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Oreste Dito nacque il 6 maggio 1866 a Scalea (Cosenza). Laureato in Lettere, con una tesi sull'antica Velia, fu professore di Liceo e successivamente Provveditore agli Studi di Reggio Calabria. Iniziato Libero Muratore nel 1895 nella Loggia "Tommaso Campanella" di Catanzaro, il 15 giugno 1899 contribuì alla ricostruzione della Loggia "Bruzia-Pietro De Roberto" di Cosenza della quale fu Maestro Venerabile dal 1905 al 1909. Il 29 giugno 1917 fondò la Loggia "Due Settembre 1847" di Reggio Calabria. Fu Presidente della Loggia Regionale Simbolica della Calabria. Fu anche il primo presidente della "Società Calabrese di Storia Patria".

Nel 1926 fu denunciato per attività antifascista e depennato dalle liste elettorali. Si spense il 3 aprile 1934.

Fu autore di varie opere, fra cui l'importarne "Massoneria. Carboneria ed altre società segrete nella storia del Risorgimento italiano", edito da Roux e Viarengo, Torino - Roma, nel 1905. Un testo che oggi viene considerato superato dalle ricerche più recenti ("Questo intenso lavorio della nostra storiografia dell'ultimo trentennio ha inevitabilmente quanto spietatamente invecchiato e superato il volume di Oreste Dito," cfr. Armando Saitta, Momenti e figure della civiltà europea saggi storici e storiografici, Pag. 396), ma rimane una lettura fondamentale per chi si vuole accostare alla storia della carboneria in Italia.

Ovviamente la storia delle società segrete di per sé costituisce una contraddizione in quanto spesso i documenti che si utilizzano sono esterni alle organizzazioni che tengono celata la propria esistenza e quella dei propri adepti, quindi risultano impermeabili alle investigazioni di qualsiasi tipo. Anzi, a volte fanno circolare ad arte documentazioni per sviare l'attenzione di chi investiga o di chi si propone di tracciarne la storia.

Oreste Dito era massone e come tale aveva probabilmente accesso a documenti ad altri ignoti. Per questo la sua opera, a nostro avviso, resta ancora un punto di riferimento.

Avvertiamo i naviganti che manca qualche pagina e le illustrazioni, in alcune note e nei versi probabilmente sono rimasti diversi errori. Se dovete fare delle citazioni vi conviene consultare il cartaceo, pubblicato da Forni (1978 e 2008), o reperibile in molte biblioteche.

Zenone di Elea - Luglio 2010

Dott. ORESTE DITO
MASSONERIA, CARBONERIA
ED ALTRE SOCIETÀ SEGRETE
NELLA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO
con appendice ed illustrazioni

TORINO-ROMA
CASA EDITRICE NAZIONALE
ROUX E VIARENGO

1905
01
01 - Massoneria, carboneria ed altre società segrete nella storia del risorgimento italiano
02 - Massoneria, carboneria ed altre società segrete nella storia del risorgimento italiano
(se vuoi, puoi scaricare il testo n formato ODT o PDF)

PREFAZIONE

Lo scopo del presente volume, non è quello - come dovrebbe a prima vista apparire - di parlare, prò o contro che sìa, delle associazioni segrete, di quel che furono o che sono; né di solleticare la naturale curiosità del leggitore, facendo sfoggio di rivelazioni più o meno piccanti ed assurde, di strane cerimonie, di misteri e che so io.

Delle associazioni segrete vi si parla, certamente; anzi costituiscono la parte fondamentale del lavoro stesso;

vi si parla con obbiettività di vedute, senza passione e senza preconcetto. Tutto il lavoro, invece, vuoi essere il tentativo soltanto di un'opera organica, che, sulla scorta ii documenti oramai indiscutibili, e di tradizioni accettate, faccia conoscere - per quanto è possibile in tal genere li lavori - l'influenza che quelle associazioni esercitarono per imprescindibile necessità delle cose - nella formazione del nostro ambiente politico e morale. E da questo punto di vista, io credo, bisogna considerare le sètte.

Il Risorgimento d'Italia è stato finora considerato come una concezione che - con metodo alquanto sentimentale ed aprioristico - si fa risalire a' più antichi tempi, e che, in un modo o nell'altro, dovea realizzarsi.

E, forse, ciò sta bene, pur essendo malinteso spirito di patria. Non sta bene, invece, l'aver trascurato di rilevare il modo come ciò avvenisse;

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voglio intendere quella rivendicazione di noi stessi e quella preparazione che, sorta e mantenuta costante dall'intenso e continuo lavorio delle sètte, è stata invece, dalla storia ufficiale, considerata come una virtuosa prerogativa insita negl'italiani. E s' è dato così un grosso frego alla vera storia d'Italia; storia non breve d'acquiescenza al servaggio, e d'incoscienza e di negazione di quell'italianità, che le sètte doveano svegliare e formare.

Sì, è vero; con elegante e poetico gesto d'uomo altero ed indipendente, Ugo Foscolo ebbe ad esclamare: «A rifare l'Italia bisogna disfare le sètte. Potrebbe, se non disfarle, reprimerle il ferro straniero; ma allo straniero gioverà prima istigarle, onde più sempre signoreggiare per mezzo d'esse l'Italia». E in questo senso lo straniero non Io volea detto; anzi ci fu un momento che, come la Francia, anche l'Austria s'illuse d'esser riuscita nella bisogna. Eppure furono sempre le sètte, accarezzate o non, che ostacolarono in tutti i modi l;i inala signoria straniera.

«Le sette amano l'ozio se io pera ti s si mo, e gridano pace; tendono a divorarsi fra loro, e provocano sempre il ferro dello straniero. E se alcune di loro bramano, o mostrano di bramare, la pubblica libertà, vorrebbero sempre dominare sole sugli altri».

E, fino ad un certo punto, anche questo è ben detto; ma certamente il Foscolo non avrebbe ciò affermato, se, più che preoccuparsi de' singoli casi e degl'individui, avesse considerato tutto quel movimento collettivo di rivendicazione e di preparazione, che, dal secolo XVIII, infondendo nelle fibre esaurite degli italiani sangue nuovo e nuovo ardimento, li rifece uomini. Ed era movimento derivato dalle sètte, e tramandato di generazione in generazione nel simbolo misterioso delle sètte.

Eppure le parole del Foscolo ebbero fortuna, e tutti i

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pappagalli d'Italia, come ben disse il Carducci, le ripeteano a' quattro venti, senza saper che si dicessero. Era non finzione come un'altra, e, purtroppo, di finzioni non inca la storia del nostro Risorgimento.

D'altra parte, che non si aia punto parlato, o parlato di fuga, delle sètte, è, fino ad un certo punto, spiegale; perché le sètte, essendo finora sfuggite alla ricerca positiva dello storico, ed essendo la necessità transitoria d'un dato momento e d'una data situazione politica e morale, non lasciano l'impronta vera di se stesse. Né è possibile ritrarle soltanto nella fisonomia degli uomini che vi appartennero - come finora s'è fatto - e che si modificarono necessariamente col modificarsi dei tempi e delle circostanze. Senza dubbio, la storia vera ne ha risentita gran danno; perché, non potendo delle sètte, ha parlato saltuariamente dei settarii, ed, organo di collettività quale la storia dev'essere, s'è individualizzata nei casi d'un uomo o di più uomini, trascurando, così, ciò, che, dati i tempi, costituiva la sola manifestazione collettiva che fosse possibile nel passato. Il fatto storico s'è modellato sull'individuo, l'individuo, senza merito proprio, anche se confidente di polizia e rivelatore e sporcaccione, è diventato talvolta uno tanti eroi in marmo di cui son pieni zeppi gli angiporti d'Italia.

Ecco perché, nella nostra storia del Risorgimento, individualista per eccellenza, sono conosciuti i settarii e, con profusione d'aneddoti, anche i minimi casi della loro vita; ma non le sètte, o meglio l'ambiente nel quale si venne svolgendo la vita collettiva degl'italiani. Anzi con ostenta noncuranza le sètte sono considerate come estranee al campo della storia ufficialo, e trattate con pudibonda ritrosia, e il più delle volte in mala fede.

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Fu dimenticato che nella vita d'un popolo le sètte rappresentano talvolta una impellente necessità. Fu dimenticato che se le sètte non riescono senza potenti appoggi, e senz'avere la loro base nel popolo, pure, quando ciò avviene, diventano, come fu ben detto, moltiplicatori tremendi.

Certamente, monografie speciali sulle sètte non mancano, e pregevolissime; manca, come a me sembra, il lavoro che, traendole dalla loro appartata e misteriosa solitudine, sfrondandole di quanto ai più non importa sapere od è creazione fantastica, e semplificandole ne' documenti e ne' fatti, ne segua, per quanto è possibile, la evoluzione ne' tempi, ne ritragga il carattere e il colorito, ne scopra la ragione d'essere nella vita d'un popolo, ne cerchi il significato, ne riproduca tutta la vitalità storica, e nel bene e nel male.

Ciò che ho tentato di fare; ed è tentativo, mi piace ripeterlo, che invoglierà, ne son sicuro, altri studiosi a far meglio ch'io non abbia fatto, e a completare quelle ricerche, che, per varie ragioni, non sono possibili ad una sola persona, e in un campo ove facilmente si può sdrucciolare senz'avvedersene.

E mi pare d'essermi spiegato abbastanza.

INTRODUZIONE

IL COMPAGNONAGGIO MEDIOEVALE

E LE

MODERNE SOCIETÀ SEGRETE

CAPITOLO I.

Caratteri speciali del Compagnonaggio

Senza dubbio, non poco del simbolismo che si riscontra nelle due maggiori società segrete di questi ultimi tempi, quali la Massoneria e la Carboneria, rimonta all'antico Compagnonaggio del dovere (1). Ma se esse, nella diversità apparente del loro simbolismo, ritraggono le due tendenze simboliche del compagnonaggio, si va errati nel volerne fare una cosa sola con questo; né, d'altra parte, si possono da esso considerare del tutto distinte.

Il Compagnonaggio del dovere, innestatosi sugli antichi collegi romani, va guardato sotto due aspetti diversi, giuridico e simbolico.

(1) Il De Castro (Fratellanze Segrete, ecc, p. 382) traduce colla parola Compagnia la francese Compagnonnage, cioè riunione di compagni, o meglio, compagnoni. Quest'ultima è voce italiana, benché in un senso alquanto diverso, cioè di gente allegra e burloni!, e Firenze ebbe i Compagnacci. Deriva la parola companio, companionen da cum e panis, colui, cioè, che mangia Io stesso pane. Nel provenzale è companatge, nutrimento; nel vecchio francese companage, presso dì noi companatico. Resta esclusa l'etimo da cum e paganus. (Cfr. il Dictionnaire del LlTTRÉ).

Lo stesso De Castro (ibid., p. 385) così spiega l'attributo di Dovere dato al Compagnonaggio: Come non è senza significato quella parola Ordine presa a denominare delle società formate segretamente o pubblicamente negli Stati e che adottano un sistema di vita diverso dal comune, o mirano a stabilire nel proprio seno e fuori un ordine religioso e politico in opposizione al disordine supposto o reale; così potrebbe contenere un filosofico senso quella denominatone dovere assunta dalle varie società di compagnoni. Come l'ordine si collega ad un concetto di giustizia, cosi il dovere appello alla pratica della virtù, al rispetto del diritto .

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Nel primo aspetto, esso ritrae un lato della società medioevale, ed è l'organizzazione operaia, riconosciuta e voluta dalla legge. Accanto alla gerarchia feudale e a quella religiosa, esisteva pure una tal quale gerarchia industriale-operaia. Ed a somiglianza della Chiesa e del Feudalesimo per le classi privilegiate, anche il compagnonaggio, per le classi lavoratrici, rappresentò pure un tal quale privilegio ed una protezione; qualche cosa che, in certo modo, si potrebbe considerare come una cavalleria popolare.

L'operaio costretto dalla dura necessità ad una vita raminga in cerca di lavoro, o desideroso di perfezionarsi nell'arte sua, avea trovato nello spirito d'associazione una garanzia materiale e morale. In ogni città importante ognuna delle associazioni operaie avea il suo rappresentante, ordinariamente albergatore, che in Francia distinguevasi col titolo di maire. Egli, sotto la responsabilità dell'associazione locale, aveva il dovere di ricevere al loro arrivo i compagnoni viaggiatori, alloggiarli, nutrirli, in una parola provvedere a tutti i loro bisogni. Se il lavoro mancava, venivano diretti in altra località, ove ricevevano le stesse accoglienze. Così ebbe origine ciò che nel Compagnonaggio francese fu detto il Giro di Francia (1).

(1) Bizzarri riti presiede vano al Giro di Francia, e alla partenza del compagnone dalla città ove aveva tenuto stabile dimora. Uno dei membri del sodalizio, a ciò specialmente delegato, e detto rouleur, si portava dal padrone a ritirare il ben servito (lever l'acquit) dell'operaio di partenza, e se il padrone nulla avea a rimproverargli, i consoci si disponevano a fargli la condotta in regola.

Il rouleur procedeva alla testa, portando infilato al bastona, dietro alle spalle, il sacco di viaggio del compagnone che si congedava dagli amici e che camminava al suo fianco. In due fila ed in colonna seguivano i confratelli, coi bastoni e i berretti ornati di nastri, e tutti provveduti d'un bicchiere e d'una bottiglia. All'uscire di città uno dei compagnoni intuonava la canzone della

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Nel Giro di Francia, però, si rivela uno de' lati brutti, anzi il più brutto, del compagnonaggio medioevale, ed era quello spirito di rivalità tra operai non appartenenti allo stesso mestiere; rivalità che, coll'andare del tempo, doveva riuscire causa di perturbamento sociale e grave ostacolo alla liberti del lavoro.

S'inganna, perciò, ehi all'attuale organizzazione del proletariato, o, come bellamente si direbbe, del Compagnonaggio

partenza, mentre gli altri ne ripetevano a coro il ritornello. Percorso un tratto di via la comitiva si arrestava e il cerimoniale dell'ultimo congedo variava da società a società, ma si chiudeva sempre con numerose libazioni, dopo di che le bottiglie venivano scagliate nei vicini campi. In una di queste società dei compagnoni si soleva appendere un bicchiere ad un albero a figurare la morte di Santo Stefano, e tutti lapidavano l'innocente bicchiere, tranne colui che pigliava congedo, il quale, prima di dividersi dagli altri, cosi favellava: «Compagni, prendo congedo da voi come gli apostoli congedaronsi dal nostro Signore, allorché recaronsi a predicare l'Evangelo; datemi la vostra benedizione, io vi darò la mia».

Dato il segnale della partenza, il viaggiatore si allontanava. Se s'imbatteva in un altro compagno, egli lo toppava e incominciava con lui un dialogo di questo genere: - Toppa, paese. Quale vocazione? - Magoniere. Siete voi paese?- Magnano? -Si, paese, e voi? - Compagnone, pure.

Poscia si domandavano a quale dovere appartenessero. Se erano della medesima società si facevano buona accoglienza e bevevano nella stessa zucca. Se appartenevano a doveri opposti s'insultavano e finivano col battersi; poiché le diverse famiglie dei compagnoni vivevano in uno stato d'ostilità permanente le une verso le altre. Il più leggiero pretesto era bastevole per farli venire alle mani, quando le occasioni mancavano, ponevano ogni studio per trovarle. Per esempio, quando avea luogo una condotta, in regola, accadeva sovente, che dei compagnoni di un dovere nemico organizzassero ciò che ai chiamava falsa condotta. Simulavano la partenza di uno dei loro, uscendo dalla città per la porta stessa che conduceva via quando ai partiva davvero, e andavano incontro alla comitiva di ritorno. Appena si avvicinavano, essi li tappavano, come abbiamo or ora veduto, ed essendo i doveri rispettivi diversi, i due partiti si attaccavano con furore; scorreva il sangue e il più delle volte restavano sul campo feriti e morti.

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socialistico, voglia paragonare il compagnonaggio medioevale. Mancava a questo il carattere collettivo ed egualitario moderno, che forma di tutto il proletariato una potente forza compatta, non di lotta soltanto nella conquista dei diritti, ma di progresso umano e di benessere comune.

A chi ben l'osserva, la società medioevale è un aggregato multiforme di associazioni minori e di caste, cosi nelle classi privilegiate come nelle classi abbiette. Come esistevano diverse nobiltà, e ciascuna viveva a sé e disprezzava l'altra; come nella stessa Chiesa esistevano diverse diramazioni monastiche, l'una rivale dell'altra; così pure ogni arte faceva capo a sé, con propri statuti e speciali privilegi, tutte in lotta tra loro, lotta, però, che nulla aveva dei caratteri della moderna lotta di classe.

La legge non era che il riflesso di questo ordinamento sociale. Il livre des métiers, compilato, per ordine di Luigi IX, da Stefano Bovleau, prevosto dei mercanti di Parigi, pur avendo lo scopo dì porre un termine alle frodi e di sottomettere alla legge il lavoro industriale, costituiva però un monopolio tirannico e gerarchico del lavoro stesso in ogni singolo mestiere. Gli esercenti erano riuniti in tante distinte corporazioni; prescritte norme rigorose all'ingresso d'ogni artefice nello medesime; stabiliti i gradi gerarchici, separati talvolta da una insormontabile muraglia cinese.

L'apprendista era allo manifatture ciò che il servo della gleba alla proprietà fondiaria; il primo lavorava pel padrone, come il secondo pel feudatario. La durata del tirocinio variava da città a città, e secondo i mestieri. In Parigi era generalmente di cinque anni. Il numero degli apprendisti in ciascuna professione era strettamente limitato; e solamente quando vacava un posto si poteva ammettere un nuovo apprendista, e quasi dovunque un privilegio assicurava i posti vacanti a' figli dei maestri. Se l'apprendista che avea fatto il suo tempo a Marsiglia, voleva recarsi ad esercire come compagno a Parigi, n'era impedito dalla legge che lo faceva tornare apprendista.

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Il compagno era una specie di liberto o di servo emancipato; ma la legge gli vincolava in tutti i modi la libertà personale. In Francia, per esempio, era viÉtato al compagno di ammogli arsi prima d'esser passato maestro. Né tale passaggio era cosi facile. Il compagno, dopo una sosta di parecchi anni, dovea presentare il capolavoro o la cabala, specie d'esame, in cui esaminatori erano i suoi rivali, coloro, cioè, ch'erano troppo interessati come parte per essere onesti come giudici (1).

Certamente tale organizzazione del Compagnonaggio fu favorita da un altro carattere inerente ad esso, ed era il simbolismo in cui si avvolgeva. Qualche cosa d'incomprensibile che, nascondendo misteriosamente nelle sue pieghe il segreto professionale, era come la consacrazione settaria di quella tirannide gerarchica, a cui gli spiriti rozzi e ignoranti ai sottomettono facilmente e volontariamente. Nel MedioEvo, del resto, il principio d'autorità era tale che, pervadendo tutta la vita e paralizzandola

(1) Nel Compagnonaggio germanico non esisteva quel dissenso tra padroni ed operai, tra maestri ed apprendisti che diede origine al Giro dì Francia. Invece il carattere germanico, più paziente, più rassegnato, non conosce le irrequietudini, i sobbalzi dell'indole francese. Capi fabbrico e artigiani vivevano in buona armonia, ed evitavano di farsi reciprocamente degli sgarbi. Il Compagnonaggio tedesco non sembra pertanto ostile: ai capitalisti, di cui tutela in certo qual modo gli interessi e i diritti, raccomandando all'artiere di non abbandonare l'opificio durante la settimana. D'altra parte, l'operaio è amorosamente trattato; la moglie del maestro gli tien netta la biancheria, in qualche luogo ei siede al medesimo desco del padrone; prevale quel regime di famiglia che vediamo anche attualmente applicato nella Svizzera ne' grandi opifici cotonieri, regime educatore, e che permetto di sostenere col buon mercato della man d'opera la più temuta concorrenza. Il punto di riscontro col Compagnonaggio francese è il viaggio, il giro di Germania, a scopo, più che altro, d'istruzione e perfezionamento (cfr. De Castro, Mondo Secreto, VII, 112).


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in tutte le sue manifestazioni, dava forma settaria ad ogni ordine sociale, e giustificava ogni privilegio.

Non era concepibile altro organamento diverso da quello. L'idea della servitù come del privilegio era innata nell'animo di tatti; il nascere e il morire erano subordinati al concetto fatalistico del destino, perché si nasceva così e si moriva così. Si guardava l'avvenire nel miraggio d'un paradiso oltre tomba; si accettava il presente come una preparazione a quell'avvenire, e si soffriva passivamente. Unica protesta dei sofferenti, se protesta può chiamarsi, era la loro stessa organizzazione settaria, l'origine della quale essi facevano risalire ad un lontano passato, fatto di strani miti, d'origini inverosimili, di superstizioni astrologiche e di concetti morali adatti all'arte loro. Quell'organizzazione rappresentava la loro forza contro forze rivali; ma isolandoli e segregandoli dalla vita degli altri, meglio nascondeva la loro servitù presente. Nient'altro di morale era in loro. In tal guisa essi derivavano il loro dal simbolismo degli antichi collegi romani; e v'era in ciò qualche addentellato.

Noi non abbiamo che scarsissime notizie sull'organizzazione operaia in Roma. Fra le istituzioni che si fan risalire al re Noma, o per meglio dire a' tempi più antichi della storia romana, si annoverano otto corporazioni di mestieri, ed erano i suonatori di flauto, gli orefici, i calderai, i legnaiuoli, i fulloni, i tintori, i pentolai, i calzolai. Altre se ne aggiunsero in seguito, e ciascuna avea divinità proprie e proprie tradizioni. Dato il carattere politico accentratore e la struttura economica della repubblica romana, certamente tali collegia, differivano dai doveri del Compagnonaggio medioevale.

Il loro scopo era il medesimo delle compagnie sacerdotali, le quali loro rassomigliavano anche nel nome;i periti si tenevano uniti fra loro, per mantenere più salda e sicura la tradizione, ed è verosimile che gl'inesperti fossero tenuti in una maniera qualunque lontani; ma non vi sono però

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tracce né di tendenze al monopolio né di misure protettrici contro la cattiva manifattura (1).

Coll'incremento dell'edilizia, dal secolo V in poi, un'altra classe di collegi ai costituì, privilegiata e distinta, cioè i collegia fabrorum, ossia, corporazioni architettoniche, composte in gran parte di operai stranieri, che contribuirono ad infiltrare nella vita romana quel simbolismo fenicio-giudaico, caratteristi co delle arti privilegiate di costruzione. Anche il Cristianesimo, derivato dalla dottrina degli Essenii o dei Terrapeutici, s'infiltrò in seguito ne' collegi romani, specialmente delle basse arti, e gì innovatori cristiani, a simiglianza degl'innovatori del secolo XVIII, si seppero avvalere di tale organizzazione a scopo di propaganda, determinando una nuova tendenza simbolica, che si riscontra nel Compagnonaggio medioevale.

Una prima era la tradizione fenicio-giudaica delle classi privilegiate di costruzione. Essa è la vera tradizione, la tradizione classica, diremmo, che fa capo alla costruzione del Tempio di Salomone, e ricorda l'assassinio allegorico d'Hiram. Da questa delle classi privilegiate derivò, nei tempi posteriori, un'altra tradizione, quella appartenente ai doveri di costruzione, sì, ma non privilegiati. Non vi sì parla d'Hiram; ma la costruzione del Tempio è sempre il fondamento leggendario.

Questi ultimi si distinguevano in parecchi gruppi, Figli di Salomone pretendevano che questo re, dopo averli impiegati alla costruzione del Tempio, avesse dato loro il dovere o dottrina, unendoli fraternamente. Si divisero fin dall'origine in Compagni stranieri o lupi, ch'erano tagliapietre, ed in Compagni del Dovere di Libertà, o Gavoti (dal luogo di sbarco in Provenza, Barcellonetta, ove gli abitanti eran denominati gavoti) e vi appartenevano pure falegnami e fabbriferraì.

(1) Cfr. Mommsen, Storia Romana, XIII, p. 1778 (trad. ital.). In., De Cottegiis et sodaliciis Romanorum.

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I Figli di Maestro Giacomo, detti pure Compagnoni passanti, o Lupi marini, ed anche Divoranti, forse traevano la loro origine da Giacomo di Molay, Gran Maestro dei Templari. La leggenda invece ricorda che Maestro Giacomo,

Emblema di mosaico scoperto Pompei ed appartenente ad un Corporazione architettonica,

figlio di un tal Gioacchino, era uno dei costruttori del Tempio di Salomone, e collega ad Hiram. Dopo la costruzione del Tempio, di ritorno in Gallia, donde era originario, fu assassinato da cinque cattivi compagni, istigati da un sesto, chiamato Padre Soubìse. Costui travagliato dal rimorso, finì precipitandosi in un pozzo.

Secondo un'altra variante, i discepoli del Padre Soubise, gelosi di Maestro Giacomo, tentarono di assassinarlo, ed ei si gettò, fuggendo, in un pantano, ove i giunchi lo sostennero e lo nascosero salvandogli la vita.

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Ma indi a poco fu assalito di nuovo e assassinato, all'insaputa di Soubise, dagli spiÉtati discepoli di quest'ultimo. Soubise pianse a lungo la morte di Giacomo; e, giunto al termine de' suoi giorni, consegnò ai buoni compagnoni i doveri, e loro apprese le norme di vita a cui doveano attenersi, e fra i riti raccomandò il bacio di pace, la custodia d'un giunco (l'acacia de' Muratori), in memoria di maestro Giacomo, che ebbe una prima volta, mercé dei giunchi, salva la vita.

Altre associazioni simili si potrebbero ricordare, come i fratelli pontefici, cioè costruttori di ponti, o i costruttori di argini, o i difensori dei viaggiatori contro i malfattori che infestavano le vie.

A questi rami secondari del Compagnonaggio dei doveri di costruzione non privilegiati si affiliarono in seguito parecchi altri ordini di compagnoni, come quelli dei tornitori, dei setaiuoli, dei calzolai, dei cappellai, dei fornai, dei gessai, dei maniscalchi, ecc.; ciò che accrebbe il numero e le cause dì scissura, onde si vennero costituendo altri doveri che presero nome di ribelli, indipendenti, societari, volpi della libertà e via dicendo.

È notevole però che tutti questi operai eran chiamati compagni passeggieri, o lupi mannari. Tale denominazione potette ad essi venire da quella libera concorrenza che facevano alle corporazioni privilegiate, e che l'un dovere non risparmiava agli altri, onde anche nella moderna Carboneria si conservò, ma in significato politico, il detto «liberare la foresta dai lupi» (1).

(1) Secondo altra opinione la denominazione di lupi derivava dalle antiche iniziazioni, in cui il candidato recava maschera di lupo o sciacallo, e lupicino era detto il figlio di lupi. In Inghilterra il lupicino è detto, con denominazione corrotti!, perché se n'è smarrita od obliata l'etimologia, lofton, loweton. loveton, loveson. Anche gli iniziati d'Iside eran nomati in tal guisa eri aggiustavano il volto maschera di sciacallo. Gli antichi, a quanto assevera Macrobio, avevano immaginato un rapporto fra il lupo e il sole; ché all'appressarsi del lupo la greggia fugge via spaventata e similmente l'oscura la luce delle costellazioni davanti a quella del sole.

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La Carboneria rappresentava la seconda tradizione simbolica, tradizione puramente cristiana e professata da alcuni doveri estranei all'arte del costruire. Il recipiendario simboleggiava Cristo Gesù, e la sua iniziazione ritraeva tutte le fasi della passione dell'UomoDio.

Non è possibile seguire la storia multiforme del Compagnonaggio. Essa si sperde nella storia del progresso umano e della lenta formazione della società moderna.

Alla stessa guisa che nobiltà e clero furono sottomessi e asserviti alle monarchie assolute ed accentratori, perdendo il loro carattere primitivo, anche il Compagnonaggio non ebbe più ragione d'essere quando lo Stato si rese monopolizzatore d'ogni attività sociale. Il Compagnonaggio oramai aveva finito per rappresentare una causa di rivalità pericolosa tra gli stessi operai e un grave ostacolo a quel liberismo economico-industriale e a quel principio di concorrenza, che, imprimendo un nuovo indirizzo alle industrie e al lavoro, lo Stato aveva il dovere di tutelare e proteggere.

Inoltre, quel simbolismo che altra volta era stato tollerato e fatto proprio dalla stessa Chiesa, contrastava in paesi cattolici, col rigorismo religioso derivato dal Concilio Tridentino, e che tanta potenza svolse in Francia? specialmente nella seconda metà del secolo XVII. A tale tempo, appunto, risale la persecuzione contro il Compagnonaggio, oramai fuori della legge e della religione; ma più di tatto, condannato, per se stesso, a sparire per opera del nuovo orientamento economico industriale (1).

(1) Molte decisioni di corti e di tribunali di città diverse, appoggiandosi sul mistero del quale circondavansi le società dei compagnoni, aveano ili diversi tempi proibite le loro riunioni e comminate pene severe contro i trasgressori. Il clero, che mal sopportava ciò che facevasi nel segreto di queste riunioni, accusò i calzolai ed i sarti nel 1615 all'officiatiti di Parigi, dicendo che si davano a pratiche empie: la facoltà dei teologi,

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senza altre formazioni, proibì «le perniciose riunioni dei compagnoni», sotto pena della scomunica maggiore. I compagnoni, per sfuggire olle persecuzioni dell'arcivescovo di Parigi, presero a riunirsi in quel circondario del Tempio, che fruiva di un tal quale diritto di asilo; ma anche di qui li rimosse il decreto dell'11 settembre 1751.

Nell'anno medesimo uno scritto anonimo svelò le cerimonie segrete che accompagnavano l'iniziazione de' compagnoni sellai. Il genere di queste pratiche scandalizzò il clero fino all'eccesso. I confessori ebbero ordine d'indurre i loro penitenti di tutti gli ordini dei compagnoni a fare una, pubblica confessione dei loro misteri, ma sopratutto di rinunciare alle formole sacrileghe che vi si trovavano mescolate. Molti vescovi pubblicarono pastorali che fulminavano i compagnoni. Vi furono diverse dichiarazioni scritte da alcuni affiliati che mettevano in luce tutte le cerimonie che avevano luogo nelle ricezioni. Questi atti individuali provocarono una solenne diserzione di tutto il corpo dei calzolai, i quali si obbligarono «di non usare mai più per l'avvenire simili cerimonie essendo empie, piene di sacrilegi, ingiuriose a Dio, contrarie ai buoni costumi, scandalose alla religione e contro la giustizia», Questo esempio fu seguito dai sellai, cappellai, sarti, e da una parte dei venditori di carbone. Gli altri corpi di mestieri rifiutarono di unirai a questi apostati, e continuarono ad esercitare le arti loro, come por lo passato, tanto a Parigi che nel resto della Francia. (Cfr. CLAVEL, Storia della Massoneria, ecc, traduz. di Carlo Sperandio, Napoli 1873, pag. 41011).

Un regolamento del 1733 inibisce qualsiasi comunità, confraternita, assemblea, càbala, o borsa comune dei compagnoni. Un decreto del Parlamento (1778) rinnova le proibizioni e impone ai tavernieri, sotto gravissime comminatorie, di non ricevere presso di sé oltre quattro compagnoni e di non favoreggiare in nessuna guisa le pratiche del preteso dovere. Le corporazioni furono de! tutto abolite colla rivoluzione francese.

CAPITOLO II.

Le corporazioni moratorie privilegiate

e le origini della moderna Massoneria

Si possono, con maggiore sicurezza, seguire le tracce delle corporazioni muratone privilegiate fino ai principii del secolo XVIII; di quelle corporazioni, cioè, che meglio conservarono il simbolismo fenicio-giudaico, e furono, in Italia, comunemente conosciute sotto il nome di maestri comacini.

Con tal nome erano, nel MedioEvo, appellati e divenuti celebri i capi d'arte e i maestri muratori originali di Corno è de' dintorni di Corno.

Non si può, per quei tempi, scompagnare la loro dalla storia dell'Arte. Dopo il rinascimento artistico dei tempi di Carlomagno, artificioso e non spontaneo, che cadde col suo generoso iniziatore, gli ordini monastici diedero il primo impulso all'Arte, e fra essi il più celebre e il più attivo fu l'ordine di Cluny, fondato nel secolo IX. In tal modo l'arte prese carattere ed organizzazione mònastica. In Italia invece il movimento artistico, determinatosi molto tempo innanzi, ebbe carattere laico. E ciò per opera, come s' è detto, de' maestri comacini, antelani e campionesi.

La loro organizzazione ricordava quella dei collegia fabrorum; aveano sempre i loro insegnamenti segreti ed i loro misteri, da essi chiamati cabala; aveano la loro giurisdizione ed i loro giudici particolari, le loro immunità e le loro franchigie.

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Adibiti alla costruzione delle chiese e dei monasteri ebbero grande importanza e furono protetti dai governi civili e dalla Chiesa. Ad essi Teodolinda affidò l'erezione del duomo di Monza. La loro corporazione fu regolata da Rotari nelle sue leggi (Muratori, Rer. Italie. Script., leggi 144 e 145), e si trova anche ricordata nel Memoratorio di Liutprando. I papi li proteggevano e ne agevolavano i lavori in ogni terra cristiana con bolle e privilegi. Col moltiplicarsi del numero si estesero al di là delle Alpi, in tutti i paesi ove il Cristianesimo, da poco stabilito, mancava ancora di chiese e monasteri; e fuori d'Italia meglio conservarono la loro organizzazione e i loro misteri.

I gran capannati che si rizzavano intorno alla fabbrica della chiesa, ove si raccoglievano e riposavano gli operai, eran detti logge (cfr. LAUGE, Glossariwm, voce Logia).

Durante il regno di Enrico VI, nel contratto stipulato tra i fabbricieri di una parrocchia di Suffolk ed una compagnia di liberi muratori, quest'ultimi stabilirono che ogni operaio avrebbe ricevuto un grembiale bianco ed un paio di guanti bianchi, e che a spese della parrocchia si sarebbe eretta per essi una loggia, convenientemente coperta di tegole dove potessero radunarsi.

Il loro simbolismo, ritraente la costruzione del tempio di Salomone, non urtava nessuna suscettibilità. Più che altro, esso serviva a nascondere ai profani il segreto professionale, e, come abbiamo detto, a cementare quello spinto di dipendenza gerarchica, che costituiva tutta la loro forza, e riusciva anche d'aiuto reciproco, enfaticamente detto fratellanza. Privo d'ogni allusione morale, che non fosse la virtù della sottomissione, sarebbe da sciocchi voler supporre in quel simbolismo un qualsiasi spirito di ribellione alla Chiesa.

Tutt'altro; non si entrava nel sodalizio se non dopo ricevuti i sacramenti della confessione e della comunione; dopo aver perdonato ai nemici e promessa

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intiera obbedienza al maestro. Si ricorda che anche nobili e potenti baroni venivano in atto umile e reverente al vescovo, domandavano d'essere benedetti e quindi presentavanai al Gran Maestro per essere ricevuti nella Consorteria. E talvolta le superbe marchesane, e le figliuole dei conti e dei baroni, chiedevano a grande istanza l'umile e faticoso sodalizio delle muratrici, ed erano liete d'essere iscritte sorelle.

Dopo il Mille anch'essi sentirono il bisogno di meglio organizzarsi, mettendosi sotto la protezione e direzione dei capi delle chiese più importanti e di alcuni ordini monastici. E l'arte ne risentì immenso giovamento; perché, per opera loro, al carattere monastico che fin allora avea predominato nell'architettura, subentrò quel carattere laico che era stato la caratteristica de' maestri comacini, in Italia, e che. determinò un nuovo e più generale indirizzo nell'arte, quale fu l'arte gotica od ogivale. Alla costruzione secolare dei colossali edifìcii non poteva riuscire che l'opera collettiva di tali corporazioni e l'unità d'indirizzo artistico che esse seguivano.

In tal guisa furono costruiti i più grandi monumenti della Germania, della Francia, dell'Inghilterra, della Scozia, e qualcuno d'essi porta le loro impronte simboliche. Nel duomo di Wiirzbourgh, ad esempio, davanti alla porta della camera mortuaria leggesi da un lato sul capitello d'una colonna, il nome Jackim, e dall'altro lato sul fusto della colonna corrispondente, quello di Boaz, nomi e colonne che figurano pure nelle logge e nei rituali della moderna Massoneria (1).

(1) E ciò era consono alle idee del tempo. La Chiesa cristiana era considerata allora come una ricordanza del tempio di Salomone, e quelle due colonne, sovrapposte, per lo più, ad animali simbolici, ricordavano, come dice il Selvatico (Scritti d'Arte, Firenze, Barbera 1859, p. 117), le due celebri che stavano sulla porta del tempio di Salomone, nominate Jachin e Boaz, l'una che significa la consolidazione, l'altra la forza della Chiesa; e quindi simbolo entrambe della potenza del Signore. Codesta congettura parrebbe confermata

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Ma ove queste corporazioni moratorie ebbero vasta e potente organizzazione fu in Germania e in Inghilterra.

In Germania la loro organizzazione risale alla seconda metà del secolo XV. Nel 23 aprile 1459 i maestri degli hiitten (casuccia, loggia = lat. maceria) di Svevia, di Hasse, di Baviera, di Franconia, di Sassonia, di Turingia e dei paesi situati lungo la Mosella, riuniti a Ratisbona stesero l'atto di fratellanza, nel quale, riconoscendo come haupt hiitte quella di Strasburgo, si stabiliva Gran Maestro unico e perpetuo delle confraternite generali de' muratori liberi in Alemagna il capo della Chiesa di Strasburgo.

L'imperatore Massimiliano confermò questa decisione con diploma del 1498; Carlo V, Ferdinando e i loro successori la rinnovarono. Nello stesso modo altra Gran Loggia era. costituita a Vienna per le corporazioni dell'Austria, della Ungheria e della Stiria; mentre quelle della Svizzera riconoscevano la Gran Loggia di Zurigo (1), col diritto in tutte e due di ricorrere alla Gran Loggia di Strasburgo ne' casi gravi e dubbi. Questa aveva una giurisdizione indipendente e sovrana, e giudicava senz'appello tutte le cause che le venian portate secondo le regole e gli statuti della Società.

dal vedere che spesso erano strette a metà da un nodo che collegavasi allo stesso fusto, e che da alcuni eruditi fu malamente preso per un serpente. Ciò mi sembra alludere al verso 15 del capo vii del terzo dei Re, ove è detto che il fenicio Hiram, insigne nel lavorare il bronzo, fece nel tempio di Sai orno ne due colonne alte diciotto cubiti, le quali erano allacciate da una corda lunga dodici cubiti.

Per questi et) nitri riscontri tra il Tempio di Salomone e le moderne logge massoniche, cfr. in seguito, il secondo grado della Massoneria.

(1) Dopo il compimento della cattedrale bernese, la Gran Loggia, quivi esistente, fu trasferita a Zurigo. Venti anni dopo, essendosi la confraternita mescolata a faccende estranee alle arti edificativi. Stefano Rulzislorfer, suo Gran Maestro, fu citato alla dieta, e non comparendo, la corporazione venne soppressa in tutti i cantoni. (Da Castro, ibid., IV, 81).

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Questi statuti furono rinnovati e stampati nel 1563 (1).

Senza dubbio, tali grandi corporazioni servirono come un argine officiale opposto al dilagare della rivoluzione religiosa, e in parte si riuscì nell'intento. Esse però doveano necessariamente sparire a poco a poco, o trasformarsi nel senso moderno d'associazione, non essendo più compatibili colle nuove tendenze religiose ed economiche dei tempi, ed in Germania specialmente.

In Inghilterra, invece, esse subivano una radicale trasformazione. Fin dal secolo X si ha notizia della loro organizzazione sotto la direzione dello stesso governo, ed ebbero a York la loro Gran Loggia con ramificazioni all'Estero e specialmente in Francia. Si riuniva ogni anno, e decideva e provvedeva su tuttociò che poteva interessare la Società,

Dal 1155 l'amministrazione passò all'Ordine dei Templari che ne ricavò gran forza politica, da costituire un grave pericolo sociale, specialmente in Francia, ove Filippo il Bello fu costretto ad abolire l'Ordine e incamerarne i beni (2). Tre secoli dopo l'Ordine di Malta, a sua volta, pose alla testa della confraternita, dandole quello splendore che avea perduto durante le sanguinose lotte

(1) Statuti e Regolamenti della Confraternita dei tagliapietre, rinnovati alla conferenza della Gran Loggia San Michele, di Strasburgo,anno MDLXIII. La prima revisione degli Statuti ebbe luogo dal 1455) al 14(38.

La Gran Loggia di Strasburgo ebbe foro speciale e indipendente, durato con alta giuria dizione su tutte le logge minori fino al 16 marzo 1707, cella quale epoca venne abolito dalla dieta germanica adunata a Ratisbona.

(2) Ecco la ragione perché molti fan risalire l'origine della Massoneria all'Ordine dei Templari, che, abolito ufficialmente, s'innestò sotto forma settaria nell'organismo massonico. Certamente l'influenza che i Templari esercitarono sulle corporazioni massoni che non può essere messa in dubbio. Anzi, come vedremo, tale ricordo costituisce uno dei capisaldi dell'attuale simbolismo massonico, e dal templarismo fa capo la seconda fase, o fase medioevale, della Storia ideale dulia Massoneria, Cfr. in seguito.

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delle Case di York e di Lancastro. Nel 1492, il sodalizio si svincolò dal patronato di questi cavalieri, ed elesse a Gran Maestro l'Abate di Westminster, e da allora fu governata da lordi, vescovi, famosi architetti; fu asservita al governo e vi furono iniziate anche persone appartenenti ad altre professioni, da cui la confraternita potesse ricavare un utile profitto. Certamente, in un paese come l'inglese, rotto a regime costituzionale, essa non poteva tenersi lontano dalla vita politica, e dipendente com'era dal governo, riuscì per questo dì grande aiuto, specialmente Delle due rivoluzioni del secolo XVII, durante le quali si schierò dalla parte degli Stuardi(1).

Colla ruina di questi era anche segnata la mina della corporazione non confacentesi più per il suo carattere

V'è chi opina che il principio gnostico professato dai Templari ai collegasse coll'esistenza de' liberi muraioli ch'erano in grado di comprenderlo. «La società de' liberi muratori... per quanto ne vorrebbero provare adesso alcuni eruditi, aveva molti statuti e regolamenti che le raccostavano al gnosticismo. Queste corporazioni... furono, secondo l'Haunner, impiegate dai Templari per l'innalzamento delle loro chiese. Aggiunge poi, acutamente congetturando l'alemanno erudito, che i Templari stessi potevano essersi immedesimati al culto speciale di queste congreghe di liberi muratori, col visitare di frequente la celebre loggia fondata da Achen al Cairo verso la fine dell'undecimo secolo, ove insegnavasi, oltre al culto gnostico, la matematica e la geometria, scienze così necessario a' liberi muratori». (Cfr. Selvatico, ibid, p. 68).

A dire il vero, tali congetture sono basate sulla conoscenza della Massoneria qual era nel secolo XVIII, e non cosi com'erano le corporazioni massoniche operaie prima di quel secolo. Le relazioni tra queste e ì Templari non furono dissimili da quelle con l'Ordine di Malta, e ai va troppo lungi dal vero nell'asserire il contrario.

(1) Un'altra tradizione fa risalire l'istituzione della Massoneria a Lord Cromwell, e può anche ammettersi nel senso che avesse opposta alla Massoneria, serva de! governo, e favorevole agli Stuardi, un'altra Massoneria od associazione di carattere politico avversa, che in seguito ai sostituì alla corporazione muratoria trasformandola nel senso moderno.


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litico colle mutate condizioni politiche inglesi. E così, mentre si sforzava di trapiantarsi in Francia e in Germania per farvi proseliti alla causa degli Stuardi, essa, nel 1703, non contava in Inghilterra che pochi aderenti e pochissime logge. A scongiurare la ruina totale della corporazione, in quello stesso anno la Loggia di San Paolo in Londra prese una decisione che trasformò completamente la confraternita, conciliandola co' nuovi tempi e colle nuove tendenze della vita inglese.

Essa decretò «che i privilegi della massoneria non sarebbero stati d'allora in avanti un diritto esclusivo dei massoni costruttori. Persone appartenenti a qualunque ceto e a qualunque professione avrebbero ottenuto il diritto di goderne, purché regolarmente approvate ed iniziate nell'Ordine».

Questa innovazione forse non aveva altro scopo che di annientare il numero sempre decrescente dei membri della confraternita, ed aiutarla più tardi a riprendere la sua importanza e la sua attività primitiva; ebbe invece delle conseguenze che ciascuno era lontano dal prevedere (1).

La nuova associazione fece suo e completò il simbolismo muratorio della costruzione del Tempio, dando ad esso un

(1) Cfr, CLAVEL, ibid., p. 105. Il De Castro nel Mondo Segreto (iv, 109) riporta una Carta di Colonia, secondo la, quale apparirebbe che la Massoneria esistesse fin dal secolo XVI.

Essa porta la data del 25 giugno 1535 ed è firmata da diciannove delegati delle loggie massoniche di Londra, Edimburgo, Vienna, Amsterdam, Parigi, Lione, Francoforte, Amburgo, Colonia, Venezia, ecc., e tra i firmatari compariscono persone illustri, come Melantone, Colignì, BruceFalk, Virieux, Stanhope, e gli italiani Ignazio de La Torre e un Doria. È redatta in latino con caratteri massonici, ed è una giustificazione contro accuse che allora si facevano alla Massoneria. Il documento, pieno d'anacronismi, è evidentemente falso, e fu compilato per servire d'appoggio ad un sistema di riforma che, nel 1819, il principe Federico di Nassau, fratello del re d'Olanda, vagheggiava nella Massoneria (cfr, CLAVEL, ibid., p. 134 e seg.).

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significato altamente morale, quello cioè di scavare tombe al vizio e d'innalzare templi alla virtù. La rigenerazione dell'uomo e della società umana fu lo scopo che si prefisse, e in ciò fu agevolata dalle nuove concezioni filosofiche del tempo.

Senza dubbio, nella decisione della Loggia di San Paolo di Londra bisogna ricercare l'origine dell'attuale Massoneria.

CAPITOLO III.

Massoneria e Carboneria in Francia nel secolo XVIII

Il secolo xviii favorì grandemente l'incremento delle associazioni segrete che pullularono dappertutto in Europa. Le guerre di successione riuscirono il migliore e più efficace tramite di scambio delle nuove idee; e delle associazioni segrete si valsero gl'Inglesi per propagare in ogni luogo il loro spirito intraprendente e la loro influenza (1).

Secolo d'intensa vitalità, ebbe, specialmente in Francia, qualche cosa di strano e di meraviglioso. Dalla Reggenza in poi fu uno scoppio irresistibile di bonne humeur scollacciato e libertino contro quella compressione forzata ch'era stato il regno di Luigi XIV, il Giove Tonante de' suoi tempi, ravvolto in una nuvola di parrucca incipriata. Fu un dilagare di scetticismo e di frivolismo che, tra il gavazzare

(1) In Ispagna la prima loggia fu fondata dagl'Inglesi, a Gibilterra, nel 1726. Altra ne fu fondata nel 1727, a Madrid, che costituì sue filiali a Cadice, Barcellona, Valladolid ed in altre città. In Russia la Massoneria fu importata verso il 1731, e fu tollerata ai tempi di Anna e di Biren; nel 1740 gl'Inglesi schiusero officina a Pietroburgo, dipendente dalla Gran Loggia della Madre Patria. Caterina II protesse la Massoneria, che si diffuse in Russia, ma ebbe carattere cortigianesco al servizio del governo. A Ginevra la prima loggia fu fondata dagl'Inglesi nel 1737 e la Massoneria si estese subito in tutta la Svizzera. Penetrò in Isvezia nel 1738, e in quel torno di tempo pure in Olanda e in Germania. Financo in Turchia non mancò la Massoneria, nell'India (Calcutta, 1728), in Africa, ovunque gl'Inglesi svolgevano la loro attività.

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della Corte e delle cortigiane, riuscì cosi bene a nascondere quell'intenso e sotterraneo lavorio di distruzione che dovea far capo alla Rivoluzione.

In quel secolo di contrasto così vario, così complesso, così sfaccettato, anche le associazioni segrete ebbero in Francia un carattere di strana varietà e rappresentarono uno dei lati più evidenti e più attraenti della società francese. In Germania la Massoneria riuscì una scuola di morale rigenerazione. Francesco Stefano, marito di Maria Teresa, ne fu uno de' sostenitori e propagatori, e così i suoi figliuoli e le sue stesse figliuole e non pochi degli altri principi tedeschi. Federico II se ne fece il grande protettore, e, si vuole, anche il legislatore, incarnandola fin d'allora nella sua famiglia. Anche in Germania ci furono delle sètte a base di speculazione e di cìarlatanesimo, quale specialmente quella dei Rosa Croce ed in Germania, più che altrove, il concetto settario perseguendo un miraggio speculativo della vita umana finì coll'assumere un carattere tetro. La Società degli Illuminati (1), facendo sua la compatta

(1) Questa Società fu fondata nel 1776 da Adamo Weishaupt, professore di diritto canonico nell'Università d'Ingolstadt.

Ebbe a valoroso cooperatore il barone di Knigge, e si fece ascrivere nella massoneria, per aver modo di meglio propagare i suoi principii. La società era divisa in due classi, edificio inferiore, che serviva di preparazione all'edificio superiore, nella quale classe si rivelavano i veri misteri.

La prima classe comprendeva i seguenti gradi illuminati: 1° Novizio - 2° Minervale - 3° Illuminato minore - 4° Illuminato maggiore. Dopo questi passavasi ai gradi intermedi, copiati dalla massoneria, e successivamente si diveniva apprendista, compagno, maestro, novizio scozzese e cavaliere scozzese a illuminalo direttore.

La seconda classe suddividevasi in piccoli misteri, abbraccianti i gradi di: - 1° Apopto o Sacerdote illuminato - 2° Reggente o principe illuminato; e in grandi misteri co' gradi di: 1° Mago filosofo - 2° Uomo re.

Per esservi iscritto bisognava dar prova di conoscere le scienze fisiche, politiche, morali; essere uomo di carattere e di fede incrollabile,

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organizzazione dei Gesuiti, ne volse gl'intendimenti e i mezzi, giustificandoli col fine, al trionfo di quell'ideale comunismo che, distruggendo quant'era d'imposto e d'artificioso nella società, dovea condurre il genere umano alla universale felicità e tranquillità d'una sola e vasta famiglia.

In Inghilterra, la Massoneria impigliatasi fin allora nelle due grandi rivoluzioni, s'era del tutto trasformata colla caduta degli Stuardi, compenetrandosi nella nuova dottrina razionalistica rivelata dal Locke e dal suo discepolo Shaftesburv, e servi a propagare le nuove idee e a raccogliere in un sol fascio e in un solo intento tutti i pensatori europei.

La Massoneria fu in Francia, come altrove, importazione inglese; e risentì per molto tempo l'influenza dei partigiani di Giacomo Et.

Essa, però, assunse in Francia carattere proprio,

altrimenti non si andava oltre in prima classe. I gradi erano noti a' soli adepti in ciascuno.

Nella ricezione d'apopto, la sala era tappezzata di drappi d'oro e illuminata dalla luce di mille candele. Il candidato dovea scegliere tra le insegne della regalità, una corona ed un manto reale, o quelle del sacerdozio, un camice di lino ed una cintura di seta, scarlatta. Scegliendo le prime, veniva subito espulso, mentre se sceglieva le insegne del sacerdozio, era subito consacrato sacerdote, e gli si faceva bere un liquore composto di latte e miele.

La cronologia era la persiana, ed ogni regione o città avea un nome geografico antico o appartenente ad altra regione o città. La Baviera era chiamata Acaia, la Francia Illiria. l'Austria Egitto, il Tirolo Peloponneso, Monaco Atene, Mersebourg Sestos, Ratisbona Corinto, Vienna Roma, Ingolstadt Eleusi. 11 nome emblematico del W. era Spartano.

Rivelazioni d'affiliati malcontenti la misero in brutta vista, la dipinsero come una vera setta anarchica, che s'era proposta la distruzione dei principi, dei preti, dei nobili. Il Weisshaupt fu condannato a morte, ma ebbe modo dì fuggire e si salvò alla Corte del principe di Gotha (di Sassonia) che lo nominò suo Consigliere aulico. Chiese allora d'essere accusato regolarmente innanzi ai tribunali, ma la sua domanda rimase sempre senza risposta. Egli mori a Gotha nel 1830. I principii dell'illuminismo furono anche condannati dalla Massoneria.

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e connaturandosi delle nuove idee innovatrici, seppe adattarsi all'ambiente e riflettere Io spirito capriccioso e frivolo della moda; anzi divenne un portato della moda. In quel secolo d'avventurieri e di cortigiane le logge massoniche rappresentarono una specie di salotti dei tempi, salotti che gareggiarono con quelli delle donne più in voga.

Parigi fu la fiera ove le società segrete si contesero palmo a palmo il terreno, da' nomi strani, dall'intricata gerarchia dei gradi, resasi oggetto di speculazione e di corruzione, A dar loro maggiore attrattiva e a farne convegni di amore o di flirtation non mancarono le donne; anzi la Francia dette nel 1730 la Massoneria delle donne, a cui appartenevano le donne più quotate e titolate (1).

(1) Fu istituita nel 1730, in Francia; ma veramente ordinata e riconosciuta dalla Massoneria francese verso il 1774.

Nel 1743 fa istituito l'ordine delle Felicitaires, con simboli e frasario nautico; le sorelle facevano il viaggio immaginario all'isola della Felicità sotto la vela dei Fratelli e con essi per piloti.

Comprendeva i gradi di mozzo, capitano, caposquadra, e viceammiraglio, ed era ammiraglio o gran maestro il fratello Championnet, fondatore di essa.

Se s'iniziava un fratello, egli giurava «di non intraprendere ancoraggio in alcun porto, ove già si trovava ancorato un vascello dell'ordine».

Se una donna, essa prometteva di non ricevere de' vascelli stranieri nel suo porto, fin tanto che vi era un vascello dell'Ordine ancorato.

Da quest'ordine nel 1745 derivò quello dei Cavalieri e delle Cavalleresse dell'Ancora, ch'era una depurazione del primo; ma fu sopraffatto dall'Ordine dei fenditori del cav. Beauchaine.

Altre Società si ebbero in seguito, come quelle del Cotogno, delle Centinaia, e della Fedeltà, con rito e simbolismo in parte simili a quelli della Massoneria.

Ultima fu la Massoneria dì adozione, propriamente detta. Si componeva di quattro gradi, apprendista, compagna, maestra, maestra perfetta, e il simbolismo era derivato dalla Bibbia e ricordava il peccato originale, il diluvio, la confusione della torre di Babele, ecc.

Questa Massoneria d'adozione, accettata e protetta da quella maschile, incontrò molto favore nel pubblico femminile, e il suo

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Lo spirito di quei tempi, così bizzarramente procaci e scollacciati, s'impersona a proposito nel Dottor Mesmer, l'inventore del magnetismo animale, e in quel tipo così agilmente fantastico e cosi ciarlatanamente interessante che fu il siciliano Giuseppe Balsamo, quel Conte dì Cagliostro, tanto conosciuto, le avventure del quale assunsero talvolta importanza di fatti storici e tanta meraviglia sollevarono che fu appellato il Divino Cagliostro.

