Eleaml


Diodato Lioy fu unitarista convinto, questo emerge da tutti i suoi scritti, ma era un valente uomo di studi, esperto in questioni economiche e profondo conoscitore della storia e della economia del regno. La sua è una cronaca in presa diretta dei giorni che precedettero e di quelli che seguirono l'arrivo di Garibaldi a Napoli.

Fu testimone dello scempio che si consumò nella capitale e cercò di porvi rimedio a modo suo, scrivendo sui giornali, ovviamente senza mai mettere in discussione l'impianto unitarista. Così fecero in tanti e i risultati sono davanti a noi. Riportiamo alcuni stralci per invogliarvi alla lettura.

13 settembre

Come potremmo noi approvare la trasformazione dell'uffizio d'Intendente in quello di Governatore, quando nessuna necessità del momento sembra domandarla? Altra volta abbiamo espresso il voto che nulla fosse cambiato all’ordinamento amministrativo, poiché noi siam persuasi che il nostro regno ha piuttosto da dare che da ricevere dal gran regno italiano, di cui va a formar parte.

13 ottobre

Le nostre leggi, generalmente parlando, sono ottime e non bisogna mutarle se non dopo maturo esame e cercando sempre di perfezionarle e farle adottare agli altri nostri fratelli, coi quali siamo chiamati a formare fra breve un solo Regno.

16 ottobre

Con non minore soddisfazione abbiamo letto i tre articoli aggiunti alla concessione di ferrovie fatta dal sig. Bertani, che ne cambiano la natura. A noi preme di aver subito le ferrovie per motivi politici, strategici e commerciali, ma non intendiamo però di farle eseguire colla rovina dello Stato.

18 ottobre

Noi abbiamo combattuto il plebiscito come inutile, poiché la volontà nazionale s'era già manifestata con altri modi; ma non avremmo potuto mai immaginare che si avesse voluto disporre di noi per via di semplice donazione.

1° marzo1861

Quale dovea essere la missione de’ nostri uomini di Stato? Essi dovevano rispettare le nostre leggi, introdurvi que' pochi principii incompatibili con l’antica forma di governo e cercare di farle prevalere in tutto ciò che aveano di buono nel definitivo ordinamento d'Italia.


DUE ANNI
DI

VITA POLITICA E LETTERARIA
PER
DIODATO LIOY

PROFESSORE DI ECONOMIA PUBBLICA
E DI DRITTO AMMINISTRATIVO
NAPOLI
PRESSO GIUSEPPE MARGHIERI
Strada Monteoliveto n.° 37.

1863.

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INDICE.
DIARIO DELLA RIVOLUZIONE NELL'EX-REGNO DELLE DUE SICILIE
  • Dal 14 luglio al 12 novembre 1860 pag.  1 a 71
  • Passato e presente  73
  • Il resoeonto del Commendatore Nigra  89
  • La morte del conte di Cavour  95
  • La lettera del Ferrari ed il Nazionale 101
  • Governo e rivoluzione 107
  • L'opuscolo del barone Brenier e la Confederazione italiana 111
  • I mali delle provincie napoletane 117
  • La centralizzazione 133
  • La proroga del Parlamento 149
  • la legge delle rivoluzioni 156
POLITICA ESTERA.
  • Lettere imperiali o la politica della Francia. 161
  • La gloria costa 181
  • La politica internazionale e le interpellanze Petruccelli 199
FINANZE.
  • Le finanze napoletane dalla venata de'Borboni alla fine del 1860 208
  • Il Rendiconto del sig. Saccbi o l'ultimo anno delle finanze napoletane 213
  • Una pubblicazione postuma io materia di finanze 249
  • Le cinque leggi d'imposta 256
  • Le finanze italiane 281
ECONOMIA PUBBLICA.
  • La divisione de' demanii comunali 399
  • II presente e l'avvenire della Provincia di Capitanata per Scipione Staffa 336

PREFAZIONE


Sembrerà pur troppo ambizioso il raccogliere in un volume degli scritti dettati in gran parte sotto l'impressione del momento. Ma gli avvenimenti furono così grandi, le circostanze così straordinarie, che non sarà discaro veder riprodotte le osservazioni che giorno per giorno ispirarono ad un osservatore imparziale. Ed è l'imparzialità dello spettatore ciò che forma tutto il pregio di parte di questi scrittoi quali non sono né una satira, né una apologia, ma l'eco fedele del sentimento del bene del proprio paese. Questo bene può cercarsi in varie combinazioni politiche; e tutte le opinioni, quando sono sincere, sono egualmente rispettabili. Il partito annessionista ed il partito di azione hanno stampato le loro memorie; perché il partito che noi chiamiamo moderato non potrebbe manifestare le proprie opinioni?

È indubitato che fra il partito rivoluzionario ad oltranza e quello che vedeva nell'annessione l'unica salute, doveva esistere un terzo partito che voleva il possibile e non l'ideale, che all'annessione, appena divenne possibile, voleva imporre certe condizioni.


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È vero che questo partito non lascerà traccia nella storia, poiché non ha dato uomini di Stato, né ha saputo formulare un programma se non quando era passato il tempo di eseguirlo. Non si può negare però che il buon successo della forma politica che abbiamo scelta, dipende dal saperle conciliare definitivamente la gran maggioranza di questo partito. Gli scritti che ora rivedono la luce sono come le pulsazioni, le aspirazioni di questo partito, descritte giorno per giorno. Un'organizzazione, una comune azione non fu possibile per la rapidità degli eventi. Ma se questa avesse avuto luogo, avrebbe forse impedito il trionfo dell'unità? No, ma essa sarebbe stata organizzata diversamente; sarebbe stata la risultante di tutte le forze e non il prodotto del movimento partito da un punto solo.

Ma se questo partito che noi abbiamo chiamato moderato non ha concorso direttamente alla proclamazione dell'unità, qual parte ha preso alle pubbliche faccende, dopo il trionfo di essa? Alcuni non badando alla forma, ma alla sostanza, hanno sinceramente aiutato il governo nazionale; altri hanno serbato un contegno ostile. Il nostro posto è chiaramente indicato dal tenore di questi scritti intesi ad illuminare il governo non a censurarne inutilmente gli atti. Fra i nemici dell’unità, credemmo sempre più pericolosi i rivoluzionari ad oltranza che gli amici del passato governo, e quelli abbiamo principalmente combattuto. Il Ministero Rattazzi ci parve un' occasione di ristabilir l'equilibrio fra i partiti e far trionfare il principio nazionale dell'unità nell'interesse di tutti, e perciò lo sostenemmo energicamente.


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Appena vedemmo il trionfo di alcuni uomini politici che han meritato il nome di consorteria credemmo inutile prolungare la lotta ed attendemmo dall'eccesso dei mali il rimedio.

Gli scritti che pubblichiamo vanno divisi in varie categorie, una delle quali soltanto appartiene alla politica propriamente detta, e serve a conservare l'impronta del tempo. Le altre riguardano quistioni che serbano sempre la loro importanza, trattandosi di finanze, di economia, di rapporti internazionali, di filosofia, di letteratura, di belle arti.

Non fa mestieri di aggiungere che uno fu il criterio che ci servì di guida in discussioni tanto diverse, l'intuito diretto del vero che si manifesta nel mondo come libertà e provvidenza, come bellezza ed armonia. Guidati da questo principio cercammo la conciliazione dell'ordine con la libertà in politica, l'appagamento di legittimi bisogni in economia, l'accordo della speculazione con la rivelazione in filosofia, del bello naturale con l'ideale nella letteratura e nelle belle arti.

Nel ridare alla luce questi scritti avremmo dovuto molto correggere, molto modificare, almeno in quanto alla forma, ma avrebbero così perduta la loro fisionomia particolare, e preferiamo perciò riprodurli senza cambiamenti essenziali.







DIARIO DELLA RIVOLUZIONE


NELL'EX-REGNO DELLE DUE SICILIE




Il 25 giugno 1860 è un'epoca memoranda. La pubblicazione dell'atto sovrano cagionò un immenso sbalordimento. Pochi vi credettero, ma il comitato liberale che fin a quel tempo si era limitato a piccoli fatti ne prese ardire. Il Governo non sapeva distaccarsi da' vecchi agenti e gli riusciva immensamente difficile di trovarne de’ nuovi. La sua esistenza, come suole avvenire in ogni momento decisivo, dipendeva dalle armi. In tale stato di cose imprendemmo a pubblicare un giornale di cui ecco il programma.


4 luglio


È costume di ogni giornale di cominciare con una professione di fede. La nostra si racchiude in due parole libertà ed Indipendenza. Questi due principii sono superiori ad ogni spirito di parte, mirando ad uno scopo più alto che al trionfo d'un partito.


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 In tutta la nostra carriera non perderemo mai di vista che senza la libertà, l'indipendenza e la grandezza della patria comune sono impossibili, e che l'indipendenza sovra tutto è l'unico e supremo bene della nazione, innanzi al quale ogni altra considerazione di partito deve cedere. Tutte le altre quistioni sono quistioni di mezzi e d'opportunità, e perciò debbono essere sempre subordinate al supremo scopo della libertà ed indipendenza al quale tutti dobbiamo tendere. L'Italia si trova in un periodo di totale trasformazione ed un errore io tale supremo momento potrebbe costar caro ad una intera generazione. L'Europa ci guarda attentamente e non fia detto di noi che non siamo idonei che ad imbelli canti; mostriamoci uniti sotto il vessillo tricolore, prepariamoci lentamente alla gran lotta, con le virtù civili e le virtù guerriere, ma più che mai con la nostra concordia. Noi usciamo da un lungo servaggio e perciò dobbiamo metterci in guardia contro ogni intemperanza a cui potrebbe spingerci la nostra calda indole meridionale. La nostra savia condotta non gioverà solo all'Italia, ma all'Europa, poiché una disfatta del liberalismo e del principio nazionale in Italia ritarderà l'era della risurrezione per l'Ungheria, la Germania, e tanti altri popoli oppressi. L'orizzonte politico non è sereno, la quistione d' Oriente pare che sarà sciolta prima che non si creda, e se noi ci troveremo uniti e preparati, otterremo la liberazione del resto dell'Italia più che per l'incerta sorte delle armi, per la maturità de’ tempi.

Diamo ora uno sguardo al nostro paese. II Ministero che ci governa ha due grandi meriti a' nostri occhi 1° di avere accettato il potere in momenti così difficili, 2°d'avere richiamato in vigore la costituzione del 1848. Ma all’infuora di questi due servizi resi al paese, pe' quali ognuno debba essergli grato, la sua condotta non ha corrisposto alla magnifica situazione


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che esso si avea saputo creare, perché esso manca di omogeneità e non in tutti i suoi componenti la capacità risponde al buon volere. Il paese soggiace ancora a que' conculcatori di ogni dritto tanto nel ramo amministrativo che giudiziario, che dovrebbero essere condannati in forza di quello stesso Statuto richiamato in vigore. La guardia nazionale che ha tanta parte nell'infondere la fiducia nel nuovo regime è ancora una lettera morta. L’esercito ha gli stessi capi che non hanno saputo destare in esso né l'amore della patria, né le virtù militari. Intanto il paese giustamente diffida, poiché non sa se la Costituzione è una realtà o una larva destinata a sparire in breve tempo, e l'ordine sociale minaccia di sfasciarsi. E se l'ordine interno non si assoda sopra le nuove basi costituzionali come far fronte alle terribili quistioni della Sicilia e della Lega? In nome di chi il Ministero potrà parlare quando il paese è una tomba? Quale valore avranno le sue parole quando non sono l'eco di tutto un popolo? Senza un rimpasto ministeriale, che ci presenti un ministero degno della difficoltà de’ tempi, la fiducia nel nuovo ordine di cose non nascerà ed il Ministero correrà rischio di naufragare nelle due vitali quistioni della Sicilia e della Lega, che noi esamineremo in un prossimo articolo.


Un decreto del 1 luglio convocava il parlamento nazionale. Si trattava di preparare le elezioni e valutare lo. stato de’ partiti per vedere quali deputati sarebbero usciti dall'urna. Le elezioni furono poi rimesse alle calende greche.


28 luglio

Il 19 agosto si avvicina a gran passi e che cosa si fa dal governo e da' cittadini per preparare le elezioni? Alcuni diranno ch'è inutile prendersela col governo,


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che bisogna rivolgersi unicamente a' cittadini. Ma il governo, ossia il ministero, è composto di cittadini, che hanno giurato di osservare e far osservare la Costituzione e ne rispondono innanzi alle Camere ed al paese; e perciò corre loro l'obbligo di spingere il popolo all’adempimento dei grandi doveri costituzionali e spianarne tutte le difficoltà. Noi non desideriamo l'intervento del governo nelle elezioni come al tempo di Luigi Filippo, che avea falsato colla sua influenza l'espressione de’ voti del paese, sicché si vedeva una maggioranza in perfetta opposizione colla pubblica opinione, o come fa il presente governo imperiale, che si può dire compone il Corpo legislativo come meglio gli aggrada. L'opera del governo deve mostrarsi nel fine di togliere dalle province e da' distretti gl’Intendenti e Sottintendenti reazionari, nell'eccitare lo zelo de’ nuovi decurionati, quando saranno riordinati, a comporre subito le liste elettorali e nel creare sindaci e giudici regi liberali, essendo questi in contatto immediato colle popolazioni.

Ma il più grave compito spetta a' cittadini. Siamo noi, sì o no, amanti della libertà? Vogliamo essere noi stessi gli arbitri de’ nostri destini? Ebbene, qualunque sieno le nostre opinioni, corriamo a gettare il nostro voto nell'urne. Abbiamo sospirato da tanti anni di poter concorrere alla direzione della cosa pubblica, abbiamo tanto sofferto per ottenere delle franchigie e poi ci mostreremmo esitanti od indifferenti all'esercizio del più prezioso de’ nostri dritti! Pensiamo all'Europa che ci guarda, ed a ciò che l'Italia attende da noi, e facciamo che la direzione de’ nostri destini vada in mani liberali e degne, anziché abbandonarla al caso in questo supremo momento. Noi dal canto nostro cercheremo d'adempiere con tutti gli sforzi gli obblighi che particolarmente si appartengono alla stampa, col dirigere la pubblica opinione, richiamando l'attenzione de’ cittadini e del governo su ciò che convien fare per le prossime elezioni,


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e dichiarandoci pronti a sostenere ogni candidatura, ad esser l'organo di ogni comitato elettorale, che professi i nostri principi compendiati in queste due parole: Libertà ed Indipendenza.


31 luglio

Accingendoci a cooperare per quanto è in noi all'elezione dei deputati, è necessario dare uno sguardo al paese per vedere qual camera potrà uscire dalle elezioni del 19 agosto. Per ciò fare conviene guardare chi saranno gli elettori e gli eligibili in forza della legge elettorale vigente, e poi esaminare da quale spirito saranno essi animati, il che dipende dallo stato de’ partiti nel paese.

La legge elettorale richiamata in vigore è quella de’ 29 febbraio 1848 modificata dal decreto de’ 24 maggio dello stesso anno. Quella legge era rigorosa perché fatta in gran parte su quella vigente in Francia prima del 22 febbraio; il censo era alto e l'incomodo di doversi recare ne' capiluoghi ne' distretti doveva spaventare molti elettori. Ma a questi sconci fu riparato col citato decreto de’ 24 maggio, in cui l'obbligo di andare a votare ne' capoluoghi de’ distretti fa tolto ed il censo ridotto per metà, sicché possiamo dire che, sebbene non tenga abbastanza conto delle capacità, essa è sufficiente a darci una buona rappresentanza del paese. Noi non siamo partigiani del suffragio universale, perché non abbiamo fede nel senno politico del maggior numero, non avendo tutti l'ingegno e l'agio necessario per istruirsi nelle cose dello Stato e così offrire solide garentie alla società, tanto meno in un paese novello alla vita politica, in cui le moltitudini sono incolte, perché sempre trascurate. Avendosi dunque dalla legge un buon corpo d'elettori e potendo essere facilmente eligibile, quali saranno dunque i nostri deputati?

Ciò dipende dallo stato dei partiti nel nostro paese, i quali ci


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sembrano essere tre, quello del passato, ossia il reazionario, quello del presente o il costituzionale, quello del futuro ossia l'annessionista. Il partito reazionario non è gran fatto da temere, poiché rappresenta un tempo che per le condizioni d'Italia e d'Europa non può più tornare ed è composto di quelle persone interessate all’antico regime, e di quelle altre a cui la luce del secolo non è ancor giunta, le quali fortunatamente non possono aver molta influenza sulla società presente.

Resterà dunque il campo elettorale interamente diviso fra il partito costituzionale e l’annessionista. Intendiamo per partito costituzionale quello che attende il miglioramento della patria dallo svolgimento delle libere istituzioni che abbiamo riacquistate, e subordina ogni altra quistione d'organamento futuro d'Italia all'alto dominio della Provvidenza per ciò che riguarda i mezzi straordinari, cercando sempre la soluzione più possibile e più sicura per quanto possiamo cooperarvi colle nostre forze umane. Questo partito rispetta le leggi che debbono condurci alla comune rigenerazione, ama l'Italia senza comprometterla e chinerà la fronte innanzi a qualunque soluzione venuta per via straordinaria, senza menomamente parteciparvi, poiché crede dovere dell’uomo cercare le soluzioni pratiche e possibili e non precipitare gli avvenimenti. Il terzo partito poi crede unica la soluzione del problema italiano e ad essa unicamente aspira, sicché per raggiungere un ideale, rischia di perdere il certo. Verrà esso alle elezioni per far trionfare i suoi candidati? Noi gli lasceremo tutta la risponsabilità della sua condotta e cercheremo con ogni nostro sforzo d' organizzare il partito costituzionale, cioè quello del presente, del possibile, che ritiene in sé tutto il buono del passato e contiene i germi del futuro, ch'è dover nostro di fecondare, lasciando alla Provvidenza la cura di farli schiudere quando crederà opportuno.


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Gli avvenimenti precipitavano: sentimmo il bisogno di raccoglierci e considerare il nostro passato in un articolo intitolato Napoli e l'Italia. Questo articolo comincia con un sentimento d'orgoglio e finisce con un sentimento di rassegnazione.


14 agosto

Il nostro paese è veramente la terra de’ vulcani. Un cataclismo antistorico ha diviso la Sicilia dalle Calabrie e tracce evidenti trovansi da per tutto de’ guasti fatti dal fuoco sotterraneo. Ma percorrendo la sua lunga storia esso si mostra tale così nel fisico che nel morale. Abbiamo de’ grandi pensatori ed un popolo avvilito, quasi che queste grandi individualità per elevarsi, avessero bisogno d' un deserto morale intorno a sé per non esser distolte dalle loro meditazioni. La fiaccola della civiltà ha dato qui due volte la più viva luce, nella antichità colla Magna Grecia, e nel medio evo colla formazione delle repubbliche di Gaeta e d'Amalfi e della lingua italiana, che prese in Sicilia la sua forma letteraria sotto il glorioso regno di Federico II. Ora ci proponiamo di vedere quale influenza ha avuto il nostro paese in Italia ne' vecchi e ne' nuovi tempi per poter scorgere. qual parte la Provvidenza gli assegna nel comune risorgimento.

L'Italia deve la varietà del suo genio, che la rende grande nelle più alle meditazioni filosofiche, nelle più profonde ispirazioni delle arti, ed in tutte le scienze che si applicano alla vita pratica, al suo bel clima temperato ed alla gran varietà di razze da cui è stata formata. Qui tutti i popoli passarono e vi posero stanza, Tirreni, Iberi, Celti, Pelasghi, Elleni, e Germani, e tutti si fusero in una armoniosa unità. Ciò ha dovuto anche contribuire, insieme alle cause che appresso andremo notando, a far preferir all'Italia uno splendido sviluppo locale all'unità nazionale.

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Presso di noi meridionali si stabilirono principalmente i Pelasgi e gli Elicini, qui nacque il nome d'Italia, che poi gradatamente fu esteso a tutta la penisola. Roma era ancora barbara quando qui fioriva la più alta civiltà e qui essa fece conoscenza con la Grecia. Qui nacquero le due importanti scuole della filosofia greca, la pitagorica e l'eleatica, che lasciando da parte i fenomini fisici, si applicarono a trovare alle cose un principio ideale e dialettico. Diamo ora uno sguardo alle sue vicende storiche.

La potenza romana venne in urto con le nostre popolazioni nel 343 a. C. e per vincere i soli Sanniti dovette durare 53 anni di guerra, e questi alleandosi cogli altri popoli d’Italia, la misero sull'orlo della rovina. Superato questo forte ostacolo le fu facile vincere la Magna Grecia, nella quale la civiltà era degenerata in corruzione, sicché nel 272 tutta la bassa Italia è in mano de’ Romani. La politica di Roma verso i popoli d'Italia è ben conosciuta; essa accordava de’ dritti e dei privilegii sempre in modo ineguale per non far spegnere mai gli odii municipali. Ma nel 90 le nostre fiere popolazioni si sollevarono ed otto popoli, i Picentini, Vestini, Marsi, Marruccini, Peligni, Sanniti ed Appuli si diedero degli ostaggi, crearono un senato di 500 membri, 2 consoli e 12 pretori e scelsero per capitale la forte città di Corfinio alla quale dettero il nome significativo d'Italica. Dopo due anni di guerra valorosissima furono soggiogati ed ottennero il dritto illusorio di cittadinanza romana per cui s'erano levati. Quale parte hanno avuto le nostre popolazioni nelle glorie di Roma? Basta guardare al lungo tempo adoperato per sottometterle per giudicare del loro valore e de’ contingenti che dovettero fornire per la conquista del mondo e se gli alleati avessero vinto, il centro d'Italia non sarebbe stata più Roma. I nomi di Mario, Cicerone, Grazio, Ovidio, non ci fanno invidiare la parte di nessun altro popolo della penisola nell’epoca de’ Romani.

Ma le tenebre stanno per piombare sull'Italia, i popoli del nord

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si gettano sull'impero come sulla loro preda; quale sarà il destino di queste nostre contrade? Fino all’epoca di Carlo Magno, Alarico, Radagaise, Genserico. Attila, Odoacre, Teodorico, i Greci, i Longobardi hanno invaso o occupato l'Italia, ma solo sotto Odoacre, Teodorico ed i Longobardi la nazione si avrebbe potuto costituire. Da una parte però la maniera di governare de’ barbari, che vivevano isolati dai popoli vinti con leggi e costumi diversi e serbavano solo a sé l’uso delle armi era tale da impedire la fusione dei vinti co’ vincitori. Dall’altra poi le rimembranze dell'antica grandezza e l'abitudine della vita municipale, contratta sotto la dominazione romana, la cui amministrazione è stata ben definita da Guizot come una riunione di municipii, non fecero desiderar molto all'Italia d'unirsi in un corpo di nazione. Non v'ha dubbio che il vincolo della feudalità contribuì a fissare i barbari, fonderli co’ vinti e formare le nazioni moderne. Ma questa istituzione non poteva esser molto forte in Italia, troppo imbevuta de’ principii romani. A questo si aggiunge che i barbari non ebbero mai tregua in Italia per le pretensioni degli imperatori d'Oriente e per la formazione del potere temporale del papa, che sorse benedetto dalle popolazioni. È stata questa una sventura? Ogni popolo ha la sua parte assegnata nel mondo e quella dell’Italia è tanto grande da non avere ad invidiare nessuna altra nazione. La Grecia non è stata certamente una nazione fortemente costituita, ma le sue interne divisioni hanno dato tale slancio al suo genio da potersi dire la più gloriosa nazione del mondo. Così in Italia il magnifico svolgimento de’ municipii, che s'eressero a repubbliche e crearono le arti e le industrie moderne, valgono molto meglio d' un periodo di forza e di oscurità. Il vantaggio di possedere la cattedra di S. Pietro, custode della vera religione di Cristo, ha reso l'Italia capo del mondo cristiano, come era stata del mondo pagano, maestra delle genti e dispensatrice della corona del nuovo impero.


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Questo ci associò alla gran lotta della civiltà contro la barbarie sostenuta da' papi nel medio evo e diede origine ad una altra lotta alla quale pure abbiamo participati, quella del potere civile contro il potere religioso, personificata ne' Guelfi e Ghibellini. Questa seconda lotta nacque più tardi quando la società, in gran parte per opera de’ papi, usciva della barbarie. Insomma la missione assunta dall’Italia nei tempi moderni è stata duplice: capo del mondo cristiano, ha contribuito ad educare le nuove generazioni; erede del mondo antico ha dovuto combattere il regime teocratico voluto introdurre da Gregorio VII, e che conviene solo all'infanzia delle società. Nella storia moderna dell’Italia vi furono dunque due correnti, una che spingeva verso il papa e che fu universale finché il potere civile rappresentato dall’Imperatore non fu abbastanza educato per emanciparsi da una stretta tutela religiosa: questa corrente spingeva al progresso locale, alle repubbliche (alle quali l'Italia era inclinata per le sue tendenze municipali ereditate dall'Impero romano) che si collegavano solo in momento di bisogno. L'altra corrente che si rese forte più tardi e stette per unire l'Italia sotto Federico II menava all'unità nazionale ed a cacciare il papa da Roma. Tutti i nostri grandi uomini si dividono in due schiere, quella de' Guelfi e de’ Ghibellini. ma la nazione non ha mai parteggiato esclusivamente per nessuno dei due partiti, anzi quando la Santa Sede fu trasferita in Avignone e l'Italia poteva liberarsi ne ha invocato istantemente il ritorno, ed ha chiamato quel periodo di lontananza la schiavitù di Babilonia. Fa meraviglia se l'Italia ha sofferto a questo gran parto? Due secoli e mezzo di schiavitù non è pagar troppo caro la gloria di aver formata l'Europa cristiana, e poi l'Europa moderna colla libertà di pensare nata con Arnaldo da Brescia, la conservazione del dritto romano e di tutte le scienze e lettere antiche che noi abbiamo ridato all'Europa nel periodo chiamato il Rinascimento.

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Quale è stata la parte del nostro regno nel gran movimento della storia italiana? L'accenneremo rapidamente riserbandoci disvolgerla in un lavoro di più larghe dimensioni. Il nostro regno trovandosi la più gran parte d'Italia costituita in un sol tutto, ha rappresentato, salvo poche eccezioni, il principio ghibellino. Ciò farà meraviglia a chi rifletterà che esso è stato quasi sempre governato da sovrani chiamati dal Papa, ma pure è una verità. La casa d'Angiò, sebbene fondata e sostenuta dal principio guelfo. è stata nascostamente la più nemica dei domini temporali del Papa e se non era pe' Vespri Siciliani, stava per conquistare l'Italia e l'Impero d' Oriente. Il re Ladislao era giunto colla sua armata fino a Siena. Abbiamo tralasciato a bella posta di parlare degli Svevi, poiché ad ognuno è nota la politica di Federico II, e l’odio de’ papi contro questa famiglia illustre e sventurata. Solo sotto i Normanni troviamo il nostro regno divenuto sostegno de’ papa dopo che ebbero vinto Leone IX, ed essere di forte aiuto a Gregario VII nella sua lotta contro l'Impero, ma allora il principio ghibellino non era nato ancora. Gli Aragonesi non stettero molto tempo sul trono e non potettero spiegare la loro politica in Italia, ma certo non furono amici del Papa. Carlo HI Borbone attese a curare le piaghe d'una lunga servitù; appartenendo a que' gran principi riformatori, i quali s'erano fatti {strumenti dell'idee del secolo XVIII, che se fossero giunti ad attuare avrebbero prevenuto i sconvolgimenti poco dopo prodotti dalla rivoluzione francese. La missione del nostro regno riapparve sotto il re Gioacchino, quando egli vero erede di Federico II, corse colla sua armata per unire l'Italia ed impedire così la ristaurazione del principio guelfo che l'Europa armata contro la Francia s'apparecchiava a compiere. Nel 1820 questo regno fu il primo ad insorgere e se la rivoluzione avesse saputo moderarsi avrebbe evitato l'intervento austriaco e preparato le forze per liberare ed unire l'Italia.


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Nel 1848 si spinse il primo sulla grande via della libertà, fedele alla sua missione, che noi abbiamo mostralo non aver mai perduto di vista in tutto il corso della storia, sebbene allora l'Italia stesse in mano a' Guelfi per essere stato un papa l'iniziatore del nostro risorgimento. Ora le sventure patite l'hanno confinato in un canto, il principio guelfo è stato vinto compiutamente senza il suo concorso a Villafranca, quando il papato s'è mostrato indegno della grande riconciliazione offertagli per fine della lunga lotta da Gioberti e da Napoleone IH. Quale è ora lo stato d'Italia?

