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Se nel Sud l'autonomismo comincia a pagare politicamente i due poli ne vedranno delle belle. Certo, una parte di questo elettorato può rientrare nelle due "case" (destra o sinistra) ma una altra parte non rientrerà mai più - esiste un retroterra cullturale anche nel meridione continentale che può costituire la base per la creazione di nuove aggregazioni politiche di tipo autonomistico o per lo sviluppo di quelle già esistenti.

Con questo dato occorrerà fare i conti volenti o nolenti perchè la spinta probabilmente non si risolverà con qualche ampolla d'acqua del Volturno - tanto per parafrasare recenti ritualità padane.
Grazie e tornate a trovarci.

Web@master - 21 maggio 2005
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Fonte:
http://www.liberazione.it/ 19/05/2005

L'illusione berlusconiana è finita, ma il centrosinistra non suscita speranze

Lezioni per la sinistra dalla Sicilia

di Pietro Folena


La sconfitta imprevista di Catania merita qualche riflessione in più rispetto a quelle proposta sbrigativamente da molti leaders del centrosinistra. E' stato detto che non bisogna confondere l'albero (Catania) con la foresta (il dato elettorale complessivo) e che la tendenza politica non cambia: questo è in gran parte vero.


E poi che a Catania si perde perché in Sicilia è più difficile, perché c'è la mafia, per il controllo del voto, perché Musumeci e Lombardo hanno determinato, anche con la proliferazione di liste, un fenomeno massiccio e imprevisto: e tutto questo, come giustamente scrive Francesco Merlo su La Repubblica, è assai meno vero o è palesemente falso.


Le lezioni siciliane devono partire da dati oggettivi e incontrovertibili: 1) a Catania l'Unione perde con larghissimo distacco nel momento più favorevole al centrosinistra dall'inizio dell'era del maggioritario; 2) non vince Berlusconi e non riprende il polo nazionale, ma il cosiddetto federalismo e autonomismo –forme moderne del ben noto sicilianismorappresentano un'alternativa nel sistema (Raffaele Lombardo chiede più garanzie e più protezione per la Sicilia a Berlusconi) e non dal sistema; 3) Bianco perde con una campagna moderata e centrista, giocata sui temi della sicurezza, e con un profilo scarsamente alternativo (rimando all'articolo citato di Merlo): l'uomo nuovo (sic!) nel centrosinistra, già candidato per la Presidenza della Regione il prossimo anno, è Ferdinando Latteri, senatore eletto nelle file di Forza Italia; 4) la sinistra nel suo complesso supera di poco l'8%, e i Ds hanno un clamoroso salasso elettorale; Rifondazione è ai minimi termini; 5) nei quartieri popolari stravince Scapagnini.


Sono anch'io persuaso, da non siciliano che ha passato cinque anni straordinari e drammatici in quella terra, che ci sia una specificità, anche rispetto al resto del Mezzogiorno, che non va ignorata.


Questa specificità, nel secondo dopoguerra, è stata il cemento del rapporto tra poteri e classi dirigenti locali e Democrazia Cristiana (e l'intero pentapartito negli anni 80). Ma questa specificità è stata colta dall'opposizione, e ha provocato un vero terremoto politico-amministrativo in un pur breve periodo (89-93), quando la sinistra (in forme nuove rispetto ai vecchi partiti, come fu la Rete di Orlando) ha saputo rappresentare nel paese e nel mondo la questione siciliana come grande questione generale.


Solo in quel momento fu proposto da sinistra un sogno. Ed è col sogno – anzi, con un libro di sogni - che Berlusconi ha stravinto per un decennio, tra il 94 e il 2004, puntando larga parte della sua forza su questa specificità. Ora l'illusione berlusconiana è finita, ma il centrosinistra in Sicilia, a differenza dal resto del Mezzogiorno, non sembra capace a sua volta di suscitare un sogno, una speranza, un orizzonte.


