale stava a lavorare il fratello della vittima. Dopo poco tempo da ignoti assassini furono uccisi pure il Caramusa e lo Spatola, cioè il marito tradito, ed uno dei mandanti; rimase solo vivo il D'Alba per rendere conto alla giustizia del misfatto.

La sera del 22 dicembre 1878, il capraio Ignazio Taormina, mentre stava per entrare in casa sua, veniva mortalmente ferito da due colpi di fucile. Portato all'ospedale ne moriva dopo poche ore, da uomo d onore, senza volere svelare i suoi assassini. Ma i colpevoli si trovarono.

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Taormina per un furto di limoni, commesso qualche tempo prima, era stato condannato al carcere; espiata la pena era ritornato in libertà, affermando varie volte, che doveva la sua condanna ad una falsa testimonianza del Cataldo e che perciò doveva ucciderlo. Questi nel sentirsi minacciare, e sapendo bene che quella minaccia non era vana, si premunì dal pericolo, uccidendo a sua volta il Taormina, con la complicità dell'amico D'Alba.

Il processo che si svolse alle Assise di Palermo, nell'agosto del 1883, durò quasi due mesi, e si chiuse con una severissima sentenza: dodici, dei ventitré imputati, furono condannati a morte; gli altri ebbero pene minori. La mafia aveva ricevuto un colpo terribile. Molti capi-mafia venivano a scomparire per sempre, e i loro principi di omertà non erano valsi in fine a salvarli. I particolari di molti delitti rimasero perfettamente sconosciuti. Gli accusati, coerenti a sé stessi, ne portarono il segreto nelle galere. Come mori Anna Nocera? Quale fu la vera causa per cui fu assassinato Gaspare Amoroso? e dove fu esso sepolto? Da chi furono ammazzati Alfonso Spatola e Ottavio Caramusa?

Tutto questo è un mistero, e tale resterà nella storia tenebrosa della mafia, che a nessuno mai sarà dato di conoscere.

Quasi contemporanea alle associazioni di cui abbiamo parlato è quella della Fratellanza, che ebbe la sua principale sede in Favara, e che contava non pochi proseliti nei comuni vicini di Campobello, Canicattì, Comitini e Palma di Montechiaro, comuni questi la cui popolazione è composta per lo più di zolfatai, gente facilmente proclive alla mafia ed ai delitti contro le persone.

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L'organizzazione e il funzionamento sono stati già da noi trattati nel capitolo precedente, e non differivano gran che dalle altre associazioni. E nemmeno differiva la natura dei reati, che dalla Fratellanzasi commettevano sempre sotto l'egida della mafia e per i principi dell'omertà.

Nel 1883 in Favara la mafia era divisa in due partiti: questi partiti costituivano due associazioni criminose o almeno potevano come tali considerarsi. Dall'antagonismo sorto tra questi due partiti nacque una lotta, feconda di molti delitti, a scopo di vendetta, ed in quei tempi non era raro vedere frotte di persone armate, spiarsi a vicenda, procedere guardinghe e minacciose: poiché ognuno temeva per sé, e la vita di tutti era in pericolo.

Questo stato anormale durò poco, ma non per opera della giustizia, che in tali casi non può subito colpire nel segno e tagliare netta la cancrena, ma per opera della stessa mafia che, venuta a più miti consigli, a quello stato di lotta intestina, preferì uno stato di tregua.

All'armistizio successe la pace. I due partiti si fusero in un solo, onde evitare spargimento di sangue e per acquistare maggiore potenza.

Per amore di brevità tralasciamo di narrare la storia dei tanti reati commessi dalla Fratellanza;di uno soltanto, gravissimo, crediamo opportuno occuparci, per dare più compiuta nozione dei pericoli e delle pene cui si espongono coloro sui quali sorge il dubbio di avere relazioni cogli agenti di pubblica sicurezza.

Calogero Camilleri, calzolaio da Canicattì, è fidanzato, ma si dibatte un po' nelle angustie, e differisce gli sponsali.


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Uno zio, Rosario Alaimo Martello, cattivo soggetto, ammonito, gli sussurra che consentendo di far parte della Fratellanza,di cui egli è socio, potrà riceverne aiuto e migliorare le sue condizioni.

Il Camilleri ha pure un amico affezionato, col quale non lia segreti, guardia di P. S. nel comune, ed ha nome Antonio Napoli. Fido e scaltro, come era suo debito, costui avea gli occhi aperti sull'Alaimo, e non mancava ogni sera di picchiare al suo uscio, per verificare se fosse in casa. Ciò recava fastidio all'Alaimo.

A rallentare quest'attiva sorveglianza, pensò di ricorrere all'intercessione del nipote. La guardia promise di diradare le visite: in effetti non si fece più vedere la sera; l'Alaimo respira va.

Ma dopo qualche tempo avvenne un furto di animali, di cui rimasero ignoti gli autori. La guardia che sapeva le relazioni dell'Alaimo colla Società, chiese al Camilleri che, rivedendo lo zio, avesse cercato (quale compenso dei favori ricevuti) di fargli conoscere qualche cosa, e l'Alaimo, per timore che al rifiuto sarebbe seguita la rinnovazione delle visite, disse in confidenza al nipote ciò che sapeva, e dove gli animali potevano trovarsi. La guardia, per le notizie ricevute dal Camilleri, rinvenne gli animali e scoperse gli autori del furto.

Questo destò i sospetti dell'associazione, cui erano noti i vincoli di amicizia tra il Camilleri ed il Napoli, od i favori di riverbero largiti all'Alaimo, e però in misterioso conciliabolo raccoltisi i maggiorenti, propendevano a decretare la morte dell'Alaimo e del Camilleri.

Ma il pastaio Domenico Tnipia, amico dell'Alaimo, insorse e disse che per vaghi sospetti non conveniva dar morte ad un socio.

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Valeva meglio sottoporne ad esperimento la fede; proporgli cioè di agevolare l'assassinio del nipote. Se rifiutava, perissero entrambi.

La proposta prevalse, ed egli stesso ebbe l'incarico di darne conoscenza all'Alaimo. O morire, o diwn'. assassino del nipote! ecco il terribile dilemma, e non vi era scampo. L'Alaimo, che sapeva essere inutili le preghiere e gli indugi, scelse la seconda proposta.

La sera, raccoltisi tutti in una bettola, toccarono i bicchieri, e l'Alaimo, alzando il suo, con piglio sinistro esclamò: il vino è dolce, ma più dolceè

il sangue degl'uomini. La promessa era data in modo solenne ed irrevocabile; l'infelice Camilleri poteva di poco sopravvivere.

Nel di seguente, 11 febbraro 1883, l'Alaimo in segreto premura il nipote, perché sui tramonto venga in sua casa, ove i soci lo aspettano per sottoporlo alle pratiche d'uso che accompagnavano l'ammissione alla società. Il nipote inconscio della sventura che lo aspettava, si reca al convegno.

L'Alaimo dal balcone, vedendolo, gli fa cenno di entrare nel portone e di fermarsi in una stanzuccia terrena, per non essere visto dalla moglie, che stava preparando il pranzo. 11 nipòte entra, ed immediatamente alcuni soci colà appiattati lanciano un cappio al eolio dell'infelice giovane, e, senza dargli tempo di emettere un grido, lo strozzano!

Più tardi, col favore delle tenebre, messo il cadavere in un sacco, lo trasportano a spalla fuori del paese e gli sea vano sepoltura tra le macerie di un diruto castello. Rosario Alaimo frattanto, quella sera e il di seguente, per allontanare da sé ogni sospetto, finse domandare a tutti del nipote, anche alla stessa guardia Napoli; dolevasi di quella improvvisa sparizione, la supponeva derivata da amorose scorrerie.

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Poi, sospettossi dagli assassini che il cadavere potesse trovarsi e perciò riconoscersi. Di notte lo disotterrarono, l'unsero di petrolio e vi appiccarono il fuoco. Cosi sformato e ridotto quasi irriconoscibile, lo rimisero nella fossa.

Quando poi, scoperte le file dell'associazione, si procedette all'arresto di buona parte dei componenti la Fratellanza, e tra gli altri dello Alaimo, costui confessò l'orrendo delitto, indicò gli autori, la causale, il modo della esecuzione ed il luogo ove era stato sepolto il cadavere; indi torturato dai rimorsi, si diede la morte nello stesso carcere (1).

La Fratellanza era riuscita a incutere tale timore nella popolazione, che nessuno si arrischiava a denunziare quanto sapesse, o avesse visto intorno ad essa; nessuno osava fiatare, tutti ne temevano le ire e le vendette, che non tardavano a raggiungere le persone imprudenti. L'ardire degli affiliati, arrivò al punto, che sulla stessa pubblica piazza di Favara, alla luce del sole, ammazzavano i loro nemici, restando sempre ignoti alla P. S.

