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Per un dialogo fra le culture del Mediterraneo

Danilo Zolo

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4. Un dialogo fra le culture del Mediterraneo

Che senso può avere, in questo quadro globale così turbolento e allarmante, definire un'area culturale 'mediterranea' e proporsi di avviare al suo interno un dialogo interculturale?

E' una fuga dalla realtà?

E' una divagazione letteraria - impastata di terra, di mare e di sole - sull'onda della struggente suggestione 'meridiana' che ancora promana dall'opera di Albert Camus (9)?

E' celebrare retoricamente il nazionalismo del sole, della vite, dell'ulivo e degli agrumi?

Non è forse vero che il Mediterraneo è ormai un prezioso fossile della protostoria umana, un piccolo mare emarginato dalle dimensioni 'oceaniche' del mondo tecnologico-informatico?

Non è una periferia lenta, inefficiente e corrotta dell'Occidente, senza prospettive se non quelle del piccolo cabotaggio turistico-commerciale? E non è stato il mare delle guerre di religione, il teatro di alcuni dei drammi più acuti e feroci del nostro tempo?

Esaltare il ruolo di un mare marginale e pieno di conflitti non è una nobile e anacronistica utopia?

Forse è proprio così, ma la nostra sfida è che non sia così, o che non sia soltanto così.

In Land und Meer Carl Schmitt ricorda che il geofilosofo tedesco Ernst Knapp, nel suo libro Philosophische oder vergleichende allgemeine Erdkunde, del 1845, aveva classificato le grandi civiltà antiche assumendo l'acqua come criterio della sua tassonomia (10).

Aveva distinto tre tipi di civiltà: le culture potamiche, quelle talassiche e quelle oceaniche. Per Knapp la storia del mondo inizia con la civiltà potamica, e cioè la civiltà fluviale degli assiri, dei babilonesi e degli egizi, fiorita nel territorio mesopotamico compreso fra il Tigri e l'Eufrate e lungo il Nilo. Segue la civiltà talassica e cioè la civiltà dei mari interni e del bacino del Mediterraneo, cui appartengono l'antichità greco-romana e il medioevo mediterraneo. Infine, con la scoperta dell'America e la circumnavigazione della terra, si afferma la civiltà 'oceanica': inaugurata dai popoli iberici sarebbe stata dominata - lo è tuttora - dagli anglosassoni.

Rilevante o meno che sia questa tassonomia geofilosofica, è di grande interesse e suggestione, a mio parere, la grandiosa metafora che Carl Schmitt ne ha ricavato, opponendo la dimensione talassica del Mediterraneo - un mare interno e una civiltà costiera, fatta di terra e di mare - alla dimensione oceanica.

L'oceano per Schmitt è il luogo della non-politica perché non conosce confini: è lo spazio dell'assenza di identità e cioè del cosmopolitismo, della indifferenziazione degli uomini e della omologazione culturale. E' una superficie liscia e amorfa, presente ovunque sul pianeta senza determinazioni significative, che non può essere né abitata, né coltivata, dove non è possibile costruirsi un nido e dargli un nome. L'oceano è perciò lo spazio dei comportamenti esplorativi, della conquista senza misura e senza regole, dei fondamentalismi. E' lo spazio della pirateria e della potenza imperiale.

Di contro, il Mediterraneo, come suggerisce il suo stesso nome, è un mare fra le terre, un mare che le divide e le collega nello stesso tempo. E' un mare diverso dagli altri perché porta dentro di sé il problema del rapporto fra identità diverse, della loro difficile ma necessaria convivenza. E' un pluriverso irriducibile di popoli e di lingue che nessun impero mondiale oceanico è riuscito a ridurre ad unum. Il Mediterraneo è un mare di frontiera, un mare su cui si affacciano tre continenti e tre religioni monoteistiche (quattro se si pensa alla divisione dei cristiani in cattolici e ortodossi) che non sono mai riuscite a prevalere l'una sull'altra.

La sua posizione di confine ne dovrebbe fare il luogo privilegiato del dialogo interculturale e della 'misura' ('misura' è una parola cara a Camus): il luogo dove, nonostante le guerre sante cattoliche e le guerre sante islamiche, le crociate, la reconquista, il duplice assedio ottomano di Vienna e le tristi pagine del colonialismo e della sanguinosa liberazione coloniale, non si sono mai affermati stabilmente né universalismi, né fondamentalismi.

Il Mediterraneo come tale non è mai stato monoteista. Persino Venezia, la città che ha dominato il mediterraneo orientale per cinque secoli, è stata la patria della tolleranza verso le opinioni religiose e filosofiche e ha offerto asilo alle idee liberali e all'emigrazione politica. E l'Impero ottomano non è mai stato quel regime oscurantista e oppressivo che veniva dipinto nell'Europa dell'Ottocento: è stata una formazione politica complessa e sofisticata, che in materia di tolleranza religiosa si è mostrata spesso più liberale di molti paesi europei.

Nel Mediterraneo non è mai esistita un'unica ortodossia religiosa e una lingua sacra, intraducibile in lingue volgari: tutte le lingue sono state tradotte l'una nell'altra.

Nell'Egeo è fiorita una delle più grandi civiltà filosofiche di tutti i tempi. La civiltà greca era per essenza politeista: i suoi déi si combattevano in una libera interazione conflittuale fra potenze divine (11). I suoi pilastri erano la filosofia, la tragedia, la logica, l'osservazione scientifica, la matematica.

Come è noto, sono stati degli studiosi arabi ad assimilare per primi l'eredità della filosofia e della scienza greche. E i grandi testi della sapienza ellenica sono arrivati all'Europa occidentale grazie a traduzioni di traduzioni, e grazie alla mediazione di grandi filosofi arabi - non di teologi - come Al Farabi, Al Kindi, Avicenna e Averroè.

Come ha scritto Franco Cassano, l'identità europea è fondata sui trasferimenti da una sponda all'altra, sui transiti e sugli arrivi, sugli scambi, gli incroci, le contaminazioni, le traduzioni e le impurità: il suo eroe è Ulisse, eroe di piccolo cabotaggio, uomo della partenza e del ritorno, che impiega dieci anni per arrivare a Itaca (12).
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9. Cfr. F. Cassano, Il pensiero meridiano, Roma-Bari, Laterza, 1996, in particolare alle pp. 21-78. Si veda inoltre R. Escobar, Appartenenze e libertà . Un elogio delle molte storie, in G. Gozzi (a cura di), Islam e democrazia, Bologna, il Mulino, 1998, pp. 153-66.
10. Cfr. C. Schmitt, Land und Meer. Eine weltgeschichtliche Betrachtung, Stuttgart, Klett-Cotta, 1954, trad. it., p. 25.
11. Cfr. F. Cassano, Il pensiero meridiano, cit., pp. 24, 26; di Cassano si vedano inoltre i saggi Pensare il Mediterraneo; Contro tutti i fondamentalismi: il nuovo Mediterraneo, Bari 2002, manoscritti inediti.
12. Cfr. F. Cassano, Il pensiero meridiano, cit., pp. 48-9.

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