E prima di loro, tra gli altri, s'era reso famoso il cavalier Beauchaine, il più celebre e più zelante de' Venerabili di Parigi (1). Avea stabilito la sua loggia in una trattoria della Via San Vittore, all'insegna del Sole d'Oro,

scopo era, più che altro, il divertimento, balli, banchetti, recita, ecc, né vi si dimenticava però la beneficenza. Vi appartenevano le donne meglio quotate dell'aristocrazia francese, la duchessa di Borbone, quella di Chartres, De Luynes, la principessa di Lamballe, la Choiseul, la Carignano, la Vaudemont, la Rocheaufault, la Helvetius, la Rochambeau ed altre, ed altre ancora, né vi mancava la stessa regina Maria Antonietta, e lo stesso Luigi XVI ne risentiva l'influenza. Anche gli nomini vi appartenevano e il Voltaire nel 1778 fu iniziato nella Loggia delle Nove sorelle.

Poco prima della Massoneria d'adozione era sorto l'Ordine dei Cavalieri e delle Dame della Perseveranza, d'origine polacca e fondato dalla contessa Potoska. Verso il tempo medesimo un'Associazione di tutt'altro genere fu stabilita sotto il nome di Ordine dei Cavalieri e delle Ninfe della Rosa, ed era più che altro una casa di piacere del Duca di Chartres. E sullo stesso stampo altre ne sorsero ancora.

In contrasto ad essa si oppose, ma con poco frutto, l'Ordine degli Indifferenti, specie di Massoneria d'adozione, fondata da Madamigella Sulle, attrice del teatro comico francese. Era un femminismo in altro senso che faceva consistere ogni virtù nel combattere l'amore e sottrarsi al suo impero. Un ghiacciuolo di cristallo n'era l'emblema.

(1) La prima loggia, la cui fondazione in Francia sia storicamente provata, è quella che la Gran Loggia di Londra istituì a Dunkerque nel 1721, sotto il nome di Amicizia e Fratellanza. Altre loggie in quel torno di tempo ed in seguito furono istituite in Parigi e nelle provincie.

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dove alloggiava e dava per sei franchi in una sola seduta tutti i gradi della Massoneria. Dopo averla ben bene sfruttata, e poiché il mestiere andava a meraviglia, mise in commercio e rese popolare un altro genere di traffico. E fu la Carboneria, modificata, però, e adattata ai gusti di allora.

La Carboneria era uno de' tanti doveri del Compagnonaggio, che s'era sparso nelle Alpi, nel Giura, nella Foresta Nera, e specialmente ne' boschi vicini a Dole, Gray, Besangon e a Moulins. Questo dovere avea resistito alla persecuzione, e si conservò nella sua primitiva organizzazione fino ai principii del secolo XIX, come quello che lontano dalla vita cittadina, avea modo d'eludere i sospetti del clero o del governo. Il suo simbolismo meglio si confaceva allo spirito religioso dell'ambiente francese.

I compagnoni carbonari sì riunivano in una foresta, si davano il titolo di buoni cugini, ed il neofita era detto vespaio (guepìer). Prima di procedere alla ricezione si stendeva una tovaglia bianca sul suolo; vi si poneva un recipiente pieno di sale, un bicchiere pieno d'acqua, un cereo acceso ed una croce.

Gl'Irlandesi aderenti agli Stuardi introdussero gli alti gradi e apportarono il maggior confusionismo concedendo al primo venuto l'autorizzazione dì aprire loggia. A quel tempo le costituzioni erano personali ai fratelli che le aveano ottenute, e le funzioni di venerabile erano a vita. Tutti i magoni di condizione libera erano atti ad essere costituiti venerabili inamovibili, quando erano investiti del terzo grado ed erano stati sorveglianti d'una loggia. Le patenti costituzionali erano in suo nome ed egli ne era padrone. Egli aveva il diritto di nominare i suoi due sorveglianti. Le logge sì riunivano generalmente, come in Inghilterra, in una sala particolare di qualche albergo, la cui insegna serviva di titolo distintivo. Questa sala non era ornata di alcuna decorazione speciale: si temeva, di far conoscere alla polizia, che da un momento all'altro potea venire a perquisire, le prove dell'oggetto per cui sì riunivano. Per questo il quadro simbolico del grado nel quale si tenevano i lavori era usualmente con gesso tracciato sul pavimento, ed appena terminata la riunione, veniva, lavato con una. spugna bagnata (cfr. CLAVEL, ibid., p. 119-121).

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- L'aspirante, prostrato al suolo, con le mani stese sull'acqua e sul sale, giurava di mantenere religiosamente il segreto dei compagnoni. Dopo aver sostenuto diverse prove, tra le quali avea principal parte la passione di Cristo, gli venivano comunicati dei segni e delle parole misteriose, mediante le quali potevasi far riconoscere in tutte le foreste per un vero e buon cugino carbonaro. Il compagnone che presiedeva gli spiegava il senso emblematico degli oggetti che si offrivano a' suoi occhi.

«Il lino - gli diceva - è l'immagine del Sudario nel quale saremo ravvolti; il sale indica le tre virtù teologali; il fuoco i lumi che si accenderanno alla nostra morte; l'acqua ci rammenta quella con la quale saremo bagnati, e la croce il simbolo della redenzione che collocasi sovra le tombe».

Si diceva al neofita che la croce di Gesù Cristo era di agrifoglio marino, che aveva settanta punte, e San Teobaldo era il protettore dei Carbonari (1). Il dovere avea tre gradi, d'apprendista, di maestro e di tenditore.

Il Beauchaine, nel 1747, modificando in parte il cerimoniale sul tipo della Massoneria, rese popolare tale dovere sotto il nome dell'Ordine dei Fenditori, che n'era il terzo grado, e senza rinnegare l'oscura origine dei compagnoni carbonari, la rivendicò con orgoglio per l'arte di spaccalegna e la nobilitò circondandola di circostanze immaginarie. Secondo lui l'associazione era nata nelle foreste del Borbonese; era un dovere degli spaccalegna del paese, ai quali erano stati affiliati proscritti d'alto grado durante la guerra civile, che avea travagliato il regno di Carlo VI e Carlo VII.

(1) A testimonio dei sentimenti che fiancheggiano e nobilitano il dovere dei Carbonari citiamo i seguenti versi che il padre maestro dirigeva un'aspirante:

«Les richesses, l'orgueil ne sont que des chimère;

«Enfants du même Dieu tous les hommes sont frères;

«Le vice seul est bue, la vertu fait le rang,

«Et l'homme le plus juste est aussi le plus grand.

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- Il giuramento comune a tutti era di proteggersi e soccorrerei a vicenda. I buoni cugini abitavano le foreste, dalle quali i fenditori aveano prese le forme ed i simboli; ammettevano nella loro associazione uomini d'ogni classe della società, nobili, preti, borghesi.

Nel nuovo Ordine dei Fonditori del Beauchaine la loggia avea nome di cantiere; i fratelli e le sorelle si chiamavano cugini e cugine, i recipiendari, palosci. Queste riunioni ebbero una voga straordinaria. Aveano luogo in un vasto giardino al quartiere della Nuova Francia, fuori Parigi. Le genti di Corte, uomini e donne, vi si portavano in folla ed in gran confidenza,, con sopravvesti e sottana di panno grossolano, i piedi calzati di grossi zoccoli, e si davano a tutta la vivacità e noncuranza dei popolani (1).

(1) La società non restò confinata in Parigi; si propagò in tutte le provincie della Francia e particolarmente nell'Artois, ove si conservò fino alla restaurazione. Cessò di riunirsi quando la carboneria francese, modellata su quella italiana e importata in Francia verso il 1821, fa violentemente attaccata dal procuratore generale Bellart, nell'affare dei quattro sergenti dulia Rochelle. Uno spaccalegna Cauchard d'Hermilly, confondendo la nuova società segreta con quella, a cui egli apparteneva, si studiò di provare ch'essa non era colpevole dei misfatti che le venivano attribuiti, dicendo che essa era interamente estranea alla politica e si occupava di far passare allegramente il tempo. Per ragionare su questo proposito narrò la sua recezione fra gli spaccalegna carbonari dell'Artois, che lo avevano ammesso, nel 1813, nelle loro riunioni a cielo scoperto, e che avevano luogo tutti gli anni in mezzo ai boschi, ove ciascheduno degli affiliati, vestito col camice e cogli attributi di spaccalegna, non faceva altro che ridere, cantare, mangiare e bere. Disse che in questa saggia società si facevano dei fratelli, ma non erano fratelli politici; che non erano nemici della tranquillità degli imperi, né del riposo degli uomini, sebbene si tirassero dei colpì di fucile... a polvere: infine che si poneva il neofita sotto le zanne di orsi, che sembravano assÉtati di sangue umano, ma essi erano di natura benigna, e non tardavano a divenire i loro migliori amici. I banchetti poi non avevano nulla di sontuoso; era dì stretto rigore mangiare del bollito, del lardo e della zuppa di cavoli. Faceva notare il d'Hermilly che non vi era alcuna società segreta meno pericolosa

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- Senza dubbio, si cadeva nel ridicolo, né si poteva evitarlo; e i gesuiti da gente accorta e previdente cercarono di combattere lo spirito di tali associazioni anche coll'arme terribile del ridicolo; ma n'ebbero la peggio (1).

Non compresero che quel simbolismo lì, che moveva al riso e apparentemente non diceva nulla, era il vecchio ciarpame del passato che serviva a nascondere comodamente il nuovo. Era la stessa frasca usata dagli sdolcinati diaconi e suddiaconi de' primi tempi cristiani, per dare credito presso le pinzochere e le donnine allegre ad una nuova mercé, e pericolosissima, che veniva fermentando nelle catacombe. In tutti i tempi così, e in ogni tempo le idee nuove sono penetrate nel cuore a traverso le spensierate risate e i frivoli passatempi.

Era uno sport come un altro, e vi si pigliò del gusto matto, anche e più di tutti da quelli a cui esso doveva apportare inevitabile ruina. Non fu compreso il senso recondito di quel simbolismo, distillato a traverso i lambicchi d'una intricata serie di gradi. Non fu compreso che a combattere la vecchia società, coverta d'una maschera di piombo, era necessario muovere colla maschera in volto e con tutti gli artifici d'una bene architettata truccatura.

Sfuggi ai più che sotto quel simbolismo e quei salamelecchi si nascondeva qualche cosa che un giorno o l'altro doveva apparire. Ed era il riso beffardo del Voltaire, il ghigno distruttore del Rousseau, lo spirito innovatore del Condorcet.

di quella degli spaccalegna, che riuniva nello sue fraterne assemblee tutte le forzo di spirito e i buongustai della provincia, compresi i gentiluomini clic, quando ai tratta di divertirei, non sono sempre nemici di una momentanea eguaglianza (CLAVEL, ibid., p. 450).

(1) Quelli del collegio Dubois in Caen, dopo una rappresentazione della tragedia Zenobia e Radamisto, fatta dai loro scolari il 2 agosto 1741, fecero eseguire un ballo comico, nel quale si vedea il cerimoniale che si compie nella recezione d'un massone.


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Era un simbolismo che faceva ridere, è vero, ma nascondeva nelle sue pieghe le lettere di tre parole misteriose, delle quali soltanto la Rivoluzione si sarebbe fatta depositaria ed interprete.

In tal guisa, mentre in altre parti d'Europa le associazioni segrete erano riuscite una scuola di civile e progressiva rigenerazione pei popoli e pei principi, prevenendo sanguinose rivoluzioni; in Francia, invece, esse prepararono la rivoluzione, e questa fu una sorpresa inaspettata, anche per quelli che inconsciamente l'aveano preparata ne' dilettevoli misteri di quelle associazioni.

E tanto più fu inaspettata, perché traendo dalle pieghe simboliche portò all'aperto e fece trionfare tra il fosco lampeggiare della ghigliottina quelle tre misteriose parole che dicevano libertà, eguaglianza, fratellanza; quelle tre parole appunto che i buontemponi dell'ieri aveano proclamato nelle logge e nei cantieri, come norme soltanto di quel nuovo e più divertente carnevale, a cui così bene s'erano assuefatti.

Purtroppo, il carnevale si dovea per quei signori il cambiare in una quaresima senza scampo, la commedia in una tragedia, Figaro in Marat,

CAPITOLO IV.

La Massoneria in Italia e le costituzioni muratore del 1750

In Italia; che pure ricorda il tipo classico de' maestri comacini, le fratellanze operaie, sotto il nome vario di giurande, maestranze, corporazioni, università, ecc, non ebbero il carattere simbolico e settario del Compagnonaggio francese. E ragionevolmente, perché compenetrandosi nello sviluppo dei Comuni ne furono gran parte della vita politica. Colla trasformazione dei Comuni in Signorie, e di queste in Principati, anch'esse finirono collo scomparire del tutto, o si trasformarono in confraternite religiose di beneficenza, o si conservarono come semplici maestranze di mestieri, e così fino ai principii del secolo XIX (1).

(1) Ricordiamo com'esempio di tali maestranze l'Arte della seta di Catanzaro, gli statuti della quale risalgono al 1569 e s'accordano con quelli di Firenze promulgati nel 1393 e rinnovati nel 1496, e quindi compresi in quelli che si pubblicarono nel 1° maggio 1577; anteriori a quelli di Torino (1724) e a quelli di Lione (1737 e 1744).

Non solo delle regole di perfezionamento e onestà dell'arte, ma anche più degli artigiani questi statuti si occupano, in quantochè ammessi non erano all'esercizio senza essere matricolati in un libro tenuto da' Consoli, i quali rilasciavano all'artigiano una bolletta di permesso per esercitare l'arte, ed ai commercianti per tener bottega pubblica, o vendita privata. E questa bolletta costituiva la scheda per la quale l'artigiano era ammesso a dare il voto nella elezione de' Consoli della seta, come nelle elezioni municipali,

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Le associazioni segrete sul tipo moderno furono, non c'è dubbio, in Italia una importazione straniera, ed ebbero, dapprima, carattere speculativo e religioso. Trovarono, però, qua e là preparato il terreno da quel movimento religioso ed anche politico, che, in Italia, ebbe dal 500 in poi manifestazioni così varie, per quanto isolate. È certo che anche in Italia esisteva la Massoneria nella prima meta del secolo XVIII,

ond'era che una vigilanza diuturna e severa, i Consoli poteano portare sugli artigiani di seta, e li soggettavano a tante discipline che servivano a migliorale la morale pubblica, ed i costumi di questa classe operatrice di ricchezza... I setaiuoli dì Catanzaro fin dal XVI secolo aveano le loro Congregazioni religiose con le casse di previdenza, nelle quali in ogni settimana versavano il loro obolo destinato a soccorso degli operai poveri o inabili al lavoro, o alle infelici famiglie dell'artigiano rimaste nella miseria. E questo proposito umanitario era circondato da riti religiosi che gli artigiani compivano nella loro Congregazione, e che fino a pochi unni addietro tuttavia si esercitavano por pura forma esterna di ereditata superstizione, mentre la missione umanitaria delle Congreghe era già morta coll'arte della seta in questa, come in tutte le città, dove simili istituzioni esistevano.

Ricordiamo qualche prescrizione riguardante gli operai.

laquo;Item sì statuisce et declara, che non sia maestro o lavorante alcuno forastero che venisse in questa città di Catanzaro che da hogge innanti possa lavorare per maestro se prima non lavorerà come lavorante per sei mesi, et da quel tempo incanti possa essere scripto per maestro nel libro de detta arte, et sia tenuto pagare per sua intrata cinque carlini et un tari per tilaro, oltra la ragione de la detta matricula...

«Item che nesciuno tessitore et maestro possa pigliare discipulo per manco tempo d'anni quattro, facendone patto scripto, et debiano far scrivere detto discipulo nel libro de l'arte fra termine de quindici jornj sotto la pena de carlini cinque...

laquo;Item che in detto libro de l'arte se debiano scrivere distintamente il negotìante per negotiante, il maestro per maestro, il lavorante per lavorante, il discipulo per discipulo in la casa et parochia dove habita.

(Cfr. Statuti dell'Arte della Seta, in Catanzaro. Con relazione di FILIPPO MARINCOLA SAN FLORO, CATANZARO, Tip. Munic. 1880).

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e fu, come altrove, importazione inglese (1). Né essa sfuggì alla sospettosa vigilanza della Curia Romana,

Clemente XII con la bolla «In eminenti Apostolatus Specula» del 28 aprile 1736 la fulminava di scomunica. «E per verità, - egli dice - e la voce pubblica non ci permette di dubitarne, è giunta a nostra notizia, che vadano assai da lungi serpeggiando, e ogni dì più dilatandosi, certe società, adunanze, unioni, aggregazioni o conventicole, volgarmente chiamate de' Liberi Muratori, ossia FrancMacons, o con qualsivoglia altro nome secondo la varietà dei linguaggi si appellino, nelle quali degli uomini di qualunque religione, 0 setta, insieme si uniscono formandosi delle leggi e degli statuti, facendo professione di una certa specie di affettata naturale onestà, e obbligandosi a vicenda con uno stretto impenetrabile legame, fatto un severo giuramento sulle sacre scritture, e con minaccia di gravi pene, astringendosi a custodire il segreto delle cose da essi occultamente operate...».

E continuava sullo stesso tono col comandare ad ogni fedel cristiano d'astenersi dalle medesime società, o conventicole, sotto pena d'incorrere, ipso facto e senz'altra dichiarazione,

(1) Il Vasari, nella vita dello scultore F. Rustici, ricorda che verso il 1512 si stabili in Firenze una compagnia detta della cazzuola, composta di dotti e letterati di grido, che per i suoi simboli, quali la cazzuola, il martello, la squadra, il livello, e avendo a suo protettore Sant'Andrea, patrono del Rito Scozzese, fu creduta una vera società massonica. Era una società di piacere più che altro (cfr. DE CASTRO, ibid,, VI, 82).

Anche l'Accademia platonica fu creduta d'indole massonica, perché la sala ove teneva, le sue riunioni era coperta di fregi e sculture che parvero simboliche (Id., ibid., pag. 85). Lo stesso De Castro ricorda pure alcune opere «non solo illeggibili oggi pel tedio che ispirano, ma inintelligìbili per lo stile del tutto figurato» e che nulla di più verosimile che si riferiscano alle dottrine e pratiche massoniche diffuse nella penisola. Altre notizie potremmo citare come verosimili; ma per i tempi a cui si riferiscono la verosimiglianza è soltanto ipotetica.

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nella scomunica maggiore e di non poterne essere assolto se non dal Romano Pontefice, eccettuato in punto di morte.

Benedetto XIV, sospettato per la sua tolleranza d'essere lui stesso frammassone, a troncare ogni sospetto, confermava la bolla precedente con altra «Providvs Romanorum Pontifex del 18 maggio 1751, e così ebbe principio quella lotta accanita tra la Curia Romana o la Massoneria, lotta che perdura tuttavia, né pare che voglia smettere. Ma anche nel secolo XVIII le scomuniche aveano fatto il loro tempo, né impedirono che la Massoneria prendesse piede e si diffondesse in Italia.

L'esistenza d'essa non poteva certamente sfuggire al Muratori, il quale nell'anno 1736 (cfr. Annali) con molta apparenza di verità, così ne parla: «Era negli anni addietro nata in Inghilterra una setta appellata de' Liberi Muratori, consistente nell'unione di varie persone, e queste ordinariamente nobili, ricche, o di qualche merito particolare, inclinate a solazzarsi in maniera diversa dal volgo. Con solennità venivano ammessi i nuovi fratelli a questo istituto, e loro si dava giuramento di non rivelare i segreti della Società. Raunavansi costoro di tanto in tanto in una casa eletta per loro congresso, chiamata la Loggia, dove passavano il tempo in lieti ragionamenti, e in deliziosi conviti, conditi per lo più da sinfonie musicali. Verisimilmente avevano essi preso il modello di sì fatte conversazioni dagli antichi Epicurei, i quali per attestato di Cicerone e di Numenio con somma giovialità e concordia passavano lo ore in somiglianti ridotti. D'Inghilterra fece passaggio in Francia e in Germania questo rito, e in Parigi fu creduto, che si contasse sedici Loggie, alle quali erano ascritti personaggi della primaria Nobiltà. Allorché si trattò di creare il Gran Maestro, più brogli si fecero ivi, che in Polonia per l'elezione d'un nuovo Re. Si tenne per certo, che anche in alcune Città d'Italia penetrasse e prendesse piede la medesima novità. Contuttoché protestassero costoro, essere prescritto

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dalle loro Leggi, di non parlare di Religione, né del pubblico Governo in quelle combriccole, e fosse fuor di dubbio, che non vi si ammetteva il sesso femineo, né ragionamento di cose oscene, né v'era sentore d'altra sorta di libidine: nondimeno i Sovrani, e molto più i sacri Pastori, stavano in continuo batticuore, che sotto il segreto di tali Adunanze, renduto impenetrabile pel preso giuramento, si covasse qualche magagna, pericolosa e forse pregiudiziale alla pubblica quiete e ai buoni costumi. Però il Sommo Pontefice Clemente XII nell'anno presente stimò suo debito di proibire e di sottoporre alle Censure la Setta dei Liberi Muratori. Anche in Francia l'autorità Regia s'interpose per dissipar queste nuvole, che in fatti da lì a non molto tempo si ridussero in nulla, almeno in quelle parti e in Italia. Fu poi cagione un tal divieto o rovina, che più non credendosi tenuti al segreto i membri d'essa Repubblica, dopo il piacere d'aver dato per lungo tempo la corda alla pubblica curiosità, rompessero gli argini, e divolgassero anche con pubblici Libri, tutto il Sistema e Rituale di quella novità. Trovossi, terminare essa in una invenzione di darsi bel tempo con riti ridicolosi, ma sostenuti con gran gravita; né altra maggior deformità vi comparve, se non quella del giuramento del segreto preso sul Vangelo per occultar così fatte inezie» (1).

(1) Il Coppi (Annali d'Italia, in continuazione di quelli del Muratori, Napoli 1872), le notizie del quale, a proposito, non hanno il merito della contemporaneità come quelle del Muratori, nell'anno 1751 ricorda: «Narrerò bensì che la Società dei Liberi Muratori segreta, di origine incerta, si era diffusa in Italia, come in altre nazioni d'Europa, dal principio del secolo decimottavo; gli ascritti alla medesima ne predicavano con mistero l'origine dai costruttori del tempio di Salomone, e adopravano per emblemi gli architettonici stromenti, con una gerarchia composta di apprendisti, di soci, di maestri, di cavalieri rosacroce, e di altri gradi sino al capo, che chiamavano grande oriente. Professavano essi di cercare la luce e la verità per felicitare l'universo, sospettando intanto molti e credendo alcuni, che lo spirito della società tendesse da principio

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Noi non abbiamo altre notizie più sicure della Massoneria in Italia, durante questi tempi, ma tracce esistono qua e là in ogni parte della penisola.

Una medaglia coniata in onore del duca di Meddlessex è il solo indizio che ci rivela l'esistenza d'una loggia in Firenze verso il 1733. La Società fu stabilita nel 1739 nella Savoia, in Piemonte e nella Sardegna ed in quell'anno medesimo venne dalla Gran Loggia d'Inghilterra nominato un Gran Maestro provinciale per questi tre paesi. Nel 1742 esistevano in Roma molte logge di Massoni, come vedesi da una medaglia che esse decretarono al fratello Martino Folkes, presidente della società reale di Londra (1).

In quell'anno stesso fu scoperta nello Stato Pontificio la setta degli Illuminati o Vindici del Popolo. Avea scopo del tutto politico ed indicavansi a suoi capi il marchese Alessandro Zampi e il conte Vincenzo del Pero. Al 1746 risalgono

a stabilire fra gli uomini l'eguaglianza di religione, dei beni e delle condizioni. Del restante con tali enigmi e illusioni la società fu propagata e diffusa, traendo a sé alcuni probi, molti ambiziosi, e sopratutto i giovani, L torbidi ed i fanatici. Ella divenne naturalmente sospetta ai governi, come lo sono sempre state simili ragunanze segrete: quindi fu in molti luoghi viÉtata. In Italia Clemente XII l'aveva di già proscritta nel 1738 (1736). Benedetto XIX ne rinnovò la proibirono in questo anno, ed il re di Napoli ordinò anch'esso di perseguitarne gli ascritti, come perturbatori della pubblica tranquillità e sicurezza. Con tali disposizioni i Liberi Muratori rimasero allora alquanto sopiti nella meridionale Italia».

E all'anno 1760, parlando del nuovo spirito filosofico, ricorda: «Nel tempo stesso la società dei Liberi Muratori sempre crescente col l'aggregare indistintamente persone di ogni religione, efficacemente in sostanza promoveva l'indifferenza, la quale più d'ogni altra opinione divenne di poi estesa».

(1) In essa vedesi il sole sorgere al di sopra di una piramide, contornata dalle due colonne del tempio di Salomone, e sul davanti una sfinge, simboli allusivi alla provenienza egizio-giudaica delle moderne iniziazioni. Il Folkes organizzò lavori massonici in Roma fin dal 1724, che, interrotti dopo le persecuzioni del 1736, furono ripresi nel 1742.

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i Kreophagisti, istituzione misteriosa, fondata, secondo Thorv, in Italia, dai massoni che si volevano sottrarre alle pene comminate dalla bolla di Clemente XII. Gli affiliati si obbligavano di non bere vino, e nutrirei soltanto di pane e frutta secche.

I massoni si mantennero in Roma nel segreto fino al 1789; e particolarmente una Loggia, gli Amici sinceri, era allora in vigore ed esisteva da più di vent'anni. In principio fu indipendente, ma poi si fece regolarizzare dal Grande Oriente di Francia.

Di essa si parla in un documento contemporaneo di non poca importanza (1).

laquo;Sette furono i fondatori di questa Loggia, cinque Francesi, un Americano e un Polacco, aggregati già a Logge estere; i quali tutti (come sta notato nel libro di Loggia) gemendo di vivere in mezzo alle tenebre e di non poter fare nuovi progressi nell'Arte Reale, si determinarono di cercare un luogo luminosissimo, e sagro, segregato del tutto dai Profani, a' quali eternamente sarebbe stato misterioso, ed impenetrabile, ed in cui regnasse in eterno l'unione, l'armonia, la pace. Questo luogo si pregevole, ch'ebbe poi il titolo di rispettabil Loggia della riunione degli Amici sinceri all'Oriente di Roma, fu la casa indicata (alla Trinità de' Monti) ove si tenne la prima Adunanza o Assemblea nel dì 6 novembre 1787, e successivamente una o due volte la settimana, benché talvolta siasi celebrata, sebben di rado, in qualche altra casa. Si cominciò dalla prima Assemblea a formar proseliti; ed in progresso sono stati ammessi altri non prima addetti ad alcuna Loggia; vi furono affigliati anche quei delle Loggie straniere, che vi s'introdussero in qualità di visitatori. Si crearono in fine da questa Loggia alcuni Visitatori delle Loggie estere muniti a tal fine di certificati e d'istruzioni segrete, e non spiegate nei registri perquisiti.

(1) Nel Compendio della vita e delle gesta di Giuseppe Balsamo, cfr. in seguito.

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Non si fece distinzione di soggetti, di età, di origine e di condizione. Furono ricevuti giovani, vecchi, nobili, ammogliati, Italiani, Francesi, Russi, Polacchi, Olandesi, Inglesi, Ginevrini, ecc, arruolati già a diverse Loggie. In ogni anno o in ogni semestre dovevasi di qua mandare una quota, o dono gratuito, alla Loggia Madre per contribuzione dovuta al mantenimento del centro comune della Massoneria. Di più. nel novembre 1789 fu dalla Loggia suddetta richiesto a questa di Roma un dono patriottico straordinario, per il quale furono qui tassati tutti i fratelli di uno scudo almeno per ciascheduno e furono poscia mandati scudi 80. Il materiale di questa Loggia era composto di sole due stanze situate in due diversi piani della Casa indicata. La prima chiamavasi la Camera delle Riflessioni. Era questa addobbata di nero, e sopra un tavolino posava un teschio di morto, sopra cui stavano due cartelle con alcuni motti francesi da niuno precisati. La seconda denominavasi il Tempio, quale si adornava in diverse forme, secondo le diverse funzioni che dovevansi in esso praticare. Sempre però vi era il Trono, ove sedeva il Venerabile. Vi erano pare qua e là sparsi sul muro diversi emblemi massonici; il Sole, la Luna, le Stelle, alcune colonne a lato del Trono da una parte e dall'altra».

La Loggia degli Amici sinceri stabili relazioni massoniche con le Logge la Perfetta Eguaglianza di Liegi, il Patriottismo di Lione, il Segreto e l'Armonia di Malta, la Perfetta Unione di Napoli, la Concordia di Milano, e con diversi altri corpi massonici di Varsavia, Parigi, Alby, ecc. E ricordato un diploma di questa Loggia, e porta disegnato a mano un rosone in mezzo ad un triangolo, e questo a sua volta in mezzo ad un cerchio, con una lupa che allatta due bambini.

Non pochi erano gli ascritti ad essa, né mancavano gli stessi patrizi romani; fra gli altri Don Sigismondo Chigi, principe di Farnese, amatore dell'antichità, zelante del decoro e dell'utile di Roma, letterato, artista, liberale ed audace sfidatore dell'ira papale,

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e, quel che più monta, maresciallo perpetuo dì Santa Romana Chiesa, Custode del Conclave, e discendente d'un papa, Alessandro VII (1).

Non poche altre notizie potremmo raccogliere, vaghe ed isolate, che attestano però della potenza misteriosa a cui giunse la Massoneria nella seconda metà del secolo XVIII, e che non poca influenza seppe esercitare, per mezzo degli stessi principi, nel promuovere le audaci riforme, specialmente ecclesiastiche, di quei tempi. Certamente esagerano coloro che alla sola azione massonica attribuirono il trionfo di quei principii che, tra il 1797 e il 1799, cambiarono del tutto la fisonomia politica d'Italia. E' pur vero però che il carattere spiccato della reazione sanfedista del 1799 fu l'odio feroce contro la setta, giovando a' nemici del nuovo ordine di cose diffondere nelle masse ignoranti la persuasione che questo era opera d'una setta diabolica, distruggitrice del trono, dell'altare, della famiglia.

Era l'ultima, sanguinosa conseguenza di quella lotta che, iniziata da Clemente XII, e continuata ininterrotta ne' tempi posteriori, s'era avvalsa d'ogni mezzo per trionfare della setta aborrita. La stessa condanna del conte Cagliostro ne avea offerto il destro; e quella condanna assurse a fatto storico di primaria importanza.

Il conte di Cagliostro, dopo aver truffata mezza Europa, e smascherato alla fine, era ritornato a Roma. Ed ivi, facendo il pinzochero prima, e non riuscendogli, a corto di quattrini com'era, avea tentato di speculare colla sua riforma degli Illuminati dell'Alta Osservanza o del Rito Egiziano. Scacciato da' massoni ordinari, fu invece scoverto dal Santo Uffizio, ed arrestato il 27 dicembre 1789. Condannato nel 1790, la sua condanna dette luogo a Tane pubblicazioni che in odio più che a lui, alla setta, furono diffuse dappertutto. Notevole un Compendio della vita e

(1) Cfr. ADEMOLLO, «Un processo celebre di veneficio a Rama nel 1790». la Nuova Antologia, 1881, fasc. XII.

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delle gesta di Giuseppe Balsamo, denominato il conte di Cagliostro, che fu pubblicato in Roma, nel 1791, dalla Stamperia della R. Camera Apostolica. Si capisce; quella pubblicazione era un pretesto comunque che dovea servire di scorta, per conoscere l'indole della setta de' Liberi Muratori, e combatterla e farla combattere aizzando la banale superstizione degli ignoranti.

Oramai le cose della Rivoluzione in Francia pigliavano una piega che dava a pensare. Anche in Italia, da lontano, si preannunziava il brontolio minaccioso della tempesta.

In Napoli la Massoneria era più diffusa e meglio organizzata. Ivi nel 1750 furono redatte «le Costituzioni dei Liberi Muratori» secondo l'Arte Reale e in conformità delle altre costituzioni della Repubblica Muratoria (1). Nel 1756 le logge napoletane dipendevano tutte dalla Gran Loggia nazionale, che stava in corrispondenza con la Germania e con altri corpi massonici.

Secondo quegli statuti «la Società de' LL.'. MM.'. è un composto di cittadini i più benemeriti della Religione e dello Stato, uniti in benefizio dell'Umanità col più stretto legame di virtuosa amicizia, in una sola e ben regolata famiglia».

Meno qualche variante nella parte amministrativa e nei gradi, gli statuti del 1750 sono identici a quelli del 1820.

A capo di tutta l'organizzazione, nei limiti d'una nazione o Stato, era una Gran Loggia Nazionale (= Grande Oriente) quella,

(1) Le Costituzioni - dei Liberi Muratori - poste in ordine nuovo - dall'ex G. M.'. F.'. S.'. T.'. D.'. G.'. M.'. - per uso della Gran Loggia Nazionale e Logge di sua dipendenza. - In COSMOPOLI - Nella Stamperia del Figlio della Vedova - A spese dei tuoi fratelli». In appendice all'opera del CLAVEL e pubblicate dal traduttore, p. 533 e segg. Furono scoperte nella Biblioteca Nazionale di Napoli del 1866. Sovra tali statuti furono riprodotti quelli del 1820, che si accenneranno in seguito, e pubblicati a Napoli nello stesso anno.

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cioè «che una nazione costituisce da sè, senza patenti altrui». Dipendevano da essa le Gran Logge Provinciali, costituite con patente di una G.'. L.'. Nazionale, Infine erano le Logge subordinate o particolari, cioè «l'unione di giusto numero di Fratelli, che travagliano regolarmente sotto un Maestro Reggente (Venerabile), subordinati ad una delle suddette GG.'. LL.'.

I Gradi regolari della Società erano quelli di Apprendista, Compagno, Maestro, Maestro Architetto, Scozzese ed Eletto.

Gli impieghi dell'Ordine, che richiedevano un regolare ascenso, erano Sopravigilante, Maestro Reggente, Gran Sopravigilante, Gran Deputato e Gran Maestro.

A determinare le relazioni verso Dio e la religione, e verso lo Stato, si stabiliva: «Il Libero Muratore è obbligato alla Legge Evangelica. Sono quindi esclusi gli atei, i libertini, i miscredenti, gli Ebrei (1) del pari, gl'idolatri e Turchi per non essere Cristiani».

In riguardo al Magistrato Civile: «Un Libero Muratore è un pacifico suddito della Potenza Civile in qualunque luogo mai egli si ritrovi. Quindi non dee mischiarsi nelle cospirazioni e congiure, e in tutto ciò che al pubblico riposo ed al bene della Nazione si oppone. Dal che ne siegue che non sono ammessi i rubelli e facinorosi».

E a riguardo dei delitti e delle pene era detto: «Se un Fratello dopo essersi ricevuto si riconoscesse Ateo in qualunque senso, o contrastasse la Religione da Dio rivelata, sarà cancellato dal Rispettabilissimo Ordine M.'., e compianto come un infelice».

«Chiunque tenterà sedizione contro il proprio Principe sarà cassato dal ruolo de' FF.'. e bruciato il suo nome come infame, ed egli abbandonato all'indignazione della pacifica Società de' LL.'. MM.'., la quale fu sempre vigilante ad inculcare

(1) Fino a poco tempo fa questo divieto contro gli Ebrei durava ancora nella Massoneria tedesca.


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l'obbedienza e fedeltà alle rispettive sovranità, nel cui dominio esistono le Logge».

Sulla ricezione dei profani era inoltre stabilito: «Il candidato sia osservatore della Religione, e fedele al proprio Sovrano, d'anni 25, nato da onesti parenti, e di buona opinione presso i profani: sia scevro di vizio, o difetto organico tale, che lo renda incapace di apprendere l'Arte Reale e servire al Maestro. Si escludano tutti coloro, che sono di cervello torbido, di temperamento satirico, di natura loquace, ecc.».

A vincere la naturale diffidenza che una società segreta dovea suscitare nel profano si suggeriva financo il «metodo da tenersi nel procurare l'ingrandimento dell'Ordine».

«Si dirà che gli Statuti sono i più uniformi alla Legge Evangelica; che non tendono ad altro, che alla costituzione di una perfetta Fratellanza, ed alla correzione dei vizii e difetti dell'umanità, senza il minimo pregiudizio né della Religione, nè della Sovranità: che anzi tali punti sono fortificati nella loro osservanza dalle costituzioni dell'Ordine, il quale perciò si è conservato da molti e molti secoli sempre nel suo vigore; e si meritò, come tuttavia merita, la protezione ed aggregazione de' primi Sovrani e Potentati dell'Orbe cognito».

Si dirà inoltre «che sia una società la più bene costituita, non distinguendosi in essa gli uomini dalla differenza del loro idioma, dalla qualità, della loro nascita o dalla dignità che occupano; ma solo dalle loro perfette qualità morali, onde l'Ordine sia un vero Tempio consacrato alla virtù, che dirige i Fratelli pel sentiero della gloria e dell'Ordine».

Un titolo speciale trattava della Carità. «Quel vincolo d'amore inculcato dal Supremo Architetto tra Noi e il nostro Prossimo, dee più che mai mantenersi tra PF.'., mercé di cuore puro, di una retta coscienza e buona fede, I FF.'. per tanto esser debbono il primo scopo di una tenera carità abituale».

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L'abate Jerocades, instancabile fondatore di logge massoni che, che fu a' suoi tempi considerato come l'Orfeo Italico della Massoneria, e nella Lira Focense ne cantò i simboli e le cerimonie, inverniciandole di una lustra di quell'epicureismo ricordato dal Muratori, in una delle tante sue poesie simboliche così ne tracciava gl'intenti.

Si apre il Tempio, e si apre il Coro.

Su, venite, o saggi Amici,

A godere i di felici,

Che godea l'antica età.

Torna ornai l'età dell'oro,

E richiama in questo loco,

Dov'è luce, e dov'è foco,

La giustizia, e la pietà.

Dov'è mai quel giogo acerbo,

Che portai ne' miei verd'anni?

Dalle colpe, e dagli affanni

Sciolta l'alma ornai sen va.

Del tiranno, e del superbo

Più non penso, e più non temo.

Se mi tragge al giorno estremo,

So morir in libertà.

Il mio Nume è la mia legge.

La mia legge è il senso mio.

E' mi da ciò che desio

Nella mia semplicità.

Altri il soglio usurpa, e regge;

Altri aspira all'ostro, e all'oro.

La mia palma, e il mio tesoro,

È la mia tranquillità.

Della tazza or vada al fondo.

E si affoghi ogn'altra cura.

Deh si renda alla Natura

L'usurpata Maestà.

Ella muove, e serba il mondo.

Poco brama, e tutto ottiene.

Parte, e torna, e in man sostiene

La cangiante eternità.

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Se di un Dio son figlio erede,

II mortale è mio fratello;

E son empio e son rubello,

Se non vivo in società.

Nel silenzio, e nella fede

Ah si serbi il Tempio antico;

Che un fratello, che un amico

Più la terra, oh Dio, non ha(1).

Erano, come si scorge, intenti che facevano capo a quel razionalismo e a quel cosmopolitismo, che informarono tutta la vita del secolo XVIII; intenti vaghi, indeterminati, che riferiti allora ad un concetto astratto di libertà e di fratellanza morale, doveano in seguito essere concrÉtati nel campo della libertà e della eguaglianza civile.

(1) Cfr. Appendice: Massoneria e Poesia.

CAPITOLO V.

Massoneria e Giacobinismo in Napoli

Fin dal 1743 fu scoperta a Napoli una Loggia massonica; non poche altre esistevano nelle provincie. Le scomuniche di Clemente XII e di Benedetto XIV trovarono in Napoli preparato il terreno. Da' pergami delle chiese napoletane i predicatori tuonavano contro i Liberi Muratori, riscaldando la testa della plebe idiota che minacciava di far man bassa sugli associati, veri o supposti, della misteriosa setta. Né il Governo se ne stette in disparte, e anche in Napoli la Massoneria fu proibita con editti del 1751 e del 1759, da Carlo III e da Ferdinando IV. L'incidente d'una neofita, incolta dalla morte pochi giorni dopo il suo ricevimento in loggia d'adozione, diede pretesto alle persecuzioni. Massoni uniti a fraterno banchetto furono arrestati, e a nulla valse che l'avvocato Lioy pigliasse pubblicamente le difese dei carcerati e dell'Ordine. Il coraggioso avvocato fu espulso dal regno e costretto a peregrinare nel Veneto, in Svizzera, in Francia, mentre il suo libro era dato alle fiamme per mano del carnefice, e un lungo processo s'iniziava che non doveva mai finire.

Ciò contrastava collo spirito dei tempi, e a Napoli specialmente ove nobiltà e clero erano allora gran parte di quel movimento morale, religioso, economico, che lo stesso governo avea iniziato e favoriva. E cosi, mentre si lasciava corda lunga ad ogni scritto contro la Curia romana a proposito

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della Chinea, la Massoneria invece era considerata come delitto di lesa maestà; comminati sei mesi di carcere contro quelli che leggevano la Gazzetta di Firenze; viÉtata l'introduzione di gran parte de' libri francesi, e condannati a tre anni di galera i detentori delle opere di Voltaire.

Era un vero controsenso, e fu il più grave sbaglio politico del ministro Tanucci, il quale, più premuroso dei diritti del re, che di quelli dei popoli, lasciava il popolo nella ignoranza più abietta, e preparava per l'avvenire il più gran male alla stessa sovranità, avversando la parte più progredita della popolazione.

La proibizione contro la Massoneria fu rinnovata nel 1776, anzi, nello stesso anno, quando il Ministro Tanucci fu licenziato, fra gl'incarichi che gli vennero lasciati, era pur quello di portare a compimento la causa de' Liberi Muratori. Altra proibizione fu pubblicata contro la società nel 1781; ma essa continuò a progredire sempre e nel 1783 giunse dov'era follia sperare.

Con un novello editto venivano annullate le pene comminate nei primi. E ciò per graziosa intercessione, e non senza pensata ragione politica, d'insperata patrona, che, nel paese delle sirene, sirena anch'essa, portava un gelido sorriso ammaliatore, cresciuto, come un bianco edelweiss, ne' sogni brumosi del nord, e che il sole di Mergellina dovea fecondare d'amori fatali e violenti. Maria Carolina, a simiglianza della sorella Maria Antonietta e dei fratelli Giuseppe e Leopoldo, era affiliata anch'essa alla setta, e apertamente la favoriva (1).

A tale inaspettato trionfo van riferite le due canzonette, che, come indice dei tempi, qui riportiamo, composte dal Ierocades, in onore del Re e della Regina, e che si cantavano, allora, nelle Logge napoletane, da' futuri giacobini del 1793 e del 1799.

(1) Per tal fatto meritava dal Grande Oriente di Francia lodi e ringraziamenti.

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…............................................

Di quel Tempio, un dì sprezzato,

E' protegge il Mastro e il Duce.

Questa fiamma, e questa luce

Più nascosa a Lui non è.

Tace il volgo, e freme il fato

Al suo cenno, al suo comando.

Viva, viva il Gran Vernando,

Nostro Padre, e nostro Be.

Già raccolse i prieghi e i voti

Dell'augusta Carolina

E salvò' dalla ruina

Chi infedele a Lui non è.

I timori, al giusto ignoti,

Or sen vanno in fuga e in bando,

Viva, viva il Gran Fernando,

Nostro Padre, e nostro Re (1).

E a glorificare Maria Carolina l'abate massone calcava vieppiù la mano nell'intesserne le lodi, forse presentendo di doverle gabellare come salvacondotto ne' suoi futuri guai politici del 1794 e 1799.

Si apra il Coro, si tempri la cetra,

Va la notte, risorge l'Aurora.

Ecco il mondo di fiamme s'indora.

Fugge l'ombra del pallido error.

Già la terra congiura con Tetra.

Già col Sole la Luna risplende.

Già la face svelata si accende,

E s'innalza sull'Ara d'amor.

Venne al Tempio l'Augusta Regina,

E ci disse: Miei figli, cantate,

Ma la legge, ma il rito serbate,

Ma si accresca del soglio l'onor.

Io vi salvo dall'alta ruina,

Io distruggo le frodi, l'inganno,

Io vi tolgo dal petto l'affanno,

Io vi rendo la pace del cor.

(1) A re Ferdinando il Ierocades dedicò pure il «Paolo», poema di carattere massonico.

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tal voce la mensa si appresta,

Alla tazza la cetra risponde,

E il suo nome pe' monti, per le onde,

Va sull'ali del Tracio Cantor.

Se alla guerra, se all'aspra tempesta

Già accede la pace e la calma;

Carolina riporta la palma,

Che dell'empio sconfisse il furor.

Coro

Di Giuditta, di Debbora invitta

Deh si canti il consiglio, e il valor.

Anche in Napoli, come in Francia, la Massoneria divenne di moda, e oltre la regina vi appartenevano le persone più influenti della Corte, le donne più in vista, i personaggi pia chiari nella religione, nelle lettere, nelle scienze, non pochi dei quali furono vittime, e le più ricercate, della reazione del 1799.

Carolina, per meglio asservire la setta, o per essere più libera ne' suoi amori - e se la intendeva allora col principe Caramanico, anch'egli frammassone (1)-voleva del tutto affiliarvi il re. Ma eranvi alcune prove a subire, ed erano superiori al coraggio del re: teschi, ossa di morti,

(1) Il Croce ne' «Canti Politici del popolo napoletano, riporta un'ottava di un canto nella quale si accenna agli amori di Maria Carolina col principe di Caramanico, Francesco d'Aquino:

Caruli, si m'amava n'at'anno,

Quanta cose ch'aviva da me!

Nu vurzone de doppie di Spagna,

Lu teneva i apposta pe te!

Caramaneca chiù de sett'anne

Cnf flato fu io buono da te.

Cu l'arzeneca tu n'o sciusciaste

E munzù Atton acoossì cuntentaste!

'l canto è messo in bocca, a quanto sembra, a un amante abbandonato; correva la diceria che Caramanico fosse morto di velano, per opera della Regina (p. XXXVII-XXXVIII).

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«......Erasi appo noi - scrive un contemporaneo (1) -andato allevando il desiderio di vedere tali istituzioni politiche, che lasciata al Re quanto possa idearsi più vasta la facoltà di giovare, fosse interamente tolta quella di nuocere; ma voleasi per tal guisa metter confini, e non abbattere l'autorità reale....».

«Laonde avvisavansi uno dover essere il Capo della Nazione: circondarsi del massimo splendore, sicché assaine restituisse ai sudditi: prendersi nella stirpe, e serbarsegli il nome solito a mirarsi ed udirsi con venerazione: darsegli la parte che all'eminenza del grado eouviensi nella formazione delle Leggi, che gli eletti per ogni riconosciuto merito avrebbero il potere di decretare: ed intero confidarglisi il carico di vegliare l'adempimento delle cose a comun bene ne' prefissi modi di accordo sanzionate.........»

«Né di tali politiche riforme, come analoghe alla gentilezza generale dei tempi, erano soltanto ansiosi gli abitanti di questa o quella regione, ma i savii e le persone anche mezzanamente istruite, in qualunque ceto presso tutte le nazioni d'Europa. Alla quale vivida cnpidezza contribuì l'essersi da ben molti anni introdotte e sparse in tutto il mondo incivilito le misteriose Logge massoniche, intese a propagare i lumi della ragione, onde dissipate le tenebre dell'ignoranza, scorto il giusto ed il vero si debellasse la schiavitù;

(1) GAETANO RODINO', Racconti storici, (cfr. Archivio Storico per le provincie napoletane, anno VI, fasc. e segg.) pubblicati dal Moresca.

Nato nel 1775 o in quel torno, morì nel 1847. Prese parte a tutti i fatti politici dal 1794 al 1820. Si ritirò a quieto vivere nel 1840 e «mercé la clemenza di Re Ferdinando II», come scrive egli stesso, divenne direttore dei dazi indiretti.

A pag. 43 delle Filiazioni de rei di Stato condannati ad essere asportati da' reali dominii leggesi il nome di Gaetano Rodino della città di Catanzaro, figlio di Cesare, d'anni 24, statura piedi 5 e pulgate 4, capello e ciglio biondo, fronte giusto, occhio turchino, naso profilato, faccia bislunga e barba giusta.

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offrendosi nelle forme della setta il simulacro della monarchia temperata, che cercava per ovunque fondarsi, a fine di rendere gli uomini fra di essi uguali innanzi all'impero della Legge» (1).

Ma, come s'è detto, questo movimento evolutivo fu ad un tratto arrestato, ed ancora pende incerto il giudizio se maggiore debba risalirne la colpa alla Corte o ai Giacobini del 1793, al popolo stesso o agli stranieri.

La Corte napoletana, sull'esempio delle altre Corti Europee, non avea voluto riconoscere la repubblica proclamata in Francia dopo la famosa cannonata di Valmy, e a non farla riconoscere s'era pure adoperata presso la Porta di Costantinopoli. Ciò spinse il governo di Parigi a spedire

(1) Un altro contemporaneo, il Pignatelli-Strongoli, nel suo opuscolo Intorno alla Guerra - Tra la Repubblica Francese e il Re di Napoli - Ed alla rivoluzione che ne fu conseguenza, ricorda in una nota (cfr. La Rivoluzione Napoletana, ecc. Albo pubblicato nel 1° Centenario della Rep. Partenopea, pag. XXII): «Parecchie cause avevano concorso a formar a Napoli un numeroso partito di repubblicani. La filosofia e la giurisprudenza, ch'erano coltivate con successo da moltissimo tempo, erano state messe in voga dal Genovesi, Filangieri e molti altri dotti. Il momento era favorevole pel progresso dei lumi, giacché il gabinetto di Napoli, bisticciatosi con la Santa Sede a causa della Chinea, aveva rilasciato molto i freni al rigore per la stampa e pei libri proibiti. La Corte incoraggiava anche gli scrittori dì opuscoli contro la superstizione e i diritti temporali del Pontefice. La Massoneria, che copriva con un velo misterioso ed ingannatore il più gran disegno che sì sia giammai concepito, era allora di moda. La libertà di leggere e di scrivere sparse in pochissimo tempo il gusto de' principii moderni, e la gioventù in ispecie li accolse avidamente. La corte ne temè gli effetti subito che la rivoluzione scoppiò in Francia. D'allora in poi questa breve libertà morale fu seguita da un sistema di terribile rigore contro tatti quelli che venivano accusati d'essere amici delle massime novatrici; e questa denominazione fu estesa a tutti gli uomini illuminati, che non erano intimamente legati con la Regina e coi Ministri. Questi rigori divennero presto una terribile persecuzione, che pesò specialmente sui giovani delle due prime classi sociali, ed irritò presto la parte sana della nazione.

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una flotta di 14 legni, che, ancorandosi minacciosa nella rada di Napoli, il 16 dicembre 1792, impose patti e condizioni.

La timida Corte borbonica, iniziando fin d'allora la sua storia di dissimulazioni e di spergiuri, dissimulando pel momento l'ignobile offesa, accettò tutto, rassegnata a tutto, anzi ordinò che si avesse per gli ospiti le maggiori deferenze (1). In tale circostanza furono gettate le prime basi, che, in nome della libertà dell'eguaglianza della fratellanza, doveano unire i patriotti napoletani a' marinai francesi. Le dimostrazioni d'affetto per questi non ebbero limite e vi pose fine un convito cittadino dato in onore dei francesi. I quali, partiti ma costretti a ritornare di li a pochi giorni, a causa d'una tempesta scoppiata nel golfo di Gaeta, vi corrisposero con un altro banchetto dato sulla nave ammiraglia.

Ivi convennero i liberali napoletani di maggior grido, tra gli altri il La Fonseca, il Cirillo, il Pagano, il Caracciolo, il Cestari, il Cammarota, il Galiani, Giuseppe De Deo fratello di Emanuele, Mario Pignatelli, Andrea Romeo, Biagio e Michele Del Re, Andrea e Vincenzo Del Giudice, e Salvatore Cornacchia. Vi parteciparono, pure, Giovanni Pecher, oriundo francese ma da lungo tempo domiciliato in Napoli, e Carlo Laubergh, napoletano ad onta del suo cognome (2), uomo abile quanto altri mai, prudente ed avvisato, ascritto nei più alti gradi della Massoneria.

In quell'occasione fu stabilita l'organizzazione d'una vasta

(1)

A tale proposito un sonetto dialettale diretto a Re Ferdinando così incominciava:

Scetete, Maestà, vide ch'è gbiuorno!

Vide ohe sti Francise tradeture,

Dopo cha chiù l'aiute e cchiù l'annure,

De dereto te schiaffano nu cuorno. (Croce, ibid.).

(2) E' il LAUBERT, malamente riportato nei documenti, presidente della Rappresentanza Nazionale nel 1799.

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associazione di Giacobini, sul modello di quella di Marsiglia (forse già esistente fin d'allora anche in Genova) e ne fu affidata la direzione provvisoria al Laubergh, al quale fu dato a compagno il Pacher.

Questa Società (1), perché divisa e suddivisa in piccole frazioni, senza che l'una conoscesse i componenti dell'altra, non esponeva a gravi pericoli e perciò fu denominata Sans compromission. Il numero degli affiliati subito s'accrebbe, e i più fra' massoni napoletani ne fecero parte, anzi furono esenti da novello giuramento, liberi di entrare nella setta indistintamente col rito massonico o col giacobinico.

Lo scopo eri esclusivamente educativo: riabilitare le masse degradate, rischiararne la coscienza ed i criteri, accendervi passioni alquanto elevate. Ciò che, in verità, non s'accordava coll'andazzo delle cose di Francia, in quei tempi, né colle aspirazioni ultragiacobine dei più tra quelli che vi appartenevano e che volevano, d'un tratto, sulla falsariga francese, attuare principii che il popolo non era ancora in grado di comprendere.

E questo fu il primo e più fatale sbaglio de' patrioti napoletani, e causa dello scioglimento della società stessa avvenuto poco dopo un anno, il 20 febbraio 1794.

Il più degli affiliati si diviso allora in due clubs distinti ~ ciascuno con un nome che compendiava la propria bandiera. Si disse l'uno Romo , dalle iniziali di Repubblica o morte; l'altro Lomo , cioè Libertà o morte.

Ci furono dei denunzianti e non pochi, e ci fu un processo (2), che si strascinò per le lunghe, fino al 1798, e ne) quale fu coinvolto lo stesso capo della polizia, marchese De Medici,

(1) Cfr. Appendice: La Società de' Giacobini a Napoli.

(2) Nella prima fase d'esso furono condannati Vitaliani, Galiani ed Emanuele De Deo; ma mentre di quella procedura e di quei. processati si parla dagli scrittori con molto e circospetto riserbo, tutti son d'accordo nel rilevare l'incorrotta fede di Emanuele De Deo.


