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Ringraziamo il Direttore e la Redazione de "Lo Straniero" per averci autortizzato a riprodurre i seguenti articoli:

L'amico che ci ha procurato il numero di novembre - dal quale abbiamo tratto l'articolo "Neo borbonici, una moda campana di Antonio Pascale" - ci ha detto: "Non importa che l'articolo sia critico verso la realtà neoborbonica, la novità di  un articolo del genere è l'aver immesso nel dibattito quotidiano un termine che era stato relegato dai vincitori nella pattumiera della storia." Noi condividiamo perfettamente tale giudizio. Chi è interessato a leggere altri articoli può collegarsi al sito della rivista “Lo straniero” e cercare nell'archivio.

Buona lettura!

[email protected] - 11 Gennaio 2007

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Fonte:
Lo Straniero – Numero 77 - novembre 2006 pag. 59

Neo borbonici, una moda campana

di Antonio Pascale

Il 23 aprile, il mio amico architetto Beniamino Servino mi ha chiesto se tenevo qualcosa da fare. Vi devo fare una premessa: Servino è un architetto serio. Però è un po' ossessivo. Per esempio, non riesce a uscire fuori da Caserta.

No, meglio, ha problemi a uscire da piazza Vanvitelli, che sarebbe, per i fissati della topografia, il centro geometrico di Caserta (più o meno). Soprattutto, non gli potete dire: architetto qua dovete fare così e qua voglio quest'altro. Perché alza in collo e se ne va. Mi chiede sempre: tu un libro lo faresti scrivere da un altro?

NO,e allora perché un cliente deve scrivere gli spazi che devo progettare? Questo (per adesso) è il ritratto di Beniamino. Ma tornando a noi, in verità, quel giorno, non tenevo proprio niente da fare e così mi sono messo appresso a lui.

Lo Straniero – Numero 77 - novembre 2006 pag. 59

Strada facendo, Servino mi ha spiegato che stavamo andando a vedere un locale da ristrutturare. Quello che aveva rilevato il locale voleva fare un ristorante.

Non lui però, perché non era capace. Aveva chiamato un tizio di Napoli, uno famoso, D'Angelo, un imprenditore che faceva qualcosa come 180 matrimoni all'anno. D'Angelo è arrivato con quindici minuti di ritardo. Come ve lo immaginate D'Angelo? Camicia celeste sbottonata, occhiali Gucci viola, collana d'oro, braccialetto d'argento? Un po' di pancia e in incipiente calvizie? Ve lo immaginate così?

Avete ragione, questo (per adesso) è il ritratto di D'Angelo. A rendere più marcati i suddetti connotati, aveva un forte accento napoletano. Ora, dovete sapere che secondo me, prima del problema della fame del mondo, prima ancora del problema del terrorismo, c'è il problema dei napoletani. Che prima o poi bisognerà risolvere.

Infatti D'Angelo non appena è arrivato ha dato un'occhiata scettica a me e a Beniamino, si è guardato intorno, ha visto la Reggia e ha detto: architè, qua dobbiamo fare uno stile neo borbonico. Servino per poco non si sentiva male. Perché, quella neo borbonica è una seria ossessione di Beniamino. Detesta i neo borbonici. 

Vi devo dire la verità? Pure io non li sopporto.In qualche momento di deliquio, vorrei proporre una petizione per abbattere (oltre l'altare della Patria) la Reggia di Caserta. La facciata dico, il parco è bellissimo. L'ossessione per il monumento, insomma, questo fenomeno retorico italiano, non è una cosa sana. Per anni abbiamo solo visitato il monumento, senza pensare al territorio che lo ospitava.

Dovrebbe essere il contrario, il (bel) territorio ti istrada (accidentalmente) verso il monumento. Ma il mio è, appunto, un deliquio, per Beniamino no, è quasi questione di vita o di morte. Perché in tutta la provincia casertana e in parte in quella napoletana, da molti anni, tutti vogliono lo stile neo borbonico.

E per Servino sono problemi. Un suo lavoro è stato citato al premio Van der Rohe (equivalente del Pulitzer in letteratura), casa con patio, una ristrutturazione di un ristorante e tuttavia il proprietario un giorno gli ha telefonato per dirgli: architetto, con tutto il dovuto rispetto, il vostro locale è bellissimo, ha vinto premi a destra e sinistra, però qua a mangiare non ci viene nessuno. Mi sa che devo fare una ristrutturazione alla maniera neo borbonica. Insomma, alla fine dei conti D'Angelo ha ragione, la gente vuole mangiare e sposarsi, insomma festeggiare nei locali (finto) neo borbonici. Naturalmente questo interesse per il neo borbonico è politicamente trasversale, da destra a sinistra.

A sinistra lo chiedono sottovoce, lo confessano in alcune serate particolari, quando si è un po' ubriachi e allora viene fuori che a noi (del sud) ci ha rovinato Garibaldi e in fondo i Borboni avevano coltivato parecchi progetti utopistici. Che sarebbero le colonie operaie di San Leucio. Ma non è solo questione di politica, chiedono il neo borbonico i ricchi e i poveri.

I ricchi notai, gli avvocati e i commercialisti, tengono in bella mostra, nello studio, tutti gli stemmi borbonici. I poveri non tengono appeso niente, però quando meno te l'aspetti dicono: a noi ci ha rovinato Garibaldi.

Insomma, in Campania il neo borbonico è di Stato, tanto è vero che la Sovraintendenza chiede che le ristrutturazioni vengano fatte alla maniera borbonica. E tuttavia quello che si ottiene non è una lettura filo logica dell'architettura borbonica.

Non si preserva per così dire un conio originale, ma si producono delle ridicole copie. Le pietre vengono chimicamente invecchiate, i colori devono per forza essere o grigio o rosa. Stessa cosa per quando riguarda le cornici e tutto l'apparato di scudi e stemmi. Però, se sei ricco hai la possibilità di fare cornici in rilievo che spiccano per cinque o sei centimetri, altrimenti ti devi accontentare di una cornice disegnata in bassorilievo. Ma non importa, basta che si conservi una vaga traccia borbonica. Ma a quale scopo?

Quello di non distinguere più la matrice dall'originale. Perché capita che un bambino passi mano nella mano con il padre vicino un palazzo finto neo borbonico e lo guardi. E il papà gli dice: questo l'ha fatto Vanvitelli. E invece l'ha costruito un famoso imprenditore che (tempo fa) con i proventi si è subito fatto la Lamborghini.

Cosa cerchiamo in queste finte ristrutturazioni? Fasti borbonici che non abbiamo avuto la possibilità di conoscere e dunque vogliamo riprodurre? Ma poi sbagliamo la gradazione dei colori, il grigio diventa troppo cupo e il rosa troppo frivolo.

