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Separatismo? Un’altra via è possibile.

di Zenone di Elea
Marzo 2006

Prendere le distanze, tanto per cominciare, da quella strana classe di meridionali – culturalmente eterogenea, una sorta di miscuglio formato da liberaleggianti, liberali[1], finti innovatori e a volte da nostalgici dell’antico regno – il cui capofila fu Liborio Romano, che in nome del bene del paese meridionale si spartirono (e continuano a spartirsi) contributi e incarichi vari sapientemente elargiti dallo stato centrale (=del nord) per pacificare-tener buone le contrade meridionali.

Essi hanno fatto della lamentela una professione a corrente alternata che tirano fuori a seconda della convenienza politica o economica per strappare concessioni allo stato centrale, concessioni che si possono tradurre in briciole alla mensa del padrone.

Sono questi uomini che ieri come oggi impediscono al cosiddetto popolo meridionale di prendere coscienza di come stavano-stanno effettivamente le cose e, quindi, di agire di conseguenza. 

I soldi inglesi e le ambiguità francesi consegnarono l’ex-Regno delle Due Sicilie nelle mani di un nascente stato che avrebbe concentrato nel centro nord il potere reale, ovvero quello economico, lasciando che nella stanza del potere politico entrassero a frotte tanti meridionali, e questo per meglio gestire un territorio che sarebbe rimasto – nonostante la sconfitta della guerriglia contadina postunitaria – eternamente sul piede della insubordinazione e dell’attacco ai poteri dello stato[2].

Un paese che all’indomani dell’unificazione (chiamarla unità sarebbe un puro eufemismo) non era affatto‘fortemente arretrato’ – come definito da sempre dalla mitologia risorgimentale – ma un paese che aveva un “molto evoluto sistema finanziario[3], parole queste pronunciate in parlamento da un ministro della Repubblica.

Esordivamo con un “prendere le distanze”,  che – secondo noi – vuol dire fare chiarezza sulla formazione dello stato unitario[4]. e su quello che autorevoli studiosi hanno bollato come un “imbroglio” altrimenti detto “unità”[5].

Fare chiarezza è punto irrinunciabile di qualsivoglia movimento si ponga come alternativa a quella classe di cui dicevamo sopra che ha preso in consegna il sud nel 1860 e lo ha gestito fino ad oggi e continua a gestirlo per conto terzi.

Solo così si potrà dare vita ad una classe dirigente veramente legata al territorio in cui viene eletta e per questo in grado di esprimerne e difenderne gli interessi a livello centrale.

Per far questo non occorre imboccare la strada del separatismo, che costituirebbe un vero salto nel buio e potrebbe portare ad una balcanizzazione della penisola che nessuno – spero – voglia.

La strada giusta passa per una rifondazione dello stato unitario su basi nuove, concordate fra Nord e Sud, che dovrà per forza partire dal Sud.

Non ci si puòaspettare che dei novelli liberatori – magari i meridionali della diaspora, nel migliore dei casi, o i “toscopadani” per usare la terminologia di Zitara, nel peggiore dei casi – si presentino col loro progettino per un Nuovo Meridione.

Significherebbe perpetuare l’esistente sotto nuove vesti, senza intaccare i rapporti di fondo, gli intrecci economico-politici perversi che hanno ridotto il Sud ad una sorta di grande colonia interna, caso unico in occidente – ma direi caso unico al mondo.

Neanche lo si può aspettare da finti coordinamenti delle regioni meridionali come quello “istituito”dal governatore della Campania che serve solo a buttare fumo negli occhi e non intacca i rapporti di fondo fra lo Stato Centrale e il Sud Italia[6].

Le prossime elezioni del 9 e 10 aprile sono una grande occasione sprecata dai movimenti autonomisti meridionali (qualcuno sostiene che siano oltre duecento!) che non sono stati capaci di coordinarsi e di provare a costituire una lista unitaria per raccogliere le firme e presentarsi agli elettori meridionali con una proposta alternativa alla destra e alla sinistra, dalle quali il Sud non può aspettarsi nulla di buono.