Nell'istruzione di questo processo, si seguì un sistema diverso nella procedura, da quello usato per le altre associazioni a delinquere, come sin allora si era fatto; si richiesero tanti giudizi separati, per quanti furono i capi di accusa, rinviando poi tutti gli accusati al Tribunale per l'associazione a dilinquere.

(1) Le notizie riguardanti questo atroce delitto, l'abbiamo desunte del lavoro del Lestingi su La Fratellanza, già citato da noi.

CAPITOLO XI.

La mafia nei rivolgimenti politici della Sicilia.

Costituzione organica delle squadre. - L'opera delle squadre nella rivoluzione del 1820. - Loro vandalismi. - L'opera delle squadre nelle rivoluzioni del 1848 e del 1860. - La rivolta del 1866. - Le stragi fatte dai mafiosi. - Gl'ideali politici della mafia. - La mafia trasse potenza dalla politica.

Per completare la storia dell'opera della mafia, non possiamo trascurare di parlare della parte da essa presa nei diversi rivolgimenti politici di questo secolo, cioè al 1820, 1848, 1860, 1866.

In dette emergenze, i mafiosi della provincia, si organizzarono in squadre,anche numerose, e qualcuna arrivò a contare più di trecento uomini, tutti risoluti, e pronti a battersi coraggiosamente, come ad assalire proditoriamente, secondo le circostanze del caso. Infatti la storia ci rammenta momenti, nei quali le squadresi batterono in campo aperto contro le truppe regolari, ma per lo più, sia per l'esiguità del numero di fronte al nemico, o per combattere senza subire gravi perdite, si appostavano dietro i muri dei giardini, o dietro le siepi di fichidindia.

La costituzione organica di queste squadre, come abbiamo detto, non aveva mai un numero d'uomini stabilito: la loro importanza numerica dipendeva dall'importanza della popolazione del comune ove si formava l'arruolamento, e dall'importanza che il capo squadra aveva nella mafia, non che dalla promessa di uno stipendio, perché è saputo che i capi squadra, quando erano in relazione con i comitati rivoluzionari di Palermo, ed agivano di pieno concerto con loro,

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erano al caso di promettere ai picciotti, che appena fossero arrivati in Palermo, sarebbero stati pagati a quattro tari al giorno (L. 1,70) e provveduti di munizioni da guerra, tranne dell'armamento che doveva essere di proprietà personale di ciascun picciotto, cosa del resto molto facile, perché in Sicilia quasi tutti gli uomini posseggono un fucile, dal quale sono inseparabili, tanto che si dice

prima l'armatura(il fucile) e poi a muggheri(la moglie).

Le squadre erano più piccole, se organizzate da un capo squadra, che non aveva molta influenza nella mafia, e che non era legato da vincolo alcuno con i caporioni del partito liberale di Palermo. Perciò la loro composizione era spontanea, ed unico scopo quello di andare a Palermo per fare gazzarra, saccheggiare, ed occorrendo, mettersi al soldo del migliore offerente.

É superfluo aggiungere che tutti gli elementi che componevano queste squadre erano ignoranti e privi di qualsiasi ideale politico, e scelti fra i mafiosi più emeriti, fra i facinorosi ed i delinquenti. Il loro capo emergeva poi sopra tutti per queste qualità.

La prima volta che la mafia prese parte attiva ai rivolgimenti politici, fu nel 1820, in occasione della prima rivoluzione siciliana, per la conquista della libertà. Le milizie borboniche, poi che furono cacciate da Palermo dal furore popolare, sull'aperta campagna vennero aggredite dalle squadre dei vicini comuni di Monreale, Parco, Falsomiele, Villagrazia, Villabate, Ficarazzi e Bagheria, che si erano formate tutte spontaneamente, all'annunzio che in Palermo era scoppiata la rivoluzione, e che le truppe borboniche ne aveano avuta la peggio.

Fu tanto il terrore delle milizie, che una colonna di mille uomini si lasciò fare prigioniera da una squadra di sessanta uomini di Belmonte Mezzagno.

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Le bonache,come allora si chiamavano gli uomini che componevano le squadre, (con questo vocabolo si chiamavano i mafiosi, perché in quel tempo la parola mafia non esisteva nel senso di facinoroso, ma solo in quello di cosa scelta) erano in conclusione i mafiosi, come dice il Salomone Marino (1), e si dava loro questo nome per la volgare giacca che tengono i lavoratori dei campi, la quale in dialetto siciliano chiamasi bunaca.

Unitesi le bonachealla feccia del popolo di Palermo, e specialmente con quelli del quartiere dell'Albergheria, sede della mafia volgare di Palermo, si diedero a percorrere la città con grida spaventevoli, per rincorare i timidi. Saccheggiarono, senza freno alcuno, tutti gli uffici pubblici, il palazzo reale, il palazzo dell'arcivescovo, i tribunali, gli uffici di polizia.

I liberali che avevano accolto con gioia la presenza di tali squadre, per averle in loro aiuto, rimasero scandalizzati da tante devastazioni ed uccisioni che avevano commesso quei forsennati, e non potendo più tenerle in freno con la sola forza morale, dovettero organizzarsi essi stessi, uniti alle maestranze, per porre un argine a tante scelleratezze.

Ciò non pertanto i liberali e gli amanti dell'ordine, non poterono impedire a quei ribaldi, di uccidere l'ex pretore di Palermo, troncargli la testa, conficcarla alla baionetta di un fucile, e trascinare il tronco per le vie della città, al grido: Qui, o signori,c'è il pretore, pagategli la multa alla quale vi ha condannato!

Simili atti di scelleratezza ed abberrazione umana furono commessi in Termini, per incitamento dei capi mafia Rosario e Francesco Bevilacqua e Liborio Caracciolo, detto per antonomasia Forca.

(1) Salomone Marino, La rivoluzione del 1820,pag. 42.

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Lo stesso avvenne in Nicosia, ove le bonachein due ore uccisero trenta persone, ne fucilarono quarantotto e 185 ne chiusero in prigione.

Ugualmente i mafiosi di Palermo si batterono valorosamente a Caltanissetta, con le truppe borboniche collegate con la guardia nazionale. Li vinsero e li fugarono, ma poi, disonorarono la vittoria con ogni sorta di scelleratezze: danno il sacco alle case, coprono le strade di uccisi, abbattono, incendiano, istruggono, sicché in brev'ora l'aria è piena di maledizioni dei parenti degli uccisi, dai lamenti dei feriti, dal fumo degli incendii e dalle imprecazioni dei fuggitivi, iquali corrono spaventati a Villarosa, a Montedoro, a S. Caterina, a Messina, a Catania ed a Siracusa, dove narrano le infamie delle guerriglie palermitane (1).

Altri atti di scelleratezze compi la mafia. Un Salvatore Errante, monaco palermitano, raccolta a Ficarazzi e a Bagheria molta gente, formò una squadra di bonache e parti per Messina. Arrivato però a S. Stefano, arse l'archivio comunale, saccheggiò le case dei privati ed impose, come un generale in terra nemica, una taglia di duemila onze (circa lire venticinquemila). Accorso il generale Palmeri, del partito liberale di Palermo, dovette dare aspra battaglia per distruggere e disperdere quell'orda, della quale rimasero uccisi ben settanta mafiosi, compreso il monaco Errante.

Per conchiudere, la rivoluzione del 1820, la più gloriosa delle rivoluzioni che rammenti Palermo e la Sicilia, fu macchiata infamemente dalle atrocità dei mafiosi stessi, pur avendo dato un valido aiuto alla causa della libertà con il loro coraggio e valore.

(1) Op. cit., pag. 92.

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L'opera delle squadre, composte di bonache, nel 1820, diede inizio a quel triste sistema, che in Sicilia senza l'aiuto della mafia, non si fanno rivoluzioni, e noi pur troppo siamo convinti che l'è proprio cosi (1).

Nella rivoluzione del 1848, un'altra gloria della Sicilia, vediamo le squadre dei mafiosi, comandate dai loro capi, piombare in Palermo, come tanti lupi affamati, battersi coraggiosamente contro le truppe borboniche, e poi trascendere ai soliti atti vituperevoli di vendette efferate e di saccheggi, tanto che ancora e viva in molti palermitani la memoria di scene vandaliche, come il saccheggio del palazzo reale, donde furono portate via sinanco le imposte degli usci, e le lastre di marino delle soglie.

Tentavano financo i facinorosi di saccheggiare il palazzo delle finanze ove stava la sede del Banco di Sicilia, ed ove stavano depositati i pubblici denari.