Un nuovo paese s'è sostituito a Napoli nella storia e questo paese è il Piemonte, che fu quasi estraneo ad ogni idea italiana fino al magnanimo Carlo Alberto, della dinastia che ha fatto dire alla storia, che avrebbe messo il fuoco a' quattro angoli d'Italia per averne un palmo. La missione politica del papato è finita. Napoli poi che ha rappresentato per la forza delle cose un gran principio nella storia d'Italia, paese vivace per l'iniziativa se nou costante nell'esecuzione deve attendere il suo destino dalla sorte delle armi, trascinato dagli avvenimenti e non più regolandoli, per avere una parte qualunque nel risorgimento italiano! Noi abbiamo detto al principio di quest'articolo essere il nostro paese una terra vulcanica sì nel fisico che nel morale, che ha prodotto grandi individualità in mezzo ad un popolo avvilito ed indifferente e dopo aver scorso la sua storia moderna questa asserzione resterà pienamente giustificata.

I nostri feudatari furono sempre vili od infedeli, la nostra borghesia incerta e debole, non ostante che fosse stata molto favorita dagli Svevi. Essi abbandonarono gli ultimi rampolli de’ Normanni, che sebbene ereno allora d'accordo col papa, non avrebbero tardato a capire la missione del paese. Abbandonarono Manfredi, combattendo mollemente, non seppero per lunga pezza dicbiararsi fra gli ultimi Angioini


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e gli Aragonesi e lasciarono soli Ferdinando e Federico d'Aragona e si rassegnarono umilmente alla lunga servitù spagnuola ed austriaca. Poi non soccorsero Gioacchino, che amavano, ed infine si fecero ridurre sotto un governo di cui fu scritto, che i ministri passavano dal potere alle galere e dalle galere ai potere, per la loro incostanza ed avventatezza ed ora al compimento del risorgimento italiano abbandonano la propria storia e rimangono inerti spettatori. Ciò dimostra abbastanza che l'idea sostenuta dal nostro reame nella storia è nata dalla forza delle cose, essendo il più gran corpo politico in Italia, e da alcuni uomini eminenti che se n'impadronirono, piuttosto che essere la coscienza di tutto un popolo. Ma la parte del nostro paese, qualunque sia il presente, non è finita. La terra che ha dato al mondo la Magna Grecia, le prime repubbliche moderne di Amalfi i e Gaeta, le prime poesie italiane nella corte di Sicilia, un Federico II di Svevia, figlio della nostra Costanza, un S. Tommaso, un Telesio, un Campanella, un Giordano Bruno, i più illustri economisti ed il più grande de’ filosofi, Giambattista Vico, non è sfruttata, e qualunque sia la parte che le serbino gli avvenimenti', essa saprà farsi la sua.


Ecco i termini con cui credemmo di far adesione alla gran causa dell'unità, che otteneva sempre più l'assenso delle popolazioni. La volontà nazionale si era con segni non dubbi manifestata.


28 agosto

Non bisogna farsi più illusioni, la crisi è quasi compiuta. Il movimento annessionista s'estende nel Reame e Garibaldi si avanza vincitore dalle Calabrie. In due mesi circa passiamo dal più duro dispotismo ali' unità! È inutile cercare le cause di questo mutamento, ma sarebbe facile trovarle principalmente


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nella stessa rapidità degli avvenimenti. Il paese non ha avuto il tempo di riaversi, né i partiti di costituirsi, ed è stato trascinato dalle idee che agitano l'alta e la media Italia. Che resta da fare ora al nostro giornale? Solo perché le nostre idee intorno alla costituzione d'Italia non hanno trionfato, deporremo la penna e ritorneremo nella solitudine per far le parti di Geremia? Noi non abbiamo inteso mai in tal modo la nostra missione» Le idee da noi propugnate sono state per noi sempre un mezzo e non un fine. Il fine è la liberazione e la grandezza d'Italia, sieno uno o più regni. Per questo noi ci siamo tanto sforzati, affinché i nostri principi non fossero fraintesi, fino a pronunziare, provocati, qualche acerba parola contro i nostri fratelli d'una parte della media Italia; parola che noi altamente deploriamo e vogliamo che fosse dimenticata. Adesso l'Italia ha più che mai bisogno d'unione per affrontare i suoi destini, e non bisogna guardare più al passato, sibbene all'avvenire. Ci sarebbe facile rimanere in disparte e seguire gli avvenimenti con una critica oziosa per far sciupo di dottrine politiche, ma noi ci sentiamo Italiani e Vogliamo Stare o Cadere Con Tutti,

Quale situazione hanno fatto all'Italia gli ultimi avvenimenti? La necessità d' una prossima guerra, ed il governo di Torino lo sente, poiché al prestito ha fatto succedere l'ordine di organizzare i volontari della Guardia nazionale. Ma saremo soli in questa lotta? Apparentemente così pare, poiché la Francia quando si fecero le ultime annessioni volle sciogliersi da ogni responsabilità, consigliando di rispettare l'autonomia della Toscana e di fare un Vicariato delle Romagne. Siccome i suoi consigli non furono seguiti ci disse chiaramente che non ci guarentiva altro che il non intervento. Ma noi abbiamo veduto spesso la Francia aver due politiche, una aperta ed un' altra occulta. Noi conosciamo la prima, ma chi può conoscere la seconda?


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Ciò non toglie che non dobbiamo moderare il nostro ardore, anzi a ciò debbono tendere tutti i nostri sforzi. poiché se saremo i primi ad attaccare renderemo quasi impossibile alla Francia l'aiutarci, e l'Austria vincendo, per Io meno applicherebbe il trattato di Zurigo, e distruggerebbe tutto quel che è avvenuto dopo quel trattato. Le condizioni dell’Europa, come abbiamo detto in altro articolo, non sono incoraggianti e perciò deesi fare quanto è in noi per attendere un momento più opportuno. La quistione d'Oriente è là per aiutarci e l’unione della Prussia coll’Austria e la pace interna di quest'ultima non può durare. Ma ciò che più importa però è di non perdere Ud momento. Che tutti i pensieri del popolo e del governo sieno rivolti alla guerra e sarà questo il miglior mezzo per mantener la concordia nell’interno e cominciare a farci rispettare all’estero.


Un manifesto di Murat eccitò un' unanime indignazione alla quale ci facemmo eco di tutto cuore.


30 agosto

Mentre si prosieguo la lotta per i futuri destini del nostro regno, se cioè esso debba continuare nella sua autonomia e far parte dell’Italia come confederato o essere parte integrante d'un unico regno italiano, un giornale di Torino pubblica una lettera d' un nuovo pretendente a questa bella parte d'Italia. La lettera è del 19 agosto ed una semplice indiscrezione, dice quel giornale, l'ha fatto capitare nelle sue mani. Ma la sua apparizione in un momento sì decisivo ci dimostra abbastanza essere questa indiscrezione del tutto volontaria, e, quel ch'è più grave, consentita dall'Augusto cugino dello scrivente. In breve il sig. Luciano Murat si dichiara pronto a salire sul trono di Napoli, qualora vi sia chiamato dal voto popolare.


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Ciò spiega abbastanza la premura dell'imperatore nel mese di giugno per far dare delle istituzioni liberali al nostro regno fino ad imporre un perentorio, credendo di suscitarvi la confusione, ed il suo completo abbandono dopo che i suoi consigli furono eseguiti, espresso col n'importe comment nella sua lettera a Persigny, parlando dell’assestamento delle cose nell'Italia del sud. Si disse ancora che la flotta francese portava delle numerose truppe, che sarebbero sbarcate qualora perla promulgazione dello Statuto fossero nate le gravi turbolenze che s' aspettavano e che ciò sarebbe anche avvenuto quando Garibaldi vittorioso si fosse avvicinato a questa metropoli, per chiudergli le porte e sentirsi prima il voto popolare. Questo è quel che si diceva allora, ma noi credevamo che l'ordine perfetto serbato nella capitale e l'assoluto silenzio d'ogni desiderio riguardo ad una dinastia francese avessero dovuto persuadere l'Imperatore che non v'era nulla da tentare. Non mettiamo in dubbio, essere scopo della politica estera di Napoleone la ricostituzione dell'Europa sulle basi della nazionalità ed il primato della Francia, ma non possiamo negare che qui ed in Toscana egli avrebbe voluto mandare ad effetto questa rigenerazione di popoli per mezzo de’ membri della sua famiglia. Noi abbiamo troppa fede nel suo genio per essere sicuri che egli s'arresterà innanzi alla ripugnanza universale, ed abbandonerà una politica, che riuscì sì funesta a Napoleone I.

Nel nostro paese vi sono stati e forse vi sono dei Murattisti, ma sono degl’individui isolati, degli intriganti che vorrebbero afferrarsi i primi posti in un cambiamento politico, e perciò non rappresentano affatto la nazione. Qui non vi sono che due soluzioni, o conservare sul trono la dinastia che l'ha fondato, rendendola liberale ed italiana, o unirsi in un sol regno italiano. Gli ultimi avvenimenti rendono più probabile la seconda che la prima.


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Il partito reazionario non riposava e sebbene certi fatti fossero stati evidentemente esagerati pure bisognava mostrarsi uniti e risoluti per non far succedere inutili eccidii. Si era trovato in una stamperia un proclama di un certo Duclair che si credeva in relazione con Lamoriciere.


1 settembre

Mentre la crisi politica in cui versiamo s' avvicina al suo termine, un esecrando ed incorreggibile partito, quello della reazione, non lascia mezzo intentato per gittare il paese nella rovina e disonorare la dinastia. Tutto era preparato per un colpo di mano nella notte de’ 29, ma il ministero fu avvertito a tempo e tutto svanì. Delle armi e delle carte di alta importanza sono in mano del governo e si dice che si sia trovata pure una corrispondenza col generale Lamoricière. Speriamo che, se n'avrà il tempo, questo colpevole tentativo non resti impunito. Ovvi speranze oneste potrebbe avere la reazione? Non si vuoi persuadere che il regno del dispotismo è passato in Europa? Forse il governo assoluto, che è la vera causa della presente crisi, deciderebbe l armata a battersi contro Garibaldi e tratterrebbe l'Italia nella via dell'unificazione, ciò che non è riuscito al governo costituzionale? Noi pensiamo che ve la spingerebbe con maggior forza, come ad un unico mezzo di ricuperare la libertà e costituire la nazionalità. Chi si crede amico del re deve andare a combattere nelle file de’ suo' soldati e non tentare di salvargli il trono, disonorandolo con un tentativo, che non produrrebbe altro che morte e saccheggio. Chi poi ama la patria più d'ogni altra cosa non può fare altro che seguire un sentimento divenuto generale per poter in seguito moderarne gli eccessi, che potrebbero spingere ad una guerra intempestiva contro l'Austria e compromettere i felici risultati di questi ultimi anni.


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I re prima di partire volle fare il tentativo d'un nuovo ministero nel senso d'una disperata resistenza e si rivolse a' fratelli Ulloa. Dopo il consiglio dei Generali dovette deporne il pensiero.


4 settembre

Alla crisi politica s'è aggiunta la crisi ministeriale, che dura da due giorni e minaccia di finire con una catastrofe. Si dice che abbia avuto origine da un esposto fatto da' Ministri al re sull'inutilità d'ogni ulteriore difesa e che il re non dividendo l'opinione de’ suoi Ministri ne cerchi degli altri per fare un ultimo tentativo nelle vicinanze di Napoli. Speriamo che questo tentativo, di cui poco vediamo l'utilità, sia fatto in campo aperto qual conviensi a truppe regolari, che non hanno bisogno di trincerarsi dietro le case di nessuna città, e tanto meno d'una città così illustre e popolata, come Napoli.


Garibaldi s'avvicinava a Napoli con pochi uomini. Intanto il governo si sfasciava e la dinastia si apparecchiava a partire.


6 settembre

Vi sono de’ gran momenti nella vita de’ popoli, in cui l'uomo non può che chinare la fronte ed adorare. Chi poteva dire quando Garibaldi salpava da Genova il 7 maggio con un pugno di prodi, ch'egli andava ad unire sotto lo scettro di Vittorio Emmanuele venti milioni di Italiani! Tale era il disegno della Provvidenza mossa a pietà de’ lunghi strazii di questa bella e sventurata penisola. Un esercito di 90 mila uomini si disperde; dove credevasi trovare un popolo morto si trova un popolo vivo ed in meno di quattro mesi crolla un trono, ch' erasi creduto farsi più salde fondamenta colla forza brutale, che poggiando sull'amore de’ popoli. Ma non impunemente si cerca di spegnere nell’uomo

 la divina favilla, che solo lo rende capace di grandi cose,

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non impunemente si cerca ridarlo ad una macchina per muoverlo come si vuole, poiché questo corpo senza anima cade e questa macchina si sfascia quando più se ne sente il bisogno. Il dispotismo è contrario all'umana natura, e quando meno si crede, produce i suoi amari frutti. Cosi è avvenuto ai nostri soldati, così è avvenuto alle nostre popolazioni. Quando s'è cercato di far appello a' più nobili sentimenti, i primi hanno gettato le armi, le seconde sbalordite non hanno creduto alle promesse. Cosi è caduto il trono, 126 anni dopo che l'immortale Carlo III l'ha fondato.

Ma un sentimento di gioia scaccia dalla nostra anima ogni sentimento di tristezza. Il sospiro de’ nostri grandi uomini, il sogno de’ nostri poeti è ora un fatto, l’unità della patria è creata. La concordia e la prudenza farà il resto.

Chiunque pensa ad un passato impossibile è un traditore, chiunque tende con troppa fretta a raggiungere un a^enire più splendido è uno sconsigliato. Che la nostra bandiera sia quella di Garibaldi Italia e Vittorio Emmanuele e sappiamo distinguere i veri dai falsi amici per non compromettere in un giorno il frutto di tanti martirii e di tanto eroismo. Pensiamo che le nazioni non si formano solo col valore militare ma anche col senno civile, che non si vince solo con attaccar di fronte il nemico, ma anche col temporeggiare. Alla presente generazione è affidato un gran compito, che le impone un'immensa responsabilità e le promette una grande gloria. Le circostanze sono più che mai propizie e solo una inconcepibile imprudenza potrebbe far perder tutto. Confidiamo ne' nostri fratelli subalpini, che ci hanno preceduto nell'esercizio della vita politica. Il fresco soffio delle loro montagne rattemperi l'ardore del Vesuvio e dell'Etna, ed uniti in un solo pensiero, in un solo sentimento attendiamo a formarci oggi tutti saldati per farci quando il tempo sarà venuto, tutti e per sempre, liberi cittadini d'uno stesso paese.


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Il re ieri fece un discorso a' Maggiori della Guardia nazionale, dicendo che affidava loro la città e che partiva. Egli partirà in questa giornata, lasciando il Ministero investito di pieni poteri. Che uso farà il Ministero di questi poteri? Egli dovrà rispettare la volontà nazionale si solennemente manifestata e continuare a mantener l'ordine fino all'arrivo del Dittatore.

 

Mille strani progetti si attribuivano a Garibaldi. Noi cercavamo premunire il paese contro i vani sogni e fin d'allora l'esortavamo a non far conculcare le sue leggi e le sue istituzioni nella prossima annessione.


8 settembre

Quando il cuore è pieno e vuoi sfogare in trasporti di gioia, la testa non è disposta ad occuparsi di politica. Ma passato il primo impeto della gioia è necessario volgere uno sguardo intorno a noi stessi e vedere dove ci troviamo, dove andiamo. Il nostro programma politico è stato fatto dal Dittatore in Salerno, esso è franco e schietto e non richiede che della prudenza nell’eseguirlo. Il partito moderato non deve nascondersi, ma assistere il Dittatore per fargli sentire la sua voce e rivelargli i veri bisogni del paese. Noi abbiamo delle magnifiche leggi e non intendiamo cambiarle fino alla diffinitiva fusione col regno dell'Alta Italia, nella quale fusione certamente i buoni elementi debbono predominare e noi abbiamo piuttosto da dare che da ricevere in ogni branca di leggi ed ordinamenti. Che tutta l'attenzione sia rivolta adesso a tener a freno i partiti, dovendo ogni idea cedere innanzi alla grande idea della patria italiana. Profittiamo di questa tregua per organizzarci militarmente ed in ciò solamente noi ammettiamo che l'elemento piemontese predomini, poiché senza uniformità nell'esercito e nella marina correremmo rischio di non intenderci nelle battaglie.


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Ma bisogna spingersi avanti? Noi crediamo doversi profittare della tolleranza dell'Europa, di cui abbiamo bisogno, checchè ne dica l'illustre Dittatore. Che l'Italia sia una dalla Sicilia al Po verso il mare Adriatico, dalle Alpi al Mincio ed a' confini romani sul Tirreno. Queste frontiere ci bastano per lunga pezza, finché noi avremo il tempo d'organizzarci, e l'Austria quello disfasciarsi. Un popolo di circa 20 milioni è una nazione rispettabile, quando è bene organizzato, ed i nostri fratelli delle lagune soffriranno con gioia, quando sanno che il loro soffrire assicura il comune riscatto.

Per Roma il programma imperiale s'adempia. Quando le ire saranno attutite forse l'Italia s'accorgerà che invece d'essere senza capitale, n'avrà una dippiù, quella del mondo cattolico. Avanti dunque, ma lungo l'Adriatico e fino alla Cattolica per stringere la destra ai nostri fratelli del regno dell'Alta Italia e formare con essi una sola famiglia. Il tempo poi ci dirà quando dobbiamo compiere l'opera.

Deponiamo ogni pensiero generoso riguarda all’Ungheria. L’Italia appena è in grado di aiutare sé stessa, come potrebbe liberare le altre nazioni? Noi abbiamo due specie di nemici, i nemici interni e gli esterni. I nemici interni sono i Mazziniani, che noi combatteremo a morte in qualunque grado si trovino, e questi sanno prendere mille maschere per sedurre qualche cuore generoso e servirsene pe' loro perversi disegni. I nemici esterni sono gli Austriaci e la maggior parte de’ principi tedeschi, che paventano il nostro esempio, ma questi sono meno temibili, perché non attaccati non possono attaccare e noi avremo il senno di non attaccarli.

Avevamo già scritte queste parole quando ci giunse la notizia della formazione del Ministero, composto in massima parte di uomini noti al paese pe' loro principii, e che ci rendono certi d'aver il partito moderato già trionfato presso il Dittatore.


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Grata pure ci è giunta la disposizione dittatoriale con la quale la nostra flotta e gli arsenali vengono consegnati all’Ammiraglio Persano, ciò che dimostra che l'annessione è vicina.


11 settembre

L'arrivo rapidissimo in mezzo a noi del Generale Garibaldi quasi senza spargimento di sangue, e la condizione, in che egli ci ha trovati, sono de’ fatti culminanti ed innegabili, che costituiscono un nuovo trionfo del partito liberale moderato. Ed ormai il successo ha ineluttabilmente deciso, se avevano ragione coloro che reclamavano la Costituzione, come mezzo possente a fondare la libertà o a farci raggiungere l'unità, ovvero coloro che la imprecavano, come un pericolo per il bene della patria. Ed il successo ha pure dimostrato che concorsero più efficacemente alla vittoria coloro i quali impossessandosi del potere combatterono la reazione, crearono la nuova polizia, dettero agio alle idee liberali di farsi strada nell'esercito, e contribuirono a questo pacifico scioglimento; e non quelli che fuggendo il potere per non comparire meno liberali degli altri abbandonarono il regno all'anarchia e le nuove istituzioni alla reazione.

Senza la preveggenza e l'abnegazione di questi uomini non sappiamo, se avremmo potuto rispondere così al grido di Garibaldi, e la causa dell'unità d'Italia non sarebbe prevalsa se non in mezzo al saccheggio, al bombardamento, agli eccidi, di cui Palermo, Catania e Milazzo furono vittime. Il Generale Dittatore avrebbe fatto il suo ingresso in una necropoli fumante di sangue, non già in una città esultante di gioja, in mezzo ad una fioritissima e numerosa guardia nazionale, che adempie splendidamente a tutti i servizi pubblici dell'esercito; ed invece di trovare un governo costituito, avrebbe dovuto incontrare tutte le difficoltà per crearne uno di pianta. Il General Dittatore ha mostrato al mondo,


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che al genio militare unisce eguale genio politico, quando pose mano a costituire il governo. Corrono per la bocca di tutti le splendide parole che pronunziò, allorché gli pervennero all’orecchio le liste di nomi, che aveano voluto elevarsi a governo provvisorio. E quindi ricomponendo il nuovo regime, scelse quasi a tutti i posti elevati gli uomini più benemeriti, che godevano maggior grido nel paese; ed accogliendovi benanco persone di buona fede, sebbene appartenenti ad altri partiti per dar pruova delle sue intenzioni conciliative, come avea annunziato nel suo programma. Questa nobile pruova di conciliazione ne fa sperare, che tutte le forze liberali saranno compatte, per tenere a freno la reazione interna, combattere l'Austria quando ne verrà il tempo, ed affrettare, il più. che sia possibile, la nostra fusione col grande regno Italico, sotto lo scettro del re Galantuomo. Le ulteriori disposizioni dittatoriali sono tutte improntate di assennatezza politica, tranne alcune a cui, siamo certi, saranno subito apportate le emende richieste dalla pubblica opinione.

Per esempio pare a noi, che non abbia prodotto buona impressione la nomina del Dottor Colonnello Bertani a Segretario della Dittatura, uffizio preponderante, perché tutti gli affari mettono capo nelle sue mani, per molte ragioni; perché ignora i nostri bisogni, le nostre cose, le nostre persone; perché ha delle antiche ed intime relazioni con persone di opinioni troppo avventate— e perché, infine, è in pieno disaccordo colla maggioranza parlamentare, e col ministero del grande regno italico di cui sarem chiamati fra breve a far parte. Gli ordini dati dal ministro della guerra relativamente alla riorganizzazione dell'esercito sono più che mai censurabili sotto qualunque aspetto si vogliano riguardare. Perocchè pare a noi, che avrebbe dovuto accordare agli ufficiali buona accoglienza,


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o che avessero condotti seco i rispettivi dipendenti, o che si fossero presentati soli. Il far distinzione tra questi due casi vale lo stesso che rendere gli uffìziali responsabili del fatto de’ propri subordinati, specialmente in un esercito, che è singolare per la indisciplinatezza. La disposizione, che ci pare avrebbe dovuto adottarsi, sarebbe stata il richiamar tutti sotto le bandiere, salvo un ulteriore scrutinio fra vili e coraggiosi, tra buoni e cattivi.

E poi come si sono lasciati sbandare i soldati residenti in questa capitale senza che il Ministero avesse almeno suggerito al Dittatore, di passarli a rassegna, di scorgere direttamente le loro intenzioni per ritenerli sotto il vessillo della patria, o rimandarli a casa con un regolare foglio di via invece di farne tanti vagabondi?

Tutte queste riflessioni ci sono suggerite dall'amor della patria e non per creare il minimo ostacolo al governo dittatoriale, ch'è la nostra salute, e che permette a tutti di esprimergli i loro desiderii, i loro voti.


Un proclama al popolo di Palermo manifestava la politica che doveva condurre l'eroe alla disfatta di Aspromonte. Diceva in questo proclama che l'annessione sarebbe proclamata dalla vetta del Quirinale. Noi l'accogliemmo con queste poche e malinconiche parole.


Un proclama del Dittatore diretto al popolo di Palermo ci ha tracciata nettamente la linea di politica ch'egli intende seguire. Noi non abbiamo osservazione a fare. I fatti hanno una logica inesorabile. L'annessione sembra procrastinata, finché l'Italia non sia tutta libera, cioè finché la Francia e l'Austria non sieno da noi disfatte.

Continueremo a far sentire la nostra voce intorno all'amministrazione interna, finché lo crederemo utile.


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13 settembre

Il proclama al popolo di Palermo è stato salutato dalla Borsa con un ribasso di sette punti, la qual cosa unitamente al parere espresso dalla stampa e dalla maggioranza de’ cittadini nelle private conversazioni deve render certo il Dittatore che questo punto della sua politica non è d'accordo con l'opinione universale. Ci si potrebbe rispondere che la Dittatura è tal forma di governo, che non ammette discussione, ma noi tinche non saremo formalmente ammoniti non cesseremo di manifestare il nostro pensiero, cioè di fare quello che non è vietato ad ogni cittadino, esprimere i nostri voti, i nostri desiderii. Quando l'illustre Generale salpò da Genova diede fuori de’ proclami in cui rendeva noto l'intero suo piano. Afa una tale dichiarazione in quel momento potea farsi impunemente, poiché si era tanto lontano dal prevedere quel ch'è succeduto, ch'essa non rendeva inquieti né i popoli né le potenze. Non così ora che l'attuazione ne sembra vicina, e perciò non trattasi di cose ideali, ma di fatti d'una prossima esecuzione e perciò il paese e le potenze hanno il dritto d'essere inquieti. Non ci sembra strano che un così illustre guerriero chiami miserie tutti i consigli di uomini prudenti, poiché chi è avvezzo a guardare in faccia il nemico e correre dritto alla vittoria non può adattarsi senza una gran pena a' giri tortuosi della politica. Né noi dubitiamo del genio di guerra dell’eroe di Montevideo, del Tirolo, di Roma, di Varese, di Como, di Palermo, Milazzo e Reggio, ma solo de’ mezzi di cui dispone. Ma alcuni ripetono che Napoleone non vuole che la sicurezza personale del Papa e quindi la via di Roma ci è aperta. Appoggiano tale congettura sopra una pretesa assicurazione data dall’Imperatore al Ministro Fauni a Nizza e sopra un passo della sua lettera a Persigny. Tutti i giornali italiani però negano che la quistione romana sia stata soggetto di conversazione fra Farini e Napoleone,


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e nessun giornale di Europa ha interpetrato in quel modo il passo della lettera a Persigny. Per formarci un'idea della politica di Napoleone riguardo al Papa non dobbiamo poggiare i nostri ragionamenti sopra basi aeree, ma consultare invece i precedenti e cercare di indovinare ciò che meglio convenga all'interesse della Francia, specialmente nello stato d'incertezza, in cui trovasi immersa l'Europa.

È da credere che l'idea fondamentale di Napoleone intorno alla quistione romana sia contenuta nell'opuscolo Il Papa e il Congresso scritto sotto la sua ispirazione, il quale cercò di sciogliere tale quistione, tentando di conciliare l'interesse cattolico coll'interesse italiano. Questo suo piano pare confermato dal discorso tenuto alle truppe dal Generale De Noue, come ci ha annunziato il telegrafo e che nessuno ha smentito. Dippiù esso trovasi conforme, a ciò che credesi l'interesse della Francia e del mondo cattolico, che ha dritto a conservare al capo della Chiesa una posizione indipendente, sicché io ogni modo per attuare il programma contenuto nel proclama al popolo di Palermo dovremmo combattere la Francia.

Molti sono i decreti pubblicati dal Giornale Officiale e tutti d'una grandissima importanza. Primeggiano quelli che istituiscono gli asili infantili e le scuole pel popolo, nobili istituzioni, che si possono ora decretare, ma che hanno bisogno del tempo per passare nel dominio de’ fatti. Suggeriremmo noi al Ministero un'altra istituzione di simil genere e di poca spesa, che ha altra volta esistito nella nostra città. Noi abbiamo una gran massa di popolazione nomade, che non ha tetto né letto. Bisognerebbe istituire de’ locali, di cui diede l'esempio l'Eletto Sig. Colombo nel 1837, in cui la sera questa gente raminga trovasse un letto o almeno della paglia, che è sempre preferibile alla nuda terra, e sarebbe questa una occasione per distribuire loro anche un poco di istruzione serotina.

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La spesa si ridurrebbe all'affitto d'un locale, a' letti e ad un custode, e perciò il progetto alla sua evidente utilità riunisce la facilità dell'esecuzione.

Conseguenza del nuovo ordine di cose sono pure i decreti, che tolgono ogni barriera doganale fra noi e la Sicilia e che incorporano al demanio pubblico i beni di Casa Reale e de’ Maggiorati. Molto applaudito è stato il decreto d'incameramento de’ beni de’ Gesuiti, potente sostegno del dispotismo e dell'ignoranza, che debbono cadere irreparabilmente con essi. Ma in generale noi avremmo amato, che tutte queste risoluzioni e le altre egualmente importanti circa il nostro ordinamento amministrativo e giudiziario fossero state prese dietro il parere d'una Consulta di Stato, formata dagli uomini più intelligenti del paese appartenenti a tutte le gradazioni del partito liberale. Come potremmo noi approvare la trasformazione dell'uffizio d'Intendente in quello di Governatore, quando nessuna necessità del momento sembra domandarla? Altra volta abbiamo espresso il voto che nulla fosse cambiato all’ordinamento amministrativo, poiché noi siam persuasi che il nostro regno ha piuttosto da dare che da ricevere dal gran regno italiano, di cui va a formar parte.