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Reggente della G. C. della Vicaria, ascritto alla Massoneria, ed accusato d'appartenere anche lui all'associazione giacobinica. E ciò in parte era vero, spintovi dall'andazzo dei tempi, da brama di potere e di popolarità, e più che altro dal bisogno di creare imbarazzi al suo rivale, nella confidenza di Maria Carolina e nella potenza di Corte, l'inglese ministro Acton(1).

Fu per l'occasione creata una Giunta straordinaria dì Stato che dovea procedere ad modum belli et per horas. Era il pronostico sanguinoso della feroce reazione del 1799, nella quale la parola giacobino o settario fu il motto d'ordine della più spiÉtata persecuzione (1).

E a proposito di quella reazione non sono fuori luogo alcune osservazioni.

Si credette facil cosa distruggere lo spirito rivoluzionario dei tempi, distruggendo le sètte; ma senza comprenderne il significato.

(1)

Nello stesso modo si comportò nel 1816 e nel 1822 verso il Canosa, e ben lo giudica il Colletta: «...dubbia è la sua fama, e fra lui e il principe Canosa il mondo pende incerto se l'uno o l'altro a paragone di opere malvagie fosse più tristo». Cfr. Rossi, Nuova luce risultante da' fatti avvenuti in Napoli pochi unni prima del 1799. ecc. Firenze. Barbera 1890, p. 221 e segg.- Avremo modo di ritornare su lui nel seguito di questo lavoro.

(2)

Degna dì nota la persecuzione in Napoli, ove non inferocì soltanto contro gli uomini, ma se la prese financo colle carte. Con editto del 24 gennaio 1800 «per condannare all'oblio, finanche la memoria dell'estinta anarchia, che tendeva a distruggere la Religione e lo Stato» si ordinava «che gli editti, manifesti, proclami e collezioni di essi, ed altre simili abominevoli carte, formate nel tempo dell'abbattuta anarchia, dall'intruso sedicente Governo, dai Generali e Commessari Francesi, dalle varie Commessioni, ed altri che avessero avuto parte nel citato infame sedicente Governo.... per mezzo del boja siano date alle fiamme e nei soliti luoghi tu pubblico...» Si ordinava ancora ch'elasso il termine di giorni otto, i detentori di simiglianti carte sarebbero stati soggetti alle gravi e severe pene, allo arbitrio di S. M. riserbate.

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Anzi, con molta ingenuità, fu detto e ripetuto che la Rivoluzione francese altro non fosse che un effimero trionfo settario. Fu detto ch'essa rappresentò l'applicazione pratica dei principii della Massoneria, e nello svolgersi di quella rivoluzione, dalla proclamazione della Carta dei Diritti al trionfo del fanatismo robesperriano, fu visto lo sviluppo progressivo e l'attuazione del simbolismo contenuto negli alti gradi massonici.

Il Giacobinismo ne fu considerato come una conseguenza

E, affinché niuno potesse allegare causa d'ignoranza si ordinava che tale editto venisse pubblicato a suon di tromba,

A proposito del significato che si dava alla parola giacobino cfr. i Canti politici del Croce. In uno è detto:

«Sfratta, sfratta i Giacobini,

Questa mandra d'assassini;

Assassini assai più destri

De Francesi lor maestri».

E in un altro:

«A lu suono de la gran cascia,

Viva senape lu popolo bascio;

A lu suono de li tammurielli,

So risurte li puverielli;

A lu suono de le campane,

Viva viva li pupulane:

A lu suono de li vinlini,

Sempre morte a' Giacobini...».

Di che condizione fossero i giacobini è ricordato in un altro canto al Re, che i lazzari cantavano, accompagnando in barchetta i repubblicani prigionieri, ch'erano trasportati sulle navi.

Signò, mpennimmo chi t'ha traduto,

Prièvete, muonace e cavalière!

Fatte chiù cca e fatte chiù llà,

Cauce nfaoce a la libertà!».

Il Rodino raccontando ciò che gli successe quando l'arrestarono, ricorda che mentre una folla briaca l'invitava a gridare: viva il Re, ed egli non voleva, ed era sul punto di finirla, «se donnicciuole non solo, ma perfino di tal quale civile apparenza, non si fossero frapposte in mio ausilio con queste parole:

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necessaria, inevitabile; e, forse, potette anch'esserlo, come quello che naturatosi fuori della realtà in un ambiente appartato, e necessariamente artificioso, fatto dì filosofismo e di dottrinarismo, dovea conseguentemente alla luce del sole trascendere e formare il tipo fanatico del rivoluzionario, suggestionato dal dommatismo mistico d'un principio, ch'egli voleva ad ogni costo far trionfare nella realtà.

D'altra parte, però, anche senza il giacobinismo sarebbe avvenuto lo stesso, e, peggio ancora, si sarebbe trasceso nell'anarchismo, per quella legge degli opposti che governa anche le rivoluzioni, specialmente quando, come in Francia, si passa repentinamente da un sistema ad un altro tutto opposto di cose. Eppure, in quello sfacelo ruinante d una società, in quel rimescolìo di tutti gli elementi, che la costituivano, in quel dibattersi violento dell'antico e del nuovo, in quel fermento di sospetti, di diffidenze, di attentati al nuovo stato di cose, tra Io scoppiare della guerra civile e il minacciare dell'invasione straniera; in quell'orribile pandemonio derivato dagli errori e dalla spensieratezza d'un passato secolare, il Giacobinismo fu tenuto, in Francia, tra l'anarchia reazionaria e l'anarchia rivoluzionaria, come la formola dommatica che s'imponeva per dirigere la rivoluzione, come la valvola di sicurezza che doveva impedire qualunque eccesso, ed esso pure per necessità rappresentò un eccesso. Impersonato nella ghigliottina, mietè senza pietà individui e privilegi; ma fu la più esemplare, quanto spiÉtata, lezione che tramandasi ai tempi avvenire. Insanguinò la Francia, ma salvò il principio.

La Massoneria, è vero, fu, in Francia, l'anticamera del Giacobinismo; ma non poteva esserne la causa principale.

Ma via lasciatelo pure; che non è in poter suo piegare al voler nostro. Che? Ignorate voi che ove anche il voglia non può un giacobino i sacri nomi pronunziare di Re e di Tiranno? Invalsa era nel volgo la credenza, che di certe cose aveano tra di essi patteggiato i giacobini e il demonio» (Ibid., p. 491).

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Il Giacobinismo fu l'eccesso positivo a cui può condurre l'interpretazione d'un simbolo o d'un principio in un ambiente, come quello francese, niente, allora, o poco evoluto, fatto di pregiudizi, d'impressionabilità, d'odii a lungo covati. D'altra parte, in ano stesso ambiente nel quale la moralità fu per lungo passato una lustra soltanto di convenzionalismo religioso, anche l'interpretazione d'un simbolo o l'attuazione d'un novo principio può dar luogo ad un eccesso negativo, e fu quello sdoppiamento di coscienza che tanto comodamente s'adagiò nell'indifferentismo e nell'opportunismo dei tempi napoleonici.

Durante la frenesia del Terrore anche la Massoneria fu soppressa e perseguitata. Risorse colla caduta dei Terroristi; ma risorse cadendo nell'eccesso contrario ed acquistando un carattere officiale di serva gallonata.

A simiglianza delle altre manifestazioni della vita francese, anche la Massoneria fu come esaurita, paralizzata, incadaverita sotto la potente volontà di Napoleone, che, sfruttandola in tutti i modi e a seconda ilei casi galvanizzandola col fascino potente delle sue vittorie, ne fece la cariatide simbolica del suo Cesarismo (1).

(1) Le scissure e le rivalità tra il rito scozzese e il moderno a francese prepararono l'infeudamento della Massoneria all'Impero. Napoleone avrebbe voluto del tutto sopprimerla, ma alla fine intervenendo nelle lotte intestine dette causa vinta al Grande Oriente, rappresentante il rito francese. Il sommo maestrato fu offerto a Giuseppe Napoleone, che l'accettò previo consenso del fratello, che, per maggior sicurezza, volle che fosse nominato a Gran Maestro Aggiunto il fidatissimo Arcicancelliere Cambacérès, che seppe, e per politica e a soddisfazione della sua vanità, accentrare nelle sue mani tutti i poteri dell'ordine e rendere possibile contemporaneamente l'esistenza dal Grande Oriente e del Supremo Consiglio del 33 di rito scozzese. In tal guisa, mentre il Grande Oriente sopprimeva il Supremo Consiglio e, ad impedire le innovazioni, eleggeva un Direttorio dei Riti, il rito scozzese si propagava nei dipartimenti e fuori, ed in Italia avea a suo capo lo stesso principe Eugenio Gran Maestro del Grande Oriente. (A proposito dell'origine dei due Riti cfr. Parte III, Cap.III).

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In Italia, il giacobinismo ebbe un carattere speciale; fu senza eccessi sanguinarii, ma fu pure un controsenso. Non si può negare l'importanza storica che va dovuta al tentativo giacobino del 1793. In un articolo del 1799, pubblicato dal Mattei, è ricordato che «i Giacobini di Napoli furono i primi che diedero il grido all'Italia sonnacchiosa; quando altri appena ardiva pensare, quando pareva ancor dubbia sorte della Francia medesima, essi, giovani, inesperti, privi di mezzi, ma pieni di entusiasmo per la libertà, d'odio per la tirannide, tentarono un'impresa difficile, vasta, perigliosa, che, se non fosse andata a vuoto, li avrebbe resi immortali, e felice l'Italia. Gl'Italiani si svegliarono dal letargo, riconobbero ch'essi eran uomini, e desiderarono riacquistarne i diritti smarriti da tanti secoli...».

Questo giudizio, ben afferma il Croce, può diventare anche il giudizio della storia; ma non va dimenticato ciò che lo stesso Croce esprime de' patrioti napoletani, e cioè ch'essi erano grandi idealisti e cattivi politici (1). E tali essi ai comportarono nel loro effimero trionfo del 1799.

E veramente quel Giacobinismo, importazione straniera de' principii più spinti, allora, della modernità, dovette adattarsi in Italia al dottrinarismo dell'antica tradizione classica romana. Compreso dai pochi fu una vera contraddizione nel campo dei principii, e riuscì inesplicabile per il popolo; anzi fu tenuto come un'offesa al sentimento religioso delle masse. Come tale esso valse a scuotere l'indolenza, fin allora, caratteristica degli Italiani, e a suscitare la feroce reazione del '99.

Quella reazione rivelò ciò che prima non era stato compreso, e cioè, che non bisogna urtare le suscettibilità sentimentali, anche fatte di superstizioni e di pregiudizi, d'un popolo. E allora gl'Italiani, schiavi da secoli, altro patrimonio materiale e morale non aveano a difendere che il

(1) Cfr. B. Croce, Studi Storici sulla Rivoluzione Napoletana del 1799. Roma, Loescher, 1897 (p. 276 e IX pref.).

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loro religiosismo, fatto superstizione; perché la superstizione è la sola vitalità dei popoli lungamente asserviti.

E ciò fu in seguito ben compreso dagli stessi liberali da' governi francesi che si stabilirono in Italia dal 180 in poi.

I grandi ideali di libertà, di giustizia, d'eguaglianza aveano nelle masse allucinate, suscitati odii implacabili feroci contro uomini puri, designati alla loro vendetta come settari e giacobini, come distruttori dell'altare e del troni. Ancora nello spirito primitivo del popolo italiano, altare trono rappresentavano, comunque fossero, due istituzioni che bisognava rispettare a tutti i costi, e guardare con quella riverenza terroristica e inconsciente che si ha per cose che non si comprendono e che, perciò, non vanno neanche discusse.

La dominazione francese credette dal passato di trarre grande ammaestramento. Non potendole distruggere s'appoggiò fortemente alle sètte, e ne fece per un certo tempo l'organo più efficace della sua politica e della sua popolarità; anzi le sovrappose al popolo, facendole apparire cosìx la migliore garanzia del trono e dell'altare.

E ciò fu una illusione, che, se dovea riuscire a danno dei Francesi, valse, però, a svegliare negl' Italiani il sentimento della loro italianità.

PARTE I.

NEL MONDO DELLE 8È

________

LIBRO I.

LA MASSONERIA

CAPITOLO I.

Massoneria e Carboneria; loro caratteri differenziali

Come in Francia, anche nelle altre parti ove si estese influenza francese, la Massoneria riuscì un docile strumento di governo al servizio di Napoleone e de' Napoleonidi (1).

La Spagna, la Germania, l'Italia furono sparse di logge, anticamere, più che altro, delle prefetture e de' comandi militari, da militari presiedute e soldatescamente governate. I più alti dignitari della Massoneria sono in questo periodo Marescialli, cavalieri della legion d'onore, nobili d'antica data, senatori, consiglieri, tutta gente sicura e fidata; stato maggiore che obbediva a' cenni di Cambacérès, come questo ultimo a' cenni di Napoleone.

Non pochi documenti son pieni del servilismo di quei tempi e forse più che altrove, in questo campo.

In un panegirico sul «SERPE, simbolo d'immortalità» (2)

(1) Fin da' tempi della Repubblica Cisalpina, era sorta, diramazione della Massoneria, una società segreta, che fu quella de' Raggi. Era suo intento la cacciata e dei Francesi e degli Austriaci, quindi dipendenza d'Italia da ogni sorta di stranieri. Aveva a suo centro Bologna, donde si spandeva nel rimanente d'Italia, a guisa di raggi. Dopo Marengo fu sopraffatta dal nuovo stato di cose, e, forse, da essa originò, negli ultimi tempi della potenza napoleonica, la società de' Guelfi, detta nelle relazioni della polizia austriaca anche Società de' centri. (Cfr. in seguito).

(2) Cfr. Tavole Massoniche, Brescia, per Nicolò Bottoni, A.'. D.'. V.'. L.. 5810 (anno di vera luce 1810), p. 139 e segg.

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recitato da Ferdinando Arrivabene nella Loggia AMALIA AUGUSTA di Milano, l'adulazione verso Napoleone rasenta il grottesco, e fa ridere. «Egli è veramente tal Re che più che altri mai prende cura di tutte le cose fino alle minime ed ultime. Egli più che altri mai ha un vero diritto a questo Massonico Panegirico, poiché, redentore della filosofica, della santissima tolleranza, volle al par d'ogni altro rispettato il nostro Culto, e nel conquidere l'idra inquisitoria salvò i nostri Sacerdoti da' roghi che arsero i Templari, e dileguò le nubi che ottenebravano la luce del Gran Delta al genere umano... Fratello, Restauratore, e Protettore dell'Ordine, Astro supremo della Massonica luce, ottimo Re, qual Saturno, qual Giano, qual Serapide...».

Ma d'altra parte, un contemporaneo che si conservò sempre onesto ne' suoi giudizii, come fu sempre convinto e sincero massone, nel rilevare invece le tristi condizioni nelle quali era caduta allora la Massoneria, cosi si esprimeva (1): «Quest'Arte è divenuta da qualche tempo un oggetto di moda: e le mode quanto più rapidamente si adottano, tanto meno possono conoscersi ed apprezzarsi. Ond'è, che con la stessa facilità e nascono e muoiono; e quel ch'era un momento fa l'idolo di più stolti, ne diventa ben tosto il disprezzo ed il giuoco».

Né avea torto di fronte al dilagare festaiuolo della Massoneria in ogni angolo d'Italia, ove come strascico della conquista militare le logge massoniche doveano rappresentare la conquista morale degl'Italiani, ed una garanzia per i conquistatori. Anche nel Napoletano ne pullularono dappertutto, e in luoghi di nessuna importanza.

Chi di quei tempi non era massone?

In una satira dell'avv, Giuseppe Rillosi di Vertova nel Bergamasco, «La metamorfosi dell'Impostura, ossia l'Impostura religiosa diventata politica», è ben ritratto tale stato di cose.

(1) SALFI, nel proemio al suo poemetto ramo. Cfr. in seguito Cap. IV.

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L'impostura, che prima era vestita da prete o frate, aveva cambiato casacca vestendosi da soldato, capelli alla Bruto e la sciarpa ai fianchi, o da framassone, possiamo aggiungere.

Libertade, Uguaglianza ed Unione,

Legge, Virtù, Patriottismo,

Forza, Popol Sovrano, Fraternizzazione,

I nomi son che pronunciar si sforza.

E ciò si spiega; bisognava allora bazzicare e fare i bacchettoni nelle logge massoniche, come in seguito fu necessità bazzicare e fare i bacchettoni collo stesso indifferentismo nelle chiese. Il che costituiva, in un modo o nell'altro, il primo dovere d'ogni scrupoloso e coscienzioso impiegato attaccato al proprio ufficio, o d'ogni cittadino bramoso di quieto vivere: nient'altro (1).

Gran Maestro del Grande Oriente stabilito nei primi tempi presso l'Armata Italiana nel.Regno di Napoli era il generale Lecchi. Il Viceré Eugenio era Gran Maestro in Milano; Giuseppe Napoleone dapprima e poscia Gioacchino Murat lo furono a Napoli.

Non per tanto la Massoneria fu di quei tempi l'organizzazione più efficace e necessaria da opporre al pretismo, che tanta nefasta influenza avea esercitato durante la reazione. E ciò che più importa, contribuì a stabilire i primi legami

(1) «L'aver appartenuto alla Massoneria sotto il Regno d'Italia - osserva il LUZIO (Il processo Pellico-Maroncelli, ecc. Milano, Cogliati, 1903, pag. 228) - non è indizio di nessuna inclinazione liberale e settaria: la società era allora ufficialmento riconosciuta e protetta, celebrava all'aperto le sue cerimonie; come ai vede dal primo costituto di Maroncelli vi erano ammessi in blocco persino i convittori e' collegi; e Pellico fu invitato ad entrarvi da un commissario di polizia, dal famoso conte Trussardo Caleppio, direttore più tardi dell'antiromantico Accattabrighe! L'Helfert ricorda che il viceré Eugenio Beauhrnais considerava addirittura la Massoneria del suo tempo, come un sodalizio di buontemponi e gozzovigliatori ().

() N. Freis Prese del 21 settembre 1902. Lo stesso Helfert, nella sua opera Kaiser Frans I von Osterreich (p. 280], cita fra i tirolesi impiegali, framassoni, il conte Thun, il conte Ciurletti, ecc.

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morali tra gli Italiani delle diverse regioni, separati, fin allora, da opposti interessi, da costumi, da tradizioni diverse.

Eppure, mentre nell'Italia settentrionale essa svolse incontrastata attività in ogni ordine sociale ed ebbe carattere festaiuolo; nell'Italia meridionale invece rimase come estranea e riuscì incomprensibile alla grandissima maggioranza della popolazione.

Condannata dalla Chiesa, confusa col Giacobinismo, tenuta come strumento della straniera dominazione, essa, non potendo essere combattuta, suscitava però quella diffidenza, ch'è tanto naturale ed è giustificata in genti ignoranti e rozze, compenetrato da un lungo passato di superstizioni e di pregiudizi. Svolse la sua influenza nel campo officiale, e riuscendo, più che altro, un privilegio delle classi elevate, assunse un carattere del tutto aristocratico e dottrinario. Ecco perché non ebbe quel favore e quella popolarità che s'acquistò invece, in brevissimo tempo, la Carboneria, come quella che meglio rispondeva agli interessi della borghesia e allo spirito d'indipendenza che nel Napoletano s'era fortemente sviluppato sotto i Borboni.

Importata di Francia, nel 1806, dallo stesso esercito francese, rimase in esso circoscritta fino al 1809 ma si diffuse d'un tratto e seppe così bene connaturarsi nel nostro ambiente morale, che sembrò nata nella stessa Italia, anzi nel Napoletano (1).

(1) Tralascio di riportare ciò che dal Botta in poi fu ripetuto sull'origine della Carboneria in Calabria e negli Abruzzi. Il De Castro, parlando della Carboneria, riporta alcune notizie ricavate dal periodico «La Minerva Napoletana» (n. 7), secondo le quali il governo francese, poco prima della rivoluzione, mirava cupidamente all'acquisto di Genova, e dicesi favoreggiasse suoi progetti la fenditoria colà esistente col titolo di Carboneria reale, che pur di scuotersi di dosso il giogo oligarchico, non avrebbe esitato davanti il turpe divisamente d'infeduare Genova alla Francia...».

Cfr. Memorie sulle Società Segrete, ecc. Traduzione dall'Inglese di Anna M. Cavallotti, Società Ed. D. Alig. 1904, p. 27.

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Traendo gran profitto dal suo simbolismo cristiano fu favorita dagli stessi preti; né sfuggì al genovese Antonio

«Meno incerte notizie troviamo sull'introduzione della Carboneria nell'Italia Meridionale. Alcuni Napoletani, esuli dal 1799, iniziati in Isvizzera e in Germania, tornando in patria, ne discorsero come gli esuli sogliono coi parenti, cogli amici; i più ambiziosi, i più irrequieti tolsero a propagarla. Però nei primi anni la setta restò debole, inosservata. Verso il 1811 vennero di Francia e di Spagna certi cospiratori, che per acquistare influenze e ricchezze, o per altre ragioni, e considerando il Regno di Napoli molto acconcio ai loro piani, proffersero alla polizia spandere l'ordine per incivilimento di popolo e tutela di governo. Ciò fu favorito dal genovese ministro Maghella (), forse già iscritto nella Carboneria della sua città natale, se è vero che Genova abbia avuto propria Carboneria, favorito da Giuseppe e poscia anche da Gioacchino».

Sono notizie tutte verosimili ed altre ancorane potremmo riportare. Noi abbiamo segnato la data del 1806, come quella che risulta da un documento indiscutibile. Nell'Archivio provinciale di Cosenza esiste un volume manoscritto contenente tutti i verbali della Commissione marziale, istituita a reprimere la reazione del 1806 e il brigantaggio che ne derivò. Nelle firme d'alcuni ufficiali componenti quella Corte sono segnati i tre puntini massonici.'., in altre quelli carbonarici d'apprendista, . .., o di maestro. .. ...

Ciò prova che la Carboneria già esisteva, in Francia, come sappiano, ed esisteva ancora nell'esercito francese. Il Clavel (ibid.. pag. 412), riporta una notizia che avvalora sempre più ciò che noi abbiamo detto. Egli ricorda che durante i disordini della rivoluzione, Briot, poscia membro del Consiglio de' Cinquecento, ricevuto carbonaro in Besanzone, fu obbligato di sottrarsi con la fuga ad in decreto di proscrizione emanato contro di lui. Si rifugiò nell'armata e prese servizio in qualità di semplice soldato nell'9 reggimento degli usseri. Fatto prigioniero dagli Austriaci nelle vicinanze della foresta Nera durante la ritirata dì Moreau, gli riuscì fuggire e cercare un ricovero in questa foresta; ma avendo smarrita la via cadde in mano alle truppe di Schinderhannes, allora capo dei partigiani. La soldatesca vedendo l'uniforme che egli indossava, lo circondò e si preparava a fargli subire cattivi trattamenti, Ma Briot, veduti alcuni Carbonari ch'egli riconobbe all'abito, fece dei degni da carbonaro, ed immantinenti i fratelli, che stavano nelle file nemiche, lo accolsero colla più affettuosa cordialità e lo posero sotto la loro protezione; e guidato da essi, fu condotto per tortuosi

() Il Maghella non fu mai ministro; fu incaricato in parecchie accasioni di reggere il Ministero di Polizia.


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Magbella (1811), nomo consumato alla vita settaria, ed organizzatore della Polizia napoletana, il grande aiuto che ne avrebbe potuto ricavare, ad incivilimento del popolo e come sostenitrice degli ordini nuovi non solo, ma anche a bilanciare la grande influenza della Massoneria.

Il governo murattiano ebbe come principal punto d'appoggio il militarismo; il quale, con tutta la pomposa esteriorità che fa tanta presa in popolo rozzo, non sarebbe stato da solo sufficiente a consolidare il nuovo ordine di cose e a renderlo in certo modo anche popolare, senza il grande appoggio delle due principali sètte di quei tempi. Esse, in mancanza d'un forte partito, doveano rappresentare una forza disciplinata alla dipendenza del governo, secondo il quale Massoneria e Carboneria, l'una nelle classi elevate, l'altra nel popolo, altro scopo non doveano avere. E per parecchio tempo così fu.

Il Maroncelli, accusato d'appartenere alla Carboneria, si giustificava, innanzi all'inquisitore di Venezia (1820), di avervi appartenuto in un tempo e sotto un governo che comandava d'appartenervi. Ricorda che Gioacchino Murat avea voluto che nel Liceo Reale di Musica il Maroncelli vi fu dal 1810 al 1813, si formasse una colonna armonica che interveniva alle Logge Massoniche e alle Vendite Carbonariche. Il Ministro dell'Interno mandava i biglietti nominali al Rettore, e con lui s'andava all'adunanza (4).

Né d'altra parte tra le due Associazioni era diversità di intenti, pur essendovi ne' mezzi.

sentieri presso i Carbonari più prossimi, ove una nuova guida lo diresse ad altri; e cobi successivamente raggiunse gli avamposti.

Lo stesso Clavel anche ricorda (ibid., pag. 429), che fu appunto il Brìot che nel 1807 fondò la Carboneria nello Stato di Napoli, E ciò è molto attendibile; perché Briot, alto dignitario della Massoneria, contribuì certamente ad estendere la nuova setta nell'esercito e a darle quel carattere che nel cerimoniale molto ritrae dalla Massoneria, facendola quasi una ramificazione popolare di questa.

(1) Cfr. MAZZATINTI, «Pier Maroncelli», in Rivista d'Italia, v, 5, pag. 794 e segg.

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E falso ch'esse rappresentassero due forze rivali, anche se talvolta non corresse buon sangue tra massoni e carbonari.

Lo stesso Maroncelli aggiungeva nel suo costituto: «Carboneria del pari che Massoneria, è società morale, che tende al miglioramento dell'umana specie: per tutto è protettrice dell'equo; ma che poi in un determinato paese, e in uno speciale periodo si faccia sostenitrice d'una trattativa politica più che d'un'altra, sarà sempre cosa al tutto accessoria ed unicamente limitata alle circostanze di loco e di tempo».

Del resto, se un'apparente rivalità sembrò esistere tra le due sètte, a' tempi murattiani, non pochi tra' più eminenti personaggi del tempo rivestivano la doppia qualità di massone e di carbonaro. Ogni fratello massone veniva ammesso nella Società Carbonarica col solo voto, senza essere sottoposto a tutte le prove richieste pei candidati ordinari; né era possibile essere iniziato agli alti gradi carbonarici senza aver prima ottenuti alcuni indispensabili in Massoneria (1).

Le differenze che a prima vista saltano agli occhi di ognuno sono semplicemente apparenti. Il loro simbolismo ritrae, è vero, le due tendenze opposte del Compagnonaggio medioevale; ma ha lo stesso significato morale. Luna si compenetra nell'altra. Il concetto massonico della costruzione de' templi alla Virtù e delle prigioni al Vizio è generatore del concetto carbonarico della carbonizzazione, perché carbonizzare significa educare l'uomo secondo il principio della Virtù.

(1) Non è fuori proposito ricordare la scena ridicola che il Mazzini ebbe col Passano (uno degli alti dignitari della Carboneria), nella fortezza di Savona. «Incontrato da me per caso nel corridoio mentre si ripulivano le nostre celle, al mio sussurrargli affrettato: ho modo certo di corrispondenza; datemi nomi, - rispose col rivestirmi dì tutti i poteri e battermi sulla testa per conferirmi non so qual grado indispensabile di Massoneria». (Mazzini, Politica ed Economia, vol. V, pag. 28, ediz, Sonzogno). Il Mazzini era già Maestro carbonaro. Del resto, in qualche diploma massonico compariscono delle firme di massoni che oltre i puntini massonici hanno pure i puntini carbonarici, come in quello da noi pubblicato.

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La Massoneria, universale com'è, si rivolge alla Gloria del Grande Architetto dell'Universo, ed è non solo coerente all'idea fondamentale di costruzione, ma riassume in tale formula tutta la filosofia razionalistica del secolo XVIII. La Carboneria, invece, in un campo più ristretto, si rivolge alla Gloria del Gran Maestro dell'Universo, ch'è Gesù Cristo. Il simbolo di Cristo, come Gran Maestro dell'Universo, non solo è il termine che meglio fa comprendere l'altro del Grande Architetto, ma è pure il termine giustificativo dell'ambiente, cattolico e superstizioso. Si vedrà in seguito che il Cristo della Carboneria non è quello de' preti e de' pìnzocheri; ma è il tipo umano che, in mancanza d'altro più comprensibile e più persuasivo, deve, per i Carbonari, esser tenuto come l'esempio più efficace dell'incarnazione di quei diritti di natura per i quali Cristo fu perseguitato e crocifisso.

Anche gli altri simboli, apparentemente diversi, mirano tutti allo stesso scopo; la loro diversità rappresenta più ohe altro la diversità dell'ambiente morale, nel quale ciascuna delle due Associazioni dovea svolgere la propria attività.

La Massoneria è fine; la Carboneria fu uno de' metodi per raggiungerlo, La Massoneria ha caratteri universali; è una scuola, una dottrina, un culto, come si dice in termine massonico. I suoi principii non sono unilaterali, ma sono applicabili a tutti i luoghi e a tutte le manifestazioni del pensiero umano, e in ogni luogo assume forme speciali di lotta e di manifestazione.

La Carboneria fu una di queste forme ed ebbe perciò carattere particolarista. Fu in Italia ciò che nelle altre nazioni, con caratteri nazionali e nomi diversi, furono le società locali, l'eterie in Grecia, la Tugendbund o lega della Virtù, in Germania. La Carboneria fu detta una Massoneria popolare; meglio si direbbe una Massoneria trasportata dal campo dell'idea in quello dell'azione, dall'idea astratta all'idea concreta, dall'enunciazione dottrinaria d'un principio all'attuazione d'esso. Basata sulle virtù del cittadino ebbe

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carattere politico ed un fine immediato, la distruzione della tirannide.

In tal modo, immedesimandosi ne' bisogni del tempo, fece del simbolo cristiano il simbolo della libertà e fece di Cristo l'esempio dell'ottimo cittadino, perseguitato dalla tirannide.

Nella storia del Risorgimento Italiano la Carboneria rappresentò la prima fase d'esso. Seppe infondere nel popolo il sentimento de' propri diritti; ma non ebbe più ragione d'esistere, e si sfasciò, quando, acquisito il concetto del diritto, era necessario plasmarlo in atto nella realtà del dovere; quando all'idea individualista della libertà del cittadino dovea corrispondere l'idea collettiva della libertà della patria, e perciò nuove finalità s'imponevano agl'Italiani, e nuovi metodi di lotta.

La Massoneria invece continua tuttavia ad esistere, in Italia e dappertutto. Ne' nostri giorni si dice ohe anche cotesta Associazione ha fatto il suo tempo.

I massoni invece rispondono: - Si è detto sempre così, e si dirà sempre così; ma la Massoneria, qualunque sia la sua estrinsecazione, qualunque sia il carattere degli individui che vi appartengono, è sempre rimasta, e rimarrà sempre, ringiovanendosi sempre. Essa ha la sua ragione d'esistere, ed è negli stessi principii che rappresenta. Il simbolismo la fa a' più comparire vecchia, come non è; ed è un simbolismo che certamente fa anche sorridere quelli che non lo conoscono o l'interpretano alla parola, derivando da esso un carattere di setta, che la Massoneria non ha, né può avere,

La Massoneria - soggiungono - non è una setta. Per il suo carattere d'universalità manca all'istituto massonico quella compattezza d'organizzazione che ne dovrebbe fare una vera associazione segreta, come i più credono ch'essa sia, e scioccamente. Se fosse così, non conserverebbe segni

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parole, cerimonie, oramai conosciute da tutti, e che costituiscono il cosiddetto segreto di pulcinella

Tutta la forza delle sètte è nell'intransigenza dommatica e nel fine determinato. Il che non è nella Massoneria; ad essa appartengono persone d'ogni confessione religiosa e d'ogni partito politico liberale. Il legame che unisce i Massoni è lo stesso culto della verità, meglio messo in evidenza da quello spirito di reciproca tolleranza senza la quale non s'intende la vera libertà.

In questo consiste il segreto e la forza dell'organizzazione massonica; mentre tutto ciò che sembra segreto, non è che l'esteriorità simbolica; una esteriorità ora del tutto trascurabile e trascurata, che rappresenta, però, diremo cosi, l'impronta della origino di quella; un convenzionalismo che si adatta a tutti gli ambienti e a tutti i tempi; una tal quale tradizione che collega le finalità d'oggi con le finalità di ieri, e ricorda la necessità d'altri tempi quando 0 vero era costretto a velarsi e a manifestarsi tra le pieghe del simbolo.

Si comprende che quel simbolismo ora può costituire il privilegio de' poveri di spirito, de' ricercatori di ciondoli, degli esteriorìsti. Ed anche un monopolio come un altro.

Ed è vero, e sarebbe il più gran danno se esso appunto non servisse soltanto a mantenere desto, come documento archeologico, il ricordo d'un passato di persecuzione e di lotta; niente altro.

Cosi dicono i massoni ed aggiungono: Quel simbolismo lì non è né dannoso, né riprovevole. Anche a prescindere d'altro caso è una formalità di disciplina interna, né costituisce, come in altre associazioni con carattere religioso, una ben architettata truccatura, che, soffocando lo spirito, riesce a far presa nelle mentì ignoranti e superstiziose, suggestionandole, atrofizzandole.

Inoltre, quel simbolismo se ora rappresenta una tradizione, per i tempi, ne' quali esso fu impellente necessità, costituiva una potente forza di contrasto.

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Ogni dottrina, ogni religione, ogni istituzione ebbero bisogno, ne' tempi in cui sorsero, d'una origine anteriore alla propria esistenza storica; ebbero bisogno d'una preparazione retrospettiva, per acquistar credito nell'animo titubante de' più, d'una storia artificiale nella quale si contenesse lo sviluppo anche artificioso del principio informatore. E ciò, come metodo di lotta, era giustificato in tempi ancora non evoluti, da quel contrasto che ogni nuova dottrina deve rappresentare di fronte a dottrine, a istituzioni, a religioni che si vogliono combattere e scalzare.

Così, anche nel simbolismo massonico, è racchiusa una storia artificiale; una storia che come quella d'ogni religione ha le sue origini antichissime nell'Oriente; onde derivò l'uso che tutte le logge dell'Universo, in qualunque regione si trovino, si suppongono sempre site all'Oriente.

In Oriente, Iddio, cioè la Verità, fu per la prima volta glorificato. I Fenici furono i primi RR. (rispettabili) MM.'. (maestri), da' quali appresero l'Arte Reale le altre nazioni tra cui gli Egizii, e dagli Egizii furono istruiti Pitagora e Mosè.

Secondo la leggenda, Pitagora, dopo i suoi viaggi in Egitto e in altre parti, fondò la prima loggia d'Europa in Cotrone nella Magna Grecia, ove tuttavia il luogo conserva il ricordo di essa nel nome di Capo delle Colonne, che in linguaggio massonico significa Madre Loggia (1). Distrutto il Pitagorismo, le tenebre più fitte s'addensarono sulla vita umana, finché nuova luce non venne dall'Oriente a squarciarle e a rivelare la Verità.

A questa artificiosa tradizione preistorica, che fa capo al Pitagorismo, si collega la storia della Massoneria; ed è una storia che, rivelandosi a traverso il velame de' gradi, ritrae simbolicamente e convenzionalmente lo svolgimento del pensiero umano nella conquista progressiva del Vero.

(1) Veramente quel luogo presso gli indigeni è detto Capo Nao, dal tempio dedicato a Giunone Lacinia, ivi esistente.

CAPITOLO II.

Il 1° Grado massonico e il fondamento morale della massoneria

A differenza d'altre associazioni che hanno come guida morale il domma rivelato e il preconcetto soprannaturale, nella Massoneria è l'uomo stesso, che, nella realtà della vita, deve tendere al suo e al bene degli altri mediante l'opera educatrice della volontà e della ragione, riuscendo a se stesso guida e maestro. Nel 1° Grado è ritratto il contrasto tra l'uomo qual è, - abbandonato a se stesso, dominato dalle passioni e dai pregiudizi, sottoposto, senza accorgersi, ad ogni tirannide, isolato, debole, ignorante, insuscettibile di comprendere la propria forza, sottomesso al suo destino, a cui egli soggiace per legge di inerzia, - e l'uomo quale dovrà formarsi, secondo il concetto massonico, libero, socievole, consapevole de' suoi diritti e dei suoi doveri, una forza cosciente nella gran forza armonica dell'universo, un termine necessario nella gran collettività umana che fa capo ad una legge morale, che sovrasta a tutto ed è Dio, cioè il Grande Architetto dell'Universo.

Prima d'essere iniziato alla nuova vita, il profano veniva assoggettato; nel gabinetto di meditazione, alla prova del dubbio. Il gabinetto di meditazione era tutto dipinto a nero, fregiato di massime come le seguenti:

«0 profano, è la via dell'ignoto che s'apre innanzi a te. Sarà l'abisso o la salvazione. Senti tu la forza d'affrontare l'ignoto?»

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«O profano, se una vana curiosità qui ti ha condotto, allontanati. È il tuo meglio. Questo luogo non è per te. Qui è rappresentata la sventura. Sorriderai forse innanzi alla sventura?»

«O profano, se temi che i tuoi difetti siano conosciuti, allontanati. Se credi di simularli, qui tu sarai compreso, e scacciato».

«Se tu tieni alle umane distinzioni, non è qui il luogo per esse. Qui soffia l'alito freddo della morte, eguale per tutti, inesorabile, scarna, implacabile».

«Se per sciocca spavalderìa in questo momento tu non provi timore, bada, tu non hai compreso i pericoli che ti sovrastano venendo tra noi, e i sacrifici che tu dovrai compiere, anche quello della vita».

«O profano, ricordati che l'ignoto è aperto innanzi a te. Non affrontarlo. Ritorna alle tue abitudini, alla tua famiglia, a' tuoi amici, alla tua quiete. Ritorna' donde venisti. Ne è tempo ancora. Qui è lotta, oblio di te stesso, dovere, sacrificio».

Completava l'arredamento del gabinetto un tavolino, e su questo erano un teschio di morte e due scodelle, l'una piena d'acqua e l'altra con pane,

In questo stato d'animo il profano dovea dettare la sua confessione morale e il suo testamento privato. Secondo il catechismo donde io traggo queste notizie (1), si dovea nella irima rispondere alle seguenti dimande:

1) Che devi a te stesso?- (Rìsp. Devi procurare la propria felicità senza danno del prossimo)».

2) Che devi al tuo simile? - (Risp.: Devi soccorrerlo in tatti i bisogni, colta roba e col consiglio; molto meno devi negargli ciò che gli spetta)».

3) Che devi alla Patria? - (Risp.: Al bene della medesima devi sacrificare i tuoi interessi, il riposo e la vita)».

(1) É presso di me ed è del 1812 o 1813, quando la Massoneria nel Napoletano ebbe, in opposizione alla Carboneria, un grande incremento officiale.

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Anche il testamento privato, in tempi nei quali financo pei figli esisteva disparità di condizione, aveva un gran significato morale. Esso diceva:

Essendo io accasato, ed avendo moglie e figli, lascio tutti egualmente eredi sopra i miei beni acquisiti ed acquirendi, inculcando a' miei tigli di rispettare la madre, come la persona più a loro prossima di questo mondo, di rispettare tatti i parenti e i simili, di soccorrere gl'infelici e tutti quelli a cui possano arrecare del bene».

Dopo queste prove, che costituivano un vero esame di coscienza, il profano sperimentato ne' suoi sentimenti e nei suoi affetti più cari, veniva ancora una volta invitato a desistere dal suo proposito. Insistendovi, era iniziato al 1. grado, d'apprendista, nel quale, come si vedrà dal catechismo, tutto il simbolismo si riassumeva nel contrasto esistente tra il vizio e la virtù, tra le tenebre e la luce, tra l'ignoranza e la conoscenza.

Per il massone la vita è un viaggio, e nel suo viaggio, a traverso gli errori del mondo, egli sa di venire da un luogo, donde parti la prima luce e dove una volta risplendeva la verità. Tutti gli uomini sono figli della verità; ma essi non conoscono la verità, perché in ogni tempo è stata offuscata dagli errori, dalle passioni, dai pregiudizi, che fan l'uomo schiavo di se stesso e degli altri e lo avvolgono nelle tenebre.

Tale luogo è simboleggiato dalla Loggia di San Giovanni di Gerusalemme, ove si elevano templi alla Virtù, e si scavano prigioni al Vizio.

La Massoneria ha riprodotto nelle sue Logge quel luogo; ma se tutti gli uomini hanno una origine comune, non ogni

(1) Sulle due denominazioni di San Giovanni di Gerusalemme, o di San Giovanni di Scozia, vedi in seguito Cap. m di questa parte, nota 8.

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uomo però ha la fortuna di poter rintracciare, a traverso le tenebre degli errori, il luogo novello, ove, come nella Loggia di San Giovanni di Gerusalemme, possa vincere le proprie passioni, sottoporre la propria alla volontà di tutti, e far progresso nella Massoneria.

Perché la Massoneria è la rivelazione della luce, è lo studio delle scienze, è la pratica della Virtù. Ed un fratello Massone è un uomo libero, fedele alle leggi, il fratello e l'amico del Re e dei Pastori, qualora siano virtuosi (1).

-

Perché vi siete fatto ricevere Massone?

-

Perché essendo nelle tenebre desideravo vedere la luce.

- Che significa cotesta luce?

- La conoscenza e l'unione,

simbolo di tutte le virtù delude Architetto dell'Universo.

- Che ha esatto da voi chi vi ha proposto Massone?

- Che lo istruissi della mia età, delle mie qualità civili e del mio zelo per farmi ricevere. Dopo di che mi ha fatto mettere né nudo né vestito, ma in modo decente; ed avendomi tolto tutti i metalli, con una corda al collo ed una benda stigli occhi, mi ha condotto alla porta del Tempio, dove egli ha picchiato tre fortissimi colpì.

- Chi era colui che vi ha proposto Massone?

- Un amico, che avendo pietà del mio stato, m'ha condotto sulla via della salvazione.

- Perché vi ridusse né nudo né vestito?

- Per mostrarmi che il lusso è un vizio che abbaglia il volgare, e che l'uomo che vuol essere virtuoso deve rendersi superiore ai pregiudizi.

- Perché vi ha privato dei vostri metalli?

Perché essi sono il simbolo del vizio, e che un buon ne non deve niente possedere che non sia comune.

(1) Emanazione monarchica com'era allora la Massoneria si conciliava colla politica e colla religione, mediante quell'aggiunta «qualora (Se e Pastori) siano virtuosi»; ciò che pure rappresenta un gran passo di fronte agli Statuti napoletani del 1750.


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- Perché avevate la corda al collo?

- Per significare il mio stato di servaggio a tutte le tirannidi e a tutti i pregiudizi.

- Che avete veduto entrando nella Loggia?

- Niente che lo spirito umano possa comprendere; una benda impenetrabile copriva i miei occhi.

- Perché avevate bendati gli occhi?

- Per comprendere quanto l'ignoranza sia pregiudizievole alla felicità dell'uomo.

- Entrato in Loggia che avete fatto?

- Il secondo sopra vigilante mi fece viaggiare tre volte dall'Occidente all'Oriente per la strada di Mezzogiorno.

- Perché vi fecero viaggiare?

- Per farmi comprendere che non si possa mai arrivare col primo passo alla virtù.

- E tolta che vi fu la benda che avete visto?

- Una gran luce, un gran bene, una meraviglia per me, che mi ha lasciato sorpreso.

- V'è stato ciò spiegato?

- Non era in grado di comprenderlo; ma mi sono stati dati i mezzi per giungere a comprenderlo.

- Quali sono essi?

- Un grembiale bianco, un paio di guanti da uomo ed un altro da donna.

- Che significano essi?

- Il grembiale significa il simbolo del travaglio e la sua bianchezza mostra il candore de' nostri costumi e la eguaglianza che deve regnare tra noi. I guanti da uomo significano che un massone non deve mai immergere le mani nell'iniquità. Quelli da donna dimostrano che se non si ammettono donne nella nostra L., pure esse sono da noi stimate, e ad esse si offrono che colla loro virtù possono ben chiamarsi col dolce nome di sorelle; perché bellezza accoppiata a virtù rende forte ed ammirabile anche l'essere debole.

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-

A quale grado voi siete ascritto?

-

A quello d'apprendista.

-

A che travaglio sono adibiti gli apprendisti?

-

A sgrossare e squadrare la pietra bruta.

-

Quali sono i più grandi doveri dei Massoni?

- Di adempiere esattamente quelli verso lo Stato, cui la Provvidenza ci fa appartenere; di fuggire il vizio e di praticare la virtù.

CAPITOLO III.

La leggenda del Tempio e il secondo grado massonico

II simbolismo del secondo grado massonico ha per suo oggetto la conoscenza della Loggia (1). Ove il Massone conviene co' suoi fratelli è un tempio, nel quale tutti i simboli raccolti

(1) Riproduciamo dagli Statuti Generali della Società dei Liberi Muratori del Rito Scozzese antico ed accettato, redatti nel 1813 e pubblicati in Napoli nel 1820, quanto si riferisce alla forma materiale d'una Loggia (pag. 11 e seg.).

«Dicesi Loggia il luogo ove i liberi Muratori si adunano per eseguire i loro lavori.»

«Una Loggia dee, per quanto si può, essere nascosta alla curiosità dei profani».

«Il locale d'una Loggia simbolica, cioè dei primi tre gradi, deve consistere per lo meno in quattro camere, cioè, gabinetto di meditazione, via smarrita o vestibolo, tempio e camera di mezzo. Secondo il rito scozzese vi si aggiunge il tribunale».

laquo;Il luogo delle agapi, ossia de' banchetti, non può mai essere quello destinato per il Tempio».

«Il gabinetto di meditazione è disposto in luogo opportuno, e deve essere immancabilmente fornito di quelle iscrizioni e di quei mobili che prescrive il rito».

«Nel vestibolo stanno gli armadi per la conservazione delle carte, e degli utensili della Loggia relativi a' tre gradi simbolici, non che degli abiti e fregi de' fratelli. Nulla di ciò che ha rapporto con la Massoneria uscir deve dal locale, dove il Tempio è situato».

«La camera di mezzo è tappezzata o dipinta dal colore prescritto nel rituale di Maestro (Cfr. in seguito Cap. IV, n. 1), ed ornata di quanto è ivi indicato».

«Il Tempio è una camera quadrilunga. Ne' quattro lati si figurano i quattro punti cardinali del mondo. La sala non deve avare altra apertura che la porta d'ingresso. Le finestre non si apriranno giammai se offrono l'accesso a sguardi profani. Il segreto è la prima caratteristica dell'Ordine».

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proclamano la grande armonia della vita immedesimata nella potenza del Grande Architetto dell'Universo. Il Tempio è il simbolo dello stesso Universo, nel quale l'uomo deve esplicare la sua attività, armonizzata quella di tatti gli altri esseri. In tal modo il passaggio dal primo

laquo;Ne' Tempi dei liberi Muratori alcune cose sono comuni a' due riti antico e moderna; altre appartengono solo al primo; altre al solo secondo». (Su' due riti, cfr. in seguito «Alti gradi massonici e carbonarici»).

«Ciò ch'è comune a' due riti si è: 1° La volta azzurra seminata di (acide stelle, e rappresentante il firmamento; 2° II trono collocato all'oriente, e sopra un ripiano di sette scalini; 3° Un baldacchino, o rosso o celeste, al di sopra del trono; 4° Un altare dinanzi al trono, sul quale un compasso, un martello, ed una spada d'onore; 5° L;i porta d'ingresso ha due imposte all'occidente, di rimpetto al trono; 6° Ai lati della porta cosi interiormente, che esteriormente, due colonne di bronzo, formate secondo il modello rammentato nei catechismi dì ciascun rito; 7° il pavimento mosaico, che può essere anche dipinto in tela, raffigurante l'aspetto esteriore del tempio di Salomone; 8° Due pietre, l'una rozza e l'altra cubica: 9° Le statue di Minerva, di Ercole e di Venere, rappresentanti la Sapienza, la Forza e la Bellezza, la prima alla diritta dell'Oriente a poca distanza dal trono, la seconda presso allo scanno del 1° Sorvegliante, e la terza presso a quello del 2° Sorvegliante; 10° Tre candelabri situati ove sono le statue; 11° Gli scanni de' dignitari e di alcuni ufficiali; 12° Le spade per l'uso occorrente».

Nel rito moderno una stella fiammeggiante a cinque punti al disopra del trono col sole a dritta, e la luna a sinistra. Il tempio è tutto contornato da un nastro ondeggiante; gli scanni de' due Sorveglianti stanno immediatamente vicino alte colonne; la Bibbia è collocata sull'altare».

«Nel rito antico vi è al disopra del trono il triangolo raggiante, e sul davanti una piccola ara, sulla quale una bibbia, un compasso, ed una squadra.. Lo scanno del secondo Sorvegliante è situato al mezzodì. Sulla tavola dei Sorveglianti vi è una colonnetta dì metallo».

«Possono esservi altre pitture, sculture, ornati o figure allusive ai gradi, ne' quali si travaglia in Loggia simbolica, ed altri attrezzi e mobili voluti o permessi da' riti rispettivi».

«Lo scanno de' Sorveglianti è sopra tre scalini; quello dell'Oratore sopra due; e quelli del Segretario e del Tesoriere sopra un solo. Gli altri ufficiali non hanno sedie più elevate di quelle degli altri membri».

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al secondo grado massonico è passaggio dall'idea individuale a quella collettiva; dal concetto dei diritti alla legge dei doveri; dal sentimento egoistico a quello altruistico.

In questo grado il massone prende nome di compagno, e il passaggio da apprendista a compagno ei dice massonicamente passaggio dalla perpendicolare al livello.

Lo scopo è di conoscere la lettera

G

che significa Geometria, ed è iniziale di uno degli attributi del G.'. A.'. D.'. U.'.

Ma pria di giungere a tale conoscenza egli deve compiere i cinque viaggi misteriosi, nei quali, fornito successivamente di tutti gli utensili del lavoro - una maglietta ed uno scalpello, - un regolo ed un compasso, una leva di ferro, - una squadra, - apprende il modo d'usarli, tinche non possa farne a meno, e sia in grado di tracciare liberamente la tavola geometrica,

- A che servono questi utensili?

- Essi servono alla costruzione del gran tempio (umano),del quale ognuno di noi è materia ed artefice. Essi debbono servire a far sparire la scabrosità dei materiali, e dar loro delle forme regolari e simmetriche, affinché l'edificio sia proporzionato in tutte le sue parti, e tenda per quanto è possibile alla perfezione.

E per avere una idea di tale perfezione egli è ricevuto in una Loggia giusta e perfetta (1), e di ciò deve sapere dar ragione.

(1) Niuna Loggia è regolarmente giusta e perfetta se non è composta di sette membri, tre de' quali abbiano il grado di maestro. La gerarchia della Loggia ili composta dì tre dignitari e di tre classi d'ufficiali.

I tre dignitari, che dicansi pure le tre luci, o le tre colonne della Loggia, sono il Venerabile, il e il 2° Sorvegliante.

Gli ufficiali di 1 classe sono: l'Oratore, il Segretario ed il Tesoriere. Gli ufficiali della 2° classe sono: l'Archivista, il Guardasigilli, ['Esperto, ed il Maestro di cerimonie. Gli ufficiali dì 3 classe sono l'architetto decoratore, l'elemosiniere, ed ospitaliere, l'economo, e maestro di casa, un primo ed un secondo diacono, un portastendardo, un araldo o porta spada, due copritori, l'uno interno e l'altro esterno

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- Ogni Loggia è giusta e perfetta quando si compone per tre, per cinque, per sette.

- Che rappresentano questi numeri?

- Il numero tre ricorda che tre furono i Grandi Liberi Muratori impiegati alla costruzione del Tempio di Salomone (1). Tre sono i lati del triangolo, cioè della perfezione; tre le parole del trinomio massonico, o i diritti di natura.

Cinque sono i sensi dell'uomo, senza i quali egli non può apprendere il numero di sette.

Sette sono le scienze liberali: Grammatica, Rettorica, Logica, Aritmetica, Geometria, Musica ed Astronomia. Tutte insieme rappresentano la Scienza, mediante la quale soltanto si può giungere alla conoscenza dal Grande Architetto e comprendere le dimensioni della Loggia.

- Le dimensioni della Loggia sono meravigliose. La lunghezza è dall'Oriente all'Occidente; la larghezza dal Mezzogiorno al Settentrione; l'altezza, di cubiti senza nome,cioè dalla terra al cielo; mentre la profondità, dalla superficie della terra al ano centro.

- Son queste le dimensioni dell'Universo; perché la Società de' Liberi Muratori è universale. Essa rappresenta l'Umanità, come la Loggia rappresenta l'Universo.

- Di che è coverta?

- Essa è coverta d'una volta azzurra seminata di stelle,e tutte illuminate dai tre lumi sublimi della Società dei Liberi Muratori, che sono il Sole, la Luna ed il Maestro Venerabile della Loggia.

(detti altrimenti custodi del Tempio), cinque secondi esperii per le funzioni di tegolature, preparatore, terribile, sacrificatore, censore, un aggiunto al maestro di cerimonie per le funzioni di ambasciatore ne' banchetti, due aggiunti all'architetto per le funzioni di ordinatore de' banchetti e di bibliotecario. I diaconi, il parta,stendardo, l'araldo ed il sacrificatore, sono propri del solo rito scozzese (Cfr. Statuti, ecc, pag. 1314).

(1) Chi siano questi tre grandi Liberi Muratori cfr. Cap. seguente, nota 4.

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DIPLOMA MASSONICO (2).

-

Da che è sostenuta?

- E sostenuta da tre grandi pilastri di forma [triangolare che si chiamano Sapienza, Fortezza, Bellezza (1).

(1) Cfr. nota 2a, capov. 2°, e diploma massonico, ove sono riprodotte le statue della Sapienza (Minerva), Fortezza (Ercole), Bellezza (Venere).

(2)Per l'intelligenza dei lettori diamo la tr ascrizione del diploma:

ALLA GLORIA DEL G.. A. DELL'UNIVERSO

A. nome e sotto gli auspici del G.'. O.'. di Napoli

A TUTTE LE LOGGE REGOLARI

UNIONE FORZA SALUTE

Noi Venerabili ed Offiziali dalla Rispettabile Loggia di S. Giovanni di Scozia sotto il titolo Il Monte di Arate regolarmente costituito all'Oriento di Belmonte, e convocati per i Nuovi Maestri Conosciuti da' soli Venerabili Maestri dichiariamo, certifichiamo, ed attestiamo, che il carissimo fratello

La Sapienza scruta Io ragioni delle cose, ed è la stessa Verità, rappresentata dal Maestro Venerabile, all'Oriente.

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La Fortezza, rappresentata dal 1° Sorvegliante, all'Occidente, è la Verità in atto; perché senza fortezza non si può aire nessuna opera. La Bellezza, rappresentata dal

Sorvegliante, è l'ornamento e la perfezione d'ogni opera; questa, senza la bellezza, avrebbe durata, né si saprebbe ammirare ed imitare.