Il Gemelli (2) intanto, pur elogiando l'opera ed il coraggio delle squadre, non può esimersi dal giudicarle severamente dicendo:

(1) Rammentiamo opportunamente le parole dell'avv. Marinuzzi, (liberale democratico e colto cittadino di Palermo) innanzi il Tribunale militare di guerra di Palermo nel 1894, a proposito del processo politico dei caporioni del partito socialista siciliano:

"In Sicilia non si fanno rivoluzioni senza il concorso della mafia." E' noto che i disordini del 1893 in Sicilia non potevano generare in rivoluzione, perché si sapeva che la mafia non vi partecipava, e qui intendiamo parlare dei caporioni, senza dei quali nulla si organizza. Il socialista Bosco Garibaldi, in una riunione segreta in piazza degli Aragonesi, tentò indurre alcuni capi mafia, ad unirsi con loro. Ma essa aveva capito che il più forte non era il partito dei Fasci dei lavoratori, e rimase perciò fedele al governo.

(1) Gemelli, Storia della siciliana rivoluzione del 1848-49.V. I, pag. 180.

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"In questo giorno (parla del giorno in cui i rivoluzionari sconfissero le truppe a porta Macqueda) fra i popolani un Giuseppe Scordato si segnalava, il quale avea alle prime nuove della sollevazione assalito nel suo natio paese della Bagheria le regie milizie, e con buona mano di armati recavasi poscia, traendo molti prigioni e un piccolo cannone, trionfalmente in Palermo. Cosi anche da Monreale nel medesimo tempo, giungeva un Salvatore Miceli, seguito anch'egli da contadini armati. e da altri prigionieri. Nobile esempio, che grandemente in quei momenti a rafforzare l'intrapresa rivoluzione giovava, e fama ad un tempo onorata porgeva a quei due combattenti, i quali poi, per lor mala ventura, con turpi opere sciaguratamente danneggiarono."

Il Parlamento siciliano del 1848-49, nella sua breve vita, non seppe ordinare un esercito adatto e pronto alla difesa, ma creò un esercito, composto in gran parte da gente buona solamente alle parate (riviste) e dagli elementi turbolenti delle squadre e compagni di arme, mentre tutti costoro, come ben osserva il Calvi (1), dal comitato generale, avrebbero dovuto esser licenziati subito, regalandoli di denaro, e rinviandoli immediatamente alle loro case.

Uno storico testimone oculare, e attore in quella nobile riscossa, in una sua monografia (2) ci assicura che durante quei tumulti si riunirono nella sola città di Palermo 10 mila liberati dalle carceri (3), oltre ai mafiosi costituiti in squadre, i quali poi furono tutti amnistiati dal Principe di Satriano, per non averli ostili al ritorno delle truppe borboniche in Palermo.

(1) Calvi, Memorie storiche e critiche della rivoluzione siciliana del 1848.Londra 1851, v. I, pag. 100.

(2) Salvo di Pietraganzili, Rivoluzioni siciliane del 1848 e 1860. Palermo, Tip. Bondì, 1898, v. II, pag. 59.

(3) A noi sembra molto esagerata questa cifra.

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Tal sistema fu sempre seguito dai Borboni, tanto al 1820 che al 1848.

Soffocate le rivoluzioni, chi pagava le spese, erano sempre i veri liberali, mentre i facinorosi erano perdonati, ed anche ricompensati. Cosi vedemmo Ruggiero Settimo e Mariano Stabile essere esclusi anche dall'amnistia, mentre i capi squadra Scordato e Miceli, essere non solo perdonati, ma nominati capitan d'armi.

Conseguenza di tutto questo fu l'affermazione del potere della mafia, la quale era dai liberali cercata e sfruttata, dai borbonici perdonata e carezzata.

Cosi arriviamo al 1860.

"La tradizione rivoluzionaria di Palermo era questa: contare sul concorso della campagna, cioè poter disporre nelle campagne vicine di persone coraggiose e sicure, le quali potessero raccogliere intorno a sé altri elementi, egualmente coraggiosi e risoluti, raccozzati sopratutto fra quei contadini nomadi, onde son ricche le campagne siciliane (1) contadini e facinorosi, risoluti a formare squadre, a combattere la forza pubblica, a saccheggiare uffici doganali, e, penetrati che fossero in Palermo, far man bassa sulle amministrazioni governative, unendosi alla mafia cittadina. Per loro la rivoluzione voleva dire distruzione di ogni freno politico e legale. Le squadre furono tanta parte dei moti palermitani in ogni tempo, fino ai più recenti, dopo il 1860, ma se ne furono la forza, ne furono anche la debolezza, perché gli elementi torbidi che entrarono a farne parte, non potevano, per le loro pretensioni, essere facilmente tenuti a segno" (1).

(1) Facciamo osservare al sig. De Cesare, che quest'affermazione non e esatta, perché in Sicilia non esistono assolutamente contadini nomadi.

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Prima di accennare alla rivoluzione del 1860, non possiamo trascurare di parlare dell'attentato a Francesco Maniscalco, celebre direttore di polizia sotto i Borboni. I membri del Comitato rivoluzionario avevano pensato di sequestrarlo, per liberarsi da un nemico potente, però il colpo falli. Allora stabilirono di farlo assassinare e ne diedero incarico alla mafia: La mafia che detestava Maniscalco, aveva indispensabili contatti col Comitato, perché, purtroppo, quando si cospira, non si distingue. Si trovò la persona, e fu tal Vito Farina, soprannominato Farinella, giovinastro fra i più temerarii, vigilato dalla polizia pei pessimi precedenti. Costui accettò l'incarico, mercé il compenso di dugento onze, cioè seicento ducati, e per parecchie domeniche stette ad aspettare la sua vittima nei pressi della Cattedrale, dove il direttore andava con la sua famiglia a sentire la messa. E la domenica 27 ottobre 1859, l'aggredì alle spalle, lo ferì di pugnale alle reni, e credendo di averlo finito, si perdette nel cortile di S. Giovanni" (2).

Al 1860 il Comitato rivoluzionario, aveva stabilito che le squadre di Misilmeri, Carini, Cinisi, Torretta e Sferracavallo, condotte da uomini liberali di Palermo, entrassero in città simultaneamente il 4 aprile e sconcertassero con la rapidità delle loro mosse, e colla loro coraggiosa azione le truppe regie. Ma per la formazione di queste squadre fu necessario che si rivolgessero a nuovi e vecchi capi mafia, tra cui rimasero celebri Lupo, Scordato, Licata, Miceli, Costanzo, Giammona e Badalamenti (volgarmente 'a zu Piddu Ranteri), capraro, facinoroso e mafioso, al quale dolevano ancora le piante dei piedi, per le vergate avute dalla polizia borbonica, per costringerlo a confessare certi peccati da lui commessi, tutt'altro che politici.

(1) R. De Cesare, La fine di un regno,v. II, pag. 153.

«

(2) R. De Cesare, op. cit., v. II, pag. 155.

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Il movimento pero fallì, per diversi motivi che qui non è il caso di ripetere.

Intanto nelle campagne le squadre si formarono e s'ingrossarono, con gente d'ogni risma, dal giovane imberbe che offriva la sua vita alla libertà, al vecchio pregiudicato, rivoluzionario di professione, ed al mafioso.

Anche queste accolite erano comandate o da liberali intemerati, o da facinorosi e capi mafia.

Sbarcato a Marsala, Giuseppe Garibaldi, aumentò le sue schiere con le solite squadre di picciotti, che già l'aspettavano sui monti della Sicilia e lo coadiuvarono efficacemente. Anche al 1860 avvenne la solita liberazione dei carcerati, e poi la solita amnistia.

Pero questa volta le squadre furono presto licenziate dal Dittatore, con loro evidente malcontento, perché i suoi membri si videro costretti a ritirarsi da una vita che per essi era un ideale.

Intanto molti di questi rivoluzionari ebbero cariche ed impieghi, ed inquinarono, per la loro ignoranza ed immoralità le pubbliche amministrazioni; mentre molti altri rimasero disillusi, ed avidi di nuovi disordini e saccheggi.

Venne il 1866: la mafia e la feccia della società, spinte dagli elementi sovversivi, repubblicani, borbonici e clericali, sotto pretesto di volere una libertà maggiore, a foggia repubblicana, provocarono una settimana di rivolta civile in Palermo.

Gli stessi elementi che avevano fatte le precedenti rivoluzioni fecero anche questa. Infatti vediamo nuovamente Salvatore Miceli, già rivoluzionario al 1848, capitan d'armi poscia sotto i borboni, mettersi al solito alla testa dei mafiosi di Monreale e delle campagne vicine, e piombare in Palermo al grido:

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viva la Repubblica, e cadere mitragliato sotto le mura della Vicaria, mentre tentava liberare i suoi compagni di delinquenza, che vi stavano rinchiusi.