Con immenso piacere abbiamo letto l'ordinanza del Ministro Cosenz, con cui si ordina di vestire il nostro esercito come quello dell'Alta Italia, ciò che ci fa sperare di veder convertite in esercito regolare le valorose schiere di volontarii.


15 settembre

La febbre legislativa del nuovo governo va diminuendo, Pare che i ministri si sieno accorti che è facile far firmare de’ decreti dal Dittatore, ma ci vuole del tempo per metterli in esecuzione, e quindi ora non servirebbero che ad arricchire l'Archivio. Per esempio a che è giovato il decreto che istituisce presso di noi i giurati, se non a far conoscere a chi non lo sapeva, che il ministro


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Pisanelli ha scritto una pregevole opera sopra questa materia? Chi non sapeva che nel Regno Sardo esistono i giurati per le cause criminali e che facendosi l’annessione noi avremmo anche goduto di questo vantaggio? Era mai possibile in quest'epoca di transizione di mettere in atto una tale istituzione? Lo stesso diremo dell'abolizione del lotto. Certamente nessun pubblicista oserebbe difendere ai nostri giorni quest'imposta sull'ignoranza, nociva specialmente presso di noi, che abbiamo una ricca immaginazione e fabbrichiamo ogni momento de’ castelli in Ispagna, ma è adesso opportuno di sopprimerla quando lo Stato ha bisogno di denaro? Se poi si dovrà sopprimere nell’anno venturo, dovrà farsi dopo aver provveduto all'esistenza di tanti impiegati e perciò è inutile accennarlo da adesso ed eccitare un malcontento nel basso popolo, che non capisce ancora i vantaggi che gli verranno da questa soppressione.

Quel che più ci ha colpito poi è stata la missione di Commissarii straordinari nelle nostre province, dove in generale l'ordine è stato mantenuto dalle popolazioni che spontaneamente si sono pronunciate per l'unità. Bastava dunque inviare de’ nuovi Intendenti, quando non si avea fiducia negli antichi, ma col solo incarico di far osservare le leggi vigenti e rimettere l'ordine dove è stato alterato. Tutti i cambiamenti radicali nelle nostre istituzioni dovrebbero essere rimessi dopo l'annessione al grande Parlamento italiano. Ora l'unica nostra cura dovrebbe essere riordinare l'esercito e l'amministrazione, e conquistare le Marche e l'Umbria, se il Piemonte non ne assuma direttamente il carico.

Lo stato dell'Europa è sempre lo stesso quale l'abbiamo descritto altra volta. Sembra però che l'abboccamento del Principe Reggente coll’Imperatore di Russia sia ritardato, poiché si desidererebbe l'intervento anche dell'Imperatore d'Austria, al quale però lo Czar vorrebbe imporre delle dure condizioni preliminari.

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L'accordo fra la' Prussia e l'Austria è fuori d'ogni dubbio e base di questo accordo sembra la promessa d'un aiuto all'Austria, qualora questa fosse attaccata in Italia dalla Francia. La Germania comincia a veder male questa lega austro-prussiana, ma sarebbe una vana illusione attenderci il menomo aiuto dall'opinione pubblica di Germania, così scissa e così imbevuta di pregiudizii. L'Italia non deve fare assegnamento che sulla sua prudenza e sull'aiuto della Francia a tempo opportuno, poiché anche l'Inghilterra ci avverte che perderemmo le sue simpatie, del resto tutto morali, se per poco pensassimo a passare il Mincio. Vediamo con piacere l'attitudine ferma del governo piemontese, che vuole intervenire direttamente negli affari dell'Italia meridionale, per frenare la rivoluzione, finora benefica, affinché non faccia come Saturno, cioè non finisca per divorare i propri figli.


Il conte di Cavour fece un passo ardito, di cui vi hanno pochi esempi nella storia. Col pretesto di venire a sedare l'anarchia nelle nostre provincie invase l'Umbria e le Marche. Realizzava così la grande idea dell'unità italiana e toglieva ogni ascendente al partito rivoluzionario. Ecco il proclama giunto qui per telegrafo il giorno 18 settembre.


PROCLAMA DEL RE

Soldati!

Voi entrate nelle Marche e nell'Umbria per ristaurare l'ordine civile in desolate città e dare ai popoli la libertà d'esprimere i propri voti. Non avete a combattere potenti eserciti, ma a liberare infelici provincie italiane da laniere compagnie di ventura. Non andate a vendicare offese fatte a me ed all’Italia, ma ad impedire che gli odii popolari rompano a vendette contro la mala signoria.

Voi insegnerete coll’esempio il perdono delle offese


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e la tolleranza cristiana a chi stoltamente paragona all'islamismo l'amore della Patria Italiana.

In pace con tutte le grandi potenze, alieno da ogni provocazione, io intendo togliere dal centro d'Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa cui sono sempre pronto a dare, d'accordo colle potenze alleate amiche, tutte quelle garenzie d'indipendenza e sicurezza che i suoi ciechi consiglieri sonsi indarno ripromessi dal fanatismo della setta malvagia cospirante contro la mia volontà e la libertà della nazione.


Soldati!

Mi accusano di ambizione; sì, ho un'ambizione, quella di ristaurare il principio dell'ordine morale in Italia e preservare l'Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra.

VITTORIO EMANUELE.

FANTI — CAVOUR.


Dietro queste parole pronunciate dal magnanimo nostro re, due corpi d'armata si mossero contemporaneamente a metterle in atto sotto il comando di Fanti e di Cialdini. Se le informazioni date dal telegrafo sono esatte già questi due corpi, superati tutti gli ostacoli, si sono riuniti sotto Ancona per stringerla d'assedio, mentre la squadra del Vice Ammiraglio Persano la bloccherà da parte del mare.

Questa brusca aggressione non avrà sorpreso nessuno poiché i giornali piemontesi e specialmente l’Opinione, la facevano presentire e lo stato delle cose in Italia la rendeva necessaria. Una volta che s' era scelta questa via bisognava percorrerla fino alla fine a rischio di essere sopraffatti dalla rivoluzione, che si era lasciato agire liberamente.

Infatti la pace di Villafranca faceva dell'unità una quistione vitale per l'Italia, poiché una volta che s'era lasciata l’Austria

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padrona della parte più forte di essa e dominatrice del resto per la sua influenza preponderante presso il Papa ed il re di Napoli, che poteva fare l'Italia ridotta semplicemente agli Stati Sardi, se non tentare di allargarsi e di fortificarsi per finire di liberarsi un giorno dalla sua potente nemica? La felice spedizione di Garibaldi in Sicilia, creduta da tutti una pazzia, e permessa come tale dal Piemonte, ha offerto una occasione propizia quando meno si attendeva.

Un momento di fermata si presentò in questo lungo e difficile cammino dopo il 25 giugno, potendosi accettare l'alleanza offerta dal re di Napoli e renderselo amico e dipendente. Ma il Conte di Cavour assumendo un'immensa responsabilità in faccia alla storia preferì di far sparire questo altro Stato dalla carta d'Italia ed affrettare il desiderio delle passate generazioni e de’ nostri più grandi uomini col creare in un subito l'unità della patria. Bisognava però, per raggiungere questo scopo, continuare a servirsi della rivoluzione ed avere la certezza di vincerla quando cominciasse a trasmodare e minacciasse di far perdere tutt'i risultati acquistati. Tutto ciò senza guardare al pericolo d' un'ardita risoluzione dell’Austria e della probabile impossibilità di ricevere aiuto dalla Francia in un momento in cui le alleanze si spostano con straordinaria rapidità in Europa.

Ebbene, pare che la fortuna abbia sorriso al Conte di Cavour ed all'Italia; l'Europa guarda e tace e l'intervento negli Stati del Papa mette un freno alla rivoluzione a tempo opportuno; e noi lieti di esserci ingannati poseremo un alloro di più sul fronte del Conte di Cavour. Se in molte cose si giudica dal successo, in politica questa regola ha maggior fondamento, essendo concesso maggior campo all'abilità dell'uomo per contrastare colla volubile fortuna.

Ma colla conquista della maggior parte degli Stati Romani e colla presa di possesso di Napoli e Sicilia


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ogni pericolo non è cessato. È certo che la quistione italiana si sarà avvicinata alla sua finale soluzione, che la quistione romana tanto intricata ed interessante per tutto il mondo cattolico potrebbe esser sciolta con soddisfazione di tutti con lasciare solo Roma al Papa, come dice il Proclama Beale, serbando cosi al Capo della Chiesa la sua indipendenza ed all'Italia una gloria di più. Ma come far accettare questi risultati dal partito esaltato, che tanto vi ha contribuito, come trattenere tante valorose schiere di volontarii ed il loro duce, anelanti di correre a Roma e Venezia? Noi che al principio avremmo preferito una soluzione meno radicale ora osiamo consigliare al Conte di Cavour una politica di terrore. Ch'egli convochi il Parlamento; si munisca di pieni poteri, che nessuno oserà negargli, per organizzare il nuovo Stato, opera più facile a compiersi dal solo Ministero, che mediante apposite commissioni potrebbe profittare delle cognizioni di tutti; sciolga i volontari, invitandoli ad iscriversi nell’esercito regolare e mantenga nel paese un ordine rigoroso, sospendendo la libertà individuale e quella della stampa ogni volta che gli sembrerà opportuno. Pensi il ministero piemontese, che fra pochi giorni potremo chiamare italiano, che le passioni non sono spente, ma solo sopite, che gli antichi governi hanno sempre i loro partiti, i quali non cesseranno di cospirare, che la pubblica opinione, base de’ governi rappresentativi può essere in alcuni momenti facilmente traviata, specialmente quando si sappia abusare dei santi nomi di patria e di libertà e che Mazzini è là per profittare d'ogni errore del governo e dietro Mazzini l'Austria.

Noi abbiamo bisogno di forza e di organizzazione. La forza consiste solo negli eserciti regolari e nella marina, cose che non s'improvvisano e che richieggono tempo e denaro ed i volontarii non possono essere degli utili ausiliarii che quando hanno dietro di sé un' armata regolare.

L'ordinamento d'uno Stato a volersi fare per la via

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  costituzionale richiederebbe più di dieci anni, ma fatto da un ministero intelligente come quello che siede oggi a Torino, aiutato da un consiglio di Stato e da Commissioni ben scelte potrebbe esser l’opera di sei mesi. Per Codice civile potrebbe adottarsi quello di Napoli, facendovi poche modificazioni sulla patria potestà di troppo indebolita, concedendosi una legittima alle madri vedove eguale a quella de’ figli finché non si rimaritino, e riformandosi il sistema ipotecario che dovrebbe aver la sua base sulla pubblicità. Per le leggi penali, di commercio ed amministrative si possono tener presenti tutte quelle vigenti in Italia, più o meno derivate dalle francesi e specialmente quelle di Napoli e si avrà una legislazione rispondente a' nostri bisogni. Adesso quasi tutti i popoli sono in uno stesso stato di civiltà e specialmente quelli su' quali è passato il livello della rivoluzione francese e perciò bisogna dismettere ogni pretensione all'originalità in materia di leggi, in cui possiamo perfezionare, ma non inventare. La condizione particolare dell'Italia consiste solo nella sua ripulsione ad un soverchio incentramento amministrativo la qual cosa ci sembra benissimo evitata nel progetto proposto dal cav. Farini al Consiglio di Stato, che salvo poche modificazioni, potrebbe venire subito approvato. Per le imposte poi si può formare un sistema basato su' principii della scienza e rispettare le abitudini locali solo quando non urtino con questi principii ed a poco a poco renderlo comune a tutta l'Italia, poiché l’uniformità piace in questa branca di pubblico servizio. Ad un paese dotato di tante ricchezze naturali non riuscirà difficile di sopperire a' bisogni dello Stato, quantunque grandi essi sieno, qualora invece d'incepparsi queste ricchezze, si lascino soltanto libere di svilupparsi. Poche linee di strade di ferro, pochi porti principali e poche scuole agrarie secondo gli ultimi progressi della scienza faranno mutare aspetto all'Italia in meno di dieci anni.


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Il Parlamento potrà poi a suo bell'agio in tempi tranquilli rivedere queste leggi, che sarebbe incapace a far subito e di pianta, poiché difficile est invenire, facile est addere.

Il nostro bisogno d'ordine è immenso, altrimenti la vita nazionale s'arresta ed invece di arrivare alla desiata meta ritorneremo indietro. Ma l'ardita risoluzione presa dal Piemonte ci consola esperiamo presto veder compiuta l'annessione delle province liberate, come necessaria conseguenza di questa risoluzione e poter dire con gioia: ogni pericolo è cessato, la rivoluzione è vinta, l'Italia è fatta,


20 settembre

La grande lotta de’ due principii in Italia, repubblicano e monarchico, sta per toccare al suo termine. il punto di appoggio del partito repubblicano e specialmente del mazziniano sono stati sempre gli Stati Pontificii, ove il malcontento del popolo toccava il colmo, ed ove il Profeta dell'Idea si sentiva chiamato dalle grandi memorie della Repubblica romana e del Papato. Inoltre l’educazione politica si va formando di giorno in giorno e fa vedere a tutti il vuoto di certe idee coverte, come le lucciole, d' un falso splendore, sicché passato questo momento di crisi, lo vedremo certamente ridotto ad una impercettibile minorità. Giammai momento più propizio però non s' è presentato a Mazzini per far trionfare le sue idee a danno d'Italia e la grande attività che ha spiegato nel recarsi a Genova, Firenze, Palermo e Napoli dimostra che egli ha compreso la solennità di questo momento. Invano s'è cercato di nascondere dietro la sua pretensiosa lettera dell’anno scorso a Vittorio Emmanuele, come cercò di nascondersi nel 1848 colle sue lettere a Carlo Alberto e Pio IX; la sua impazienza l'ha tradito. Ambizioso oltre ogni credere ha temuto che l'Idea perisse coll'ecclissi anche momentanea del suo Profeta, ed ha tentato colle sue spedizioni destinate ad invadere gli Stati Romani a creare mille impacci al Piemonte ed a precipitare

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la soluzione della quistione italiana, e solo l'ardita politica di Cavour ha potuto mandare a vuoto questi disegni. Ma è il solo Mazzini in Europa che dovrà temere le forze delle Potenze senza nessuna probabilità di avvenire? In una parola l'idea repubblicana è condannata nel mondo moderno a restar sempre confinata in America e fra le montagne della Svizzera?

Prima d'innoltrarci in questo argomento è necessario di fare una distinzione fondamentale fra due specie di repubblica, fra la mistica e sociale del sig. Mazzini e la repubblica democratica, della quale il governo monarchico rappresentativo non è che un simulacro. Noi rigettando la prima nel regno de’ sogni, essendo buona soltanto a pervertire le masse e ad impedirne l'avvanzamento nella via del progresso, ci fermeremo a discutere colla seconda, per indagare quale potrà essere il suo avvenire in Italia ed in Europa.

Non v'ha dubbio che la forma di governo più razionate sia la repubblicana, ma ciò non vuoi dire che sia la migliore. Il miglior governo per un popolo è il più adatto a' suoi bisogni ed al grado di civiltà cui è pervenuto. Chi può negare che pe' popoli orientali non sia necessario il dispotismo, affinché possano raggiungere quel progresso relativo che il loro stato sociale comporta? Basterà gettare gli occhi sull’Egitto per convincersene. Così noi crediamo che nello stato presente de’ popoli dell'Europa, dopo tanti anni di organizzazione monarchica e feudale, la repubblica sarebbe nociva anziché utile. Le leggi non creano i costumi, ma i costumi fan nascere le leggi. Dateci un popolo d'abitudini e d'indole repubblicana e la repubblica sorgerà da sé stessa, ma finché non avrete quest'indole e queste abitudini è inutile di creare delle teofiche che sono antiche quanto il mondo, le quali serviranno solo a far perdere un bene certo per uno incertissimo e chimerico. La costituzione della proprietà che ha appena cessato


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di essere feudale ed i grandi bisogni industriali e commerciali del nostro secolo, che richieggono delle grandi agglomerazioni politiche, ci allontanano troppo dalle esigenze di questa forma di governo.

Il grande movimento che agita il secolo è quello delle nazionalità ed è questo il problema, che deve tener occupati gli uomini politici o che si pretendono tali. L'Europa è contentissima de’ principii d'eguaglianza e di libertà conquistati dalia rivoluzione dell’89 e non cerca che di renderne generale l'applicazione, alla quale concorrerà potentemente la soluzione dell'indicato problema delle nazionalità, che creerà un nuovo equilibrio fra le potenze, e rendendo inutile il mantenimento di tanti eserciti permanenti, permetterà d'invertire in miglioramenti sociali tante somme che ora assorbiscono questi strumenti di distruzione. Al contrario se non vogliansi delle repubbliche all'antica in cui il popolo votava direttamente le leggi in mezzo alla piazza, ciò che oggi è impossibile per la grandezza degli Stati e l'eguaglianza delle città fra loro, in che differisce un largo governo monarchico rappresentativo dal repubblicano, se non nel vantaggio di avere un capo ereditario invece di uno elettivo? Questa forma di governo è capace di tale elasticità da darci la costituzione aristocratica d'Inghilterra, in cui la regina è un vero simbolo fino a quella tutta democratica della Norvegia, sicché può soddisfare tutti i bisogni legittimi di libertà ed adattarsi alle varie condizioni sociali de’ popoli.

Finché non si vorrà far intervenire direttamente il popolo nella formazione delle leggi e metter da banda la magnifica scoverta del governo rappresentativo, ci sembra che l'Europa per lunghissimo tempo si manterrà fedele al principio monarchico.

Ma se ciò può esser vero per l'Europa in generale, sarà anche vero per l'Italia, la cui più gloriosa storia antica e moderna è piena di grandi memorie repubblicane?

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Oltre che le condizioni sociali sono adesso quasi le stesse in tutta Europa, specialmente in quegli Stati in cui la conquista napoleonica ha introdotto i principii della rivoluzione francese, in Italia v'ha una ragione di più per fuggire il governo repubblicano, perché tutti i mali di cui soffriamo vengono dal non aver saputo questa forma di governo farci uscire dal municipio e creare la patria comune. Se noi raggiungiamo questo nobile scopo lo dobbiamo interamente alla monarchia, che li i saputo concentrare le forze e rivolgerle ad un intento comune.

Adunque l’avvenire in Europa non può appartenere alla repubblica per le sue presenti condizioni sociali, ed invece tutti i popoli debbono stringersi intorno ai loro sovrani, facendo con loro un nuovo patto mediante le costituzioni e cambiandoli ove occorra, se non si preferisca di cadere nell'anarchia e suscitare le più sfrenate passioni, che partorirebbero ben presto il più crudele disinganno. In Italia poi particolari ragioni d'esistenza ci spingono a restar fedeli al Re Galantuomo e fanno un dovere a\ C. ot\\. e di Cavour di assumere legalmente la dittatura per finu\a una volta con un partito incorreggibile e funesto, che per far trionfare i sogni della sua mente non teme di mettere in pericolo la stessa nostra esistenza nazionale.


22 settembre

Vittorio Emanuele accettò arditamente a Villafranca il retaggio che l'Imperatore Napoleone sembrò lasciargli con quella pace misteriosa. Napoleone volle evitare con quella pace la guerra europea e l'effusione del sangue francese, ponendo l'Italia nel caso di far da sé ed affidandola al volere ed alla lealtà del prode suo compagno d' armi. È poco più d' un anno e quella pace, tanto maledetta da chi è uso ad arrestarsi all’apparenza delle tose, ha riformato il nostro carattere nazionale, mettendoci Del caso di dare le più grandi pruove di senno civile


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e di valor militare ed ha quasi riunito l'Italia sotto un solo scettro. Che manca ora al compimento dell’opera? Di vincere la rivoluzione, ed è questo il compito che il Piemonte ha assunto arditamente verso l'Europa.

Ma non è stata la rivoluzione che ha compiuto l'annessione dell'Italia centrale e cominciata quella dell'Italia meridionale? Certamente le rivoluzioni sono uno di que' grandi mezzi, di cui la Provvidenza si vale per distruggere il passato, ma a condizione di sapere arrestarsi a tempo. Certo senza la rivoluzione impercettibile della Sicilia non sarebbe avvenuta la liberazione del mezzogiorno d'Italia, e Vittorio Emmanuele non avrebbe potuto assumere la parte di moderatore innanzi all'Europa. Questa parte è manifestamente contraria a quelle regole, che s'è convenuto chiamare dritto delle genti, ma l'Italia trovasi in circostanze talmente eccezionali che dispensano da ogni regola e l’Europa ha avuto il buon senso di capirlo. È curioso veder cadere in circa un anno quattro dinastie e cambiare in certo modo la costituzione della Chiesa cattolica senza che siasi elevata una protesta da quelle stesse potenze che hanno segnato i trattati del 1815. Tanto è apparsa imponente la necessità delle coso, tanto grave il pericolo della pace europea, compromessa continuamente dagli eccessi de’ principi italiani.

Ma le truppe piemontesi si arresteranno al Tronto? Basta leggere attentamente il proclama del Re ed il Memorandum del suo governo per convincersi che la missione di queste truppe è d'unire l'Italia per proteggere Roma ed impedire alla rivoluzione d'attaccare Venezia. L’Europa ha lasciato fare l'Italia, perché vuoi essere tranquilla ed i popoli della penisola hanno invocato Vittorio Emmanuele per costituirsi con sicurezza e d'una maniera duratura. Vi sono de’ dritti e de’ doveri da tutte le parti e noi speriamo che l’eroico Dittatore delle Due Sicilie non tarderà a comprenderlo, amando egli l'Italia di tanto amore

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e non essendo uomo da servire d'istrumento a nessun partito che voglia anteporre le sue private mire al bene della nazione. Oh! quanto sarà grande quel giorno in cui l'esercito settentrionale ed il meridionale si abbracceranno in un amplesso comune, in cui ventitré milioni d'Italiani si stringeranno intorno al loro Re, simbolo della comune concordia e rappresentante della patria comune! Allora l'Europa saluterà risorta di bel nuovo quella nazione, a cui per due volte fu debitrice della civiltà ed i popoli oppressi vedranno un esempio ed una bandiera. Allora le ceneri di Dante, Petrarca, Machiavelli, Alfieri, Leopardi balzeranno nel sepolcro, e se avremo ancora una ruga sulla fronte ricordandoci la regina delle lagune immersa nel lutto, questa ruga si spianerà nel pensare alla certezza del risultato.

E veramente fortunata la nostra generazione di essere spettatrice di questi fatti, a' quali deve concorrere col senno e col valore, cioè col valore moderato dal senno. Che ogni cittadino si prepari a combattere, ma a combattete a tempo, quando avremo con noi tutta la nazione schierata sotto gli ordini del Re, che la chiamerà alle armi ed avrà al fianco l'eroico generale Garibaldi. Oh! allora sarem sicuri della vittoria.


23 settembre

Cerchiamo di farci un'idea chiara della situazione. Garibaldi dopo una serie di splendide vittorie varca il Faro per venire ad inalberare fra noi il vessillo dell'unità d'Italia sotto il re Galantuomo. È preceduto e seguito dall'insurrezione che da tutte le parti gli spianano la via della Capitale. La sua marcia è un trionfo e la sua entrata un delirio di gioia per tutti. Che restava a fare dopo preso possesso della sede del Regno? Eseguire il magnifico programma di Salerno, che prometteva l'obblio del passato a coloro che accettavano il nuovo ordine di cose, affinché tutti avessero cooperato al grande edifizio della patria comune.


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Adunque del governo non doveva essere cambiato che il nome, e tutti i pensieri dovevan essere rivolti a cacciare dal Regno il sovrano che la volontà nazionale avea dichiarato decaduto per chiamarvi il suo successore; sicché bisognava riordinare l'esercito e renderlo degno de’ grandi destini che si preparano all'Italia, sistemare le finanze e urtare il meno che era possibile tutti gli interessi e tutte le abitudini, per non fare quasi avvertire questo cambiamento di cose alle popolazioni, che ne avrebbero goduto tutti i vantaggi senza soffrirne alcun inconveniente. Questa maniera di operare non era nuova, poiché ce l'avea indicato la saggezza de’ governi provvisorii dell'Italia centrale, sicché bastava di imitarli ciecamente ed essere superbi d'imitare degli Italiani, che si aveano attirato l’ammirazione dell'Europa. Si avrebbe avuto il vantaggio e la gloria di liberare dopo Capua e Gaeta le Marche e l'Umbria e così agguerrire il nostro esercito e risparmiare al Piemonte la taccia apparente d' aver violato il dritto delle genti. Ma invece al programma di Salerno successe il proclamo al popolo di Palermo e poi la lunga lista di decreti tendenti a creare la rivoluzione dove non desideravasi che il passaggio da un governo regolare ad un altro governo regolare. Le menti si sono esaltate ed avvezzate a correre dietro a fantasie invece di badare alla realtà ed a sognare conquiste mentre abbiamo ancora una buona parte del regno da liberare. Il Piemonte ha dovuto uscire dalla riserva diplomatica a rischio di compromettersi coll’Europa e si son dovuti precipitare gli avvenimenti che avrebbero seguito il loro corso naturale. Ma tutto questo è nulla in confronto di ciò che ci sovrasta. In Italia v'è stato sempre un partito che ispirandosi al culto del passato ha sognato di far ritornare la nostra patria all'epoca gloriosa dell’antica Roma e de’ Comuni del Medio Evo. Ma non s'è accorto che tutto è cambiato intorno a noi e che ogni idea ha il suo tempo come ogni tempo dee avere le sue idee.


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Le repubbliche del Medio Evo ci hanno lasciato una tremenda eredità, il municipalismo, e vi hanno voluto tre secoli di schiavitù straniera per guarirci da questa causa di ogni nostra rovina. La Provvidenza ci ha dato nella valorosa dinastia di Savoia la nostra stella polare, che solo ci può condurre al porto di salvazione e fare accettare per compagna alle altre nazioni di Europa, tutte monarchiche, la nostra patria risorta. Perché attraversare questo disegno della Provvidenza per metà attuato mercé il senno delle popolazioni dell’alta e centrale Italia? Oh! di quante nobili cose non è causa l'ambizione e di quante rovine nell'istesso tempo! La Francia ci ha dato mille volte l'esempio della conciliazione de’ partiti innanzi ad un pericolo nazionale e nella misera e straziata Italia questa verità non è intesa dagli uomini che maggiormente professano di amarla.

Io breve un partito ha cercato di sorprendere l'animo del Dittatore nascondendo abilmente i propri pensieri ed in questo momento solenne finge che la patria è in pericolo per tirarlo a misure estreme, per creare la rivoluzione ove non esiste affinchè non si possa più retrocedere e per regolare a capriccio le sorti della patria comune.

Ma noi confidiamo nella lealtà dell'Eroe, che ci governa, il quale potrà ingannarsi per troppo amor di patria, ma saprà conoscere i veri da' falsi amici. Il prestigio che ha acquistato il suo nome in Europa gli è venuto dalla grandezza dell’impresa di liberare la più nobile e sventurata delle nazioni ne' limiti del possibile e seguendo il più onesto de’ Re, e non dal voler dotare il mondo di una repubblica di più, condannata a perire prima di nascere. Il suo nome sarà benedetto da' presenti e dagli avvenire, perché simbolo di concordia, destinato a servire d' esempio a tutti i popoli oppressi. Or che direbbe il mondo se il più lieve dissenso sorgesse tra Vittorio Emmanuele ed il Dittatore? L'Austria ne riderebbe di


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una gioia infernale ed aprirebbe il cuore alla speranza. Certamente noi non domandiamo all'eroico Generale di rinunciare alle sue speranze, ma solo di temperare il suo ardore per rendere più certo il risultato. Egli avrà ancora una bella parte da compiere, quando l'ora delle battaglie sarà suonata; ora può occupare il suo genio a preparare d'accordo col Re l'esercito liberatore. E poi quest'ora non è lontana, poiché già l'angelo delle rivoluzioni sorvola sul caduco impero degli Asburghi.

Che il Dittatore cerchi di conoscere la vera volontà del paese consultando i municipii o creando un numeroso consiglio di Stato scelto fra gli uomini liberali di tutte le gradazioni, se gli ripugna di ricorrere adesso al suffragio popolare, e si ispiri a' loro consigli. Esca una volta dallo stretto cerchio in cui si è cercato di rinchiuderlo e sovratutto presti l'orecchio alle parole del Re galantuomo, che se è stato dichiarato il primo soldato d'Italia, merita anche d'esserne chiamato il primo cittadino. Che i due eserciti si fondano e tutti i figli d'Italia si stendano la mano. Questa è la via che indica l'onore, che il più delle volte è il più sicuro consigliere. Non è tempo di risentimenti o d'idee fisse quando si tratta di salvare la patria dal più grande de’ pericoli, dall'anarchia e dalla schiavitù straniera. Un uomo, per quanto grande egli sia, è soggetto ad ingannarsi. e vi sono de’ momenti ch è necessario ispirarsi in un modo qualunque nel senno universale, poiché la voce del popolo è voce di Dio.


