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Fonte:
http://www.movimentosudista.org/

Sud, federalismo, Europa

di Fabio Pagano
Lunedì, luglio 4, 2005


I processi di mondializzazione, che esasperano la logica perversa del libero mercato, fanno venire i nodi al pettine: ormai lo stato nazionale, forma di unità politica della modernità, è qualcosa di superato. Secondo una felice espressione, è troppo grande per affrontare problemi piccoli e troppo piccolo per affrontare problemi grandi. Più che governare la globalizzazione, lo stato ne rappresenta l’apparato amministrativo preferito, funzionale alle multinazionali e ai grandi gruppi finanziari che continuano a speculare indisturbati. 


I cittadini sembrano essersene accorti: tutti gli appuntamenti elettorali europei dell’ultimo anno rappresentano una pesante sconfitta per i governi in carica e sono caratterizzati dal fatto che si vota più contro chi detiene, nell’immaginario collettivo, il potere che a favore di chi può rappresentare un’alternativa credibile. 


Il sistema politico comincia così a scontare un’evidente crisi di legittimità, dovuta al fatto che esso non dà più risposte:basti pensare all’incapacità di governare la enorme conflittualità che sta emergendo all’interno dei propri confini, alimentata da crisi economiche e da flussi migratori sempre più imponenti. 


Gli stessi partiti, lungi dal rappresentare entità politiche, si rincorrono nel difendere le virtù del mercato e nel garantirsi gli appoggi dei cosiddetti poteri forti: etichette prive di contenuti, destra e sinistra rappresentano nomi diversi per gli stessi comitati d’affari, che recitano la commedia di una lotta tra schieramenti in realtà perfettamente speculari che si combattono a colpi di clientelismo e di slogan che non significano nulla. Oltre a questo c’è il vuoto: ed è il vuoto lasciato dalla politica.


La mondializzazione, del resto, è innanzitutto un processo antipolitico. La politica è fatta di decisioni: la mondializzazione si basa al contrario sul dominio degli apparati e dei meccanismi (primo fra tutti il mercato autoregolato) che mal sopportano qualunque ingerenza capace di scalfire le logiche che la sorreggono. Questa ingerenza, infatti, potrebbe essere soltanto politica.


Non può sorprendere quindi che le zone economicamente più depresse degli stati che furono siano le prime a pagare oggi il dazio alla mondializzazione.


È questo il caso del Sud, che conosce una crisi sociale con pochi e tragici precedenti: la disoccupazione (quella reale, al netto della flessibilità) è in costante crescita. Una nuova ondata migratoria verso il nord raggiunge punte conosciute solo negli anni 50-60. Si tratta tra l’altro di un’emigrazione di stampo diverso da quella classica: essa è composta in larghissima parte da pendolari che tornano dalle famiglie rimaste a casa il fine settimana, quando ciò è possibile, per lavorare dal lunedì al venerdì con contratti a termine che non consentono nessuna programmazione futura. 


Una forma di precariato ambulante che dimostra l’assenza di qualunque sostegno dalle istituzioni. Giocoforza, il libero mercato deprime ciò che per 150 anni è stato volontariamente tenuto ai limiti della sopravvivenza dalle briciole di uno stato assistenziale che non può più dare risposte di questo tipo: basti pensare alla spesa sociale pro capite, che nel meridione è in pauroso declino. Le fasce più deboli registrano un evidente peggioramento delle condizioni di vita.


Allo stesso tempo emerge la paurosa carenza di senso veicolata dalla mondializzazione post moderna, che colpisce soprattutto le classe media e quella più ricca. Il legame sociale, che nel Sud più che in altre zone d’Italia ha resistito alla penetrazione dell’ideologia del consumo e del profitto, si fa sempre più sottile sotto i colpi dell’astratta società dello spettacolo e di una sempre più vicina lotta di tutti contro tutti per la sopravvivenza e la soddisfazione di bisogni, il più delle volte indotti.


Ma questo processo ha comunque un indubbio merito: svelare ciò che è stato da tempo celato. Un’ aggressione di questo tipo provoca finalmente delle resistenze. Come un corpo che reagisce all’infezione, ovunque rinascono movimenti che si prefiggono la riscoperta dell’appartenenza e la difesa delle identità collettive. 