Il fatto è che i Borboni in alcune zone esercitavano ancora lo jus primae noctis. Dunque, è questo l'elemento mancante? Forse un nostro lontano progenitore ha ceduto la sua sposa a un Borbone, dunque un po' di sangue blu scorre nelle nostre vene. E questo che vogliamo dimostrare?

Siamo tutti aristocratici e ci distinguiamo dai quel plebei dei nostri genitori? Eppure questo dato è inquietante: vuoi dire che simbolicamente concediamo ancore le nostre spose se non al sovrano almeno a D'Angelo.

Bene, questa è la storia che vorrei raccontare: le ristrutturazioni neo borboniche e le sue (piccole e grandi) conseguenze sul mondo. Però devo mettere le mani avanti e fare una premessa teorica: come la racconto questa storia?

Quale stile narrativo uso? Perché potrei fare un reportage sui cambiamenti del gusto architettonico. Come si legge e ci si rapporta alla tradizione? In fin dei conti è questo che cerchiamo di fare. Appunto, cerchiamo di agguantare dei segni (borbonici) aumentando la gradazione. Un po' come fanno i travestiti che sembrano più donne delle donne. Seducono per questo.

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 La seduzione non è portare a sé, ma confondere i segni. Così dicono i filosofi francesi. Che pure loro sono, prima della fame del mondo, del terrorismo e dei napoletani, un problema che dovremmo affrontare. Oppure potrei raccontare Beniamino Servino e la sua solitudine.

Sì, la solitudine dell'architetto, costretto ad affrontare questi mostri che rovinano il mondo. Così però, mi troverei a parlare di un animo nobile (l'architetto) che combatte contro un mondo cattivo. Rischierei il tono melodrammatico, un po' apocalittico, da testimone di Geova, che ti bussa alla porta con la rivista "La torre di guardia" e ti implora di svegliarti, la fine del mondo è vicina. I Testimoni di Geova. Pure loro sono, dopo il terrorismo eccetera, un problema che dovremmo affrontare. Allora, tento questa strada: provo a partire da D'Angelo.

Non so se avete presente quelli che non tengono tempo da perdere. Quelli che stanno sulI’evento. anzi l'hanno già superato e ne intravedono un altro all'orizzonte? Che vi dicono: venite appresso a me. D'Angelo è così. non tiene tempo da perdere. E ci credo. 180 matrimoni all'anno. e vuoi pure perdere tempo?

E dunque alla mia richiesta: mi piacerebbe seguirvi per un po' mi ha detto: sì. ma non perdiamo tempo. venite appresso a me che dobbiamo subito contattare Gaetano Li Vecchi. Cioè. un tizio che per poco e niente avrebbe fatto la ristrutturazione neo borbonica. Altro che architetto e le sue paturnie. Così mi sono seduto sulla Bmw di O·Angelo. Appena sono entrato e mi sono sistemato su questi meravigliosi sedili in pelle, ho scommesso con me stesso che O'Angelo da qualche parte doveva tenere un santina di padre Pio. Ho guardato in giro. E ho perso la scommessa.

Niente santina. Così gli ho chiesto: O'Angelo, ma ... siete appassionato dei Barboni? Immaginavo già la risposta, tipo: non me ne frega niente. E ho scommesso con me stesso sulla risposta. Ho vinto. Ha detto: nun me passa manc' p'o cazzo dei Barboni e compagnia bella. Ma nemmeno posso stare appresso alle fantasie degli architetti. questi locali sono un fatto commerciale. mica un'opera d·arte.

Le opere d'arte stanno dentro i musei. E comunque adesso chiamo Gaetano Li Vecchi e sistemiamo tutto nel giro di una giornata. Gaetano Li Vecchi quando è stato raggiunto al cellulare si trovava in un ipermercato nella zona industriale di Marcianise. O'Angelo con lui è stato molto chiaro: non ti muovere da là che mo' ti passo a prendere.

Tempo dieci minuti e stavamo davanti l'ipermercato. Gaetano Li Vecchi stava al centro geometrico del parcheggio. rigido come una statua umana, di quelle che si vedono a piazza Navona.

Come ve lo immaginate Gaetano Li Vecchi? Ben vestito. capelli corti. scarpe di marca? Vi sbagliate, e mi ero sbagliato pure io a immaginario così. Gaetano Li Vecchi. almeno in apparenza, era un ossimoro vivente. Al polso aveva infatti un orologio Jaeger Le-Coultre. modello VeroniqueConstantine Royal.

Voi dite. come faccio a saperlo? Ho un amico che è fissato per gli orologi e. un giorno sì e l'altro no. si collega a internet e mi mostra tutti i modelli. Mica perché aspira a possederli. Infatti dice la stessa cosa di O'Angelo: nun me passa manco ... eccetera.

Sostiene che sono opere d'arte e lui se le guarda. Era (questo Li Vecchi) appunto un ossimoro vivente. perché al polso indossava il suddetto orologio. costo da listino 7000 (?) e passa euro. ma i suoi vestiti erano sciatti e lisi. Mai visto niente di più stonato tra quell'orologio e gli abiti lisi di Li Vecchi. Schizofrenia culturale? Scissione dell'individuo moderno?

Cattivo abbinamento di colori? C'è una spiegazione. Però non ve la posso dare in questo momento. perché D'Angelo ha detto a me e Li Vecchi: venite appresso a me che ci prendiamo un caffè. Ci siamo messi appresso e tempo 50 secondi stavamo in un bar. Tre caffè, ha detto O' Angelo, poi mi ha chiesto: volete il caffè è vero? In verità volevo un chinotto, perché da un po' di tempo mi sono fissato per il chinotto. però siccome O'Angelo non solo aveva già ordinato, ma mi aveva già scelto lo zucchero, bianco raffinato. quello di canna sosteneva che fosse una vera schifezza. insomma. siccome era stato tutto già deciso. ho fanno segno di sì con la testa.

Intanto D'Angelo si era messo a spiegare a Li Vecchi quello che doveva fare, una ristrutturazione alla maniera neo borbonica, molto velocemente. perché aveva già tutta una serie di matrimoni che doveva spostare da un locale all'altro. Insomma, quando ci poteva mettere a fare questa ristutturazione?

Be’. ha detto Gaetano Li Vecchi io penso..., e si è attardato solo un secondo per definire la data di consegna e O'Angelo ha detto: io direi una settimanella, dieci giorni, va. Eh, ha detto Gaetano Li Vecchi, una settimanella, dieci giorni, va'!

Insomma, era poco convinto ma ha detto sì: una settimanella per ristrutturare. E così, abbiamo stretto la mano a Li Vecchi, e ci siamo avviati. Di corsa, perché D'Angelo non teneva tempo da perdere.