27 settembre

Non invano abbiamo posto la nostra fiducia nella lealtà dell'invitto Dittatore. Il dispaccio del Governatore di Aquila ci dimostra ch'egli è superiore ad ogni spirito di parte ed ama svisceratamente l'Italia ed il re Galantuomo che la rappresenta. Ora ogni dubbio è sparito, l'esercito settentrionale fra pochi altri giorni sarà fuso col meridionale per finire di liberare la provincia di Terra di Lavoro, organizzarsi ed attendere il tempo opportuno

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per correre a più grandi imprese. Intanto uno de’ primi desiderii del Dittatore non sembra lontano ad essere soddisfatto, cioè la liberazione di Roma, poiché già i Francesi, secondo annunzia il sottintendente di Cittaducale, hanno consegnato Corneto e Civitavecchia a' Piemontesi, ciò che fa supporre che l’Imperatore abbia abbandonato l'idea di serbare al Papa il possesso del così detto patrimonio di S. Pietro secondo leggemmo nel Papa ed il Congresso e si sia piuttosto avvicinato all’idea dell'opuscolo di Giorgini, espressa pure nel proclama del Re alle truppe, di lasciare al Papa soltanto Roma ed il territorio che la circonda. Ma chi ci assicura che Napoleone resterà fermo in questa idea tanto utile all'Italia ed al mondo cattolico? Potrebbe richiamare del tutto i Francesi ed allora il Dittatore senza esporre ad una perdita certa la causa italiana e dare al mondo lo scandalo della più nera ingratitudine combattendo i nostri liberatori, avrebbe il piacere di veder restituita all’Italia la sua gloriosa capitale. Quanto alla Venezia non è una quistione di pura opportunità e non è il tempo un elemento prezioso per gli Italiani, che hanno da riordinare la /oro armata composta di tanti elementi diversi e preparare tutti i mezzi d'attacco per espugnare il famoso quadrilatero? E poi l'inverno non si avvicina a gran passi, che sospenderebbe tutte le operazioni di guerra? Tutte queste ragioni insieme a' voti espressi dal paese per mezzo del municipio, dei capi della Guardia Nazionale e di privati indirizzi coverti da numerose firme hanno persuaso l'Eroe ad ascoltare i comuni desiderii.

Intanto l’agonia del Ministero sta per toccare al suo termine e siamo lieti di annunziare che esso sarà seguito nella tomba da buona parte delle attribuzioni della Segreteria Generale del Dittatore. È questo il segno certo del cambiamento di politica, che ci farà avere il piacere di abbracciare i nostri fratelli dell'esercito settentrionale più presto che non speravamo. È curioso il vedere un paese noto nel mondo per la sua calda fantasia e per le sue intemperanze resistere alle mene di un partito


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che ha stabilito qui il suo quartier generale e non ha lasciato mezzo intentato per sedurlo. Tanto ha giovato la fallita rivoluzione del 1848 e la cieca reazione che l'ha seguita. I despoti sono dunque buoni a qualche cosa nel mondo.

Ora che stiamo per separarci da questo Ministero e da buona parte della Segreteria Generale giova fare un elenco de’ loro atti per vedere in che stato lasciano il paese, lasciando ad ognuno la risponsabilità di quelli che ha firmato. Cercheremo di classificarli in tre categorie, cioè atti utili, inutili e nocivi.

Annovereremo fra gli atti utili la soppressione dei Gesuiti, il riconoscimento del debito pubblico reso necessario nello stato attuale di civiltà, l'incamerazione de’ beni di Casa reale, ma non di quelli di privata proprietà del Re e de’ Principi per un rispetto, fosse anche esagerato, al dritto di proprietà, la restituzione de’ pegni fino al valore di trenta carlini, la restituzione al municipio de’ dazi di consumo, sebbene avrebbesi dovuto decretare in massima e serbare fino al novello anno al Tesoro questa entrata e dare alla città il tempo d'organizzare un'amministrazione per esigerli, la diminuzione del prezzo del sale, che poi è servita di occasione ad incoraggiare il contrabbando, e l'aumento della Guardia Nazionale.

Riteniamo per atti inutili, perché ora non possono mettersi in esecuzione, l'istituzione degli asili infantili e del collegio gratuito pe' figli del popolo, l’istituzione de’ giurati in materia penale, la proclamazione dello Statuto Piemontese, che deve essere messo in vigore dietro un' altra legge, ecc.

Condanniamo come nocivi le molte destituzioni fatte con troppa fretta e senza commissioni di scrutinio, i poteri illimitati concessi a' Governatori senza alcun bisogno, che hanno formato delle nostre province tanti piccoli Stati indipendenti, l'abolizione del giuoco del Lotto in questo momento di grandi bisogni pel Tesoro, la pessima amministrazione

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finanziera poiché né dalle dogane, né da' dazii di consumo concessi al Municipio s'introita più un grano, e senza gli undici milioni di rendita iscritta confiscata a Casa Beale non si avrebbe potuto tirare innanzi; il decreto che riduce la rendita de’ Vescovi, riforma che si avrebbe dovuto fare per tutta l'Italia e con basi più larghe, quello che fulmina nuove pene contro i preti, mentre tutti i casi erano previsti dal nostro codice penale; in questo ultimo decreto poi si fa menzione de culti tollerati quando non essendo stato pubblicato lo Statuto Piemontese che per darne una semplice conoscenza, culti tollerati non esistono presso di noi; il modo di sciogliere le truppe del passato governo, le quali si sono recate in dettaglio in Capua e Gaeta, ecc.

Questo è lo stato del paese, che il nuovo ministero composto in gran parte di uomini moderati, ne' pochi giorni della sua esistenza è chiamato a medicare. Noi osiamo raccomandargli di non far nessuna novità, anzi di abolire le attribuzioni de’ Governatori e ritornare a quelle degli antichi Intendenti, di creare subito un Consiglio di Stato, disarmare coloro che non hanno permesso d'armi finché non se ne muniscano, reprimere il contrabbando, esigere le imposte, ed affrettare la venuta del Re, che tutti siamo ardenti di salutare.


29 settembre

Che vuole Mazzini? L’unità d'Italia e non altro che l'unità d'Italia, egli risponde. Il desiderio è molto innocente quando fosse ristretto ne' limiti del possibile, e basterebbe tacersi per vederlo compiuto. Ma ora cominciano le pretensioni. L'unità d'Italia però, egli dice, s'intende essere una verità quando sia liberata tutta la penisola, di cui fa parte integrante Venezia e Roma, che n'è il cuore. Peccato che abbia dimenticato il Tirolo, il cantone Ticino, Trieste, Malta e la Corsica!


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Per raggiungere questo scopo bisogna essere in casa nostra padroni; che possiamo essere tali se tutti vogliamo; che la nostra libertà sta sulla punta delle nostre baionette e nella ferma determinazione delle anime nostre, non nei consigli o nei cenni di Francia o nelle aule diplomatiche; che volerla far dipendere dal beneplacito di Luigi Napoleone, o d'altri che sia, è un prostituirla, un immiserirla anzitratto, un metterci a rischio di perderla nuovamente dichiarandocene immeritevoli.

Ecco che senza elevare la quistione di forma di governo già siamo in forte opposizione con Mazzini. Egli vuole ciò che noi vogliamo, ma noi vogliamo procedere per gradi e con prudenza, avendo fede negli eserciti ordinati e nelle alleanze ed egli vorrebbe rischiar tutto per tutto ed è sicuro di vincere colla rivoluzione e la leva in massa, urtando gl'interessi di tutta Europa.

Allora la differenza che passa fra noi e Mazzini sarebbe soltanto quella che passa fra il partito moderato ed il partito esaltato, entrambi monarchici, fra Valerio e Cavour. Ma è egli ben vero che Mazzini seppellisca in fondo al suo cuore la fede della sua giovinezza, vedendone impossibile l’attuazione, e pensi solo alla liberazione della patria comune? Se così fosse non dovrebbe suscitare degli ostacoli a quel solo governo che ci può fare ottenere questo sommo bene, e volendo portare la sua pietra a questo edificio comune andrebbe a combattere nell'esercito di Garibaldi o scriverebbe ne' giornali che bisogna rimanere tutti fedeli a Vittorio Emmanuele, finché l'Italia intera sia libera, anche colla restrizione mentale di sbalzarlo dal trono quando Io scopo sarà raggiunto. Ma il voler promuovere delle spedizioni di volontarii negli Stati Romani per sola foga di operare prima che la liberazione di Napoli e Sicilia fosse compiuta, quando ciò poteva riuscire di grave impaccio al governo piemontese, ed il suscitare discordie contro la Francia, nostro unico alleato, è questo un amare la patria più di ogni idea di partito?

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Questo è ciò che fa ora Mazzini; vediamo che ha fatto nel passato di cui invoca con tanta fiducia le testimonianze.

Nessuno potrà negare a Mazzini molta attività rivoluzionaria, ma i frutti che essa ha prodotto sono stati sempre fatali all'Italia. Noi non possiamo citare delle imprese dirette da Mazzini o dall’influenza delle sue idee che la spedizione di Savoia, quella de’ fratelli Bandiera e quella di Pisacane, oltre delle piccole insurrezioni, come quella di Milano nel 1849 che non ebbero verun risultato. La spedizione di Savoia finì nel ridicolo, sebbene avesse prodotto delle sanguinose conseguenze; i fratelli Bandiera fecero di loro un nobile per quanto inutile sacrifizio alla patria, poiché nulla aveano preparato per la felice riuscita. La spedizione di Pisacane poi fu un delirio anzi l’estremo della stoltezza, possibile a concepirsi solo da chi ha in odio la vita e cerca di darla alla patria invece di gittarsi in un fiume o tirarsi un colpo di pistola. Che dire poi delle insurrezioni? Era possibile riuscire a far nulla di serio in Lombardia nel 1849 dopo due sconfitte e sotto la pressione di 150 mila baionette austriache? Adunque a parer nostro, Mazzini non ha mai giovato all’Italia, anzi ne ha impedito per lungo tempo il risorgimento, allontanando ogni uomo moderato dalle idee liberali e spaventando i governi da ogni minima riforma. Il nostro risorgimento è dovuto a Gioberti ed a Cavour e non a Mazzini. Costui non ha fatto che screditare la nostra causa spesso predicando l'assassinio ed il tradimento. Le nostre idee ci vengono dal Cristianesimo, dalla rivoluzione francese, dalla civiltà universale e non da Mazzini. Se egli non era, l'Italia, non sarebbe rimasta nella tomba per questo. Coloro che l'hanno svegliata sono stati Alfieri, Monti, Parini, Verri, Beccaria, Filangieri, Melchiorre Gioia, Romagnosi, Manzoni, Berchet, Gioberti e tanti altri e non Mazzini.

Questo ha prodotto la sua azione diretta o indiretta,

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vediamo ora che ha prodotto la sua promessa di astenersi, e di differire l’attuazione delle sue idee repubblicane, come Ora ci vorrebbe dare a credere.

Nel 1848 l'Italia procedea sicura alla sua liberazione sotto la direzione del partito moderato e la protezione della spada del re Carlo Alberto. Chi venne a turbare le menti, a farci perdere il buono pel desiderio del meglio? Mazzini. Chi fece perdere un tempo prezioso in inutili discussioni allorché dovevasi operare, e demoralizzò l’esercito col predicare continuamente le idee democratiche quando si dovea tendere ad un solo scopo? Mazzini. Chi fece nascere la repubblica in Toscana, fu causa della morte di Rossi e della fuga del Pontefice? Mazzini. Ed allora pure avea fatto le sue proteste, le sue lettere a Carlo Alberto ed a Pio IX!

In conchiusione se Mazzini vuol giovare l'Italia coll'opera lo possiamo pregare di arrotarsi nell'esercito di Garibaldi. Se vuol giovarle co’ consigli, quando una nazione procede mirabilmente e per la sola via possibile allo scopo, abbiamo tutto il dritto di dirgli: Non abbiamo bisogno de’ vostri consigli. Ma, ci potrebbe rispondere: voi intanto vi godete i frutti delle mie avventatezze. Prima di tutto ci dovrete dimostrare la spedizione di Garibaldi essere opera vostra ed il Generale potrà provarvi il contrario. Voi stesso avete confessato che se vi sono molti repubblicani fra i volontari di Garibaldi essi combattono tranquillamente a fianco de’ regi e danno pruova reale della abnegazione de’ loro principii. Essi combattono e muoiono per Vittorio Emmanuele e non cercano di rendersi padroni de’ destini della nazione per precipitarla ad una catastrofe. II loro illustre capo è il primo a dare l'esempio dell'abnegazione e della lealtà. Questo è amor di patria, questo è abnegazione della propria opinione. Ma Garibaldi ha dichiarato di sacrificare sull'altare della patria le sue opinioni e Mazzini vuoi restare fedele al sogno della sua giovinezza.


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Ecco tutta la differenza. La spedizione delle Marche e dell'Umbria, noi potremo aggiungere nemmeno è opera vostra, poiché essa è stata fatta contro di voi. Il Piemonte ha dovuto determinarsi a quell'ardita risoluzione a malincuore e mettere così a rischio la santa causa d'Italia per la vostra impazienza e perché avevate colle vostre arti persuaso l'illustre Generale a voler eccedere i limiti del possibile. E poi non v'ha sulla terra un male che indirettamente non possa produrre qualche bene. Questa è la condizione delle cose umane e voi fate un bene all'Italia in questo momento, poiché la rendete costante nella concordia per combattervi come i peggiori suoi nemici.


2 ottobre

Ieri sera la nostra città fu in festa e noi pure partecipammo alla mesta gioia che ci ispirava la vittoria dell'esercito meridionale. Mesta, perché i vinti sono pure nostri fratelli, sebbene traviati; mesta, perché la crisi politica si aggraverà in conseguenza di questa vittoria. Tutte le pratiche conciliative del marchese Trivulzio Pallavicino, che ha fatto de’ frequenti ed infruttuosi viaggi fra Napoli e Torino sono andate a vuoto: Garibaldi e Cavour non hanno potuto intendersi, sebbene in fondo vogliano la stessa cosa e differiscano solo ne' mezzi e nell'opportunità. Ma è questa una quistione di persone? Noi noi crediamo, poiché abbiamo per fermo che il Conte di Cavour si sarebbe ritirato mille volte, quando la sua persona fosse il solo ostacolo alla pronta riunione in una stessa famiglia di 22 milioni d'Italiani, ed a far passare come fatto compiuto agli occhi dell'Europa ciò che ora è solamente tollerato dalle potenze. Ma qui non trattasi di un cambiamento di persona, ma d'un cambiamento di politica. Trattasi di abbandonare la via che con tanta sicurezza ci ha condotto finora al punto in cui siamo, per adottare una politica francamente rivoluzionaria.


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Diciamo rivoluzionaria, poiché non si vuol tener conto degli interessi altrui, ma solo de’ nostri interessi, perché si fa molto assegnamento sull'entusiasmo delle masse e sugli eserciti di volontarii, perché si vuoi rischiare l'avvenire della nazione per l'impazienza del momento. Ma per far ciò ci sembra necessario di consultare questa nazione, senza il cui consenso non si possono compiere tanti prodigi!, affinché nel momento dell'azione le illusioni non si mutino in disinganno. Quale sarebbe il mezzo di consultarla? Il suffragio universale, poiché se noi abbiama combattuto il suffragio universale quando si trattava di ordinamento interno, poiché non tutti possono avere attitudine a fare una buona scelta politica, l'invochiamo quando trattasi di una quistione nazionale, poiché l'amore della patria è istintivo a tutti ed il semplice buon senso basta per decidere, se conviene ritardare un'impresa o metterla in pericolo per troppa fretta. Ma fa d'uopo ricorrere ad una votazione per conoscere la volontà del paese? Basta parlare con uomini ragguardevoli di tutti i partiti, basta dare uno sguardo agli indirizzi coverti di migliaia di firme per conoscere che tutti vogliono unirsi prima alla gran famiglia italiana e poi deliberare come e quando conviene operare. Inoltre al momento in cui scriviamo già il Parlamento Nazionale è aperto a Torino e chi potrebbe esprimere meglio di lui la vera volontà generale? Qual grande onore per chi già possiede tanti allori guerrieri, poterne acquistare uno di più colla sapienza civile! Gli uomini non si immortalano solo per le grandi battaglie, poiché la guerra anche necessaria non cessa di essere un' opera di distruzione, ma per i frutti che nascono da queste battaglie. E poi quando la stessa esistenza della patria può esser messa in pericolo, qual gran sacrificio sarebbe avere un poco di prudenza, un poco di moderazione? La più grande vittoria è il vincere sé stesso, specialmente quando per vincersi bisogna combattere gli impeti generosi

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e la nobile tentazione d'una gloria più grande. Noi crediamo Garibaldi troppo grande per poter menomamente dubitare, che in lui l'Italiano vincerà il guerriero appena la gran voce del Parlamento nazionale si sarà fatta sentire. Ma che dire del partito che Io circonda? Chiunque osserva le cose con occhio imparziale dovrà convenire che se egli tollera in Napoli i caporioni del partito mazziniano, non dà loro nessuna importanza. Ciò non toglie che questo partito non si agiti, nascondendosi sotto mille aspetti ed imbaldanzito della vittoria di ieri cercherà forse di trar profitto della nuova crisi ministeriale per tentare di salire al potere. Ma noi ci auguriamo che come il Dittatore ha saputo sacrificare Bertani all'opinione pubblica non tarderà a sacrificar Crispi innanzi al verdict del Parlamento nazionale. Intanto dovremo rassegnarci, in momenti in cui v'è maggior bisogno di ordine, a restar senza Ministero e raccomandarci al buon senso del paese ed al patriottismo della Guardia Nazionale.

Dando uno sguardo all’Europa vediamo i tre sovrani del Nord prepararsi ad un nuovo abboccamento, che dicesi fissato in Varsavia pel giorno 20. Senza esagerarci l'importanza di questa notizia si vede chiaro esser questo un tentativo per disperdere il turbine rivoluzionario che si addensa sull’Europa. Finché noi avremo la Francia con noi e l'Inghilterra neutrale non temeremo della lega del Nord. Ma qual grave errore sarebbe l’allontanarci dalla Francia, nostro solo sostegno e sostegno di tutti i popoli oppressi, se sanno attendere la loro ora e danno il tempo alla vasta intelligenza che regola i destini di quella grande nazione, di attuare i suoi disegni! Intanto, come si accenna da tutte le parti, il Papa si apparecchia a lasciar Roma, grave determinazione, che farebbe perdere al mondo cattolico la sua capitale e sarebbe l’ultimo colpo che il Cardinale Antonelli crede scagliare contro l'Italia. Noi non nasconderemo che il Papa

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 diventerebbe una potente arme in mano al partito retrogrado, e che sebbene l'Italia acquisterebbe la sua capitale, e sarebbe tolto un gran pretesto al partito esagerato, pure ci divideremmo con dolore dal Capo del Cattolicismo che ristretto ne' limiti di ciò che il Re Vittorio Emmanuele sembrava volergli lasciare, potrebbe giovare e non più nuocere all'Italia.


4 ottobre

La vittoria è stata sanguinosa e lungamente contrastata ed ha messo a nudo la nostra triste situazione. I regi che si credevano avviliti e distrutti hanno osato prendere l'offensiva e vi è stato un momento che il Dittatore ha disperato della vittoria. Dippiù un corpo di regi prima di questi ultimi fatti già avea invaso tutto il paese che s'estende dal Garigliano oltre il Calore e marciava alla volta degli Abbruzzi seguito da schiere di contadini armati dalla reazione. Intanto qui si sognavano conquiste, si discuteva se bisognava attaccar prima Roma o Venezia! Ciò ci dimostra che non tutte le imprese possono esser figlie dell’entusiasmo, che ve ne sono alcune, che hanno bisogno di lunghi preparativi e di lunga esperienza. S'improvvisano le rivoluzioni, ma non le guerre; e quante rivoluzioni non abbiamo veduto cadere nella storia per difetto di non essere sostenute da savie guerre? La liberazione della Sicilia e della terraferma fino a Napoli è stato un miracolo. se tale vuoi chiamarsi un concorso fortuito di circostanze che è vano sperare in ogni impresa. Ma essa non può compiersi che sotto le mura di Capua e Gaeta, dove trovasi un esercito numeroso e ben fornito, che si è potuto respingere, ma non distruggere. Avremo noi la forza di compiere l'opera? Sì certamente, se si guardi all'eroismo del Capo e de’ prodi volontarii che han sostenuto così gloriosamente la fortuna delle armi italiane in questi due giorni passati. Ma l'eroismo non basta in faccia alle fortezze, fa mestieri d' una forte artiglieria per aprire la breccia e d'una numerosa cavalleria per respingere le sortite.

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 Noi difettiamo in gran parte dell'una e dell'altra. Chi sarà il nostro salvatore ed il salvatore d'Italia? Colui che ha giurato sulla tomba di suo padre di redimerla tutta o di perdere la corona, colui che per tanti anni n'è stato l'ardito e prudente campione. Egli ha già steso la sua mano agli infelici abitanti delle Marche e dell'Umbria che il chiamavano e s'è recato a' nostri confini per sentire il nostro grido di dolore e correre in nostro soccorso. L'Eroe che finora ci ha liberati sarà felice di combattere a fianco del suo sovrano, il cui nome è servito di grido di riunione nelle battaglie, di simbolo di concordia dopo la vittoria. Deh! corriamo incontro al nostro Re, che col solo apparire farà fuggire i nostri nemici e metterà il suggello a quanto s'è fatto di bene per l'Italia. La nostra situazione è precaria tanto nell'interno che all'estero e solo un fatto prestamente compiuto potrà salvare il nostro avvenire. L'Europa adesso delibera e la diplomazia è lenta ne' suoi passi, facciamo che prima che le potenze si mettano d'accordo l'Italia sia fatta. Allora per disfare il già fatto vi penseranno, ed alcuni saranno trattenuti dagli interessi che saranno soddisfatti dal nuovo ordine di cose, ed altri dalla prepotente voce della pubblica opinione.

Ma si dirà: Vittorio Emmanuele sarà impedito dalla diplomazia d'intervenire e quindi non accetterà il nostro invito. Risponderemo che Vittorio Emmanuele ha fatto già un passo più ardito coll'invasione delle Marche e dell’Umbria di quello che potrebbe fare colla sua venuta in Napoli. Là solo alcuni piccoli paesi erano insorti e per trovare un pretesto ha dovuto chiedere al Papa lo scioglimento dell'armata. Nel potere temporale del Papa che egli vuoi ridurre a minimi termini era interessato tutto l'orbe cattolico ed egli non ha tenuto conto di questa ragione. Ma in Napoli non è egli chiamato da tutto il regno, già padrone di sé per aver rinchiuso l'antico sovrano in una sola provincia?


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Non si governa qui in suo nome e l’Europa tace; non s'è consegnato la flotta al Piemonte e soldati piemontesi non stanno nel campo di Garibaldi senza che alcuna potenza ha tentato impedirlo? Sembra decreto della Provvidenza che l'Italia debba essere una e l'Europa è interessata a rispettarlo per chiudere l'era delle rivoluzioni. Il momento è adunque propizio; ardire e l'Italia è fatta.

I Francesi, che non hanno mai lasciato Civitavecchia come i nostri lettori ben conoscono, hanno rioccupato Corneto, donde si erano ritirati all’arrivo de’ Piemontesi. Questo ci rende certi esser fermo l'Imperatore nel voler serbare al Papa molto più della sola Roma, forse tutto il così detto patrimonio di S. Pietro e dimostra essere perfettamente assurda l'opinione di coloro che credono i Francesi volersi restringere alla difesa della sola persona del Papa. Però tutto ciò potrebbe esser cambiato se il Papa cedesse a' funesti consigli del Cardinale Antonelli e si risolvesse a lasciare Roma, poiché allora i Francesi si ritirerebbero e l'Italia sarebbe obbligata ai peggiori suoi nemici di riacquistare la sua Capitale. I giornali officiosi del governo francese lo ripetono al Papa ogni momento, affinché valuti bene le conseguenze del passo che gli si vorrebbe far dare.

I proclami del nostro Dittatore oltre a' numerosi avvertimenti della stampa europea hanno attirato l'attenzione del governo francese, che il Constitutionnel dice di rinforzare a bella posta la guarnigione di Roma coll'invio d'un'altra divisione per evitare che la rivoluzione s'estenda.


6 ottobre

Dopo la tempesta il sole. La pubblica opinione è stata ascoltata da Garibaldi e l'immediata annessione è stata decisa. Alla nomina di Trivulzio Pallavicino a Prodittatore ha subito tenuto dietro la partenza della deputazione per andare ad invitare il Re in Ancona.


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 Essa si compone di alcuni membri del decurionato e di notabili della città. Si calcola che per giovedì il Re potrebbe essere fra noi.

I nostri voti sono compiuti; cerchiamo ora d'indagare come ba potuto avvenire questo subitaneo mutamento nell’animo del Dittatore. La battaglia del 1 e del 2 non vi è stato straniera. L'Eroe ha veduto coll'esperienza che non tutto è permesso ad un esercito di volontari, per quanto prodi essi sieno ed ha compreso che non potea sacrificare ad un ideale lontano tutto il bene reale che egli ha fatto e potrà fare all'Italia. Finora egli non avea combattuto la grande guerra, cioè la guerra moderna, che si guadagna solo con grandi mezzi e con grande tattica militare. Celebre guerrillero egli ha eguagliato in prodezza gli eroi di Omero ed ha fatto stordire l'Europa colla sua audacia e la sua fortuna. Ma potea egli proseguite una carriera così rischiosa senza nessuna necessità? Potea rimettere tutto in quistione, quando eravamo così prossimi a raggiungere la meta? Qui egli ha dato al mondo la più gran pruova della sua buona fede, poiché ha saputo sagrificare il suo amor proprio alla sicurezza della patria. E poi non abbiamo noi detto che la vicinanza del Re, primo soldato dell’indipendenza italiana avrebbe il più salutare effetto sull'anima ardente del nostro Dittatore? Egli s'è sentito attirare dal fascino irresistibile del nobile rappresentante della patria comune. del solo simbolo di concordia che vi sia fra gli Italiani. Garibaldi ha riportato in questi giorni la più grande delle sue vittorie, vincendo il suo ardore guerriero, che, adoperato intempestivamente, sarebbe stato sì funesto all'Italia.

Ne' pochi giorni che saremo in attenzione del Re, molto bene ci auguriamo dal Prodittatore Pallavicino. Far cessare ogni potere straordinario nelle province u destituire la maggior parte de’ Governatori, che le hanno desolate co’ loro eccessi; trovar mezzo di riscuotere le imposte per riempire le casse dello Stato


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già troppo vuote e non fare nessuna legge, nessuna novità per non produrre maggiore confusione. ecco cièche gli domandiamo.

Il sig. Conforti gli ha fatto firmare una lunga nota di destituzioni, invece di pensare a creare la polizia urbana, cominciando dal Prefetto e da' Commissarii, la maggior parte inetti al proprio ufficio e terminando alle Guardie, nelle quali potrebbe incorporare quella poca gendarmeria che abbiamo. Che ha inteso di fare con tutte queste destituzioni? Ha tolto quelle poche persone pratiche del servizio, che erano rimaste, sicché si avrà una polizia nuova che non servirà a nulla. In tanto la Guardia nazionale deve adempiere a tutti gli ufficii de’ soldati presidiando i forti e guardando tutti gli Stabilimenti pubblici, e supplire a tutte le necessità di ordine interno della città. I nostri uomini di Stato non vogliono persuadersi che gli agenti inferiori sono sempre fedeli a chi li paga senza distinzione di partito, quando chi lì paga è il più forte, e che de’ nuovi chiamati pochissimi non farebbero adesione al passato governo, se per nostra sventura questo potesse ritornare.

Al momento in cui scriviamo sappiamo che Cialdini è già entrato nel regno colle sue truppe. Viva l'Italia!


13 ottobre

Le colonne del Giornale Officiale ritornano a comparire cariche di decreti. Ma ora l'attività del governo non. è più distruttrice ma sibbene riparatrice. La cessazione di ogni potere eccezionale nelle provincie, la destituzione de’ più feroci governatori, l'abolizione della segreteria generale della dittatura hanno rimesso l'ordine dove era turbato. Ma l’attuale governo fa di più, esso cerca di preparare il paese alla prossima annessione coll’assimilare i dritti postali, abolire le dogane per la via di terra, pubblicare la tariffa doganale piemontese per le provenienze dall'estero, con alcune leggiere restrizioni; dare corso legale alle monete piemontesi ed altri atti simili.

