Eleaml


Ringraziamo l'autore per averci autorizzato a pubblicare questo suo intervento in un suo vecchio blog STELE DAUNIA ora migrato in postpartout dove potrete leggere un altro interessante articolo "Via Chiaia di sera".

Zenone di Elea

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Fonte:
STELE DAUNIA - Segnacoli per un futuro anteriore - 09.11.2004

(Contro) il Manifesto per Napoli di Aldo Masullo - parte prima

In questi giorni, dalle colonne de «Il Mattino», il filosofo Aldo Masullo ha lanciato un appello a tutte le forze sociali –intellettuali ed istituzionali- di Napoli per avviare un processo di riscatto della città. La risposta che, quotidianamente, il giornale aggiorna dedicandole ampio spazio nella cronaca locale è davvero ampia e comprende pensatori e professionisti di tutte le categorie.


Non voglio negare che sia un segnale di vitalità questo coro di voci, ma è anche vero che a parlare ci vuole poco; non voglio neanche pormi al di sopra degli interessati per il solo fatto che si sono mossi (per ammissione di qualcuno di loro) con notevole ritardo rispetto alle necessità, giacché ciascuno di noi sperimenta nella vita l’indolenza e l’irresponsabilità di fronte ai doveri.


Ciò che non sopporto è che a parlare ci vuole poco, e che una volta ancora lo fa un manipolo di persone che non rappresenta la città (tutt’al più una parte della città ci si può identificare) ed è abituata a comandare o indottrinare col culo comodamente seduto sulla poltrona. Queste persone possono essere animate dalla migliore e più genuina buona volontà (chi lo mette in dubbio?), ma non saranno mai loro a poter cambiare le cose.


E questa è la mia critica:

innanzi tutto si parla col linguaggio e col distacco sociale proprio delle istituzioni: “dobbiamo fare”, “la città deve”… Ma chi è questa città? Li conoscete davvero coloro ai quali vi rivolgete? Anzi, vi dico qualcosa di più radicale: non pensate che sia un errore –un grave errore- il fatto stesso che voi vi rivolgiate a qualcuno? E chi è questo qualcuno?


Sarebbe il destinatario delle vostre preoccupazioni e delle speranze di riscatto che nutrite; sono i napoletani, sono Napoli. E voi li trattate come meri oggetti del vostro discorso, che di conseguenza assume più i toni di un soliloquio che di un dialogo.


Scendete nei vicoli dei quartieri più poveri e rovinati (nel senso con cui si dice “rovinare al suolo”) a parlare con la gente? Li incontrate davvero? O pensate che basti farlo nella vostra mente, per mezzo dei modelli antropologici o sociologici, o politici che vi fanno senza dubbio grandi?


Qualcuno di voi si dichiara marxista, quasi tutti o tutti di sinistra, eppure perpetuate un modo di agire che i marxisti definirebbero “reazionario”. Tutt’al più sembrate un consesso di sovrani illuminati alla maniera del Settecento.


Convocate un’assemblea aperta ai cittadini (sono d’accordo, e ci mancherebbe altro!), e per luogo che fate, scegliete un’università? Non sarebbe stato meglio incontrarli in una piazza? Credete forse che al padre di famiglia schiacciato dalla criminalità di via Taverna del Ferro interessi qualcosa di entrare nell’Università tal dei tali?


Credete che senta ospitale questo luogo come voi, che magari vi insegnate? Perché non girate quartiere per quartiere, a stanare la gente dai suoi buchi, a chiamare le persone col megafono, a viva voce, a tirare le loro giacche con le vostre mani? Perché non vi rendete pari ai cittadini che dite vi stiano tanto a cuore, perché non fate sentire loro la vostra vicinanza, la vostra reputazione e incolumità parimenti esposta che la loro?


La verità è che voi avete ancora conculcata in mente quell’ideaccia borghese e positivista di un tempo, in virtù del quale basta avere dei buoni modelli teorici e guidare le masse per ottenere dei cambiamenti. Ma siete in coscienza degni e capaci di guidare qualcuno? Potreste rispondermi che non aspirate affatto a diventare dei Ghandi napoletani, ma soltanto a fornire stimoli e impulsi per una nuova azione sociale e politica che altrimenti non si realizzerebbe mai. E invece è proprio qui che sbagliate di grosso: dovete fare i Ghandi, dovete scomparire tra le folle, e se necessario farvi ammazzare in mezzo a loro.