Doveva andare a prendere un'ordinazione. Ma strada facendo mi è tornato il pensiero dell'orologio di Li Vecchi e così ho detto a D'Angelo: ma voi ne sapete niente, di Li Vecchi, avete visto che orologio che teneva? È come se non l'aveva visto.

Il fatto è che Li Vecchi adesso stava in decadenza, prima qualche anno fa era entrato nelle grazie di uno di Forza Italia, uno che gli procurava un sacco di lavori di ristrutturazioni, non solo, gli aveva regalato per natale (perché si usa così) un orologio di marca. A imitazione del premier insomma. E Li Vecchi se l'era messo al polso e da allora non l'ha più tolto, nemmeno quando questo di Forza Italia è entrato in decadenza e di conseguenza pure Li Vecchi ha fatto la stessa fine. Mo' prende la roba in un supermercato scadente e i vestiti solo quando mettono i saldi. Però l'orologio non se lo toglie, perché è come un marchio. Nel senso che è ancora di Forza Italia, ho detto io. E D'Angelo ha risposto che Li Vecchi non se ne fotte niente di Forza Italia, dei Ds e compagnia cantando.

Si tiene l'orologio per non far vedere che è in decadenza, perché in questo nostro lavoro da imprenditori tutto bisogna fare, tranne mostrare di avere dei problemi. Poi non ti fila più nessuno. Quindi orologio al polso e tanta pazienza.

Ho capito, ho detto. Ma voi lo chiamate perché è bravo? No, ha detto D'Angelo, perché non va facendo storie, quello che gli dici quello fa, ti fa pure risparmiare. Prende degli operai ucraini. Pure quelli non fanno storie, quello che devono fare lo fanno. Ho capito, ho detto. Ma D'Angelo, mi fate una cortesia? Prego. Mi date il cellulare di Li Vecchi? Ma perché, ha risposto D'Angelo, avete bisogno di qualche lavoro in casa? No, non proprio, però tengo tutto un progetto in testa.

A questo punto, cioè, dopo che D'Angelo m'aveva scaricato, prima di contattare Li Vecchi ho richiamato Servino e gli ho detto: "senti, fra qualche giorno questo Li Vecchi comincia la ristrutturazione del locale. Facciamo una cosa, andiamo a vedere insieme come vanno i lavori. È utile anche per te, no? Sei contro le ristrutturazioni neo borboniche? Bene, andiamo fino in fondo".

Niente da fare, non ne voleva proprio sapere. Per lui oramai c'era poco da fare. Il mondo, o meglio la sua rappresentazione architettonica, andava tutto verso un modello americano, copiato male, tra l'altro. Quel locale, una volta finito, sarebbe risultato così falso che poteva benissimo stare, che so, a Mirabilandia o in un qualunque parco divertimenti.

Di questo ne era sicuro. Quindi che veniva a fare. Si intossicava solamente. Il fatto è che stava un po' toccato con la nervatura. Se ne stava seduto sulla panchina di Piazza Vanvitelli e dall'espressione avevo capito che stava per iniziare la sua tirata contro l'America.

Devo farvi una premessa: Servino non legge letteratura straniera, legge solo letteratura italiana, non guarda film americani, ma solo quelli italiani. Servino è così profondamente radicato di cultura italiana che non sopporta chi legge, o traduce qualcosa, senza considerare la nostra matrice.

Se non sappiamo qual è la nostra lingua, la nostra cultura, mi dici poi come facciamo a lavorare, dove ci appoggiamo? Te lo dico io, ci appoggiamo a quelli come D'Angelo. E quelli come D'Angelo lo sai che fanno? siccome non sanno niente di architettura, dicono una cosa vaga (il neo borbonico) e poi nemmeno loro sanno cosa è, come si fa a realizzarlo. E allora se ne lavano le mani, chiamano a quelli come Li Vecchi. In pratica dei geometri. Che tra l'altro, io a questo Li Vecchi lo conosco, per caso porta un orologio jaeger Le-Coultre? Ma certo, ho risposto io. E lo vedi che ho ragione?

Questo era entrato nelle grazie di uno di Forza Italia. E si è fatto tutte le ristrutturazione possibili, teatri, palazzi, locali. Poi quello di Forza Italia è fallito e Li Vecchi appresso a lui. Mo', a parte questo, tu pensi che quelli come Li Vecchi abbiano idea dei Barboni? Nemmeno loro lo sanno.

Metti il fatto che vogliono risparmiare e per questo affidano tutto ai rumeni o agli albanesi. Secondo te, i rumeni o gli albanesi lo stile borbonico lo conoscono?

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Vedrai che il capo mastro prenderà come esempio qualche locale che si vede nei film americani o nelle soap e seguirà quelle tracce. Si lavora su vaghe tracce viste nei film americani.

Capito che guaio? Che cosa ne può mai venire fuori? Ma tu pensi che sia solo a destra così. Lo sai quelli di sinistra cosa chiedono? Il loft! tutti vogliono il loft, si vedono pure loro i film americani e chiedono il loft. Voglio dire: è un problema culturale, vince sempre lo stesso modello. Mica solo in architettura. È la mancanza di immaginazione che porta a questo. La mancanza di cultura.

La cultura, soprattutto quella architettonica, dovrebbe rispondere a domande elementari, infantili, senza farei provare vergogna. Chi siamo? che percorso abbiamo fatto per arrivare fin qui? Dovrebbe essere pane quotidiano, la cultura. Altrimenti come ti muovi? E invece per noi l'unico immaginario potente è la televisione, la televisione riflette sempre qualcos'altro, la televisione è la copiona per eccellenza. E secondo te, io mo' perché mi devo alzare da qui per vedere un locale che so già come verrà ristrutturato?

La destra fa il neo borbonico e la sinistra pure. Se proprio quello di sinistra è di Rifondazione, magari fa l'etnico, che in fondo è la stessa cosa del neo borbonico. Dunque perché mi devo alzare da questa panchina, per farmi il sangue amaro? Me ne sto qui a leggere il giornale. Vai, avviati tu, poi mi dici.

Così, ho cercato Li Vecchi, gli ho spiegato il fatto (sono uno scrittore eccetera), lui mi ha detto che non c'era nessun problema, basta che non facevo nomi. Vi devo dire la verità, per accattivarmi subito le sue simpatie gli ho chiesto di questo splendido orologio che portava al polso, però non mi ha dato soddisfazioni, mi ha detto: dottore, non ne parliamo nemmeno.