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Noi raccomandiamo sempre a' ministri d'esser molto cauti in questa faccenda e d'arrestarsi dopo questi provvedimenti, tendenti piuttosto a far sparire degli ostacoli che a creare un nuovo edificio politico ed amministrativo. Le nostre leggi, generalmente parlando, sono ottime e non bisogna mutarle se non dopo maturo esame e cercando sempre di perfezionarle e farle adottare agli altri nostri fratelli, coi quali siamo chiamati a formare fra breve un solo Regno. La guerra contro l'Austria che sembra certa a primavera non permetterà di toccare alla nostra autonomia se non per il lato navale e militare, come s'è praticato colla Toscana, se non vuoisi cadere in una generale confusione, che disperderebbe le nostre forze, le quali debbono essere tutte concentrate nel santo scopo della guerra. Se ciò non fosse, avremmo desiderato che il Conte di Cavour invece d'un voto di fiducia avesse domandato al Parlamento de’ pieni poteri per organizzare lo Stato amministrativamente secondo i principii esposti un mese fa dal Ministro Farini al Consiglio di Stato, e giudiziariamente e finanziariamente secondo i principii della scienza e prendendo il meglio dove si trova. Se si vorrà tentare questa opera in concorso del parlamento non basteranno dieci anni, mentre tenendola via che noi proponiamo, il Ministero potrebbe giovarsi delle cognizioni de’ Deputati più competenti unendoli in commissioni, e poi il parlamento a poco a poco emenderebbe negli anni posteriori ciò che il Ministero avrà fatto. Passiamo al plebiscito.

Se esso è richiesto dalla diplomazia è pur troppo giusto che il Conte di Cavour l’abbia indicato alla camera come un mezzo di soluzione e che il nostro governo l'abbia ordinato nel termine più breve che ha potuto stabilire. Ma se la diplomazia non l'ha richiesto formalmente, come a noi pare, perché il Ministero piemontese ed il nostro governo l'hanno creduto indispensabile?


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Forse la volontà nazionale non s'è sufficientemente manifestata colle insurrezioni, co’ governi provvisorii, l'accoglienza fatta a Garibaldi, cogli indirizzi di tutte le classi mandati al Re? Quale illusione può farsi l'Europa sulla votazione d'un popolo, il cui suolo è già occupato da' volontarii di Garibaldi, e dalle truppe piemontesi? In una parola il plebiscito a noi pare una inutile perdita di tempo, che nulla può aggiungere alla solennità con cui s'è già manifestata la volontà nazionale ed è solo ammissibile, se è imperiosamente cercato dalla diplomazia. Nocive ci sembrano poi le disposizioni dell'articolo 4.° del decreto per la via da tenere nel raccogliere i voti, poiché invece di far votare i cittadini innanzi al Sindaco ed al Giudice regio, avremmo preferito che avesse presieduto alla votazione una commissione eletta dal Decurionato e che si fosse proceduto con cartellini stampati o manoscritti che ognuno avrebbe recato con sé in luogo di trovarli in due urne diverse, poiché il voto cessa di essere segreto quando il votante pubblicamente deve andare a prendere la cartellina del si o del no. Si avrebbe poi potuto risparmiare a' votanti l'incomodo di recarsi nel capoluogo del circondario (che corrisponde al Mandamento piemontese), il quale alle volte dista otto o dieci miglia dal loro paese, ordinandosi di farsi la votazione per comuni, ciò che accrescerebbe immensamente il numero de’ votanti. Tutto questo è avvenuto per voler far sempre delle leggi originali, mentre bastava imitare il già fatto nell'Italia centrale, i cui governi provvisorii sono rimasti dei modelli di saviezza e di prudenza civile senza esempio nella storia.

Il congresso di Varsavia preoccupa ancora le menti e forma l'ultima speranza de’ retrogradi. L’Austria ridotta a non poter passare la propria frontiera, Lamoricière sconfitto, Francesco II rinchiuso fra Capua e Gaeta, sono un nulla per essi quando guardano verso il nord, donde attendono la loro liberazione.


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Ma noi abbiam detto altra volta che in questo congresso non potranno esser prese che delle misure difensive contro l'avanzarsi della rivoluzione e le supposte idee della Francia di ingrandirsi verso il Reno. Gli interessi sono troppo diversi, perché l’accordo delle tre potenze del nord possa andar oltre. La Prussia aspira ad ingrandirsi in Germania, ciò che nuocerebbe all'Austria da un lato, la Russia vuoi allargarsi in Oriente, ciò che l'annullerebbe dall'altro, sicché l'Austria è costretta a promettere per evitare un pericolo imminente ciò che passato il pericolo, non può mantenere senza suicidarsi. E poi finché avremo la Francia con noi e le aspirazioni di tanti popoli oppressi, che attendono l'occasione d'una guerra generale per scuotere il loro giogo, che avremo noi da temere? Se l'Inghilterra non vuoi far ingrandire la Francia, non permetterà mai che si ingrandisca la Russia, la quale e una perenne minaccia per le possessioni inglesi in Oriente e perciò essa non può appoggiare una lega del nord se non in un caso d'estrema necessità. Son queste delle idee divenute abbastanza comuni per dispensarci d'insistervi sopra ed annoiare i lettori.

È interessante invece di volgere uno sguardo alle con» dizioni interne dell’Austria, che dovremo in un tempo non molto lontano affrontare sul campo di battaglia. L'impero traversa una crisi terribile, dalla quale difficilmente uscirà intatto se non è aiutato dai suoi amici esterni. Le finanze sono in tale disordine da far temere una bancarotta, i popoli sono scontenti per le ripetute promesse di libertà, che non si sono mai attuate. Ora il consiglio dell’Impero è chiuso, lasciando all’Imperatore la scelta fra due vie, quella delle diete per nazionalità, che ridurrebbe l'Austria ad una specie di federazione, che non tarderebbe a produrne lo scioglimento e quella d'un'unica dieta a Vienna che rappresenterebbe tutto l'impero e sarebbe una nuova torre di Babele. Probabilmente l’Imperatore non seguirà né l'una,


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né l'altra via e si terrà fermo nella politica tradizionale di burlare tutti. L'esempio di Francesco II ha dovuto spaventare più d' un sovrano, poiché bisogna concedere le franchigie a tempo e non quando non può farsene a meno, in guisa che invece di dar pruova di generosità si dà pruova di debolezza e non si è creduto.

La quistione d' Oriente sembra addormentata. Fuad Pascià ha rimesso l'ordine a Damasco con un rigore che a noi sembra eccessivo. Vedremo quali provvedimenti saranno adottati nella Siria per creare uno stato di cose, che abbia una probabilità di durata. I nuovi principi di Servia e Montenegro sembrano essere in buon accordo colla Porta, attendendo l'ora della riscossa, come fa il principe di Romania, che già ha fuso le milizie de’ due principati della Valachia e la Moldavia, che secondo le ultime convenzioni avrebbe dovuto amministrare separatamente.


13 ottobre

Vi sono delle pagine, che sarebbe desiderabile di strappare dalla storia. Una di queste pagine è quella che conterrà tutto l’accaduto di ieri. La nomina di Trivulzio Pallavicino a Prodittatore, l'entrata delle truppe piemontesi e la convocazione de’ comizii indicavano cessato ogni conflitto fra il partito della prudenza e quello dell'avventatezza, fra Cavour e Garibaldi. Il re era sul confine ed il ministro Villamarina partiva appunto ieri ad incontrarlo. Quali raggiri hanno dovuto aver luogo in poche ore per gettare la nostra città in tanta agitazione? E sempre la stessa storia; il partito così detto dell'azione, che più propriamente parlando dovremmo chiamare il partito mazziniano, ha voluto fare un ultimo tentativo. Il sig. Crispi che lo rappresenta nel consiglio del Dittatore l'avea persuaso a convocare un'assemblea costituente invece de’ comizi popolari per votare un'annessione condizionata agli Stati di Vittorio Emmanuele. Questo era l'unico mezzo per prender tempo


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e far nascere tali disordini da cui avrebbe potuto sorgere la repubblica. poiché altrimenti come potrebbe spiegarsi questa mena infernale? Si potrebbero imporre condizioni al Piemonte, quando abbiamo bisogno del suo esercito per compiere la nostra liberazione? Quando il Conte di Cavour ha dichiarato nel parlamento che ogni condizione sarebbe lesiva della libertà che ha l'intera nazione di costituirsi come le piace, senza ricevere la legge da una parte di essa? E poi quali avrebbero potuto essere queste contorni? La liberazione della Venezia e di Roma, che il Conte di Cavour ha dichiarato essere quistioni di semplice opportunità? Dulie maggiori franchigie costituzionali ora che usciamo da un lungo servaggio ed appena siamo atti a sostenere quelle che abbiamo; ora che un indissolubile vincolo d'amore più che ogni costituzione ci fegati Re Galantuomo? Noi siamo degli ammiratori dell'eroico Generale Garibaldi e non suo' adulatori e perciò ripetiamo che desidereremmo fortemente veder cancellata la giornata di ieri dalla storia ed onta del proclama con cui egli rassicurò il popolo, più tardi, della prossima venuta del re e della sua devozione a questo simbolo della causa nazionale.

Fra gl'importanti documenti che pubblichiamo merita special menzione l’allocuzione del Papa. Essa è fondata su due funestissimi principii, che i popoli sono fatti pe' principi e non i principi pe' popoli, e che la religione ha bisogno d'una forza terrena per essere rispettata. Secondo il primo principio S. S. giudica ingiustissimo l'attacco del Piemonte contro principi nemici d'Italia e giunge a chiamar funestissima la guerra dell’indipendenza del 1859. Seguendo l'altro principio chiama tutte le potenze cattoliche a difendere le possessioni della Chiesa. Noi non abbiamo mai guardato leggiermente la quistione romana ed abbiamo sempre riconosciuto la necessità di alcune condizioni per l'indipendenza del Capo della Chiesa,


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il quale non può essere suddito di alcuna potenza senza cagionare i più gravi danni alla religione. Ma ciò vuoi dire che l'Italia dovrà essere oppressa eternamente a causa del Capo della Chiesa? Nessuno ha il dritto di rendere un popolo schiavo, nemmeno per proteggere i più grandi interessi, come quelli della religione. Il Papa potrebbe contentarsi di Roma e di porzione del patrimonio di S. Pietro che l'Imperatore dei Francesi sembra disposto a conservargli. Che diremo delle strane accuse fatte al Piemonte di erigere pubbliche scuole di false dottrine e perfino case di meretrici; di studiarsi con abominevoli scritture e con spettacoli teatrali di offender e toglier via il pudore, l'onestà, la virtù ecc.? Diremo che il Santo Padre potrebbe dirigere con eguai ragione gli stessi rimproveri al suo dilettissimo figlio Francesco Giuseppe, nel cui impero la stampa de’ libri ed i teatri godono presso a poco delle stesse libertà, senza parlare del pubblico insegnamento e delle meretrici. Bisogna che la Chiesa si persuada che l'ipocrisia non è la religione e che la religione non teme la libertà, anzi sta scritto in uno dei libri santi: ubi spiritus Dei, ibi libertas.


16 ottobre

Le grandi dimostrazioni de’ giorni 12 e 13 hanno prodotto tutto il loro effetto, hanno risparmiato al nostro paese una crisi terribile sebbene passaggiera. L'animo leale del Dittatore ha reso omaggio alla volontà nazionale ed ha respinto da sé que' funesti consiglieri che hanno messo ad una così dura pruova tutta la gloria acquistata. Crispi s'è dimesso e partirà accompagnato dall'esecrazione delle Due Sicilie. In tutto egli ha dato pruova di ostinazione e d'incapacità, non arrestandosi nemmeno innanzi alla presenza del re, che batteva alle nostre porte. Intanto l'influenza riparatrice del presente ministero continua, come ne fa fede il decreto che restituisce a' Vescovi tutte le loro rendite.


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Un altro decreto concede la facoltà di votare ne' proprii comuni invece di recarsi nel capoluogo di circondario e fa presiedere i comizi da una giunta municipale, come noi avevamo desiderato. Perché non ci sarà lecito sperare che il voto sia reso interamente segreto per togliere ogni pretesto a' nostri nemici? È possibile avere il menomo dubbio sulla maggioranza quando il paese intero è insorto in nome dell'unità ed ha chiamato altamente il Re Galantuomo? Quale importanza maggiore non acquisterebbe il voto dietro questa modifica e noi l'attendiamo ancora dalla saggezza di questo ministero!

Con non minore soddisfazione abbiamo letto i tre articoli aggiunti alla concessione di ferrovie fatta dal sig. Bertani, che ne cambiano la natura. A noi preme di aver subito le ferrovie per motivi politici, strategici e commerciali, ma non intendiamo però di farle eseguire colla rovina dello Stato.

Due atti importanti hanno avuto luogo in questi giorni. Il manifesto di Vittorio Emmanuele ed il discorso del conte di Cavour in risposta al deputato Ferrari. Nel primo la quistione napolitana è portata nettamente sul terreno diplomatico facendo noto esser l’unità d'Italia una necessità della pace di Villafranca ed una guarentigia di pace per l'Europa. Al dritto scritto si oppone altamente il dritto naturale delle nazioni, ch'è superiore a' trattati e non s'aliena co’ trattati. Il Piemonte non potea opporsi a questo impulso irresistibile senza esporsi ad essere ingoiato dalla rivoluzione, che egli ha preferito di moderare facendo dritto alle giuste aspirazioni della nazione. Ora è tempo di metter da banda le riserve diplomatiche ed è necessario mostrarsi all’Europa colla concordia nel cuore e la spada nel pugno, e perciò noi approviamo con tutte le nostre forze il linguaggio del Re. Che farà l'Europa? Preferirà farsi puntello al cadente trono di Francesco II ed al potere temporale tanto funesto alla religione, o chiudere


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l'era delle rivoluzioni ed acquistare una nuova condizione di equilibrio richiamando alla vita la più augusta delle nazioni moderne? Alcune potenze avranno delle ragioni in contrario, ma esaminando attentamente i loro interessi sono più quelle che vi guadagneranno di quelle che vi perderanno. La Francia acquisterà una sorella, un'alleata naturale, l'Inghilterra saluterà una nuova potenza navale da poter opporre alla Francia in certe date condizioni, la Russia vedrà con piacere, ad onta di tutte le apparenze, crearsi questo baluardo alle spalle dell'Austria per avere maggiore libertà di azione negli affari di Oriente e la Prussia potrà giovarsi di questo precedente per condurre a poco a poco la Germania all'unità sotto la sua egemonia. Chi avrà ragione di opporsi a questa risurrezione? L'Austria e per un fatale errore la Germania. L'Austria è una potenza ostinata che non sa cedere a' tempi, avendo adottato in politica la massima de’ Gesuiti sint sicut sunt aut non sint, ma sola non ha forza da opporsi. La Germania poi lenta in tutte le sue cose ha ancora il pregiudizio della conquista e crede ancora a' dritti feudali del Santo Impero sull'Italia. Ma fortunatamente questa potenza è scissa e non avrà mai il coraggio di provocare una guerra europea, che darebbe luogo ad una rivoluzione universale, di cui sarebbe impossibile prevedere il risultato. Nel congresso di Varsavia si parlerà di tutto, ma finché non potranno avere con sé l'Inghilterra, i sovrani del nord non potranno far nulla. Essi temono un attacco della Francia sul Reno e cercano di mettersi in difesa e fin qui sono nel loro dritto, ma se poi intendono di dare la legge all'Europa debbono pensare che il tempo della Santa Alleanza è passato. Al congresso particolare di Varsavia succederà un altro congresso, provocato dalla Spagna ed accettato dalla Francia. Quale sarà la sua decisione? È ormai vieto che i congressi ordinariamente non risolvono mai nulla, ma sanzionano i fatti compiuti.


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Quando l'Italia sarà costituita, le grandi potenze non avranno che a stenderle la mano ed ognuna cercherà di rendersela amica. Resterà la quistione della Venezia e la quistione romana, che hanno formato il soggetto del discorso di Cavour.

Alcuni hanno rimproverato al primo ministro d'avere in questo discorso adottato la politica di Garibaldi, ma noi rispondiamo: in ciò ch'essa ha di ragionevole. Chi può negare all’Italia il dritto di possedere Venezia, e sotto date condizioni anche Roma? Ma per possedere Venezia bisogna disciplinarsi e perciò ci vuole del tempo, rio che non volea concedere Garibaldi. Per ottenere Roma, bisogna mettersi d'accordo colla Francia e colle altre potenze cattoliche, ciò che potrà fare un'Italia costituita e non già un'Italia in germe. Garibaldi e Cavour sono stati in fondo sempre d' accordo, poiché amendue amano l'Italia, e solo i nemici della nazione hanno voluto far credere il contrario. La sola quistione è stata sempre, che Garibaldi come guerriero dovea eseguire e Cavour come uomo di Stato dovea ordinare. Ma si dirà, se Garibaldi attendeva gli ordini di Cavour, avremmo avuto oggi l’unità d'Italia? Sarebbe stato quistione d'attendere altro tempo, finché le vaste concezioni politiche di Cavour avrebbero potuto avere il loro compimento. Ma ciò non toglie che la mente serve per comandare ed il braccio per eseguire e se la spedizione di Sicilia è stato un miracolo, la battaglia del Volturno ha dimostrato che i miracoli potrebbero finire.


18 ottobre

Poco mancò che la giornata di ieri l’altro non fosse stata segnata nigro lapillo nella nostra storia. Il Ministero e il Prodittatore aveano dato la loro dimissione per nuove trame tessute dagli instancabili nostri nemici. Ci viene assicurato che costoro aveano persuaso il Dittatore ad omettere il plebiscito e consegnare il regno a Vittorio Emmanuele con un decreto.


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Noi abbiamo combattuto il plebiscito come inutile, poiché la volontà nazionale s'era già manifestata con altri modi; ma non avremmo potuto mai immaginare che si avesse voluto disporre di noi per via di semplice donazione. Non riuscì difficile perciò al Prodittatore ed a' Ministri di richiamare il Dittatore a' principii da lui professati per tutta la sua vita e fargli intendere tutto l'assurdo di questa donazione, che avrebbe supposto una conquista, che non ha esistito, ed avrebbe degradato nove milioni d'Italiani. Il plebiscito fu mantenuto ed è stato esteso anche alla Sicilia, sicché il giorno 21 farà scomparire dalla carta geografica questa divisione creata dalla storia e non dalla natura. Intanto la sera temevasi una dimostrazione del partito mazziniano col pretesto di gridare Abbasso i castelli, ma la guardia nazionale era pronta a riceverli degnamente ed avea l'ordine di tirare al terzo avviso. Che vuole da noi questo partito incorreggibile? Questa è la pruova della sua sottomissione alla volontà della maggioranza, dell'abnegazione de’ proprii principi a pro dell’esistenza nazionale? La storia registrerà siffatta nuova maniera d'essere fedeli alle continue professioni di fede e giustificherà pienamente la diffidenza universale verso di questo partito. Cercavasi con tale ultimo espediente di ritardare l'annessione, poiché il Re avea fatto del voto popolare una condizione per l’accettazione, e di infirmarne il principio, mostrandola effetto d'una donazione e non della volontà di tutti. Cercavasi di preparare un'arme per attaccare quel trono che noi duriamo tanta fatica ad innalzare e che dovrà formare la nostra sola ancora di salute. Ecco come si abusa dell'ospitalità, si generosamente concessa dal Dittatore, il quale, uomo leale e generoso, crede facilmente alla lealtà ed alla virtù.

Intanto il decreto di donazione è stato mutato in una semplice dichiarazione di ciò che noi già sapevamo, cioè della leale intenzione del Generale Garibaldi a consegnare il regno


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 a Vittorio Emmanuele. Ad attenuarne anche l'effetto, il Giornale Officiale soggiunge esser questo il voto che il Dittatore depone nell’urna come primo cittadino della gran patria italiana.

Ha recato a tutti sorpresa l’articolo del Constitutionnel col quale si biasima violentemente la condotta del Piemonte, che, chiamato, viene a soccorrere i suoi fratelli del mezzogiorno. Non appartiene a nessuno Stato straniero, non più ai Piemonte che all'Austria, d'immischiarsi negli affari interni d'uno Stato ecc. È curiosa questa assimilazione del Piemonte all'Austria e l'epiteto di Stato straniero dato al Piemonte! 1l Piemonte non é straniero al cessato regno di Napoli come la Normandia non è straniera alla Bretagna. L'Italia non forma che una sola nazione e dal giorno in cui l'Europa col suo silenzio ha sanzionato la formola di lord John Russell: L'Italia per gli Italiani ed ha consacrato il non intervento austriaco, le antiche divisioni politiche sono state abolite in Italia ed il Piemonte ad un intervento mascherato ha dovuto, per domare la rivoluzione, sostituire un intervento diretto. La distinzione fra le truppe di Garibaldi e quelle di' Vittorio Emmanuele è una vana illusione, poiché oggi non è un mistero per nessuno che Garibaldi co’ soli mezzi privati non avrebbe potuto raccogliere e mantenere i suoi volontari e la continuazione di questa commedia sarebbe solo servita a mettere in pericolo gli interessi più vitali per l'Italia e l’Europa.

Più grave dell'articolo del Constitutionnel è la partenza dell’ammiraglio francese per Gaeta per impedire il blocco sì improvvidamente dichiarato dal nostro Ministro d'affari esteri sig. Crispi e che non sarà riconosciuto da nessuna potenza.

20 ottobre

Domani sarà un giorno solenne pe' popoli delle Due Sicilie. Non trattasi solo del loro destino ma anche del loro onore. I fatti antecedenti con tanta unanimità compiuti non ci rendono


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menomamente dubbiosi del risultato del voto. Ma noi ci attendiamo una maggioranza imponente, che dimostri il sentimento nazionale essere penetrato io tutte le classi e che tutti col voto e col braccio son pronti a far trionfare la grande causa italiana.

Da ora in poi l'indifferenza deve essere bandita, poiché non trattasi degli interessi d'un despota, ma de’ nostri interessi. Questa terra felice s'era troppo addormentata sotto i passati governi, ma il voto di domani la sveglierà. Noi non dobbiamo più attirare l’ammirazione dello straniero per il nostro bel ciclo, ma per le forti opere. Il voto di domani non dee essere una vana formalità, ma un atto di fermo proposito. Da domani legalmente non saremo più soli nel mondo, avremo altri 13 milioni di fratelli, formeremo un forte esercito ed una fiorente marina, che porterà il nome italiano in tutti i lidi. Domani comincerà una nuova era di gloria, che mettendo un termine alle dissensioni del passato schiuderà all'Italia un lieto avvenire.

Il Giornale Officiale rigurgita di decreti, alcuni de’ quali sono di grande importanza. La Guardia Nazionale è aumentata d'un altra compagnia per quartiere, essendosi veduta l'impossibilità di portarla a 24 mila uomini come prima era stato decretato. L'esercito viene assimilato a quello esistente negli antichi Stati del Re, vengono creati i titoli al latore nel debito pubblico ed è cambiata una gran parte della magistratura e di altri impiegati. Noi siamo avversi al cambiamento di persone, dovendo procedersi molto cautamente in questa faccenda per via di commissioni di scrutinio e prendendo molto tempo per raccogliere esatte informazioni. Avremmo amato che questo carico fosse lasciato interamente al governo del Re, perché non avesse l'aspetto d'una vendetta di partito. È curioso poi il riordinamento del ministero d'istruzione pubblica nell’assenza del ministro, ma noi dimentichiamo che il sig. Conforti è un uomo universale

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e non contento di pensare per sè, pensa pure per gli altri.

Abbiamo perduto la traccia del viaggio del Re e dell'esercito liberatore, poiché l'ultimo telegramma lo lasciò a Pescara in procinto di muovere per Chieti. Non sappiamo se questa mancanza di notizie dipenda dalla rottura del filo telegrafico o da motivi strategici per non svelare le mosse dell'esercito, ma speriamo che un bollettino di vittoria ci manifesti subito la sua presenza.

I giornali esteri smentiscono espressamente la triplice protesta della Russia, Prussia ed Austria per l'entrata delle truppe piemontesi nel regno di Napoli. Il Constitutionnel fa ammenda onorevole dell’articolo che l'altra volta riferimmo sul preteso intervento dei Piemontesi e scaglia la sua ira sulla rivoluzione e sulle corone di fiori deposte sulla tomba di Agesilao Milano. Generalmente l'articolo dell'altra volta è attribuito all'ispirazione del signor Thouvenel, che come diplomatico dovea pur protestare contro l'infrazione delle leggi internazionali oggi stabilite, e l’articolo successivo alle solite ispirazioni della politica imperiale. Napoleone III può essere benissimo paragonato a Giano, nel buon senso della parola, poiché trovandosi fra la vecchia Europa che cade e la nuova che sorge deve usare troppo spesso de’ mezzi termini e delle sfuggite affinché il cambiamento avvenga senza scosse e sarà la più bella delle sue glorie se riesce a ricostituire le nazionalità ed a pacificare la società moderna senza spargimento di sangue.


L'Indipendenza Italiana, da cui sono stati tratti gli articoli finora riportati, cessò d'esistere. Scrivemmo nell’Opinione Nazionale il 12 Novembre il seguente articolo:


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I nostri voti sono compiuti, il re è al palazzo reale, le feste stanno per cessare; vediamo qual sarà il programma del nuovo governo. La relazione a S. M. pubblicata dal Cav. Farini è un documento pregevolissimo. Il programma politico del Cav. Farini si può riassumere in poche parole: Cercheremo apparecchiare le province del Napoletano all'unità nazionale, a ristabilire in queste terre l'ordine morale e materiale venuto meno per la mala signoria e per la seguita rivoluzione. Le promesse sono belle, ma in politica il promettere è assai facil cosa, difficilissimo è attuare utili riforme. Aspettiamo adunque con ordine e calma e cerchiamo la cooperazione di tutti gli onesti senza di che non si potrà agevolmente ristabilire l'ordine morale e materiale nelle province.

Presso di noi la quistione è tutta amministrativa, e diremo anche personale. Si cercano impieghi da moltissimi, i quali credono avervi diritto; non si contentano del poco, e gridano facilmente al favore, all'intrigo. Il paese però vede con gran dolore ripeter sempre una ventina di nomi che son buoni a tutto, che si credono in grado d'illuminare questa Cina dell’Italia, e che in fondo non hanno compiuto nessuna opera che desse loro il dritto di farla da illuminatori. È poi offeso l’amor proprio e la personalità di parecchi che pure hanno molto operato pel trionfo dell’unità italiana o che godono una legittima influenza nel paese. A tutte queste cose bisogna por mente se si vogliono torre le cagioni di dissidii e di guerre personali.

Difficile è il compito del nuovo governo, poiché trova un paese doppiamente sconvolto dagli eccessi del dispotismo borbonico e du' disordini inseparabili da ogni mutamento politico. Ma la vera piaga del paese, come dicemmo, è lo sfrenato desiderio d'impieghi prodotto dalla mancanza di ogni carriera sotto il dispotismo borbonico e dalle sofferenze per cause politiche alle quali si vorrebbe in tal modo riparare. Bisogna spiegarsi chiaramente a questo proposito. In primo lungo è impossibile

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che lo Stato possa dare a vivere a tutti e fa d' uopo che la gioventù si avviasse per la nobile carriera delle armi o pel commercio, e secondariamente gl’impieghi si debbono dare all'onestà ed al merito senza tener conto, per principio generale, delle sofferenze politiche. Per eccezione poi lo Stato sarà lieto, a merito eguale, di poter preferire chi ha sofferto per la libertà.

Intanto non havvi alcun dubbio che il governo debba avere al suo servizio degli agenti onesti e di sua fiducia, e che perciò conviene severamente sindacare la condotta degl'impiegati dell'antico regime e di quelli novellamente nominati senza alcun discernimento. Ma in tutto questo è necessaria la massima imparzialità e moderazione ed il governo non può far altro che rimettersi interamente a commissioni di scrutinio, scelte fra le persone più onorevoli del paese.

Bisogna sopra tutto guardarsi di fare nuove nomine; perché nella nuova condizione di cose in cui entra il nostro paese, molti rami di amministrazione saranno interamente aboliti o ristretti e si avrà una esuberanza di personale che non si potrà lasciare in mezzo alla strada e si dovrà cercare di utilizzare un servizio affine.:,

Nulla troviamo a ridire su' principii generali contenuti ne//a relazione del cav. Farini, poiché egli ha perfettamente compreso la sua missione essere provvisoria e non si ha voluto dar l'aria di un Solone o di un Licurgo. Ma se bisogna lasciar al Parlamento la gloria di dare un ordinamento definitivo all'Italia, l'opera del cav. Farini non dee restringersi a far studiare i nostri bisogni ed a preparare de’ progetti di legge. È necessario far sparire molti abusi, e con le minori variazioni possibili alle leggi esistenti, far penetrare il soffio della libertà in tutta la nostra vita publica. Saremmo contenti, per esempio, che nella nostra legge Comunale e provinciale fossero; aggiunti questi due articoli.