E così, quando il vecchio muore e il nuovo non nasce ancora, quel vuoto politico e ideale cerca protezioni immediate. I Lombardo, i Musumeci, i Cuffaro entrano come caterpillar in quel vuoto. Non faranno sognare più lavoro per tutti, ma una vicinanza e una solidarietà, fatta sì di pizzini e di favori, ma anche di strette di mano e di capacità di comprensione.


Questo, sinceramente, non è solo un problema siciliano, è una grande problema meridionale. Ma altrove, dove la sinistra non sta granché meglio, il vuoto è stato riempito, spesso all'ultimo e in modo fortunoso, con una proposta forte e visibile (Vendola, in primis).


Quali sono allora le lezioni siciliane? La prima è che non solo le elezioni politiche non sono già vinte, ma nei prossimi mesi nel mezzogiorno, che fin qui ha girato le spalle a Berlusconi, ci giocheremo larga parte del nostro futuro.


Il voto meridionale non è un voto di convinto consenso a un centrosinistra migliore rispetto a quello siciliano, è spesso un voto in prestito -che se ne può andare così come è venuto- dato a personalità che interpretano un bisogno di alternativa.


 Di Lombardo e di Musumeci ce ne sono anche altrove, e la destra potrebbe cercare di mettere in campo una forma di leghismo sudista. E noi? L'anno scorso in Sicilia il successo straordinario di Claudio Fava alle europee aveva qualcosa di anticipatore rispetto a quello odierno di Vendola. Il problema siciliano e meridionale è quello della diversità, dell'alternatività della nostra proposta rispetto a quella berlusconiana, della capacità di far vedere un orizzonte, di suscitare energie, di produrre speranze e, appunto, sogni. Il latterismo porta invece alla sconfitta, così come ogni trasformismo, ogni corsa al centro, ogni diluizione della visione distinta - di un vero e proprio progetto di società- della sinistra e dell'Unione.


Non è che al Cep di Bari la sinistra sia molto più radicata rispetto a Librino a Catania: è che lì ha incontrato Vendola che parlava agli ultimi, del loro riscatto, dei loro problemi - salute, casa, salario, diritti-; a Catania non ha proprio visto nessuno nei volti di un potere lontano e freddo.


Ora mantenere il consenso in Puglia e altrove, e conquistarlo in Sicilia è possibile solo a condizione che l'Unione nei suoi discorsi, e nel suo agire, non assomigli, magari in forma più edulcorata, agli altri: e che faccia della questione sociale, del riscatto e della rappresentanza della fasce medio-basse, il cuore della propria azione.


Serve poco stare in un mercato in campagna elettorale se non si è davanti allo stabilimento di Melfi o a Scanzano quando c'è la lotta. Occorre ammetterlo: i Lombardo sono più vicini al popolo - in forme discutibili- di quanto non lo sia tanto centrosinistra senz'anima, un po' salottiero e molto politique politicienne, in tutte le sue espressioni, moderate o verbalmente estremiste.


La seconda lezione è che, almeno fin qui, il teorema del prof. Sartori secondo cui vince chi compete al centro è stato smentito. Anzi: a Catania succede il contrario. Attendendo le valutazioni di Sartori sull'evento, rimane il fatto che occorre scegliere le candidature più marcate e più nette.


Non è detto che siano sempre quelle più di sinistra, ma certo sostenere l'opposto è molto arduo. Eviterei di candidare Latteri alla Presidenza della Regione il prossimo anno. Se si insiste, proporrei che in Sicilia si ripetessero molto presto quelle primarie sul candidato (Claudio Fava, perché no?) che in Puglia ci hanno indicato una strada vincente. E magari nei sessantuno collegi siciliani, mi muoverei con la stessa logica. L'Unione che vince, in Sicilia è più che altrove, è quella che indica un'alternativa chiara.


Insomma, se è vero che non abbiamo ancora vinto in Italia, è anche vero che in Sicilia (dove è ora in vigore una sciagurata legge elettorale voluta non a caso anche da chi, nel nostro campo, corre al centro) non abbiamo già perso le elezioni del 2006. Dipende solo dalla nostra capacità di capire che la lezione pugliese è una lezione per l'Italia ed è anche una lezione per la Sicilia.



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