Ci siamo avviati insieme a cercare gli operai. Però io pensavo a Servino seduto sulla panchina. Pensavo a lui e non ci potevo pensare. Allora l'ho chiamato. Fai una cosa, almeno vieni a vedere le case dei rumeni, così mi dai una mano. Non voleva venire, si stava leggendo dei fattacci di cronaca casertana. Però tanto ho fatto che l'ho convinto.

Ci ha raggiunti e insieme siamo andati a cercare gli operai per la ristrutturazione. Abitavamo pressappoco nello stesso posto. Periferia, villette bifamiliari. Un po' cascanti. L'unica cosa che sporgeva sicura era la parabolica. Beniamino subito ha cominciato: lo vedi, questo oramai è il modello dominante, la villetta bifamiliare.

Da dove deriva? dall'America. È la villetta che esprime meglio di qualunque romanzo o di qualunque film lo spirito del tempo. Non c'è niente da fare. La villetta bifamiliare andrebbe messa nei musei. Mentre Servino parlava e parlava, Li Vecchi si era perso.

Non si ricordava dove abitavano questi operai rumeni. Ma perché i rumeni? ho chiesto io. Perché gli albanesi so pericolosi, tra di loro ci stanno fetenti e brave persone. Invece i rumeni sono per la maggioranza brave persone. Insomma se scegliete gli albanesi dovete prima entrare nelle loro case. In che senso? ho chiesto.

Tutti gli albanesi fetenti, mi ha spiegato Li Vecchi, tengono televisore al plasma, dvd ultimo modello, e mobili pacchiani. Fa un certo effetto vedere da una parte un televisore al plasma tutto d'allumino, raffinato sottile e una poltrona comprata dalla buonanima di Concetta Mobili. Servino, in un orecchio, mi ha detto che faceva un certo effetto vedere Li Vecchi con un orologio di quella maniera al polso e una giacca comprata al mercato ne. Ma non glielo abbiamo detto. Intanto Li Vecchi si stava infervorando nella spiegazione.

Gli albanesi fetenti rubano di qua e di là e con i soldi si comprano due cose: i prodotti elettronici ultimo tipo e i mobili pacchiani che danno un'idea di possesso. Gli albanesi non fetenti si accontentano dei nostri prodotti di vent'anni fa.

Ora, è una perdita di tempo andare per le case degli albanesi e decidere chi è fetente e chi no. Meglio andare dai rumeni, che sono per la maggior parte brava gente. E infatti, guardate. Davanti a noi stavano avanzando due rumeni con delle carrozzelle per bambini. Solo che non ci portavano i bambini, in una c'era del materiale di risulta, nell'altra un televisore marca Brionvega, un modello degli anni ottanta.

Lo vedete? Ha detto Li Vecchi? I rumeni questo fanno, con una mano ristrutturano le case degli italiani (il materiale di risulta) con ['altra si prendono quello che a noi non serve più (il televisore). Così Li Vecchi ha fermato questi due, ha chiesto un paio di cose e quelli hanno detto: venite con noi.

Sì, perché Li Vecchi non era certo il caporale che si vede nei film, lo sfruttatore che cerca in piazza i rumeni alle cinque di mattina, giorno per giorno e decide poi sul momento: a te sì a te no. Lui, i rumeni, li va a prendere direttamente a casa.

Discute e propone. E siamo entrati in una casa. Che effetto strano: era tale e quale alla mia casa di Caserta venti anni fa. Stessi mobili, stessa disposizione, stessi elettrodomestici.

Ho pensato che il viaggio indietro nel tempo fosse possibile. Altro che fisica quantistica, altro che buchi neri e complicate macchine temporali. Bastava andare a vedere le case dei rumeni. Perché quelle case dei rumeni, dove adesso ci muovevamo, erano arredate con mobili stile anni settanta-ottanta.

E allora, giusto una descrizione sommaria: panche all'ingresso, baldacchini con specchi, saloni con divani enormi e gonfi, letti matrimoniali con baldacchini d'ottone. Mobili con le anse e con gli spigoli. E ancora: cristalliere, vetrine e vetri nette dove riporre bicchieri in cristallo. E poi inutili, mastodontici mausolei laccati, laccatissimi, con tanti cassetti.

Lampadari con tutte quelle perle cascanti, più cascanti di un lampadario della Murrina, un tintinnio di troppo, non richiesto. Tutto sembrava manifestare un'abbondanza regale. Borbonica, mi ha appunto detto Servino, con uno straziante scoramento nella voce. Però per economia di ragionamento, meglio fornire prima i fatti, poi i simboli.

Il fatto è che questi rumeni ripuliscono, a poco prezzo, le nostre case dagli arredi oramai vetusti. Oppure quando facciamo le ristrutturazioni, loro (i rumeni), invece di portare i mobili in discarica, se li prendono.

E così, mentre Li Vecchi stava cominciando a trattare, c'era in mezzo una complicata storia di partiva Iva, Servino si era abbandonato, causa scoramento, su un'enorme divano di colore rosa, io, guardando tutto questo ben di Dio molto passato di moda, ho pensato che questa casa era dawero una seria macchina del tempo. Appunto, mi stava portando indietro di vent'anni.

Senza sforzi e forzature quantistiche. In più, la direzione della freccia temporale siccome è definita dalla luce, mi permetteva adesso di capire da dove arrivava il riflesso.

Quell'arredo che ora vedevo davanti a me era lo stesso che i miei genitori e gli amici dei miei genitori avevano utilizzato per arredare la loro casa. Era il riflesso dell'arredo che il buon vecchio ceto medio amava negli anni settanta.

Allora, sembravano dire (quei mobili): vedete, noi siamo sì di legno, ma anche capaci di gonfiarci come mongolfiere, occupiamo spazio, siamo potenti. Il fatto è che i nostri parenti avevano arredato le case facendo fuori in un sol colpo la dote familiare, oppure comprando a rate negli enormi negozi d'arredo della via Appia, nel tratto Caserta-Capua. Enormi locali a due o tre piani, intasati di mobili.

Tutti di diverso colore, forma, sostanza e volume, ma accomunati dalla stessa matrice: le anse rigonfie e gli spigoli appuntiti. Solo più tardi, dopo avere pagato le cambiali Ci nostri parenti) si sarebbero resi conto che quei mobili potevano essere pericolosi (oltre al fatto che noi bambini rischiavamo di farci male vicino gli spigoli).

Quando un giorno, i nostri parenti avrebbero chiesto a noi figli, adolescenti giovani e forti di aiutarli a spostare un mobile, allora, alzando quegli affari in legno avremmo scoperto la loro pesantezza. Così inutilmente ripieni di oggetti.