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1.° I decurionati verranno eletti dal popolo al 1. Gennaio, e sulle terne proposte da' decurionati sarà nominato il sindaco.

Le attribuzioni de’ decurionati finché il Parlamento non faccia una legge diffinitiva, non sono menomamente cambiate, ma si accorderà la massima attenzione alle loro deliberazioni.

2.° Essi sceglieranno i componenti del Consiglio distrettuale e provinciale a' quali sono conservate tutte le loro attribuzioni.

Con questi pochi articoli l'elemento liberale entrerebbe a far parte dell'amministrazione, ed il governo avrebbe l'agio di conoscere i bisogni de’ comuni e delle province, avviandoli gradatamente ad una libertà che concessa ad un tratto tornerebbe loro nociva.

Che dire della pubblica istruzione? Il Ministro de Sanctis ne' pochi giorni ch'è stato al potere ha dato fuori moltissime leggi, che non abbiamo avuto il tempo di esaminare a fondo, ma che ci sembrano sufficienti ad organizzare l'istruzione universitaria e secondaria, potendosi per l'ordinamento della primaria conservare lo statu quo ed attendere che il Parlamento facesse la nuova legge municipale con la quale quella dell'istruzione primaria è intimamente legata.

Pe' lavori pubblici poi è urgente terminare le ferrovie fino al confine romano e studiare intanto le strade rotabili da farsi nelle province, attendendo che il Parlamento si pronunciasse sulle concessioni delle ferrovie fatte dal governo borbonico e da Bertani. Sarebbe un nostro voto far venire per questi studii degli architetti dell’alta Italia, poiché senza voler offendere nessuno, noi non abbiamo molta fiducia nella capacità della maggior parte dei nostri architetti.

L’amministrazione del ramo di guerra e marina è lasciata interamente al governo centrale. Noi speriamo che si potrà raccogliere la maggior parte de’ soldati borbonici, lasciando da parte i capi, e si aspetterà che l’ordine

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sia interamente rimesso prima di ricorrere a qualche nuova leva.

Il continuo dispotismo non ci ha reso molto bellicosi e sarà necessario un pò di tempo pria che rinasca in noi interamente la coscienza di noi stessi.

Passiamo ora alla forma di questo nuovo governo presieduto dal cav. Farini. Abbiamo de’ consiglieri di Luogotenenza invece di Direttori. Il potere sarà Io stesso, la paga più grossa, ma il nome è dispiaciuto. Abbiamo un segretario Generale, carica che desta in noi penose rimembranze, perché ci ricorda il Soverini e il Bertani. Sentiamo poi con sorpresa che questi signori Consiglieri intendono provvedersi di coadjutori, ciò che ci sembra perfettamente inutile, poiché essi non debbono passare il loro tempo a discorrere di politica generale o far delle leggi, ma ad amministrare ed unicamente ad amministrare.


Anche l'Opinione Nazionale finì. Gli articoli che seguono son tutti presi dal Nomade; la data trovasi indicata a pie di pagina.


1 Marzo 1861

PASATO E PRESENTE

I.

Circa sei mesi ci dividono da uno de’ più prodigiosi avvenimenti della storia moderna, dall’entrata di Garibaldi in Napoli. In questi sei mesi si hanno dovuto compiere due importantissimi lavori, uno di distruzione e l'altro di costruzione. Non è fuor di proposito fare un poco di esame di coscienza, per vedere, se gli interessi generali e particolari sono stati compresi, e se la via finora seguita meni alla felice meta, che tutti abbiamo desiderio di raggiungere.

Per esaminare ciò che il nuovo governo ha fatto, bisognerebbe cominciare a descrivere lo stato di corruzione in cui ha trovato


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 il paese; ma i nostri governanti ci hanno abbastanza gittate il fango sul viso, perché sia necessario d'insistere su questo fatto.

E poi la pruova evidente non si trova nell’improvviso sfasciarsi della macchina governativa al primo urto, allo scomparire d'un esercito di 100,000 uomini innanzi a pochi prodi? Ma ciò che i nostri governanti non hanno saputo distinguere, si è che la corruzione non veniva dalle leggi, ma dalla non osservanza delle leggi. Il nostro Stato presentava all'Europa un fenomeno straordinario, poiché tutti si meravigliavano di trovarvi le leggi francesi in molti punti perfezionate, ed intanto vedevano il paese gemere sotto un governo peggiore di quello della Turchia. Quale dovea essere la missione de’ nostri uomini di Stato? Essi dovevano rispettare le nostre leggi, introdurvi que' pochi principii incompatibili con l’antica forma di governo e cercare di farle prevalere in tutto ciò che aveano di buono nel definitivo ordinamento d'Italia. Così si sarebbe reso omaggio al dritto per tanto tempo conculcato, si sarebbero rispettati tanti interessi privati, che debbono esser sacri quando non s'oppongono al bene generale ed avremmo avuto il piacere di portare anche noi la nostra pietra al grande edifizio italiano. Ma disgraziatamente il dispotismo borbonico era stato tanto forte che non avea lasciato prender parte agli affari a nessuna capacità, né avea lasciato alcuna riputazione intatta, sicché essendoci venuta da fuori la liberazione, ci sono venuti da fuori anche i piani di governo e gli uomini per attuarli. I nostri emigrati, che nel loro lungo esilio avevano dimenticato le condizioni del paese natio, ritornarono tutti ministri o consultori, ed invece di mettersi in contatto con gli altri cittadini si isolarono e cominciarono a crear leggi a sproposito. Comunque questa tendenza sia stata comune a tutto il tempo finora decorso, pure farà mestieri distinguere i due periodi, della dittatura e del governo regolare fino all'apertura del parlamento. Nel primo periodo si cercò piuttosto

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di cambiare le persone che le leggi, e le leggi nuove che si crearono erano piuttosto attinte da principii generali, ed il più delle volte utopistici, che da ciò che esisteva in Piemonte. Anzi ci occorse più volte di alzare la voce in un altro giornale contro questa tendenza a far nuove leggi e ne' punti in cui nella nostra legislazione avvertivasi qualche lacuna, esortavamo a colmarla con disposizioni prese dalle leggi dell'alta Italia, affinché fosse riuscito meno difficile al Parlamento di ridurre gradatamente all'unità ciò che esisteva nelle diverse parti della penisola. Ma nel secondo periodo poi qual fretta e quale cecità nel voler distruggere tutto il nostro edificio politico ed amministrativo! Invano si addurrà per iscusa che cercavasi in tal modo far vedere all'Europa la sollecitudine di queste nostre province a fondersi colle altre, poiché a ciò bastava l'ordine mantenuto da per tutto con la sola Guardia Nazionale eia prontezza di voler concorrere alla causa comune con ogni sorta di sacrificio di uomini e di denaro.

Adunque quella fu libidine legislatrice, poiché sapevasi che la maggior parte di quelle leggi doveva rimanere inattuata, fu compiacenza verso il potere centrale e nulla altro. Il programma del cav. Farini prometteva ben altra cosa, e non cessiamo dal maravigliarci come I'ex-dittatore dell'Emilia non abbia saputo che accrescere le difficoltà e non possiamo far a meno di gittarne la colpa sopra i suoi consiglieri. a' cattivi effetti di questa amministrazione si cercò di riparare dal potere centrale mandandosi un Principe Luogotenente per mostrare l'importanza che s'annetteva all'ordinamento di queste province e tutti gli occhi si rivolsero al sig. Romano, che con tanta abilità avea saputo far uscire il paese da una crisi terribile. Ma il più grande disinganno attendeva il paese sul conto di questo uomo di Stato. Egli avrebbe potuto essere il nostro Ricasoli, far ritornare nel nulla tante leggi rimaste ineseguite, applicarsi a soddisfare a' bisogni più urgenti


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 del paese e rimettere il resto al Parlamento. Invece, dopo alcuni sonori provvedimenti rivolti solo a procacciargli un poco di popolarità, egli co’ suoi colleghi proseguì il piano de’ suoi antecessori ed abbiamo osservato alla vigilia dell’apertura del Parlamento lo scandalo di veder pubblicate una ventina di leggi, che hanno gittato la più grande confusione nel paese. Intanto ci si minaccia una misura più violenta, che metterebbe il suggello a quanto s'è fatto finora, la soppressione del Consiglio di Luogotenenza, ciò che ci obbligherebbe per il più piccolo affare di dipendere da Torino, e ciò mentre il Parlamento è aperto, senza che una quistione sì grave fosse creduta degna di essere sottoposta nemmeno alla sua deliberazione.

Noi ci faremo ad esaminare particolarmente tutte le leggi pubblicate ne' due periodi e proporremo ciò che ci sembra desiderare il paese per giungere all'unità più facilmente e senza alcuna perturbazione.


II.

Non è una vana iperbole il chiamare Garibaldi uno de’ più grandi uomini del nostro secolo. Ma per quanto grande egli sia, ha dovuto avere de’ compagni alla sua gigantesca impresa di Sicilia. Riuscito come per un miracolo egli non s'arrestò e rivolse tutti i suoi pensieri a passare lo stretto co’ suoi volontarii, che non avevano altra organizzazione, se non il loro ardire e la fede nel loro duce. Ma le vere difficoltà cominciarono in Napoli, poiché qui il partito che l'avea aiutato cominciò ad affacciare le sue pretensioni e gli s'impose per mezzo del Segretario sig. Bertani. Guardando all'immensa via percorsa, Garibaldi sentivasi crescere la lena e dimenticando del tutto il Borbone, che solo per ragioni strategiche erasi ritirato dietro il Volturno, pensava già a liberare Roma e Venezia. Era tale la fiducia ne' suoi volontarii, che trascurava ogni elemento d'organizzazione regolare


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e credendo di prendere Capua e Gaeta alla baionetta non pensava che ad ingrossare le file. Figlio del popolo e della rivoluzione egli approvava tutto ciò che tendeva ad esaltare gli animi, ed i suoi amici abusavano di questa tendenza pe' loro fini particolari. Queste avvertenze erano necessaria per renderci conto del governo della dittatura, che può definirsi una lunga oscillazione fra il possibile e l'ideale, fra i sogni del Profeta e l'Italia di Vittorio Emanuele. Questo governo cominciò, come tutti i governi rivoluzionarii, col carezzare le passioni popolari. Invece di attendere a formare un' esercito in certo modo regolare accoglieva ogni gente, che nel giorno del pericolo fu piuttosto d'impaccio che d'aiuto. Si mandarono a governare province i così detti uomini d'azione con poteri illimitati, che finirono di distruggere quel poco d'organizzazione ch'era rimasta del governo passato; si ribassò il prezzo del sale, si restituirono al municipio i dazii di consumo che il Tesoro avea usurpato, e che non si pagarono più da nessuno; si rilasciarono da' Banchi i pegni per una somma non maggiore di trenta carlini e si decretarono asili infantili, casse di risparmio, un collegio pe' figli del Popolo, nuovi quartieri per questa città, tutte cose che dovevano restare sulla carta. Tutto ciò facevasi per lo più dal Segretario del Dittatore senza l'intervento dei Ministri, che sentendosi soverchi diedero la loro dimissione a' 27 settembre, lasciandosi un decreto che istituiva giurati (sua idea fissa) dal Ministro Pisanelli, ed un decreto sull'assimilazione della nostra tariffa doganale a quella dell’Alta Italia (che venne pubblicato dopo) dal Ministro Scialoja. Ma a riforme ben più radicali pensava il sig. Bertani, come ci dimostra il decreto di confisca de’ beni delle mense vescovili (che poi venne annullato dal ministro Conforti) e la corrispondenza segreta co’ governatori, quasi tutti sue creature. Per fortuna però Garibaldi era un eroe e non un semplice istrumento


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del partito mazziniano ed il grido della pubblica opinione giungeva fino a lui. Egli avea giurato di redimere l'Italia, e sebbene non misurasse sempre le proprie forze e vagheggiasse de’ disegni troppo vasti, non perdeva di vista che per raggiungere questo scopo era necessario accostarsi alla grande maggioranza della nazione e raccogliersi tutti sotto una sola bandiera, quella di Vittorio Emmanuele ch'egli sì gloriosamente avea piantato sulle mura di Palermo, Milazzo e Napoli. Al ministero Romano-Pisanelli-Scialoia successe il ministero Conforti, e fra pochi giorni la prodittatura di Pallavicini e la partenza del Segretario Bertani. Chi rilegge il programma di Pallavicini non può fare a meno di sorridere, vedendo promettere il riordinamento dell'esercito, scuole popolari, strade ferrate, incoraggiamento alle arti, all’industria, all’agricoltura ecc. come se quello non fosse un governo di transizione ed il Borbone non stesse ancora a 16 miglia di distanza. Ma nell'animo del Prodittatore era vivo il desiderio dell’annessione ed in parte l'esprimeva in questo programma e non poco a lui si deve nell’averla veduta sì prontamente attuata. Infatti nel giorno 8 ottobre fu decretato il plebiscito, furono richiamati i più feroci governatori, fu pubblicata la riforma della tariffa doganale, quando lo stesso partito estremo, che invece di Bertani era allora rappresentato da Crispi, nominato ministro degli affari esteri, si apparecchiò a sostenere un'ultima lotta.

L'eterno onore del sig. Conforti che compenserà innanzi la storia la sua sfrenata ambizione, che per desiderio di popolarità gli fece accordare impieghi e pensioni a tutto il mondo, fu d'aver sostenuta questa lotta. Cercavasi di sostituire al plebiscito un'assemblea che avrebbe potuto mettere delle condizioni all'immediata annessione, che era da tutti desiderata per la compiuta liberazione ed il ristabilimento dell’ordine in questa importante parte della penisola.


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Conforti, aiutato da una potente dimostrazione del giorno 14, riesci a far rimanere alla prodittatura il Pallavicini e a non far cambiare il Ministero. Il giorno 17 Crispi deponeva l'inutile portafogli degli affari esteri in mano del Prodittatore e riconosceva la piena vittoria del partito moderato.

Eccoci al periodo legislativo. La Guardia Nazionale fu riordinata ed istituita quella a cavallo. Le attribuzioni di polizia furono tolte a' giudici di circondario e date a' Sindaci, ciò che produsse molta confusione per l'inesperienza e le aderenze de’ nostri capi di municipio. I rescritti del 1857, con cui Ferdinando II, per ravvicinarsi al Concordato austriaco, investiva il Clero di molte prerogative, furono abrogati e fu tolta al Clero ogni ingerenza nelle istituzioni di Beneficenza. Seguì il riordinamento dell'Università, l'istituzione d'un Consiglio di pubblica istruzione, e delle scuole normali; le quali leggi sebbene sieno piuttosto degli schizzi che una compiuta riforma dell'istruzione pubblica, poiché la parte dell'insegnamento secondario è del tutto trascurata, pure rispondevano ad un preciso bisogno del nostro paese e furono accette all'universale. Adunque, se il governo dittatoriale trascurò la riorganizzazione dell'esercito e della marina, per la quale non si può tenere nessun conto d'ementativi di Scrugli ed Anguissola, non distrasse il nostro edificio politico ed amministrativo; e, se promise più di quello che poteva mantenere, bisogna riflettere che era un governo rivoluzionario e che aveva a fronte infinite difficoltà e non ultima quella della sconfitta dell’esercito del Borbone fortemente accantonato fra il Volturno ed il Garigliano. Il popolo lo capiva e mentre si mostrava inesorabile a togliergli di mente certe pericolose utopie e lo spronava ad una pronta annessione, lo seguiva del resto con una viva simpatia ed un profondo rispetto.

È questa la ragione, oltre all'ascendente che esercita


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 all’immaginazione popolare un nome il quale sembra appartenere piuttosto alla leggenda che alla storia, che fa echeggiare in ogni pubblica esultanza il grido che cuopre tutti gli altri, di Viva Garibaldi.


III.

Il giorno 7 novembre, sotto una pioggia che cadeva a torrenti, Vittorio Emmanuele faceva la sua solenne entrata in Napoli. Tutti i cuori battevano di gioia alla speranza d'un lieto avvenire; l'Italia era quasi tutta unita sotto un solo scettro,. il partito estremo era stato vinto negli ultimi giorni della dittatura. Bastava dunque rimettere l’ordine turbato dalla rivoluzione e poi rivolgere l'animo alla formazione dell'esercito e della marina ed a migliorare le vie di comunicazione, senza le quali l'unità d'Italia non diverrà un fatto. Un ostacolo trovavasi nell'esercito di Garibaldi, che bisognava regolarizzare o disfare; ma dobbiamo confessare che né verso l'Eroe, né verso i suoi seguaci si usarono lutti i riguardi dovuti. L’Eroe, che si sarebbe sentito rimpicciolito in una vita d'anticamera o di parata, corse a respirar aria più libera nella sua isola diletta ed a prepararsi a nuove imprese. L'esercito de’ volontari, vedendosi trattato con una certa diffidenza sistematica, preferì di sciogliersi ed accettò i sei mesi di paga che gli si offrivano ed il congedo. È vero che l'immensa maggioranza di questo esercito era composta di gente raccogliticcia, ma usando altri modi si sarebbero conservati un quindici mila uomini, che all’animo impareggiabile avrebbero subito unito la disciplina del soldato. Insieme a' volontari furono trascurati pure molti capi che aveano fatto nascere ed avevano guidato il movimento interno, ed il governo cadde esclusivamente la mano a pochi emigrati, che erano tornati da Torino alla vigilia della rivoluzione, la maggior parte, per coglierne il frutto. Questa tendenza del nuovo governo si vide subito nel contegno consigliato a Vittorio Emmanuele,

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che visse ritirato nella reggia e non si mischiò affatto alle gioie del popolo, che festeggiava il suo arrivo. Niun trattenimento fu promosso fra' Garibaldini, i Piemontesi e la Guardia Nazionale, anzi avemmo il dispiacere di vedere ne' pubblici siti uffìziali dell'esercito regolare e quelli de’ volontari guardarsi con uggia. Quale poca conoscenza nella destinazione del dono delle 200,000 lire fatto dal Re! Ad un popolo avido d'impressioni e dedito ai piaceri materiali si offrivano scuole e casse di risparmio! Avrebbe dovuto destinarsi questo denaro a cose d'un'immediata utilità, come alla costruzione di pubblici dormitori per quella parte della nostra popolazione (abbastanza numerosa) che non ha tetto. E poi il popolo non avvezzo al meccanismo costituzionale vedeva nel Re il simbolo della Provvidenza e non bisognava velarne la possanza nelle cose di poco rilievo che esso avrebbe potuto domandargli.

Dopo alquanti giorni fu pubblicato il programma del Luogotenente Cav. Farini. Vi si notano le seguenti parole: Queste province meridionali pel sistema di forte centralità che le reggeva e perché sono rappresentate da una splendida capitale, che è una delle più popolose ed illustri città d'Europa, desiderano come una guarentigia di civiltà e di libertà contro le usurpazioni di una centralità soverchia il tradizionale sviluppo della vita locale. La politica de’ suoi consiglieri, scelti accuratamente fra gli emigrati, fece tutto il contrario. Si chiusero gelosamente ne' loro dicasteri colle guardie a vista ed invece di mandare buoni governatori ed un poco di truppa in provincia in aiuto della povera guardia nazionale, che avea vegliato sola all'ordine pubblico durante tutto il tempo della rivoluzione, cominciarono a far leggi. Al caro de’ viveri opponevano l'inesorabilità delle teoriche economiche, invece di qualche provvedimento straordinario. Si posero ad enumerare tutti gl'impiegati soverchi ne' vari rami invece di animare i lavori pubblici.


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Intanto per la trascurata amministrazione le imposte non si pagavano, il commercio languiva per mancanza di fiducia negli uomini del nuovo governo ed il prezzo dei fondi pubblici dal governo rivoluzionario del Dittatore al principio del governo regolare scese più di dieci punti! Mentre poi non sapevasi conchiudere un prestito per lo Stato si decretava per derisione il prestito di 25 milioni di lire pe' comuni e pensavasi a far cessare i proventi de’ giudici de’ circondari nella giurisdizione delegata o volontaria, ad abolire le tasse di cancelleria ne' tribunali, ad una nuova legge teorica sulla guardia nazionale, come se fossimo vissuti ne' tempi più normali del mondo.

Senza scendere ad enumerare ad una ad una tutte le leggi pubblicate per cura de’ vari dicasteri basterà accennare la legge sarda sulla stampa pubblicata dal Pisanelli senza una temporanea provvisione fino all'istallazione dei giurati, le leggi di pubblica sicurezza pubblicate da Spaventa, le quali per la più parte non contengono che minute disposizioni contenute in tanti nostri regolamenti lasciati ad impolverare nell'archivio, poiché sarà sempre impossibile fare una legge sulla polizia, potere eminentemente discrezionale e che non può non ispirarsi dallo spirito dominante nel governo (infatti chi ha fatto arresti più illegali del sig. Spaventa?) e quella provinciale e municipale, che, se un giorno si porrà in pratica, produrrà l’ultimo scompiglio nel nostro paese. Intanto il governo vedeva di giorno in giorno crescere il vuoto intorno a lui. I capi rivoluzionari disprezzati fuggivano i pretensiosi Consiglieri, i veri liberali gemevano di tanta inesperienza e della falsa via per la quale si camminava, ed il paese tutto, non più sostenuto dall'entusiasmo rivoluzionario, vedeva crescere l'anarchia e sorgere reazioni. Tutte queste cause unite ad una sventura domestica fecero determinare il Cav. Farini a dare la dimissione, ed il 13 gennaio S. A. R. il principe


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di Carignano in qualità di Luogotenente generale con pieni poteri fece il suo ingresso in Napoli, avendo ad latus un ministro responsabile, il Comm. Costantino Nigra.

Tutti gli occhi si rivolsero verso Liborio Romano come membro principale del nuovo Consiglio di Luogotenenza, e costui ebbe nelle sue mani la sorte di queste province napolitane. Il suo programma era indicato dalla pubblica opinione: rimandare nel limbo tante leggi informi uscite per lo più dalla mente di un sol uomo, del sig. Rattazzi erettosi un giorno a legislatore degli Stati sardi, badare a rimettere l’ordine nelle provincie ed a rendere impossibili le reazioni, ciò che poteasi ottenere con pochi reggimenti di soldati, far venire un poco di grano dall’estero mediante un premio a qualche negoziante per rompere il monopolio ed appagare le menti, fare un prestito alle migliori condizioni possibili per animare i lavori pubblici ed attendere il parlamento per il diffinitivo ordinamento d'Italia. Ma questa parte era troppo modesta per i nuovi Consiglieri di Luogotenenza, ed il sig. Romano non ne comprese l'importanza per farne una condizione della sua entrata nel Consiglio, di cui aveano estremamente bisogno. Egli si rassegnò a farsi co’ suoi colleghi l'editore delle leggi piemontesi ed il paese non ha avvertito questo cambiamento di amministrazione, se non per un poco di sussieguo di meno e per l'abitudine fatta al disordine. Intanto le province sono ancora nello stesso stato, le strade infeste da masnadieri, sicché ogni commercio può dirsi interrotto, il governo continua ad essere isolato, poiché solo parla e dispone, non essendosi fatta nessuna elezione comunale e provinciale per voler mettere in atto la legge Rattazzi invece di fare pochissime modificazioni a quella esistente, ed i nemici dell'Italia si radunano nell'ombra per trar Partito da ogni errore governativo, da ogni giusto malcontento del popolo, nel dì della prova.


IV.


Il 17 gennaio fu pubblicato il decreto di nomina del nuovo Consiglio di Luogotenenza, composto principalmente per cura del barone Poerio. Gli emigrati venuti da Torino vi erano in minoranza, ed il pubblico l'accolse piuttosto bene, benché un poco sorpreso de’ nomi di Laterza ed Oberty, uomini totalmente estranei alla vita politica; bisognava però uscire dalla sfera delle celebrità e rivolgersi ad uomini pratici. Il programma del Principe di Carignano non dava altra libertà a' signori Consiglieri, se non quella di lasciarlo una lettera morta, poiché s'insisteva molto sull’unificazione, e non si teneva conto delle difficoltà. Il 19 fu pubblicato una circolare di Romano per l'armamento della Guardia Nazionale; il 23 un rapporto a S. A. per ordinare una relazione settimanale di tutto ciò che faceva il Consiglio; il 28 la famosa esortazione per una soscrizione nazionale diretta a far ribassare il prezzo del pane e dell'olio; poi la nomina de’ Direttori di dicastero, persone tutte estranee all'amministrazione, fra le quali fu molto notata quella di Nicola Nisco, che l'Italia stupì di trovare nel numero de’ professori per cura del Dittatore dell'Emilia. Nel seguente mese uscì alla luce la prima relazione delle operazioni del Consiglio, o piuttosto delle sue buone intenzioni; nel giorno 4 un regolamento rimasto dal sig. Piria sulle scuole elementari; nel giorno 5 la distribuzione della metà de’ 10 milioni di lire accordate dal Tesoro centrale in soccorso alle nostre opere pubbliche (che noi non sappiamo se sieno mai venute); nel giorno 6 la formazione di una commissione legislativa per non lasciar queste provincie d'Italia per lungo tempo prive di necessaria istituzioni di sicurezza e di libertà, di cui godono altre provincie italiane, il 10 una legge sull'insegnamento secondario presa, come tutte le altre, dalla legge Casati sulla pubblica istruzione, che sarebbe stato meglio darci intera e non a frantumi.


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Erano riserbate poi al giorno 17, in cui spiravano i poteri discrezionali, le pubblicazioni più radicali, che, se verranno tutte applicate aggiungeranno novelli elementi di sconvolgimento a' tanti che esistono. Durante il medio evo la Chiesa tentò di dominare lo Stato, ma i sovrani dopo lunghe lotte rimasero padroni delle loro principali prerogative e la rivoluzione francese rese piuttosto la Chiesa subordinata allo Stato. Noi per nostra ventura godemmo di tutti i vantaggi di questa grande rivoluzione ed i Borboni conservarono quasi tutto quel che trovarono al loro ritorno. Nel 1818 vennero ad un Concordato colla Corte di Roma, e, sebbene volessero favorire la Chiesa, si mostrarono sempre gelosi della loro potestà e solo nel 1857 Ferdinando II per ravvicinarsi al Concordato austriaco fece delle concessioni al clero, ma in forma di rescritti, per poterli sempre revocare, i quali vennero infatti revocati dal sig. Conforti. I monasteri, sebbene favoriti dal governo, e non si fosse mai negato loro la facoltà d'acquistare, non crebbero a dismisura né di numero né di ricchezze. Una rivoluzione religiosa non è stata mai desiderata fra noi, e Prelazioni fra lo Stato e la Chiesa dovevano determinarsi in tempi tranquilli. Ma quale sarebbe stata allora l'originalità del sig. Mancini? Costui è stato tentato dalla gloria di Mendizabal, e, se s'è degnato prender posto nel Consiglio di Luogotenenza, è stato a questa condizione. Quale imprevidenza e quale precipitazione in questi decreti! Gli ordini monastici di ambo i sessi sono aboliti dalla pubblicazione del decreto, e prima che fosse fatto un esatto inventario de’ loro averi le loro rendite sono sequestrate e nessun provvedimento vien preso per la loro sussistenza e per la continuazione delle spese del culto. Si promette d'eccettuare dalla soppressione alcune case religiose benemerite della civiltà e questo decreto di eccezione non viene ancora pubblicato. Ma se credevasi urgente prendere un provvedimento a questo proposito,


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quanto sarebbe stato meglio lasciarli estinguere dolcemente, proibire di far nuovi frati restringendoli in pochi conventi a misura che diminuivano! Si sarebbe evitata una certa perturbazione nelle famiglie, e si sarebbero rispettate le idee del popolo ora ch'era bisogno di diminuire la difficoltà di ogni natura. Si sarebbero potute restringere in ultimo caso le rendite a quelli che ne avean soverchie dopo fatto un regolare inventario e con tutte le possibili precauzioni.

Un decreto del sig. Spaventa, che potrebbe pensare un poco più a' vivi, provvede a' morti che non son morti. Basterà citarne alcune disposizioni: «In ciascuna mano del cadavere sarà avvolto il capo di una cordella, la quale ad ogni menomo movimento di essa mano, sia atta a far suonare due campanelli stridenti, uno de’ quali corrisponda nella camera del custode, l'altro in quella del sottocustode». È possibile di stabilire ciò in ogni comune? Più sotto dice: «Il medico comunale dovrà visitare due volte il cadavere ogni 24 ore e si prenderà da due a quattro carlini la volta». Questa prescrizione siam certi che sarà eseguita almeno in quanto al pagamento.