Cosa credete che gliene freghi a quei troppi napoletani che ogni giorno è un miracolo se non affogano delle vostre parole da teorici? Hanno problemi che voi non immaginate neanche: e bollette, e taglieggiatori, e violenza, e famiglie sfasciate, e figli spacciati o spacciatori, e poco spazio, e figliezoccola dappertutto e sempre, pronti a fregarti, e tutto il resto di una normalità che nessuno ha mai conquistato.


Ecco, l’ho detta la parola che sembra essere il nuovo tabù di questa città e soprattutto di questa amministrazione comunale. Con un sindaco che ha l’ardire di contestare le dichiarazioni spontanee e sincere di tanti suoi concittadini i quali, in un sondaggio, hanno dichiarato di non sentirsi affatto sicuri a girare nelle vie di Napoli. Perché ha paura che venga infranto, il tabù: NORMALITÀ.


 Il Comune continua a pensare alle grandi opere (di per sé necessarie e giuste) e all’abbellimento del centro (quale? dove?), e si dimentica dei suoi peggiori quartieri, degli arti in cancrena di questo grande corpo tumorale che è Napoli; no, dice, noi non ci dimentichiamo di nessuno, non lo sa lei che stiamo facendo questi e quest’altri progetti proprio nelle zone più degradate della città? guardi guardi quanti fondi abbiamo stanziato, e questi due cantieri sono già partiti, a fine anno ne partirà un altro.


Ok, signori politici, sapete ben volgere le parole a vostro vantaggio, ma voi credete davvero che basti costruire un parcheggio multipiano una nuova tangenziale o un ospedale per restituire la dignità a chi se l’è vista tolta?


Forse non avete ben chiaro che avete sbagliato scala; sì, intendo dire la scala come quella delle carte geografiche, la scala di rappresentazione della politica attraverso la quale essa si rapporta alla sfera di vita e di azione dei singoli cittadini. E la scala di quel povero dio che abita a via Taverna del Ferro non è la grande infrastruttura; alla massaia del terzo piano interessa lo sapete che cosa?


Non ci credereste mai: interessa di avere un marciapiedi dove poter camminare senza essere falciata dalle auto per andare e tornare dalla spesa.


Tutto qua. Interessa non dover fare lo slalom tra cumuli di immondizie che nessuno toglie per settimane e dove si trovano cadaveri di gatti cani e topi. Questa è la scala della politica locale. A scuola nessuno si sognerebbe di insegnare a qualcuno le equazioni differenziali se prima non si conoscono le basi dell’aritmetica; perché nella politica questo ovvio principio viene completamente disatteso?


Adesso che Masullo grida (e Dio gliene renda merito!) si svegliano tutte le coscienze, ma costoro dov’erano in tutti gli anni –undici, ormai- in cui, mentre si indoravano e infiocchettavano le zone (guarda un po’) dello struscio e del commercio, i Ponticelli, i Secondigliano, i Pianura, i Chiaiano i Cavalleggeriaosta e le Raffinerie continuavano a marcire a riempirsi di intonaci scrostati di marciapiedi impraticabili di strade che sbucano su cantieri mai chiusi o contro palazzi crollati di lampioni che illuminano con speciale acribia piazzali vuoti e svuotati dove si alienano i drogati e i camorristi si passano le mazzette o fanno le scommesse sulle corse clandestine?


Dov’erano i diritti dei cittadini del Centro Antico in quei dieci anni in cui i varchi del sistema Centaur per la Z.T.L. sono stati prima installati, poi mai messi in funzione e per tutto questo tempo lasciati all’abbandono e alla furia dei vandali, di modo che, quando accadrà il miracolo di ripristinarli, ai soldi già spesi dai napoletani se ne dovranno aggiungere altrettanti?