Inoltre, il Venerabile dirige gli operai e mantiene l'Armonia; il 1° Sorvegliante s'occupa a soddisfare gli operai, perché i salari rappresentano la forza e il sostegno della loro esistenza; il 2° Sorvegliante siede a Mezzogiorno, ch'è il mezzo della beltà del giorno, per far riposare gli operai, e ricondurli dalla ricreazione al lavoro, affinché il Venerabile n'abbia gloria ed onore.

Ma il simbolismo della Loggia non termina qui. Essa ha tre ornamenti, cioè il pavimento mosaico, la stella fiammeggiante ed i fiocchi e lacci 'merlettati.

Domenico De Bonis nativo di Marzi, Provincia dì Calabria Citra, è membro della nostra Rispettabile Loggia al primo Grado simbolico, e che la regolarità dulia sua condotta, i suoi buoni costumi, e la sua esattezza ai travagli l'han reso caro, e stimabile. Preghiamo i Maestri regolari tanto dell'Oriente di Belmonte, che degli esteri di riconoscere il detto Fratello De Bonis nelle dette qualità, accordarli la considerazione che li è dovuta, e somministrarli tutti i soccorsi de quali potrebbe avere bisogno come avremmo noi la soddisfazione di dire per essi. In tede di che li abbiamo il presente certificato.

Fatto e spedito al nostro Oriente di Belmonte il di XXI dal Sesto Mesi: dell'inno della Vera Luce 5812 dell'era volgare 1812.

Firmato di nostro pugno, e di quello del nostro Segretario, munito del nastro suggello, e Rollo della nostra Architettura per aver pieno ed intero effetto, dopo il confronto della firma del detto Fratello fatti avanti di Noi.

Questo diploma, sebbene di maestro, appartiene ad un apprendista, e presenta parecchie particolarità.

Al trinomio massonico «Libertà, Eguaglianza, Fratellanza», sono sostituite le parole usate anche nulla Carboneria «Unione Forza, Salute».

In parecchie firme, oltre i .'. massonici appariscono i puntini (. .. o .. ... ) carbonarici, ciò che comprova quanto noi abbiamo

detto che non pochi massoni erano contemporaneamente anche carbonari, e viceversa.

Le tre statue simboleggianti nel diploma le tre colonne della Loggia sono Venere o la Bellezza, Ercole o la Fortezza, Minerva o la Sapienza.

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- -

Il pavimento mosaico adorna la soglia del portico del gran Tempio; In, stella fiammeggiante (1) è nel mezzo del Tempio ed illumina il centro da cui parte il vero lume che rischiara le quattro parti del Mondo; ed i lacci ed i fiocchi merlettati ne coprono le estremità.

- Essi hanno un significato morale. II pavimento mosaico formato di quadrelli bianchi e neri, simboleggia la duplice forza che con vicenda assidua attira l'uomo verso lo spirito e verso la materia, verso la virtù e verso il vizio. La stella fiammeggiante è l'emblema del G.'. A.'. D.'. U.'., ohe risplende di luce propria ed è il divino luminare che guida il massone nelle tenebre morali, come la stella polare conduce il nocchiero nel mezzo della notte. I lacci e fiocchi merlettati significano il legame che unisce tutti i massoni e ne fa una sola famiglia su tutta la terra (1).

Nella Loggia inoltre sono sei ordini preziosi, tre mobili e tre immobili.

- I mobili sono la squadra che porta il Venerabile, il livello che porta il 1° Sorvegliante, ed il perpendicolo che porta il 2° Sorvegliante. Gli immobili poi sono la tavola da disegnare, la pietra cubica a punta, e la pietra bruta.

- La squadra serve a squadrare i materiali, ed mettere le loro superficie ad angoli retti tra loro. Il livello serve a situare orizzontai mente le pietre l'una presso le altre, ed il perpendicolo ad elevare gli edifici perfettamente a piombo sopra la loro base.

Nel senso morale, la squadra ci avverte che tutte le nostre azioni devono essere regolate secondo equità e giustizia.

(1) La stella fiammeggiante distingue il rito moderno o francese; il delta luminoso, il rito antico o scozzese, cfr. nota la.

(2) Cfr. Parte i, cap. II nota L'. Cfr. Bibbia I Re: «1. E gettò le due colonne di rame, dello quali ciascuna avea di altezza diciotto cubiti; e un filo di dodici cubiti circondava l'ima e l'altra»... «17. I capitelli, ch'erano in cima delle colonne, aveano certe reti di lavoro intralciato di cordoni fatti in forma dì catene: erano a sette a sette in ciascun capitello».

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La squadra ed il compasso intrecciati rappresentano il campo di lotta per il massone. Il comparso è il cielo, ossia la perfezione a cui l'uomo deve tendere costantemente; la squadra è la terra, ove le sue passioni lo ritengono. Si dice che il vero massone trovasi tra la squadra e il compasso, per significare ch'egli è scevro di affezioni materiali, e che aspira a ritornare alla sua celeste origine, alla perfezione. Il livello è il simbolo della perfetta eguaglianza che deve regnare fra i massoni. Il perpendicolo ricorda che tatti i beni ci vengono dall'alto.

- Gli ordini preziosi detti immobili servono a' seguenti offici. La tavola da designare serve a' maestri per tracciare i loro piani di disegno. La pietra cubica a punta serve ai compagni per aguzzare i loro strumenti. La pietra bruta serve agli apprendisti per imparare a travagliare.

Nel significato morale, la (avola da disegnare è l'emblema del buono esempio che noi dobbiamo a' nostri fratelli ed a tutti gli uomini. La pietra cubica a punta è il simbolo delle cure che si prende l'uomo virtuoso per cancellare le traccie che il vizio ha fatto au lui e correggere le passioni alle quali ci siamo interamente abbandonati. Finalmente la pietra bruta è l'immagine dell'uomo grossolano e selvaggio che lo studio profondo può solamente ripolire e rendere perfetto.

- Essendo la loggia il ritratto del mondo, come questo è popolato di esseri, cosi la loggia è popolata di massoni. Ei come gli esseri si distinguono in perfetti e meno perfetti;così pure i massoni sono perfetti e meno perfetti, e si distinguono in massoni di teoria e massoni di pratica.

I primi insegnano una buona morale che serve a rendere pari i nostri costumi e a renderci amabili verso tutti gli uomini. Niente essi hanno di superiore agli altri che la perfezione, ed essi debbono agli altri insegnare il modo di giungervi. Gli altri, cioè i massoni di pratica, sono gli artefici degli edifici sotto la guida e coll'aiuto dei primi. Diventano anch'essi massoni di teoria, se Banno scovrire il segreto della perfezione.

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Nella Loggia sono tre finestre, situate all'Oriente, all'Occidente ed al Mezzogiorno. Non ve n'è a Settentrione perché il sole non risplende che debolmente in questo punto del firmamento.

Esse servono ad illuminare gli operai quando vengono al travaglio, durante il travaglio e quando lo smettono per ritornare alla vita di tutti.

- Il Compagno è ogni giorno col Maestro.

- Avete voi veduto il vostro Maestro in questo giorno?

- Sì, ed era abbigliato d'oro e d'azzurro (1); il primo dei quali significa la ricchezza, ed il secondo la sapienza,due doni che il G.'. A.'. D.'. U.'. accordò a Salomone e che il Maestro deve far conoscere al compagno meritevole.

- Ove stanno i compagni?

- Al Mezzogiorno, perché il compagno è più illuminato dell'apprendista e deve servire al maestro,

- Come servite voi il maestro?

- Con gioia, fervore e libertà.

- A chi era dedicata la Loggia ove siete stato ricevuto?

- A San Giovanni Battista, perché nel tempo delle guerre nella Palestina i Cavalieri Massoni si unirono ai Cavalieri di San Giovanni di Gerusalemme per guerreggiare contro gl'infedeli, e perché riportarono la vittoria sotto la protezione di quel gran Santo, al loro ritorno gli resero grazie e convennero ohe in avvenire tutte le loro logge ai sarebbero dedicate a Lui (1).

(1)

È, credo, il distintivo del Maestro, e consiste in una fascia celeste orlata, di rosso. Finisce a zappa con noce, da cui pende il gioiello, cioè squadra e compasso intrecciati. È questa la forma più semplice.

(2) Allude certamente alle relazioni che nel passato furono tra l'Ordine de' Templari e le Corporazioni massoniche. Cfr. Parte 1, cap. II. Inoltre i titoli diversi che assume San Giovanni, servono anche a distinguere i due riti. Le Loggie dì rito moderno o francese celebrano la memoria di San Giovanni Battista, e quelle di rito antico scozzese quella di San Giovanni Evangelista. Le une si dicono pare Loggie dì San Giovanni di Gerusalemme; le altre dì San Giovanni di Scozia.


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CAPITOLO IV.

L'assassinio d'Hìram ed un poema massonico

L'assassinio d'Hiram costituisce il terzo grado massonico cioè quello di maestro, ed è pure il tratto d'unione tra le antiche corporazioni muratone e la moderna Massoneria nella quale la leggenda fenicio-ebraica assume un carattere eminentemente morale.

«Era Hiram celebre architetto che il re dì Tiro avea mandato a Salomone per dirigere la costruzione del Tempio. Essendo il numero degli operai immenso, egli li distribuì, secondo la loro abilità, in tre classi, - d'apprendisti, di compagni, di maestri, - e la loro mercede era proporzionata alla classe. Per riscuoterla, ciascuna classe aveva misteri, segni e parole particolari. Gli apprendisti riscuotevano il loro salario alla colonna  i compagni alla colonna

J

, ed i maestri nella Camera di mezzo (1). Nessuno poteva riscuotere se prima non era stato rigorosamente tegolato (esaminato) nel proprio grado».

(1) La Loggia in questo grado è detta Camera di mezzo (cfr. capitolo procedente, nota 1°). Essa è parata a tutto, adorna di teschi, di scheletri, d'ossa incrociate. Le due colonne sostengono sui capitelli un'urna funeraria, contenente un ramo d'acacia; nel centro della Loggia, sopra un'ara funebre, è un teschio illuminato. La Loggia è fiocamente rischiarata da una candela di cera gialla poeta all'oriente. Le luci, cioè il Venerabile e i due Sorveglianti, simboleggiano gli assassini d'Hiram. Il Venerabile, in questo grado, prende nome di Rispettabilissimo Maestro, ed innanzi a su ha, sull'altare, oltre la spada fiammeggiante, la Bibbia, la squadra, il compasso ed il maglietta di direzione.

I Sorveglianti prendono nome di Venerabilissimi Maestri,

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«Ora avvenne ch'essendo la costruzione del tempio alla fine, tre compagni, chiamati Jubelas, Jubelos e Jubelum, immeritevoli d'aumento di salario, vollero carpire il segreto di Maestro ad Hiram. Questi, ogni giorno a mezzodì, si portava, durante il riposo degli operai, a pregare nel tempio. Quei tre, per riuscire nel loro intento, si appostarono ciascuno ad una porta del tempio, il primo armato di regolo, il secondo di squadra, 0 terzo di martello. Hiram, sorpreso, non volle rivelare il segreto, e sfuggendo dall'ano all'altro, fu ferito con un colpo di regolo che gli attraversò la gola, alla porta di mezzogiorno; alla porta d'occidente fu ferito da un tremendo colpo di squadra al cuore; alla porta d'oriente per un colpo di maglìetto stramazzò al suolo.

«Così fu assassinato Hiram. I tre assassini, spaventati del loro misfatto, nascosero li per li il cadavere sotto alcuni rottami e a mezzanotte lo portarono fuori di Gerusalemme, e lo seppellirono sul monte Libano».

Prescindendo dal significato astrologico che gli antichi affiliati attribuivano a questa leggenda, essa ha per la moderna Massoneria un gran significato morale. Essa rappresenta la lotta dei due principii del bene e del male. Hiram è l'immagine delle persecuzioni che prova l'uomo virtuoso, e della morte di cui lo minacciano i tre flagelli che desolano comunemente la terra: l'invidia, la cupidigia, l'ipocrisia! Hiram è anche il simbolo della verità che altri tre malvagi vogliono distruggere: la menzogna, l'ignoranza e la superstizione!

Certamente questa leggenda, nel suo significato morale,

e tengono in mano, invece del maglietto, un involto di carta di nove pollici di circonferenza e diciotto di lunghezza. Il primo Sorvegliante ha sul suo altare una squadra, eri il secondo una riga di 24 pollici, I fratelli si chiamano Venerabili Maestri; tutti impugnano la spada e stanno a capo coperto; anche i loro distintivi sono di tutto (fascia nera).

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ben si prestava ad essere rivestita di forme poetiche; e ciò fece l'abate Salfi, pubblicista reputato non meno che patriotta tra i più benemeriti del suo tempo ((1). Ascritto, negli alti gradi massonici nessun altro meglio di lui potea ritrarre i principii che la Massoneria suppone, le virtù ch'ella pratica, o che dee praticare, ed il metodo che ella adopera per provare la verità degli uni, e persuadere l'utilità delle altre».

(1) Iramo, poemetto dì FRANCO SALFI, P.'. R.'. S.'. [Sovrano Principe del Real Segreto (g° XXXIII)?] - 0.. di Milano, 5807, (Con introduzione, pag. 85 in 32).

Tavole massoniche di FRANCESCO SALFI, FERDINANDO ARRIVABENE. NICOLO BETTONI, Brescia, per Nicolo Bettolii - A.'. D.'. V.'. L,'. 5810 [anno di vera luce, 1810], - Contiene, p. 173, il poemetto Iramo del Salfi; - p. 75138, le annotazioni ad esso; p. 139163, il Serpe - Simbolo d'immortalità, discorso del F.1. - Ferdinando Arrivabene; - pagg. 165-176: Sogno del F.'. Nicolo Bettoni; p. 177-182.

Si conservano alla Braidense di Milano e forse sono le sole copie ch'esistano.

Francesco Salfi n. Cosenza il 1759 e m. a Passy il 1832, la cui fama va ora meritamente risorgendo, prese viva parte al movimento rivoluzionario italiano dall'ultimo decennio del secolo XVIII. Compromesso nel processo contro i Giacobini (cfr. Rossi, op. cit., ma erra nel nome), esulò la prima volta, «fece ritorno nel 1799, e fu nominato Segretario Generale del Governo Provvisorio a Napoli. Nella Repubblica Cisalpina fondò il Termometro Politico, e a lui il Monti diresse la famosa ritrattazione. Professore a Brera durante il Regno italico, fu richiamato nel 1714 a Napoli da Gioacchino Murat, che avea conosciuto generale a Brescia, legandosi a lui in amicizia, Accompagnò il Murat nella guerra dell'indipendenza, e fallita questa esulò in Francia, ove collaborò dapprima col Ginquéné, e dopo la morte di costui ne continuò la storta della letteratura italiana.

Cfr. Renzi, Vita di F. Salfi (in francese) - L. M. Greco, Vita letteraria di F, Salfi, Cosenza, 1839 - Zumbini, Breve cenno rulla vita e sulle opere dì Francesco Salfi, in Atti della R. Acc. e Arch. B. Z., Napoli, 1895 - e nel volume del Monti, nota 2» - 0. Dito L'abate Salfi e la questione italiana, nel 1820, nel volume In Calabria Cosenza, 1399. Mazzoni, L'ottocento in collezione Vallardi.

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Il fato misterioso d'Iramo - egli dice nella prefazione - m'è parato opportuno a questo fine. Esso mi ha somministrato almeno l'occasione di toccare quegli oggetti, che meritano l'attenzione de' veri MM.'. ….».

«La F.'. M.'. offre per l'ordinario a chi non sappia ricomporre le parti, alterate dal tempo, e dall'ignoranza mal combinate, quel che offre talvolta un ammasso d'informi mine, in cui pur giacciono i membri slogati e confusi di un tempio antico e venerando. Se le parti non si rimettano prima nel loro sito ed ordine conveniente, non si potrà mai aver del tutto una idea giusta e compiuta. Ed è questo il principal disegno del mio qualunque lavoro: il dar cioè qualche picciol saggio del sistema m.'.».

Perciò non è fuori proposito riportarne qui una gran parte come quello che non solo rivela un lato, ed il più trascurato della nostra letteratura poetica, ma, che più importa, è uno dei documenti migliori che ritrae lo spirito dei tempi e gl'intenti massonici.

1) La Congiura.

Il poemetto è diviso in tre canti: La Congiura (ottave 40);

La Morte (ottave 48) e Pianto (ottave 48). Esso tende a provare che

tempo verrà, che appien libero goda

l'uom, né il turbi error cieco, o vil desìo;

né tirannica forza, o iniqua froda

tema; e fatto immortal regni qual dio.

Ma intanto per le nefandezze altrui il giusto perisce, e a noi lascia l'esempio di sua incorrotta virtù,

e chi '1 ricerca e il trova, ov'egli giace,

può tar dalla sua morte e vita e pace.

In questa antitesi s'impernia tutta l'azione del poema, ed è il segreto di quella grande arte de' primi saggi, onde splende il vero a coloro che, pur segregati dal mondo,

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vegliano al destino dell'umanità, per la quale continua interrotta l'allegorica costruzione del Tempio.

Già il quinto anno volgea, che d'Israele

il Monarca più saggio e più potente,

non men a Dio, ch'al genitor fedele,

area le forze e le alle cure intente

un degno tempio ad innalzar, che cele

un gran mistero alla profana gente:

mistero a pochi fin allor descritto

negli antri della Persia e dell'Egitto (1),

Chi pur con esso conspirò secondo,

reggea la ricca a popolosa Tiro;

e questi Iram gli offrì, ch'era nel mondo

chiaro per opre d'artifìcio miro.

Così l'uno il poter, l'altro ii profondo

saper congiunse; e chi per terzo unirò,

eseguì» la grand'opra. e i fabri industri

rese per zelo e per ingegno illustri (2).

(1) Zoroastro è il primo che abbia consacrato uno di questi antri al gran Mitra nelle montagne della Persia. Dopo Zoroastra i misteri per lo più ai celebrarono per entro le spelonche, e Ercole, Teseo, Ulisse, Enea, per mezzo di tali antri vengono messi alle segrete cose. Pitagora in Candia discese anch'esso con Epimenide nella spelonca Idea (V. DIOG. LAERT.). La ragione per cui il nome di Antro fu dato al Santuario, al quale s'introduce vano gl'iniziati, sì è che l'uomo nascendo entra, secondo Platone, nel mondo come in una caverna (V. PORFIRIO, De Antro Nimph). Il Tempio di Salomone era per molti riguardi una immagine di questi Antri Mitriaci. [N. A].

(2) In questi tre personaggi s'è voluto adombrare i tre primi principii, sieno efficienti, sieno formali, sieno materiali, che molti fra gli antichi riputarono necessari alla formazione delle cose e del mondo.

S'incontra quest'opinione in tutte le più antiche cosmogonie orientali, non esclusa la Mosaica. E perciò ii numero ternario, e il triangolo furono venerati nello scuole segrete, e specialmente in quella de' Pitagorici (V. il Tìmeo di Platone, e il breve Compendio, che ne lui fatto Marsilio Ficino).

Sì crede, che Orfeo, il primo portasse nella Grecia questa dottrina. E cosi passando essa attraverso le opinioni delle sètte, e le vicende de' tempi, sì trovò esposta a differenti modificazioni spesso

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Di questi immenso il numero, e in più classi

tutti ordinatamente eran divisi.

Chi suda a trar da' cavi monti i massi,

chi a far che i boschi caggiano recisi;

chi spiana i rozzi tronchi, o picchia i sassi,

e ehi gli unisce in varie forme incisi;

altri i cerchi metalli alla fucina

scioglie e trasfonde, e gl'istromenti affina.

Sedea fra l'arti allor l'Architettura

quasi reina, ed eran l'altre ancelle;

e il Saggio Iram ne avea la prima cura(1),

che tutte conoscea l'arti più belle.

Tal le leggi del Ciel e di Natura

spiegando, l'alme crude, e al ver rubelle

temprava; e in un vegliando al gran tesoro,

compartia la mercede ed il lavoro.

Da Salomon trae» le forme prime,

dall'altro i mezzi adatti alla grand'opra;

e quanto avvien che l'un di più sublime

fra gli arcani del ciel mediti e scopra,

capricciose, e talvolta ridicole. Generalmente pare che sia stata originata dalla distinzione di questi tre principii. Essere, Moto ed Intelligenza, o come altri potrebbe forse dire Materia, Vita e Forma. M. T. Varrone opinava che di tutti i filosofi quegli avessero meglio conosciuto o definito la Divinità, che la riguardavano come l'Anima, la quale governi, l'Universo col Moto e colla Magione. (V. AUG., De civit. Dei, rv, 31)... [N. A.].

(1) Non tutti convengono nel determinare chi sia questo Artefice de' tre, che la Bibbia indica a un dipresso collo stesso nome. Questa ci parla d'Hiram, re di Tiro, amico di David (Reg. Ili, § I); di Adoniram, figlio di Abda, che soprintendeva a' tributi ed a' lavori del Libano (ibid., e. 4, v. f e e. 5, v. III; e di Hiram, Sapientissimo artista, figlio di utia vedova della tribù di Neftali, maritata ad un Tirio (ibid., e. 7, v. 13 e seg.). L'autore ha preferito l'Hiram tino ad Adoniram pur più ragioni: perché in alcuni gradi massonici dopo la morte d'Hiram gli viene sostituito Adoniram; 2° perché nel libro de' Pamlipomeni si accorda al primo una summa influenza in ogni genere di opere e di lavori (V. e. 2 e 5); 3" perché la voce Hiram nel suo vero significato etimologico quadra assai più col significato fisico e cosmologico, che alcuni danno alle di lui vicende allegoriche... [N. A.].

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l'altro ne' suoi disegni appien l'esprime;

e il terzo ad eseguirti i fabri adopra:

ma servendo ciascuno al gran mistero,

veder non può l'alto disegno intero.

Perché il Tempio era distinto in più ordini progressivi, che si denominavano Logge, e tutte insieme formavano una gran Loggia immensa. Un gran velo separava gli operai gli uni dagli altri, né tutti i simboli si offrivano ai loro occhi. Ciascuno lavorava nella propria loggia, secondo il proprio mestiere e il proprio ingegno, e conforme all'età, l'opera e il senno venivano tutti rimunerati. A tale proposito, Iram avea sull'entrata occidentale erette due colonne di bronzo, ornate al sommo di gigli e melagrani (1). Ciascuna d'esse chiudea tesoro d'alto valore, e n'era a guardia lo stesso Iram, che presso ciascuna pagava e rimandava contenti gli operai appartenenti all'una o all'altra colonna, cioè gli apprendisti ed i compagni.

Chi poi di questi lungo tempo inteso

avesse a polir pietre, e unirle insieme,

venia nel sacro numero compreso (2),

(1)

Cfr, l Re, 7: «18. E avendo fatte le colonne, fece ancora due ordini di melegrane d'intorno, presso a ciascuna di quelle reti,per coprire di melegrane i capitelli ch'erano in cima delle colonne. -19. E i capitelli ch'erano in cima delle colonne nel portico, erano fatti in forma di gigli, di quattro cubiti. - 20, E vi erano delle corone su le due colonne, al di sopra, presso al ventre ch'era all'orlo dell'intraleiatura; e vi erano dugento melegrane a più ordini d'ogni intorno, su la seconda corona. - 21. Salomone rizzò le colonne nel portico del Tempio; una a man destra, e le pose nome Iachin [ = Egli stabilirà]; e l'altra a man sinistra, e le pose nome Boaz. [= V'é forma in lui].

(2)

I collegi sacerdotali di Eleusi, di Samotracia, di Memfi, ecc., destinavano i loro membri a quegli esercizi, ch'erano proporzionati alle loro cognizioni ed a' loro talenti: e chi intendeva al culto materiale, chi alla spiegazione de' simboli, e chi allo studio della natura. La dottrina de' misteri era generalmente divisa in exoterica ed esoterica, cioè l'una destinata a' più, e l'altra a pochi eletti fra questi. I misteri eleusini erano distinti in piccoli e in grandi;

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che tenta di virtù le prove estreme.

Loco è nel mezzo incognito, e difeso

dal silenzio e dall'ombre, ove la speme

di chi v'entra s'innalza a più gran cose,

che tìen Natura al cieco volgo ascose.

Il Santuario è questo, ov'altrui parco

gli alti oracoli suoi dispensa il Cielo.

Qui spesso a chi di merti e d'anni è carco,

nuda s'offre Natura, e senza velo:

ma altrui non s'apre fra quell'ombre il varco

se non da prove di valor, di zelo;

e chi per questa via dritto procede,

potrà piena ottener la sua mercede.

In tal guisa l'eccelsa mole del Tempio, di giorno in giorno progrediva, e sebbene ancora incompiuto pure pare» ben degno di quel Sole, del quale non è che picciol simbolo quello che il cieco volgo adora:

Sole eterno, invisibile e possente

che vita inspira al cor, luce alla mente.

Intanto la fama si spandeva in ogni dove, e d'ogni parte era un accorrere di operai per concorrere alla grand'Opra, Ma il gran dio delle tenebre, spiando l'occulto disegno al quale s'ispirava il Saggio, e prevedendo, ad opera compiuta,

e perciò agli Adepti succedevano gli Epopti, che soli erano ammessi alt'Autopsia, ch'era la verità nuda, precedentemente simboleggiata. Quest'ultimo termine era per l'ordinario preceduto e preparato da altri intermedi. Esiodo ne nota alcuni, a' quali dì il nome di Soldato, di Lione, Corba, ecc, e che si riferivano a' sette gradi dell'iniziazione Mitriaca. Tutte le scuole scerete hanno ammesso più o meno di tali gradi, ma spesso se n'è accresciuto il numero a tale, da far credere ad alcuni imbecilli, che dalla moltiplicazione di questo, quello pur dipendesse dalle umane cognizioni. V'ha chi conta de' gradi sino cento, specialmente dopo io spirito di riforma introdotto nella F.'. Mass.'. da Dom. Pernettv, dal Ramsay, ecc. Checché sia di ciò, secondo Clemente di Alessandri, Autopsia o Epoptea consisteva nella pur» contemplazione della natura e degli enti reali, o forze invisibili, che ne sviluppano tutti i fenomeni (Strom. Lib. 5). [N. A.].

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il danno e lo scorno che a lui ne sarebbero venuti, tutto fremente dì cruccio e d'ira chiama e laguna intorno a sé le Ombre, e con capa voce così loro favella:

Su, destatevi alfin dal lungo sonno,

tremendi figli della Notte oscura:

destatevi a quei rai, che tutta ponno

strugger la forza, che vi diè Natura.

Opra è questa dell'uom, che ad esser donno

del Cielo aspira, e contro a noi congiura!

E ancor s'affida a un lieve soffio appena

di vita, che gli diede e senso e lena!

Stolto! né in. che pria, ch'il mio nemico

gliel desse, ottenne il mio consenso intero;

e fin d'allor, dopo aspra guerra, amico

patto compose, e ferma il nostro impero;

talchi senz'esso ancor nel Caos antico

sciolto cadria con l'un l'altro emisfero (1).

Quindi ebbero le cose e forma e pace;

quindi à sembianza d'uom la creta audace.

(1) Senza una siffatta composizione, per cui l'azione no» vien distratta dalla reazione, né questa da quella, l'ordine, il mondo, la natura cesserebbero all'istante. Ecco perché in tutti i misteri si celebrava il matrimonio di queste due forze contrarie e primordiali, che per alcuni erano il cielo e la terra personificati, secondo Sanconiatone, ne' misteri di Tirano e di Ghe, e secondo Vairone, in quei dei Cabiri. A queste alludevano il Phallo, e il Cteìs che si esponevano alla pietà degl'iniziati. Uno di questi agenti era maschio, e l'altro femmina: ed amendue componevano un solo Androgeno; ch'era simboleggiato dM'Uovo Orfico. Così la Monade e la Diade esprimevano le due nature attiva e passiva che altri pur dissero incuba e suncuba, e che accoppiate insieme forman la Triade, detta da' Bracimani, forse i primi autori di essa, Trimusti o Tetrateyam, La stessa dottrina era probabilmente simboleggiata da quell'altissimo simulacro, mezzo uomo, e mezzo donna, il quale, secondo Bardassarre, citato da Porfirio, si vedeva in un antro artificialmente scavato, ed aveva sulla mammella sinistra il Sole, e sulla dritta la Luna. Una simile immagine usano pure i Brami nelle loro pagode, che essi appellano Arta-Nurrissura.

Ma chi può tutte raccogliere le denominazioni e le idee, che sono state divulgate e credute di siffatti principii? Le più giuste però sembrano quelle, che ne diede Timeo, sotto i nomi di Amore


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Che, se a nostr'onta quell'avverso Nume,

che tutte migliorar vorria le cose,

informarlo tentò di maggior lume,

a perigli più gravi anco l'espose.

Che al primo volo io gli tarpai le piume;

né sono altrui le sue vergogne ascose;

ed ei sa ben che vide ognor vicina

alle speranze sue la sua ruina.

Dal sen palustre della terra nato

non era ancor, ch'osò tentar del male

l'origin prima; e al suo presente stato

dar vita imperturbabile e immortale.

Ma invan le leggi violar del fato

sperò superbo; e fatto ancor più frale,

del primo insano ardir, che in lui

già nacque per noi punito e degradato eì giacque.

Farlo dovea più cauto almen tal prova,

ma ognor risorse al suo destin ribelle;

e superar del foco e della piova

sperò la possa, ad abitar le stelle,

torre innalzando inusitata e nova,

che per suo scorno ancor detta è Babelle:

e quando più credea di poggiar suso,

cader si vide attonito a deluso.

Ma chi può dir quante incontrò l'audace

(glorie dovute a noi) sciagure estreme?

Né saggio apprese a tollerare in pace

quel fato, contra il qual mormora e freme!

È un ben di cui non puote esser capace,

cercando, nutre ancor l'antica speme

sotto un velo simbolico e mentito

di non so qual misterioso Rito!

e di Odio, o d'Intelligenza e di Necessità, che Platone tradusse L'Ente sempre lo stesso a Idea, a in Ente sempre diverso, o Fenomeno da' quali combinati insieme, secondo i rapporti dell'armonia, procedeva quella legge suprema ed indeclinabile, detta comunemente Destino, ossia Mondo a Natura.

Ora in che modo questi due principii, essendo sempre contrari, invece di equilibrarsi, arrestarsi ed estinguersi, si giovino anzi l'un l'altro a via via svilupparsi?... Hoc opus, hic labor. [N. A,].

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Su, fate or voi, che da quel Tempio stesso,

ond'ei la virtù spera, esca il delitto;

e pria che Tempio, l'innocente oppresso

giaccia per opra dell'error trafitto.

Fate, ch'il saggio invan pianga sovr'esso,

e con lui pianga invano il mondo afflitto;

e che si penta alfin con suo rossore

di cangiar sorte, e divenir migliore.

Cosi dice, e alle sue parole,

il Caos immenso, più ch'il nembo e 'l mare,

strane larve dal seno apre e disserra.

Quindi acqua e fuoco, é terra ed aer pare

formarsi; e tutto cangia e torna ed erra:

e nulla à forma e nome; e quel che appare,

è di tumulto immagine e di guerra.

Odi il tremuoto, il vento e il tuon, che mugge,

e quel che il caso fa, tosto il distrugge.

Quivi è l'antica orrenda culla, in cui

l'Ignoranza all'Error congiunta il Male

concepe e figlia; e per quei lochi bui

mostro non v'à più indomito e fatale.

Il Ciel minaccia altero; e van con lui

il Delitto e l'Inganno e la ferale

pallida Morte, e quanti insiem da questi

si forman mostri incogniti e funesti.

Avvenne tale uno scompiglio di tutte le cose, e fu tale l'urto contro il regno della Luce, che se questo non fosse stato sotto la protezione d'un Dio potente e forte, sarebbe andato in frantumi e tutto disciolto.

Era l'ora quassù, che all'occidente

i rai del giorno il Sol ratto spingea;

e la Notte, qual suoi, su l'oriente

le sue caliginose ali sten dea.

Già tutte eran del ciel le stelle spente,

e sparso d'atre immagini parea;

che fra le spesse tenebre confuse

venian più furie dall'Èrebo schiuse.

Venian fremendo: e dello stuolo anch'era

l'Invidia rea, cui l'altrui gioia attrista;

e la feroce Ambizion, ch'altera

scuote armi e fiamme, e tutto arde e conquista;

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e l'Odio truce, e l'Ira insana e fera,

che chioma e bocca àn d'angui e venen mieta,

e gian Epiando, in qual meu cauto petto

spargeaser cupe il lor veleno infetto.

Già era sospeso il solito lavoro e gli operai erano tornati al meritato riposo. Un solo però non riposava, tormentato dall'Odio, dall'Ambizione, dal Livore. Contro lui furono rivolte tutte le arti lusinghevoli di costoro.

Mira, l'un dite, quanti il Cielo amico

di te raen degni innalza a'gradi primi.

Ripiglia l'altro: è quegli un tuo uemieo,

che te confonde co' volgari ed imi.

E tu, l'alt™ soggiunge, il lustro antico,

che in te rispetta ognuno, or nulla estimi?

Ti scuoti, gridan tatti; e quei furente

spiega in tai Bensì l'agitata mente:

- Dunque col volgo ognor vivrò negletto,

a vil dannato e lungo esperimento?

Dunque altri siede a' primi onori eletto,

mentre io qui spargo i miei sudori al vento?

Or qual mercé dall'altrui mano aspetto,

se trarla io stesso di mia man non tento?

0 qui muto servir deggio in eterno

per meritarmi sol rifiuti e scherno?

Ma qual è mai di questi saggi il merto,

che fan del grado lor si strano abuso?

Forse, com'essi, a tal non sono esperto

da starmi anch'io nel lor sinedrio incluso?

O solo a pochi scaltri esser dee aperto,

cui crede il volgo ognor cieco e deluso?

Segua che puote: io vo' questo secreto

acoprire, ad onta dell'altrui divieto.

Me udran pur gli altri; e se ognun teme, io stesse

appien de' torti miei saprò rifarmi.

Oggi o sarò, dov'entran gli altri, ammesso,

od aprirmi la via saprò con l'armi:

Iram cadrà per questa mano oppresso,

se la chiavo oserà stolto niegarmi

di quel tesoro, che maligno ei serba

alla gente più ignara e più superba. -

- 101 -

Con questi sensi ei va in cerca d'altri compagni; ma a quanti svela il suo truce proponimento, tutti restano atterriti e tentano dissuaderlo. Alla fine

…..........a seguir presti

fur due Compagni il suo feral disegno;

con lor tosto congiura; e gli dier questi

la man, ch'ei strinse, d'empia fede in pegno.

Giurano; e i voti orribili e funesti

udì la cupa Notte, e ne die segno

con tuono alto muggendo la Natura,

inorridita alla fatai congiura.

Sorrise il Caos orrendo; e quel sorriso

fu, qual fra nubi suoi mostrarsi il lampo.

E n'esultò quel Dio, ch'al centro assiso,

ne agita il vasto, interminabil campo.

Già pargli, eh' il nemico appien conquiso

contra le insidie sue non trovi scampo;

e da un sol voto reo già s'argomenta

veder del ciel quasi ogni luce spenta.

2) La Morte.

del novello giorno, Iram muove al Tempio, se da' suoi sette figliuoli, che il paterno esempio «alle addestra dell'eterna Luce». Ed ivi giunto, così si a pregare (4):

…........0 tu, superno Fabro,

che forma desti e vita al terreo smalto,

deh fa, che l'uom t'imiti; e nel più scabro

(1)

Questa preghiera comprende in poco, per chi ben osserva, i i mezzi ed il fine dell'Arte Mass.'., cioè l'eterno A.'. anima ed ordina la materia, l'uomo che tenta di contemplarne ed imitarne il disegno, i tre mezzi, cioè la mente, il cuore e lingua, di cui questi si vale per riuscir nell'intento, il desiderio definito del meglio che lo spigne incessantemente nel suo carneo, la natura che dee servirgli di maestra e di guida, il regno de' cieli, o della maggiore felicità possibile, ch'è l'ultimo termine de' nostri voti, ecc. …..... [N. A.].

- 101 -

cammin respinga ogni contrario assalto.

Tu mente e lingua e cor gli desti:

scurto da questi, arrivi al desiato porto.

Se, tua mercede, a tal nativo istinto,

che non s'acqueta al bel, ma tende al meglio;

deh fa, che '1 trovi, ed ogni ostacol vinto,

corra, ov' il chiami, ognor più destro e sveglio.

E acciò noti sia da cicco error sospinto,

serva Natura a lui di norma e speglio;

ai ch'imitando le sue leggi, al aeano

ultimo giunga, ov'è del cìelo il regno.

Tu sai, che a lui non men, che a te pur sempre

fa guerra un Dio, che vuoi, che regni il mule;

né l'uomo intorno a ai robuste tempre,

da difendersi appieno, ov'ei l'assale,

se non fai tu, eh' il rio furor si stempre

dell'uno, e levi l'altro ognor più l'ale,

ond'arrivi lassù, 've sola intera

può la pace goder, che per te spara.

Dopo la preghiera al «superno Fabro», Iram si fa spiegare a' figliuoli (1) i sacri principii che devono guidare l'uomo, e che sono i principii della Massoneria, da ricercarsi nelle alte meraviglie della Natura.

Ma saggia la Natura à sparso un veto

su l'alte meraviglie, ond'ella è mudre.

E chi non cerca e suda al caldo e al gelo,

le fattezze non speri alme e leggiadre

scoprir di lei, ch'ai volgo vii si cela,

e di sé parte a pochi eletti svela (2).

(1)

Sette erano i figliuoli d'Hiram. Chi sa cosa intendessero pitagorici pel numero settenario, e perché la lira avesse sette corde, e la sampogna di Pan sette canne, ed il trono di Dio sette Angeli, nell'Apocalisse, ecc, ecc, di leggieri comprenderà di che sieno simbolo i sette figli d'Iramo, che altri sogliono pur dire i Figli della Vedova. L'Autore li ha paragonati (str. 3) a' sette pianeti governati dal sole per agevolarne l'intelligenza. [N. A.].

(2)

Gli Egiziani aveano posto nella città di Sai, appiè della statua d'iside, paragonata da Plutarco alla Minerva de' Greci, la seguente iscrizione: lo sono chi è stato, è, sarà sempre; né uomo fu al mondo, che già riuscito ad alzare il velo, che mi ricopre. Quindi

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Come pudica sul mattin la rosa

a desiarla i vaghi amanti alletta,

mostrando mezzo Aperta, e mezzo ascosa

quel bel, ch'offerto men, vie più diletta:

così schiava d'altrui, di gè gelosa,

Ella or si svela, or copre; e solo accetta

di tanti alcun, ch'a più cercar s'invoglia,

e merti alfin, che alcun favor ne coglia.

Tal ne governa; e con quest'arte maga

sprona il desio dell'uom, ch'indi più cresce.

E se prodiga appien i.nì l'appaga,

nuove brame e speranze in cor gli mesce;

onde ragion, di ricercar più. vaga,

di nuovi lumi il suo tesor accresce;

e l'uom cercando ognor, là Ve 'l destina

Natura, ognor più tende e s'avvicina.

Se non fosse cosi, di tender sempre al meglio, l'uomo ancora sarebbe qual era una volta abitatore negletto di caverne e di boschi, né superiore a' bruti, e bruto egli stesso, Amore fu il primo nodo che avvinse gli uomini e rese forti e potenti a prevenire l'onte de' nemici.

Ma poi ch'Ambizion proscrisse i modi

della prima Eguaglianza, i rari amici

del ver s'unirò in parte erma e secura,

sprezzando il volgo, che virtù non cura.

E quivi de' lor padri e sacerdoti

serbar gelosamente i prischi lumi;

e dal volgo divisi, e quasi ignoti,

n'emularon fra lor gli aurei costumi,

il consiglio, che spesso si raccomanda a' LL.'. MM.'., et accipietis. La natura vuole essere interrogata da chi voglia modo conoscerla. Il poco che noi sappiamo, è l'effetto molta insistenza nell'osservarla e sorprenderla. Da Ippocrate ad Aristotele, da questo sino a Bacone, da Bacone sino n la filosofia ripete da questo solo principio tutte le sue invenzioni. Si consultino particolarmente le Meditazioni di Descartes, de Aumentis Scientiae, e il Novum Organum di Bacone, i Pensieri sull'interpretazione della natura del Diderot, il Quadro dillo umano del Condorcet, acc. [N, A.]. B

- 1

04 -

sperando ognor con l'opre e coi lor voti

che alfin virtù rinasca, e 'l mondo allumi:

e a quest'uso non men, ch'ai loro esempio,

alziam per noi quest'ara, e questo Tempio.

Ma non è nuovo l'alto disegno; Moisè l'apprese dall'Egitto, ed i profeti da Moisè. L'Egitto e la Persia l'ebbero confidato da' loro Zoroastri e dagli Ermeti.

Ma da lor no, sol da colui procede

che primo al ciel furo gli alti secreti;

e di Natura le più sacre cose

a contemplare ed imitar si pose (1).

(1) Le più ridevoli stravagante si son dette a proposito dell'antichità della F.'. Mass.'. Io penso che per ragionare accuratamente su questa materia, aia d'uopo considerare la F.. Mass.'.. sotto diversi aspetti, secondo i quali possa confrontarsi colle più antiche scuole secrete da noi conosciute. Senza quest'analisi precedente, il risultato di siffatta ricerca riuscirebbe sempre vago e poco soddisfacente. Io sceglierò dunque alcuni rapporti più sensibili e interessanti, secondo i quali io credo che sì possa istituire un cotal paragone.

1)

La Fr.'. Mass.'. può considerarsi come un metodo di celare le più gran verità agli occhi della moltitudine, che le avrtibb»o condannate o vilipese: e come tale essa può ripetere la sua origine dalle stuoie secreto dell'Italia, della Persia, dell'Egitto, stella Samotracia, della Grecia, del Nord, ecc, o piuttosto da quella stessa ragione, che ha obbligato i più gran pensatori a rispettare o temere le stoltezze de' più. Ecco la prima origina della divisione de' pochi e de' molti, ossia de' sapienti e degl'ignoranti. L'ingegnoso Vico trovò in quest'antichiasima divisione i primi elementi de' sacerdoti e de' credenti, de' patrizi e de' clienti, de' nobili e della plebe; e quindi la prima origine della scienza arcana, che nel primo di questi due ordini si conservò.

2)

La F.'. Mass.. può essere risguardata nel carattere de' simboli particolari che adopera, e questi son pure di diverse specie ciascuna delle quali può reclamare la sua origine particolare. Essa usa per l'ordinario la lingua e gli strumenti dell'Architettura; «il lodato Vico in non so qual luogo della Scienza Nuova ha notato, che se ne fossero serviti allo stesso fine gli Etiopi; e cita»quest'uopo Eliodoro, ancorché non mi sia riuscito d'incontrar questo

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Qual immago perciò della Natura

offre il Tempio del Ciel le sfere e i segui;

e 'l saggio iti esso di ricrar procura

quel, che svelargli appetta ella non sdegni.

Ma dì ritrario «ppien non s'assecura

a quei che sitin di contemplarlo indegni;

e fra cifre l'involve: e tal imita

la sua maestrale a ricercar n'invita.

passo nel citato autore. Lo Sparumio riferisce una medaglia rarissima di Claudio Gotico nelle note a' Cesari di Giuliano (pag. 106), nella quale Vulcano maneggia il martello, ed ha quest'epigrafe intorno: Regi Artis. Parimenti nelle medaglie di Tessalonica i Cabiri, i quali vi si chiamavano Anatti, tenevano anch'essi un martello in mano (V. FRERET, Acad. Inscript. t. 37). E più particolarmente gli Esseni adoperavano nelle loro recezioni il martello e il grembiule (V. Gioseffo Ebr., De bello Iud., lib. 2, cap. 7).

Par dunque probabile, che dagli Esseni sia derivato o piuttosto imitato tal uso. E cresce una siffatta probabilità, ove si ponga mente all'emblema del Tempio di Salomone, alla costruzione del quale intendano principalmente i LL.'. MM.'. Non è perciò da riprovarsi affatto l'ipotesi del signor LAURENS (V. Essais sur la Masson,'.), il quale pretende, che noi ne dobbiamo l'origine e 'a. cognizione agli Ebrei.

3) Io non ho parlato finora che degli emblemi propriamente Masson.'.; ma altri ve ne ha che altra origine debbono pur riconoscere. Alcuni sono evidentemente pitagorici, siccome la maggior parte di quelli che sono presi dalla lingua numerica; altri sono del tutto cabalistici, che hanno confuso cogli altri la ignoranza ed il gusto de' tempi, ed altri finalmente sono di un carattere cavalleresco, e rimontano all'epoca delle crociate, o là intorno. Bastino questi bravi cenni a chi voglia seguire più particolarmente una siffatta ricerca.

4) Può ancora la Fr.. Masson.. considerarsi per rapporto alle teorie, ch'ella principalmente professa. La prima e fondamentale, a cui si appoggiano tutte le altre, e che è come il carattere essenziale di tutti i principii massonici, sì è la perfettibilità della specie umana. Tutte le scuole scerete, infinochè non degenerazione loro primitiva istituzione, convennero concordemente in questo principio, donde trassero tutte le massime e le pratiche loro. Esse intesero a migliorar l'individuo e la società, sia che volessero mentirli dallo stato barbaro al civile, ovvero dal civile corrotto al

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Né meo del grande, che del piccini mondo

seguano il corso i nostri usati viaggi;

onde, pria ch'i) di splenda aureo e giocondo,

oscura notte ne contrasta i raggi;

si ch'errando per lungo orror profondo,

cercan, qual via tener debbano, i saggi.

E chi ben guarda ne' suoi passi apprende,

quali di Natura sian l'alte vicende.

corretto; e vi riusciron di fatto, siccome consta dalla storia il tutti coloro, che ad esse appartennero, e spezialmente de' Pitagorici. Il Quadro dello spirito umano del Condorcet ne offre una costante ed innegabile.

In generale le più grandi teorie dì Pitagora, che furono ritratte da quelle dell'Oriente, si veggiono dominare ne' misteri della Fr,'. Masson,'. Chi conosce le une e li altri, non può non riconoscere una siffatta conformità in molte frasi, numeri, figure altrettanti simboli teorici dell'Arte Mass.'. Si consulti a fine il Timeo di Platone, l'opuscolo di Ocello Lucano, o quanto antichi ci hanno conservato di meglio della filosofia pitagorica come Platone fra tutti, ed il Jamblico, Proclo, ecc.

5) Finalmente la F.'. Mass.'. può considerarsi, per al progresso dello spirito umano, ch'essa è venuta sempre sviluppando.

Mirando sempre alla perfezione dello spirito, essa ha pur sempre raccolto e promosso le cognizioni di ogni genere, che le speri ed i secoli le hanno fornito. Diretta al suo gran fine, non ha

trascurato alcun mezzo che potesse giovarle. Con siffatto intendimento ha talvolta adottato quelle opinioni, che in un'epoca le parevano più convenienti, pronta però a sacrificarle a quelle verità, che un'epoca più fortunata le avesse scoperte. Quindi è avvenuto, ch'essa ha di sovente accolto nel suo seno gli avanzi di quelle sètte e di quegli ordini proscritti e perseguitati, meno attaccati a' pregiudizi de' tempi loro, o più alle dottrine distinguevano i pochi migliori fra la moltitudine. E questi, ancorché discordi in moltissime opinioni, si accomunavano di buon grader nel non ammettere quelle altre, che alimentavano quell'imbecillità di spirito che le avea prodotte. Ecco il perché nella F.'. Mass.'. s'incontrano spesso alcuni frantumi de' sistemi degli Esseni, de Terapeuti, de' Rabbini, de' Basilidiani, de' Valentintimi, de' Omstici, de' Manichei, de' Cabalisti, degli Alchimisti, ecc. E questo


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Quindi ognor cresce, e si conserva intero

il bel tesoro del sapere antico;

che 'l silenzio il difende, ed il mieterò

da profan labro, e da livor nemico.

Né aperto esser mai puote a chi del vero

non sia devoto, e di virtude amico:

e se al vero e a virtù voi pur crescete,

quel ch'or, figli, ignorate, un dì saprete.

Picchiate or dunque l'aspra pietra informe,

e a' triplicati colpi arda la selce:

e sotto il braccio industre e modi e forme

prenda ognor nuove i! duro sasso e l'elce.

L'uom senza culto era al terren conforme,

cui sterile ricopre arida felce;

e se da tronco e bruto egli è ridutto

ad esser uom, sol del lavor è frutto.

Si va al lavoro, a cui ognuno è destinato dal proprio io e mestiere. Si lavora fin al meriggio, fin all'ora cioè

….............in cui l'ordegno

tutti a un tempo concordi oprar dovranno.

E tutti in veste candida, raccolti a seconda del grado, s'apprestano a celebrare l'usato Rito.

per quanto risguarda, secondo me, l'origine della F. Mass.'., considerata nelle parti principali che la costituiscono, incendendo alle epoche posteriori, la F.'.Mass.'. assume forme distinte e meno variabili; e la storia positiva ne addita un andamento meno interrotto nel secolo X in poi, dal re Athelstan, del grande Alfredo, ed assai più dal principio del sec. XIV, secondo il signor de La Lande (V. Bici. Eneyclop., suppl. alla voce Franc-Maçon). Non e perciò ch'essa non abbia corso le sue vi attraverso de' secoli e delle nazioni, per le quali è passata. Soventi volte hanno minacciato di corromperla la superstizione, il libertinaggio, l'ambizione, l'impostura, la vanità, ecc. Per la qual gioverebbe assaissimo a chi volesse ricercarne la vera ori e seguitarne il progresso, il distinguerne accuratamente la dottrina dalle giunte modificazioni eterogenee, che vi hanno lotto l'ignoranza e l'errore di alcuni, o certamente impostori, almeno ciarlatani. Ma basti questo piccìol saggio ad indicare oggetti principali, che non dovrebbe perder di vista chi volesse un siffatto argomento. [N. A.].

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Lunge, o profani; Iram fra tutti allora

disse, e tre volte risuonò tal voce (1).

Qui Natura ne indegna, e un Dio s'adora,

che sdegna l'uom che all'uomo od ti sé noce;

qui l'arte vera del piacer s'onora,

né apprender sì può mai da un cor feroce.

L'uom, che l'uomo odiando, odia se stesso,

esser non può fra queste mura ammesso.

Nel sen della gran madre Iddio ci avea

degnamente locati all'ombra amica

dell'Innocenza; ma l'iniqua e rea

Invidia nacque, e del piacer nemica;

e scacciò l'Eguaglianza, che sedea

secura a fianco della gente antica.

Questa or fra noi ricovra; e noi dobbiamo

al mondo ricondurla oppresso e gramo.

Mostriam dell'amistà quanto sien cari

i lacci, che ci annodano a vicenda;

mostriam, dolenti agli altrui casi amari,

che più che il proprio, l'altrui mal ci offenda:

s'l che dal nostro esempio il mondo impari,

come contenti appien virtù ne renda;

e pria nhe ingiusto contra noi s'irriti,

la nostra pace, e le opre nostre imiti.

Era tra gli operai ad ascoltar Iram anche quel malvagio che avea meditato la di lui strage; e mentre Iram e si ritira a pregare nella parte più secreta del Tempio, aspetta l'ora,

quando oll'occaso declinando il sole,

breve riposo a' fabri accordar suole.

Alfin deserto è il Tempio; ed opportuna

par l'ora ad eseguir l'orrendo incarco.

Ratto il più audace i due Compagni aduna,

ciascun del suo strumento armato e carco.

E mentre conscio il ciel più e più s'imbrunii,

(1) Con tale annunzio si cominciava la celebrazione de' misteri d'Eleusi. Cosi intonava per ben tre volte il Jerofante:

....... Procul, o procul este profani,

Conclamat Vates, tutoque absistite loco.

(AENEID, VI). [N. A.]

- 109 -

attendon l'innocente al fatai varco,

appostati del Tempio alle tre porte

per torgli l'aurea chiavo, o dargli morte (1).

Ma poi ch'all'opre interne à provveduto

Iram, che chi ito a' meno esperti ei tace;

e ognor più spera di veder compiuto

l'augusto Tempio, e chiuder gli occhi in pace;

per dir pronto ad altrui consiglio o ajuto,

ver là s'avvia, dov'un degli empj audace

su la meridional porta l'affronta

in atto fero di minaccia e d'onta.

E col regolo in alto, e con insano

ardir pii chiede del tesor hi chiave.

Sorpreso Irnm s'arresta, e in volto, umano,

qual chi compiange altrui, per sé noti pavé:

- Deh qual furor t'invade iniquo e strano? -

Gli dice in tuono dignitoso e grave;

ma quei non cessa; ed ei severo in vista:

- Ah no, per questa via nessun l'acquista.

Quel, che tu chiedi aureo tesor, disserra

sol quei, che sia del sacro numero uno:

e chi alla guardia stasai, unqua non erra;

che al motto arcano riconosce ognuno. -

-Dammi, l'altro ripiglia, e in un l'afferra,

-dammi un tal motto: or non ti salva alcuno.

- Compì il tempo, ci risponde; e allor l'avrai

da chi può darlo, o non sperarlo mai. -

(1) La chiave è uno dei simboli principali del mistero e del Segreto, indicando ad un tempo il diritto e il dovere di conoscerlo e di conservarlo. I Templari superatiti alle loro vicende, la riposero nel loro stemma. Sì osservi intanto che i LL.'. MM.'. con questo tratto, sia storico, sia allegorico, vogliono intendere che colla violenza, e senza metodo, niuno può giungere all'acquisto di quelle cognizioni, delle quali non è capace. L'ordine è uno, e la linea retta non ammette che una sola direzione........ Tolomeo Filadelfo domandava ad Euclide, se vi fosse altra strada da facilitare la cognizione della geometria. No, principe, gli rispose Euclide, non vi è strada particolare pe' Re. Ed ecco perché Dionigi potè ben punire i Pitagorici, ma non già apprendere quello, di che i soli Pitagorici aveano la chiave. [N. A.].

- 110 -

Insta l'empio di nuovo, e insiem

gli avventa un feral colpo, e d'atterrirlo prova.

Nel collo il colse; e quei la fuga tenta,

e su la porta occidental pur trova

chi più crudo la fé, l'onor ne tenta,

e le minacce orribili rinnova.

Ma l'intrepido Iramo ognor più fermo,

di sua virtù si fa riparo e schermo.

E l'altro d'ira acceso e dì dispetto,

la squadra, che tene», furente imbraccia,

e con tal forza gliela spinge al petto,

che quei tremonne e scolorissi in faccia.

Ma l'un difende l'ineffabil detto,

più che la vita, dall'altrui minaccia;

e l'altro algin con suo rossor s'avvede,

ch'il corpo si, ma la virtù non cede.

Raccoglie Iram l'ultime forze e fugge

incerto, e incontra un più feroce assalto.

Qual leon, che la preda attende e rugge,

sovr'esso il terzo si lancia d'un salto;

sì che quegli lo scontro invan ne sfugge,

ed ei gli è sopra col martello in alto.