Il Codice penale Rattazzi è destinato a cominciare dal 1° luglio a sostituire il nostro Codice penale, che meno per i reati contro la religione e contro lo Stato, ha eccitato l'ammirazione dell’Europa. Un nuovo ordinamento giudiziario surrogherà la nostra legge organica e la giustizia civile sarà confusa di nuovo colla giustizia penale; ci guadagneremo bensì l'istituzione de’ giurati. Credesi forse di rendere uniforme la legislazione, quando ogni paese ha un codice civile diverso ed una Corte suprema a sè? Si caricherà lo Stato di nuove spese coll'istituzione de’ tribunali distrettuali che nessuno reclama, ora che vi ha tanto bisogno di danaro per l'esercito e per le strade ferrate.

Senza pronunziarsi sulla legge comunale e provinciale, che rimane sospesa di fatto, il sig. Romano ci regala

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un regolamento di contabilità, e pubblica la legge piemontese sulla Guardia Nazionale del 1848, che per noi è la terza dopo la venuta di Garibaldi, ed accresce così la grande confusione che regna in questa materia. Non potendosi abrogare le due prime, poiché contengono disposizioni più analoghe a' nostri bisogni, perché si pubblica quest'altra, mentre sarebbe stato miglior partito rimettersene interamente a quella di Garibaldi, la più semplice e la migliore di tutte?

In questa rapida rivista abbiamo dimenticato la Consulta istituita dal cav. Farini, ma non ci si potrà ascrivere a colpa poiché la Consulta ha dimenticato interamente sé stessa. Composta in massima parte di uomini ligi ad un sistema di governo, non ha saputo evitar un sol male né proporre un sol bene. È servita solo a registrare le leggi proposte dal Consiglio di Luogotenenza, e non ha lasciato altra traccia di sé, se non un bel rapporto sui nostri istituti di beneficenza. Che la terra le sia leggiera!

Dopo tutto quel che s'è fatto, che ci sembrerà opportuno di fare? Continuare a distruggere quel poco che ci è rimasto, come ci si minaccia (sebbene ciò non possa avvenire senza il consenso del Parlamento) e dichiarandoci incapaci e regger noi stessi accettare de’ governatori dell'alta Italia? No, Dio sempre abbandona chi abbandona sé stesso. Finché un ordinamento diffinitivo non venga stabilito dal Parlamento e gli affari dipendenti dal passato regime non sien tutti terminati, bisognerà conservare il Consiglio di Luogotenenza e facendo uso del diritto di petizione domandare alle Camere:

1° Che sia abrogata la legge Rattazzi comunale e provinciale, e sia mantenuta la vigente, introducendovi il principio dell'elezione diretta su larghe basi per i decurionati, i quali eleggeranno i consiglieri provinciali. Sia conceduta qualche attribuzione


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di più a' Sindaci ed a' Governatori aiutati da' loro consigli e si proceda così gradatamente al discentramento amministrativo.

2° Sieno rivocati il Codice penale Rattazzi ed il suo ordinamento giudiziario, essendo noi contentissimi di quelli che abbiamo, salvo poche modificazioni intorno ai reati contro lo Stato e la Religione e si applichi l'istituzione de’ giurati solo a' delitti politici ed ai delitti di stampa.

Intanto che stavamo scrivendo queste poche linee, ci giunge la notizia della dimissione del sig. Romano accettata, e della temporanea destinazione del Conte Bardisono a reggere la provincia di Capitanata. Il sig. Romano non avrebbe dovuto accettare il posto di Consigliere di Luogotenenza senza la condizione di sospendersi il piemontizzamento di queste nostre provincie e di doversi unicamente rivolgere l'attenzione a rimettervi l’ordine turbato. Ora che si è reso responsabile di tutti gli atti de’ suoi colleghi ed ha preso l’iniziativa di molte misure tendenti allo stesso scopo, a che serve la sua dimissione? Essa farà finire il Consiglio di Luogotenenza ed è un vero suicidio politico del sig. Romano. Quest'uomo ha avuto il coraggio di accettare il potere quando tutti fuggivano, ha salvato l'ordine in Napoli coll'organizzazione di quella polizia che i tempi comportavano, vi ha introdotto dolcemente il Dittatore e ne è divenuto suo primo ministro per allontanare i Mazziniani. Questa parte era abbastanza grande innanzi alla storia per desiderarne un'altra, ma la fortuna gli offri quella di salvare le nostre istituzioni fino al diffinitivo ordinamento d'Italia e farci raggiungere l’unità senza alcuna perturbazione quando entrò nel Consiglio di Luogotenenza. Avrebbe ora potuto almeno non mettere in quistione col ritirarsi l'istituzione di questo Consiglio, che tanto s'anela distruggere, ed essere utile alla patria anche ne' suoi errori. Egli ha preferito abbandonarci in cerca d'un più vasto campo per la sua ambizione, ma non dotato di grande eloquenza

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egli non rappresenterà nel Parlamento nessuna parte principale, e fuggito dagli scrupolosi, perseguitato dagli invidiosi del suo passato, sarà costretto tra non molto a seppellirsi in una sedia di Senatore (1).

Il conte Bardisono sarebbe il primo saggio d'un governatore dell'alta Italia, ed a prescindere dall'incapacità che generalmente gli si attribuisce, che potrebbe far di buono un uomo estraneo alle nostre idee, a' nostri bisogni? A noi non importano gli uomini ma le idee che rappresentano e ci facciamo un dovere di richiamare l'attenzione de’ nostri concittadini e specialmente de’ nostri Deputati sullo stato di queste province. Senza portarvi un pronto rimedio esse non diverranno un elemento di forza per l'Italia.


Il resoconto del Commendatore Nigra (2).

È lodevole costume de’ pubblici funzionar! in un organo libero di render pubblica ragione de’ loro atti allo spirare delle funzioni. Cosi il giudizio pubblico si forma o si raddrizza sul loro conto, e la nazione con piena conoscenza di causa può valersi in altre occasioni de’ loro servigi. Il Comm. Nigra si è attenuto a questo costume con pubblicare un suo rapporto al conte di Cavour di tutto ciò che ha fatto durante i quattro mesi della sua amministrazione. A prima vista recherà meraviglia ad ognuno la faciltà con cui il sig. Nigra, compiutamente estraneo all'amministrazione, poiché rivolto ad altra carriera, ha accettato l’arduo incarico di essere il successore del cav. Farini colla qualità di Ministro Segretario di Stato, presso il Principe Luogotenente. Ma basterà gettare un'occhiata sul suo rapporto per comprendere che la sua parte era puramente d'esecuzione e ben fa egli risaltare

(1) Queste parole ci furon dettate dal solo desiderio di conservare questo uomo di stato al potere, verso il quale nutriamo sempre sentimenti di stima e d'amicizia.

(2)29 maggio 1861.


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che tutte le gravi misure gli vennero ordinate dal governo centrale. Ma per rendersi esecutore d'una certa politica bisogna conoscerne il significato ed esaminar bene il campo in cui deesi operare. Dal rapporto del signor Nigra apparisce che egli non avea una idea chiara del paese che veniva a governare, né della situazione politica. Quindi non ci sarà possibile di non tacciarlo di una gran leggerezza nell'accettate sì alto incarico, scusata solo dalla sua gioventù.

Nella descrizione dello stato del nostro paese che egli fa precedere al suo rapporto, il sig. Nigra prende le mosse dal Colletta, che è il solo autore che avrà avuto il tempo di leggere sulle cose nostre. Ma disgraziatamente nella rapida lettura che ha fatto del Colletta non si è fermato abbastanza sulla conclusione, in cui l'autore alla tristizie de’ governanti contrappone la bontà delle leggi, che anche in parte eseguite, non ci hanno fatto trovare inferiori a nessun'altra parte d'Italia in fatto di civiltà. Il signor Nigra adunque non avrebbe dovuto pigliare proprio alla lettera quanto hanno scritto tutti i liberali di Europa sul governo de’ Borboni. e ricordarsi che il dispotismo di costoro ha incrudelito veramente dopo il 1848 e che in dodici anni non si distruggono le tradizioni di più d'un secolo di civiltà sempre crescente, anche loro malgrado, dalla loro venuta nel regno. Il governo piemontese non ha trovato dunque un popolo d'idioti, di mendicanti e di ladri, come presso a poco vorrebbe far intendere il signor Nigra. La magistratura era corrotta, ma ciò era vero per le cause politiche; l’amministrazione era ripiena di gente immorale, ma ciò deve intendersi per gli alti posti; il clero era affezionato all'antica dinastia, ma ciò cessa d'esser vero quando si eccettuino la maggior parte de’ vescovi, de’ parrochi e de’ preti napoletani, poiché il rimanente ha dato bastanti vittime alla libertà, e così via via.

Il signor Nigra inoltre si dimentica di esser venuto dopo il 25 giugno, dopo la dittatura di Garibaldi e la Luogotenenza di Farini,

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sicché ha trovato ben poco da spazzare ancora.

Riconosciuto il campo d'operazione veniamo alla situazione politica, che non ci sembra meglio compresa dal signor Nigra. O compiere la rivoluzione o arrestarsi e rassicurare la grande maggioranza del paese, e governare con essa. Questo era il problema da sciogliere, ma egli non ha fatto né l'una né l'altra cosa. Compiere la rivoluzione volea dire: destituire tutti gl’impiegati, esiliare tutte le persone sospette, accrescere invece di sciogliere l'esercito di Garibaldi e mandare per governatori i così detti uomini di azione. Allora si avrebbe avuto un governo di terrore, si sarebbero deplorati degli inconvenienti, ma si avrebbe avuto un governo. Governare colla maggioranza volea dire: togliere dal potere pochissimi impiegati, i più compromessi, rispettare tutti gli interessi, tutte le abitudini e non venire all'unificazione, se non a poco a poco: non per mezzo d' un colpo di stato, ma per via del parlamento. Sappiamo che questi rimproveri non si possono dirigere all'amministrazione del sig. Nigra, ma anche alla Luogotenenza del sig. Farini. Scegliendo poi questa seconda via, sola degna d'un governo saggio, non vi sarebbe stato a temere né de’ borbonici, né de’ repubblicani; e non vi basta per pruova l'unanimità del plebiscito? Borbonici veri non avreste potuto chiamare allora che i pochi impiegati destituiti e i pochi aristocratici che volontariamente si erano allontanati. Ma ora siete costretti a chiamare borbonici tutti, quasi tutti coloro che non hanno preso parte alla vostra consorteria o che hanno perduto ogni fede nel governo, impotente a stabilire uno stato di cose regolare in un paese docile come il nostro. I repubblicani, ne avreste trovato una ventina fra gli scrittori de’ giornali, ma ora costoro hanno acquistato sotto finta maschera numerosi satelliti. Voi invece avete (parlando sempre a tutti i governi succedutisi dopo il 7 novembre) preferito farvi nemica la rivoluzione


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e la maggioranza, e siete ora costretti a sfogare la vostra bile contro i Borboni e la popolazione napoletana. Vi siete offerti come incivilitori e moralizzatori, avete cambiato tutto ed eccovi ora nel caos. E poi, da quali apostoli siete stati preceduti ed aiutati! Dai nostri emigrati, il cui primo pensiero è stato d'assicurarsi i migliori posti e colla pancia piena, hanno predicato il digiuno e la penitenza. Non sapendo donde incominciare, cioè dal mantenere l'ordine, avete cominciato un poco da ogni cosa; istruzione popolare, asili infantili, scavi di Pompei e qualche cosa che avete fatto di buono, come lo spingere innanzi qualche lavoro pubblico, non è stata avvertita in mezzo al disordine universale! La mancanza di ordine ha fatto perdere a mille quel lavoro che voi non avete potuto dare che a dieci, ha arrestato il commercio, ha diminuito non solo le private, ma anche le pubbliche entrate e la vita sociale è stata tutta quanta paralizzata. Non bastandovi i nemici che avevate, ne siete andati a cercare degli altri, cioè tutti gli avvocati per il nuovo ordinamento giudiziario, tutti i monaci ed i preti e le famiglie de’ monaci e de’ preti co’ nuovi decreti del sig. Mancini. Colla mancanza di ordine si è data facoltà a' soldati borbonici licenziati di raggiungere i masnadieri, ed all'oro venuto da Roma di trovare malcontenti ed assoldar proseliti. Ora che tutto è sossopra, come farete per richiamare questi soldati licenziati e fare le nuove leve? Ma non anticipiamo sulle nostre conclusioni.

Ritornando al rapporto del sig. Nigra, dopo aver delineata la situazione, egli passa a rassegna tutti gli atti della sua amministrazione, cioè la nomina degli impiegati (presi nella consorteria), l'abolizione degli ordini monastici (di cui confessa non essersi terminata ancora la statistica), il cambiamento del nostro dritto pubblico ecclesiastico (che ha accresciuto il numero de’ nemici senza nessuna urgenza), il nuovo ordinamento giudiziario per accrescere i tribunali (spesa inutile e che la Camera

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forse impedirà di mettere in esecuzione), il nuovo codice penale (mentre ne avevamo uno buonissimo che avea bisogno di ben poche riforme), l'aver attuato il giudizio per giurati (una sola volta in Napoli per delitti di stampa mentre la stampa ha spesso straripato), l'aver ordinato il servizio di polizia (con poche guardie che attendono al passeggio delle carrozze a Toledo, mentre si è rubato alle porte di Napoli), l’aver armato la Guardia Nazionale (che nelle provincie sarebbe necessario sottoporre ad uno stretto scrutinio, perché fatta in fretta), l’aver ordinato la pubblica istruzione (per far tutto in un momento si è cominciato dall'elementare e non dalla secondaria, e perciò quest'anno non si sono aperti i collegi), l'aver riordinate le finanze (lasciando in un quadrimestre un deficit di otto milioni di ducati, parte per le spese straordinarie, parte perché le imposte non si sono esatte) e finalmente l’aver fatto eseguire le elezioni municipali e provinciali che senza voler essere profeti, finiranno di gettare nell'anarchia queste nostre povere provincie, perché regolate da una legge non adatta a' nostri bisogni. Non troviamo da lodare nell’amministrazione del sig. Nigra che quello che ha potuto fare per i lavori pubblici.

Il sig. Nigra chiude il suo rapporto col più compiuto ottimismo, il quale dimostra che sebbene abbia dimorato quattro mesi fra noi, non ha compreso le difficoltà di ciò che era venuto a fare. Invano egli si trincera dietro le istruzioni del governo centrale, poiché egli avrebbe dovuto o non accettarle o farsele cambiare dopo aver osservato davvicino lo stato del paese. Invano poi si vorrà addurre per giustificazione del governo centrale che tenendo 25 mila uomini innanzi a Gaeta non potea sguernire il Po per mandarne altri cinque o seimila nelle nostre province, poiché se l'Austria ci attaccava in quel momento non poteva mai trovare quella frontiera ben guernita e noi avevamo l’alleanza della Francia.


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E poi perché non si sono mandate le truppe dopo presa Gaeta, perché cambiar tante leggi e toccare così tanti interessi senza che alcuno lo avesse richiesto? Perché prestar l'orecchio ai soli emigrati sullo stato di queste provincie e chiuderle sistematicamente a qualunque altra rimostranza di amici o nemici?

Non sappiamo trovar altre ragioni a tanta premura di distruggere, giugnenao a far uso dei potere legislativo fin nella vigilia dell'apertura del parlamento, se non il volersi togliere dagli occhi un passato importuno. Ma questo passato sarebbe caduto a poco a poco col sorgere de’ nuovi interessi, senza che alcuno se ne fosse avveduto. Alla patria napolitana si sarebbe sostituita la gran patria italiana, senza predominio di una parte sull'altra. È destino dell'umana natura di credere i mezzi più semplici i meno opportuni, e l’uomo va spesso in cerca delle difficoltà per aver la gloria di vincerle.

Il sig. Nigra in un luogo del suo rapporto si è lagnato della stampa; ma di questa, unanime ad indicare le piaghe del paese, se non nel trovare i rimedii, non si è tenuto alcun conto; si è dato ascolto soltanto a que' giornali prezzolati che invocavano con grande schiamazzo il nostro annientamento, perché rispondevano perfettamente alle idee preconcette del governo. Ed i nomi usciti dall’urna elettorale nelle ultime elezioni politiche non sono eloquenti abbastanza per esprimere un biasimo sulla politica del governo? Indarno il sig. Nigra asserisce essere stati eletti i deputati più esaltati in paesi reazionarii, poiché i reazionarii non vanno alle elezioni ed essi perciò sono stati eletti dalla parte liberale esasperata.

Abbandonando ora il sig. Nigra al suo destino, non mancheremo di rivolgerci al conte di S. Martino, perché, osservato bene lo stato delle cose, faccia palese al governo centrale i nostri veri. bisogni, che ora si riducono ad uno principalissimo,

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all’invio d'un forte corpo d'armata per eseguire una perlustrazione generale e rimetter l'ordine, esigere le imposte, far ritornare gli antichi soldati sotto le bandiere e dare esecuzione alla leva. Se poi troverà il suo compito troppo difficile, il sig. di S. Martino, non ne dia almeno la colpa a questo popolo o alle vicende della nostra storia passata, ma invece a' suoi illustri predecessori.

La morte del Conte di Cavour (1).

Credevano gli antichi pericolosa una continuata prosperità, e Policrate di Samo, avendo invocato invano una sventura, giunse a gittare nel mare un anello che avea molto caro per darsi un poco di dispiacere. La causa italiana ha avuto, da più di due anni, dei trionfi inaspettati e solo ora ci fermiamo atterriti innanzi ad una tomba. Tutta Italia ha pianto la morte del gaia cittadino, ed è ormai tempo di gittar uno sguardo sulla splendida carriera da lui percorsa per vedere in che stato ha lasciato gli affari a' suoi successori.

La battaglia di Novara avea prostrata l'Italia, e la reazione europea che seguì il 1848 sembrava ricacciarci nelle eterne tenebre. Un uomo si offri a salvare la sua patria e fu Massimo d'Azeglio che accettando il potere in quel tempo disastroso attese a render salda la libertà costituzionale e ad aspettare tempi migliori. Non andò guari e fu aiutato in questo difficile incarico da Camillo di Cavour, che prese il portafoglio del commercio. Cavour nella sua gioventù avea viaggiato e molto studiato le scienze economiche. Si era fermato a lungo in Inghilterra, ove avea ammirato la saggezza di quegli uomini di Stato e la saldezza delle istituzioni libere. Durante il 1848 avea sostenuto sempre la parte moderata ed avea appoggiato il ministero Perrone che si mostrava  più proclive ad una transazione che ad una seconda guerra. Uscito il Nigra dal ministero D'Azeglio nell’aprile 1851 prese anche

(1)10 giugno 1861.


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il portafoglio delle finanze che tenne fino al maggio 1852. Allora questo ministero si disciolse, ma non durò a lungo l'altro ministero formato dal D'Azeglio di cui Cavour non fece parte. Per consiglio dello stesso d'Azeglio, Cavour fu chiamato a comporre un nuovo ministero nell’ottobre del 1852. D'allora in poi non ha lasciato il potere (spesso concentrando in sue mani varii portafogli) che per un breve intervallo dopo la pace di Villafranca quando gli successe il ministero Rattazzi. Il Cavour volse principalmente le sue cure a migliorare le condizioni economiche del paese, perché comprese che senza di ciò non avrebbe potuto ottenere molte imposte e fare le grandi cose che ha fatto. Il Piemonte ha mutato faccia sotto la sua amministrazione; le strade ferrate si sono moltiplicate, la produzione accresciuta e le industrie migliorate. Una ragione politica gli fece abbracciare con maggior calore la causa del libero scambio, per rendersi amica l'Inghilterra. Non si arrestò però alle opere della pace, poiché non ha perduto mai di mira il pensiero nazionale. Le fortificazioni di Alessandria e di Casale furono accresciute, il porto militare della Spezia incominciato. L’esercito mercé la cooperazione del generale Lamarmora, ministro della guerra, ebbe la più perfetta organizzazione. Gettando uno sguardo all’estero Cavour si accorse della necessità in cui era Napoleone di fare grandi cose per rendere legittimo l'Impero ed afferrò con impazienza l'occasione della guerra di Crimea per entrare in più strette relazioni colla Francia e l'Inghilterra. Qui comincia la sua grande politica che ha fatto stordire l'Europa per la sua audacia e moderazione ad un tempo.

Il Congresso di Parigi svelò al mondo ufficialmente i mali dell’Italia e diede origine a ciò che fu chiamato in Francia la questione italiana. Tutti gli sforzi furono fatti per indurre i governi di Roma e di Napoli ad utili riforme e se si dovettero usare maggiori riguardi col sovrano di Roma

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per il suo carattere spirituale, Ferdinando II fu posto al bando della civiltà col richiamo degli ambasciatori inglese e francese. L'Italia aspettava ansiosamente una soluzione e si commosse al viaggio di Cavour a Plombières, poiché tutti capirono che grandi cose era andato a stabilire col suo augusto ospite. I tempi erano maturi e l'anno 1859 si apri con le fatidiche parole dell’Imperatore al sig. Hubner, ambasciatore d'Austria. Un fondo legale fu benissimo trovato alla quistione ne' trattati particolari stretti dall’Austria dopo il 1848 con Parma, Modena e Toscana, co’ quali questi Stati cessavano di essere indipendenti, e rendevasi eccessiva la preponderanza dell'Austria in Italia. La Francia domandò si annullassero questi trattati e che si tentasse una lega italiana con qualche riforma nell'ordinamento interno. La mediazione inglese nulla produsse per la debolezza dal ministero tory e l'Austria fidando in una conflagrazione europea dichiarò la guerra. Dovette esser quello un gran giorno per Cavour e la compiuta indipendenza della sua patria dovette sembrargli sicura! Il mistero avvolge ancora i patti di Plombières, ma si ritiene generalmente per certo che la Venezia dovea appartenere al Piemonte e Nizza e Savoia alla Francia. Nulla si sa sull’Italia centrale, se qualche eventualità fosse stata preveduta in favore de’ Napoleonidi. Cavour incoraggiò certamente il movimento annessionista sorto durante la guerra, che egli avrebbe potuto arrestare e questa forse non fu l'ultima ragione dell'inopinata pace di Villafranca. Egli ne rimase atterrito e lasciò il potere in mano di Rattazzi. La posizione fatta all'Italia dalla pace di Villafranca racchiudeva tali impossibilità morali da non lasciare nessuna probabilità di vetta attuata. Una confederazione italiana coll'Austria Per la Venezia, la ristaurazione degli arciduchi, che si sarebbero uniti al Papa ed al Re di Napoli per rendere l'Italia tutta austriaca ci veniva proposta da quella pace.


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Un principio salutare però era stipulato, il principio dei non intervento e l'Italia centrale seppe prevalersene per votare le annessioni al Piemonte. Il ministero Rattazzi dovette limitarsi a fare de’ voti, perché l'Europa gli permettesse di accettare, ma e perché il trattato di Zurigo non era firmato e perché si mostrava freddo a cedere Nizza e Savoia alla Francia, non potette accettare diffinitivamente. Il paese invocava una politica più risoluta e perciò il ritorno di Cavour agli affari. Solenni illuminazioni festeggiarono in tutta l'Italia superiore la sua rientrata al potere ed egli corrispose all'aspettativa della nazione. Si risolvette a fare il doloroso sacrificio di Nizza e Savoia, di cui più tardi gli si è voluto fare una colpa e le annessioni dell’Italia centrale al Piemonte furono compiute.

La pace di Villafranca per le impossibilità morali che racchiudeva avea deciso che l'Italia non potea essere confederata. Pure Cavour non tralasciò nessuna trattativa per indurre il re di Napoli ad una politica italiana e liberale, ed il Papa a circoscrivere il suo potere al patrimonio di S. Pietro, cedendo a Vittorio Emanuele il vicariato nelle Marche e nell'Umbria in cambio di tutte le garantie di indipendenza che potesse desiderare. Napoli e Roma furono sorde ad ogni consiglio e continuarono a congiurare contro il bene dell'Italia. Il re di Napoli fu poi premurato ad assumere il protettorato della S. Sede, intervenendo nelle Marche ed a Roma per farne partire i Francesi, ciò che avrebbe reso un accordo o una rottura indispensabile, ma il re di Napoli non volle uscire dal suo isolamento. Quella soluzione che non potette essere trovata dagli uomini, fu trovata dalla Provvidenza. Nell'aprile del 1860 una piccola insurrezione scoppiò in Sicilia. Garibaldi che era rimasto dolente ed inerte dopo la cessione di Nizza e l'annessione dell’Italia centrale con mille prodi volò in soccorso dell'isola. Sbarcato miracolosamente a Marsala vince a Calatafimi e con ardire sovrumano si getta in Palermo. Le sorti d'Italia sono

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cangiate da questo grande avvenimento. Il re di Napoli dà una costituzione ed offre di allearsi col Piemonte. Cavour avea permesso la spedizione di Garibaldi ed indirettamente I avea aiutata; dovea ora contentarsi della cessione della Sicilia e stringere lega col re di Napoli? Lo stato della pubblica opinione nell’alta Italia non glielo permise, egli si alleò francamente colla rivoluzione, riserbandosi di combatterla quando volesse straripare. Garibaldi vola di vittoria in vittoria da Palermo a Milazzo, da Milazzo a Reggio e portato in trionfo dalle popolazioni entra in Napoli e poi si reca colle sue truppe sul Volturno, ove comincia la vera lotta coll’esercito borbonico trincerato fra due fortezze. Cavour comprende i pericoli Bell'esercito meridionale, fa comprendere a Napoleone i danni che potrebbero derivare da un possibile trionfo delle forze rivoluzionarie e colla scusa di andare a combattere l’anarchia, fa invadere le Marche e l'Umbria e fa stringere la nano a Cialdini e Garibaldi. Mezza Europa gridò alla violazione del dritto delle genti, ma è il caso di dire col Vangelo: chi è innocente gli scagli la prima pietra. Si può chiamare una violazione di dritto, quando esauriti tutti i mezzi di conciliazione si va ad aiutare una nazione che geme da secoli sotto la più dura schiavitù e che si vuole unire per non essere più oppressa? Certo i trattati debbono essere rispettati, poiché altrimenti si ritornerebbe allo stato selvaggio, ma vi sono delle occasioni in cui se ne può appellare direttamente a Dio ed alla posterità. La lettera non deve uccidere lo spirito che vivifica.

Distrutto l'esercito borbonico, che restava da fare ancora? Moderare la rivoluzione e dare un ordinamento a questa massima parte d'Italia riunita sotto un solo scettro, Dobbiamo confessare francamente che questo periodo della vita del conte di Cavour ci sembra il meno felice. Colla rivoluzione, che gli avea dato la terza parte  d'Italia ci sembra essersi mostrato altero oltre il necessario


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e nell’ordinamento generale d'Italia aver voluto far troppo prevalere l'idea piemontese. Quindi una doppia specie di scontenti, gli autori della rivoluzione che si vedono trascurati anche in ciò che vogliano di legittimo, e la gran maggioranza della popolazione che si vede abbandonata ad una consorteria, la quale pensa ad incentrar tutto in Torino senza i necessari temperamenti e senza attendere che il parlamento abbia discusso un piano generale di ordinamento per tutta l'Italia. È vero che Cavour avea trovato molte cose cambiate in Piemonte quando tornò al potere dopo il ministero Rattazzi, il quale avea scontentato la Lombardia pel mutamento subitaneo di tutte le sue istituzioni. Il principio centralizzatore era dunque stabilito per colpa non sua, anzi egli avea avuto la sagacia di condannarlo, proponendo allo studio del Consiglio di stato un progetto di ordinamento dell'Italia in regioni, ciò che avrebbe lasciato maggior sviluppo alla vita locale. Ma è anche vero che appena avuto Napoli e Sicilia si arrestò e si appigliò risolutamente al sistema contrario, quello di Rattazzi. Il bisogno di resistere al partito avanzato che voleva precipitare il movimento italiano e compremettere quanto si era ottenuto fece mandare alla Camera delle persone moderate, che fecero eco all'idea di ordinamento interno di Cavour, e trascurarono gli interessi delle varie popolazioni. Si avrebbe dovuto però attentamente esaminare questa politica, che toccava a tanti vitali interessi. Effetto di questo doppio errore, il superbo contegno verso la rivoluzione e la smania di portar tutto a Torino, è l'agitazione che regna in varie parti della penisola e che spetta ai successori di Cavour di calmare, conciliando i partiti per armare la nazione senza spingere ad una guerra imprudente ed attendendo ad un ordinamento diffinitivo d'Italia, in cui le varie parti trovino il loro equilibrio, mediante una vasta decentralizzazione, anche prima che si possa aver Roma per capitale.