Già, come sarà l’anima di quei poveri dii? Nera, come vuoi che sia; nera come le loro vie, le loro fogne e le loro cantine. Hanno o non hanno una dignità umana, costoro? Vogliamo continuare a sostenere la politica ipocrita di chi ingioiella le vie dei negozi (e solo per alimentare il commercio, non mi vengano a raccontare scuse) e lascia i propri cittadini nella merda?


Per me il primo dovere di un sindaco è quello di conquistare la normalità per tutti, di assicurare i servizi necessari, di restituire la dignità non solo alle persone, ma anche ai luoghi (le due cose, in realtà, vivono in simbiosi reciproca); solo allora, quando non ci si dovrà più vergognare di come e dove si è costretti a vivere, si potrà pensare a tutto il resto.


E siccome non sono neanche uno che vive con la testa fra le nuvole e mi rendo conto della realtà della politica e delle altre voci che un’amministrazione locale deve ascoltare, allora dico che si sarebbe potuto dividere a metà il bilancio, e dedicarlo parte alla conquista di quella normalità, e parte all’inizio anticipato del suo superamento, in modo da fornire anche un ulteriore stimolo a tutta la cittadinanza (“vedete? È così che saremo se…”).


Invece no: si pensa alle grandi infrastrutture, e poi tutti i lavori realizzati –anche nel tanto decantato centro, che è pericoloso come la periferia- vengono puntualmente pianti sulle pagine dei giornali che ne riportano il precoce e insopportabile degrado. Ma come, avevamo appena riaperto al pubblico questo luogo, e già è tutto rotto? Ma è ovvio!


Svegliatevi, signori delle poltrone, shake ya body! Girate per le strade malfamate, guardate in faccia la vita e la violenza degli evasori dell’ICI e delle bollette, degli abusivi che ci passano accanto e con cui dividiamo i pullman!


Se sono violenti e sono evasori è perché magari da loro, nella strada deserta e invasa dalle erbacce, in cui non si può camminare nemmeno di giorno che ti sparano e ti fottono pure le mutande condecenzaparlando, lì, signori amministratori, negozi che alzino la voce per i loro incassi non ce ne sono, avvocati e notai non ce ne saranno mai, e chi ci vive –o meglio: ci sopravvive- ce l’ha col mondo, ce l’ha con voi con me con chi non c’entra niente perché non è solo l’umanità marcita che lo pungola e aizza come un cane da combattimento, che lo abbrutisce e lo addestra all’odio, ma è l’ambiente stesso.


Ci sono degli antropologi, fra voi: spieghino a tutti che cosa significa, per un essere umano, vivere in un ambiente degradato, ed avere l’anima svuotata e triste come i capannoni abbandonati dove si rintanano i Rumeni e gli altri abusivi, gli scamazzati i pezzuttati gli scumbinati gli scardati sfrantummati scassati del nostro mondo?


Non potete chiedere la luna a tanta gente per la quale la camorra è meglio della legalità. Li denigrate ed esecrate, dalle cattedre. Voi, al posto loro, avreste saputo agire diversamente?


E questa è la seconda cosa che volevo dirvi: Napoli ha bisogno di missionari. Una missione laica, certo (ma ben venga anche quella religiosa), però, di qualunque sorta sia, di una dedizione senza mezzi termini; ha bisogno di smuovere tutti, e di smetterla di rischiare solo con le parole.


Qui sono i nostri corpi, il respiro che esaliamo ogni secondo, a dover essere messi a repentaglio. Dobbiamo rischiare la vita, scendere in strada e stanare la camorra e tutti coloro che questa città non la vogliono cambiare, perché sta bene così per i loro affari.


«Senza il popolo siamo spacciati», disse uno ‘ndranghetista ad un altro, intercettati a telefono. È proprio vero. Ma tutti, proprio tutti, a calcinculo, ci dobbiamo essere. Ne muoiono dieci?


Ne scendano in piazza cento. Ne muoiono cento? Ne scendano altri mille. Senza la nostra paura, i vampiri delle pistole e dell’ammenummfottenisciuno non sono nulla, non sono nessuno, non hanno speranze.







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