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Corriere della Sera - Dossier: Un altro Sud - Giovedì 9 dicembre 2004

Napoli, quel che Resta del «Rinascimento»

di Mirella Armiero


«Curre curre guagliò»,  «corri corn ragazzo»: cosi cantava a ritmo di rap, tredici anni fa, la band napoletana dei 99 Posse. Un grido liberatorio, ribelle, per inneggiare alla nascita di un nuovo centra sociale occupato, Officina 99, che attirò presto un pubblico eterogeneo nella desolata periferia orientale di Napoli. Il centro sociale e il gruppo di Luca Persico (in arte Zulu) crebbero insieme: il primo ospito eventi culturali ultimativi e il secondo scala le classifiche. 

Oggi Officina 99 lotta contro lo sgombero, la band si è sciolta ( è in standby, precisano i componenti), Zulu vive a Milano e prepara un lavoro con la sua nuova  formazione: “Zulu in the Al Mukawama experiment 3”.

Due vicende parallele nel clima attuale di delusione e disincanto sotto il Vesuvio, mentre divampa la guerra di camorra. A Napoli, annunciano intellettuali e artisti, il Rinascimento è finito. Anzi, forse non è mai iniziato. E di questa opinione Zulu: "All'inizio degli anni 90 eravamo gia convinti che a cambiare fosse solo una minima parte di Napoli. 

Veniva resa appetibile e chic per un certo tipo di pubblico un’area della città fino ad allora “sprecata”, cioè il centro storico con le sue chiese e i suoi bei palazzi. monumenti. Ma nessuno ha pensato di mettere in moto politiche radicali di riscatto sociale ed economico”.

Non a caso nella foto di copertina dell’ultimo disco del gruppo, La vida que vendra, piazza Plebiscito, simbolo del nuovo corso diventa il teatro di scontri tra polizia e manifestanti.

Eppure c'e un'intera classe intellettuale che nel “Rinascimento napoletano” ha creduto partecipando attivamente al recupero dell’identità cittadina.

Mirella Barracco, presidente della fondazione Napoli Novantanove, ha promosso nel ’92, sul modello francese,  la fortunata manifestazione “Monumenti porte aperte” che poi si è trasformata in "Maggio dei monumenti” gestita dal Comune di Napoli.

Oggi, dopo quattro anni di assenza, la Barracco torna sulla scena pubblica e rilancia il progetto “La scuola adotta un monumento”, che coinvolgerà gli alunni degli istituti campani.

«E’ uno sbaglio — commenta — parlare di Rinascimento. Ma non si può dire che nulla di quella stagione napoletana di speranza. La riscoperta dell'identità cittadina agì come leva per operazioni  politiche  più complesse e  Bassolino potè chiedere molto ai napoletani, ma quella riscoperta non non poteva essere metabolizzata in così poco tempo. E oggi il pericolo più grande per Napoli è proprio quello della delusione, che paralizza e  rischia di non farci agire quando invece c'e bisogno di rimboccarsi le maniche».

La mancata formazione di una nuova classe dirigente: questo il problema principale di Napoli, secondo il parere del filosofo Roberto Esposito, dell'Università L'Orientale di Napoli, e del presidente dell’Istituto italiano per gli studi filosofici, Gerardo Marotta, fresco di Legion d'onore (gli è stata conferita a Roma dal governo francese). 

«Purtroppo è ancora valido — afferma l'avvocato Marotta — il giudizio di Croce: Napoli e caratterizzata da una borghesia di scarso valore morale e da una classe politica endemicamente debole. La speranza è solo nella formazione dei giovani. L'esercito in piazza non serve a nulla».

Gli fa eco Esposito, autore di un recentissimo saggio sulla biopolitica per Einaudi: «Durante il primo mandato di Bassolino non si è costruito un rapporto produttivo tra intellettuali e politica; il ceto politico napoletano ragiona in termini autoreferenziali e ricorre agli intellettuali solo per emergenze o consulenze episodiche ma non per elaborare un discorso complessivo sull'idea di città».

Massimo Cacciapuoti, giovane autore di due romanzi che narrano storie di camorra, Pater Familias e L'ubbidienza, invita a fare autocritica: «Il Rinascimento napoletano è stata un'ubriacatura, ora bisogna mettere in atto una seria presa di coscienza. Senza negare che per un certo tempo Napoli si è ripresa le piazze, la vita notturna, i teatri». 

E che proprio in questi giorni la città figura ai vertici culturali con la mostra sul Caravaggio a Capodimonte, il Tristano e Isotta al Teatro San Carlo e con le personali di Danien Hirst all’Archeologico e di Julian Schnabel alla Mostra d'Oltremare, a testimonianza del primato conquistato nel campo dell'arte contemporanea.

A difendere a spada tratta il Rinascimento resta Ednardo Cicelyn, consulente di Bassolino per l’arte e inventore della ormai celebre definizione. «Non rinnego quell'etichetta, che nacque casualmente nel '95, l'anno dell'installazione della Montagna di sale di Mimmo Paladino in piazza Plebiscito. 

Con quella sigla abbiamo descritto raffermarsi di un gruppo di artisti, da Mario Martone a Enzo Moscato, che dopo anni di attività nelle cantine conquistavano finalmente spazio e riconoscimenti, grazie ad un clima mutato per la radicale rottura di Bassolino con il passato e per la sua scelta di investire sulla cultura. Questo non poteva di certo risolvere i problemi della criminalità, ma non si può negare che abbia segnato l'ingresso di Napoli nella modernità».

 







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