Quelle anse che solo venti anni prima suggerivano l'occupazione (privata) dello spazio ora però dimostravano niente altro che la nostra debolezza (collettiva). Come se invecchiando si fossero appesantiti. E noi con loro. A un tratto scoprivamo che anche la città si era appesantita, aveva le borse sotto gli occhi, camminava gobba, si era imbruttita.

Certo, la città e gli arredi che la componevano erano il risultato di un cattivo uso dell'immaginazione. Siccome stavo in questo stato di spleen non mi ero accorto che servino mi stava chiamando: ma che è? ti sei incantato? Sì mi ero incantato. Nel frattempo, la questione tra Li Vecchi e il rumeno stava giungendo al culmine. La questione economica, dico. lo stavo a pensare ai mobili.

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In breve la trattativa si è svolta su questo punto: la partita Iva. Li Vecchi aveva bisogno di quattro operai al massimo. Non aveva nessun intenzione di assumerli e pagargli i contributi a tutti e quattro, altrimenti come ci usciva con le spese? Ma nemmeno voleva poi rischiare che qualcuno dell'ufficio del lavoro lo denunciasse per lavoro nero. Cosa tra l'altro molto difficile, insomma quasi mai l'ufficio del lavoro fa i controlli.

Allora, se così stavamo i fatti, bisognava che il rumeno, detentore di partita Iva, assumesse lui gli altri. Li Vecchi dava l'incarico ufficiale al, diciamo così, capo ditta, il rumeno con la partiva Iva, il rumeno imprenditore. E quest'ultimo, assumeva in nero gli altri operai.

Si prendeva lui le responsabilità. Una responsabilità fittizia, si badi bene, tanto l'lva il rumeno non l'avrebbe mai pagata (e chi lo cerca, una volta scaduto il permesso di soggiorno ... ), dei contributi non gliene importava niente, anche perché con metà dei soldi ottenuti dalla ristrutturazione in patria ci campava tutta la famiglia. Spreco di energia è vero, ma grande risparmio di tasse.

Comunque Li Vecchi si è messo subito d'accordo con il rumeno imprenditore, cioè quello fornito di partita Iva. Con loro, mi diceva Li Vecchi, è tutto più semplice, si prendono la responsabilità del lavoro. Insomma, se vogliono fare gli imprenditori lo devono fare fino in fondo. lo pensavo: se vogliono fare gli imprenditori? ma chi? i rumeni?

Insomma, abitavano in una casa che era la fotocopia della mia ex casa di Caserta. Con gli stessi mobili che avevo io, le stesse cucine, gli stessi elettrodomestici. Tra l'altro, soprattutto nelle cucine di un tempo, c'era proprio l'odore della fatica. Della corsa. Difatti, sarà un caso, ma allora le fabbriche di cucine sponsorizzavano il ciclismo.

Così da quando ero piccolo, sarà perché vedevo mia mamma che tornava di corsa dal lavoro e si metteva a cucinare con un viso tutto tirato, sarà perché vedevo Gimondi che saliva sulla cima Coppi con lo stesso viso tirato di mia mamma, ma io, appunto, associavo le cucine a qualcosa di faticoso, la cui produzione e poi l'uso era costata sangue, sudore e anima. Non sembravano (quei mobili) legati a un'idea di progresso costante, non erano la locomotiva della storia, ardore capitalistico. Questo trent'anni fa, figuriamoci adesso. Quelle cucine passate di mano oramai erano spompate definitivamente.

Quale simbolo dell'imprenditoria nascente dovevano sottointendere?

Insomma, come facevano questi rumeni a dichiararsi imprenditori? Non ne avevano lo stile. Quelli (veri) che conoscevo io, invece, avevano tutti la villa in collina, le cucine che sembravano dei salotti, la bella macchina.

Qualcuno la barca che però, per inciso, non sapevano guidare, infatti nonostante si fingessero comandanti esperti con il cappello di capitano ben saldo in testa, ogni volta che dovevanoattraccare in un porto erano dolori, c'era gente terrorizzata. Ma, tornando a noi, questi rumeni, pur forniti di partiva Iva, pur se si pregiavano del titolo di imprenditori, giravano con le nostre Fiat di vent'anni fa.

Questo se andava bene. Altrimenti si portavano la roba a casa con le carrozzelle per bambini. Altro che furgoncino. Com'è allora che si dichiaravano auto imprenditori?

A questo proposito, mentre camminavamo verso un bar, perché Li Vecchi, tutto contento dell'accordo con l'imprenditore rumeno, voleva offrirci un caffè, strada facendo mi era pure venuto in mente uno studio recente sul lavoro al sud. Nemmeno a farlo apposta, le conclusioni erano queste: un aumento delle partite Iva.

Una disomogenea categoria di persone (barbieri, fisioterapisti, meccanici, muratori e appunto, rumeni) si dichiarava all'improvviso con sicurezza: imprenditore! Infatti qui, davanti a me, avevo tre possessori di partita Iva. Servino che era architetto e va bene, Li Vecchi che era un imprenditore in discesa e il rumeno che doveva essere un imprenditore in salita.

II fatto strano era che sia Li Vecchi sia il rumeno non lavoravano davvero, cioè non si sporcavano le mani con la calce, loro si occupavano di servizi conto terzi, diciamo così. Cioè Li Vecchi cercava l'imprenditore con partita Iva e, via discendendo,.il rumeno (con partita Iva) avrebbe cercato operai, senza partita Iva e dunque in nero, per ristrutturare questo benedetto locale in stile neo borbonico.

Allora in sintesi la questione era questa: le partite Iva al sud aumentano in maniera esponenziale. Questa era la conclusione dell'indagine statistica. E, devo dire, mi sembrava corretta. Avevo un buon campione davanti a me. Ma siccome siamo in un paese ideologico e pieno di (vane) fedi, la statistica risultava incompleta.

Dovrei dire, pure la statistica non seguiva sicure regole matematiche. Si conteggiavano le partite Iva che nascevano e non si depennavano dal bilancio quelle che morivano dopo tre, sei mesi. Un anno massimo. Di questo fatto ne era sicuro pure Li Vecchi. Sì, perché, vi devo dire la verità, Li Vecchi non beveva solo caffè, si faceva ogni tanto un Iiquorino. Insomma, tendeva a esagerare.

Perdeva il controllo e parlava. lo ne ho approfittato per farmi spiegare l'arcano delle partite Iva in crescita esponenziale. Da uno che nel settore ci stava, anzi, a quanto avevo capito, l'unica cosa che davvero produceva erano le partite Iva. Il discorso in sintesi era il seguente: la partiva Iva era un modo per non pagare l'lnps, insomma una tassa in meno (precarizzare il lavoro).

lo non ti assumo, o meglio, lo faccio in via ufficiosa. Sei tu 01 rumeno) che dovrai dichiararti Ditta Individuale, cercare gli operai e metterli in regola. lo (Li Vecchi) ti procuro il lavoro e ti faccio pure il piacere. Gli eventuali guai: regolarizzazione, oneri previdenziali, possibili multe a possibili controlli (cosa molto difficile), tutti questi guai qui, te li piangi tu. Ma non per cattiveria, per carità. È uno stato di cose, una dimensione fisiologica.