Sul proposito degli elementi che costituivano le squadre rivoluzionarie, vogliamo riprodurre il seguente aneddoto. Un vecchio mafioso, avanzo delle squadre rivoluzionarie siciliane, pur trovandosi in estrema miseria, conservava sempre un buon fucile. Essendogli stato chiesto perché non vendesse quell'arma, rispose: Mai venderò il mio fucile, perché quello è pane per me; se capita qualche rivoluzione, io potrò guadagnare i miei quattro tari al giorno, come mi accadde nel 1848 e nel 1860. Quest'uomo rammentava sempre i bei tempi nei quali aveva potuto esplicare a suo beneplacito la sua prepotenza, e rubare tutto quello che gli era capitato sotto le mani. L'ideale suo era quello; la ribellione ed il delitto. La rivolta politica, per questa gente è semplicemente un pretesto, perché non fa altro che dare forma e parvenza politica ai suoi atti delittuosi.

Cosi abbiamo visto che i mafiosi cogliendo l'opportunità delle nuove aspirazioni politiche della Sicilia per la libertà e l'unità nazionale se ne servirono come mezzo, per conseguire nello stesso tempo i loro ideali.

Cosi vediamo i mafiosi ai 1820 col nastro giallo in petto e con la coccarda carbonara rossa, nera e turchina gridare; viva la Sicilia, viva la costituzione, viva Palermo e S. Rosalia; e combattere strenuamente, sia per cacciare le truppe borboniche, sia per tentare di respingerle, quando ritornarono guidate dal generale Pepe.

Al 1848, i mafiosi insorsero col nastro tricolore in petto, ed al grido: viva la Sicilia, viva l'Italia, viva Pio Nono; anche questa volta essi combatterono per un sacro ideale.

Al 1860, con la bandiera nazionale, si unirono alle schiere di Garibaldi, al grido: viva l'Italia, viva Vittorio Emanuele.

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In fine al 1866, con bandiera e berretto rossi, insorsero al grido di Viva la Repubblica, poi viva la Sicilia (

cioè il borbonismo), poi viva la Religione {il clericalismo), poi viva S. Rosalia (cioè il malandrinismo). Queste grida come ci danno precisamente i quattro fattori dell'insurrezione, cosi ci danno pure l'espressione sincera della fede politica degli elementi; che combatterono per questa rivolta.

Noi siamo sicuri che se domani si dovesse fare una rivoluzione per il socialismo o per l'assolutismo, la mafia, senza perdere le sue tradizioni scenderebbe in campo compatta, perché la rivoluzione, mentre apparentemente per essa ha un fine politico, in sostanza non è altro che un pretesto.

Uno storico di quel periodo ci assicura che nella rivoluzione del 1866 non si deplorarono atti di feroce vendetta contro gli agenti della forza pubblica.

In generale fu cosi, ma pur troppo non mancarono casi tristi, ad opera non dei repubblicani sinceri, questo ad onor del vero, ma per parte sempre dei mafiosi. Difatti dobbiamo rammentare la fine infelice del delegato di P. S. Rampolla, il quale, recatosi nei primordi della rivoluzione in Monreale alla testa di una compagnia di granatieri, ebbe il coraggio di arringare la folla dei tumultuosi nella pubblica piazza, e tentare d'indurre quegli animi eccitati alla pace. Ebbene quei mafiosi prima ascoltarono le parole del funzionario, poi con una scarica di fucilate, li stesso, uccisero il coraggioso funzionario, vittima del proprio dovere. Quei misfatto segno il principio della strage dei malcapitati militari, che in mezzo a quelle viuzze, si videro assaliti e scannati. Pochi uomini, laceri ed insanguinati poterono scampare all'eccidio, e portarne la nuova in Palermo.

In Boccadifalco i carabinieri furono vigliaccamente scannati, ed i cadaveri fatti a pezzi, appesi alle banconate dei macellai, come carne da vendersi a vile prezzo.

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La caserma di quegli sventurati è ancora li, come fu lasciata dopo l'eccidio, qual triste e muto testimonio, col tetto aperto e gli usci sfondati, in memoria di tanta nequizia.

In Misilmeri, dopo che si erano arresi, deponendo le anni, vennero trucidati ben 27 fra carabinieri e soldati, i quali poi furono squartati, fra un allegro baccanale, a cui presero parte anche le donne ed i fanciulli.

Da ogni rivoluzione la mafia ne è uscita sempre più forte, perché i caporioni di essa sono entrati in relazione con i promotori del movimento politico, motivo per il quale si sono stabilite relazioni, vincoli ed obblighi verso tali facinorosi, che per amore o per forza sono stati subiti, e talora anche ricercati.

La mafia a sua volta ha compreso che essa è una forza, uno strumento necessario, e perciò si è imposta, ed ha avanzato pretese sempre più crescenti.

É per questo pure, che di essa hanno tutti soggezione, dal contadino al ricco signore, dall'agente di polizia al più alto funzionario dello Stato. Per questo motivo nacque e si costituì questa gran forza morale della mafia, innanzi alla quale tutto cede e tutto rimane inquinato, per sua opera.

CAPITOLO XII.

Perché persiste la mafia.

La mafia sotto i Borboni. - La mafia sotto il governo nazionale. - Cause storiche e giuridiche che la consolidarono. -I partiti politici e la mafia. - Le ingerenze nella magistratura e nella polizia. - Contegno del governo verso la mafia. - Le clientele. - I primi funzionari del governo italiano - Lo sfruttamento economico della Sicilia. - Conseguenze delle nuove leggi penali. - Le riforme penali e la severa giustizia possono combattere la mafia.

Nel principio del nostro lavoro abbiamo largamente svolto quali cause abbiano originata la mafia: cioè il fattore antropologico e quello storico, e che una delle cause più importanti, che costituirono quest'ultimo fattore fu il mal governo dei Borboni, manifestatosi in special modo per la cattiva amministrazione della giustizia.

La mafia fu allora, come bene osserva l'illustre prof. Colajanni, il solo mezzo che restasse ai deboli, ai poveri ed ai contadini, per farsi rispettare, per avere quella giustizia che non era possibile ottenere in via regolare (1).

Dopo il 1860, al nuovo governo incombeva l'obbligo di sostituire al regno della mafia il regno della giustizia.

Il popolo, acclamando il generale Garibaldi, salutava in lui il redentore della Sicilia, colui che doveva dargli libertà e giustizia, giustizia sopratutto.

Ma non ostante le nuove guarentigie liberali, e le riforme apportate all'amministrazione della giustizia, fate con l'intento di raggiungere i nuovi ideali, ai quali aspiravano popolo e governo, pure per errori insiti nell'essenza stessa delle riforme,

(1) N. Colajanni, Im Reiche der Mafia.Die Zeit, N. 275, 277, 279. Gennaro-Febbraro 1900. Vienna.


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e per il terreno ancora incolto, nel quale si vollero fare germogliare le nuove leggi, non si raggiunse lo scopo. Difatti la mafia che doveva ricevere un nero colpo dal nuovo stato di cose, invece si andò sempre più rafforzando, sino a raggiungere quella potenza, che tutti ormai le riconoscono, e che tanto detrimento ha recato al regolare sviluppo della civiltà in Sicilia.

Come spiegare un tale fenomeno, sotto un governo che di tante garanzie ha circondata la libertà dei cittadini, che abolì privilegi, distinzioni di caste, tribunali straordinari, che tanto ha fatto perché la giustizia sia eguale per tutti quali cause dobbiamo attribuirvi?

Secondo il nostro modesto parere le cause sono due: la prima d'ordine storico, la seconda d'ordine giuridico.

Come abbiamo visto nel precedente capitolo, le rivoluzioni per l'indipendenza della Sicilia furono validamente sussidiate dalla mafia. Il nuovo governo aveva obblighi verso di essa, né poteva negare i favori che venivan chiesti sotto tutti i pretesti e con tutti i modi. Il governo non poteva da un lato negar nulla, perché si trovava, diremo quasi, compromesso, mentre cercava il modo come compiere pacificamente la sua missione di risanamento morale, politico ed amministrativo.

Ma sbagliò strada, perché volle con dolcezza svellere la mala erba dalle sue radici, ed invece ne agevolò la vegetazione. Si assistette ad, uno spettacolo unico forse nella nostra storia: da ogni parte ricompense furono chieste dai pseudo patrioti, che sbucarono da tutti i lati, non che da patrioti, che spesso erano più avanzo dalle patrie galereche dalle patrie battaglie.

