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Dalle bonache alle cosche di Zenone di Elea - 28 Agosto 2012

Fonte:

https://www.ilmattino.it/ - 16/01/2011

Patto con i picciotti, pur di scacciare il re

di Gigi Di Fiore

Garibaldi dovette accettare un compromesso con le bande armate 

anche a Napoli per evitare disordini.




«A Marsala squallore e paura; la rivoluzione era sedata dappertutto o per dir meglio non aveva mai esistito: solo qualche banda di briganti, che qui chiamano squadre, avevano battuto e battevano ancora qualche provincia dell’interno con molta indifferenza del governo e qualche paura dei proprietari».

Ippolito Nievo non si preoccupava di dover addolcire l’immagine della spedizione dei Mille. Lui non scriveva per i posteri, non doveva pubblicare memorie agiografiche o celebrazioni. Scriveva alla cugina Bice Melzi Gobio e la lettera spedita da Palermo era un esercizio di verità senza filtri in quel 28 maggio del 1860. Un mese dopo lo sbarco in Sicilia.

Anche Nievo parla dunque delle famose «squadre», che affiancarono i garibaldini. I «picciotti», di cui fanno cenno anche Cesare Abba e Giuseppe Bandi. Le «squadre» erano formate da uomini disposti a tutto, al soldo dei latifondisti siciliani, veri padroni del territorio. Gli studiosi della mafia sono concordi nel definirla organizzazione criminale di «origine rurale», espressione di «squadre» che, attraverso la guardiania dei terreni e la protezione dei proprietari dei latifondi, ottennero negli anni favori, coltivazioni, potere. E nelle rivoluzioni siciliane dell’800 proprio queste «squadre» ebbero una loro parte.

Già nel 1848, ad esempio, quando le rivendicazioni di autonomia spinsero i baroni a combattere la dominazione napoletana, Giuseppe La Masa aveva al suo comando dei «picciotti». E scrisse il professore Salvatore Romano nella sua Storia della mafia pubblicata nel 1966: «L’uso di queste squadre al servizio personale dei grandi proprietari, per lo più di origine aristocratica, divenne poi costante, e risultò specialmente evidente nei periodi di movimento popolare o di rivoluzione».

La spedizione dei Mille non fu una marcia improvvisata. Fu preparata, finanziata e ben studiata. A precedere il primo nucleo dei 1089 guidati da Garibaldi e Bixio, sbarcarono in Sicilia Francesco Corrao e Rosolino Pilo che prepararono il terreno. Contattarono i potenti baroni, se ne assicurarono l'appoggio, riuscirono ad ottenere che le squadre dei picciotti appoggiassero i garibaldini. Un controllo del territorio necessario, in una regione dove invece le truppe napoletane erano considerate ostili alla «sicilianità». Il colonnello Eber, comandante della II brigata della divisione Turr, scrisse in una lettera al Times del 29 giugno 1860: «Non vi è dubbio che le antiche squadriglie hanno avuto l’abitudine di vivere sulle spalle degli altri, ma per essere giusti è a loro che si deve se la rivoluzione fu tanto viva». Solo cinque anni dopo, la mafia comparve in un documento ufficiale: il rapporto del 25 aprile 1865, firmato dal prefetto di Palermo, Filippo Antonio Gualterio che citò la spedizione dei Mille: «I garibaldini nel 1860 ebbero la necessità di avere legami con quest’associazione malandrinesca». Documenti poco conosciuti.

Ma anche Raffaele De Cesare, che scrisse nel 1900 la sua ricostruzione sulla fine del regno delle Due Sicilie, si lasciò andare ad una considerazione: «Per quanto possibile, bisognava non avere contatti con la mafia». Quando Garibaldi arrivò a Marsala, chiese subito se si erano viste le bande del barone Stefano Priolo di Sant’Anna. E quei rinforzi arrivarono il giorno dopo, ad affiancare i 1089 verso Salemi e poi Calatafimi. Giuseppe Bandi ne rimase impressionato e definì quegli uomini decisi «gli arabi di Sant’Anna». George Trevelyan aggiunse che si trattava di «contadini robusti, con buoni cavalli e le armi alla sella, al seguito di Sant’Anna, grande proprietario terriero di Alcamo, ma anche di don Alberto Mistretta di Salemi». Dunque, il contatto, filtrato dai baroni che appoggiarono la marcia di Garibaldi, ci fu. E lo confermò il barone Brancaccio di Carpino che raccontò: «Si andava giornalmente nelle vicine campagne per arruolare sotto la bandiera tricolore quei contadini animosi. Era dura necessità reclutare gente di ogni risma e, non potendo essere arbitri della scelta, si doveva accogliere tutti coloro che si dicevano pronti». Le «squadre» furono il lasciapassare sul territorio.

Gente al soldo di Giuseppe Coppola da Monte Erice, o del barone Michele Mokarta. Furono proprio i nomi di Coppola, Santo Mele, Salvatore Miceli, i riferimenti mafiosi che si mossero in appoggio ai baroni sostenitori di Garibaldi. Fu molto esplicito il duca Gabriele Colonna di Cesarò, che alla commissione d’inchiesta sulle condizioni agrarie della Sicilia dichiarò: «Credo che la mafia sia un’eredità del liberalismo. Naturale che quando si doveva fare una rivoluzione non si badasse tanto per il sottile alle fedi di perquisizione di coloro cui si ricorreva. Per me qui sta l’origine della mafia».

Sempre nello stesso periodo, a Napoli facevano capolino accordi istituzionali con la camorra, da decenni potente organizzazione malavitosa nella capitale. Liborio Romano, prima prefetto e poi ministro del governo di Francesco II di Borbone, già liberale esiliato e poi amnistiato, entrò subito in contatto con gli emissari piemontesi e i garibaldini. Preparò il terreno all’ingresso nella capitale di Garibaldi, che avvenne il 7 settembre 1860. Nei giorni successivi al ripristino della Costituzione del 1848, deciso da Francesco II di Borbone, il ministro Romano pensò a come evitare violenze e disordini in città. E, in quel giugno 1860, convocò il capo dei capi della camorra di allora: Salvatore De Crescenzo. In cambio della quiete negli ambienti popolari, si promisero amnistie e ingressi di camorristi nella guardia nazionale. L’accordo ci fu, evitati il ripetersi dei disordini visti a Napoli nel 1799 quando erano arrivati i francesi. Nelle sue memorie, Liborio Romano si giustificò: «I camorristi aspettavano il modo di profittare di qualsivoglia perturbazione avvenisse. Pensai di prevenirne l’opera, offrendo ai loro capi un mezzo per riabilitarsi e così parsemi toglierli al partito del disordine». Le trattative tra Stato e mafia del 1993 ebbero già un precedente storico all’alba dell’unità d’Italia. Nella nostra storia nulla si inventa. (3 - continua).






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