Tu sei immigrato, devi rinnovare il permesso di soggiorno ogni anno? e allora (lo vedi?) è meglio se apri una partita Iva. È più facile che ti concedano il rinnovo. Poi, stai qui in Italia con tutta una serie di amici, parenti e compagnia bella.

Che dovete fare, ubriacarvi in piazza ogni giorno? E allora, datevi da fare, invece di cercare lavoro giorno per giorno tra le campagne aversane tra l'altro, in mezzo a tutti quei camorristi, non è meglio che diventi tu imprenditore e assumi (in nero, owiamente) i tuoi amici rumeni?

Parliamoci chiaramente: primo, gli uffici del lavoro provinciale non fanno controlli nemmeno sotto tortura, la Guardia di Finanza una volta sì e una volta no. Le tasse non le paghi, quando hai fatto un po' di soldi, chiudi la partita e te ne torni in Romania, ti costruisci una bella casa, ti sposi e chi sta meglio di te?

Se casomai, sei sfortunato e acchiappi un controllo della guardia di finanza, chiudi la partita Iva e con i soldi guadagnati te ne torni in Romania, eccetera. Quindi, mentre bevevamo il caffè (io e Servino, Li Vecchi un liquorino), Servino ha interrotto Li Vecchi: cioè, gli ha detto, questo rumeno verrà pagato per costruire muri? cioè (diceva sempre cioè, perché un po' non ci credeva), verrà pagato a mq di lavoro? neanche a cottimo, a mq?

Esattamente, ha risposto Li Vecchi. Ho capito, ha risposto Servino, ma dico, oltre al fatto che voi di architettura non sapete niente, e quindi l'impatto sociale della vostra ignoranza è notevole, così produrrete delle patacche. Attenzione, delle patacche che non sono dichiaratamente tali, cioè sono mascherate da opere d'arte.

Capito? Perché se tu vai a Mirabilandia, là ci trovi, che so, la riproduzione della cordigliera delle Ande. Ma è appunto una patacca consapevole. Questa non finge di non essere una patacca. Vi rendete conto di che significa trasformare il mondo in una patacca?

Di quanti guai si fanno? No dico, a parte lo sforzo per costruire questa patacca neo borbonica suddetta, l~ patacca lavora poi sull'immaginario delle persone: trasforma le nostre menti in patacche. Qua ormai sono rimasti i filosofi francesi e tutti gli imitatori italiani a dire quanto è bella la patacca, il virtuale, lo smaterializzarsi degli eventi. 'Sto cazzo.

La fatica sempre su uno ricade. Quindi è un circolo vizioso, senza via di fuga, senza immaginazione che non sia quella subdola, furba, capito quale? ma comunque, a parte questo, il rumeno qua, si prenderà tutti gli oneri di questa patacca.

Voglio dire, già io che sono italiano di Iva non ci capisco niente, figuriamoci un rumeno. È sempre la cultura che manca, o no? Se uno pensa che basta, per essere una ditta, lavorare dieci ore al giorno, farsi il mazzo, per poi poterlo dire' con orgoglio: io mi sono fatto il mazzo ... insomma, poi, se uno lavora dieci ore al giorno, non si rende conto, non ha il tempo per rendersi conto che ci sono aspetti amministrativi, economici, burocratici che vanno considerati nell'essere detentori di partita Iva.

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Aspetti culturali. Cioè, all'improvviso devi versare l'[va e tu scopri che non hai tutti i soldi necessari. Come la mettiamo? è un guaio. Se questo rumeno tiene già tutti questi cazzi che girano, quando trova il tempo per farsi una cultura, capire come si lavora, che cosa sono i Borboni?

A questo punto Li Vecchi ha smesso di bere illiquorino e ha detto a Servino: archite', voi siete una brava persona, si vede, vestite bene, siete elegante, parlate bene, ma una cosa voglio dirvi: ma voi veramente fate? Cioè, io tengo tutti 'sti cazzi e' capa, se vi racconto quello che ho passato voi non ci credete, sto nei casini da cinque anni, e secondo voi mi metto a pensare ai rumeni, alla partita Iva e tutti 'sti cazzi e via dicendo?

È un guaio, quando uno usa questa espressione: ma voi veramente fate? Al sud la diciamo spesso. Ci sono due sottotesti particolari. Minimi ma essenziali. Voi veramente fate? Cioè (primo sottotesto): siete pazzo. E allora che ne parliamo a fare? Oppure (secondo sottotesto): mi pigliate per uno scemo?

La conclusione (per il primo o secondo sottotesto) è comunque la stessa: che ne parliamo a fare? Ora, il guaio di questa affermazione, nasce dal fatto che una volta pronunciata, la conversazione finisce. Nessuno dei due contendenti sta poi nella disponibilità d'animo di continuare.

I duellanti si ritirano a sé, smettono di ascoltare, quando è troppo è troppo, ma voi veramente fate? Al sud è così, non appena si arriva a un punto nevralgico della discussione, a quel punto che esigerebbe un maggiore approfondimento, per il benessere di tutti, in quel momento uno dei due dice: ma voi veramente fate? è un guaio.

Generalmente, o si interrompe la conversazione o ci si bisticcia. Nel nostro caso specifico, Li Vecchi ha troncato tutto. Sarà che stava pure ubriaco, ma ha cominciato uno sproloquio. Si è incattivito. Il concetto era: ma quale benessere dei rumeni, quale corsi serali di architettura, quale questo e quest'altro, se il primo a stare nei casini sono proprio io (Li Vecchi). Ai miei casini, chi ci pensa?

I rumeni no di certo, voi architetto non ne parliamo proprio, lo scrittore qua, la mattina si alza e scrive due o tre cose e tutto finisce lì. E a me chi ci pensa?

A questo punto, io tirato in causa, un po' mortificato, sono dovuto intervenire. Cioè, in realtà volevo coinvolgere pure Servino nella discussione, in fin dei conti io stavo là da osservatore, ma lui niente, se ne stava zitto, anzi aveva chiesto un Iiquorino, si voleva ubriacare.

Fatto sta che con molta calma, con la voce suadente, con pochi e parchi gesti, ho cercato di elaborare un paio di metafore sull'arte. Freud e la bellezza. Ho detto a Li Vecchi: sentite calmatevi un momento, qua nessuno mette in discussione i vostri casini, anzi, sosteniamo che questi casini sono la conseguenza di un mondo incasinato. Mo' qualcosa bisogna pure fare, o no? Freud e la bellezza, dicevo.