Perciò fu una pioggia benefica di impieghi, cariche, dignità, sussidi, onorificenze, che si riversò su tutti ed anche sulla mafia, la quale ottenne in questa maniera, ci si permetta l'espressione, il suo riconoscimento ufficiale.

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In quei tempi di transazione e di entusiasmo nessuno vi pose attenzione, anzi tutti s'inchinarono ai nuovi meriti della patria veri o falsi.

"Ci vuole poca intelligenza, dice il Colaianni (1), ad indovinare che questi inizi del governo italiano dovevano condurre a risultati disastrosi. Infatti resero odiosi o antipatici alle popolazioni i Settentrionali in generale e resero più che mai forte il regno della Mafia: della mafia ch'era uscita rinvigorita dai moti del 1860, come dissi, per l'aureola di patriottismo e di liberalismo acquistatosi battendosi valorosamente sotto gli ordini di Garibaldi."

"I risultati politici collettivi non tardarono a vedersi: si riassumono nella insurrezione anonima di Palermo in Settembre 1866, nella quale caddero più cittadini che non nelle precedenti insurrezioni contro i borboni; insurrezione provocata da un questore imprudente e nella quale ebbe parte principalissima la

Mafia, che nell'animo delle masse guadagnò anziché perdere, colle persecuzioni cui fu fatta segno e trovò nuovo alimento nel generale disgusto che suscitava il governo italiano" (2).

Ciò non pertanto dobbiamo confessare che non è nostra intenzione di denigrare in alcun modo l'onore e la dignità di un partito, che per tutti i riguardi si rese benemerito della patria, ne venir meno a quella stima che è dovuta a quegli uomini che nobilmente disinteressatamente alla causa dell'unità offrirono vita e sostanze.

(1) N. Colajanni, Nel regno della mafia.Roma, 1960, p. 65.

Facciamo notare che non sempre possiamo essere d'accordo col prof. Colajanni e specie negli apprezzamenti: cosi non comprendiamo per esempio, come e perché il governo di casa Savoia possa aver contribuito al persistere della mafia. Qui non è il caso di fare una discussione sul proposito, specialmente perché non ne abbiamo, né la volontà, né la competenza, solamente affermiamo che qualsiasi governo rappresentativo sarebbe caduto negli stessi errori del nostro.

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La seconda causa, quella di ordine giuridico, dobbiamo trovarla nella forma stessa del governo. Noi non siamo tanto pessimisti da dichiarare, come tanti fanno oggi, la bancarotta dei governi costituzionali, né tanto ottimisti da ritenere che essi siano la forma ideale di governo perfetto, scevro di vizi. Vizi ce ne sono, forse non pochi, e tra questi ve ne ha uno, quello appunto che può spiegarci perché la mafia persista, perché sia salita a tanta potenza, e perché riesca difficile combatterla.

Tutti i governi democratici basati sui diritto di rappresentanza sono emanazione di partito, e dove sta il partito non sempre sta la giustizia. Questo fatto si manifesta specialmente in quei popoli che non posseggono quell'educazione politica necessaria, perché i partiti possano funzionare come forza temperante del potere delle maggioranze. Il difetto non sta dunque nell'istituzione, perché idealmente i partiti dovrebbero essere fonte di giustizia, per il fatto che in essi appunto si concreta la vita politica di un popolo civile; il difetto invece è degli uomini che della istituzione non si sanno servire. Se finora i partiti politici hanno dato cattivi risultati, la colpa è dei cittadini, che ancora non posseggono un'educazione politica adeguata, sufficiente.

É per questa ragione che in Italia, ed in Sicilia specialmente, i partiti hanno dato cattivi frutti, portando il discredito ad un'istituzione ch'è base di un governo democratico rappresentativo.

"Esso, come ogni umana cosa, ha pregi e difetti che gli sono inerenti, e per l'indole sua stessa inevitabili, quand'anche il partito che governa si tenga strettamente nella cerchia dell'azione politica.

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Ma ogni partito tende naturalmente ad uscirne e ad esercitare una ingerenza indebita nella giustizia e nell'amministrazione, e ciò al fine di conservare e di estendere la sua propria potenza. Gli effetti che da questa indebita ingerenza derivano, sono gravissimi, e producono perturbazione e iattura ai diritti, e agli interessi dei cittadini che le istituzioni libere sarebbero invece destinate a tutelare. Avvegnaché ogni costituzione ed ogni buon governo debba avere per iscopo di rendere la giustizia uguale a tutti; e di amministrare nel solo intento del pubblico bene: e questo è quel che più sta a cuore del popolo, il quale sente che da ciò dipende l'ordine, la sicurezza e la prosperità. Ma quando per gli influssi del partito che governa avviene il contrario,se il male giunge ad un certo grado, si può dire chela forma spegne la sostanza, e per usare una locuzione moderna, vien meno il contenuto delle istituzioni" (1).

Queste sono precisamente le cause per le quali si è avuta l'indebita ingerenza della politica nell'amministrazione della giustizia, ed i magistrali, come tutti gli altri funzionari dello Stato si son fatti il loro santo tutelare, al quale son divenuti devoti. Ne è seguito che alla giustizia si è soppiantato lo spirito di parte, che dobbiamo considerare come il tarlo roditore di qualunque istituzione. Infatti non vi e libertà e giustizia, quando il magistrato ed il funzionario nell'adempimento del proprio dovere, non hanno più come guida la legge, ma lo spirito personale o di parte.

(1) Marco Minghetti, I partili politici e la ingerenza loro nella giustizia e nell'amministrazione.Bologna, Nicolò Zanichelli, 1881, pag. 2.

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"E la storia c'insegna che quanto più i ministri e le assemblee sono inetti o cattivi, tanto si sforzano a trovare nel verdetto del giudice un'apparenza di ragione, e ad accomodare i tribunali alle voglie loro" (1).

Per conseguenza oltre la magistratura, è stata influenzata anche la polizia, come è avvenuto in tutti i paesi retti colla stessa forma di governo del nostro. Lo Gneist (2) sostiene in fatti che in casi si mili, si è avuto l'abuso metodico delle forze governative, e specialmente della polizia, nell'interesse della maggioranza, la quale, onde molestare in tutti i modi gli avversari politici, è ricorsa all'abuso metodico di far partecipare i suoi impiegati ai conflitti fra cittadini e cittadini.

É a questa indebita ingerenza del potere esecutivo sulle autorità giudiziarie e di polizia che dobbiamo il persistere e il consolidarsi della mafia, e i fatti son pronti a dimostrarlo.

Cominciamo dalle prime elezioni politiche che si fece in Sicilia nel 1861. Il governo di Torino temeva dell'Italia meridionale per il partito di opposizione. Molto poteva, e molta influenza esercitava nell'animo degli elettori. Perciò diedesi con tutte le maniere a far prevalere i suoi candidati, affinché, almeno in gran parte, i deputati al Parlamento riuscissero amici del governo, e propagatori della sua politica.

Dal lato suo il partito democratico si adoperò con tutti i mezzi di cui poteva disporre, compresa la compra dei voti, per vincere il partito governativo. Uno storico di quel periodo,

(1) Minghetti, Op. citata, pag. 143.

(2) Rüdolph Gxeist, Verwaltung, Justiz.Kechstweg etc. Berlín. 18(59. vol. I, pag. 201.

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il La Cecilia (1) cosi scrisse su questo argomento: "Noi ora non descriveremo le arti usate presso gli elettori onde indurli a dare il loro voto in un senso piuttosto che in un altro; ci limitiamo a notare che si commisero delle improntitudini da una parte e dell'altra, e che quelle prime elezioni furono più l'effetto dei raggiri dei partiti che della spontanea volontà degli elettori."

Quello che si è detto per le prime elezioni, si può ripetere per tutte le altre che si sono seguite da quelFanno sino ad oggi, e possiamo affermare che le indebite ingerenze, le pressioni e le violenze sono sempre aumentate, ad istigazione dei candidati di tutti i partiti. In queste occasioni le corruzioni sono state enormi: basterà ricordare che si son prosciolti condizionatamente condannati, si sono graziate pene, si son fatti traslocare funzionari e magistrati non pieghevoli, ed i grandi e piccoli elettori con la loro opera, nel nome di questo o di quel candidato hanno corrotto doveri e coscienze.

La Sicilia che sino al 1860 era stata governata con l'arbitrio ed il dispotismo, aveva bisogno di un governo liberale, ma rigoroso, inffessibile nei suoi doveri e nei suoi atti, tutelatore estremo della giustizia, per mantenere assoluto l'imperio della legge, e per dimostrare a tutti, onesti e birbanti, facinorosi e mafiosi, che la legge si osservava e si faceva osservare, e che era veramente uguale per tutti. In questa sola maniera sarebbe stato possibile soffocare la mafia.