Ma invan l'assai, benché ad un colpo solo

cader lo faccia tramortito al suolo.

Cadea l'uom giusto; e nel cader compose

gli atti così, che;l!ìu moria, qual visse:

la manca lungo il fianco, e sul cor pose

la destra, e gli occhi gravi ni Sole affisse.

E pur morendo il gran mistero ascose,

sol mirò chi l'oppresse, e nulla, disse;

e gli sguardi si placidi ne sono,

che par che spiri e dica: io ti perdono!

I tre malvagi compagni rimangono perplessi, e mentre cercano uno scampo nella fuga, sono incalzati dalla voce del cielo.

Intanto, perch'esposto altrui non svele

tosto il misfatto lor quel busto esangue,

sel traggono in disparte, onde si cela

ogni vestigio di quel puro sangue,

finchè più cupa, e a' voti lor fedele,

la Notte non sottentri al di, che langue;

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sperando trasportarlo all'ombra oscura

in parte più remota e più secura.

E allor che sola e muta appien la Notte

favorevole apparve a' loro voti,

cercando intorno erme boscaglie e grotte,

notturni nel portar per calli ignoti.

E fra balze più inospite e dirotte

lo seppellirò, ove non aia chi 'l noti,

in parte d'alte antiche piante ingombra,

in cui, malgrado il dì, perpetua è l'ombra.

3) Il Pianto,

i questo canto trattasi della ricerca e scoperta del Lvere T Hiram, ed ha non poca importanza massonica.

La notte era già scorga, e indarno aspetta

l'antica moglie il suo diletto sposo (1).

Già l'alba i fabri all'opre usate affretta,

né dato al corpo lasso ell'à riposo.

Quanto più tarda l'uri, l'altra sospetta,

(1) L'antica moglie, di cui si paria in questo Canto, è quella tifi, al cui pianto piangono per l'ordinario i LL.'. MM.1. Si a questo proposito, che quasi in tutti gli antichi misteri, celandosi il destino di un essere benefico, che nasce e muore per risorgere e trionfare del suo nemico, non potea farsi a meno di )rare altresì il tutto di chi ne sentiva la perdita. Cosi Venere, il nome di Astarte in Biblo, di Salambo in Babilonia, di Ita in Aasirìa, di Alilath appo gli Avalli, di Afrodite appo i i, di Mitra appo i Persiani, d'Iide appo gli Egizi, o di quaue altro di quei cento nomi che In dava Orfeo; avea sul Libano atat.ua, che la rappresentava nell'attitudine del più profondo re. Col viso bagnato di lagrime, e col capo coperto di un velo ggiato alla mano sinistra, piangendo il suo Adonide estinto, 'siride o simile oggetto delle sue cure, esprimeva il tutto della rat priva dell'aziono vivificante dell'Astro che l'anima (vedi kob, SaL, lib. 1°, cap. 21). Per lo stesso motivo nella maggior: de' templi consacrati a Cerere e ad Iside s'incontrava qualche Icro od altro tal monumento di morte: di che ci assicura in uoghi Pausania N. A,].

- 112 -

nè tiene a' figli il suo sospetto ascoso:

e ansante or manda, or chiede; e 'l suo cor vago

di più saper, par (lei suo mal presago.

Dopo aver l'afflitta donna atteso invano, vinta alfine dalla stanchezza s'assopisce, e d'un tratto a lei apparisce Hiram

entro candida nube, cui rischiare

del puro lume suo l'argentea Luna,

lieto non git, ma grave e tetro appare,

quali chi nel cor fere tempeste aduna.

Cerulea veste il copre, onde traspare

l'orma dell'unte sue livida e bruna:

e del suo sangue intriso ei par, che in vieta

più dell'altrui, che del suo in,il s'attrista.

Inorridì la Donna a quell'aspetto;

e, - qual ritorni? - lagrimando grida.

Chi ti cangiò così la fronte e il petto?

Qual cagion mosse il barbaro omicida?

Né alle tue bianche chiome ahrien rispetto

ebbe la mano scellerata e infida? -

Deh tessa! - quegli l'interruppe, - e porta

al saggio Re quel chVr saper importa. -

Cauto ei provvegga al comun rischio: occulto

si medita da' fabbri orrendo eccesso.

Il Tempio si minaccia e il nostro culto;

e in me ne vedi il chiaro indizio espresso.

Guai se impunito erri l'iniquo, e inulto

tra voì rimanda l'ìniìOLente oppresso!

Vedrassi il Tempio profanato, e '1 frutto

di tante cure nostre, appi™ distrutto.

Più che ta mia, l'altrui vendetta al santo

Re d'Israel commetto, e a' miti devoti.

E tu pur sempre in vedovile ammanto

da' figli la reclama e da' nepoti,

finché da quei che pìttngauo al tuo pianto,

risorga alcun, che compia i nostri voti;

onde rinato il secolo vetusto,

gloria abbia il Dio del vero, e pace il Giusto. -

La triste novella è portata sulle ali della fama al re Salomone, ed è confermata da quegli stessi compagni, erano stati invitati;i prender parte alla congiura, e che

- 113 -

invano avevano cercato di evitarla. Allora Salomone temendo che

…....del Tempio abbiati rapito

l'occulta chiave, e l'ineffabil detto,

e tutto profanato i) sacro rito;

con un atteggiamento che ricorda un po' poco i tempi e il giacobinismo del poeta

- Odi, Gerusalem, minaccia e dice,

- quel che in nome del Ciel prometto e giuro:

fugga pur, dove può, quell'infelice,

che tinto è forse di quel sangue puro.

Cadrà, cadrà: dall'ira nostra ultrice

dove ch'ei fugga, esser non può sevuro.

Cadrà, lo giuro: e '1 memorando esempio

renderà più famoso il nostro Tempio

.

Intanto comanda a nove operai che vadano in cerca del cadavere d'Hiram; ma

tre volte quattro ad oscurar la Notte (1)

e a ravvivar il Sol tornò le cose;

e muti gl'istromenti, e giacean rotte

le pietre, e le officine inoperose.

(1) I LL.. MM.'. fanno sovente uso del linguaggio numerico, aìoprato principalmente da' Pitagorici, e talvolta alterato da' Cabalisti. In questa ottava e nelle seguenti, siccome altrove, si adoprano alcuni numeri determinati; per il che stimo opportuno il qui darne alcun cenno.

Generalmente in natura, come ne' numeri, tutto è uno, o più, secondo i differenti aspetti ch'ei si risguardi; e tutto ciò che si fa' da lei, sia che il componga, sia che il risolva, ci presenta una infinità di rapporti, risultanti dallo tante combinazioni in cui i trasforma. Or tali rapporti si possono acconciamente indicare coi rapporti de' numeri; che meglio a quelli rispondano. E perciò scelse Pitagora l'apparecchio matematico per isvelare la natura a quegli eletti, ch'erano degni di contemplarla, e per celarla a coloro che ne avrebbero indegnamente abusato.....

1) L'Unità, a Monade, ch'è sempre la stessa, e ch'è di sé ad un tempo e radice e quadrato e cubo, era la Divinità, principio,centro e fine di ogni essere, di ogni perfezione, di ogni armonia, ecc.

2)

Il Binario, o Diade, era il contrario della Monade; e perciò

- 114 -

Pendean per tutto l'opere interrotte;

e sol per vie romite, oblique e ascose

di chi va, di chi viene intorno senti

mormorar misti e flebili lamenti.

era immagine del composto e delta materia mutabile, indefinita e capace di tutte le forme.

3)

Il Ternario, o 'Triade multante dall'unione della Monade colla Diade, significava ogni essere formato, ed anche il mondo intero, che si rappresentava dal triangolo rettangolo, e dal rapporto,che ha il quadrato dell'ipotenusa a' due quadrati de' cateti presi insieme.

4)

Il Quadernario, o Tetrade, significava il moto, e l'infinito,donde tutto deriva. Nel Quadernario si contiene il 10, risultante da' quattro numeri 1. 2, 3. 4, uniti insieme.

Ne' versi aurei di Pitagora ai trova questa formola: Io giuro per colui, che ha posto nell'anima nostra il sacro Quadernario.

E l'anima era perciò chiamata numero semovente ed immortale che in sé conteneva tutti i numeri, onde procedono i principii di tutte lo cose (V. Plot. De plac, lib. 3), e sotto questo senso dicea Pitagora che è l'uomo è la misura di latte le cose.

5) Quinaria esprimeva l'unione del Binario e del Ternario ossia del male e del tiene; ed era perciò il carattere di tutti gli esseri della natura, in quanto che nella loro composizione suppongono altresì il principio della distruzione.

6)

Il Settario significava l'estensione de' corpi, ciascuno de' quali presenta assolutamente se: dimensioni. L'autore dell'opera Tkeologom. dice di questo numero: Itague si formata formae eum esse arbitremur, non errabimus.

7)

Il Settenario, composto dal Ternario e dal Quadernario,esprimeva tuttociò ch'è perfetto; e composto dall'Unità e dal Senarìn, esprimeva l'uomo in quanto è composto di spirito e di corpo.

8) L'Ottonario, numero pieno, come cubo indicava la solidità,e per la sua eguale divisione eia chiamato Giustizia (V. PLUT. In Somm. Scip, i, e. 5).

9)

II Novenario, o Triplice Ternario, detto anche inviluppo novenario, significava la materia prima, che ad onta di qualunque modificazione presenta sempre l'aspetto della materia, siccome il nove ricomparisce sempre nella sua moltiplicazione. Quindi i Pitagorici solevan dire: elio l'uomo è passato dal quattro al nove oda questo a quello, per indicare, che lo spirito era degenerato nella materia, 0 viceversa.

10) Il Denario, comprendendo tutti numeri precedenti,

- 115 -

E poi ch'i primi ebber cercato invano,

mandò nove altri il Re più pronti e destri

per opre di ragion, di cor, di mano

questi fra tutti insigni erati maestri.

E dove meno appar vestigio umano,

né raggio alcun penetra, i più silvestri

nascondigli esplorar del vicin monte,

ove più alpestre al cielo ergeii lu fronte.

Donde move Aquilon, sorge il famoso

monte, che dall'incenso il nome prende;

ove la casta palma, ed il frondoso

faggio, e la quercia antica i rami stende;

e 'l funebre cipresso, e l'odoroso

cedro primeggia, e al città fra tutti ascende:

Libano è detto; e là s'avvian gli esperti,

spiando i lochi più selvaggi ed érti.

E sia caso, o voler del sommo Nume,

che i sensi e l'opre inspira oneste e sante,

rotto fra trotino e tronco un fioco lume,

vide un da lunge offrirsi a luì davante.

Già tramontava il giorno; e quei presume,

che là, dove più spesse eran le piante,

qualch'agguato si celi; e là s'avvia,

sperando di trovar ciò cll'ei desia.

Meraviglie dirò: qual fatto ad arte

parea quel loco, ov'eutra il guardo appena.

Folti cipressi il uingon d'ogni parte,

e da un sottil vapor lune balena,

che vigor novo all'erbe e a' fior comparte;

e il rito vago ò si, ch'a prender lena

il riguardante invita; e pur clic dica:

Deh ti riposa in questa chiostra amica.

simboleggiava tutte le meraviglie dell'Universo, quali esseri procedenti dall'Unità. Ed in questo modo i Pitagorici, secondo Simplicio; Numero» ab unitale usque ad Denarium rervm omnium principia esse dìceband (Ad PIus., lib. i).

Si potrebbe qui aggiungere il valore, che qui acquista lo Zelo col l'applicazione dell'Unità; nel che scorse il Leibnitz la ragione della creazione, o piuttosto della progressione delle cose. Ma io non fo che toccare semplicemente alcune idee, che han pure meritato l'attenzione de' più sommi ingegni. [N. A.].


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- 116 -

S'intrecciano al di dentro i verdi rami,

sì che un tetto vi fan, che '1 cielo asconde.

Par ch'ogni tronco ivi respiri ed ami,

e di pietà sussrrino le fronde;

e che l'auretta placida richiami

al pianto un vicin rio, ch'ivi risponde.

E mentre il passeggiar riguarda immoto,

prova, in cor di pìetade un senao ignoto.

S'inoltra; e avvìeii che intorno si rinnova

l'erba; e lieve la terra al suo pie cede.

Attonito s'arresta; e lasso, dove

è pili acconcio il terrei), s'adagia e siede:

e un suon dolente di sotterra move,

che dice, o dir gli sembra, ed ei noi crede:

- Tu qui riposi, amico! ed io negletto

e inulto ancor l'altrui conforto aspetto!

Ben egli ravvisò di chi sospira

la voce: e ratto i suoi compagni assembra;

e udendo il suon, che roco ivi s'uggirà,

scavano il suolo, ove più smosso sembra.

Ma guardo e (nano pie ciascun ritira,

tosto che scorto à d'uom le fredde membra;

e argomentando ornai chi sia l'ucciso,

niun per rispetto osò scoprirgli il viso.

Ma atterriti il ricoprono; e di volo

recano a Salomon l'aspra novella.

E a fin ch'ogni altro agevolmente il suolo

scerna, che l'opra chiude orrenda e fella,

un infausto arboscello, or sacro ai duolo,

che la dolente Acacia iodi s'appella (1),

altronde svelto vi piantar di sopra,

perché il morto, a clii 't cerchi, additi e acopra.

(1) Questo ramo è l'insegna del L.1. M.'. che cerca nel seno dulia morte il. principio della vita. Per lo più gl'iniziati agli antichi misteri portavano chi un ramo o corona di mirto, chi di rose, chi di ulivo, ecc. Anche Enea porta il ramo d'oro,.... Generalmente siffatte cose erano segai di trionfo o di riuscita in qualche intrapresa. Iovet assicura, ch'esisteva una società di cavalieri cristiani prigionieri appo gl'infedeli; e che ciascuno d'essi nel presentarsi al loro Gran Maestro, ne riceveva un ramo d'acacia, in memoria di quell'albero, di cui fu fabbricata la Croce di Cristo. Or si sa

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Appresa la dolorosa notizia, Salomone ne sospira e freme. Ordina che il cadavere sia tosto riconosciuto; ma temendo che ad Hìram sia stato strappato il segreto, vuole

….che nel riconoscerlo si noti,

quali esprima il terror accenti e moti.

Perciò indi un uovo magistero insegni

i soli fabri a ravvisar fedeli;

ed eviti ogni fraude, ed agl'indegni

il tesor minacciato su ir or più celi.

Perciò l'antico orror co' novi segni

ciascun rammenti, e la sua fé riveli;

on d'altri un giorno a vendicar sia pronto

quel, ch'ai Giusto s'è fatto, indegno affronto (1).

Maestri, compagni, apprendisti, in lunga schiera, e adorni de' lori fregi e distintivi muovono al riconoscimento di Hirara. Restan da lungi i compagni e gli allievi, riverenti e mesti; mentre i maestri s'appressano al luogo indicato dalla dolente acacia. Smuovono il terreno, scopron tremanti e riconoscono l'amato viso; ma d'un tratto,

e volto indietro e guardo e pie, s'udio

gridar da. tutti per orror: Gran Dio!

Giaceva il cadavere, e sebbene ferito in più parti, pure ne apparivano le membra integre e illese, mentre un grato vapore, olezzando intorno, d'insolita luce lo rischiarava.

Il maggior Fabro allor cercò rìtrarlo

da quella iti cui giaceva, ignobil fossa;

ma pe' muscoli itivan potè levarlo,

che sfibrati staccavanssi dall'essa.

che in tutti i tempi questa Croce è segno di vittoria e di trionfo appo ogni specie di cristiani, e di LL.'. MM.'.

Si potrebbe anche aggiungere, che in generale qualunque pianta è simbolo della rigenerazione della materia, siccome la colomba pe' Cristiani, e la farfalla pe' Greci ora simbolo dello spirito, Ond'w che negli antichi sepolcri de' Cristiani sogliono incontrarsi e l'unii e l'altra. Sotto questo senso si scorge subito il rapporto che ha questo segno coll'oggetto principale del mistero Masson.., spezialmente se ei rifletta che l'acacia è una pianta che gode di una più facile e spedita vegetazione 'A'. A.

(1) Questi movimenti sono compendiati in una parola, che significa u la carne abbandona le ossa».

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Quindi esorta i più destri ad aitarlo,

perché integro di là ritmi si possa:

e fatte varie prove, alfin s'avvede,

qual arto a rialzar un uom si chiede (1).

Pria con la dritta il destro polso afferra,

e con la manca insiem da tergo il cinge:

e mentre due il sostengono, da terra

l'altro il rileva, e al sen l'appressa e stringe.

Lo chiama a nome, e 'I bacia: e in sé rin serra

quel nome alta virtù, che ne dipinge

di vita il volto, e ne risveglia i sensi,

tal che par, ch'ancor muto ascolti e pensi.

(1) Si detto più volte, che i simboli Masson.'. possono alludere a varii significati, e che tutti però si riducono ad uno solo, ch'è come il principio e il tipo generale di tutti gli altri.

I Pitagorici, senza violare il loro sacramento, eran soliti interpretare in più maniere i loro misteri. Quindi procedevano i due generi principali, acromatica ed esoterico. Ecco in che modo si apiega Imblico su questo proposito: Modum (interprÉtationis) unum existere proprium sectae Pythagoricae, atque arcanum, nec aliis evulgandum;alium vero popularem, et qui tradi omnibus communiter queat; tertium denique medium inter utrumque, non piane popularem, nec palam Pythagoricum, ned nec poenius ab utroque remotum. Lo stesso metodo s'incontra nella Fr.'. Masson.'., e perciò si danno sovente varie spiegazioni ad alcuni simboli, che i poco esperti, ancorché più decorati, non sanno per l'ordinario generalizzare e ridurre al loro vero ed ultimo tipo.

I

senso che volgarmente si de al destino d'Hiram, è il morale;ma sotto questa prima forma si sono ancora sparsi quei lampi, che potessero elevare ad un senso superiore it leggitore accorto e riflessivo. Pongasi Hìram per lo principio del moto, della vita, del senso, dulia ragione, dell'ordine, ecc.: si rileverà facilmente finale sia il fine delle ricerche Masson.'.. Sotto questo rapporto generale possono egualmente lavorare sullo stesso oggetto i Meccanici, i Fisiologi, i Chimici, i Moralisti, i Politici, ecc.; e così sviluppare quella perfettibilità, che costituisce il carattere della specie umana. Giovi questo cenno a conciliare alcune apparenti contraddizioni che il Massn.'. inesperto incontra nelle spiegazioni ordinarie di certi simboli:

O voi che avete gl'intyelletti sani,

mirate la dottrina dir s'asconde

sotto il velame degli versi strani».

- 119 -

La salma, cogli onori dovuti, è trasportata in città. L'egra consorte, che ora assume ne' versi del poeta il simbolo della vedova terra, muta ed esterrefatta dal dolore nel riconoscere le adorate sembianze, così alfine si rivolge all'estinto consorte.

…...Dunque dovuta

quest'era a' merti tuoi degna mercede!

Era quest'i] destili, ch'irato il Cielo

all'opre tue serbava ed al tuo zelo!

Misero! e qual ragion potó la matto

armnar, che nel tuo sangue empia ei tinse,

se, non che giusto, ognor benigno e umano,

ned ira, uè livor giammai ti vinse?

Se odio non fu di tue virtudi insano,

qual altro affetto a tant'orror lo spinse?

Dunque t'odiò chi amavi! e ti die morte,

cui tu speravi migliorar la sorte!

Sperasti, ohimè! spogliar dell'uom le crude

voglie, e failo benefico e gentile.

Or chi mirando le tue membra ignude,

esser vorrà più a te di cor simile?

Chi più ìt fato seguir della virtude,

se il miglior cade, e sol trionfa il vile?

Chi fia che te piangendo, or non detesti

quell'uom per cui tradito or tu cadesti?

Né tu cadesti sol, ma teco insieme

caddero i Agli e i tuoi più fidi amici!

De' giusti cadde ohimè! l'ultima speme,

e con te tramonterò i di felici!

Oh! quai preveggio ornai sciagure estreme,

se trionfar dovranno i tuoi nemici!

Oh! quali del tuo sangue uscir dovranno

atte cagioni di perpetuo affanno!

Deh, perché mai fra le tue braccia il rio,

che te già spense, me non spense ancora?

Che non saziò di sangue il vii desio

ne' figli, e in chi le tue virtù più onora?

Ah forse ei volle, ch'in eterno il mio

destino io pianga, pria ch'oppressa io mora.

Cosi barbaro porta il doppio vanto

di goder del tuo sangue, e del mio pianto.

- 120 -

Goda pur l'empio: ognor co' figli allato

io piangerò sul cener tuo sepolto:

e piangerò, finché il mio pianto il fato

non oda, e te qui lasci oppresso e inulto;

e che de' figli tuoi non sia pur nato

chi posali vendicar l'antico insulto;

e piangerò, finché dell'empio esangue

tutto nel pianto mio non scorra il sangue.

Quel pianto ispira pietà in tutti gli astanti; ma Salomone, avanzandosi, ordina che i più grandi onori s'abbiano per la salma d'Hiram.

- Cossi il pianto, egli dice; altro conforto

richiede il Saggio ornai dal nostro cetre.

Giuriam di vendicar il comun torto,

e svenar su l'oppresso il traditore;

né dal cor l'odio, e dalla unni la spada

depor, finché per noi spento non cada.

E ben cadrà; che a me l'annunzìa un Dio,

che l'innocenza e la virtù protegge:

e allor ch'intero avn'i pagato il fio

del fato all'alta ineaorabil legge,

vita il Giusto otterrà, vel giuro anch'io

in nome di Chi tutto avviva e regge;

e, Iram per noi risorto, e pace e vita

pur quegli avrà, che le virtù ne imita. -

Disse; e, come talor rapida stella,

scese dal eie] fra l'ombre un vivo raggio!

E su l'estinto ai compose in quella

forma triangolar, chi adora il saggio.

Parve la morte in lui più vaga e della:

e tolto il fausto augurio, al Cielo omaggio

rese ogni fabro, e '1 suo luvor ripiglia;

e di vie più sperar si riconsiglia.

Sorge del Tempio in mezzo, ov'il Sol tace,

piramidal marmorea tomba; e in essa

con varie arcane cifre é la verace

storia fatal del gran delitto impressa.

Qui fu riposto Iramo; e ancor qui giace

nel centro d'una croce in auro espressa:

qui lo cercano i suoi amiri: quinci aspetta

quella, ch'il Ciel gli debbe, alta vendetta.

CAPITOLO V.

Funerali massonici e travaglio di masticazione

Ne' funerali massonici come nel travaglio di masticazione "meglio messa in evidenza tutta quell'appariscente e vi«e esteriorità festaiuola ch'è propria del carattere francese che anche in Italia la Massoneria, di quei tempi, risenti da esso. Non a torto e senza esagerazione si può che se la Massoneria servì allora come malleabile strumento di governo, riuscì pure un efficace e pomposo passatempo da non far rimpiangere tutto l'apparato delle funzioni chiesastiche. Forse ciò volevano i tempi, e la Massoneria anche in questo seppe ben ritrarli. A darne un'idea ai lettori, riproduciamo (1) il cerimoniale di tali solennità massoniche compiutesi in una Loggia di Milano.

Il Tempio è illuminato di cere gialle in gran numero, statue che lo adornano sono coperte di veli neri. L'altare, gli scanni de' Sorveglianti, e quelli degli altri principali Uffiziali della L.'. sono parimenti coperti di stamina nera; largo panno dello stesso colore copre l'ampia scalinata conduce al trono. Questo è formato con ricco baldacchino di drappo color di porpora. Il triangolo luminoso

(1) Cfr. «Funerali celebrati il g°.'.. 15 del 7 m.'. dell'an.'. della V.'. L.'. 5807 (= 15 settembre 1807) dalla E. L.. Imperiai Carolina, all'Or.'. di Milano, in onore de' suoi defunti fratelli». Dalla stamperia del G.'. O.'. d'Italia, pag. 61 e 3 bianche, in 16°.

- 122 -

che vi rifulge dì sopra è oscurato da un Telo fosco: i due pianeti sono oscuri del tutto, gli utensili e stromenti del lavoro modesti.

Quattro maestri di cerimonie espressamente delegati rimangono nell'antivestibolo a ricevere i visitatori, tener loro compagnia, munirli di veli da porsi al braccio, e distribuir loro i versi, che saranno cantati nella funzione. II vestibolo è occupato da numerosa orchestra, alla quale si trovano molti FF.'. d'ingegno (1).

Tutti i fratelli sono vestiti a tutto, o a mezzo tutto, e decorati de' fregi massonici ai del loro grado, come della loro dignità in L.'. Il portabandiera è collocato alla dritta del 1° Sorvegliante presso la gran porta del Tempio, e tiene inalberato uno stendardo nero, nel quale da un lato vedesi il Sole (fregio distintivo della L..'. nella figura del suo disco soltanto, in mezzo ai quale leggonsi le parole: Extinctus in meridie: dall'altro lato sono ricamate in argento ossa intralciate e teschi;. Un gran Guardiano sta alla porta del Vestibolo, un altro a quella del Tempio.

Il Ven.., dopo avere fatto sedere i suoi due Diaconi sul quinto scalino della gradinata che porta al Trono, e il suo Araldo sul terzo, apre i lavori. Egli esclude la maggior parte delle solite formalità, e vieta che si legga il processo verbale della passata seduta, per non deviare i FF.'. da quella dignitosa mestizia dì cui si mostrano penetrati. Informato elle gran numero di Visitatori trovansi nell'antivestibolo del Tempio, ordina che vengano introdotti prima gli eventuali, poi le Deputazioni delle LL.'., e per ultimo quella del G.'. O.'. Fa tosto disporre le stelle e la volta d'acciaio a misura degli onori da compartirsi. La volta dì acciaio ha ordine di rimanersene muta. Introdotti e collocati da' Maestri di cerimonie al luogo conveniente i Visitatori eventuali, si ammettono le deputazioni delle RR.'. LL.'. Reale Eugenio, Reale Augusta, e Real Gioseffina,

(1) Fratelli d'ingegno eran detti ì fratelli artisti.

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tutte presiedute da' rispettivi loro VV.'. (Pelagatti, Petracchi e Salfi). Brevi e patetiche marcie accompagnano l'ingresso de' Visitatori. Il Ven.'. fa ogni volta sentire che la dolorosa situazione in cui si trova la L. non gli permette di esternare quel sentimento di riconoscenza e di affetto, che in altra circostanza sarebbesi manifestato colla più viva effusione. Viene di poi introdotta la deputazione del Gr. Or.., la quale era presieduta da' potentissimi ed ill.mi FF.'. Lechi, Smancini e Balatliìer, membri del Sup.'. Consiglio de' 33.'., e composta di molti il.'., e distinti FF.'. Il Ven.'. preceduto dall'Araldo e da' Diaconi le va incontro, ed offre a' sublimi membri del Sup.'. Cons.'. il martello, che ciascuno d'essi rifiuta, e li accompagna sotto il trono immediatamente vicini a lui.

Dopo aver premesso che per la circostanza dolorosa in cui trovasi la L.'., egli non può rendere quegli onori dovuti ai potentissimi visitatori, con un colpo di martello avverte i FF.'. situati all'Or.'. di sedersi. Altrettanto praticano i due Sorveglianti per le loro colonne.

Ad un altro colpo di martello, nel mesto raccoglimento di tutti, così il Venerabile dice: «Intuonisi la preghiera al G.'. A.'. D.'. U.'., onde protegga i nostri lavori. Da lui, o FF.'., ogni armonia ed ogni vita procede, L'umil nostro contegno dimostri, che noi ripetiamo nel cuore ciò che la musica esprime nelle sue modulazioni e ne' suoi numeri».

Viene dall'orchestra eseguita la seguente preghiera:

O dell'immenso mondo

Tu più immenso Architetto,

Con ossequio profondo

Piegati al tuo cospetto

E spinti dal fervor, che ci conduce

Qualche raggio invochiaio della Tua luce!

Pace, silenzio, e santa

Regna amistà fra noi;

Ma Tu, gran Padre, Tu, che solo il puoi,

La fraterna amistà serba e la pace

E non splenda fra noi che la Tua face!

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Per questa sincera

Divota preghiera,

Ristringi, rinnova,

Gran Padre superno,

Il nodo fraterno,

Che regge, che prova

La fede del cor.

Un raggio, che scenda

Dall'occhio Tuo divo,

Un raggio, che splenda

Potente, giulivo,

Del vero, del retto

Ricolmici il petto

Ci serbi l'amor!

Dopo questa preghiera il Venerabile pronunzia il discorso d'occasione; terminato il quale invita tatti i fratelli a passare nella Camera mortuaria. L'orchestra intuona una marcia lugubre, al suono della quale tutti i FF,', passano dal Tempio alla Camera suddetta attraversando il Vestibolo. La nera bandiera va innanzi fiancheggiata da' due Diaconi. I Sorveglianti muovono alla testa delle loro colonne, in doppio ordine. Dopo essi due altri Maestri di cerimonie precedono gli Uffiziali della Loggia. Ciascuno di questi porta qualche utensile da asarai ne' riti. L'oratore ha sette corone d'alloro e di mirto, quanti sono i fratelli defunti da commemorare, il Segretario un ramo d'olivo, il Tesoriere un vaso d'oro pieno d'acqua lustrale, l'Archivista un vaso di argento con gomme preziose per i profumi, il Guardasigilli un vaso di bronzo pieno di carboni ardenti, un Esperto un ramo d'acacia, un altro il compasso, e due un gran cesto di fiori. Chiude il corteo il Venerabile, preceduto dai grandi Esperti e dall'Araldo, fiancheggiato ed accompagnato dalle diverse rappresentanze.

La Camera mortuaria è apparata di stoffe e veli neri: rosoni, festoni e frangie ed altri ornati di argento e d'oro adattati all'oggetto accrescono la pompa esterna del luogo: numero illimitato di stelle tramandanti una luce offuscata spande un lugubre chiarore. Un catafalco magnifico situato

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all'ovest si erge verso il fondo. Esso consiste in uno zoccolo quadrato elevato sopra tre scalini, sulla prima facciata del quale leggesi questa breve iscrizione:

A MEMORIA DEI VIVI.

Posa su questo zoccolo un basamento settangolare tutto a bassorìlievi, il quale sostiene una mezza colonna, sulla cui cima si vede la statua dell'Immortalità raffigurata in una donna di aspetto maestoso tenente nella mano diritta un serpente attorcigliato, e nella sinistra una luna decrescente. Sulla facciata della mezza colonna è scolpita questa incisione:

DEGLI ESTINTI FRATEI SI ONORIN L'OSSA.

E su ciascuno de' sette angoli del basamento suindicato vedesi collocata un'urna di gusto antico, tutte di egual grandezza, finamente lavorate, intorno alle quali leggesi il nome di quel F.'., di cui figura racchiuder le ceneri. Sull'indietro si osservano bassorilievi analoghi, e tra essi due donne piangenti, in mezzo alle quali arde in un vaso etrusco una fiamma rossiccia.

Quattro fratelli armati di spada custodiscono il monumento, al lato del quale, a destra, viene inalberata la nera bandiera.

Giunto il corteo nella Camera mortuaria, il Ven.'. rimane in mezzo, di fronte al Sarcofago, mentre i Grandi Dignitari ai dispongono su due ale dall'una e dall'altra parte, e gli Ufficiali che portano i diversi utensili si schierano in due semicerchi; tutti gli altri fratelli son disposti in due colonne.

Nel più gran silenzio il Ven.'. cosi dice: «In queste urne riposano le ceneri de' nostri diletti estinti FF.'. Oh! perché non possiamo noi richiamarli dal loro inesorabile destino! Ma qual forza umana può contrastare alle leggi della Natura?

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Essi più non vivon tra noi, e noi null'altra prova dell'amor nostro possiamo tributar loro, che quella di pregar pace per essi ed eterna felicità».

In seguito, preceduto da' due Diaconi e seguito da' due grandi Esperti, colle cerimonie di rito, compie il primo giro intorno al sarcofago dalla diritta alla sinistra, spruzzando col ramo d'ulivo intinto nell'acqua lustrale ciascuno de' vasi cinerarii, e dicendo ogni volta: «Quest'acqua sacra vi purifichi d'ogni macchia, se alcuna pur ve ne resta, o care ceneri del carissimo F. nostro N. N.'.

Indi eseguisce il secondo giro, da sinistra a destra, accompagnato da' FF.'. che recano i profumi e il fuoco, dicendo: Soave e gradita, come il profumo di quest'incensi, rimanga sempre tra noi la memoria delle tue virtù, o cariss.'. F.'. nostro N. N.».

Prende di poi le corone dalle mani dell'Oratore, e facendo un terzo giro da diritta a sinistra una ne ripone sopra ogni urna, dicendo: a Sia testimone questa corona dell'affetto che hai lasciato dopo di te, o carissimo sempre Fr.'. nostro N. N.».

In seguito prende la squadra ed il compasso e li colloca in cima al monumento; pianta in mezzo ad essi un ramo d'acacia, e a piene mani sparge fiori freschissimi sulle urne e sul basamento che le sostiene.


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Dopo breve allocuzione, durante la quale nuovamente per tre volte viene spruzzata l'acqua lustrale, e per tre volte accesi i sacri profumi, invita i FF.'. ad assisterlo. A lui tutti rispondono in coro: «Così sia», e fanno una triplice batteria sul braccio sinistro appoggiato al petto.

Terminata questa prima parte della funzione, i Fratelli rientrano nel Tempio, tenendo il medesimo ordine. L'Oratore eseguisce il dovere che gli Statuti Generali dell'Ordine

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gli prescrivono, pronunziando un discorso d'occasione e spiegando il significato di quella cerimonia.

Dopo il discorso dell'Orat;.', il Ven.'. accorda la parola a quei FF.'. che abbiano desiderio di far sentire qualche pezzo d'architettura (1), analogo alla circostanza, e poscia ordina che progrediscano i lavori. Allora i FF.'. dell'armonia situati in cerchio innanzi alla porta del Tempio eseguiscono la seguente Cantata:

Voce sola.

Oh morte! oli fato! Quai dì duolo affetti

Nell'alme Dostre in questo dì movete?

Oh tristi idee! Tacete,

Intorno all'urne ove il cinereo frale

De' Fratei nostri posti,

Oh! come lamentosa

Di ciascun l'ombra sussurrò! Chi vale

A direi ove il lor è spirto immortale?

Memoria acerba! Voi viveste un giorno

Qui par fra noi. La pace

In questo almo soggiorno

Vi fea coutenti. Di virtù la face

Splendea sugli ocelli vostri,

Ed eran legge a Voi gli arcani nostri;

Ed or non siete più? Dell'uom la sorte

Alla polve il destina? Oh fato! oh morte!

Ombre care! Ah il nostro pianto,

Benchè nobile tributo,

Non può dare s! cener muto

Quella vita, che non ha.

Ma se morte ai die il vanto

Di strapparvi a questi petti.

Di rapirvi a' nostri affetti,

Ombre care, non l'avrà.

Ma qua! concento? Qual da lunge viene

Arcana melodia, che inebria il core?

Qual'aurea luce in quest'asil si spande,

(1) Discorso, poesia, elogio e qualunque altro scritto d'indole massonica.

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Che oltre l'usato il Murator fa grande?

Gli amici, che passar, forse fra noi

Vengono a respirar novelle vite?

Cessi il canto lugubre. Udite, udite.

VOCE DEGLI ESTINTI.

Stille di duol non bagnino

Il nostro mortai velo,

Sol di piacer si lagrima

Per chi è felice in cielo.

Accanto al sommo artefice

Che il vero ben v'addita,

Da noi quel gaudio godesi,

A cui mirammo in vita.

CORO.

Oh gioia! oh sorte! Del Murator!...

A lui la Morte Non fa terror.

TUTTI.

Qual Nocchier, che per mare s'affanna

Contro i flutti, ed il vento che spira,

Non si pente, o si stanca, o s'adira,

Ma pensando alla sponda sol va;

Tal è il Giusto, che mai non condanna

De la vita le pene e il periglio,

Ma coll'alma sta fisso e col ciglio

Verso il cielo ove lieto sarà.

Appena cessata la melodia degli strumenti, il Ven.'. da un sacro fuoco batte un colpo, ordina che ognuno si levi, ed esclama: «FF.'. i nostri voti sono certamente esauditi: le purificazioni da noi somministrate a' mani degli estinti nostri FF.'. hanno sicuramente contribuito accelerare la loro apoteosi. Non udiste i gridi di giubilo

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che di eccelsa lontana parte hanno risuonato a' nostri orecchi, e più al cuor nostro? Quei gridi sono al certo le voci riconoscenti de' nostri cari defunti. Chi sa che una sensibile prova non ce ne offra, la sacra cella ove poc'anzi onorammo le loro ceneri! Andiamo, FF.'. andiamo ad osservare cogli occhi nostri se questo presagio siasi verificato...».

La musica intuona subito una brillantissima marcia. Tutti i FF.'. colla stessa regolarità usata la prima volta recansi alla camera mortuaria. Ma qual non è la comune sorpresa in vedendo che ogni nera gramaglia, ogni insegna di tutto è scomparsa, e che nuovi fregi, nuovi apparati di ridenti colori, e ghirlande dì fiori, e leggiadria di lustri, di fiocchi, e di emblemi di gioia adornano il luogo! La statua dell'Immortalità collocata sopra il sarcofago più non stringe nella sua sinistra la luna scemante, ma un gole in pieno meriggio. Una sola tomba che pare di alabastro lascia trasparire nel suo cavo i cadaveri degli estinti, che sembrano dormire l'uno in seno all'altro. La tacciata dello zoccolo presenta un», nuova iscrizione:

ALLA IMMORTALITÀ.

Sette distinte luminose fiammelle sono collocate nella lucida orbita, intorno ad un Delta splendidissimo.

Il Ven.'. fa notare il significato di sì inaspettato cangiamento, e scorrendo collo sguardo sulle due colonne, così: «Che fanno ora qui quel lugubre vessillo, questi neri veli? Come possiam noi conservare queste insegne di lutto, ora che i FF.'. nostri al sommo bene son giunti? Deponiamole tutte a piedi di questo sacro mausoleo, opriamole di mirti e fiori, acciò vi giacciano inutili e dimenticate per lunghissima serie di anni».

A questi detti il portastendardo distende sulla base del monumento la sua nera bandiera; un Esperto lo provvede dell'altra della L.'., rappresentante da un lato

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un sole ardentissimo (stemma della L.'.) colle parole omnia lustrat, e avente dall'altro l'iscrizione del titolo distintivo della stessa L.; la qual bandiera in stoffa verde colle lettere e figure e frangie in oro, viene tosto innalzata, mentre i MM. di cerimonie depongono al luogo indicato tutti i veli neri raccolti da' FF.'., e il Ven.'., assistito da' due Diaconi, copre il tutto di erbe odorose e di fiori, sotto i quali rimangono sepolti.

Nella generale allegria il Ven.'. celebra un triplice ozè, e ordina che la musica in tuoni il noto inno massonico del tenore seguente:

Viva il purissimo Viva del buono,

Raggio del forte! Serbi sua gloria

Ei la materia L'Eternità.

Vinse, e la morte, Viva la stella

Arde in altissima Fuoco immortale;

Felicità. Per lei s'abbella

Della Vittoria Il nostro frale,

Prorompa il suono, A sorte bella

L'alta memoria Risorgerà.

Viva il purissimo, ecc.

Mentre cantasi l'inno, il Ven.'. ordina che si torni nel Tempio col solito ordine, il che viene eseguito senza la menoma confusione. Ogni segno di tutto in quel frammezzo è scomparso anche dal Tempio. Candide e duplicate son le cere, e nuovi e finissimi candelabri fregiano i troni delle tre prime Luci. Tutto ora spira gaudio ed ilarità.

Dopo le formalità di chiusura de' lavori nel Tempio, si passa nella sala del banchetto.

Due MM. di cerimonie vanno a rilevare il Ven.'. e tutti i Grandi Dignitari posti all'Or.'.; due altri MM. regolano in seguito la marcia delle colonne. Una sinfonia militare accompagna questo passaggio. Nella sala tutti si dispongono nell'ordine in cui trovavansi in Loggia,

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meno i due Diaconi, l'Araldo e un Maestro di cerimonie che si collocano di fronte al Venerabile, dalla parte concava delle mense. La forma di queste è a ferro di cavallo.

I FF.'. della musica presieduti da due Maestri, ed assistiti da varii Ufficiali della L. siedono ad una tavola situata nel vuoto prodotto dalle due fila di mense. La gransala del banchetto è straordinariamente pomposa ed illuminata. Una iscrizione collocata in faccia al baldacchino del Ven.'. serve a rammentare l'argomento della festa di questo giorno, senza destare idee rattristanti, e consiste nella seguente sentenza di Cicerone:

ANIMI OMNIVM IMMORTALES

SED FORTIVM BONORVMQVE DIVINI.

II servizio del banchetto è qual può convenirsi alla pompa del giorno, ed alla qualità de' commensali, senza eccedere però le leggi di una temperata sobrietà. Tutti i FF.'. dietro l'esempio del Ven.'. si abbandonano alle più ingenue espansioni di cuore, ed alla più gioiosa ilarità. A questa succede ia alto silenzio, allorché il Ven.'., vedendo soddisfatti i primi bisogni, batte un colpo di martello. I Sorveglianti vi corrispondono, ed egli fa annunciare che si va a tirare il primo toast di obbligazione in onore dell'Augustissimo e Potentissimo Imperatore e

Re Napoleone

il Grande, e dell'Augusto suo figlio

Eugenio Napoleone

, Gr.'. Commend.'. E G.'. M.'. il quale toast viene eseguito dalla musica, e secondato da' FF.'. ne' modi che il Ven.'. di mano in mano va accennando. Fatto l'annunzio, e messi tutti i FF.'. in piedi e all'ordine, l'armonia eseguisce il seguente brindisi:

Fratelli, ecco il momento

Si aspettato da noi. Dal cor si spande

L'inno d'augurio al Grande.

Che de' nostri destini

Moderatore e condottier si adora.

Lui dall'indica aurora

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Sino all'occaso estremo

Esaltano i viventi,

Alle nemiche genti

Terribile e fatale,

Magnanimo a' fedeli,

E tra i sudditi sempre, e tra le squadre

Invitto duce ed amoroso padre.

De' cari giorni suoi

Serbi lo stame il Dio

Che lo produsse, e poi

Al comun ben lo die.

E da quei cari giorni

Al mondo intero torni

Della virtù desio,

Onor, saggezza, e fé.

All'opera, Fratelli (1). I cavi ordigni

Schierinsi a Voi dinnanzi, e l'un nell'altro

Versi la sacra polve. Alta si levi

La mistica bipenne,

E l'alterno saluto

Si celebri con lei. Nella man manca

Rechisi dopo, ed a giacer si ponga.

Or mano all'armi; e prima

Innalzisi il cannone, indi alla mira

Tosto si porti, e tosto

Facciasi il primo foco, e torni al posto.

Ora, scoppii il secondo. Ed or più lieto

E in più fervido gioco

Traggasi dal cannon il terzo foco.

Un, due, e tre Ed a' festevoli

Un, due, e tre Gridi si uniscano

Un, due, e tre Pel prode Eugenio

Ed uno, e due, e tre. Gridi d'amor.

Or si rinnovino Ozè, gran Cesare!

Coi colpi mistici Ozè, buon Principe,

Gli ardenti applausi Ozè con triplice

Del nostro cor. Foco d'amor.

(1)

Per l'intelligenza del lettore diamo qui la spiegazione di alcuni termini massonici che s'incontrano nel brindisi: Sacra polvere o polvere forte rossa = vino; mistica bipenne o spada = coltello; cannone = bicchiere; mira - bocca; fare il primo foco o tirare una cannonata = bere.

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Prima di togliersi le tegole componenti il primo servizio, il Ven.'. fatto allineare e caricare ordina un secondo brindisi alla memoria dei FF.'. defunti ch'erano stati commemorati in quel giorno, e a quella di tutti i FF.'. di qualunque Or.', morti sul campo di gloria o in qualunque altra circostanza.

Un terzo brindisi è portato in onore del Gr.'. Or.'. di Italia e di Francia, all'IlLmo e Potentiss.'. Luogotenente del Gr.'. Commend.'. e Gr.'. M.'. a' membri del Supr.'. Cons.'. de' 33.'., ai Dignitari del Gr.'. Or.'., alle Deputazioni, a' FF.'. Visitatori.

Altri brindisi sono fatti in risposta e in ringraziamento; terminati i quali si compie l'ultima cerimonia, quella della Catena, messa in musica, alla quale tutta la L. risponde col ritornello che scorgesi da' seguenti versi.

In questo lucido Di quanti vincoli, ecc.

Asil di pace Se qui favellasi,

Virtù congiungasi Se qui si tace,

Ad amistà. Quel Dio si venera

Nostre alme illumina Ch'eterno sta.

Eterna face; Lume benefico,

Qui nuda mostrasi Lume vivace,

La Verità. Sulle nostre anime

Di quanti vincoli Splendendo va.

Al mondo sono, Di quanti vincoli, ecc.

Di questo vincolo Quel, che qui godesi

Maggior non v'ha. È ben verace,

Qui invan perseguita Che Tuoni vivifica,

II tempo edace; Che grande il fa.

Murator libero Quel dunque intuonisi

Temer noi sa. Canto che piace

Per alcun misero Al sommo Archetipo

Che oppresso giace Della beltà.

Qui invan non lagnasi Di quanti vincoli, ecc.

Umanità.

Un amplesso reciproco che dal Ven.'. parte e si distende su tutti i lati delle mense, e un mazzettino di fiori freschi regalato a ciascuno degli intervenuti, pongon fine alla festa massonica colle solite cerimonie di rito.

PARTE I - LIBRO II

CARBONERIA

CAPITOLO I.

Il 1° grado carbonarico (1)

1) BREVE DISCORSO SULL'ORIGINE DELLA B... C...

Anche la Carboneria, come setta politica, ha la sua storia convenzionale, la quale, pur falsando in tutti i modi la verità storica, meglio ne mette in evidenza gli intendimenti (1).

(1) Cfr. «Travaglio di Apprendente - e di M... (maestro)» del (buon) C... (cugino) - Summonte Alessio,- G... (gran) M... della R... (rispettabile) F... (vendita) - I Pigli della Libera, all'O... (ordone) - di Voltorara, della Daunia riu Capitanata Napoli, 1820 -Presso Chiavese, Largo delle, n. 60. Rarissimo, e confrontato con altri catechismi ms. è più completo, officialmente riconosciuto.

(2) Anche i Carbonari si attribuirono remote origini, risalendo fìo a' tempi di Filippo di Macedonia, e i meno vanitosi al pontificato di Alessandro III, quando la Germania, a sicurarsi da' baroni che infestavano le città e le campagne, pigliò a comporre ghilde e società di mutua difesa con animo d'opporsi alle prepotenze de' grandi; e da' boschi, ove solevan cercar rifugio i membri di quei sodalizi, vorrebbesi dice De Castro (Ibid, vm, 26) - far provenire il nome di Carbonari, destinato, in appresso, a tanta fama. Ci fu chi vide somiglianza tra l'ordine religioso degli Umiliati e quello politico de' Carbonari; ma ciò è poco attendibile e poco serio.

«Nell'assenza di buona legislazione forestale, - aggiungendo

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«L'Istoria delle turbolenze nella Scozia, [Francia? regnando la Regina Isabella [Isabella di Baviera, moglie di Carlo VI il pazzo?] fissò l'epoca della C... Molti illustri uomini, sottrattisi dallo spaventevole giogo delle Tirannie, fuggirono nelle Foreste, da essi scelte per sicuro asilo. Per allontanare qualsivoglia sospetto delle loro patriottiche adunanze, che potean essere dichiarate criminose dagli Agenti della Tiranna, si consagrarono a tagliar legna, e carbonizzarle, unico commercio di quel Paese. Con tale onesto mezzo essi si riconducevano negli abitati, ed esponenti

De Castro (ibid) - frutto di tempi più colti, che doveva maturare prima che altrove in Italia per opera della sapienza veneta, i principotti tedeschi presero a taglieggiare i miseri carbonari, che tumultuarono; ma la non riuscita delle sommosse li fé accorti della propria debolezza, e provvidero a fortificarsi mercé l'associazione, che a' deboli, a1 diseredati, agl'infelici non invano promette salate. Questi consorzi di carbonari osarono resistere a quel fulmine di guerra di Corrado Kauffengen, e al duca di Wurtemberg; e l'ardimento non fu punito dall'insuccesso.

laquo;Era necessità che i congiurati ricorressero alle iniziazioni, gì in uso presso le antichissime società operaie; che ogni classe di lavoratori più o meno senti d'uopo di associarsi contro l'insidioso e violento patriziato. Il rituale era impresso di misticismo... e l'inviolabilità delle promesse, che reciprocamente si facevano e che facevano al sodalizio, è attestato dalla locuzione proverbiale:. di Carbonaro».

Secondo lo stesso De Castro (ibid. 27), la Carboneria sarebbe derivata dalla Società de' Fenditori o Spaccalegna, essendo molti atti de' loro rituali del tutto eguali.

Nel Jura meglio che altrove la fenditoria potè ordinarsi sovra stabili fondamenta. Intitolavasi pure società del Bon Cousinage, ed è strano il fatto che mentre i Carbonari fanno di Francesco I il loro protettore, fu appunto lui che fulminò con apposito editto i compagnoni, interdicendo loro di legarsi con giuramento, d'eleggersi a comandante un capo banda, di assembrarsi in maggior numero di cinque davanti gli opificii sotto pena di essere imprigionati, banditi e puniti, di portare spade, pugnali e bastoni nelle case de' padroni o per le vie della città, di tentare qualsiasi moto sedizioso, di fare qualsiasi banchetto per inizio e compimento d'alunnato o qualsiasi altra ragione.

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i Carboni a Vendita, portarono l'etimologia delle loro unioni a quella di V... di C... In tal guisa, e con questo favore ottenevano il fine d'incontrarsi con i loro buoni Amici, e partigiani, co' quali dividevano i liberali sentimenti, e comunicavano vicendevolmente i di loro piaceri. Si conoscevano perciò con l'SS... (segni), T... (tatto) e PP... (parole).

«Poiché nelle Foreste mancavano delle abitazioni, costruirono delle BB... (baracche) in forma quadrilunga, fabbricate di stoppie, e di altro materiale. Stabilirono fra essi un Governo, ch'emanò de' regolamenti. Rappresentato questo da tre persone, veniva rinnovato in ogni tre anni, tenendo attiva una V... di Legislazione, una d'Amministrazione, e la terza Giudiziaria che fu chiamata A... (alta) V... (vendita). Si suddivisero in tante BB... delle quali ognuna veniva diretta da un B... C... che figurava il primo fra gli eguali, obbligato a comunicare coll'A... V..., per cui appellavasi G... M...»

«La fortuna fé' scovrire in quelle Foreste, ove raccoglievan materiale per carbonizzarsi nel Fornello, tenuto eretto nel recinto delle BB..., un Eremita nomato T... (Teobaldo). Costui informato delle sventure, nelle quali eran caduti quei Virtuosi; della maniera, in cui vivevano; e del Governo che si aveano creato; si unisce con essi loro; anima i travagli, a' quali erano addetti, e ne favorisce con tutti gli sforzi l'intrapresa. Con ciò si rende ammirabile, e vien da quel Governo proclamato Protettore dell'O... (ordine) de' BB... (buoni) CC... (cugini) CC... (carbonari) (1)».

(1) Qualche scrittore fa di S. Teobaldo il fondatore della Carboneria. Nacque in Francia nel 1017, nella città di Provins. Fattosi prete in Italia, si ritrasse, indi a poco, in Svevia, provincia germanica ove dicesi nata la setta, alla quale, morto Teobaldo, non vennero meno le forze, ma, invece, accostaronsi uomini di ogni ceto. Un catechismo in forma di dialogo, fu compilato sin da quei tempi e, ad accrescere il numero de' proseliti e, in un'età di profonda superstizione, ogni cosa fu involta fra le dottrine e le pratiche


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«Pacifici questi Uomini, dedicati alla Filantropia, menavano i giorni unendosi in stabilite epoche».

«Per azzardo fu, che Francesco I, Re di Francia, andando a caccia presso i confini del suo Reame, dalla parte della Scozia [deve dire Svevia?], inseguendo una belva si segregò dal suo seguito de' Cacciatori e Cortigiani. Sopraggiunse la notte, e si disperse nelle Foreste. Cammin facendo, scovre una delle BB... abitata. Vi chiede ricovero, che gli venne accordato, con la somministrazione di tutto il bisognevole. Ammira Francesco I il contegno di quegli uomini, che raccolsero, e la loro mistica disciplina. Credette trovarvi qualche cosa misteriosa, e singolare. S'appalesa pel Re di Francia. L'interessa di voler conoscere i loro misteri; chi mai fossero, e lo scopo delle unioni. Ne viene tosto soddisfatto. Ne rimane nobilmente sorpreso: Chiede con ardenza esservi iniziato, e promette divenirne il Protettore. Gli si accorda tale favore. L'indomani si restituisce nel seno de' Cacciatori, che afflitti, e spiaciuti della smarrimento, ne facevano ricerca in altri punti della Foresta. Torna nella sua sede. Adempie esattamente al giuramento. Si dichiara Protettore de' CC... (1). Ne moltiplica il numero,

del Cattolicismo; ma ciò che fa la Carboneria degna dinota, anzi di somma lode, fin da' suoi principii fu questo, che ad essere accolto nel di lei seno condizione primaria ed indispensabile era una vita incontaminata. I buoni cugini, come si chiamavano fin d'allora i Carbonari, eran tenuti strettissimamente ad esercitare l'ospitalità non solo verso i loro consettari, ma a prò di chiunque loro apparisse perseguitato dalla fortuna, col dargli oltre il letto, il mangiare e il bere, cinque soldi ed un paio di scarpe. (Cfr. Ricciardi in Giovagnoli. Risorgimento Collez. Vallardi, p. 91; sovra S. Teobaldo cfr. Memorie sulle Società Segrete, ecc. Roma, Soc. Ed. Dante Alighieri, App. I.)

(1) Con maggior verosimiglianza storica, un'altra leggenda riferisce tuttociò ad Enrico IV (cfr. Dumas, Storia de' Borbotti di Napoli, voi. vii, 240). «Andando a caccia in una foresta, sorpreso da un temporale, s'era ricoverato nella capanna d'un carbonaro. Essendo stato, sebbene non lo avesse conosciuto, benissimo accolto da quella brava gente, che nel loro grossolano buon senso gli

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che in seguito si distese in Germania, in Inghilterra, e quindi nell'Italia, da cui è stata fra noi propagata la luce. C... fin dai primi mesi dell'anno 1809».

Nulla ho tolto e nulla ho aggiunto a questo «breve discorso sull'origine della C.» anche se esso contraddica alla verità storica e alle prime nozioni di geografia. Certamente non può sfuggire il significato di tale origine, come quella che conciliando la Carboneria colla Religione cattolica e colla Monarchia, ne faceva una protetta di San' Teobaldo e di Francesco I, che di quelle ne sono i simboli. E in tempi ne' quali ai credeva che le società segrete dovessero essere i nemici naturali de' troni e degli altari, ciò costituiva un fatto politico della massima importanza.