Un pomeriggio Freud andò nella chiesa di San Pietro in Vincoli, a Roma, per vedere il Mosè di Michelangelo. Si mise a fissarlo per ore e per giorni (stavo romanzando, in realtà lo studio fu più lungo e serio) e due cose non riusciva a capire: dove guardasse il Mosè e cosa volesse dire quello sguardo. Era indignato? arrabbiato? si stava per arrabbiare o per calmare? Guardava e non capiva.

Cosa esprime? Finché non si rese conto di una cosa: non era lui (Freud) a guardare il Mosè, ma era il Mosè a guardare lui. L'arte quando funziona istaura un doppio sguardo, tra testo e lettore.

Al lettore sembra di leggere un testo e invece è il testo che sta per leggere il lettore. È in atto una radiografia. Adesso, avevo continuato con impeto, se la radiografia è collettiva, se quello sguardo riguarda me, te e Servino qui che si sta ubriacando, vi rendete conto di cosa succede?

Succede che l'arte, cioè le cose belle, ricadono sempre sulla comunità d'appartenenza. Per questo non ha senso l'arte politica, perché quando funziona l'arte è sempre civile. Ragiona sulla comunità.

Se voi Li Vecchi ascoltate una bella canzone o camminate in una bella città, guardate che ne so, un tramonto, non potete guardarlo da solo. Sia perché il tramonto (la bella canzone o la città) vi sta guardando, vi vuole dire qualcosa e avete bisogno di un supporto. Sia perché davanti a una cosa bella non si può stare da soli. Si desidera sempre avere una persona cara affianco.

L'arte è condivisione. Non esiste lo scrittore che scrive qualche cosina la mattina, è un po' come dice San Paolo: io per voi sono un vescovo, con voi sono un cristiano.

Lo scrittore dovrebbe parafrasare questa massima, dire: per voi sono uno scrittore, con voi un cittadino. Per questo è importante non fare le patacche, come dice qui Servino, altrimenti le patacche ricadono sulla comunità, su me e su voi. Poi non ne usciamo più, dalla patacca dico. Cioè queste ristrutturazione neo borboniche non arricchiscono nessuno, mantengono tutti a livello di sussistenza.

Siamo sempre nell'immaginario italiano, ognuno si arrangia come può. A questo punto, finita la mia arringa, Li Vecchi era rimasto qualche secondo in silenzio e poi aveva detto: e allora? Che era quasi la stessa cosa di: voi veramente fate? Cioè, diceva Li Vecchi: e allora? lo ma' che devo fare, aspettare che l'Arte risolva i miei guai, cioè se mi offrono un lavoro non lo devo accettare?

Devo prima passare il vaglio critico? lo cerco di fare le cose bene, e questo è tutto. Per il resto, non perdiamo tempo, statevi bene. E se n'era andato. Tra l'altro, siccome stava abbastanza ubriaco e arrabbiato, s'era scordato di offrici il caffè. Siamo rimasti io e Servi no mogi mogi. "Hai capito come stiamo messi male?", ha detto Servino?

Ora, il fatto è che questa espressione, stiamo messi male, l'ho sentita pronunciare da quando ero bambino.

E c'è di più, la pronuncio anche io molto spesso. E non finisce qui, la maggior parte di quelli che incontro, in qualunque ora del giorno, in qualunque stagione, si guarda intorno e poi pronuncia questa frase. Questo almeno due volte al giorno. Cioè, questa espressione ci condanna.

Ci abitua al pensiero patologico. Che a pensarci bene è una delle caratteristiche dell'identità italiana. Siamo tutti patologi. Amiamo discutere a danno fatto. Peccato che siamo sempre in ritardo. Incontrassi mai un fisiologo. Niente, solo patologi.

Cosa non funziona, tutti vogliamo dire cosa non funziona. Nessuno che vuole spiegarmi come funziona un processo. Perché il più delle volte è proprio l'ignoranza su come funziona un processo che causa poi le anomalie al sistema. In fin dei conti la prevenzione ha molto a che fare con l'idea democratica.

Significa considerare gli elementi in campo, assegnare a ciascuno un ruolo e una responsabilità, vedere, meglio sperimentare come possono stare insieme. Intervenire a danno fatto è invece il contrario della democrazia. Significa cercare il capro espiatorio.

Funzione arcaica e deresponsabilizzante. L'ha detto Renè Girard nel suo saggio sul capro espiatorio, appunto. Gesù inventa la responsabilità individuale quando dice: scaglia tu la prima pietra. Ossia, sii consapevole e responsabile delle tue azioni, non nasconderti dietro il gruppo. E così è. Credo. Insomma, la fisiologia bada al prossimo, detto meglio, la fisiologia misura la distanza tra te e il prossimo.

La fisiologia si pone la domanda: possono le miei singoli azioni individuali influenzare la comunità? Per rispondere bisogna individuare la soglia critica del processo. La patologia interviene quando la soglia critica è stata già abbattuta.

Insomma, Servino si sta ubriacando e intristendo, io, invece, che stavo sobrio, e predisposto all'ottimismo, alla lucidità illuministica, tentavo di spingere Servino fuori dal gorgo del patologico. Ma lui niente, sosteneva che l'essenza stessa dell'identità italiana, soprattutto al sud, è la mancanza di seria immaginazione. Seria immaginazione, appunto.

Non grottesca, buffa, esoterica, espressionista. Ovvero, siamo un paese dall'inutile stile teatrale. Non parliamo dell'architettura, tutta in pompa. Dall'altare della Patria ai neoborbonici, è un tutto un problema di pompa magna.

La suddetta non tiene presente il prossimo, cioè non lo considera un soggetto responsabile, lo vuole soggetto passivo, tutto occhi spalancati e vagiti di approvazione. Ma è chiaro, o no, mi diceva.

Il fatto è che da sempre il prossimo in Italia è un soggetto da sottomettere. Soprattutto al sud. Questo ormai era il suo chiodo fisso. Per questo mi ha detto: il problema del prossimo è la sua eccessiva prossimità.

Questo crea un paradosso. Voglio dire che da noi il culto del prossimo non è poi molto sviluppato, il prossimo è solo un disagio. Appunto, tu mi dicevi della massima evangelica. Prendila e applicala a questa città. Non fare al tuo prossimo quello che non vorresti essere fatto a te. Cioè sii responsabile delle tue azioni.