Invece, per nostra mala ventura, la Sicilia ha veduto le autorità tenere spesse volte condotta debole e cedevole a tutte le influenze e pressioni che venissero dall'alto, ha visto il governo scendere a transazione con i tristi ed i mafiosi, per servirsi di essi a scopo elettorale.

(1) Giovanni La Cecilia, Storia dell'insurrezione siciliana e dei successivi avvenimenti.Milano. F. Sanvito 1861, V. II, pag. 524.

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Quando questi alla loro volta compresero che costituivano una forza poderosa, da tutti richiesta, s'imposero per ottenere tutto quello che vollero. In tal modo quanto più s'indeboliva il potere delle autorità, e scadeva il loro prestigio, tanto più diventava potente e baldanzosa la mafia.

Qual meraviglia dunque se essa oggi spadroneggi su tutti, s'é riuscita ad inquinare la pubblica amministrazione e la giustizia, nella stessa maniera come inquinò la coscienza dei siciliani! Qual meraviglia dunque se essa oggi possa permettersi di violare i diritti degli onesti e le leggi!

La clientela, conseguenza necessaria dei partiti politici, è la causa suprema per la quale la mafia trovasi potente, onde occorre distruggere la clientela per abbattere la mafia.

Il Turiello molti anni addietro, in un suo bellissimo libro (1) osservò precisamente questo fenomeno sociale con le seguenti parole:

"La clientela, naturale transizione degl'infimi legami della camorra e della mafia a quelli nobilissimi del partito politico, è la forma spontanea, nella quale riapparisce il periodo feudale (per quei che non è esaurito delle condizioni e necessità sue) nelle convivenze italiane più disciolte. Dove la legge sola troncò i rami della feudalità e del governo assoluto, e dove si riforma molto lentamente il costume, quivi, come il Franchetti nota della Sicilia, rimane un grande intervallo di anarchia tra l'azione limitata dello Stato e quella prepotente degli individui: quei campo che dovrebbe assere occupato da organismi cordiali, dalla disciplina del costume e degli interessi.

(1) Turiello, Governo e governati in Italia.Bologna, N. Zanichelli 1889, V. I, pag, 202.

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E quivi però comuni, province e Collegi elettorali si conquistano e si perdono troppo spesso per virtù d'associazioni d'interessi e violenze, che son segno della subordinazione brutale di molti a' pochi, de' clienti a' patroni."

La mafia, come abbiamo già detto, comprese il nuovo stato di cose che si era formato intorno ad essa dopo il 1860, si adattò al nuovo ambiente, e delle conquistate libertà politiche si avvalse per i suoi fini e nel suo interesse; è perciò che la mafia oltre all'esercitare il malandrinaggio, si camuffò in partito politico e venne a transazioni, vergognose per coloro che la cercarono.

Altro motivo della persistenza della mafia dobbiamo ricercarlo nei funzionari del Governo. Sotto le dominazioni, la Sicilia era abituata a veder sempre, che cessato il periodo della guerra per la conquista, venivano per governarla ed amministrarla, ufficiali, funzionari e magistrati stranieri, che parlavano altra lingua, che nulla comprendevano dal nostro dialetto, che consideravano i siciliani come gente di conquista, e le loro proprietà come oggetto di espoliazione, che non avevano altro ideale se non quello di stare in Sicilia il meno possibile, ma di guadagnare viceversa, servendosi di tutte le male arti, quanto più potevano. In tal modo si rendevano invisi ed odiati dai siciliani, e giudicati come gente buona soltanto a vessare e ad arricchirsi disonestamente.

Dal governo italiano furono mandati nel mezzogiorno d'Italia, e in Sicilia specialmente, impiegati, funzionari, insegnanti improvvisati, creati non si sa come, per lo più piemontesi, quaggiù considerati quasi come forestieri. Viceversa costoro, pur non avendo nessuna buona qualità, per adempiere al loro mandato, venivano con la presunzione di essere educatori, civilizzatori e restauratori della moralità pubblica, mentre spesso non erano che immorali ed ignoranti.

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"Coloro che dovevano essere i restauratori della legge, i promulgatori di libertà, gli educatori nell'alto senso della parola cominciarono coll'alienarsi la simpatia e la fiducia, basi alla necessaria cooperazione delle popolazioni col governo perché si facesse opera proficua, delle masse che si videro trattate con disprezzo come appartenenti a razza inferiore e conquistata" (1).

Questi fatti cagionarono la disillusione, perché lasciarono la convinzione nel popolo che la Sicilia non era stata considerata come una provincia che si era annessa volontariamente alio stato italiano, ma come terra di conquista, e perciò si riguardarono i nuovi funzionari alti e bassi, alla stessa stregua dei precedenti dominatori.

Anche dal lato della pubblica amministrazione si avvalorò sempre il pregiudizio nel popolo, che la Sicilia era ritenuta terra di conquista, e perciò vessata da tasse pesanti, allo scopo di soddisfare le voglie ed i bisogni del Re.

Qui il popolo aveva pagato sempre donativi al monarca conquistatore, e si formò il pregiudizio che dura ancora, che le tasse servono per uso e consumo del Re il quale, al par degli antichi monarchi, ne sfrutta le sue forze economiche.

D'altro canto, fra la gente pensante, si è formata la convinzione che per la Sicilia, l'unità amministrativa è stata economicamente dannosa, perché le tasse pagate dai siciliani non servono solamente pei bisogni dell'isola. Perciò da molti si è desiderata l'autonoma amministrativa, perché ritenuta più vantaggiosa agl'interessi dell'isola.

(1) N. Colajanni, Nel regno della mafia, pag. 52.

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Forse costoro non hanno tutti i torti, perché pur troppo è vero che buona parte del denaro pagato dai siciliani serve per arricchire e migliorare altre regioni ed altre città, mentre in Sicilia molti bisogni sono ancora trascurati.

Da tutto questo si desume che essendo perdurate le cause storiche, che in parte produssero la mafia, cosi questa ha persistito non solo, ma si è rinvigorita mercé la partecipazione alla vita pubblica, tanto apprezzata dai soliti capi dei partiti politici, i quali mai si sono curati di servirsi di mezzi legali e morali nelle loro lotte, spesso sterili di principio politico vero, ma sature invece di ambizioni personali.

Altra cura dei nuovi governanti per combattere la mafia, e specialmente le sue manifestazioni criminose, doveva essere la terapia del delitto, che in Sicilia ha molta importanza come i recenti studi di sociologa criminale ci hanno fatto conoscere, e come le statistiche criminali nella semplicità delle loro cifre ci hanno dimostrato.

Se questo problema s'imponeva per tutto il regno, s'imponeva maggiormente per la Sicilia, onde meglio combattere la mafia.

Se noi ammettiamo che lo svolgimento delle manifestazioni criminose in un dato paese sia l'effetto delle condizioni antropologiche degli individui componenti la società di una data regione, dobbiamo anche ammettere che le leggi debbano essere tali da operare una repressione proporzionata alla gravità e alla forma caratteristica della delinquenza.

Per raggiungere in Sicilia questo intendimento, anzi questo dovere, erano necessarie oltre ad una giustizia punitiva rigorosa ed imparziale, delle leggi e delle pene severe.

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E come ben scrisse il Marro (1) "l'ideale di una buona legislazione quello deve essere di mirare alla tutela efficace del benessere pubblico e privato,limitando il meno possibile la libertà di azione di ogni singolo cittadino, ed escludendo da penalità ogni atto che non implichi necessariamente un danno contro la società stessa."

Qui dunque a causa della elevata criminalità, occorreva una legge penale rigorosa. Invece prevalsero idee affatto opposte, il nostro codice penale fu basato sull'indulgenza, nel significato più assoluto della parola in omaggio a falsi principi di libertà e ad erronee teoriche di diritto penale.

Lo stesso Villari (2) non sociologo e molto meno criminalista, sul proposito dice: "Mentre pretendiamo di scimiottare i paesi invecchiati nella libertà non pensiamo nemmeno, che una delle principali garanzie dei loro ordinamenti è la ferrea e spietata applicazione delle leggi, specialmente penali. L'unico mezzo d'impedire che un governo di forme elettive e popolari, si trasformi in una specie di brigantaggio, è di mantenere sempre vivo il lavoro di epurazione della società stessa, per mezzo delle leggi penali."

Si cominciò coll'abolire prima di fatto, e poi di dritto, la pena di morte, la quale che che se ne dica dai partigiani dell'abolizione, è indiscutibilmente la pena più efficace ad operare quella selezione, che in Sicilia è una necessità.

Non vogliamo fare una discussione sulla opportunità della ripristinazione della pena di morte, perché qui non sarebbe il luogo.