2) Apertura de' SS... (sacri) TT... (travagli).

Nel concetto carbonarico il mondo è una Foresta, e libere la Foresta, da' lupi significa liberare il mondo da' tiranni che l'opprimono. Pagani sono quelli che non appar

avevano detto una quantità di cose, la cui memoria meritava d'essere conservata, egli aveva avuto l'intenzione (intenzione che la sua morte gli aveva impedito di realizzare), d'istituire un ordine di cavalleria in memoria di quell'avvenimento, e dì dargli il nome d'Ordine della Carboneria».

Ripetiamo, sulle origini favolose della Carboneria potrebbesi riportare una intera letteratura contraddittoria. Noi ci rimettiamo a ciò ch'è stato detto nella prima parte di questo lavoro, cap. 2°. l'importazione e sulla diffusione d'essa nell'Italia meridionale n può esser messo in dubbio un documento positivo, qual è quello ordato nella Parte 2a. Cap. 1°, come tra le più attendibili sono le notizie riportate nella nota 4:l allo stesso Capitolo, si cui pur s'avvicina la tradizione eli" fa fondatore della prima Vendita in Capua, un ufficiale francese framassone, che vedendo necessaria a riforma sociale per ispargere i principii liberali nel basso polo, fece servire la Massoneria a tale bisogna, trasformandola per renderla alla portata del popolo. Sulle varie opinioni degli scrittori a proposito della Carboneria cfr. GlOVAGNOLl, ibid, pag. 90 e aegg.

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alla gran famiglia carbonarica; perché tutti Buoni Cugini sparsi sulla faccia della terra formano appunto una gran famiglia, suddivisa in tante famiglie particolari. Ciascuna di esse ha un sito ove si congrega, che prende nome di Centro, Ordone, e più particolarmente di Vendita. Tuttociò che circonda la Vendita costituisce la Foresta,. Nella Vendita il luogo speciale, tenuto come sacro, ove i Buoni Cugini colle solennità del rito si riuniscono per carbonizzare il materiale raccolto nella Foresta, e preparato nella Vendita, si chiama Baracca. Ivi trovasi il Fornello di carbonizzazione. Perciò Vendita e Baracca significano due luoghi distinti, come loggia e tempio nel rituale massonico.

Le luci e gli ufficiali d'una Vendita sono su per giù gli stessi delle loggie massoniche. Il presidente o capo della Vendita prende nome di Gran Maestro, titolo soltanto, nono grado speciale; ma è necessario però ch'egli appartenga al 2° grado, cioè di maestro. I due vicepresidenti si chiamano 1° e 2° Assistente, e col Gran Maestro rappresentano lo tre Luci della Vendita, come il Venerabile e i due Sorveglianti sono le Luci d'una Loggia massonica. L'Oratore, il Segretario, il Tesoriere, ecc, appartengono alla categoria, degli Ufficiali.

Mentre la Famiglia è intenta nella Vendita ad esaminare il materiale già raccolto nella Foresta per essere carbonizzato nel Fornello costruito nella B..., il G... M..., preceduto do1 Covritore, con la scure sulla spalla, ed accompagnato dall'Oratore e dal Segretario perpetra in B...

La sala è semplice, rivestita internamente di legno e decorata del quadro simbolico della R... C..., d'un quadro raffigurante S. Teobaldo, talvolta dell'immagine della di Dio, e di qualche altro simbolo cristiano. a destra e a sinistra, due o più fila di sedie senza schienale o di banchi, detti ordoni, ove prendono posto i buoni cugini. In fondo, sovra un ripiano, è il tronco a tre basi od altare del G... M...; a' suoi lati si trovano altri due tronchi della

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medesima grandezza per l'Oratore e pel Segretario. Di contro al G... M..., a capo degli Ordoni, corrispondenti all'Oratore «al Segretario, seggono il 1° e 2° Assistente.

Successivamente al G... M..., penetrano nella B... i due Assistenti, che, dopo i saluti di rito, sono invitati ad occupare i loro rispettivi posti. I BB... CC... entrano in seguito, bussando colla batteria (numero determinato di colpi) del grado nel quale si lavora, e comunicando la parola semestrale o mensile al Covritore che sorveglia l'ingresso. Dopo i SS... al G... M..., e successivamente al 1° e 2° Ass..., prendono posto ne' loro 00... (ordoni), gli apprendenti in prima fila, i maestri in seconda, o nella colonna sinistra i primi, in quella di destra del G... M... gli altri, quando le fila son due soltanto.

Oltre i distintivi del grado tutti sono armati di pugnale, simboleggiante l'accetta degli antichi Carbonari, ad eccezione del Maestro Esperto, armato di scure, e del Maestro di Cerimonie fornito di pala.

Di questi due ufficiali subalterni l'uno prende posto presso il 1° Ass..., l'altro presso il 2°. Intanto, tutti i convenuti sono. in piedi ed all'ordine, cioè, colle mani disposte i croce sul pube, in modo che la palma della destra posi dorso della sinistra, e il pollice di questa sul pollice prima.

La B... è illuminata da un trilume posto sul tronco del G.. M..., ove pure trovansi le Costituzioni dell'Ordine e i Seguenti simboli: un panno bianco, acqua, sale, una croce, foglie, fascio di legna, fuoco, terra, una corona di spine bianche, una matassa di filo, e tre nastri, bleu, rosso e nero.

Altri due lumi ardono su7 tronchi de' due Assistenti, ed illuminati son pure i tavoli dell'Or... e del Segr...

Il G... M... apre i Sacri Travagli battendo tre colpi di accetta, a cui corrispondono successivamente due colpi battuti per ciascuno dal 1° e dal 2° Assistente, invitanti la famiglia all'ordine. Costoro sono gli organi del G... M..., nelle domande e

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nelle repliche, e per mezzo dei medesimi gli 00... (ordoni) chiedono la parola al G... M...

Mentre il più profondo silenzio regna nella B... avviene l'apertura de' SS... TT... colle seguenti formalità:

«G. M. - Mio B... C... 1° Ass..., qual è il vostro primo dovere in B...?

«1° Ass. - È di osservare, se esteriormente, e nel di dentro, la nostra B... sia ben difesa.

«G. M. - Interessatevene, mio B... C...

«1° Ass. - Miei BB... CC... MM... Esp... e di Cerim..., adempite al vostro dovere».

Dopo tale ordine, il Maestro Esperto esce dalla B..., ed osserva se questa è al sicuro; mentre il Maestro di Cerimonie, a sua volta, esegue lo stesso ordine nell'interno.

«M. Esp. - B... C... 1° Ass..., siamo difesi esteriormente [cioè, nessun pericolo ci sovrasta],

«M. di Cer. - B... C... 1° Ass..., nel seno della Basiamo al coverto [cioè, non vi sono pagani].

laquo;1° Ass. - Mio B... C... GL. M..., la nostra B... è ben difesa, e garentita.

laquo;G. M. - Mio B... C... 1° Ass..., qual è il vostro secondo dovere?

«1° Ass. - È di esaminare, se tutti i membri presenti sien figli di questa nostra Fam...; se vestano l'abito di decenza [distintivo], e secondo i gradi, e se seggano ne' rispettivi posti.

laquo;G. M. - Prendetene cura, mio B... C... 1° Ass..., coll'ordinaria Cerimonia di R...

«P Ass. - Miei BB... CC... MM... di Cer... ed Esp..., continuate ad adempiere al vostro dovere».

Il Maestro Esperto fa la chiama, mentre il Maestro di Cerimonie, dopo aver percorsi gli 00... con molta attenzione, risponde al 1° Ass...

«M. di C. - Tutti sono decentemente vestiti. E per l'appello chiamato dall'Esperto si è conosciuto essere tutti figli della nostra Fam..., e non vi manca alcuno.

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Ass. - Mio B... C... GL. M.,., tutto è in perfetta regola!

Dopo tali assicurazioni il G... M... rivolge il seguente dialogo a' due Assistenti:

«G. M. - Mio B... C... lu Ass..., a che ora si aprono i trav... del nostro R... (rispettabile) 0..,?

laquo;1° Ass. - Allorché i! Sole illumina la nostra For...; allorché il Forn... è acceso vivamente, ed altro materiale è pronto per essere animato a nuova carbonizzazione.

G. M. - Mio B... C... 2 Ass..., che ora è battuta?

«2° Ass. - L'ora in cui il Sole già illumina la nostra Por...; il Forn... è acceso, ed è nello stato di essere animato dal nuovo materiale, preparato innanzi la sua bocca per carbonizzarsi.

«G. M. - Essendo dunque l'ora propria, consacrata a' TT... de' BB... CC,.., ed essendo il materiale approntato presso il nostro Forn..., prepariamoci alla carbonizzazione. Quindi è, miei BB... CC... 1° e 2 Ass..., che ne prevenghiate i VV... 00... onde in mia unione, dopo l'invocazione di R... al G... M... D... U.'.., principio e fine d'ogni cosa, ed al P... D.. 0..., offriamo i nostri TT... con i dovuti SS.. ed Avv.., (avvantaggi) di R... che vanno ad aprirsi».

L'ordine del Gr... M... viene eseguito.

«1° Ass. - G... M.,., gli Ordoni ne sono stati avvertiti.

«G. M. Miei BB... CC..., all'ordine tutti».

Il Gr... M... scende dal suo posto. Tutti si pongono all'ordine. Ogni B.. C... tien rivolto lo sguardo al Gr.. M... per eseguire uniformemente a lui i SS... e gli Avv... di R... itanto il G... M... pronunzia la seguente formula di apertnra:

A... G... D.. G... M... D... U... E... D.. S... T.. P... D... 0... D... CC... (Alla Gloria del Gran Maestro del!,'Universo e di l'. Teobaldo Protettore dell'Ordine de' Carbonari), sotto gli auspizii dell'Ai... Ass... (Alta Assemblea) generale regolarmente costituita nel Centrale Carb... Forn... all'Oddi..,; e di quello dell'A... V... [Alta Vendita] Regionale

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costituita nella Risp... B... dell'O... di...; questa R... Fam... apre i suoi TT... presso il di lei Fora.. al 1° Grado. «A me, Cugini, per i SS... ed Avv..».

I saluti e gli avvantaggi si eseguono, dopo i quali il G... M... continua:

«Miei BB... CC..., io dichiaro aperti i TT... Ciascuno imprenda il suo lavoro, assista al Forn... onde non si estingua».

Dopo che tutti sono seduti, il Segretario legge il pezzo carbonico lavorato nel fornello cogli ultimi travagli (cioè, il verbale della seduta precedente), che viene approvato dopo le conclusioni dell'Orat... e controssegnato dalle firme del G... M..., dell'Orat... e dello stesso Segret...

Chiusa questa prima parte del Tr..., l'Esp..., dietro ordine del 1° Ass..., si porta nella For.. per osservare se vi si trovano de' Cugini Visitatori. Essèndovene, li esamina e li squadra con molta avvedutezza, e fatti esaminare dall'Oratore i certificati e diplomi attestanti la loro qualità, l'introduce nella B... cogli onori del grado che rivestono. Dovendosi iniziare qualche pagano, dopo l'ammissione de' Visitatori, si passa alla ricezione d'esso (4).

3) Travaglio di ricezione.

Il pagano prima d'essere iniziato a' sacri misteri della Carboneria, rimaneva nel Gabinetto di riflessione. Ivi i preparatori, spogliatolo d'ogni metallo, lo informavano che appunto il metallo è la fonte perenne d'ogni errore, quando se ne faccia abuso. Gli si spiegava il significato morale degli oggetti ivi esistenti o dipinti. Cosi apparecchiate, egli rispondeva in iscritto alle seguenti domande, anticipatamente trasmesse dal G... M...:

1) Che deve l'uomo a Dio?

2) Che a se stesso?

3) Che al suo simile e alla Patria?

(1) Cfr. Appendice: La Carboneria, Catechismo de' VV...

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I preparatori abbandonandolo solo in quel luogo di tutto, si portavano in B... per depositare sul Tr... il metallo e le risposte date dal pagano, le quali eran messe sotto l'Acc... (in discussione) ed ove si trovavano regolari, si passava ella ricezione.

Gli stessi preparatori conducevano bendato il pagano alle soglie della B..., alla quale bussavano con colpi irregolari.

Dal Covr... al 2° Ass... veniva riferita la novità, e da questo al 1° Ass... per trasmetterla al Tr...

Le domande e repliche venivano pronunziate con veemente asprezza di voce in modo di sorpresa. Ciascuno della Pam... si disponeva per garentirsi, come se la B... venisse attentata da pagani.

Le domande conservavano il loro ordine. Dal G... M... si trasmettevano al 1° Ass...; da questo al 2°, e da lui al Covr... che le comunicava a' preparatori. Le risposte giungevano al Tr... in ordine inverso.

«Covr. - Si bussa alla porta della B... da pagano.

«2° Ass. - Irregolarmente si bussa la porta della B...

«1° Ass. - Si bussa la porta da pagano.

«G. M. - Assicuratevi chi mai osa temerariamente turbare i nostri SS... TT...».

L'ordine veniva trasmesso nel modo accennato, e il Covr..., informato da' preparatori, così rispondeva:

«E un uomo smarrito nella For... Rassegnato ed umile va in cerca del Tempio della Vir... secondo ci ha informato».

Mentre ciò si compiva secondo l'ordine stabilito, il Segretario consacrava nel pezzo carbonico il costituto del pagano.

«G. M. - Dimandategli il domicilio, le qualità civili, e la religione.

«Dimandategli finalmente cosa cerca da noi, e da quale interesse è stato mosso di penetrare nella nostra Foresta.

«Di far parte della Fam... Carbonarica» - rispondeva il pagano dietro i suggerimenti de' preparatori, e dopo aver dato tutte le generalità richieste.

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Dopo ciò il GL, M... dava ordine che venisse introdotto nella B...

Sempre bendato il pagano era posto in mezzo agli 00.., e, come fosse una spia, era mantenuto per le braccia «per i capelli.

u G. M, - Dichiara, o pagano, da qual disegno sei stato spinto di condurti in luoghi a te incogniti, a noi esclusivamente affidati? Non mentire. Sii veridico. La minima confusione, che sorprenderemo anche nelle tue mosse, ti potrà certamente nuocere».

Di volta in volta le parole del G... M... sono ripetute al pagano, secondo l'ordine del cerimoniale.

«Fosti stato mai proseguiva il G... M... - da alcuno istruito sulle nostre adunanze, per cui te ne mostri inteso?

«Mortale? Ti fo marcare che tu hai potuto essere ingannato! Tu credi oneste le nostre adunanze? Potrebbero però essere animate dal vizio. Qual temperamento adotteresti in tal caso? Tu andresti al corto soggetto alla morte 1»

Il pagano rispondeva ch'ei non s'era ingannato, e ben conosceva lo spirito di virtù e di patriottismo che animava i Carbonari.

«G. M. - Amando tu le virtuose e patriottiche associazioni, fai conoscere che sei bramoso dì appartenervi Perché dunque non ne hai fatto finora richiesta?

«Conseguentemente fosti tratto da qualche luogo, e qui condotto?

«Quel luogo di tutto, ov'eri chiuso; gli oggetti materiali, e dipinti, collocativi ed espostivi, che mai t'hanno indicato?

«Qual idea ti sei tu formata della Società cui ambisci appartenere? Qual idea per essere stato tradotto in luogo che tu ignori? Quale per essere stato de' metalli? Dubitasti forse che alcuno volesse alla tua vita?

laquo;Appalesi dunque, sinceramente, la tua volontà, cerchi da noi?» (con nerezza).

Alla fine il pagano rispondeva:

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Cerco la L... (luce) C... (carbonarica) per squarciare il iso velo dell'ignoranza, madre feconda di tutti i miei ori, e per essere dichiarato membro di questa rispettabile virtuosa adunanza».

Il G... M... ripigliava il suo dire col seguente fervorino orale:

«Pagano! Produce l'ignoranza l'oscurità de' più vagbi nirabili misteri della natura, e degli di costei imitatori, ) sono gli uomini filantropi. Vien perciò simboleggiata sotto la sembianza della privazione di quella L... che hai dimandata. Quest'è appunto quel difetto, che insensibilmente manoduce l'uomo agli errori, in conseguenza a' vizi, a cui rimane sino alla morte abbrutito, ove non sappia scoterla. L'abuso del metallo, il più delle volte n'è la cagione. Ecco quindi perché privato del tuo, avvolto nelle tenebre con la benda, vieni a noi presentato, onde cominci conoscere, che diggià c'interessiamo di preservarti dalle "razioni delle civili società, corruzioni, che t'hanno buttato in disordinate passioni, nel di cui immenso oceano nturatamente hai finora nuotato.

Tu dunque vieni chiamato a rigenerarti, e con ciò ti Prepara l'ammirabile possesso della Virtù.

Mortale! tu chiedesti la L...; la tua dimanda è stata colta. I rapporti sulla tua condotta si sono trovati favorevoli; quindi è stato, che la prima volta ti si è accordato ore di penetrare in questo venerando luogo, ove con dei enni sacrifizi si rende il culto alla Giustizia ed alla Virtù. L'Ordine, però, che da noi è rappresentato, e che nel seno ti accoglie, esige da te quattro qualità:

«1° Una non equivoca sincerità di cuore;

«2° Una costanza nel disprezzare i pericoli

«3° Un'umiltà assoluta verso i tuoi simili

«4° Un'eroica fermezza di spirito nel difendere la patra.

«Determinati, perciò. Ove il tuo voto è deciso per renderti tale: ove ti senti tutta la forza per sottoporti a degli esperimenti,

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onde tu ne dia delle prove, fa mestieri che lo prometti. Quando stimi diversamente, sei del pari nel diritto di manifestarlo con la franchezza dell'uomo d'onore». Se il pagano lo prometteva, veniva assoggettato a delle prove terribili, ch'erano costituite da' due viaggi simbolici e dalla lotta col pugnale.

4) I VIAGGI SIMBOLICI E LA LOTTA COL PUGNALE.

Affidato a' preparatori, il pagano compiva i due viaggi simbolici (1).

Nel primo viaggio veniva condotto dalla Baracca nella Foresta, ed ivi lo si faceva camminare sopra piante di dumeti, rivestiti di pungiglioni, e su fronzuti germogli, sicché vivamente sentisse Furto de' primi, e il rumore dei secondi. Il viaggio poteva durare otto minuti; poscia il pagano era fatto rientrare nella B..., e il GL.. M... gli spiegava il significato di quel viaggio.

«Questo viaggio è stato per te lo specchio della vita. umana. Tu hai contrastato colla gran massa de' mali inevitabili della natura. Il disastroso viaggio accompagnato dall'urto degli spini, e dal rumore delle foglie, ti hanno informato delle difficili intraprese, e degli ostacoli che formicolano nel sentiero della nostra vita».

Nel secondo viaggio, detto del Fuoco, il pagano veniva» ricondotto nella Foresta, ed ivi era fatto passare sulle fiamme d'un fuoco ben acceso, all'uopo preparato. Dopo ciò, sempre bendato, il pagano rientrava nella Baracca, ove il GL. M... gli spiegava il significato di quel secondo viaggio.

«Tu ti sei purificato per mezzo delle fiamme di qfld fuoco materiale, nel quale sei passato.

(1) Gran differenza era tra questi viaggi simbolici e quelli un volta praticati nell'iniziazione massonica, della terra, dell'acqua del fuoco.


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Purgato dalle originali impurità, possa questo fuoco divampare nel tuo cuore per animare vigorosamente il fuoco di carità necessario per la tua rigenerazione. Possa questo fuoco distruggere le macchie lasciate da' sette difetti capitali, affinché con vero zelo, e senza tema alcuna giunger si possa alla conoscenza di quella Virtù alla quale è consacrato il nostro Ordine».

Il discorso si dilungava nel rilevare le tristi conseguenze a cui portano la Superbia, l'Avarizia, la Lussuria, Vira, la Gola, l'Invidia, l'Accidia. Dopo tale esposizione il Or... M... proseguiva:

«Pagano! non siamo soddisfatti delle prove finora dateci per potere assicurarci delle varie promesse che ci hai inoltrate. A nuove e più salde prove sei invitato. Esse però ti minacciano troppo da vicino la vita; quindi è che la tua morte, quando accadesse, portando un disquilibrio ne' tuoi particolari interessi, involgendoli in litigi, fa perciò mestieri, che, prima di cimentarti, t'insinui a divenire ad un testamento. Ti ripeto che il superfluo, il dippiù do' beni dell'uomo, è il patrimonio de' miseri, e commetteremmo un flirto a costoro, ove dissipassimo le nostre sostanze, le nostre ricchezze, senza addirle a questo generoso uso. Perciò senza frodare gl'interessi de' tuoi discendenti, con la dettata legge devi misurare le ultime tue disposizioni. Senti tutta forza di addivenire a tal passo?»

Il pagano rispondeva affermativamente, ed allora il Segretario stendeva in tal senso il testamento, che non potendo essere dall'interessato sottoscritto, perché bendato, era da' ratificato, poggiandovi sopra le mani. Intanto il G... M... "Pigliava il discorso.

Pagano! quanto ami la Patria, quanto ti mostri virtuoso; quanto affettuoso trasporto nutri per gl'infelici tuoi simili, ci viene attestato abbastanza dalle generose tue testamentarie disposizioni. Però vivente tuttavia devi provarci la. scritta 6 ratificata promessa.

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Tu sarai denudato per darci altre prove per le quali devi passare. Sei contento che le tue spoglie, il metallo toltoti anteriormente siano distribuiti a' poveri?»

Il pagano rispondeva affermativamente ed aggiungeva che quella era la migliore prova per manifestare i suoi sentimenti.

G, M. - Ebbene, preparatori, denudatelo ed abbiate cura di distribuire a' poveri miseri e metalli e vesti...

«Pagano, ed ora eccoti esposto all'esperimento pia grave ancora di quelli che con vera costanza, con tutta impassibilità hai superato. Accingiti dunque a sormontare quello che potrà esserti fatale. Tu devi urtare, devi combattere, in questo stato, con un pugnale piantato poco lungi dalle tue spalle, su di una macchina all'oggetto preparata (1).

Mentre il G... M... continuava nelle sue esortazioni, dal preparatore di diritta era preparato ud lume acceso per essere vibrato, nel momento opportuno, sulla parte de! cuore del pagano denudato.

Ad un colpo di prevenzione del G... M... il pagano veniva celermente sfiorato colla fiamma del lume, e, con molta diligenza, slanciato sul suolo coverto di oggetti di lana, perché non rimanesse offeso.

(1) Tale prova, altrove, era fatta colla pistola. A tale proposito il Mazzini ricorda (Scritti, 1, 22, ediz. Sonzogno) che iniziato (al 1° grado, uscendo, tormentai di domande l'amico che m'aspettava, sull'intento, sugli uomini, sul da farsi, ma inutilmente: bisognava ubbidire, tacere e conquistarsi lentamente fiducia. Mi felicitò, dell'avermi le circostanze sottratto a prove tremende e, vedendoti sorridere, mi chiese con piglio severo che cosa avrei fatto se mi avessero, come ad altri, intimato di scaricarmi nell'orecchio una pistola caricata davanti a me. Risposi che avrei ricusato, dichiarando agl'iniziatori che, o la carica cadeva, per mezzo d'una valvola interna, nel calcio della pistola ed era farsa indegna d'essi e di me, o rimaneva veramente nella canna ed era assurdo che un uomo chiamato a combattere pel paese cominciasse dallo sparpagliarsi quel po' di cervello che Dio gli aveva dato».

Ne' catechismi della Carboneria nell'Italia settentrionale, come si vedrà in seguito, non si trova rammentata la prova del pugnale, nè quella della pistola.

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Poiché la bruciatura e l'urto corrispondevano alla parte del dorso, il pagano rimaneva convinto d'essere stato ferito col pugnale. Dopo poco tempo, ove non restasse smarrito (facile a verificarsi), veniva da' preparatori sollevato, e ad essi, da questo momento, succedeva il Maestro di Cerimonie per dirigere personalmente le rimanenti cerimonie di R... e conduceva il Recipiendario innanzi al Tronco del Gr... M...

5) Giuramento ed iniziazione.

Ivi era invitato a prestare «un sauro ed inviolabile giuramento per l'esercizio delle quattro virtù summentovate»,

«Conviene però prevenirti - soggiungeva il Gr... M... - che tale giuramento non offende né la religione, né il dritto delle genti, né lede lo Stato; ma profferito appena diventa irretrattabìle,

«Guai a te, se ti rendi spergiuro! Con la morte, fra ìoi, vien punito esecrando fallo! Sei quindi deciso di darlo?»

Ad un colpo dell'Acc..., otto BE... CC... armati di pugnale si distaccavano dagli 00... e si disponevano intorno al Recipiendario. Il Maestro di Cerimonie lo faceva inginocchiare innanzi al Tronco, sai pannolino bianco, colla gamba sinistra, tenendo levata la diritta. Il Recipiendario stendeva la mano destra su' due pugnali incrociati sul Tr.., sovrapposti alle collezioni degli Statuti dell'Ord... in generale e della Fam... in particolare. Indi rivolgendo colla sinistra un pugnale verso il cuore in atto di ferirsi ripeteva col ... M... il giuramento seguente:

«Io N. N. giuro, e prometto sopra gli stabilimenti dell'O... in generale, e di questa Pana... garantiti da questo ferro punitore degli spergiuri, di guardare gelosamente il segreto della R... C...

«Di non scrivere, incidere, o dipingere cosa alcuna senza averne ottenuto il permesso in iscrìtto dalle Gerarchie dell'O... che ne sono facoltate.

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Giuro fedeltà, e vera amicizia al Governo de' BB.,. CC... CC...

«Giuro di difendere la Patria per la buona causa, per cui è fondata la Società Carbonarica, anche coll'effusione del sangue, e col sacrifìcio delle proprie sostanze.

«Giuro di soccorrere i BB... CC, nello stato di bisogno, a misura delle mie facoltà, come anche di non attentare all'onore delle loro famiglie; ed ove divenissi spergiuro, consento e voglio, che il mio corpo sia ridotto in pezzi, indi bruciato, e il cenere sparso al vento, onde il mio nome resti esecrato a tutti i BB.. CC... sparsi sulla Terra. Cosi Iddio mi sia d'aiuto»,

Nè qui la cerimonia era terminata. Come scena finale e dì grand'effetto, il G... M.., fatto levare il povero paziente, aggiungeva:

«Aspirante, ti sei interato della forza operativa del giuramento da te reso? Con quanta religione tu debba osservarlo, per iscansare le pene, che potresti meritare, giova istruirti che nel corso del Travaglio di questo giorno,k N. N., che ci apparteneva, convinto di abiurazione e di alto tradimento all'O.., è stato condannato ad essere pugnalato, ed alla recisione della testa, come esempio per gli altri. In questo luogo si vede esposto il tronco teschio, e da qui a poco verrà sottoposto alla tua vista. Avvedutezza, dunque, e somma segretezza saranno in avvenire i tuoi idoli, per non incorrere in sì irremissibile pena!» (1).

A tale proposito era preparato lo spettacolo d'una teste tronca, situata nel seno d'un bacino, e bagnata di recente sangue. Si trovava presso il Tronco dalla parte diritta, sur una mensa di legno, fabbricata a bella posta a due pezzi, con buca aperta nel centro, capace del diametro d'un collo d'uomo. La mensa era ricoperta e circoscritta di panno luttuoso, da toccare il suolo.

(1) Anche questa prova manca nel catechismo della Carboneria settentrionale.

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Al di sotto era preparato un comodo sedile pel B... C.,. destinato alla cerimonia. Giovava di più che costui fosse legato al Recip... 0 per vincoli di pagana amicizia, o di sangue, onde l'impressione del funebre apparecchio diventasse più viva ed efficace, e partorisse quell'effetto per cui era diretta la cerimonia.

Quest'apparecchio restava fino a che il Recip... confermava il suo giuramento; quindi sbendato avea modo di osservarlo, ma si facea accortamente sparire mentr'egli era intento a vestire gli abiti di cui era stato spogliato.

Prima d'essere sbendato, il Recipiendario veniva condotto in mezzo agli OO... Al suo fianco erano i due Assistenti e lo circondavano le otto guardie, coi pugnali imbranditi, in atto minaccioso. Allora il Gr... M... si rivolgeva a lui:

laquo;Che domandi tu da noi?

«La Luce!

Il G... M,.. batteva tre colpi d'accetta. Al terzo colpo, nel frastuono di tutti gli astanti, nell'illuminarsi repente della B... veniva sbendato. Si trovava circondato dagli Assistenti; le guardie impugnavano minacciose il pugnale contro di lui; mentre in fondo appariva il lugubre apparato della testa recisa.

Cessato il frastuono e lo sbalordimento, ad un colpo d'acc... tutto ritornava nel silenzio, e il G... M... continuava:

«Queste accette contro di te impugnate ti avvisano che in tutte le circostanze voleranno in tuo soccorso, se osserverai esattamente le leggi del nostro Ordine e dì questa Famiglia, sulle quali tu hai giurato solennemente.

Ma per l'opposto, divenendo spergiuro, e fellone, e defettando dagli obblighi diggia contratti, troverai in esse i vendicatori della Carb.. offesa, i tuoi persecutori».

Al quarto colpo battuto dal Q... M... le armi venivano abbassate e ciascuno ritornava al suo posto.

Invitato a ratificare il giuramento, il neofita era condotto nuovamente innanzi al Tronco,

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sul quale era un Cristo crocifisso. Inginocchiato, colle mani incrociate, pronunciava le sacramentali parole:

laquo;Ratifico e giuro».

Allora il G... M... levando colla mano destra l'Acc..., ed imponendogli l'Esc... (esciantillon = distintivo) sul capo lo consacrava col seguente R...

laquo;A.. G... D... G... M... D... U... - In nome e sotto gli auspizi del P... D... 0... D... BB... CC... CC... -Dell'Ai... Ass... G... regolarmente costituita nel Car... Centr.,. Fora... all'O... di... - Dell'Ai... V... Region... all'O... di... e per i poteri di cui son rivestito, io fo, nomino e consacro N. N. Apprendente Carb..., e membro attivo di questa R... Fam...».

Così dicendo vibrava sull'Esc... i tre misteriosi colpi delL'Acc... e continuava:

«Levatevi, mio B... C... e confratello. Questi sono i soavi titoli fra noi, e di cui tu egualmente da questo istante anderai ad essere superbo e glorioso».

Lo baciava abbracciandolo secondo il R..., e gli attaccava alla parte sinistra dell'abito, propriamente sai cuore, il distintivo del grado; gl'imponeva sul capo la corona di spine, e poscia procedeva alle istruzioni.

Dopo queste era il neofita condotto in mezzo agli 00... Da' due assistenti veniva, a1 rispettivi OO..., proclamato Membro attivo al grado di Apprendente. Si apportava un avvantaggio di R... alla sua consacrazione, mentre tutta la famiglia sorgeva in piedi e all'ordine.

Il Maestro di Cerimonie ringraziava in nome del novello iniziato e con lai contraccambiava l'avv...

Infine l'Oratore faceva un discorso d'occasione e spiegava il quadro simbolico esposto nella B... (1).

(1) Cfr. Appendice: Carboneria, Catechismo di 1° grado, e quadro simbolico della Carboneria.

- 157 -

6) Chiusura de' Travagli.

Compiute altre formalità di secondaria importanza bì passava alla chiusura de' SS... TT...

G. M. - Mio E,.. C... 1° Assist..., a che ora si chiudono ì nostri SS... TT...?

«1° Ass. - Mio B... C... G... M..., allorché il Sole non più illumina la nostra For...; allorché i grezzi carboni son tratti dall'Aia per essere rastrellati, e quindi dal B... C... Seg... espolirsi; allorché bastante materiale è preparato per mantenere acceso il nostro Forn... fino a che ritorniamo a nuova Carbonizzazione.

«G. M. - Mio B... C... 2° Ass..., che ora è battuta?

«2° Ass. - II Soie non più illumina la nostra For...; i carboni sonosi diggià rastrellati, e passati al B... C... Segr..., onde, purgati, li esponga a V... nel cofano dell'uso; e il materiale è alla bocca del Fora... misurato per tenerlo vivificato sino a' nuovi TT...

G. M. - Dappoiché tutto è cospirato al fine del nostro Istituto, ed al fine propostoci; - poiché tatto è apparecchiato per rinfrancarci dagli esauriti TT... conviene ora coronarli colla cerimonia del R... per quindi comunicare e dividere cogli altri BB... CC... i sentimenti e i piaceri che ne sono risaltati.

laquo;Prevenite perciò, miei cari collaboratori 1° e Ass..., i BB... CC. che onorano i nostri 00... di unirsi a me, per porgere con vero rispetto al P... del nostro 0... i più vivi ringraziamenti, perché nel corso della carbonizz... ci ha così felicemente assecondati; d'aver interceduto presso il G... M... D... U... per far l'accogliere, ed infine preghiamolo, onde non cessi di favorirci con tutti gli sforzi ad animarci in prosieguo, come operò nelle Foreste della Scozia».

Si ripetono le prevenzioni da' due Ass...

laquo;1° Ass. - Tutto è avvertito.

- 158 -

laquo;G. M. - All'ordine, miei BB... CC...».

Tutti sorgono all'impiedi colle mani all'ordine. H GL. M... dopo aver battuto i tre rituali colpi d'acc... fa la seguente invocazione:

«A... G... D... G... M... D... U..., e D... P... S... T..., sotto gli auspizi dell'Al... Ass... costituita regolarmente nel C... C... P... all'Or... di... questa R... P... sotto il T... (titolo) D... chiude i suoi SS... TT... A me per i SS... ed Avv...».

Eseguitili, il G... M... conchiudeva:

«Miei BB... CC..., dichiaro chiusi i SS... TT..., sciolta la nostra patriottica adunanza, ed animato da sacro fervore, ciascuno giuri segretezza».

Tutti, elevando la mano diritta all'altezza del viso, ed abbassandola con violenza colla palma rivolta al suolo, ripetevano a coro:

Si, giuriamo!»

CAPITOLO II (1)

Il secondo grado carbonarico e la passione di

N. S. Gesù Cristo.

Dal precedente Travaglio di ricezione si conoscono, senza grandi sforzi, gli scopi generali della Carboneria, più chiaramente riassunti ne' seguenti precetti di Morale disciplinare de' BB... CC... CC...

1)

Venerare con nobile culto il sommo Iddio.

2)

Coltivare con zelo la Religione, e le sue leggi.

3)

Inestinguibile amor di patria.

4)

Sincerità cogli amici. Perfidia il simulare.

5)

Riconoscenza verso i benefattori.

6)

Educar l'uomo coll'esercizio della Virtù.

7)

Nel prometter fedele.

8)

Carità di cuore. - Temperanza. - Silenzio e moderazione.

9)

Conculcare le passioni disordinate. Tenersi lontano dalla corruzione.

10)

Non maldicente o mendace.

11)

Covrire i difetti degli uomini, per quanto è possibile.

12)

La pace, l'armonia, la concordia, e l'unione fra BB... CC... particolarmente.

13) Adempimento de' doveri a' BB... CC... che sono ne' bisogni. Saperli prevenire.

(1) Cfr. Appendice: Carboneria, Ricezione di 2° grado.

- 160 -

14)

Affezione ardente per tutti gli uomini.

15)

Non offendere neanche con la mente la Religione del Governo Carbonarico. - Fedeltà ed attaccamento allo stesso.

16)

In una parola: Retta osservanza delle tre leggi di natura.

Nel passaggio dal grado d'Apprendista a quello di Maestro (mancando nella Carboneria il grado intermedio di Compagno) si rilevano, come già fu osservato, le differenze di origine tra la Massoneria e la Carboneria. Il passaggio al 2° grado carbonarico ritrae la passione di Gesù Cristo, G... M... D... U...

L'addobbo della B... era quello d'una Corte di Giustizia. Il novizio era il malfattore Cristo, del quale si chiedeva dal popolo la condanna a morte. La Corte era formata nel modo seguente. Il G... M..., in questo grado, rappresentava Pilato; il 1° Ass... era Caifas, mentre il 2° faceva da Erode. L'Oratore fungeva da Avvocato officioso, e il Segretario da Cancelliere. Capo di Guardia era l'Esperto, e padrino il Maestro di Cerimonie. Tutti gli altri Maestri Carbonari rappresentavano il popolo de' Giudei.

Oltre queste particolarità di cerimoniale, il passaggio al 2° grado rappresenta sempre più l'incarnazione de' principii già conosciuti nel 1° grado. Il tipo di Cristo era per i Carbonari ciò che Hiram è per i Massoni. Il Catechismo svolge nel suo convenzionalismo il concetto della carbonizzazione, cioè della formazione dell'uomo secondo i principii di natura, e riesce oscuro ed inesplicabile per noi in tutto ciò che si riferisce alla Vendetta di Cristo, che vuoi dire il trionfo di quei principii.

-

Siete voi Maestro?

-

Signorsi. L'Ordine come tale mi riconosce.

-

Perché ne ambiste la dignità?

- Per aver modo d'istruirmi da qual legno si trasse ilprimo carbone.

-

Ne foste appagato?

- 161 -

- Molto bene. Dal legno di ulivo (- fortezza, costanza).

- Per ottenersi di buone qualità, quali mezzi furono praticati?

- Tagliate le legna ad Esciantillon, e macerate, furono ricoperte col primo strato di 0... e F... [ortica e felce] e poi di terra: infine a cura di sette travagliatori, furono perfettamente carbonizzato.

- Chi ne fu. l'Autore?

- Pilato.

- Quali sono le basi della vostra dignità?

- La Pass... e Mor... de] N... B... C... G... C... M...D... U...

- Che cosa denotano?

- La contemplazione di doversi passare dalla vita alla morte. La virtù esemplare da professarsi: e il premio dopo esser trapassati (1).

- Qual è in conseguenza l'abituro de' BB... CC... trapassati?

- Il Ciclo, sede di gloria de' Virtuosi (= il fornello carbonarico, ov'è il tronco simboleggi ante anche il Cielo).

- Dove siete stato rigenerato?

- Presso l'adunanza di uomini liberi, virtuosi ed amanti del giusto e dell'onesto,

- A quali esperimenti veniste esposto?

- Bendato fui condotto dal Govern... Pi)...; ma prevenuto dì gravi misfatti, venni inviato a Caif... dal quale fui spedito ad Erode, per essere giudicato. Avverso di me mite punizione fu profferita. Il popolo però insistendo su i suoi diritti ostinatamente provocò la mia flagellazione. Si eseguì. Bevvi il Calice delle amarezze. Quindi ad istanza dello stesso popolo mi fu decrÉtata la morte sulla Croce,

(1) La molte sta qui nel significato di vita; la morta dallo schiavo è la vita dell'uomo libero; dalla schiavitù devesi passare alla libertà.

- 162 -

e con questa sulle spalle fui scortato da gente armata sino al Calvario per subirla. Quivi fu chiesta per me la grazi e venni assoluto.

-

A quali obblighi indi foste sottoposto?

-

A prestare il giuramento del grado, da Carbonaro d'onore. Sbendato lo diedi sinceramente.

-

Quali simboli vi offrirono quei travagli?

- Mi furono imboccati dall'Or... Ne offro a voi la spiegazione con brevità. Che la nostra vita è circoscritta da pericoli che i nemici ci macchinano. Che ciò non ostante bisogna serbare costante la virtù, a fronte delle stesse oppressioni, con osservare gelosamente il dettame delle Leggi di Natura.


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- Vi ricordate del giuramento?

-

Sissignore.

- Profferitelo! (Lo profferisce).

-

Vi pentite forse d'averlo dato?

-

Mai no. Saprò farne uso, poiché contiene le Leggi di Natura, e le massime virtuose che il nostro G... M... ci ha trasmesse.

-

Dite il nome del luogo ove foste rigenerato?

- C... (camera) di 0... (onore), sublime Collegio.

-

Quanti, e quali BB... CC... la compongono?

-

Sette MM...

-

Chi sono questi?

-

Un Presid..., due Cons..., un Maestro di Cer...7 un Esp..., un Orat..., un Segret... -

Ciò che segue, più che convenzionalismo simbolico, è vero gergo settario, del quale sfugge a noi il significato.

-

Come s'indicano da noi le tre divine persone?

-

Con tre dita elevate.

- 163 -

- Qual è il simbolo dell'indice obliquamente presentato?

- Il colpo di lancia vibrato al nostro G... M... D... U...

- Orizzontalmente?

- La punta del giorno, ed i fuochi de' BB... CC.

- Che simboleggiano ì fuochi?

- Il nostro Gr... M... ed i 12 Apost.., nostri BB... CC...

- Quali sono i misteri del Sole, Luna e Stelle?

- Del Padre, Madre e figli della Luce de' BB... CC...

- Quali del Candeliere, Candela e Stoppino?

- Le indicate tre divine persone, P... F... e S... S...Che indicano quattro dita elevate?

- I quattro Evangelisti, i quattro Elementi, e le quattro parti del Mondo.

- Che le quattro dita elevate, col pollice piegato sulla mano?

- La lanterna di Giuda per arrestare il G, M... D... U...

- Chi la sosteneva?

- Marco, a! quale dal B... C... Pietro fu troncata l'orecchio.

- Qual è il mistero delle prime due dita col pollice poggiato sul «appello?

- Il tempo in cui stette il nostro G... M... nel sepolcro.

- Che denota la mano dritta chiusa in pugno?

- L'unione de' BB... CC...

- Che il cappello rivoltato?

- H vuoto del Terreno ove fu fissata la Croce.

- Che, posto in piano?

- Il Santo Sepolcro.

- Che, la sommità del Capp...?

- L'ingresso nella Foresta.- Che, le Falde?

- Le pietre, sostegno del Santo Sepolcro.

- Che, il Forn... scoverto dello strato dell'O... e F.,.?

- Il Monte Calvario.

- Che, ricoperto dt terra sul detto strato?

- La veste inconsuntibile (?) del N... G.. M...

- 164 -

-

Che, sparso di foglie?

-

Il tutto della B... V...

-

Di fiori?

-

Il Giardino degli Ulivi.

-

Che, il Fora... aperto per metà?

-

Il velo del Tempio, squarciato dal movimento dol_ la Terra, allorché fu messo a morte il nostro G... M...

-

Quale dev'essere l'altezza d'un Fora... ben

-

Quella di 15 piedi, al pari della Croce,

-

E la latitudine?

-

La metà.

-

Quale la lunghezza dell'asta della pala?

-

Quella della statura del nostro G... M..., cioè sei

-

Che indica la destra sulla spalla sinistra?

-

Lo schiaffo ricevuto dal G... M...

-

Che, un sol dito, sovrapposto all'occhio dritto?

-

Il pianto del buon ladrone Disma.

-

Che il corpo chinato a terra?

-

Il G... M... D... U... sotto il carico della Croce.

-

Qual è l'oggetto più lungo e necessario in B...?

-

La pertica del Fora... che offre più simboli. . '

-

Che, le foglie degli alberi del Fora... agitate dal vento?

-

Le battiture date al G... M... colla flagellazione.

-

Che il Tronco provato colla pietra di paragone?

-

La Colonna, cui fu legato il B... C... G... M... per essere flagellato.

-

Che, la pietra di paragone?

-

Il Cristo.

- Che, l'esciantillon attaccato a' nastri?

-

La Cr... La pertica del Fora...

- Che, l'Oratore sulla sua Car...? (Carretta = sedia).

-

Il G... M... D... U... quando predicava.

-

Che, la lavanda delle mani?

-

Che in B... non devesi parlare di oggetti pagani.

-

- 165 -

-

Che si fa girare per gli 00... in B...?

- Quali sono gli oggetti di un B... C... C...?

- L'Acc..., la Pala, la Ronca, il Rastrello, il Cofano e il Carrettino.

-

Qual è in B... il primo Mater...?

-

Il Carbone.

-

Che simboleggia il Carbone?

-

Il B... C... C...

-

Questi ove suoi riposare?

-

Sul materiale da lui stesso carbonizzato.

-

Che si deve ad un B... C...?

- I soccorsi d'ogni natura.

-

Visitandosi un B... C... assente, per informarlo, qual mezzo si adopera?

- Si pianta sul terreno, innanzi all'ingresso dell'abitazione,un pezzo di legno, tagliato ad Esc... elevato all'insù. -

Il catechismo continua ancora meglio rischiarando il suo convenzionalismo simbolico.

Siete contento d'esser divenuto B... C... C...?

Lo possono attestare i BB... CC... MM..., miei com

- Come siete giunto a questa dignità?

Pel zelo, attaccamento, ed importanti servizi resi alla

- C...

Per qual fine avete aspirato a questo grado?

Per istruirmi ne' sublimi TT..., conoscere più da vi

i miei doveri, ed essere maggiormente socievole.

Ch'età avete?

Dalla mia rigenerazione (se ne indica l'epoca).

Di che dignità siete fregiato?

Di Maestro. Quanti gradi sono accettati e riconosciuti dal nostro O...?

-

166 -

-

Due, Apprendista e Maestro.

-

Qual è la gloria più soave d'un B... C... C...?

-

Di poter soccorrere i suoi BB... CC... nelle circostanze di bisogno.

-

Mettetevi all'ordine, in B...?

- (Situerà le mani in croce sul pube). Eccomi.

-

Qual è il simbolo di queste posizioni?

-

La rassegnazione ad ogni traversia. La condizione abbracciata dal B... C... Ciò denota ch'egli è piuttosto contento d'essere tagliato in pezzi, che rivelare i misteri dell'O...; rammenta infine la santità de' giuramenti resi.

-

Di che segnale fate uso per indicare la B...?

-

Di tre grossi chiodi cadenti sulla superficie d'un romboide.

-

Da qual epoca la B... C... ha conseguito il suo lustro,protezione, privilegi?

-

Dal regime di Francesco I, re di Francia.

-

Per visitare una B... straniera di che qualità si abbisogna?

-

D'una perfetta istruzione e d'una sicura disciplina.

- Conoscete la P... (parola) S... (sacra) del vostro grado?

- Assai bene. 0... (onore), V... (virtù), P... (probità),

-

Qual è il motto mensile dell'Ord...?

- 0... (ortica) e F... (felce).

-

E questo l'attuale?

- Nossignore, (tìi ripete la mensile comunicata dall'A...V... R...). E cangiata in ciascun mese e conosco benanche la semestrale che oggi sta in luogo della P... S... (Si ripete).

Che dimostra la parte anteriore del Tr...?

-

Un pubblico rito, l'O... C... ove si espongono a vendita i Carboni ritratti dal Travaglio, allusivo alla Foresta ove si congregano i BB... CC... per penetrare in B...

-

Qual è lo scopo della nostra Società?

-

Di far conoscere all'uomo la virtù, la libertà, e la indipendenza, soggiogategli da mano dispotica,. onde renderlo socievole.

- 167 -

- Siete dunque pronto di divenir tale, a costo di qualsivoglia sacrifizio?

- Lo promisi con irrevocabile giuramento, ne anelo i momenti e le occasioni per dar prova di mia costanza; e finalmente mi fo gloria d'essere un B... C... M..., cioè Libero Cittadino, onde combatter sempre per la Buona Causa.

conteneva le leggi di natura e le massime virtuose trasmesse dal Gr... M,., Gesù Cristo, non avea invece nessuna importanza.

" Io NN... giuro e prometto su questo Crocifisso G,., M... D... U..., sulla mia parola d'onore, e su questo ferro punitore degli spergiuri di guardare scrupolosamente i sublimi segreti della R... C... - Di non appalesare mai i segreti d'apprendista a' pagani, ne quelli di M... agli Aspiranti M...; come ancora di non iniziare alcuno, né di fondare alcuna V... senza permesso delle Gerarchie Carb... che ne hanno la facoltà, oppure in un numero giusto e perfetto. Di non scrivere, né incidere i segreti suddetti: di soccorrere tutti i miei BB... CC...; di non attentare all'onore delle loro famiglie. Ed ove diventassi spergiuro, acconsento e desidero che il mio corpo venga fatto in pezzi, indi bruciato, e il cenere che ne risulta, sparso al vanto, acciò il mio nome sia in esecrazione a tutti i BB... CC... sparai su' due Emisferi. Cosi Iddio mi sia d'aiuto».

Di maggiore importanza, invece, erano le dilucidazioni che il G... M.. dava all'aspirante nel Travaglio d'aumento di salario

«Fra i doveri da Voi contratti colla dignità del grado, il più importante è l'osservanza esatta delle leggi sanzionate dal nostro Ordine, basate sulle virtù, e sulla religione, che ne formano il propugnacolo...

- 168 -

- 169 -

«Le decisioni dunque pronunziate dalle Gerarchie che ci reggono, non essendo che l'emanazione di quelle, è nostro assoluto interesse di procurarne l'esecuzione a costo del proprio sangue, e per vendicarci quella libertà, quella indipendenza soggiogateci dal dispotismo.

» Poiché questo è lo scopo maggiore delle nostre patriottiche adunanze, nettamente si deduce, che mal da noi vien tollerato il dispotico potere, e gli esecrandi vizi che lo rendono detestabile, e nostro nemico, che noi combattere dobbiamo...

«Sotto il tirannico giogo, gotto l'abbominevole dispotismo vien perseguitato l'uomo onesto, l'uomo libero, il virtuoso più che il reo, il malvagio!

«Perciò a nostra cura per esperimeritare la vostra fortezza, vi siete stato esposto. Il simbolo ne sono stati i varii viaggi da Pilato a Caifas, e da questo ad Erode, i quali vi han provato gli effetti della forza dell'orribile tirannia e gl'insulti che sogliono inferirsi all'uomo virtuoso...

(1) Per intelligenza del lettore diamo qui la trascrizione del

DIPLOMA CARBONARICO DI MAESTRO.

A(lla) G(lorìa) D(el) G(ran) M(aestro) D(ell)'U(niverso) E D(i) S(an)T(eobaldo) nostro P(atrono) in nome e sotto gli A(uspicii) dell'A(lta) V(endita) di

A tutte le RR(ispettabili) VV(endite) di BB(uoni) CC(arbonari) sparsi sulla superficie dalla Terra S... S... S...

Noi G(ran) M(aestro) ed Uffiziali dignitari della R(ispettabile) V(endita) sotto il T(itolo) distintivo i Conservatori della Libertà all'O(rdone) di Maida certifichiamo ed attestiamo che il B(uon) C(ugino) C(arbonaro) Francesco Partitario Fondre nativo di S. Pietro di professione appartiene al grado di M(aestro) ed è il figlio della med. V(endita) cui è a noi caro per la sua ottima condotta morale ed assiduità ai T(ravagli). Invitiamo tutte le RR.. VV... a riconoscere nel sud° grado,.: e prestargli tutti quei soccorsi ed ajuti che potranno in caso di bisogno necssitargli, siccome in simile riscontro avremo il bene di fare per gli figli di esse. In fede di che gli abbiamo rilasciato il presente D(iploma) da valere dopo il confronto della sua sottoscrizione. Vi salutiamo di Rito oggi li 16 del mese XI dall'anno della risplendente luce 1820.

- 170 -

«Fermezza, costanza, unione ed amor di patria riscalderanno sempre i nostri cuori; animati da questi principii, non tarderemo molto di pervenire alla meta verso la quale ardentemente ci spingiamo...».

Come evidentemente apparisce da' dee primi gradi, e come abbiamo già detto, lo scopo principale della Carboneria era quello di costituire delle patriottiche associazioni contro la tirannide. Ne altro scopo più determinato si rileva finora. L'idea della patria era certamente compresa nell'idea della libertà; ma essa meglio s'intravvede negli alti gradi, anzi la redenzione d'Italia, come sembra, ne costituiva lo scopo principale (1).

(1) A proposito della Carboneria fuori del Napoletano, e delle forme diverse che essa assunse, cfr. in seguito la parte II, libro II: La Cospirazione italiana contro l'Austria.

CAPITOLO III.

Confronto tra gli alti gradi massonici

e quelli carbonarici.

I gradi carbonarici non si limitavano a due, come nello«tesso catechismo di maestro è ricordato; né erano tre,aggiungendone un altro assolutamente immaginario, cioè il pitagorico; o considerando come terzo grado il titolo di Gran Maestro, che assumeva il presidente o capo d'una Vendita.

Il De Castro (ibid. VII, 168 e 182), ricorda i gradi superiori di Grand'Eletto, e di Grand'Eletto Gran Maestro,che non risultano esistenti nella Carboneria, mentre più

Probabilmente vanno riferiti a qualcuno degli alti gradi massonici, malamente conosciuti nel mondo profano.

A simiglianza della Massoneria, anche la Carboneria aveva i suoi gradi superiori, e il significato d'essi è una derivazione, a quanto è dato a noi di rilevare, del simbolismo massonico sotto una forma concreta, ch'è la libertà della Patria.

Anche in questo l'organizzazione carbonarica è meglio terminata e più compatta, come più determinato e più concreto è lo scopo della Carboneria.

La Massoneria ammette due Riti principali (1):

(1) Non è qui possibile dilungarci sulla creazione degli alti gradi e sulle innovazioni apportate alla primitiva massoneria, oggetto di speculazione e d'impostura. Ad eliminare i vizi di cui erano

- 172 -

lo Scozzese, ossia l'antico, come erratamente si dice, e il Francese, o moderno, o riformato come meglio si dovrebbe dire.

Ciascuno de' due Riti riconosce diversi gradi nella carriera, per la quale si giunge allo sviluppo de' misteri dell'Istituto.

Nel Rito Scozzese i gradi sono trentatrè, e si dividono in nove classi principali; ma effettivamente erano e tuttavia continuano ad essere nove, cioè: I. Apprendista; II. Compagno; III. Maestro; IV. Maestro Segreto; IX. Maestro Eletto de Nove; XVIII. Sovrano Principe Rosa Croce;

secondi, e non potendo distruggere gli alti gradi, a coordinarli tra loro e a conciliarli con la dottrina massonica, parecchie riforme furono tentate, tra le quali due ebbero seguito e si conservano sotto il nome di Rito Francese o moderno, e di Rito Scozzese antico ed accettato.

Scopo del primo non fu di annientare interamente gli alti gradi, ma di ridurli ad un piccolo numero. Ciò fu praticato dal grande Oriente di Francia nel 1786. Oltre i primi tre gradi, furono ammessi quattro gradi superiori: l'eletto, lo scozzese, il cavaliere d'oriente e il Rosa Croce; modificazioni del rito di Heredom o di perfezione, che contava 25 gradi d'istruzione.

Il Rito Scozzese antico ed accettato, che niente ha che fare colla Scozia, fu innovazione massonica de' primi anni del sec. XIX. Lo importò, verso il 1803, dall'America in Francia, il conte Grasse, figlio dell'ammiraglio di questo nome, e se ne spacciava il capo supremo. Questo rito comprendeva quasi tutti i gradi del rito di perfezione, e qualche grado tolto ad imprestito da altri riti, o d novelle creazioni. Attribuiva tale riforma al re di Prussia, Federico il Grande, che l'avea istituita nel 1786 e ne avea di redatto il regolamento in 18 articoli, detto le grandi costituzioni ed avea in Prussia fondato un Supremo Consiglio del 33° grado. Ciò che per nulla rispondeva a verità. Di vero c'era questo, che nel 1801, cinque ebrei, per fini puramente mercantili, l'aveano fondato in Charlestown, arrogandosi ciascuno le funzioni di gran commendatore, luogotenente gran commendatore, tesoriere, segretario, ecc, onde tenevano tutta l'amministrazione nelle loro mani. Con circolare del 4 dicembre 1802 il Supremo Consiglio di Charlestown fece conoscere tanto la sua fondazione, quanto i nomi gradi, senza però nulla dire della provenienza d'esso.