Zenone di Elea

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[1] L’elenco dei meridionali grandi “servitori” dello Stato è sterminato, vale la pena di fare qualche esempio illuminante:
·         Giuseppe Massari (Commissione Brigantaggio),.
·         Giuseppe Pica (Legge pica).
·         Pasquale Villari (Ministro Pubblica Istruzione – quello delle Lettere Meridionali del 1861 e 1875).
·         Pasquale Stanislao Mancini (vera mente giuridica dello Stato liberale piemontese).
·         Francesco Crispi, (ex-mazziniano, la sua famosa frase fu "La monarchia ci unisce, la repubblica ci divide") prima Ministro dell'Interno e delle Finanze del governo siciliano provvisorio, Ministro degli Esteri a napoli, Presidente della Camera nel 1876, nel dicembre 1877 prese il posto di Nicotera al Ministero degli Interni del governo Depretis, nel 1887 ritornò in carica come Ministro degli Interni nel governo Depretis, succedendo a Depretis stesso come Primo Ministro nel 1889.
·         Giovanni Nicotera, il “barone di nicastro”, fu considerato l'uomo più chiacchierato e piùcorrotto del Parlamento italiano (Ministro degli Interni dal 26 marzo 1876 al 26 dicembre 1877).
·         STARRABBA DI RUDINI march. Antonio, (Ministro degli Interni dal 22 ottobre al 14 dicembre 1869 e dal 9 marzo 1896 al 29 giugno 1898).
·         Bertrando Spaventa, il più significativo esponente dell’hegelismo, contrario nel 1851 Parlamento di Torino alla libertà di insegnamento e per una totale e assoluta statalizzazione dell’educazione.
·         Silvio Spaventa (giurista, Ministro dei lavori pubblici).
·         Ruggero Bonghi (ministro della Pubblica Istruzione, primo direttore de La Stampa)
·         Francesco de Sanctis, in seguito alla conquista di Garibaldi il De Sanctis venne nominato governatore della provincia di Avellino e per un brevissimo periodo fu ministro nel governo Pallavicino. Nel 1861 venne eletto deputato al Parlamento nazionale, fu Ministro della Pubblica Istruzione nei gabinetti Cavour e Ricasoli.
·         Antonio Scialoja, nel 1860 a Napoli per ricoprì la carica di Ministro delle finanze nel governo dittatoriale di Giuseppe Garibaldi. Segretario generale al Ministero dell'Agricoltura, industria e commercio nel Ministero Ricasoli nel 1861-62, consigliere della Corte dei Conti e poi senatore dal 1862, Ministro delle finanze nel Ministero Lamarmora nel 1865-66, e poi nel Ministero Ricasoli nel 1866-67, Ministro della pubblica istruzione nel Ministero Lanza (1869-73). Nel 1875 venne nominato presidente onorario dell'Associazione per il progresso degli studi economici in Italia.
·         ...
[2]Nel 2005 è stato realizzato un interessante documentario sulla rivolta di Reggio Calabria del 1970 – ve ne consigliamo caldamente la visione. Vi sono state, durante l’Italia repubblicana, anche Avola e Battipaglia, per citare altri due casi, meno noti di quello di Reggio Calabria, dove giunsero 10.000 celerini e 2.000 soldati con finanche carrarmati!
[3] Cfr. intervento letto per la presentazione del disegno di legge istituiva della “banca del mezzogiorno”, dove tra l’altro si legge:“Prima d'essere «unificato» (nel Nord), il Mezzogiorno aveva un suo proprio, se pure fortemente arretrato, sistema politico; aveva un suo proprio e invece molto evoluto sistema finanziario; era a ridosso della rivoluzione industriale. I titoli delle Due Sicilie erano trattati nelle principali piazze finanziarie d' Europa. Non solo vasti settori dell'agricoltura meridionale competevano direttamente sul mercato internazionale, ma le manifatture tessili e meccaniche, i cantieri e le ferrovie delle Due Sicilie erano un forte incubatore di sviluppo industriale.  Poi è venuta l'«unificazione», che ha annichilito la società meridionale e di riflesso e per conseguenza ha interrotto il suo processo di sviluppo. Da un giorno all'altro, antiche e gloriose capitali sovrane furono trasformate in Prefetture, senza che ci fosse, nel Mezzogiorno, il baricentro di una forte società «municipale». Un tipo di società civile - questa - che era invece presente e per compensazione sarebbe divenuta sempre più forte, nel resto del Paese.”.
[4] In sintesi, il nostro Risorgimento fu questo: la fine di un regno libero e indipendente fin dal 1734, guidato da un re italiano con un popolo pacifico e ingegnoso, una flotta seconda in Europa solo a quella inglese, dotata di ben 472 navi, un debito pubblico minimo, notevoli riserve auree, grandi opere civili in corso e le tasse più leggere d'Europa.  Un popolo che in pochi anni viene schiacciato sotto il tallone di ferro e ridotto ed obbligato ad un esodo di proporzioni bibliche verso lidi lontanissimi e spesso inospitali.  Fra il 1876 e il 1914 il numero di italiani meridionali che dovette abbandonare per la miseria la propria terra superò i dieci milioni.
[5]Si scoperchiano tutte le pentole, triangoli rossi e foibe, ma la pentola risorgimentale che ha ridotto il Sud ad una colonia nessuno la vuole scoperchiare. Grazie anche ai tanti meridionali  che sono rimasti gli ultimi impavidi guardiani della pentola stessa.
[6] Una delle principali produzioni del coordinamento riteniamo sia la sottoscrizione del referendum sulla devolution fatta votare dalla Lega Nord. Peccato ci sia dimenticati di spiegare ai sottoscrittori che sarebbe da rivedere anche il titolo V modificato in fretta e furia nel 2001 e che ha consegnato sanità ed istruzione nelle mani delle regioni!


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