(1) Antonio Marro, I caratteri dei delinquenti.Torino, Fratelli Bocca editori 1887, pag. 450.

(2) Pasquale Villari, Lettere meridionali.Torino, Fratelli Bocca, 1885, pag. 348.

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Pur essendo partigiani della pena di morte, di essa non vorremmo che si facesse abuso, anzi sarebbe necessaria molta prudenza, trattandosi di una pena cui non si può riparare nel caso che si dovesse verificare un errore giudiziario; e solo ci limitiamo a ripetere quello che ne scrisse il Prof. E. Ferri (1):

"Secondo me, la pena di morte è scritta dalla natura in ogni angolo dell'universo ed in ogni momento della vita mondiale. Essa poi non mi sembra repugnare in modo assoluto al diritto, perché quando la morte altrui sia assoluta mente necessaria essa è perfettamente giusta come nel caso di legittima difesa, sia individuale, sia sociale; e cosi appunto sostiene il Carrara insieme tra gli altri a Beccaria e Romagnosi. Non solo: ma la legge universale di evoluzione ci mostra che il progresso di ogni specie vivente si deve ad una continua selezione operata colla morte dei meno atti alla lotta per la esistenza, selezione, che nell'umanità e del resto embrionalmente, anche fra gli animali, come si fa naturalmente si può anche fare, in omaggio alle leggi della vita, artificialmente."

Del resto come ogni paese ha le sue consuetudini, ed i suoi vizi sociali, cosi dovrebbe avere pure le sue leggi, adattate all'ambiente in cui debbono applicarsi, come sostenne il Venturi al primo congresso di antropologa criminale (2):

"La peine de mort peut être étudiée aux points de vue juridique et biologique, sans toucher le moins du monde au cote pratique de la question. Ce dernier point doit être laissé au législateur, qui le résout chauque fois en conformité des tendances et des sentiments du pays qu'il est appelé à régir...»

(1) E. Ferri, Sociologa criminale,pag. 723.

(2) Actes du premier congrès international d'Anthropologie criminelle. Roma 1885, pag. 340.

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Ebbene, i nostri legislatori, malgrado il primato dell'Italia (l'unico primato del resto, per nostra maggiore gloria) nella criminalità dell'Europa, per i primi abolirono la pena di morte, la quale, oltre ad essere mezzo di selezione sociale (1) perché ne elimina gli elementi cattivi, è indubbiamente un forte reagente morale su tutti gli organismi sociali, non che sopra i delinquenti nati, perché è un fatto accertato che anche i pazzi, per non citare i bambini e gli animali domestici, obbediscono all'intimidazione delle percosse.

Ora, in Sicilia specialmente, non dovevasi togliere la pena di morte, perché qui, dove abbonda tanto la delinquenza, era necessaria mantenerla, ed essere rigorosi nell'applicazione delle leggi penali, precisamente per sradicare le cattive piante e le male erbe. Si fece invece come quei giardiniere che volendo togliere l'erbe selvatiche e nocevoli, che avevano invaso il suo giardino, anziché armarsi di una formidabile falce, si servì solo delle mani: queste ben presto furono rovinate dalle spine, e le sue braccia rimasero sfinite ed impotenti innanzi all'opera della natura.

(1) In Palermo è uso ripetere la frase: U riuzzu a Porta Nova e 'a furca a Porta Filici(Il piccolo re a Porta Nuova e la forca a Porta Felice). Essa da un lato ci esprime chiaramente quali sono le aspirazioni politiche del nostro popolo, dall'altro c' indica quali sono i suoi principi in fatto di giustizia punitiva.

L'attuale legislazione alla pena di morte ha sostituito l'ergastolo: anche in questo modo si raggiunge lo scopo della selezione, ma non crediamo né preferibile, né meno crudele condannare un uomo a morire lentamente di tisi in una cella, dalla quale, nel caso più fortunato non può uscirne che cretino. Se il legislatore un giorno dovesse consultare attentamente la statistica, si convincerebbe che questa pena altro non è che una barbarie della moderna civiltà, la quale seppellisce vivo il condannato, invece di relegarlo in una colonia penale, e destinarlo ad una vita di lavoro. Siamo sicuri del resto che le cose ancora dureranno cosi per molti anni, perché il nostro misoneísmo impedisce ai legislatori di fare le opportune riforme.

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Essendo tutte le manifestazioni delittuose della mafia derivate da un male sociale, di natura endemica, cosi siamo perfettamente dello stesso parere del Garofalo (1), il quale ritiene che in tali casi le pene gravi ed ineluttabili possono avere una influenza benefica, anche perché esse mostrano che un fatto realmente criminoso, ma non abbastanza biasimato nello ambiente immediato del reo, non è tollerato dalla legge.

In Sicilia, sia per le ingerenze e le pressioni della mafia, sia per mancanza di energia da parte dei magistrati, sia per la noncuranza e la debolezza del governo, le pene, per se stesse miti, sono state applicate con una mitezza esagerata, e come disse il Cosenza (2) nel suo pregiatissimo discorso letto quest'anno all'assemblea generale della Corte di Appello: Onde io non pensò né oso dire, che debbasi a mo' d'esempio ascrivere unicamente e semplicemente al diminuito rigore delle pene, l'aumento della criminalità odierna; ma tra i molteplici fattori che concorsero all'attuale stato di cose, lasciatemi pur dire, che non può né deve escludersi quella mancanza di energia che ci fa spiegare una repressione fiacca ed insufficiente, in quei casi appunto, nei quali occorrerebbe una maggiore severità ed un esemplare rigore.

Riguardo alla severità delle pene, non esitiamo a far notare che non si possono pretendere le pene mediovali. Non si vuole sicuramente l'antico tribunale, ove i processi s'istruivano torturando il corpo e lo spirito dei poveri inquisiti, per costringerli a confessare delitti che forse non avevano commesso; né si possono pretendere tanto rigorose,

(1) Garofalo, Criminalogia, pag. 216..

(2) Vincenzo Cosenza, L'amministrazione della giustizia nel distretto di Palermo nel 1899, pag. 55.

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da rappresentare, non la giusta difesa e reazione della società, ma lo sfogo di barbare tendenze, forse più orrende dei delitti stessi commessi, perché altrimenti avremmo eccesso di reazione, e come la storia c' insegna, le reazioni non solo sono immorali, ma spesso raggiungono uno scopo contrario.

Se questo principio sta bene in tesi generale, sta meglio per il nostro argomento, perché non dobbiamo dimenticare che una delle cause che generò la mafia fu precisamente la reazione a base di prepotenze e di rigorismi, che i diversi dominatori vollero usare verso i siciliani, perciò la reazione bisogna evitarla assolutamente, perché in tal caso il rimedio sarebbe peggiore del male.

In Sicilia fra le riforme che si reclamano di urgenza, per combattere la mafia, vi è quella dei provvedimenti penali, perché siano più severi. É bene tenere in niente che la mafia non può combattersi con un solo provvedimento, ma ci vuole una serie di leggi ed ordinamenti penali ed amministrativi, applicati serenamente e rigorosamente, per un lungo periodo di tempo, perché come dice lo Spencer (1): "Quando esiste nella media delle unità sociali un difetto di natura, non v'è trattamento possibile che impedisca a quel difetto di produrre i suoi cattivi risultati equivalenti. É possibile cambiare il luogo dove si manifestano 14 questi risultati e loro forma, ma non è possibile disfarsene assolutamente."

(1) Herbert Spencer, Introduzione allo studio della sociologia, Milano, fratelli Dumolard, 1887, pag. 29.


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Questo pensiero collima perfettamente col nostro argomento, perché essendo uno dei fattori della mafia il carattere antropologico della razza sicula, è certo che né leggi, né date condizioni sociali possono d'un tratto cambiare la natura di queste unità sociali, affette da tale vizio organico, prodotto da stratificazioni succedutesi attraverso i lunghi secoli della storia umana. Una buona legislazione potrà lentamente modificare e moralizzare qualsiasi ambiente e la sua opera può anche avere influenza sui vizi ereditari, e per conseguenza anche sull'ambiente sociale siciliano.

Noi abbiamo fede che con l'applicazione continua e rigorosa di un razionale sistema amministrativo, e ristabilendo l'imperio della giustizia, come oggi fortunatamente si accenna di fare; se non si riuscirà a distruggere la mafia, si potrà paralizzarla e renderla innocua per quanto sarà possibile. La mafia dobbiamo considerarla come la mala erba che, lasciata a sé stessa, invade e distrugge un campo; nel nostro caso il campo da preservare è la Sicilia, la mala erba da combattere è la

mafia.

INDICE.

PREFAZIONE.........................................................................pag. V

CAPITOLO I. -

La Sicilia attraverso la storia.