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- 173 -

XXX. Grand'Eletto Cavalier Kadosch; XXXI. Grande Ispettore, inquisitore, commendatore; XXXII. Sovrano Principe del Real Segreto; XXXIII. Sovrano Grand'Ispettore Generale. Essi, dal IV grado in poi, costituiscono degli organismi distinti, che sono: il Capitolo de Maestri Secreti, il Capitolo de Cavalieri Eletti de IX, il Capitolo de' Rosa Croce, il Consiglio de Cavalieri Kadosch, il Sovrano tribunale del XXXI Grado, e il Concistoro de Principi del Segreto, tutti però sottoposti all'alta giurisdizione del Supremo Consiglio de' 33.'. (1).

Nel Rito Francese i gradi invece sono sette, così distribuiti: Gradi turchini: I. Apprendista; II Compagno; III. Maestro. Alti gradi: IV. Eletto; V. Scozzese; VI. Cavaliere d'Oriente; VII. Rosa Croce.

In ogni nazione avente un governo ed una lingua propria esiste un Grande Oriente, che altra volta diceasi Loggia Generale o Loggia Madre.

Riferendoci a' tempi di cui discorriamo, il Grande Oriente Scozzese si esercitava sotto gli auspicii di un Gran commendatore a vita, che poteva aggiungere a questo titolo anche l'altro di Gran Maestro, quando, come soleva venire, sotto gli auspici del Grande Oriente Scozzese tramavano anche logge di rito francese.

Sette logge simboliche scozzezi, o più, potevano, nel capoluogo della loro provincia, costituire una Madre Loggia Provinciale, che avea gli stessi intenti, come si vedrà, dell'Alta Vendita Provinciale, nell'organizzazione carbonarica.

S'inganna chi nella serie degli alti gradi massonici vuoi riscontrare una organizzazione gerarchica; mentre essi rappresentano i termini progressivi nella ricerca e rivelazione della verità. Sotto tale aspetto essi hanno un valore storico e morale di grande importanza;

(1) Per gli alti gradi prima della riforma massonica ne due riti, scozzese e francese, cfr. 1 Parte, Cap. iv.

- 174 -

perché non solo rappresentano la verità plasmata nel simbolo, morale, religioso, politico; ma ritraendo le fasi della lotta sostenuta dal genere umano nella conquista de' propri diritti, ritraggono pure la storia convenzionale della Massoneria.

Noi ci sforzeremo d'indagare e d'interpretare tale simbolismo riguardandolo nella sua finalità morale e politica.

1). Il significato degli alti gradi massonici.

La Massoneria deriva la sua dottrina da una premessa etica, e, cioè, che la verità fu creata coll'uomo stesso, anzi la verità è la legge morale che deve governarlo e dirigerlo; perciò la Massoneria è la ricerca e il culto della Verità.

A tale proposito, la Massoneria ha fatto suo il Calendario ebraico, e così, risalendo alla creazione dell'uomo, fa della verità una emanazione dello stesso Creatore. Ma se la Verità è il gran fine cui l'uomo deve tendere, l'uomo stesso ha in sé la disposizione e la potenza di poterlo raggiungere. Ed è la virtù che, rendendo l'uomo consapevole de' propri doveri e de' propri diritti, ne fa un essere armonizzante cogli altri esseri. Verità e virtù, l'una fuori di noi, l'altra in noi, sono dunque i due termini etici della scienza della vita.

D'altra parte, l'ignoranza, la superstizione, le passioni, sono come le parassitane dell'animo umano. Esse rendono l'uomo schiavo d'ogni tirannide morale e materiale; ne paralizzano l'esercizio della virtù, e lo rattengono in un ambiente di pregiudizi e di menzogne convenzionali. Ma l'ignoranza, la superstizione, le passioni non possono distruggere il sentimento innato della virtù; ed anche' l'uomo rozzo, ignorante, superstizioso, innanzi allo spettacolo straziante de' dolori umani, sente in sé un prepotente e inconsapevole bisogno di risentimento contro la forza ignorata che lo domina.

E il dubbio, allora, come uno sprazzo di luce, gli si fa

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strada nella mente. Egli sente in sé una forza che ignorava di possedere; una forza che squarciando il velo misterioso che Io avvolgeva e lo isolava, lo spinge alla contemplazione e allo studio dell'universo. Il dubbio è il primo Passo della sua rigenerazione.

Ne' primi tre gradi massonici è contenuta tale rigeneratone; la costruzione del Tempio ne è il simbolo. Ma Hiram, l'artefice d'esso, è assassinato, e con lui è interrotta la costruzione ed è perduta la parola della Verità. A. questa, nel dominio del mondo, si sostituiscono l'invidia, la cupidigia, l'ipocrisia, - la menzogna, l'ignoranza, la superstizione, - i tre assassini allegorici d'Hiram.

In tal modo il simbolismo massonico, come la costruzione del Tempio, rimane interrotta e trionfa il vizio. Ma il vizio deve sempre trionfare?

Il Salti finiva il suo poemetto lasciando intravvedere ciò che deve essere ed è.

«Tempo or saria d'espor, qual fato i rei

seguisse: ma ragion sacra mel vieta.

E se non mel vietasse, io pur dovrei

parte tentar più inospita e secreta.

Ma non s'ergono a tanto i vanni miei

da sormontar la perigliosa meta.

Troppo osai forse».

Il simbolismo massonico non s'interrompe 5 ma invece materiandosi nella vita reale, porta il contrasto in un altro campo di fatti, e la lotta assume un carattere diverso.

Sette maestri sono da Salomone istituiti a rimpiazzare Hiram nella direzione del Tempio, hi modo che il vicendevole aiuto li renda atti a scovrire il segreto del grande Artefice e a vendicarne la morte.

Tralasciando tutta l'intricata serie de' gradi, se ne può riassumere il significato essenziale: bisogna non solo ricercare la parola della Verità perduta con la morte d'Hiram; ma, per giungere alla Verità, bisogna pure eliminare il vizio.

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Per eliminare il vizio bisogna vendicare Hiram; per vendicare Hiram bisogna usare gli stessi mezzi che valsero ad assassinarlo.

Perciò il Massone diventa il cavaliere vendicatore di Hiram. La sua divisa è vincere o morire; il suo vestito è nero; i simboli della sua missione sono simboli di morte, una testa di morto, un osso di morto, e un pugnale. Il mondo non ha più per lui sorrisi; tutto gli parla di morte di vendetta. 0 la vendetta o la morte! La Loggia non è più lo specchio dell'uni verso ne' barbagli della luce, nell'armonia di tutte le cose, inneggianti al Grande Architetto della Verità. È la tomba immersa nelle tenebre, ove si matura la vendetta, ove una voce, colla monotona incessante cadenza dell'ora che passa, ripete il tetro ammonimento della Vendetta.

Ma, d'un tratto, quella tomba si spalanca alla luce ed introdotto un uomo cogli occhi bendati, colle mani insanguinate. Chi è egli mai? Testé è stato sorpreso titubane cogli sguardi smarriti, come perseguitato dall'infamia.

Egli è certamente l'assassino d'Hiram; egli deve subire la pena che tocca agli assassini, e solenne vendetta sarà fatta.

- Fratelli, fratelli, - ripete con monotona incessante cadenza la voce misteriosa, - vendetta, vendetta!

Già un fratello, col pugnale sguainato, col sorriso e collo sguardo più lividi del pugnale, s'appresta a spezzare il cuore dell'assassino. Altri fratelli, altri pugnali son tutti son pronti alla vendetta, e vendetta sarà fatta.

Ma ecco, si scovre che quell'uomo non è d'Hiram; manca a lui il marchio dell'infamia; la sua voce non è quella d'un assassino. Anch'egli va in cerca della vendetta; anch'egli non vive che per questa, e il sangue delle sue mani è il sangue d'Hiram che deve incitarlo alla vendetta. Anch'egli conosce che il cuore sanguinante del Gran Maestro si conserva in un'urna nascosta nel sarcofago all'ovest del Tempio, ed inesplicabile a tutti.

E così egli è accettato nel sacro numero de' vendicatori anzi, egli è l'eletto a vendicare la morte d'Hiram.

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E' condotto presso una caverna oscura, ove sì nasconde l'assassino. Egli vi penetra. Con un pugnale nella destra, con una lucerna nella sinistra, egli s'avanza incitato dalla voce de' fratelli che ripetono: Vendetta, vendetta!...

Egli s'avanza augura; si scorge un'ombra nel fondo della caverna; è l'assassino. - Salvati, uccidi, vendica il nostro maestro Hiram, - gli si grida dal di fuori. Egli s'avanza ancora; la lampada vacilla; egli tentenna; la lampada si spegne... - Uccidi, uccidi, - ripetono i fratelli. Ed egli... colpisce, colpisce ed uccide...

Tremante, le occhiaie infossate, cadaverico, ritorna nel Tempio col pugnale sanguinante e con una mozza testa in mano.

- Vile, che hai fatto? - grida sdegnata una gran voce. - Vile!

E veramente egli è un vile; anch'egli è un assassino a paro dell'assassino d'Hiram. Vile! Quell'uccisione ha forse vendicato la morte d'Hiram? Ha forse redenta l'umanità? Quel sangue che ispira orrore, sia pure versato a buon fine è forse sufficiente al trionfo della verità? No; la verità non s'abbevera dì sangue; né il vendicatore d'Hiram è il vile sicario della prepotenza e del delitto, né è il boia sostenitore della tirannide, né è il guerriero uccisore de' suoi simili. La verità rifugge dal sangue, e la vendetta d'Hiram non dev'essere il delitto; anzi il massone deve condannare tutto ch'è causa di sangue. La migliore vendetta è il trionfo della verità, e la ricerca d'essa costituisce per il massone una scuola ed una missione.

In tal modo egli apprende la storia della Verità. Questa nacque coll'uomo; ma fu perduta col primo errore dell'uomo. Fu riacquistata da Noè; animò la vita dei patriarchi; ma ancora una volta fu perduta dal popolo eletto, Giuseppe, il buon Giuseppe, e cacciato da' suoi fratelli, la rivelò a' sacerdoti Egiziani e fece la grandezza dell'Egitto. Da quei sacerdoti l'apprese Mosè; ma questi, designato a propagarla, la soffocò nella tirannide, e alla verità sostituì la ,

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all'eguaglianza il privilegio, e fece legge del mondo l'arbitrio d'una casta. E così la storia della menzogna divenne la storia del genere umano, finché Salomone ed Hiram non rintracciarono la parola della Verità che diresse la costruzione del Tempio. Ma coll'assassinio d'Hiram nuovamente la parola andò perduta; la costruzione del Tempio rimase interrotta e il mondo ricadde in balia del vizio.

In questo punto il simbolismo massonico passa dalla storia antica alla storia moderna collegando la leggenda giudaica con quella de' Templari, e mettendo a paro d'Hiram Ugo de' Pagani e Jacopo Molay, l'uno fondatore e l'altro ultimo Gran Maestro dell'Ordine de' Templari.

I Templari impresero la ricerca della verità, ed alla fine essi ritrovarono la parola perduta. Costruendosi per opera loro un tempio a Gerusalemme, furono negli scavi" rinvenute tre pietre, sull'ultima delle quali era incisa una parola misteriosa. Quella parola età Jehovah; quella parola era la chiave della verità. Ma da chi era stato assassinato Hiram? Bisognava rintracciare l'assassino, e l'assassino, colla scorta luminosa della Verità fu rintracciato.

Fu un giorno di tutto e di cordoglio universale quello nel quale fu compiuto l'orrendo misfatto. La Loggia ritrae nelle nere gramaglie quel tutto; i fratelli colla testa appoggiata sulla palma della mano destra sono immersi in profondo dolore.

-

Scuotetevi, scuotetevi, - grida il Saggissimo. - Che ora è?

-

E l'ora terribile del misfatto; è Torà terribile nella quale il gran Delta oscurossi; è Torà terribile nella quale il velo del Tempio si squarciò, e la terra tremò tutta, e il dolore si riversò immensurabile sovra essa; è Torà terribile nella quale i maestri dovettero interrompere il lavoro,perché i loro strumenti si ruppero, e la pietra cubica spezzossi e la parola della Verità si smarrì.

-

Chi mai fu, l'infame, chi mai fu l'infame assassino?

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- Egli fu un uomo eletto, che a paro di Mosè si fece il tiranno della Verità, e d'essa proclamandosi il figlio, alla verità sostituì la menzogna, all'eguaglianza il privilegio e fece legge del mondo l'arbitrio d'una casta.

I Templari, scoverta la parola misteriosa, ne fecero un culto e la propagarono pel mondo, scacciando gli scribi e farisei. Ma gli scribi ed i farisei ricorsero per aiuto a Filippo il Bello.

Divenne Filippo il Bello l'acerrimo nemico de' Templari; la verità da questi predicata non distruggeva soltanto la tirannide religiosa, ma pure la tirannide politica connaturata nella prima. L'Ordine fu disperso; Jacopo fu condannato a morte; e mori da santo, martire della Verità. Trionfava come prima e peggio di prima il vizio; l'umanità tornava soggetta alla tirannide religiosa e politica; ma la parola della Verità non fu dispersa.

Essa fu rivelata dall'ultimo Templare a' Massoni; essa fu conservata ne' segreti convegni de' suoi sacerdoti; perché i Massoni fecero della Verità un sacerdozio, per il quale l'uomo si rigenera. Anch'essi i Massoni divennero i cavalieri della vendetta per vendicare Jacopo Molay, il vendicatore d'Hiram, contro i tre abominevoli assassini, Filippo Bello, Clemente V e Noffodei.

Vendetta, vendetta! suona il creato e il Massone si accinge alla vendetta. Sono abissi da superare, scale e balze salire; sacrifizii, torture, oblio di sé stesso. È il regno tirannide ch'egli deve attraversare nelle tenebre, tra cardi, tra macigni, tra immense difficoltà. Egli sale, discende, risale, ridiscende, precipita, si solleva, angosciato, stanco; mentre una fiaccola invisibile lo precede lo guida nel regno del terrore, tra patiboli e carceri, tra grida soffocate e strazianti de' martiri, de' deboli, degli mentre una voce ignorata gli grida: Avanti, avanti!

E quando d'un tratto la luce rimbalza scacciando le egli si sente rigenerato...

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- Ho vinto, - egli esclama, - ho vinto!

La luce ha vinto le tenebre; la verità ha vinto la menzogna. L'uomo si sente rigenerato, ed innalzato al Creatore; si sente sacerdote della verità, principe di se stesso. Innanzi a lui giacciono infranti i vecchi simulacri della superstizione e del privilegio; innanzi a lui s'erge il gran Tempio dell'Universo, ove il dovere è religione che fa di tutti gli uomini una gran famiglia di liberi, di eguali, di fratelli. Al suo occhio il Cielo e la terra non nascondono più misteri, e il suo sguardo si volge dal Cielo alla terra, e ne comprende le grandi finalità. I simboli della sua potenza, sono la spada fiammeggiante e la Bibbia, cioè scienza e verità, dovere e diritto, immedesimati in un fine: la gloria, del Grande Architetto, cioè la legge morale.

2). IL SIGNIFICATO DEGLI ALTI GRADI CARBONARICI.

Mentre il carattere del simbolismo massonico è speculativo ed evolutivo, quello, invece, carbonarico, è pratico e rivoluzionario.

E il trionfo de' principii proclamati dalla Massoneria attuati ne' limiti della patria; perché la Carboneria è gran famiglia composta d'innumeri famiglie. La patria è una di queste famiglie. Perciò se la Massoneria è una scuola, un culto, la Carboneria invece è un'associazione. A differenza de' gradi massonici, quelli carbonarici costituiscono una gerarchia accentratrice, che, raccogliendo in poche mani tutte le file dell'associazione, ne dirige la forza- operatrice a seconda le circostanze, i bisogni de' luoghi.

La Carboneria in certo modo rispecchiò nella sua organizzazione quel sistema d'accentramento che per mezzo delle liste di notabilità, senza dubbio, fu uno de' coefficienti della potenza napoleonica.

I gradi perciò della Carboneria non rappresentano rivelazioni della verità. La buona causa per cui fu fondata la Carboneria si rivela fin da' primi gradi: è il principio

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della libertà trasportato dal campo delle idee in quello fatti.

La Carboneria riconosceva in ordine numericamente successivo nove gradi, cioè: 1° Apprendisti, Maestri, Cavalieri di Tebe, Discepoli, Apostoli, Evangelisti,Patriarchi, Arcipatriarchi, Potentissimi Arcipatriarchi.

I due primi gradi si chiamavano Simbolici; dal 3° al 6°, Sublimi; dal 7° al 9°, Assemblaici.

Nei due primi gradi, il pagano, sottoposto al dispotismo e perseguitato da esso, acquista la coscienza di quel che dovrà essere: un libero cittadino. E a riuscire in ciò, egli raccoglie i materiali informi nella Foresta e li carbonizza. La carbonizzazione è l'educazione propria e quella degli altri, per mezzo della quale il pagano si trasforma in carbonaro, cioè persona pura, come il carbone in fiamma.

La passione di Cristo è per il maestro carbonaro una scuola d sacrifici. Senza questi non è possibile raggiungere il fine buona causa. Cristo fu perseguitato e crocefisso; anche carbonaro sarà perseguitato e crocefisso; ma dopo tre giorni sorgerà l'idea.

Così dalla scuola del sacrificio contenuta ne' primi due il carbonaro passa, ne' gradi successivi, alla rivendicazione de' suoi diritti.

Come nella Massoneria la vendetta d'Hiram o di Jacopo, Molay, così nella Carboneria la vendetta di Cristo è il fulcro a cui s'aggira tutto il simbolismo degli alti gradi carbonarici. Anche il carbonaro si trasforma nel Cavaliere della Vendetta; ma mentre la Massoneria ricerca la verità trionfo della ragione e della scienza, la Carboneria, in campo più alla portata del popolo, la ricerca nella leggenda cristiana.

E' il passaggio dal paganesimo al cristianesimo secondo Concetto carbonarico. Il cristianesimo riconobbe il diritto libertà, la Carboneria è l'attuazione di tale diritto..

Ora in terra la libertà è offuscata dalla tirannide; ma il

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Ogni Monte o più Monti potevano avere una Camera Evangelica. Ad installarla erano sufficienti tre Evangelisti.

La Camera Sublime o Monte aveva alla sua dipendenza uno o più ordoni, ed apriva i suoi travagli al III, IV e V grado.

Ciascuna Provincia eleggeva il suo Gran Deputato presso il Pot... Consiglio dello Stato; ogni Dipartimento uno presso il Gran Consiglio Provinciale; ogni Camera Sublime eleggeva il suo Deputato presso il Consiglio Dipartimentale.

Oltre questa organizzazione, che costituiva una vera oligarchia, esisteva un'altra più semplice e più democratica, comprendente tutta la massa de' Carbonari che appartenevano a' due primi gradi soltanto. Questi svolgevano la loro attività nelle Vendite, ch'erano messe in relazione coll'Alta e Potentissima Assemblea, per mezzo d'un'Alta Vendita Provinciale, da non confonderai col Gran Consiglio Provinciale.

L'Alta Vendita Provinciale era formata di tutti i rappresentanti delle Vendite della Provincia. Gli ufficiali erano ventuno; essa si radunava tre volte all'anno, e straordinariamente sempre che ce ne fosse il bisogno.

La massima e principale materia che l'A,.. V... Prov... doveva trattare in ciascuna delle tre sessioni ordinarie era quella di esaminare lo stato dello spirito pubblico della Provincia. Dietro questo esame era dovere del Gran Presidente e del Grande Oratore di proporre tutti i mezzi analoghi al tempo ed alle circostanze, onde dirigere e conservare lo spirito pubblico secondo lo scopo dell'Ordine,

DISPOSIZIONI GENERALI.

A presidente dell'Al... e Pot... Ass... veniva eletto, a maggioranza di voti, uno de' 72 Potentissimi Arcipatriarchi. Vi era pure un Gran Potentiss... Segretario che conservava tutti i registri e le carte dell'Ordine; un Gran Censore ed un Gran Tesoriere, eletti anche a maggioranza di voti.


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Niuna provincia, dipartimento, monte, ordone poteva regolarsi da sé; ma doveva esser sempre sottomesso alla Camera, immediatamente superiore, e ciò per la regolare catena, altrimenti veniva dichiarato irregolare.

Ogni provincia era regolata da un Arci patriarca, ed ogni dipartimento da un Patriarca che prendeva il titolo di Patriarca Reggente.

Ogni Camera per essere regolare doveva ottenere un diploma d'installazione dalla Camera immediatamente superiore. Nell'organizzazione d'una Camera qualunque i fondatori doveano completare il numero di sette, che ne fornii va no le luci. La Camera Evangelica poteva essere organizzata da (re Evangelisti.

Tutti i Carbonari, ricevendo de' gradi in una Camera organizzata, ma non regolarizzata dalia Camera superiore, erano irregolari tinche irregolare rimaneva la propria Camera.

Gli uffiziali di qualunque Consiglio, Monte, Ordone, funzionavano per un anno; ma potevano essere confermati nel loro officio per altri due anni consecutivi.

I Potentissimi Arcipatriarchi e gli Arcipatriarchi Reggenti rimanevano in funzione per tutta la vita, e, come s'è detto, rappresentavano gli accentratori d'ogni potere.

L'elezione de' dignitari si faceva nell'ultima seduta dell'anno; nel 1° dell'anno carbonarico (1° luglio) si faceva l'installazione.

Tutte le accuse, appelli, domande, doveano essere dirette per mezzo del Deputato; ma se erano dirette a delle Camere Assemblai che venivano presentate dal presidente della Camera Sublime, o dal Gran Maestro dell'Ordone si producevano alla Camera Evangelica del proprio Monte.

Uno Stato o una Provincia poteva avere delle Costituzioni particolari, purché non fossero in opposizione colle Costituzioni generali dell'Ordine.

Tutte le cause concernenti l'Amministrativo od il Giudiziario degli Ordoni o delle Camere Sublimi,

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dopo la decisione del proprio Consiglio, erano portate alla Camera Evangelica del proprio Monte, e finivano al Dipartimento proprio o si cassavano dal Consiglio Provinciale. Quelle de' Dipartimenti si appellavano al Consiglio Provinciale, e si cassavano dal Consiglio di Stato.

Un Presidente d'una Camera qualunque, all'infuori del Pot... Are... Patr..., poteva essere accusato alla Camera immediata mente superiore. Qualunque altro dignitario o carbonaro nella propria Camera, dopoché era stata coverta dall'accusato stesso, (in assenza, cioè, ecc).

In una provincia non organizzata il Pot... Consiglio dello Stato poteva spedire un Arcipatriarca co] titolo d'organizzatore. I diversi incarichi che lo Stato gli affidava erano espressi nel Diploma all'uopo rilasciatogli.

IL POTENTISSIMO ARCIPATRIARCA.

Un P... A... P... fuori dell'Alta e Potentissima Assemblea, nel proprio Stato, o in un Monte non appartenente al proprio Stato, racchiudeva in se tutti i poteri, meno quello di cambiare gli Statuti Generali dell'Ordine, e di deporre un Arcipatriarca, o un Patriarca Reagente. Egli comunicavi dirottamento con l'Ai... Pot.., Ass...

Un Pot... Are... Pot... in un sol caso poteva deporre gli AA.,, PP... o PP... RR... (come dall'istruzione segreta); ma però dovea prima provare il delitto e darne parte al suo Pot... Cons...

La città impressa nel suo bollo dava il nome allo Sfato da lui regolato.

Avendo, o volendo formare uno Stato, avea presso di sé un Pot... Cons... Are, Patr... i membri del quale doveano essere conosciuti per Ì loro talenti, beni di fortuna e morale.

Tale Pot... Cons... era cambiato ogni qualvolta il P... A... Patr,.. cambiava Mante In tal caso i membri del Consiglio non più funzionanti si chiamavano onorarii.

Avea sempre presso di sé un Gran Segretario Aspirante

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alla di lui dignità, al quale potea comunicare ogni segreto in punto dì morte, o anche prima se lo avesse creduto.

Il Gran Segretario era di scelta del P... A... Patr..., e poteva questi cambiarlo ogni qualvolta non gli avesse dato conoscenza di un qualunque segreto concernente il grado. Il grado del G... Segr... Asp... era di Arci patriarca.

Il Pot... Are... Patr... avea presso di sé un Gran Deputato spedito da ciascuna Provincia Carbonarica del suo Stato. A costoro egli comunicava tutte le disposizioni del suo Stato per farle pervenire alle proprie provincie. Conservava presso di sé tutti i giuramenti de' membri del Pot... Cons..v come pure quelli degli A rei p atri archi e Patriarchi Reggenti, esistenti nel suo Stato, e de' Gran Deputati Provinciali.

Rimetteva poi alle diverse Camere tutti quelli de' varii Carbonari ebe avea iniziato a gradi assemblaici.

Il Pot.,. Are... Patr... era membro nato di tutte le Camere del proprio Stato. Poteva convocare il Pot... Cons... Are... Patr..., i Gran Consigli Provinciali, quelli Dipartimentali, nonché le rimanenti Camere e Dignità de! suo Stato, tutte le volte che il bisogno lo avesse richiesto. Poneva il visto a tutte le casse, registri, travagli di tutte le Camere dello Stato ogniqualvolta gli sembrava opportuno; poteva fare le sue veci chiunque fosse munito di certificato autenticato col suo bollo.

In qualunque Assemblea, convocata dal P... A... P... tutti i membri che vi convenivano aveano voto deliberativo, eccettuato ne' casi io cui il P... Are... Patr... dovea comunicare ordini pervenutigli dall'Al... Pot... Ass...

GRAN SEGRETARIO ASPIRANTE.

Alla morte del Pot... Are... Patr,,. ne assumeva la dignità il Gran Segretario Aspirante, purché presentasse al Pot... Cons,,. documenti autenticati dal bollo del Pot.,, Are... Patr... defunto, i quali dovea no certificare il suo grado.

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Se in punto dì morte non era stato comunicato il grado al Gran Segr... Asp..., questi poteva essere riconosciuto por Potentissimo del suo Stato, qualora un Pot... limitrofo o qualunque del Consiglio del suo Stato non avesse nulla in contrario sul di lui conto; altrimenti veniva escluso dai grado e rimpiazzato dall'Alta Pot... Ass...

Il Gran Segretario Aspirante seguiva il Pot,.. Are... Patr... in tutte le feste e travagli dell'Ordine, nei viaggi, eco. Egli era distinto da una fascia alla cintola, da cui pendevano due fiocchi, in oro e argento. Era pure incaricato della corrispondenza segreta.

ARCIPATRIARCA REGGENTE.

Ciascuna Provincia carbonarica avea un Are... Patr... Regg..., cogli stessi diritti nella Provincia che il Pot.,. Are... Patr... nello Stato.

Egli era obbligato a rimettere ogni due mesi al P... A... Patr... del suo Stato, per mezzo del Gran Deputato, nna relazione sulle condizioni della Provincia e de' Deputati in particolare.

Nulla poteva da lui essere deliberato fuori del Gran Cons... Prov...

Un Are... Patr... Regg... non avendo provincia e volendone stabilire una, formava prima un Consiglio provinciale provvisorio, di tre membri, lui compreso, per poter cosi intraprendere ogni travaglio.

Nel designare i membri del Consiglio dovea prima informarsi se nel Monte esistevano AA... Patr..., nel qual caso questi n'erano membri; in contrario l'A... P... R... iniziava a tal grado due Carbonari di grado superiore, ae n'esistevano.

L'A... P... R... istallando il Cons... Prov.,. faceva invito a tutti gli AA... PP... che potevano esistere ne' Monti di sua conoscenza alla distanza di 20 miglia dal suo Monte, non appartenenti ad altra Prov.., o Dip... regolari, come

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anche a tutti i Presidenti o Gran Maestri degli Ordoni non compresi in altra Provincia, a' quali dava lettura delle Costituzioni, che accettate venivano giurate.

Poteva egli iniziare nel suo Cons... Prov... al grado di Arcipatriarca i Presidenti o Gran Maestri di sopra espressi, purché si sottomettessero agli Statuti Generali dell'Ordine e avessero l'età richiesta.

Patta l'iniziazione de' nuovi AA,.. PP.., veniva eletto il Gran Cons... Prov,,. ed installato collo dovute formalità dal Pot... Are, Patr..., e veniva coaì sciolto il Consiglio Provvisorio.

Un Are... Patr... Regg... incaricava un A... P... della sua Camera per organizzare i sette dipartimenti della sua Provincia, qualora questi non fosse stato nominato direttamente dal Pot... Cons.., di Stato. L'A... P... designato prendeva il titolo di A... P... Organizzatore.

Un Are.,. Patr... Regg... nella sua Prov... già formata ed installata, non poteva iniziare persona a qualunque gTado senza farne la proposta al corrispondente Consiglio.

In un Monte fuori della sua Provincia, che non appartenesse però ad altra Provincia o dipartimento, poteva iniziare tre carbonari al grado di Patriarci» e dar loro la facoltà di ricevere tino al numero di sette, formando così una Sezione, Lo stesso valeva per i gradi sublimi e simbolici.

Nel caso che un Carbonaro o un Pacano qualunque degno por la sua morale, ma scarso di beni di fortuna, non potesse ricevere il grado dì Are... Patr... o qualunque altro inferiore, l'Are... Patr... R,egg... del Gran Consiglio o di qualunque altra Cameni poteva iniziarlo al grado superiore dandone però parte alla Camera corrispondente.

Un Are... Patr... Regg... iniziando Carbonari fuori della sua Provincia a gradi assemblaici dovea rimettere al suo Gran Consiglio Prov... i loro giuramenti, nonché i bolli, che li caratterizzavano sino a che detti Carbonari non appartenevano ad una Camera regolare.

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Versava anche nella Cassa di sua Provincia i diritti della loro ricezione e diploma giusta gli Statuti dell'Ordine.

Un A... P... R... in un Monte fuori della sua Provincia e non appartenente ad altra Provincia o Dipartimenti regolare, poteva organizzare Ordoni, Camere Sublimi e Consigli Dipartimentali. In quest'ultimo caso dovea le regole richieste nell'installazione d'una Provincia.

L'Are. Patr... Regg... conservava presso di se i sette giuramenti de' sette Depotati de' Dipartimenti la sua Provincia.

Gli AA,.. PP... Regg... erano distinti da una sciarpa da' colori dell'Ordine con nocca a sinistra da cui pendevano due gran nocchi d'oro e d'argento. La sciarpa si portava alla cintola.

*

**

Certamente tale costituzione fu redatta nel 1820. Essa si modellò sulla carta costituzionale spagnuola che fu adottata in Napoli, e il numero de' 72 Potentissimi Arcipatriarchi formanti l'Alta e Potentissima Assemblea era egual al numero de' deputati continentali del Parlamento. E può anche ammettere che il grado de' Potentissimi Arcipatriarchi fosse creato appunto per costituire un'Assemblea da opporre a quella politica, e che, come in seguito vedrà, tanta influenza esercitò sugli avvenimenti del 1820 e 1821.

È certo però che parecchi degli alti gradi dovevano esistere prima del 1820, e il Calà Ulloa ricorda, alla fine del regno di Murat, una Congrega de SS. Apostoli formata de' deputati delle Provincie. E il Calà Ulloa, sa quanto si può arguire dalle notizie che riferisce sulla Carboneria, dovea appartenere alla setta, ed essere al corrente dell'organizzazione d'essa.

D'altra parte, contro tale organizzazione accentratrice ed oligarchica insorse nel 1820 la Carboneria Salernitana o della Lucania Occidentale, che durante la Restaurazione

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era stata a capo del movimento settario, o avea mostrata maggiore attività.

Essa propose un' organizzazione federale di carattere repubblicano, e costituì la Carboneria antiufficiale, a cui annuirono tutti i carbonari che non approvavano la condotta dell'Alta Assemblea Napoletana, troppo attaccata al Governo. Il precipitar degli eventi paralizzò l'opera sua; ma senza dubbio da essa derivò, negli ultimi tempi della rivoluzione, l'altra società segreta denominata Lega Europea,

CAPITOLO V.

Scopi politici della Carboneria.

Dal simbolismo carbonarico e dalle costituzioni che abbiamo riprodotte nelle sue linee generali, appariscono ° evidenti i due scopi della Carboneria.

L'uno immediato, senza il quale non poteva raggiunger il secondo, era contenuto ne' primi due gradi, recondito era contenuto nello sviluppo degli altri gradi. Il primo intento era la libertà, senza la quale non poteasi redimere la patria a dignità di nazione, indipendente, una. Il trionfo della libertà ne' singoli Stati italiani dovea rappresentare la prima fase del risorgimento d'Italia.

Il concetto della libertà, come mezzo di transizione, in paesi con monarchie assolute, era, per i Carbonari identico a quello della Carta francese del 1791, riprodotto nella Carta spagnuola del 1812, e che fu la Costituzione napoletana del 1820. E come fosse inteso tale concetto di libertà dalla massa de' Carbonari si rileva da un documento del tempo, che noi riproduciamo, e che ha per titolo «Idea del Popolo Costituzionale Rappresentativo» (1).

(1) È firmato: A. b. (buon?) C. (cugino?) P. - È un foglio volante senza data e fu stampato a Napoli nella Stamperia di Francesco Azzolino, vico Gerolomini, n. 10. Non può riferirsi a' tempi anteriori al 1820; i concetti costituzionali lo fanno anteriore all'epoca. Che fosse scritto da un settario apparisce dalla raccomandazione ch'egli faceva:

laquo;Fratelli instituiti!...

Fate carità di raccomandare, e chiosare ove occorresse questa fuccella (sic) Agli ignoranti»

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Secondo esso «non si può intendere Costituzione rappresentativa senza queste tre idee fondamentali che sono:

Dio

Re

Popolo

Nel lungo andare de' secoli, la vecchiaia de' Governi la incompatibilità di essi relativa allo illuminamento del popolo che riconosce aver diritto ad essere ben governato, far nascere le rivoluzioni, i massacri, le ruine rispettive, Dio, Re e Popolo; ma infine danno luogo d'ordinario al seguente:

«Patto Costituzionale!» (1)

Costituiti alla presenza dell'Onnipotente ed Eterno Dio, unico e vero Sovrano nel Mondo; e riconoscendosi in parità condizione

«Il Re assoluto di............. ; ed

«Il Popolo …...reclamante il suo benessere.

«Il Re, abbandonando il proprio dritto d'assolutismo, volendo fare sinceramente la felicità del Popolo, delibera di venire al grande Patto convenzionale ne' semplici quanto reciprocanti modi appresso:

Esso Re, riconoscendo il dritto naturale di richiesta al Popolo, sì riserva:

La rappresentanza assoluta della Nazione quand'è xxxsona al Parlamento:

La inviolabilità personale:

Il potere esecutivo, quindi

(1) Il Patto costituzionale non è in realtà che un mero Contratto bilaterale»

«L'elezione

de' Ministri responsabili;

degli Impiegati, proposti da' Ministri, sindacati dalli Rappresentanti annualmente, e puniti quando, ecc.

«Il comando delle armate in concordia della Nazione.

«L'equo diritto di far grazia. La lista civile.

laquo;Esso Popolo ha il diritto di rappresentanza relativa Nazionale in un Parlamento legislativo indipendente, onnipotente; ed il Re gli accorda:

In ragione individuale:

Libertà o inviolabilità

di persona (arresto legale);

della parola (la stampa);

della proprietà (esproprio legittimo);

del domicilio (sacrato come tempio).

In ragione complessiva:

di elezione de' suoi Rappresentanti pel Parlamento inerente al potere legislativo;

Libertà o indipendenza

di elezione de' Comandanti tutti la sua forza fisica garante del diritto, vale a dire la Guardia Civica o Nazionale custoditrice de' forti e contro bilanciante alle Armate di Terra e di Mare comandate dal Re.

«Il dritto internazionale, ossieno i Trattati di Pace, Guerra, Alleanza, Commerciali, ecc. è esercitato dal Re siccome parte nobile del potere esecutivo previi gli accordi e la connivenza col Parlamento.

laquo;I preliminari del Patto si trattano e conducono da un Governo provvisorio di uomini nuovi, sinceri liberali, sino» all'effettiva installazione da stipularsi con un Nazionale Giuramento reciproco delli due Contraenti.

La non integrità di alcuna delle parti di tali convenzioni fa illusoria la Costituzione; specialmente in quelli

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della Libertà del Popolo, poiché o vengono lese nella ragione individuale o nella complessiva, il Patto resta violato e il Governo allora propende piuppresto all'Assolutismo se la lesione viene dal Re; o alla Repubblica od anche all'Anarchia se viene dalla parte del Popolo, rispettivamente».

Questa libertà contenuta in una Monarchia costituzionale rappresentativa non era. però l'ultimo intento della buona causa carbonarica. Questo, come abbiamo detto, si scorge negli alti gradi ed era la formazione della patria, secondo i principii che facevano della Carboneria una sola e grande famiglia. Questo secondo intento, è meglio spiegato dal «Patto d'Ausonia» , che deve considerarsi come il programma per quanto dottrinario altrettanto radicale della Carboneria Italiana (1) É una costituzione, con carattere federalista, che rispecchia nelle sue linee generali l'organizzazione carbonarica.

Secondo quel Patto, la vecchia Italia, assumendo l'antica denominazione d'Ausonia, dovea essere libera tutta, dalla triplice marina alle più alte vette delle Alpi, da Malta al Trentino, dalle bocche di Cattaro a Trieste, comprendente le isole non distanti dalle sue coste più di cento miglia.

Tutto il territorio dovea essere diviso in 21 Provincie, con a capo un'Assemblea Nazionale. A capo d'ogni Provincia un'Assemblea propria, indipendente ne' limiti della costituzione generale. Ogni Provincia veniva divisa in dipartimenti ogni dipartimento in distretti; ogni distretto in Comuni. Elettivi gli uffici ed elettiva la magistratura con tribunali dipartimentali e provinciali.

(1) È incerta l'epoca e l'autore di tale programma. Manca a noi ogni elemento per determinarla. Certamente quel programma è troppo dottrinario e troppo avanzato per le idee de' tempi. Il Bertolini (Storia dal Risorgimento Italiano) lo riferiste al 1815 come risposta al Congresso di Vienna. Se non proprio di quell'anno, tale programma può riferirsi, io credo, più probabilmente al Guelfismo o al Latinismo, come vedremo in seguito.

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Due Re avrebbero serbato l'equilibrio fra sì poteri; eletti dall'Assemblea sovrana per ventun anno, l'uno appellato re della terra, re del mare l'altro. Ove differissero d'opinioni, l'Assemblea si riservava di nominare, nel caso speciale, un re del popolo, che deliberava in ultima istanza. Gli atti reali più importanti doveano essere sanzionati dall'Assemblea sovrana.

Tutti ì cittadini d'Ausonia sarebbero soldati; dal 16 a' 74 anni avrebbero formato la Guardia Nazionale, da' 18 a' 25 l'esercito regolare, la coi ufficialità superiore sarebbe nominata dal potere regio.

La religione cristiana, integrata e richiamata a' suoi principii da un concilio generale de' vescovi della penisola, dovea essere la religione dello Stato. Ogni altro culto tollerato. I! Concilio de' Vescovi avrebbe eletto il Patriarca dell'Ausonia. Il Collegio de' Cardinali sarebbe rimasto in carica fino alla morte del papa del tempo, che sarebbe invitato ad assumere il titolo di Patriarca, ma privato de' beni temporali e fornito di congruo assegno.

Veniva stabilita l'imposta progressiva. Il povero avrebbe pagato un settimo della propria rendita, il ricco sei settimi. La mendicità non tollerata, il Comune avrebbe fornito lavoro a' poveri validi, soccorsi e domicilio agl'invalidi.

La bandiera nazionale era a forma di triangolo, con una sola punta ondeggiante. Questo triangolo ne comprendeva tre minori, l'uno celeste, l'altro verde, il terzo aureo, raffigurante il cielo, la terra, il sole.

Le relazioni cogli Stati finitimi sarebbero stato pacifichi, commettendo al tempo ed alla filosofia, anche altrove, il trionfo della Giustizia.

La redenzione d'Italia era, dunque, una questione di giustizia; né mai, fino al 1831, venne meno ne' Carbonari la speranza di riuscire nell'intento, anche transigendo co' principii politici prettamente repubblicani.

A tale proposito, anche se poco attendibile, è però conciliabile co' loro metodi il progetto che i Carbonari


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presentarono al Ministro Inglese, nel 1813, quando la fortuna napoleonica volgeva rapidamente al declino (Gazette de France 25 aprile 1820).

Secondo quel progetto, scacciati i Francesi, l'Italia si sarebbe costituita in grande nazione, nominando imperatore un principe scelto nelle famiglie regnanti di Napoli, Piemonte, Inghilterra. L'Illiria formerebbe un regno da servire al Borbone come indennizzo della Sicilia.

Su per giù era lo stesso progetto che avea maturato il Murat nelle sue trattative con Lord Bentinck; era lo stesso progetto del rinnovamento d'un Impero Romano in Italia che i Carbonari si lusingavano di poter compiere con Napoleone, quando questi trovavasi ancora all'Elba.

Certamente, non mancò alla Carboneria la concezione d'una Italia unita, indipendente, e in un tempo nel quale l'unità italiana era tenuta nel campo positivo della politica come una vera utopia, essa la fece trionfare nel simbolo. E fu simbolo che per i tempi e le condizioni degli Italiani rappresentò la migliore scuola d'educazione morale e di patriottismo e che, non senza errori e non senza falli, fu la prima estrinsecazione della nuova Italia.

In tal guisa, le due sètte, completandosi a vicenda, rappresentarono un momento storico essenziale nella vita degli italiani. Ad esse attinsero tutta la forza d'un sentimento nuovo, che fu sentimento umano colla Massoneria, sentimento italiano colla Carboneria. Senza il primo non poteva sussistere il secondo; senza la rivoluzione giacobina del 1799 non potevasi concepire la rivoluzione italiana del 1820 e 1821. Rappresentarono tutte e due un trionfo soltanto del sentimentalismo, è vero; perché le sètte appunto vivono di sentimento; ma il sentimento è la prima espressione, nella realtà, dell'idea in atto. E dal punto di vista del sentimento bisogna considerare quel momento psicologico del risveglio, che fu la nostra storia fino al 1831.

PARTE SECONDA

LIBRO I.

RIVOLUZIONE CARBONARICA DEL 1820 IN NAPOLI

CAPITOLO I.

Governo e Sette nel Napoletano

Fin da' primi momenti il governo de' Napoleonidi ebbe, nell'Italia meridionale, a lottare continuamente contro le insidie de' Borboni di Sicilia e degli Inglesi. N'era l'anima ispiratrice Carolina d'Austria, tipo bizzarro, ed inesplicabile ancora, di donna e di regina; la buona padrona, com'ella stessa si sottoscriveva nelle lettere a' suoi emissari, tra' quali non pochi briganti e uomini di mal affare.

Non era ancora del tutto sedata la rivolta calabrese, quand'ecco, verso la fine del 1806, fu scoverta una vasta Congiura di generale sommossa nel regno, e d'attentato contro lo stesso re Giuseppe Bonaparte (1).

La trama fu seguita per parecchi mesi, passo passo, dalla Polizia Napoletana fino ad averne nelle mani tutte le fila.

(1) A questi tempi si riferisce ciò elle il generale Church scrive sue Memorie (Brigantaggio e Società segrete nelle Puglie. Firenze, Barbera, 1899, p. 5): «A quei tempi la Calabria era infestata banditi e il debole governo siciliano cercava di aizzarli contro i Francesi. Vi erano molte società segrete nel regno delle Due Sicilie ed essendo una delle regole di proteggere i loro membri, quelli che si trovavano in guai, indebitati e scontenti, far menzione di quelli che sfuggivano la giustizia, si aggregavano a qualcuna di queste società. Ferdinando pensò allora buona politica d'incoraggiarle, promettendo amnistia per il passato e giustizia de' torti tosto che egli fosse ritornato al regno Napoli, senza molto curarsi di conoscere il vero stato delle cose e da qual lato fossero i torti»

Lo stesso Canosa (Pifferi di Montagna, ecc, Faenza, 1822) conferma (p. 90) tali notizie:

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Erano antichi e nuovi sanfedisti congregatisi nell'unico intento di ripristinare in tutti i modi il Borbone. Facevano capo a Maria Carolina, che aveva distribuito le parti ti due classi d'agenti segreti. Gli imi erano immediati, e questi restando vicino a lei, o nelle isole di frontiera, erano i suoi principali istrumenti. Tra essi primeggiava il principe di Canosa, figlio, che aveva stabilito il suo quartiere in Ventotene. Gli altri erano mediati, ed ognuno d'essi, a sua volta, regolava una società dì cospiratori subalterni. Le società erano tenute divise, indipendenti, ed a vicenda ignorate, onde la scoverta di una non traesse la rovina di tutte. La società con termine officiale appellavasi Real Corpo degli Urbani realisti di Carolina. Gran Maestro era Giove Fulminatore, in nome del quale erano redatti i manifesti incendiarii. Si raccomandava a tutti, nel real nome, il disordine, i saccheggi, e le private vendette (1).

«Esistè sempre in quel Regno una reazione contro i Francesi, e mille combriccole e società, che non vantarono altra fondazione fuori di quella di qualche soggetto degli altri più ardito, che si metteva alla testa de' suoi eguali. La Corte di Sicilia e il Principe di Canosa, che comandava le isole di frontiera, non presero altra parte in tutto questo, se non quella ii tenere animato questo partito colle speranze, colle promesse, e talvolta ancora colle lusinghe».

(1) Il brevetto d'affiliazione, sormontato dallo stemma borbonico, portava la scritta:

VIVA FERDINANDO IV

E

MORA L'USURPATORE BONAPARTE,

E più giù portava le seguenti indicazioni:

VISTO BUONO........VALE PER IL SIG........DI ANNI...........

PROFESSIONE........................

REG°..... A FOGL...... N°......

Cfr. Rapporto del Ministro della Polizia Generale sulla congiuri ordita nell'anno 1807 contro l'armata francese nel Regno di Napoli e contro la persona e gli Stati di S. M. Giuseppe Napoleone.

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Né deve far meravìglia. Recenti erano ancora le stragi del 1799; recentissime quelle di Calabria, nel 1806, fatte sempre, nel real nome, da briganti sullo stampo de Francatrippa e de' Panedigrano.

La sommossa dovea scoppiare nel giugno 1807. Gli attacchi esterni doveano essere tre. In Calabria, in un punto della Costiera di Salerno, e nelle vicinanze di Napoli. Il primo comandato da Philippstadt, il secondo dal generale Boucard, ed il terzo dal principe ereditario, Francesco.

Un caso pietoso d'ingenuità e d'amore affrettò la scoperta di tutto. Una giovanotta, figliuola del Duca Filomarino, amava un Commissario di Polizia. A costui ella consegnò una carta sigillata, colla raccomandazione di conservarla gelosamente, perché di lì a non molto sarebbe stata la di lui salvezza. Era un salvacondotto sottoscritto dal giovine Duca Filomarino, fratello della giovinetta, uno de' capi della congiura, il quale, arrestato, confessò tutto, e sebbene gli fosse stata promessa la vita, pure fu condannato a morte e insieme con lui furono condannati altri quattro agenti principali.

Il giorno 1° di giugno due d'essi furono condotti al supplizio; nel momento dell'esecuzione un prete tentò di sollevare il popolo. Vi fu infatti un movimento. I soldati calarono la baionetta, quelli che ai trovavano nella folla come semplici spettatori sguainarono le loro sciabole, una diecina di persone furono uccise, una quarantina ferite.

La cosa poteva pigliar brutta piega, se il popolo avesse profittato del momento d'esitazione che si manifestò tra i militari; ma, invece di sollevarsi, fu un faggi fuggì generale.

Contemporaneamente, e contando sul complotto che dovea scoppiare a Napoli, il Duca d'Assia Philipstadt era sbarcato in Calabria, con tremila e cinquecento uomini di truppe regolari, spalleggiati da mille e cinquecento massisti condotti da Santoro, Panedigrano, Francatrippa ed altri capimassa della sollevazione dell'anno precedente.

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Ma a Mìleto il 27 di maggio quell'accozzaglia di gente fa sbaragliata; 500 rimassero sul terreno, parecchie migliaia d'uomini furono fatti prigionieri e lo stesso duca ebbe appena il tempo di salvarsi con una fuga precipitosa.

Né questo era tutto; s'era anche complottato un attentato contro la vita di re Giuseppe. Esecutore materiale un Agostino Mosca di Gragnano, già mugnaio, ed ora sedicente Colonnello nella Società, al servizio del Borbone. Il colpo era preparato pel 13 giugno sulla montagna di Sant'Angelo presso Castellammare, por dove sarebbe passato il re. Arrestato il Mosca, gli furono rinvenute addosso lettere compromettenti della regina Carolina e della Marchesa dì Vilìatranfo; gli fu pure rinvenuto un braccialetto fatto co' capelli di quella Sovrana e ch'egli, come un amuleto, portava al polso. Altri documenti vennero fuori; il Mosca fini per confessare tutto e fu condannato a morte; altri tra' più compromessi furono inviati fuori del regno ed a molti fu concessa una generale amnistia.

Sventata quella congiura, i borboniani non si dettero per vinti e meglio si organizzarono nella setta, denominata de' Trinitarii che in uomo della SS. Trinità, consacrava i principii sanfedistici e il ritorno de' Borboni. Un altro colpo essi tentarono contro lo stesso Ministro della Polizia, Cristoforo Saliceti. Nella notte sul 31 gennaio 1808, furono fatti scoppiare alcuni barili di polvere sotto la sua abitazione. Una parte dell'edifizio cadde; parecchie persone rimasero ferite, ma il Ministro fu salvo.

Se tutto ciò torna a giustificazione delle misure di rigore usate dalla polizia napoletana, certamente esse sarebbero riuscite inefficaci, se col cambiamento di principe e specialmente colla chiamata del genovese Maghella a direttore generale di Polizia non si fossero cambiati metodi di governo.

Nel 23 dicembre 1809 era morto il Saliceti dopo breve colica; né mancarono i sospetti contro lo stesso Maghella presso il quale il Saliceti avea pranzato il giorno precedente.

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Consumato alla vita settaria, il Maghella (1) comprese che a combattere le sètte era necessario opporre altre sètte. E questo fa il suo programma di governo; ottimo programma poliziesco, ma che può riuscire, come si sa, un coltello a doppio taglio, e così fu. Sotto il governo di Giuseppe la Massoneria s'era rinvigorita, ed ebbe poscia in Gioacchino il suo capo palese, riuscendo un cieco strumento di governo (1).

(1) Il Maghella nella sua giovinezza fu impiegato presso un ricco banchiere di Genova, la cui signora lo presentò e lo raccomandò alle autorità francesi. Divenuto Ministro di Polizia nella Repubblica Ligure, diede prova di molta fermezza ed energia. Il Murat, che lo conobbe durante la campagna francese in Piemonte, gli fu largo della sua protezione e del suo aiuto; non così il Bonaparte che, nell'annessione di Genova alla Francia, gli accordò solamente l'ufficio di Direttore de' sali e tabacchi.

Quando il Murat successe a Giuseppe Bonaparte sul trono di Napoli, il Saliceti chiamò a sé il Maghella, affidandogli un impiego di nessuna importanza, da cui passò per la morte di Saliceti al posto di Direttore generale di Polizia ed ottenne un seggio nel Consiglio di Stato.

(Cfr. Memorie sulle Società Segrete dell'Italia Meridionale, traduzione dall'inglese d'ANNA Maria Cavallotti, Roma, Casa Editrice Dante Alighieri, 1904).

(2) Nel 1813, il Grande Oriente di Napoli era cosi costituito: GIOACCHINO, Gran Maestro dell'Ordine - ZURLO GIUSEPPE, Ministro dell'Interno, 1° Gran Maestro Aggiunto - PERIGNON, Governatore di Napoli, 2° Gran Maestra Aggiunto - GAETANI ONORATO, Gran Maestro di Cerimonie di S. M., Grande Amministratore - FILANGIERI MICHELE, Intendente di Napoli, Gran Conservatore Generale - MARMIELE OTTAVIO, Ministro di Polizia, 2° Gran Conservatore Generate - FERNIER GRAZIANO, Direttore delle Dogane, Gran Rappresentante - PARISI GIUSEPPE, Intendente Generale, 1° Gran Consigliere d'Officina - COSTANZO FRANCESCO, Generale del Genio, 1° Gran Sorvegliante d'Onore - BRIOT, Consigliere di Stato, 2° Gran Sorvegliante d'Onore - MASTRILLI MARZIO, Ministro degli Affari Esteri, Grande Amministratore d'Onore - MANDRINI SALVATORE, Prefetto di Polizia, Gran Segretario d'Onore - AIMÈ CARLO GIOVANNI, Tenente Generale, Gran Tesoriere d'Onore -NOJA CAKAFA GIOVANNI, Dignitario dell'Ordine delle Due Sicilie, Gran Custode de' Suggelli d'Onore.

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Trovo ricordato che nella provincia di Cosenza, e come in questa certamente anche nelle altre provincie, vi appartenevano, o erano costretti ad appartenervi, l'Intendente, il Vicario Capitolare, il Generale comandante le milizie, i sotto in tendenti, i sindaci, i giudici, i nobili, gli alti impiegati, e giù giù tino a quanti fossero creduti meritevoli di partecipare a tal quale sinedrio d'uomini eletti e privilegiati per superiorità, di mente e di posto.

Essa - dice uno scrittore scrupoloso nella ricerca del vero (1) - fiancheggiava l'attuale Governo, ma non in altra, guisa speravano, che, per naturale svolgimento delle cose, più larghi istituti. Del rimanente quei Massoni a lor modo bene si rallegravano, ed accendevansi ad opere benefiche, ma per ispirito, adoperavansi non di rado, e non senza successo, al conferimento d'impieghi a' meno degni.

Ma, sebbene cosi ramificata dappertutto ed ufficialmente imposta, pure la Massoneria non penetrò nelle masse popolari, per opinioni morali e religiose molto diverse, e svolse la sua opera in un campo troppo dottrinario e aristocratico. Allontanatasi dal suo primitivo scopo politico, rifletteva in sé quei principii di assolutismo illuminato che formavano la base del governo d'allora, e che non potevano essere compresi dalle classi inferiori moralmente, come economicamente depresse, ed aderenti in gran maggioranza, a' Borboni.