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Detta meglio: pensa a quali possono essere le conseguenze sul mondo di ogni tua azione individuale. Però, per poter applicare questa massima c'è bisogno di sapere qual è la parte di mondo fuori di noi sulla quale agiamo. Ci siamo? mi chiedeva Servino. Fin qua sì, gli rispondevo. E qui, riprendeva Servino, si innesta il paradosso: ma quando mai noi abbiamo coscienza di quello che c'è fuori?

Siamo un popolo di individualisti, dallo sguardo corto. L'urbanizzazione da noi non è mai stata programmata dai Comuni, proprio perché l'etimo "comune" non ha senso. Da noi comune è inteso come spazio di tutti, non per tutti.

L'urbanizzazione è avvenuta acquistando lotti di terreno rettangolari uno appresso all'altro. L'urbanizzazione è stata, cioè, copiare quello che il vicino aveva fatto. L'ha fatto lui, lo faccio anche io. Questo per dire che nessuno crede al bene comune, nemmeno il Comune. Hai capito come siamo messi male?

Fatto sta che dopo dieci giorni il nostro locale neo borbonico era terminato. Con soli tre giorni di ritardo. Nella complessa operazione di ristrutturazione avevano lavorato complessivamente sei persone. D'Angelo, colui che aveva ideato tutto questo, Li Vecchi a cui D'Angelo aveva passato (in nero) l'incarico e quattro operai rumeni.

Uno regolarmente fornito di partiva Iva che era stato assunto da Li Vecchi e altri tre, rispettivamente assunti dal rumeno con partita Iva. Però in nero. Degli altri tre operai non ricordo bene né le facce né le storie. Arrivavano la mattina presto con una borsa sulle spalle, un paio di bottiglie di birra e la sigaretta in bocca.

Andavano via dopo il tramonto, con la sigaretta in bocca. Fatto sta che non erano fissi, insomma solo uno aveva lavorato per tutti i dieci giorni. Uno si era aperto all'improvviso (da un giorno all'altro) la partita Iva ed era diventato imprenditore, gli altri due avevano scelto un lavoro più remunerativo.

Un altro che era arrivato una mattina era stato mandato via prima di pranzo, perché qualcuno (tra i rumeni) sosteneva che era un poco di buono, uno specialista in furti d'appartamento. E questo poteva creare casini. Non nel senso che magari copiava mentalmente la mappa del locale e un giorno l'avrebbe scassinato, non era questo il problema.

Poteva, invece, attirare la polizia sul posto, e con tutte queste operazioni in nero, era meglio non rischiare. Insomma, molti operai si erano succeduti. Il complesso processo di ristrutturazione, esigeva tre operai fissi ma variabili.

Il neo borbonico era e resta un ossimoro vivente. Si chiede al passato di far risplendere il presente. Si promettono fasti borbonici e cibi d'epoca, realizzati però da operai di passaggio, assunti in nero e sotto pagati. E dunque, adesso, ecco qua, davanti a noi: il nuovo locale stile neo borbonico, pronto per accogliere matrimoni e cene d'affari. Perché a questo (secondo D'Angelo) serve il locale neo borbonico, a portare fortuna.

Dove ti vuoi sposare sennò, in una bettola, in un freddo locale in design? Dove vuoi fare una cena d'affari, in una trattoria da quattro soldi? Meglio, converrete con me, fare tutto questo in un locale che porta bene, che ostenta un lusso regale, dove si possono siglare adesso lussuosi accordi futuri (o matrimoniali, o d'affari).

Si intende, quel lusso è una simulazione. Ma comunque porta bene. Porta bene come promessa. Questo è quello che sosteneva D'Angelo e sotto sotto (questo) pensava pure Li Vecchi, con quel suo orologio da migliaia di euro al braccio. Bisogna promettere, anche se si è in decadenza bisogna conservare una goccia di splendore.

Voglio dire, è così che va il mondo. Adesso mica possiamo prendercela con il locale neo borbonico. Perché è solo un elemento di contorno. Serve a rafforzare il regime di promessa perenne che il capitalismo deve mantenere. Così va il mondo, così è cambiato il mondo.

Il locale neo borbonico è un'azienda che promette un buon viatico. Cosa che del resto le aziende moderne fanno ogni giorno. Come si valuta una società quotata in borsa?

Prima era facile, qualunque persona appartenente al buon vecchio ceto medio, pratica e sveglia, sarebbe stata in grado di stimare il valore di mercato di una società: qualche formula mutuata dall'estimo e il gioco era fatto, capitali fissi più quelli variabili, investimenti.

Una cosa semplice, costi e ricavi, insomma. Ma adesso non funziona così. Cosa chiediamo a un'azienda, che faccia buoni prodotti, durevoli e di qualità, che salvaguardi l'ambiente, che abbia insomma delle responsabilità sociali?

Al contrario, chiediamo che le sue azioni aumentino di valore. In pratica desideriamo che ci venga fatta una promessa: l'azienda produrrà, si espanderà, ingloberà.

Valutiamo una società adesso calcolando quanto saremo disposti a pagarla domani quando essa (la società) marcerà a pieno regime (secondo le promesse attuali).

La valutazione del presente si basa dunque sul futuro. L'incubo della fantascienza si è avverato. Il futuro è qui. Per far questo, bisogna promettere e le promesse, per essere credute vere, hanno bisogno di un corollario fastoso. Ricchi folder aziendali, grafici, tabulati, uno spregiudicato uso del power point, slide su slide, colori su colori.

Mica conta più il bilancio trimestrale attuale, conta il bilancio trimestrale futuro. Non conta la situazione presente ma il fasto che verrà. La canzone/magine, rivisitata: è facile se ci provi. Infatti. Ci credo io, ci credi tu e il valore delle società sale. Immagina che tutte le persone credano alle promesse, è facile se ci provi.

Così è cambiato il mondo. Poco importa se gli operai vanno e vengono, è il fasto offerto in futuro che conta. Come conta questo locale borbonico, dove adesso siamo, immersi in fondo spensieratamente in una fastosa inagurazione, con cascate di frutta e decine di antipastini. Siamo ospiti di un corollario, partecipiamo a una promessa collettiva: il matrimonio andrà bene, la cena di affari porterà buoni frutti.

Il buon D'Angelo ha capito tutto. Bisogna seguire il rituale alla lettera, frequentare il fasto (passato) significa ben stimolare il fato. Che dire, una specie di training autogeno. Saremo pronti a credere. Credo io, credi tu, e siamo già in due. È facile se ci provi.

E credendo tutti insieme alla promessa, ci adoperiamo per il benessere mentale di tutti, che nulla vada storto, che non ci sia nessun commercialista, impiegato di concetto, geometra del buon vecchio ceto medio che faccia due conti con le vecchie formule d'estimo e ci dica che qualcosa non torna.















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