La Sicilia sotto i domini greco, cartaginese, romano e bizantino.- La dominazione saracena. - La conquista normanna. - II dominio svevo. - La conquista angioina. - La dominazione aragonese.-La Sicilia sotto il dominio spagnuolo.-La Sicilia sotto la monarchia Sabauda. - La conquista austriaca. - La monarchia borbonica in Sicilia............................................................................................pag. 1

CAPITOLO II. -

Amministrazione della giustizia in Sicilia attraverso le diverse dominazioni.

Concetto della dominazione greca. - Effetti della conquista cartaginese. - L'amministrazione dei Romani e dei Bizantini. - La giustizia sotto i Saraceni e i Normanni. - Modo di governare degli Angioini.-La giustizia e le signorie sotto gli Aragonesi.

L'amministrazione e la giustizia sotto la monarchia spagnuola, e la casa d'Austria.-La giustizia e 1'amministrazione durante la dinasta borbonica...................................................................................pag. 12

CAPITOLO III. -

Formazione del carattere del siciliano.

Concetto della giustizia e del governo nel siciliano. - Disprezzo alla legge. - L'omertà................................................................pag. 25

CAPITOLO IV. -

Cause che fecero degenerare l'omertà in mafia.

Trasformazione dei carattere per conseguenza dei diversi popoli conquistatori. - Carattere proprio del Siciliano. - Conseguenza della fusione dei caratteri acquisiti per eredità con quelli naturali. -Formazione della mafia. - Origine della parola mafia. - I Mafiusi della Vicaria. - Definizione della mafia secondo i diversi autori. - I fattori della mafia......................................................................pag. 35

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CAPITOLO V. -

La mafia di Palermo e sue gradazioni.

Palermo è il centro più importante della mafia. - I ricottarie le loro gesta. - I mafiosi di Palermo. - Quello che fanno i capimafia e quello che fanno i gregari.....................................................................................pag. 48

CAPITOLO VI. -

La mafia nella Conca d

'

oro.

Causa che determinò l'incremento della mafia. - La guardianeria. - I compari o significato del comparatico. - Come e perché è nominato il capo-mafia.-Do veri dei mafiosi.-Doveri dei capimafia. - Appalto della guardianeria per opera dei capi-mafia. - Le coschedella mafia. - La lettera di scrocco. - La mafia e le elezioni. -I diritti dei gregari della mafia. - Come avviene la soppressione degli individui. - Sentimento della vendetta. - Atti di vendetta contro i testimoni. - I guardiani. - Quali ta di un buonguardiano. - I guardiani debbono essere mafiosi.- I furti nei giardini. - La gabella dei giardini. - Imposizioni per i gabelloti. - Minacce. - Danneggiamenti. - Le rapine. - La libertà provvisoria. - Come si ottiene l'assoluzione. - II mandato di assassinio. - Perché i mafiosi s impongono. - La mafia agisce sempre nella sua orbita...pag. 56

CAPITOLO VII -

Il gergo della Vicaria di Palermo.

Il gergo secondo Cesare Lombroso ed Alfredo Niceforo. - U baccagghiucioè il gergo della Vicaria di Palermo.-Esame del baccagghiu. - L'alfabeto convenzionale................................................................pag. 81

CAPITOLO VIII. -

La mafia nelle province.

Chi sono i capi-mafia e perché lo fanno. - Come si esplica la loro azione. - II brigantaggio è affiliato alla mafia. - La masseria. Odio di classe. - La gabella delle proprietà. - II gabelloto.- Campieri e soprastanti.-II contadino siciliano fra la mafia. - Ricompensa del campiere.-L'abigeato: come si commette, come se ne allontanano le tracce, come si utilizza. - L' opera della polizia.-Le fiere.-I briganti nelle masserie.-Ricettazione forzosa e dolosa. - I campieri sono manutengoli dei briganti e dei latitanti.-I sequestri di persona. - II sequestro del canonico Compagno.-II sequestro di Catalfamo.-Osservazioni sui sequestri di persona. - I contadini siciliani non sono mafiosi. - Quali diventano mafiosi. -

197

Perché la mafia non si estende nelle province orientali della Sicilia. - Con quali criteri si tracciò il nostro cartogramma sulla espansione della mafia in Sicilia...................................................................................pag. 88

CAPITOLO IX. -

Le associazioni a delinquere della mafia.

Le settedella mafia. - Perché non si è mai praticamente combattuta la mafia. - Come funzionava l'associazione degli Stoppaglieri.- Osservazioni sulle varie associazioni della mafia. - Costituzione organica.-Rito d'ammissione dei neofiti.-Segnali di riconoscimento. - Giuramento. - Epoca in cui fu osservata per la prima volta l'esistenza di queste associazioni.-II primo processo penale contro la mafia. - Non esiste federazione, né 6 mai esistita, fra le diverse associazioni della mafia. - Casi nei quali la mafia eccezionalmente si organizza. - Cause organiche per cui la mafia non si può coalizzare mai. - La legislazione penale italiana e le associazioni a delinquere. - La teorica positiva della complicità e la mafia...................................................................................................pag. 116

CAPITOLO X.

I grandi processi della mafia.

Gli Stoppaglieridi Monreale. - I Fratuzzidi Bagheria. - La Fratellanzadi Favara. -I fratelli Amoroso di Palermo....................pag. 182

CAPITOLO XI. -

La mafia nei rivolgimenti politici della Sicilia.

Costituzione organica delle squadre. - L'opera delle squadre nella rivoluzione del 1820. - Loro vandalismi. - L'opera delle squadre nella rivoluzione del 1848 e del 1860.-La rivolta del 1866. - Le stragi fatte dai mafiosi. - Gli ideali politici della mafia. - La mafia acquistò potenza dalla politica................................................................................................pag. 165

CAPITOLO XII. -

Perché persiste la mafia.

La mafia sotto i Borboni. - La mafia sotto il governo nazionale. -Cause storiche e giuridiche che la consolidarono.- I partiti politici e la mafia. - Le ingerenze nella magistratura e nella polizia. - Contegno del governo verso la mafia.- Le clientele.

-

I primi funzionari dei governo italiano. - Lo sfruttamento economico della Sicilia.-Conseguenze delle nuove leggi penali. -Le nuove riforme penali ed amministrative possono combattere solamente la mafia.............................................................................pag. 177

DELLO STESSO AUTORE:

LA MALA VITA DI PALERMO

(I RICOTTARI)

2.a ediz. 1900, in-8.» Lire1,50.

Giudizi della stampa alla I edizione.

Ricottarisono una orrenda pianta parassitaria della bassa prostituzione palermitana, perché corrispondono ai souteneursdi quella parigina, avendone le stesse origini, le stesse abitudini viziose, la stessa depravazione morale, salvo a presentarci tutto ciò in forma più grossolana o violenta. L'autore, che è un delegato di P. S. in Palermo, si trovo per ragioni d'ufficio in continui rapporti con quella genia, e ce ne porge ora uno studio assai ben fatto, ricco di notizie e di raffronti, del quale la conclusione precipua è che i malviventi parassiti delle povere prostitute sono delinquenti d'occasione, creati in massima parte dall'ambiente sociale.

Prof. Enrico Morselli.

(

Il Pensiero italiano.Milano, settembre 1896).

.... il Cutrera è delegato di P. S. a Palermo e ci presenta delle ricerche e degli studi - esposti con criteri positivisti e con sistema scientifico - che il suo ministero gli ha agevolato: E subito dobbiamo rallegrarci di questa modesta, ma buona e sostanziosa monografia: essa può stare bene insieme alla

Camorraed alla

Mafiadell'Alongi, altro funzionario di pubblica sicurezza; essa mostra come anche fra certe classi di persone che in genere-diciamolo francamente-non si distinguono per cultura scientifica e per ingegno, vi siano elementi veramente utili e preziosi vi siano persone di alta intelligenza e di erudizione positiva tanto più encomiabili quanto più rare e difficili a trovarsi.

Cutrera studia una malattia endemica che a Palermo pur troppo è molto diffusa, e la studia con chiarezza, con sincerità. Chi sono i Ricottari? L'A. ce lo dice sui bel principio del suo volume la parola

ricottaroè intraducibile in italiano perché ha un senso speciale che trova similitudine in parte con la parola francese souteneurperché generalmente c' indica quegli uomini che non avvezzi a lavorare vivono alle spalle delle prostitute, delle quali si proclamano innamorati, mentre per il ricottaro, oltre ad essere l'innamorato della prostituta ed il mantenuto di essa è sempre un mafioso. Infatti esso è sempre persona di coraggio, pronto a giuocare di coltello con chi offende la sua innamorata."

Alfredo Ajtgiolini.

(La Scuola Positiva, aprile 1897).




















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