Bisognava attirare a sé il popolo, insinuare in esso coli acconcia istruzione e cogli esempi ancora più efficaci taluni principii e sentimenti, distruggere l'influenza delle sette borboniche opponendo l'influenza d'altre sètte più consone a' tempi e al nuovo stato di cose. Con tale divisamento, non sì oppose il governo napoletano all'estendersi della Carboneria nel Reame, sia che dapprima gli si mostrasse devota; sia che, trovandola arrendevole, mirasse egli a trarne profitto;

(1) Greco L. M., Intorno il tentativo de' Carbonari di Calabria nel 1818, p. 27.

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sia che ove gli divenisse contraria, credesse, senza suo detrimento, senza pericolo, poterla disperdere. Come s'era fatto colla Massoneria, si fece lo stesso colla Carboneria, e fu un calcolo sbagliato, perché in ciò ai rivelava una politica fatta in malafede e in contraddizione coi principii banditi e fecondati dallo stesso governo, e che un giorno o l'altro doveano necessari amen te sollevare la nazione contro il Re.

A. proposito del governo de' due Napoleonidi nel raggio di Napoli, osserva acutamente il Delfico (1): Salendo sul trono l'uno dopo l'altro con caratteri diversi ed in diverse circostanze, ii primo iniziò la Nazione ne' suoi diritti politici, il secondo nell'arte militare. Ma monarchi assoluti entrambi, associarono il despotismo di fatto colla liberalità di diritto; onde con bizzarro commescolamento si vide l'Harem accanto al Ginnasio, Atene nel Foro e Costantinopoli alla Corte.

«Quindi avvenne che la Nazione intera, riconoscendo per un verso i suoi diritti e le sue forze, e vedendo per 1 altro conculcati i primi e malversate le seconde, tollerasse con tanta maggiore impazienza quella perniciosa contraddizione, per quante più distinte nozioni andava acquistando e suoi veri interessi, e de' mezzi di energia, che poteva sviluppare per soddisfarsi».

E la Nazione si riassumeva allora nella Carboneria, che «Sofferenza della Massoneria, era animata da un principio positivo di vitalità, che le veniva da' bisogni crescenti del popolo, dalla coscienza acquistata de' propri diritti, dallo e dalle speranze che il Murat in ogni occasione e lasciava intravvedere; mentre, d'altra parte, era in dimenticanza quello stesso Statuto di Baiona (2)

(1) Osservazioni sulla Rivoluzione di Napoli, Tipografia di Luigi '20 luglio 1820, p. 910. È un fascicolo di poche pagine, anonimo, denso di considerazioni, e rarissimo.

(2) Fu pubblicato il 20 giugno 1808. Con esso si assegnava al Re una lista civile di quasi due milioni di ducati; si confermavano le nuove leggi;

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che Giuseppe avea spontaneamente dato e Gioacchino riconosciuto, coll'approvazione e colla garenzia dello stesso Napoleone.

In quello stato di cose, l'urto tra Governo e Carbonari non poteva, col tempo, evitarsi, e l'affrettò la mutata tattica de' Borboni di Sicilia, per opera specialmente di Lord Bentick.

Le occulte trattative tra l'ex-regina Carolina e Napoleone a danno del Murat, i continui tentativi di costui d'impadronirsi della Sicilia, i torbidi interni dell'isola, e l'inettitudine di Ferdinando, aveano indotto il governo Inglese a sostituire con pieni poteri all'ambasciatore Generale Stuard l'inflessibile Lord Bentick, che, imponendosi alla Corte, isolando e ridicendo all'impotenza, prima, e poscia costringendo Carolina ad allontanarsi dalla Sicilia, fece, nel 1812, concedere quella Costituzione, che dovea per i Carbonari del Continente riuscire un lusinghevole miraggio e uno stimolo alla rivoluzione.

Dal 1812 i Carbonari erano aumentati di potenza e di numero, e aveano contribuito a ciò la memoranda catastrofe dell'esercito di Napoleone in Russia, i rovesci di Germania nell'anno seguente; mentre la tattica di Lord Bentinck li rendeva più audaci e li attirava alla causa borbonica.

«Davasi il Bentinck nel principio dell'està del 1813 a guadagnar la Carboneria in ogni modo. Chi con moneta, chi con profferte adescava;

s'istituiva un Parlamento di 100 membri, 80 da nominarsi dal Re, 20 possidenti da eleggerei da' Collegi elettorali pure nominati dal Re, diviso in cinque sedili e sezioni, del clero, della nobiltà, de' possidenti, de' dotti, de' commercianti.

Doveva radunarsi una volta ogni tre anni in sedute non pubbliche: qualunque pubblicazione consideravasi un atto di ribellione. Doveva deliberare sopra proposta degli oratori del Governo sul riparto delle contribuzioni tra le provincia; avi cambiamenti notabili nella legislazione; poteva far rappresentanze sui conti; potestà del Re la iniziativa delle leggi e lo scioglimento del Parlamento; per coprire impieghi civili bisognava aver ottenuta la cittadinanza.

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ingrandiva gl'infortuni degli eserciti francesi nella Penisola Iberica e nella Germania; prometteva a tutti libertà e indipendenza; nomi sempre, in quei tempi precipuamente, di grande efficacia. E le parole di lui, quantunque straniero, venivano accreditate dal costituzionale governo, che, garante la sua Inghilterra, aveva stabilito nell'Isola... Né gli esemplari di quello Statuto, e delle Siciliane nuove leggi trasandava Bentinck. di spedire con molta industria a' Carbonari per viemmeglio infiammarli» (Greco, Ibid, p 16).


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Lo stesso scrittore (Ibid, p. 26), passando in rassegna le forze della Setta in quei tempi distingueva i Carbonari in Murattini, Britannici e Borbonici. Alcuni de' primi volevano indurre Murai a governo rappresentativo altri averlo, oltre a ciò, capo alla Indipendenza Italiana. I Britannici operavano per secondare Bentinck, ma sperandone solenne promessa di costituire Italia indipendente e con Re da proporsi e raccomandarsi alle Potenze alleate dal britannico governo, I Borbonici proponevansi accelerare la cacciata de' Francesi; credendola precorritrice dell'equilibrio europeo, e del ritorno in Napoli coll'aiuto, fra gli altri, degli Inglesi custodi della Sicilia, dell'antica Dinastia, e dell'antico Re; dal quale, per quel sollevamento, a lui favorevole, si attendeano, guarante l'Inghilterra, la concessione delle sospirate franchigie. Tra costoro poi trovavansi non pochi, che col labbro professavano siffatto principio, ma avevano in animo di agevolare a Ferdinando il riacquisto del Regno, contenti che ad ogni modo egli regnasse. Il maggior numero de' Carbonari però componevasi di Borbonici della prima specie; de' quali, nel tempo di che discorriamo, molti non vollero, molti non poterono operare; parecchi o più preoccupati, o più animosi, o più compromessi, secondo le proprie convinzioni; operarono.

CAPITOLO II.

Origine de' Calderaii e persecuzioni

contro la Carboneria

Ne tutto questo rivolgimento sotterraneo con carattere apparentemente politico, ma fatto di malumori, di desiderii, di speranze insoddisfatte, di miserie economiche - indice e conseguenza d'affrettata o di malamente compiuta trasformazione sociale e morale del popolo meridionale - sfuggiva al governo murattiano e carbonari attaccati Gioacchino,

La Carboneria era andata molto più innanzi di quel che si credesse; l'arma che il governo avea dato al popolo ora si volgeva contro lo stesso governo, e quando questo se ne accorse, era tardi.

Il conte Vincenzo Dandolo, Consigliere di Stato del Regno Italico, avvertiva il Murat essere quella setta avversa ai troni e se ne guardasse. Così cominciava contr'essa un periodo di diffidenza se non di vera persecuzione.

Già, in aprile del 1813, a modo non di comando, ma d'insinuazione, la polizia pensò sopprimere quelle raunanze; ciò che riuscì inefficace, come assai tarda misura; anzi valse a rendere i Carbonari più circospetti e più contrari a Gioacchino.

E a tale misura del governo si deve, senza dubbio, collegare quel movimento di scissura nella stessa Carboneria,

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- onde venne in grande potenza un'altra setta, quella dei Calderari.

Contraddittorie sono le origini di questa setta. Il conte Orloff nelle sue Memorie sul Regno di Napoli ricorda che, nel 1813, i Carbonari, veggendo già troppo ampliato il numero degli affiliati ed essere compromesso il segreto e coloro che lo possedevano, mutarono forma escludendo molti degli antichi membri. Questi, indignati, per vendicarsi, si unirono formando una società antagonista a quella dalla quale erano stati espulsi, sotto il nome di Calderari.

Il Canosa, che prese parte attiva alla formazione ed all'incremento di quella setta, dice invece (ibid, p. 91), che i Caldirari ebbero origine non in Napoli, ma in Palermo, ove «sino al cangiamento eseguito per opera di Lord Bentinck, esisteva una classe numerosa e potente di popolo, la quale datasi a' diversi mestieri, aveva in quel paese il nome di maestranze. Godevano queste di molti privilegi accordati loro da' diversi Re di Sicilia in quei rincontri, che questa classe si era distinta in favore del Trono, Mutatosi l'antico regime, seguendosi le massime del nuovo sistema nella generale abolizione de' privilegi, doverono esservi per necessità incinsi quelli ancora delle maestranze. Una tale misura inaspettata e violenta inasprì tanto più la numerosa classe de' maestri, quanto che poco quelli gustavano le novità di moda, e ben comprendevano, che il cangiamento recare ad essi non poteva alcun vantaggio. I primi a peggio sentire questa privazione, e a brontolare contro l'ordine, fu la numerosa e potente classe de' Calderari. Mandarono essi di soppiatto i loro Capi dalla Rovina protestando tutta l'indignazione, da cui venivano colpiti nel tanto vedere umiliata la Corte; assicurarono S. M., ch'erano pronti ad insorgere, e che a dispetto di Lord Bentinck e del suo partito, rimesso avrebbero il Re nel primiero suo comando avvegnaché il primo sentimento del loro cuore era quello della fedeltà verso la dinastia de' Borboni, che miravano assolutamente dalle seguite innovazioni compromessa.

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Da' Calderari il fuoco dell'insurrezione si comunicò all'arte (ancora molto numerosa, e potente) della Conceria, e rapidamente furono i sentimenti stessi manifestati dagli individui delle altre arti, dalla massima parte del popolo, e degli emigrati napoletani .

Lo stesso Canosa continua: «La cosa fu conosciuta, e prevedutone il pericolo, e le conseguenze, fu sventata colle misure più prudenti, sollecite ed energiche... Fra le misure adottate fuvvi quella di fare da un momento all'altro scomparire tutti gli emigrati napoletani più arditi e facinorosi. Si trovaron questi da un'ora all'altra imbarcati a torme sopra bastimenti, che alzando bandiera parlamentaria, li condussero in Napoli. Murat li ricevè con una magnanimità che non sì sarebbe aspettata da qualsivoglia nemico. Costoro tuttavolta non gli furono punto grati. Essi si mescolarono tosto nella società segrete, che insidiavano il Governo francese, e l'antica denominazione presa in Sicilia, di Calderari, s'innestò e comunicò a' congiurati, coi quali in Napoli si unirono con nuovo giuramento (1).

Le notizie dell'Orloff e del Canosa possono benissimo conciliarsi fra loro. I carbonari espulsi dall'Ordine, specialmente in Napoli,

(1) Ancora un altro bizzarro aneddoto antecedentemente in Napoli avvenuto - aggiunge lo stesso Canosa (p. 93) - fece prevalere maggiormente l'epiteto di Calderari. E ricorda, a tale proposito, l'attentato contro il ministro Saliceti. «Questa operazione fu eseguita da un tale chiamato Domenico, e Calderaro di professione. Accaduto un fatto tanto strepitoso contro il Ministro, la Polizia di Napoli fece il diavolo a quattro per discoprire l'autore e gli esecutori di tanto attentato... Si venne alla sentenza, dalla quale più. persone furono mandate a morte, mentre non solo erano innocenti, ma erano altresì per nulla consapevoli dell'avvenuto. Morti che furono quei disgraziati sulle forche, per una strana combinazione seppe realmente la polizia l'autore vero e l'esecutore dell'esplosione. Quasi non volendo, un agente di Saliceti espiscò tutto dalla semplicità di una di quelle donne, che io Napoli chiamano Monache di casa. Questa nominasi Teresa, e viene soprannominata la Tintorii. Era costei zia di Domenico Calderaro.

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ed eran persone che, sotto la bandiera della Carboneria, nascondevano il loro attaccamento ai Borboni e ne preparavano il ritorno, ai unirono alla setta de' Trinitarii, della quale s'è già fatto parola. Da questo miscuglio derivò, a quanto sembra, un'altra setta, che prese nome di «Riforma della Carboneria sotto gli auspicii della SS. Trinità» (1).

Comprendeva tre gradi: 1° Amico Cavaliere; 2° Principe; 3° Gran Principe.

«L'oggetto d'essa - v'è detto - è la difesa della Chiesa e del Papa, il ristabilimento della Famiglia Borbonica, l'inesorabile inimicizia a' Carbonari e Massoni .

In essa penetrarono in seguito e prevalsero gli emigrati de quali fa parola il Canosa, onde la denominazione di Calderari fu sostituita alle precedenti.

Intanto il piano meditato da Lord Bentinck sembrava facile a realizzarsi. Già gl'Inglesi fin dal mese di febbraio 1813 avevano occupato Ponza per esplorare da vicino le cose di Napoli, e tenersi pronti ad ogni evento per sorprenderla. Erano in relazione coi Carbonari d'Abruzzo da Lissa, fatta da essi emporio sicuro così di commercio, che di contrabbando, e da loro guardata con molto interesse. Tutto sembrava predisposto ad una sollevazione che dalla Calabria Citeriore si sarebbe estesa nelle rimanenti Provincie.

Riusci tanto felicemente l'operazione di quest'agente, che la Polizia ebbe perfino in suo potere il modello della macchina infernale. Tutti) In forza si pose sulle piste del Calderaro, ma costui molto più avveduto, terminata la sua operazione, prese tosto nella Sicilia rifugio».

La Minerva Napoletana (7, p 314) non attribuisce al principe di Canosa l'istituzione de' Calderari. Secondo essa un vescovo del regno dì Napoli, formulò un piano o gli fu suggerito da Roma, di fondare una setta opposta a' Carbonari, ch'egli erroneamente credeva aulici di quel governo. Tornato a Napoli, e reintegrato nella sede episcopale, egli raccolse un certo numero d'individui, a' quali diede il nome di Calderari o Braziers per resistere ai carbonari, come la caldaia resiste al carbone che brucia sotto di lei.

(1) Cfr. Appendice: Riforma della Carboneria sotto gli auspicii SS. Trinità.

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Il regno sguarnito di truppe, Gioacchino assente ed involto in guerre che speravansi, come avvenne, a lai avverse. Incoraggiava vieppiù, i Carbonari calabresi il pensiero, che la difesa della Provincia trovandosi quasi al tutto affidata alle cittadine milizie, doveva venir meno, perché i più di quei militi, già guadagnati dalla setta, non solo rimarrebbero fedeli, ma farebbero ben molti proseliti; si celie, o combattendo avrebbero vittoria., o trionferebbero senza combattere. Giudicavano poi di non aversi dal generale Manhès punto a temere; posciachè, trovandosi egli con iscarse truppe su Campo in quel di Reggio, per fronteggiare gli Angl-oSiculi, non potrebbe distaccar soldati per comprimere i moti di Citeriore Calabria; e che, qualora ardisse distaccarli, non incontrando più i suoi nemici resistenza sufficiente agli sbarchi, dovrebbe egli rimanersi sconfitto.

Il moto scoppiò, ma si strascicò lentamente dal 15 agosto a' 25 settembre 1813, con tentativi isolati o abortiti, nella indifferenza quasi generale, ed impersonandosi tutto nella maschia figura di Vincenzo Federici, soprannominato Capobianco, gran maestro della Vendita di Altilìa, sua patria.

Né era valso a infervorare i tiepidi l'operosità dimostrata dalla Carboneria in quei momenti decisivi. Dalla Vendita centrale di Cosenza era stata spedita nel 12 settembre circolare segreta a tutte le Vendite della Provincia.

laquo;Ciascuna Vendita, vi sì diceva, destinerà un rappresentante di sua fiducia presso la Vendita centrale. Costui sarà l'organo delle risoluzioni della propria Vendita presso quella del centro, e delle altre Vendite presso quella, a coi egli appartiene. L'oggetto del piano proposto non fa d'uopo spiegarvelo, perché voi il comprendete pienamente. Il vostro zelo e la vostra virtù ci assicurano della vostra approvazione. Il fornello è infiammato abbastanza. L'aurora sta per ispuntare da' balconi dell'Oriente; il gran giorno si affretti. Facciamo co' nostri sforzi ch'egli sia il più bello, e il più fausto di quanti possa vantarne ne' suoi fasti l'amor di patria, l'entusiasmo e la gloria».

Documento puramente retorico, al quale non corrispose l'effetto desiderato.

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I Carbonari della Provincia erano in poco accordo con quelli delle altre, e fra loro; quelli di Cosenza sinanco l'un dall'altro discordavano. Condizione non insolita nelle varie parti della Setta medesima non ancora disciplinata abbastanza, com'era quella; posciachè è raro in tal caso che tutti i Capi, più che tutti i componenti sinceramente risguardino nello scopo medesimo, rarissimo che convengano appieno intorno i particolari ed i mezzi della esecuzione (Greco, ibid., 25).

A questo s'aggiunse l'energica e pronta risolutezza del generale Manhès che paralizzò d'un tratto ogni movimento, degna d'encomio certamente, se non l'avesse macchiata dì sangue generoso! Tre furono i giustiziati, molti gli arrestati. Capobianco tradito come un Cristo dal Vicario capitolare di Nicastro fu arrestato e da un tribunale di sangue fu condannato alla forca. La salma dell'appeso, a Torrevetere, sovrastante a Cosenza, rimase a spettacolo tutta la notte e parte del giorno seguente. Nel quale il tristo sacrifizio fu appieno consumato, col ridursi in cenere quelle misere spoglie, e col disperdersi quel cenere al vento.

Grave, irrimediabile errore che perdette il governo murattiano nella considerazione della Carboneria. La leggenda carbonarica della passione e morte di Cristo s'era avverata, e la Carboneria fece di Capobianco il simbolo della vendetta contro il tiranno.

E il tiranno si gettava fin d'allora a capofitto in quei giuochi di fortuna che doveano portarlo a irreparabile ruina.

Dopo non molto dal suo ritorno di Germania, Gioacchino, colla febbre del tradimento addosso, ripartiva per la guerra che oltreché in Germania allora si preparava nell'Italia settentrionale.

Il Ministro della Polizia Generale l'annunziava agl'Intendenti con una circolare del 27 novembre 1813 (1),

(1) Archivio di Stato di Lecce. Volume dal titolo: Campagna di Gioacchino Murat, 1813-1815.

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laquo;S. M. parte per combattere a vantaggio della prosperità e dell'Indipendenza Nazionale». E aggiungeva raccomandando a che lo spirito degli abitanti non venga sopratutto turbato da principii ingannevoli di pochi nemici del bene pubblico».

Né s'accorgeva che colla sua politica n'attuante ed equivoca oramai Gioacchino aveva creata intorno a. sé la solitudine più spaventevole. Nemico e traditore di Napoleone, era anche tenuto e sorvegliato come nemico e traditore da' suoi nuovi alleati. Oramai nello stesso esercito era penetrata la sfiducia. Dagli stessi generali più a lui attaccati si cospirava pel suo e pel bene d'Italia, ciò che avrebbe dovuto rattenerlo da quella via disastrosa per cui s'era messo, coll'audacia di bravo generale di cavalleria, non mai con prudenza ed assennatezza di re, dimentico della minaccia borbonica che incombeva sul regno, dimentico che una sfida era stata contro lui scagliata dalla Carboneria.

Contemporaneamente avveniva il moto d'Abruzzo. 11 giorno diciannove di marzo 1814, nell'occasione d'una fiera in quel di Castellammare Adriatico, convennero colà diciannove deputati della Carboneria abruzzese, fra cui undici medici e chirurghi, «e formarono che chiamati tutti i maggiorenti della Setta e coloro di parte di popolo, Carbonari cioè e Massoni, i quali per compiere il disegno si erano di già riuniti e accomunati insieme, si dovesse assegnare definitivamente il giorno del primo scoppiare del tumulto Ma senz'altro indugio fu stabilito il giorno 25 marzo, ricorrenza in Pescara della Santissima Annunziata e nel quale ricorreva pure l'onomastico della regina Annunziata Carolina.

Per inevitabili rivelazioni in cosiffatti eventi, sventato il moto a Pescara, scoppiò invece, il 27 dello stesso mese, a Città Sant'Angelo, a cui tennero dietro Penne ed altri luoghi del Teramano; mentre i Carbonari di Vasto, di Lanciano, di Chieti, di Teramo mancaron di fede e non ardiron di muoversi. Furono creati governi provvisori ed inalberata la bandiera della Carboneria da' tre colori, rosso, nero, celeste.

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Fu tentato, il 31 di marzo, un colpo di mano su Teramo, che andò a vuoto, rimanendosene la città tranquilla osservatrice. Altro colpo fallì sa Vasto il 12 d'aprile; mentre il governo si preparava alla repressione. Da Bologna si fece partire la seconda, divisione attiva «per reprimere - dice l'ordine del giorno (4 aprile) - quella violenza di movimento e di tumulto, e far rientrare tosto i traviati nell'ordine e nel dovere»,

Ma lo stato degli animi intorno a' futuri casi di Gioacchino era tale, che il generale Florestano Pepe, comandante di quella spedizione, ebbe a dire a qualcuno dei congiurati: «Se la rivoluzione fosse stata generale negli Abruzzi, io con la mia truppa mi sarei unito con voi» (1).

(1) Cfr. NICCOLA Castagna, La sollevazione d'Abruzzo nell'anno 1814, Atri, 1899, p. 81. - Lo stesso Castagna, il padre del quale fu de' sollevati e capo della Vendita di Città Sant'Angelo, attribuisce a quella sollevazione un carattere repubblicano.

«Se quella sollevazione - egli dice (p. 178) - primo e spontaneo movimento repubblicano d'indipendenza e di libertà, fosse stata in favore del governo di Sicilia, non era mestieri trarre negli accordi le Marche, perché le Marche non avevano interessi medesimi col Napolitano, o vi avevano il solo concetto, e sarebbe stato lo stesso, comechè più largo, di Roma repubblicana. Né la bandiera innalzata fu quella di nessuno, ma si de' Carbonari, cioè la bandiera della setta ch'era bandiera repubblicana, uniforme ed eguale in tutti i diversi luoghi della sommossa. E il grido concorde e ogni ora quello in ciascheduno de' ricordati paesi, fu grido di libertà repubblicana, col quale solo e si poteva fare che i popoli si sollevassero e che si unissero insieme nelle loro mosse o in un principio di esse». A noi sembran ragioni che non giustificano il riprovato contegno degli Abruzzesi che furono i primi nel 1815 a sollevarsi in favore del Borbone, né sono giustificate da' tempi e dagli intenti della setta.

A proposito del moto calabrese del 1813, il Greco (ibid., 135) ricorda: «Che alcuni de' Carbonari dì Citeriore Calabria furono primi a intraprendere nel 1813 un tentativo, pel quale re Ferdinando IV reggerebbe con politica costituzionale anco i continentali dominii, come prima ei vi facesse ritorno».

Sereno giudizio che deve estendersi anche alla sollevazione carbonarica d'Abruzzo.

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E ad aggravare lo stato delle cose contribuì la feroce repressione del Martigny, sostituito al mite generale Pepe.

In tali frangenti, mentre Gioacchino cominciava a combattere, per dar prova di clemenza nel regno con decreto del 4 aprile concedeva generale amnistia a tatti i colpevoli per carbonareschi complotti, o fatti disposti, o tentati anteriormente al giorno di quel decreto; ma n'escludeva i colpevoli d'Abruzzo. Anzi parve al re di doversi con celerità, e con rigore punire gli abruzzesi, che gli si erano scoperti nemici con fatti più gravi di quelli tentati od eseguiti in parte da' Consettarii dì Citeriore Calabria. Molti furono arrestati, e di questi alcuni condannati a morte, quarantanove relegati a Brindisi, e diversi trattenuti nelle carceri. Il pericolo si tenne così grave che addi 23 luglio decretossi la soppressione di tutte le Vendite, sotto pena del capo a' trasgressori, tanto già Carbonari, quanto nuovi proseliti. L'avversione contro il persecutore crebbe vieppiù in tutti i Carbonari Borbonici; i quali ne' grandi avvenimenti dianzi compiuti, scorgendo che sempre più appressavasi il giorno delle vendette di quegli esilii, e supplizi, ne acceleravano alacremente l'arrivo, divenendo per la governativa vigilanza aumentata, non meno operosi, non meno fervidi, ma solo più cauti (Greco, ibid., 107).

CAPITOLO III.

La caduta del Munii e la restaurazione Borbonica

Ne' suoi ultimi tempi il Murat cambiò tattica nel governo dello Stato, e mirò ad ingraziarsi, in tutti i modi, le popolazioni, facendo loro intravvedere che accorderebbe tra non molto le franchigie chiestegli tante volte anco da' grandi corpi dello Stato. Ma nulla accordava e rimandava sempre a miglior tempo.

Si circondò degli uomini più eminenti, profughi d'Italia, Pellegrino Rossi, Salfi, il principe Ercolani, Cicognara, Pino, ed altri. Il Maghella, che prima aveva spinto il Murat a mettersi contro Napoleone, ora lo infervorava vieppiù nell'idea dell'Indipendenza italica. Per i Buoi sentimenti antinapoleonici, il Maghella era stato, come genovese, e perciò suddito francese, richiamato in Genova e mandato prigioniero a Parigi, ove Napoleone aveva tentato invano di renderselo favorevole. Appena gli eserciti degli alleati penetrarono nel territorio francese, egli riusci a fuggire nel modo più arrischiato e romanzesco. Giunto a Napoli indusse Gioacchino a cambiare contegno verso la Carboneria.

Gioacchino sapeva i maneggi de' Bonaparteschi, le mene nell'esercito francese, avea fede nella stella del cognato. Ma noi volea despota come per Io innanzi. Esser volea gagliardo, per premunirsi contro lui, e contro il Congresso. Noi potea senza esser padrone d'Italia, né aver questa senza i Carbonari.

Uscendo a guerra, voleva il regno sicuro, né esser sorpreso come poco innanzi, combattendo sul Po.

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Ma le pratiche condotte da' generali Rossaroll ed Arcovito, nella congrega de' SS. Apostoli (uno de più alti corpi della gerarchia carbonarica), fallivano.

«L'Assemblea, de' delegati delle province, pose in capo a' patti la concessione d'uno statuto. Murat opponea la difficoltà de' tempi, la presenza del Congresso, le minacce di guerra. Diceva essere uscito dalla rivoluzione francese, aver combattuto per la libertà d'Italia. L'Assemblea chiese l'espulsione de' Francesi, e Murat rispondea ch'era sformar l'esercito. I Carbonari sospettarono inganni, e nacque vero tumulto. Gli rinfacciaron le proscrizioni, i supplizi, le atrocità di Manhès e Montignv. Murat uscì dall'Assemblea, ed ogni accordo fu rotto. In lui si accrebbe l'ira, ne' Carbonari il bisogno di favorir l'antica dinastia. La conquista dei Tedeschi fu agevolata» (1).

Con tutto ciò cercò di rendere del tutto officiale la Carboneria nel regno, facendovi entrare numerosi i suoi aderenti; anzi tentò, per consiglio del Zurlo, di mutar la forma e il nome della setta. Non più Carboneria, ma Agricoltura; la Vendita divenne la Pagliaia, i Buoni Cugini Coloni. Murat stesso sarebbe stato Gran Maestro dell'Ordine; Zurlo e i suoi amici, agenti principali. Proclami stampati circolarono numerosissimi nelle provincie, ma inutilmente.

Si preparava alla spedizione mettendosi in relazione coi settari dell'Italia settentrionale e co' migliori elementi del già disciolto esercito del Regno Italico,

Nelle Marche e nel rimanente dello Stato Pontificio spediva il suo fido Maghella a organizzare vendite carbonariche e logge massoniche e a preparare e a tener desto lo spirito pubblico. Abolì la coscrizione, e ristabilì il sistema delle antiche leve per reclutare l'esercito.

(1) CALÀ ULLOA, Intorno alla Storia del Bearne di Napoli di PLETRO COLLETTA, Napoli, 1877, p. 3423.


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Diminuì alcuni dazii. Instituì una Guardia di Sicurezza e concesse a' creduti più meritevoli della medesima, medaglia d'oro col motto Onore e Fedeltà. Credeva cosi d'assicurarsi l'appoggio de' più, solleticandone la vanità; mentre ad assicurare i collegati della sua valida posizione nel Regno procurò che si esaltassero i benefici recati dal suo governo, inducendo l'esercito e tutti i Corpi dello Stato ad attestargli con pubblici indirizzi i sentimenti della loro riconoscenza e fedeltà. Non risparmiò feste in onore della famosa principessa di Galles a dispetto d'ogni prudenza politica, e fu largo di ricevimenti e di riguardi verso gl'Inglesi, illudendosi nell'appoggio che il loro governo avrebbe dato alla campagna a cui si preparava dell'Indipendenza d'Italia,

Ma era politica fatta di soli ripieghi, che dovea riuscire apparente e tardiva verso i popoli, ingannevole verso gli alleati, che non lo perdevano di vista, interessata verso Napoleone, il risorgimento del quale - se egli avesse saputo prevenire e sfrattare - considerava come leva potente contro gli alleati, come minaccia contro lo stesso Napoleone, come mezzo di sua potenza a divenire ciò che sognava, il re d'Italia.

Così, credendo d'ingannar tutti, ma ingannando se stesso, alla notizia dell'entrata di Napoleone a Parigi, Gioacchino da Rimini, improvvidamente senz'altro aspettare, bandì la guerra dell'Indipendenza. E fu un colpo di testa, che, nel giro dì poco più d'un mese, portò alla sua rovina, allo sbandamento dell'esercito, all'invasione del regno, compromettendo in ogni modo la causa italiana di fronte agli stranieri (1).

Eppure la condotta dell'uomo in quegl' ultimi istanti fu

(1) Di prossima pubblicazione «La Campagna dell'Indipendenza italica di G. Murat secondo i rapporti del Ministro di Polizia ed altri documenti ufficiali. Ad attestare i sentimenti della plebaglia napoletana dopo la sconfitta del Murat riporto dal Croce (tip. cit.) quanto segue. Un cronista ci conserva, gotto il 91 maggio 1815,

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tale da evitare la guerra civile, e, tranne che negli Abruzzi, non venne a lui meno quella simpatia ch'egli con tutti gli errori commessi avea saputo conquistare nel popolo e che l'infelicità ora ingrandiva, anche se per necessità delle cose veniva abbandonato al suo destino.

Quale in questi frangenti fu il contegno della Carboneria? Il Canosa (cfr. ibid., p. 82), confondendo in un sol fascio i Carbonari d'ogni colore, o perché realmente il loro contegno fu remissivo nella sicurtà d'ottenere da Ferdinando quelle franchigie che Gioacchino avea concesse negli ultimi giorni, ad attestare soltanto l'ironia della sua posizione, così dice a proposito:

la notizia, nella città tutto è esultante o gioia spontanea: i motteggi poi sono continui e diversi.» E, fra i motteggi:

Aiutato a fare la sante messe fé l'anima de' compromessi!

Aiutamm'a fa sti sante messe era l'invocazione che s'udiva per la città la mattina di un esecuzione capitale, raccogliendosi l'elemosine per le messe da dire a refrigerio dell'anima del condannato. La frase veniva burlescamente applicata a' compromessi nel governo francese, come a dire: sono spacciati! - Ancora:

Viva lo re senza lu cinto rano e lo carrino;

E se n''è fuiut Gioacchino!

Ovvero:

Se n'è fuiuto lo mariolone,

E se ne vene lo Nasone!

E questo è quel popolo su cui tanto si faceva contare a Gioacchino! - esclamava il Cronista! (Diario nap. me. Soc. Stor. Nap. sotto il 21 maggio 1815).

Indegno, veramente, è questo canto contro la regina Carolina Murat. La quale, vista svanire ogni speranza, s'era imbarcata, disponendosi a lasciar Napoli.

Chi vo veder' a mogliera e Gioacchino

Miez'o mare facenn' 'a culumbrina.

Vene cu miao dint'a sta varchetta

E c'a facci a bedè Donna Purpetta!

'A culumbrina, civettuola; ma altra versione ha: la piccolina, meretrice!

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Essi non ardiron innoverai, se non quando putrefatto il cadavere politico di Murat. Ciò avvenne quando le truppe tedesche disperse aveano da una parte le falangi di Gioacchino, avanzandosi da più punti verso il Regno, mentre lungo le coste non sì miravano, che Britannici vessilli, i quali uniti a' Siciliani, minacciavano sbarchi in tutti i punti. Scelsero quel momento per la loro vendetta, per conciliarsi ancora la gratitudine del reduce Ferdinando, e per evitare quelle stragi popolari del 99, che minacciavano rinnovarsi con maggior furore contro tutti i partitanti Francesi. Ecco l'oggetto, che unì per un momento i Carbonari con i Calderari, nemici non della Monarchia in genere, ma della usurpazione francese. Molti de' Calderari appartenevano di fatti a quelli, che sceneggiarono negli orrori del 99, I Calderari, che odiavano Giocacchino come francese, e non come Re, accettarono l'invito e l'unione dei Carbonari, trattando per combinazione gli uni tanto che gli altri lo stesso negozio collo sterminare Gioacchino. L'istantanea lega di queste due nemiche fazioni non ebbe per la parte de' Carbonari altro fine se non quello dell'odio teoretico verso la Monarchia, combinato con quello della particolare vendetta contro Murat, e L'interesse di salvarsi dall'ira popolare, che minacciava in questo secondo incontro una irruzione contr'essi peggiore ancora di quella del 1799».

Certamente al ritorno sul trono napoletano, nuovi orizzonti politici si schiudevano al Borbone, se l'esilio e gli avvenimenti di quegli ultimi tempi fossero per esso stati ammaestramento giovevole nell'arte del governare. Ma la fede alle promesse franchigie subito rivelò che profitto avea ricavato dalla scuola del passato e nella sua untuosa e incosciente trivialità non comprese il male che faceva a se stesso ed alla sua dinastia. Il Regno di Napoli rimasto a discrezione dell'Austria, di questa rispecchiò quei principii politici, impersonati nel Metternich, che ebbero a suo cattivo rappresentante in Napoli accanto ad un re triviale, il principe di Canosa, che, se del Metternich

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cercò d'imitare, con tutta l'esagerazione e cocciutaggine di mente piccina, il diritto di legittimità, del Metternich però non ebbe né l'ingegno né la grande abilità, e trasformò quel malinteso diritto in un'arma settaria, che dovea tornare a danno ano e della monarchia.

Chiamato a Napoli a reggere il Ministero di Polizia, dopo l'interinato del De Medici, che, attratto interamente nelle cure finanziarie, poca importanza aveva dato alle divisioni interne, ai dette a tutto uomo a distruggere del tutto la Carboneria, sradicando colla violenza quei principii che per lo passato avevano cambiato aspetto alle cose.

I suoi principii sono espressi in una Lettera dell'Esperienza ch'egli rivolse a' re della terra»: «Riedete, o principi, nell'antica vita, e se vi cale condannar pochi, condannate subito ed inesorabilmente... Già sperimentaste tolleranza, senza frutto. Venite alle prove del sangue... Primo vostro ministro dev'essere il carnefice... Iddio, padre della misericordia, creò un inferno per punire le colpe; imitate il divino esempio... Non esitate nella scelta delle pene; mano per mano, occhio per occhio, vita per vita. Divìde et impera, dividete popolo da popolo, provincia da provincia, città da città. Risuscitate, alimentate le gare municipali,,. Una causa principale dello sconquassamento del mondo è la troppa diffusione delle lettere e quel pizzicore di letteratura che è entrato anche nelle ossa de' pescivendoli e degli stallieri. Al mondo non sono necessari i dottori e i lettori, ma ci vogliono i calzolai, i sartori, i fabbri, gli agricoltori e gli artieri di tutte le sorta, e ci vuole una gran massa di gente buona e tranquilla, la quale si contenti di vivere sulla fede altrui e lasci che il mondo sia guidato coi lumi proprii...»,

Secondo lui «il popolo era fatto per il re, ed il re, per diritto divino, poteva e doveva fare del popolo quel che meglio gli sembrava. La prerogativa era tutto, e per virtù dello stesso diritto divino tutti gli uomini erano considerati come fili d'erba, obbligati a piegarsi verso la terra

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e a non rialzarsi se fosse piaciuto al re di mettere un piede sul loro collo» (1).

Perciò, mentre la Carboneria s'era appartata in una prudente aspettativa, egli a' Carbonari oppose i Calderari, e sottomano li protesse. Distribuì loro ventimila fucili e li ordinò con novelle costituzioni. La Setta fu divisa in Curie. In ogni provincia una Curia centrale fu incaricata di corrispondere con quelle poste nel ano circondario, e col Ministero. Quasi a contrapeso de' Carbonari furono detti Calderari del Contrapeso. Era loro simbolo la caldaia sotto cui brucia e si consuma il carbone, a significare che in quel modo li doveano essere distratti i Carbonari. Ogni Calderaro dovea contare nel suo attivo l'assassinio, per lo meno, di tre Carbonari. Sebbene fosse stabilito, sotto la personale garanzia dell'Imperatore austriaco, che nessuno sarebbe stato molestato per le opinioni e la condotta politica del passato, il passato appunto e le opinioni furono incentivo di persecuzione.

Seguirono uccisioni, rapine, risse; fu conculcata ogni legge, complice il governo, aiutatrice la polizia. Levossi in Napoli e fuori del Regno tanto clamore, per tanti misfatti ed abbiettezze della pubblica podestà, che il re fu condotto a dare ordine che so ne ricercassero le ragioni. Carcerati alcuni scherani confessarono di essere commissari del Canosa; gli ambasciatori di Russia e d'Austria per tutela di governo e non per amor di popolo, vollero che il ministro fosse deposto ed esiliato; la qual cosa Ferdinando non fece se non dopo averlo gratificato di ricchi doni e pingue pensione (23 giugno 1816).

Senza dubbio, tali notizie possono essere anche esagerate; U. è certo però che in una persecuzione violenta ed irragionevole, contro le sètte e la Carboneria in particolare, riassunse il breve ministero del Canosa, In Calabria ne fu pretesto l'infelice tentativo del Murat.

(1) Cfr. Church: Brigantaggio e Società segrete nelle Puglie. Bar editore, Firenze 1899, p. 20.

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Secondo riferiva la polizia, quel tentativo era coordinato ad un piano prestabilito. Era intenzione de' Carbonari calabresi di proclamare la Repubblica italiana, e mettere a capo d'essa, col titolo di Console, lo stesso Murat. Né, dopo la morte dell'infelice re, i Carbonari si acquietarono, anzi divennero più audaci. Il generale Nunziante, incaricato della Alta Polizia, e coll'alter ego, così scriveva all'Intendente di Calabria Ulteriore (16 marzo 1816):

«In vigore delle provvide misure prese dal Governo, le unioni Carbonarie, Calderarie, Massoniche ed Egiziane, che la malizia di alcuni e la cecità di altri aveva rinventate, ed estese, debbon cessare d'esistere» (1).

Volendo conoscere il numero de' Carbonari nelle provincie calabresi, per poterli meglio sopprimere, egli riuscì a corrompere uno de' membri; ma poco dopo, il corpo del traditore fu trovato crivellato di ferite, con un foglio indirizzato al generale, in cui lo si esortava a rinunciare alla sua impresa se non voleva dividere la sorte del traditore. Quest'uomo era stato condannato a morte alla presenza del proprio fratello, il quale non potè né salvarlo né avvertirlo della pena che lo aspettava. In tale occasione il Nanziante scrisse a Napoli che i mezzi di cui disponeva erano insufficienti, per contendere coi Carbonari, il cui numero nelle Calabrie ai stimava da' cinquanta ai sessanta mila.

Se la prudenza del generale esagerava certamente sul numero de' Carbonari, senza debbio anche dopo la partenza del Canosa fu una necessità la repressione delle sètte. Con decreto dell'8 agosto venivano vietate e dichiarato manifesti attentati alla legge le sètte d'ogni genere. I trasgressori venivano puniti colla pena del bando da cinque a vent'anni. Puniti coloro che scientemente permettevano

(1) Cfr. Dito; La Rivoluzione Calabrese del '48, Catanzaro, pag. 9.

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l'oso della loro casa, abitazione o altro luogo di loro proprietà per la riunione della setta, alla malta di dieci a cinquecento ducati, e col bando da tre a dieci anni, o secondo le disposizioni precedenti se essi stessi ne facevano parte. Puniti coloro che conservavano emblemi, carte, libri o altri distintivi della sètta, come pure i venditori e distributori di tali oggetti colla prigionia d'un anno a cinque.

E fa, come abbiamo detto, una vera necessità; perché conseguenza del sistema canosiano era stato un generale sconvolgimento d'anarchia settaria, imposta dalla prevalenza sanguinaria de' Calderai!. Alla loro violenza la Carboneria rispose colla violenza, e, se non vere ramificazioni carbonariche, furono però capitanate da Carbonari le bande brigantesche de' Vardarelli nel Vallo di Bovino o de' Decisi in provincia di Lecce, ed altre molte senza nome, terrorizzanti qua e là, e legate tra loro, a seconda de' casi, in una vasta federazione brigantesca.

Segni di feroce vitalità dimostravano pure altre due società segrete, quella de' Patrioti Europei e l'altra dei Filadelfi, penetrate nell'Italia Meridionale quando il trono di Murat era già presso a cadere, diverse ne' nomi, ma identiche ne' mezzi e formate di gente della peggiore risma.

Né in tale repressione il governo in verità si comportò alla cieca, e la sua azione si svolse specialmente contro i Calderari, causa principale di quello scompiglio. Net settembre del 1816, la Gazzetta Ufficiale pubblicava il seguente articolo: «Dopo la pubblicazione dell'Atto col quale Sua Maestà prescriveva tutte le società segrete, alcuni individui, per la maggior parte di bassa condizione sociale e che dapprima avevano dimostrato devozione al Re ed affetto per la Buona Causa, hanno preso l'abitudine di riunirsi in segrete conventicole della Società detta Calderari; Sua Maestà li ha fatti arrestare e consegnare alla giustizia». Nella provincia di Lecce, maggiormente infestata dall'anarchia settaria, fu mandato coll'altér ego l'irlandese generale Church, e la sua azione nelle Puglie fu energica

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ed oculata., perché, com'egli stesso dice, non si svolse alla persecuzione delle sètte e delle opinioni, ma alla distruzione degli assassini, de' ladri e de' banditi (1).

E come in Puglia così altrove; nè l'opera del governo fu del tutto disinteressata.

La partenza del Canosa aveva diminuiti si ma non distrutti affatto i risultamenti di tutto quanto egli aveva fatto per concitare l'avidità de' malvagi raccolti nella setta Calderara; ed i Carbonari inanimiti dalla caduta di quel loro acerrimo nemico, divennero più arditi. A questa circostanza altra pure si aggiunse più grave a pro' de' Carbonari. La Caldereria, stizzita a cagione della partenza del suo capo, dichiaroasi apertamente prima contro i ministri del re e poscia contro il re stesso, chiamando quelli traditori, e timido il principe che gittavasi in braccio a' Murattini e a' Carbonari tutti nemici del trono (1).

E in questo rivelossi la grande abilità poliziesca del Medici, che come era stato massone e giacobino prima del 1799 per scalzare il suo rivale in favore e in politica, ministro Acton, seguiva ora gli stessi mezzi, appoggiandosi alla Carboneria, per rendere impossibile il ritorno del Canosa.

Il Ministero napolitano era intieramente guidato, se non di nome, almen di fatto dal Medici, dal quale tutti gli altri ministri dipendevano; ma il suo sistema governativo oscillava ora a diritta ora a sinistra, quasi nave senza timone. I Calderari, ch'eran gli ultrarealisti, eran di tutto

(1)

In tali sensi egli scriveva (17 dicembre 1817) al Nugent, allora capitano generale e comandante in capo a Napoli, rial quale riceveva la seguente risposta: Le vostre misure sono altamente approvate e il trovarvi dove siete è considerato da' ministri e dal Re la cosa più fortunata che potesse accadere. Tutti sono d'accordo nel proponimento dì punire i delitti con la maggiore severità,ma non le opinioni finché rimangono nascoste e non si trasformino in azioni». (Ibid. p. 26).

(2)

Pepe. Memoria, ecc. i, XXIII, 498.

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cuore odiati tanto da' ministri che dal re; perché essendo essi divorati dall'ambizione, e sovente dalla miseria, cospiravano contro il principe, e vantavan si aver per capo il duca di Calabria, il quale comandava in Sicilia. Ciò, che pur non essendo, facevan credibile la discordanza ch'esisteva tra la duchessa di Calabria e la principessa di Partanna, moglie morganatica del re, e la poca tenerezza dì questo pel figliuolo.

I loro avversari, i Carbonari, progredivano sempre; e i ministri, sia perché bramassero essere stimati un po' liberali, sia perché non riguardassero i Carbonari come nemici personali di loro e del re, mostravano qualche propensione per essi, e schietta antipatia per i Calderari (1), Credevan d'altra parte di distruggere gli effetti del lavorio settario opponendo ad esso il concordato del 1818, per il quale la religione cattolica veniva dichiarata sola religione nel regno, con tutti i diritti e le prerogative che le si appartengono (si scrisse) per comandamento di Dio e per sanzione canonica. Per quel concordato il pubblico insegnamento venne conformato a tutta la severità cattolica; tolto al Governo ogni ingerenza nelle scuole ecclesiastiche, accresciuto il numero delle diocesi in Sicilia; l'entrata dei vescovi in beni stabilì di non meno di 3000 ducati all'anno, esente da gravezze pubbliche; restituzione alla Chiesa de' beni ecclesiastici invenduti, diritto a nuovi acquisti; riaperti, appena si potesse, i conventi e i monasteri con doti sufficienti; foro ecclesiastico per tutte le cause dette ecclesiastiche dal Concilio di Trento; libertà ai vescovi di censurare chiunque disprezzasse le leggi e i canoni della Chiesa; proibite le stampe contrarie alla sacra dottrina; lo Stato doveva prestare mano forte alla polizia ecclesiastica. Si faceva giurare ai vescovi sopra i santi Evangeli obbedienza e fedeltà alla Maestà Reale; di non aver alcuna comunicazione, né intervenire ad alcuna adunanza, né conservare leggenda;

(1) PEPE. Ibid. I, XXIV, 517 cfr.'. pag. 542.

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- e, come tutte le leggi borboniche, anche quella contro le sètte rimase lettera morta. Il governo non solo fu tollerante, ma inetto a comprendere l'importanza e le conseguenze di quel lavorio, che necessariamente dovea portare alla rivoluzione. La Carboneria fu allora considerata, come in Francia lo erano state le associazioni segrete alla vigilia della grande rivoluzione. Fu guardata con un certe noncurante dileggio, nella sicurezza che tali unioni, fervide sol principio, col tempo languiscono e infine cadono da se stesse. E non si comprese che se allora il Napoletano fosse stato l'Italia, certamente il risultato di quella rivoluzione, oramai radicata nel sangue, non sarebbe stato quale a noi l'impose colla forza la Santa Alleanza.

Già, durante ancora la permanenza delle truppe austriache, s'erano rivelati i sentimenti rivoluzionarii del popolo, specialmente nelle provincie di Lecce, Bari ed Avellino. Nel 1817 erano stati stampati alla macchia numerosi manifesti, distribuiti poi in tutti i paesi. In essi si chiedeva al re una Costituzione, e si eccitava il popolo a non pagare le tasse nel caso di un rifiuto. Tre proclami di tal genere, varii nell'espressione e nell'intonazione, furono messi fuori l'un dopo l'altro in breve spazio di tempo. Il primo supplicava: il secondo ricordava al re ch'«egli aveva promesso una costituzione al suo popolo», e lo avvertiva di mantenere la parola regale. Il terzo lo rimproverava. II popolo, si diceva, è stanco di supplicare per ottenere ciò che è dovuto alla nazione; non si pagheranno le tasse se non dopo ottenuta la Costituzione; i ricevitori delle tasse saranno minacciati di morte.

Il Ministero spediva immediatamente il Commissario Intonti a Foggia, ove era già stato Procuratore generale, e vi aveva conosciuto varii membri dello differenti sètte. Investito de' pieni poteri, con l'ordine di far giustizia sommaria o meglio ingiustizia, condannando a morte senza processo anche i soli sospetti, egli preferì ricorrere a misure più miti, nascondendo perfino alle autorità del luogo tatto l'estensione della propria autorità.

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Chiamò invece a sé i più violenti, e cercò di mostrar loro come per allora fosse impossibile al Governo concedere una costituzione. Né l'imperatore d'Austria, le cui truppe, erano ancora nel regno, o tutt'al più avevano appena passata la frontiera, né le altre potenze alleate avrebbero accettata tale misura.

Per qualche tempo la calma fu ristabilita grazie a' buoi mezzi persuasivi e le operazioni de' Carbonari sospese (1).

Contemporaneamente un piano di rivolta si preparava dai Carbonari di Salerno con la cooperazione di quelli di Basilicata e di Calabria. Fu fissato a Napoli un comitato centrale di corrispondenza, ed un convegno settario fu a tale proposito tenuto a Pompei. Ma non essendo le altre provincie preparate il moto fu rimandato a tempi migliori (2).

Era tale oramai la necessità della rivoluzione e la sicurtà del trionfo, che il Pepe voleva iniziarla con un colpo audacissimo di mano.

Trovava si da poco in Napoli l'imperatore d'Austria (26 aprile 31 maggio 1819), e al Pepe fu dato ordine di riunire nello spazio di tre giorni in Avellino i militi di quella provincia, che ascendevano e cinque mila, e di tenerli pronti per essere passati in rivista dai Sovrani, accompagnati dall'imperatrice, dal Metternich, dal Medici e dal ministro della guerra, capitano generale Nugent.

Prima che avessi terminato di leggere la lettera del Ministro, divenni - dice il Pepe - febbricitante moralmente e fisicamente. Mi parve d'aver sotto gli occhi l'Italia da Trapani alle Alpi, e l'impresa, comecché arditissima, non era atta a sgomentare il mio patriottismo. Decisi di arrestare il re, l'imperatore, l'imperatrice, Metternich, Medici e Nugent; di confidarne la custodia a cento uffiziali e sottouffiziali militi

(1) Cfr. Memorie delle società segrete dell'Italia meridionale. - Roma-Milano, Società Editrice Dante Alighieri, 1904, pag. 83 e segg.

(2) Ibid, Cfr. p. 208 - Cenno storico su i fatti che hanno preceduto il movimento del Battagliane sacro di Nola.


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tutti gran maestri Carbonari; e di farli non Carbonaro sarebbe stato un uomo da nulla, e che all'opposto non rinvenivasi un sol uomo onesto tra i Calderari.

Un fatto di poco conto, ma sintomatico, lo decise a seguire verso la Carboneria un sistema di condotta che valse a modificarla del tutto.

Ed il fatto era questo: «Un gendarme a cavallo era caduto nelle mani del feroce capobanda Minotti; ma mentre un giorno - dice il Pepo - io recavomi da Troia a Foggi», codesto gendarme mi sì presentò a cavallo ed armato, laonde credetti che la sua prigionia fosse stata una favola; ma gli uffiziali del mio seguito mi dissero che al primo alto mi avrebbero spiegato come andasse quel mistero; e di fatti poco dopo mi palesarono che il gendarme, per via di segni carbonareschi, aveva ottenuto la libertà, senza perdere né armi né cavallo.

laquo;Ecco dunque, ragionai tra di me, una setta che ha un santo scopo, che novera nel suo seno uomini di probità somma, sulla via stessa dell'immoralità. Il distruggere quella setta sarebbe stata cosa difficile, e, con quel governo debole ed assurdo, forse del tutto impossibile. In tutti i casi avrebbe ripugnato al mio animo il combattei una società che chiedeva istituzioni libere a pro della patria comune. Le vie mezzane sarebbero state sciocche nella, situazione in cui mi trovavo, e troppo opposte al mio sentire; quindi, dopo maturo esame, deliberai di assumere la direzione della setta carbonarica nelle due popolose provincie da me comandate, e, ordinandola militarmente, porla in istato di abbattere il potere assoluto che da tanti secoli depravava i popoli delle nostre belle contrade, nella quali la civiltà e le istituzioni popolari precedettero di molto quelle di ogni altra terra in Europa» (1).

I Carbonari erano allora nel Regno molti di numero,, ma così tra loro divisi dalla gelosia e da altre meschine

passioni,

(1) PEPE. Ibid. I, XXIV, 522.

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che l'anno precedente alcune Vendite volevano stringere alleanza co' Vardarelli. Onde il Pepe si decise ad ordinare militarmente nella sua divisione diecimila Carbonari, co' quali si prefìggeva di raggiungere quello che fu lo scopo di tutta la sua vita, la libertà della patria.

Riorganizzò il corpo de' militi delle due provincie, mettendo a capo d'essi degli nomini scelti per unanime consenso tra ì più probi, agiati, attivi, influenti; così fece per la scelta de' militi e de' sottouffiziali, i quali non esistevano o erano stati malamente scelti, tra i più poveri ed infelici cittadini, mentre i giovani agiati e di famiglie ragguardevoli, a cagione delle solite protezioni e corruzioni, ne rimanevano esclusi. I meno agiati dovevano aver tanto da voler provvedersi compiuta divisa a proprie spese e dare due o tre giorni per mese al servizio militare.

Inoltre furono tutti iniziati alla Carboneria. Ogni compagnia formava una Vendita carbonarica, ed i Carbonari non militi ne componevano un'altra che chiamavano pagana.

«Le compagnie eran mosse - dice il Pepe - ad eseguire i miei ordini con precisione da spirito di corpo e di sètta, dalla incrollabile fiducia ch'esse riponevano nelle mie intenzioni patriottiche, ed infine dalla mano ferrea si, ma affettuosa con la quale le conducevo............

«Bello era il vedere in luoghi rozzi e per l'addietro quasi appartati dal consorzio sociale, le milizie vestite con grande eleganza e molto addestrate negli esercizi militari. A. me non conveniva d'entrare nelle Baracche; ma conoscevo tutto ciò che vi si faceva. I loro principii di morale purissimi, differivan poco da quelli de' massoni, e si accostavano un tantino di più che questi a' dettati della dottrina evangelica. I miei ordini del giorno prescrivevano punizioni per quei militi che si fossero recati nelle bettole, ovvero fossero stati trovati ubbriachi, e di più imponevo che i militi recidivi in tali mancanze, non meritando l'onore d'indossare la divisa come i loro compagni, facessero il servizio senza uniforme.....Avevo suggerito

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vero, città adatta oltremodo alla bisogna, avendo a fronte il vallo ed i boschi di Bovino; a sinistra, la città di Lacera, popolosa ed in istato di offrire qualche difesa; alle spalle, i vasti monti del Gargano; alla diritta i boschi di Serra Capriola, donde si passa nel Sannio.







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