La storia non è finita, come qualche moderno cantore aveva affermato troppo frettolosamente. Al contrario, ci si ricorda di ciò che ci appartiene quando si rischia di perderlo.


Quale strada va percorsa dai movimenti identitari? Quali sono le risposte che il nostro tempo pretende?


È in quest’ottica che si deve affrontare la questione del federalismo. La riappropriazione delle scelte fondamentali da parte delle collettività minacciate, il ritorno a forme di partecipazione sostanziali a scapito di una democrazia solo formale che si regge spesso su logiche clientelari, la riaffermazione di una politica che non si limiti ad essere ancella di un’economia del profitto e dello sfruttamento illimitato di risorse, necessitano di una ridefinizione in senso federale dello spazio politico europeo. 


A ciascuno il suo, diceva Platone. Riavvicinare il soggetto alle scelte fondamentali della propria esistenza pretende non un semplice decentramento ma una vera e propria autonomia, il che significa per comunità che mantengono ancora un enorme coesione, ed il Sud è tra queste, organizzarsi in macroregioni e darsi, laddove è possibile, la propria legge. 


Al tempo stesso l’urgenza di affrontare questioni che lo sviluppo tecnologico ha ormai reso globali pretende che popoli come quelli europei, diversi ma accomunati dallo stesso spirito e da un enorme patrimonio culturale, si uniscano mediante un patto in una struttura federale continentale: l’Europa dei popoli è la condizione necessaria perché le singole parti che la compongono possano difendersi da ingerenze esterne e possano rispondere agli interrogativi che la storia continua a porre.


Il federalismo è quindi una necessità per il Sud, purché prescinda dallo Stato nazionale, che pretende ancora di legittimarsi con il riferimento ad un concetto astratto, figlio del giacobinismo rivoluzionario, quale è quello di nazione. Il Sud non ha dimenticato il prezzo pagato a tale astrazione: non è il caso in questa sede di descriverlo in maniera compiuta. 


Esso però può continuare a fare danni nell’immaginario di noi meridionali, trasformando spesso la giusta pretesa al ristabilimento della verità storica offuscata dalla retorica risorgimentale nella speranza di un’indipendenza chiusa, particolaristica e localistica e cioè nella rivendicazione di un nazionalismo dallo stesso volto di quello statuale ma di dimensioni più ridotte.


Non si può correre questo rischio: il concetto stesso di nazione, fortemente individualista, è agli antipodi di quello, organico, di popolo.


Il Sud non può permettersi una deriva nazionalistica e non possono permetterselo gli altri popoli europei che hanno deciso di intraprendere la battaglia dell’indipendenza. È una questione di sopravvivenza: la logica federalista che prevede l’unione di molteplici comunità sul piano della perfetta parità è una logica dell’inclusione e non, come quella nazionalistica, dell’esclusione. 


Ciò significa che l’Europa federale dovrà essere percorsa da uno spirito di collaborazione tra i popoli che la comporranno, collaborazione facilitata da una storia millenaria che ci accomuna.


Le zone che più hanno pagato il prezzo dell’individualismo nazionalista hanno il dovere, prima che il diritto, ad una riscossa in termini culturali, politici e non da ultimo economici. Questa sarà possibile non a scapito degli altri italiani od europei, ma grazie alla loro cooperazione ed in vista dell’obiettivo comune: un’Europa forte, una e molteplice allo stesso tempo. 


Un’Europa di questo tipo, l’unica che ci si possa seriamente augurare, ha bisogno di un Sud forte, che possa assolvere il suo compito di testa di ponte sul mediterraneo. 


Un Sud di questo tipo, perché non rimanga allo stadio di una semplice utopia, necessita di un atteggiamento vitale e dinamico e non puramente rivendicazionista: esso privilegia il richiamo al dovere piuttosto che al diritto, all’autoaffermazione piuttosto che all’immobilismo, alla certezza piuttosto che al dubbio, alla forza dei fatti piuttosto che alle astrazioni ideologiche.


Fabio Pagano









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