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Abbiamo assistito ad un' illustre carriera, siamo stati testimoni di grandi fatti creati dall’iniziativa d'un grande uomo, abbiamo avuto il dolore di assistere ad un'immensa perdita. Ma egli è morto almeno col piacere di vedere l’opera sua quasi compiuta, colla certezza del finale trionfo, come Epaminonda alla battaglia di Mantioea, come Gustavo Adolfo sul campo di Lutzen. Il suo nome vivrà unito a quello de’ fondatori de’ popoli e la posterità, parlando delle varie epoche della grandezza d'Italia, nominerà Romolo, Augusto, Gregorio VII, Alessandro III, Cavour.


La lettera del Ferrari ed Il Nazionale (1).


Tutto annunzio che la prossima sessione parlamentare tara molto tempestosa. Tante speranze deluse e tanto tempo perduto unicamente nel disfare, hanno al certo invelenito gli animi. E poi il Ricasoli entrando al Ministero aveva fatto credere di voler quasi quasi superare il Cavour tanto per la quistione esterna che per l'interna. Ci avea mostrato Roma tra le mani con le sue circolari che hanno dimostrato solo la sua poca espertezza in diplomazia, e Venezia come legittima conseguenza del vicino possesso di Roma. Ora non potrà far a meno di venire a recitare un Confiteor alla Camera, ch'egli aveva lasciato piena di speranze. Per la questione interna egli non ha fatto che esagerare la politica di Cavour, specialmente riguardo alle provincia napolitano. Una delle principali accuse che noi movemmo contro la politica del grande uomo che abbiamo perduto e che credevamo fosse stata corretta dal suo successore si fu di aver voluto ridurre tutta l'Italia al Piemonte, dando un predominio assoluto agli uomini e alle cose di quella parte della penisola.

(1)12 novembre 1861.


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Questo errore ha prodotto tutti i mali, che ora piangiamo, l'esercito non accresciuto, l'amministrazione scompigliata, il commercio annullato in queste provincie napolitano, la vita e le sostanze non sicure, e la necessità di tener occupata una gran parte del prode esercito ad impedire che sorgessero disordini. Tale si presenta la situazione per parte del Ministero; vediamo come potrà essa venir riguardata dal Parlamento.

Esistono nella natura due leggi supreme che si riproducono esattamente nell’animo umano, una di conservazione e l'altra di mutamento. Alcuni uomini per grado sociale, per indole o per studio sono proclivi a conservare quel che esiste e a progredir lentamente. Altri per impeto generoso o per poca riflessione amano di mutar sempre, e non soffrono indugio. Questi due partiti si sono riprodotti in Italia come altrove, e li abbiamo visti a' giorni nostri rappresentati prima da Balbo, Gioberti, d'Azeglio e Giuseppe Mazzini e poi da Cavour e Garibaldi. La rivoluzione del 1848 fu principiata da Gioberti, e compiuta da Mazzini. Quella del 1859 fu avviata da Cavour, ma non compiuta da Garibaldi, poiché il gran Ministro non cedette le redini, e Garibaldi amava troppo l'Italia per prenderle per forza. Il presente Parlamento è stato aperto duranti questo antagonismo, e quindi le elezioni de’ deputati si sono risentite del gran bisogno di conservazione che avea allora la nazione e si è dato poco ascolto al partito del movimento.

Gran parte dell'Italia centrale s'era già modellata sulle istituzioni piemontesi per dimostrare all'Europa la gran voglia che aveva di annettersi e farle sanzionare questa annessione come un fatto compiuto. Per l’ordinamento di queste provincie napolitano il caso era ben diverso, e fatidicamente avea detto Garibaldi a chi fu poi Consigliere di Luogotenenza per la polizia, quando si cercava di spingere ad una pronta annessione:

Avrete presto i vostri Farini; ma ve ne pentirete.


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Cercò ogni via l'illustre Dittatore, perché l’annessione fosse condizionata, ma credendolo circondato dal partito mazziniano il popolo fece rafie dimostrazioni per averla pura e semplice.

Appena giunto Farini, cominciò a trattar duramente coloro che gli aveano spianata la via, e si dette in braccio ad alcuni uomini che da allora ricevettero il nome di Consorteria, che speriamo la storia conserverà. Costoro erano delle persone che in gran parte aveano splendidamente figurato nella rivoluzione del 1848 e nell'esilio s'erano raccolti sotto l’unica bandiera che rappresentava l'Italia. Ma tornati in patria aveano di noi tutto dimenticato, e con immenso orgoglio proposero al Ministero di cambiar tutto come erasi fatto in una porzione dell'Italia centrale per ragion diplomatica, senza tener conto delle diverse condizioni economiche e delle migliori istituzioni amministrative e giudiziarie che noi avevamo, alle quali cose erano collegati immensi interessi. Il paese non si avvide di questo scompiglio ad onta che la stampa avesse gridato, perché son cose che non si comprendono a prima vista dalla moltitudine, ed ebbe il torto di nominare suoi rappresentanti in grandissima parte uomini che si unirono alla consorteria. Ciò avvenne per due ragioni principali: 1.° perché molti erano delle celebrità del 1848; 2.° per sfuggire al partito del movimento, generalmente creduto composto di repubblicani.

Unitosi il Parlamento la lotta non tardò ad accendersi; ma il partito ministeriale, guidato dalla gran mente di Cavour e sostenuto dal desiderio di conservazione che animava allora la nazione, ebbe pieno trionfo. Disgraziatamente, pochi deputati moderati sinceri non seppero ottenere come prezzo del loro appoggio che fosse cancellata dal programma ministeriale l’unificazione al più presto possibile come desiderava la consorteria, e la luogotenenza di Napoli


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fu sagrificata dietro l'ordine del giorno del sig. Massari. Napoli non ebbe per difensore che l'eloquente sig. Ferrari e molto tardi il sig. Ricciardi, al quale le buone intenzioni dimostrate pel suo paese natio hanno acquistato la fama di uomo di Stato. I deputati napolitani in gran parte tradirono il loro mandato che era di difendere gli interessi particolari, finché non nuocevano agli interessi generali di tutta la nazione. E così facendo nocquero anche all’Italia, creando una sorgente di difficoltà in queste provincie che ha impedito di accrescere l’esercito, impedirà che si accrescano le imposte per lo sciupo della pubblica e privata fortuna, coll’aver fatto sorgere il brigantaggio che terrà ancora occupati molti soldati e coll’aver reso urgente lo scioglimeno della quistione romana, che da noi non dipende, concentrando tutti gli affari a Torino con grande scapito di queste provincie.

Tutti questi mali erano però il trionfo della consorteria, che disprezzata qui ha voluto portar tutto dove la sua influenza è onnipossente. Le difficoltà che non si erano sapute sciogliere colla politica, si cercarono di troncar colle fucila ioni; e quindi senza sospendere lo Statuto, senza cercare al Parlamento nuovi poteri e prendere le precauzioni dovute in queste dolorose circostanze si abbandonò la vita de’ cittadini, comunque perversi, in mano di qualunque autorità militare, cominciando da' caporali della guardia nazionale. Ma qui dobbiamo cedere la parola al deputato Ferrari.

«E già intendo voci che dicono: in che i Piemontesi hanno diritto di prevalere ai borbonici? Forse nell'umanità? Ma le fucilazioni sono continue; forse nelle ricchezze? Ma la povertà ci opprime; forse nella giustizia? Ma i nostri veri rappresentanti sono o sospetti o disprezzati; forse nella forza almeno? Ma come potrebbe trionfare dell’Austria e del Papa chi non sa vincere nemmeno i ladri della campagna?»

Noi siam certi che il sig. Ferrari non avrà udito da nessuno

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 formolare tali accuse in una maniera sì viva, ma esse son ben meritate dal Ministero che si è fatto guidare cosi ciecamente dalla consorteria, E come impedire che queste accuse non vadano discusse nella prossima sessione parlamentare? Se non v'ha del nostro interesse, poiché comprendiamo di potersi difficilmente disfare il già fatto, sol perché si è fatto, v'ha del nostro onore, poiché la consorteria non si è limitata ad opprimerci, ma ha voluto anche calunniarci.

Non è necessario far l'elogio de’ Borboni per dimostrare i grandi progressi da noi fatti dalla fine del passato secolo in ogni branca di attivila umana, poiché questi progressi si son compiuti quasi sempre contro loro voglia. Ben ha fatto il signor Ferrari di paragonarci aIla Francia, colla quale più volte si sono confusi i nostri destini, nel medio evo ed ai nostri tempi. Noi abbiamo la stessa prontezza, lo stesso ardore e perciò le sue istituzioni e le sue idee son presto divenute la nostre. In sei lustri centomila Napoletani perirono di varia morte, tutti per causa di pubblica libertà o di amore all'Italia; e le altre italiche genti oziose ed intere... (1).

Appena giunto Garibaldi è stato accolto a braccia aperte, e forma ancora l'idolo del nostro popolo. Ci si fe' colpa della sventura e si osò stampare un libello infamante, quello del sig. Nigra, che noi avemmo l’onore di combattere in questo stesso giornale. Noi non insistiamo su queste cose per ravvivare ire fraterne. ma bisogna che si chiegga conto a chi tocca, dei nostri mali, e non se dia la colpa al nostro popolo. Né potranno rallegrarsi i reazionari europei per le glorie della consorteria, poiché la causa dell’unità d'Italia vi è interamente straniera, essendo diversa, la Dio mercé, l'Italia dalla consorteria.

Il nostro popolo ha mostrato due volte di volere l'unità d'Italia,

(1)Colletta, Storia del Reame di Napoli Vol. II.


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la prima sotto Garibaldi e la seconda col resistere al brigantaggio prodotto tutto per errore governativo, e che non ha potuto trovare un punto d' appoggio in nessuna città importante. È un falso amor patrio dunque invocato da chi vi ha interesse di dover nascondere le nostre piaghe. Bisogna imitar in ciò l'Inghilterra, maestra di libertà, che ha detto sempre tutta la verità alla tribuna senza riguardi a persona o a partito.

La discussione non mancherà d'aprirsi in Parlamento, e questa volta siamo sicuri di non mancare di energici difensori, fra' quali annoveriamo in primo luogo il signor Ferrari a qualunque partito politico esso appartenga.

Per parare i colpi il Nazionale comincia ad assalire il sig. Ferrari a proposito della sua lettera che esso riporta. Il Nazionale trova il signor Ferrari uno scrittore bizzarro, faticoso, il cui solo merito consiste nel contraddirsi. Trova la sua opposizione subdola, perché non osa dir tutta la verità. Noi troviamo che il signor Ferrari abbia parlato troppo apertamente, tanto nel Parlamento, quando restò solo seduto in quella celebre tornata in cui si discussero le future annessioni, che ne' suoi libri in cui propose a chiare note la federazione repubblicana. Ogni uomo ha un ideale, e crediamo esser permesso al signor Ferrari di aver il suo, ma lo crediamo poi ottimo cittadino e siam certi che non porrà ostacolo al costituirsi dell'Italia in nazione per la sua preferenza per una data forma di governo. L’opposizione del sig. Ferrari, come apparisce dalla sua lettera, si limita a cercare una buona amministrazione per tutti. adattandosi a' varii bisogni locali della penisola, senza predominio di una parte sopra l'altra, l'osservanza delle leggi, la giustizia presa nel suo più largo significato. In ciò avrà compagni nella sua opposizione quanti deputati indipendenti conteranno queste nostre provincie, che speriamo faranno tacere le loro dissensioni per unirsi in questo punto.


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Per la quistione esterna il sig. Ferrari ama la Francia quale seconda patria e non vorrà certamente che noi ci priviamo di questa nostra unica alleata. Crediamo aver tutto detto con questa parola.

In quanto alle idee storiche del sig. Ferrari è chiaro che il Nazionale non ne ha capito un'acca.

Governo o Rivoluzione (1))

Sarebbe vano il negarlo, la parte inferma d'Italia sono le province napolitane. Le ragioni sono molte; alcune antiche ed altre nuove. Principale fra le antiche è il dominio straniero che queste province ebbero comune colla Lombardia. Principale fra le nuove può considerarsi lo spirito del governo borbonico in contraddizione colle istituzioni che esso iniziò ed i re francesi compirono. Fu questa contraddizione che qui ha mantenuto sempre le idee liberali, e saggiamente disse Roberto Savarese nella Camera del 1848, quando si proponeva creare una commissione per riformare i nostri Codici: Non toccate le nostre leggi, esse ci hanno condotto alla libertà.

Queste idee liberali furono però il patrimonio della borghesia, poiché la nobiltà fu distrutta da' due re francesi e perdette ogni influenza sociale. Il popolo minuto fu ostinato a combattere i principii della Rivoluzione, che fu sostenuta da pochi eletti ingegni nel 1799. Il governo borbonico si guardò bene dell'educarlo, e nel 1820 e nel 1848 la rivoluzione si fece por operi della sola borghesia. Che dedurremo da ciò? Quel che segue.

Se il popolo minuto rimase estraneo, anzi si mostrò contrario a' principii della Rivoluzione francese, fu il primo a córne i vantaggi. I feudi furono aboliti e non soggiacque ad abusi feudali, le promiscuità furono sciolte e le terre ad esse soggette divise fra' più poveri cittadini. L'agricoltura, il lavoro, sciolti da ogni vincolo,

(1)27 febbraio 1862.


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fecero immensi progressi. Quindi nel 1859, quando sbarcò da Sicilia il nostro liberatore, trovò una società tranquilla, agiata, sebbene non libera. Certamente molto eravi da fare, strade, porti, nuovi metodi agricoli, ma questa era l’opera del tempo e delle libere istituzioni senza esser necessario d'invocare un cataclisma sociale. La borghesia non mancò ai suoi doveri mettendosi alla testa del popolo per seguire l’eroe di Palermo, e l’eroe attese a far la guerra, a perfezionare l’amministrazione e non dette ascolto ad alcuni de’ suoi seguaci che gli sussurravano nell’orecchio: Facciamo la rivoluzione.

La Dittatura e la Prodittatura cagionarono un po' di disordine materiale, ma consegnarono l'ex regno intatto e pieno di speranza al governo regolare. Allora al disordine materiale s'aggiunse il disordine morale che abbiamo avuto tante occasioni di descrivere in questo giornale. Il Governo regolare promise mari e monti al nostro popolo, mentre non avea feudi da abolire, beni d' emigrati da confiscare, e denaro disponibile per fondare scuole e fare porti e strade. Intanto non rispettava i vecchi interessi, né poteva soddisfare i nuovi. Una rivolutone sociale non poteva farsi, ed il popolo vivea abbandonato a sé stesso, perdendo così l'idea della legge senza trovare una forza che l'avesse diretto nel senso rivoluzionario o l’avesse mantenuto nello stato legale.

Questo stato di cose giovò alla reazione, che levò il capo e si valse di tanti elementi incomposti per creare il brigantaggio. Qual pagina funesta nella storia del risorgimento italiano! Noi daremmo tutto il nostro sangue per cancellarla.

Dopo un anno e più siamo sempre costretti a domandarci:

Che fare in questo momento? Come raffermare l'ordine scosso nella società e nelle menti? Come riunire tutte le volontà nella gran causa italiana? Questo è il problema che ha sollevato più d'uno de’ nostri legislatori, fra' quali ci piace annoverare l'onorevole Liborio Romano.


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Questo nome suona sempre caro al paese, comunque da alcuni siasi voluto denigrare. Napoli ricorderà sempre con riconoscenza colui che accettava il potere, quando tutti lo fuggivano, chi per paura, chi per prudenti calcoli; che non potendo evitare una crisi pensò ad addolcirne le conseguenze. Ma a questo problema non vi sono che due risposte, continuare la rivoluzione, cioè appropriarsi certe cose che non ledono direttamente l'interesse privato e dividerle al popolo minuto, o raffermare gli ordini esistenti, appoggiandosi nelle classi intelligenti e possidenti; in una parola la Rivoluzione o il Governo.

Molti dicono: come fondare uno stato legale, se l'Italia non è fatta, se bisogna aver Roma e conquistare Venezia? Costoro confondono la rivoluzione politica colla sociale. Quale ostacolo potrà portare all’acquisto di Roma ed alla conquista della Venezia, l’amministrare esattamente la giustizia, l'economizzare nelle spese, il dare autorità a coloro che l'hanno naturalmente pel loro grado sociale e non a chi grida di più? Secondo noi ciò affretterebbe l'una e l'altra soluzione, perché l'esercito si formerebbe, la sicurezza pubblica farebbe uscire i capitali che per paura si tengono nascosti e si animerebbero l'industria ed il commercio, mentre il credito pubblico migliorerebbe per l'ordine interno e l'economia. Bisognerebbe trovare uomini che potessero attuare questi progetti, ma la Dio mercé all’Italia non ne mancano, ed il conte di S. Martino si era offerto alle Camere d' avviare le cose in questo senso. Ma Garibaldi, i volontari che direbbero? Garibaldi è il più gran patriota d'Italia e gli godrebbe l'animo di vedere l'esercito accresciuto e disciplinato, il Tesoro pieno, il popolo occupato e soddisfatto. I volontarii che vi sono resterebbero e si eserciterebbero, per gli altri si terrebbero i quadri pronti per riceverli nel momento del pericolo. In una parola avremmo delle dimostrazioni di meno e de’ fatti di più.


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A questo stato di cose, lo confessiamo francamente, non tende la proposta del signor Romano. Essa tende a creare una classe interessata a sostenere il nuovo ordine di cose, vendendo a lunghe scadenze i beni del demanio pubblico e della beneficenza. L’autore della proposta crede che la pubblica ricchezza si accrescerebbe mettendo questi beni in circolazione, il governo troverebbe una nuova entrata ed i fondi pubblici salirebbero, facoltandosi il pagamento di questi beni con titoli di rendita alla pari. Non v'ha dubbio che la pubblica ricchezza si accrescerebbe vendendo questi beni, ma a condizione di trovare compratori che li mettessero a profitto e ne pagassero l'’importo allo Stato. Ora nel nostro paese i capitalisti essendo timidi oltre modo, non acquisterebbero questi beni che coloro che non hanno come pagarli né migliorarli. La pubblica entrata non si aumenterebbe d'un centesimo e Io Stato scemerebbe la sua proprietà. I fondi pubblici non salirebbero, qualora questi compratori dovessero pagare in 38 anni o in 26, anzi ci sembra inutile questa agevolazione, poiché speriamo che in tanto spazio di tempo i nostri fondi giungeranno alla pari e passeranno la pari. Che uscirebbe dalla proposta del sig. Romano? La rovina dell’erario senza benefizio del pubblico.

Prendiamo congedo dal sig. Romano e veniamo ad un altro onorevole Deputato. Il sig. Ricciardi ha pubblicato in questo stesso giornale uno schema di legge più radicale con preghiera di farvi sopra delle osservazioni. Il suo piano è l'incameramento di tutti i beni ecclesiastici di qualunque natura, la riduzione delle diocesi e delle spese del culto. Questi beni sarebbero venduti all'asta pubblica, metà in contanti e metà con titoli di rendita iscritta da valutarsi alla pari. Il loro prodotto arricchirebbe nello stesso tempo il Tesoro ed i Comuni, poiché il contante sarebbe versato nel Tesoro e le cartelle di rendita sarebbero date a' Comuni.


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A questo progetto sono applicabili una gran parte delle osservazioni da noi fatte sulla proposta del Romano, poiché i capitalisti temerebbero di cacciare i loro denari e lo Stato si troverebbe tutto il clero sulle spalle da salariare. Nel 1820 si pensò a voler salariare il clero, ma si vide che la spesa avrebbe superato di gran lunga l'ammontare de’ beni da incamerare e si lasciò stare. Questo progetto racchiude di più una rivoluzione religiosa, poiché come un Governo regolare può da sé solo restringere il numero delle diocesi, ed abolire i diritti di Curia, e come la libertà di coscienza sarebbe rispettata, se si obbligassero i Vescovi a riconoscere esplicitamente quel che il Papa vieta loro di riconoscere? Il progetto del sig. Ricciardi ci sembra ineseguibile per la parte finanziaria ed impossibile per il lato religioso, segnatamente adesso che il Barone Ricasoli dicesi abbia pregato un altro Monaco di Montecassino a suggerirgli qualche altro capitolato più favorevole al Papa per venire ad uno scioglimento della quistione romana.

Lasciamo adunque alla storia gli esempi dell'89, e pensiamo a fondare l'Italia sulle basi sociali che troviamo stabilite, poiché molte volte è avvenuto che per far meglio si è sbagliato tutto, e questi cimenti sono da evitarsi, quando si tratta dell’esistenza della nazione.


L'opuscolo del barone Brenier e la Confederazione Italiana (1).

Non si può negare che, sebbene tutti sieno d'accordo nel biasimare la massima di Talleyrand, la lingua serve a nascondere i propri pensieri, non ne facciano poi uso in più d'una occasione. Per l'Imperatore de’ Francesi pare che quella massima sia divenuta abitudine. Altrimenti come spiegare i discorsi in senso opposto che abbiamo intesi

(1)1 Aprile 1862.


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 dal senatore Pietri, dal principe Napoleone, dal visconte de la Guerronnière e dal sig. Billault? Ad accrescere l'incertezza prodotta nell’animo nostro da quei discorsi, si aggiunge l’opuscolo del signor Brenier, che per l’alta posizione occupata dallo scrittore non possiamo supporre pubblicato senza il consenso del Governo francese.

Fortunatamente al disopra delle dichiarazioni e delle note e contronote, esistono i principii e gli interessi; sicché non rimanghiamo perfettamente all'oscuro nel vasto campo della politica. Tutto non è fatto dagli individui in questo mondo, e tanto è ciò vero che vediamo individui grandissimi cadere appena vogliono camminare a ritroso del loro secolo o anticipare di troppo i progressi dell'avvenire. L'Imperatore dei Francesi comprende il suo tempo, e ne ha dato gran prova nella politica finora seguita. Il nostro secolo è stato aperto da un Bonaparte, primo console nel 1800, che diede leggi alla democrazia proclamata dalla Rivoluzione e la stabili colle armi in molte parti dell’Europa. Speriamo che sia chiuso da un Bonaparte, che ristabilisca le nazionalità ne' limiti che comporta la civiltà generale e dia alla pace del mondo la sua vera base.

Tutto ciò che è accaduto in Italia non fu certo preveduto al rompere della guerra del 59. L'Imperatore voleva Nizza e Savoia; Cavour Milano e Venezia. Della sorte degli altri Stati non fu nulla stabilito, come si usa fra alleati che al momento di stringerla non vogliono rompere la loro alleanza. Il Granduca poteva restare o fuggire, il Papa poteva esser ostinato o cedevole, Francesco II amico o contrario, la Confederazione doveva farsi con loro o contro di loro. La pace di Villafranca pose un termine alle eventualità. Bisognava risolversi o a chiamare un Bonaparte a re dell'Italia centrale o a proclamare l’unità; il ritorno de’ Duchi, come venne stipulato, non era che un semplice pretesto.

Ebbene, l'Italia si decise per l'unità.

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L'Imperatore fece note sopra note, ma inutilmente; ebbe Nizza e Savoia e tutto fu accomodato. Ma Nizza e Savoia erano un pegno non solo pel presente, ma anche pel futuro, e l'unità non poteva arrestarsi. Garibaldi sbarcò in Sicilia, l'Umbria e le Marche furono invase, Gaeta fu espugnata e Vittorio Emmanuele si trovò Re di 22 milioni d'Italiani.

La Francia tenne il broncio per qualche tempo, finché la morte del gran Ministro non le dette opportunità per riconoscere il Regno d'Italia. Ora resta ancora a Roma, e dichiara di non volerne uscire. Un grande interesse cattolico ve la trattiene, e noi lo rispettiamo; ma vi è sotto anche qualche altra cosa, il timore che l'Italia non sia abbastanza forte per essere lasciata sola, o la speranza di afferrar qualche cosa in un tafferuglio generale. Questa è l'idea che noi meschinamente ci abbiano formato della politica dell'Imperatore, tenendoci a' principii di questo secolo ed agli interessi della Francia. Vediamo che idea se ne ha formato il sig. Brenier dietro la scorta de’ documenti. Egli crede essere stato pensiero costante della Francia la Confederazione italiana; ma allora come n' è uscita l'unità? Per inganno, per le mene del partito rivoluzionario, egli risponde. Ma noi replichiamo: l'Imperatore non è uomo da farsi ingannare, né vincere dal partito rivoluzionario: ne sia prova il 2 dicembre. Adunque bisogna convenire che l'Imperatore, se non l’ha voluta, ha consentito all’unità ad onta di ogni documento contrario. La Francia ha tutto da temere e nulla da sperare dall’Italia una, dice il signor Brenier; non bisogna credere a riconoscenza di popoli, non a vincoli di razza; l'Italia ha un littorale esteso e le sue città possono essere bombardate; quindi sarà alleata dell'Inghilterra: bisogna prendere precauzioni contro una potenza, che al più potrebbe esser neutra e giammai amica. Rispondiamo ad una ad una a queste osservazioni. I vincoli di razza e la riconoscenza sono i più


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forti motivi delle alleanze, quando un popolo non tenda ad opprimere l'altro ed a tenerlo sempre diviso. Infatti un' Italia anche confederata potrebbe essere amica della Francia, quando, come suppone il sig. Brenier, un nemico le offra vantaggi e la Francia voglia dominarla? L'Italia ha un esteso littorale; ma questo la spingerà a crearsi forze navali imponenti, come le ha avuto prima dell’Inghilterra e non le mancano certo né i denari né le foreste. Unendo le sue forze a quelle della Francia non vi sarà paura di nessuna battaglia di Trafalgar; ma sibbene si rinnoveranno le gesta delle crociate, quando un doge cieco ed avventurieri francesi s'impadronirono della capitale dell’impero d' Oriente. In quanto poi alle precauzioni da prendersi, perché l'Italia non possa offendere la Francia, pare a noi che se ne sieno prese abbastanza coll'acquisto di Nizza e Savoia. L'Italia è aperta dal lato della Francia e non potrebbe in una lotta fratricida, che sia sempre lontana, se non attirarla su' campi di Lombardia.

Finora abbiamo opposto semplici ragioni alle osservazioni del signor Brenier appoggiate da documenti. Cerchiamo ora anche noi di opporgli documenti ed in ciò non ci sentiamo impacciati che dalla difficoltà della scelta. È vero che la Francia ha voluto tenersi sciolta da ogni promessa formale di difendere l'Italia; ma col proclamare il principio del non-intervento ha soddisfatto a quanto l'Italia desiderava. L'Austria opponeva cavilli alla soscrizione della pace di Zurigo; la Francia minacciò guerra. L’Austria, unita colla Spagna e la Baviera, voleva prendere in mano la causa del Papa; la Francia la pregò gentilmente d' astenersi. Nel discorso d'apertura della sessione legislativa dell’anno scorso l'Imperatore disse esplicitamente: «Il mio Governo d'accordo con quello de’ miei alleati ha creduto che il miglior mezzo per evitare maggiori pericoli sia il principio del non intervento, che lascia ogni paese padrone de’ suoi destini e circoscrive questioni che impedisce di degenerare in conflitti europei». Quest'anno ha tacitamente

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 confermato queste parole, annunciando di aver riconosciuto il Regno d'Italia, e di volgere tutti i suoi sforzi a conciliare due cause, il cui antagonismo turbava gli animi e le coscienze.

Il ministro Billault, rivolgendosi al signor Keller, ha detto: «Che volete voi? L'integrità del potere temporale? Vorreste adoperarvi le baionette francesi? Sarebbe la negazione del principio del non intervento, del principio della sovranità del popolo. La Francia dovrebbe rinnegare le sue dottrine ed il suo passato per opprimere popolazioni, che da cinquanta anni sono ostili al Governo temporale del Papa. Perché l'Austria allora non adopererebbe anche essa la forra?» Per noi, che crediamo più a' principii ed agli interessi che alle assicurazioni diplomatiche, ciò sembra sufficiente.

La nostra conclusione sarà dunque l’opposta di quella del signor Brenier. Egli suggerisce alla Francia di ritornare indietro, restituire al Papa le provincie perdute a patto che le amministri bene o le lasci amministrare sotto la sua alta sovranità, e fare che i vari popoli d'Italia si scelgano le dinastie o che almeno la Francia faccia pagar caro all’Italia la sua unità, esigendo una cessione più vasta di quella di Nizza e Savoia.

Noi risponderemo che l'unità sia vitale, si vedrà col fatto; che la Chiesa cattolica potrà avere tutte le garenzie che desidera per la libertà ed indipendenza del Papa in cambio del potere temporale, e che la Francia ha preso abbastanza per non temere l'unità d'Italia e che se vuoi essere veramente grande deve aiutare la risurrezione delle altre nazioni sulle quali eserciterà quell'influenza morale che per la sua posizione e pel nobile carattere de’ suoi figli giustamente le compete.

Per render vani i desiderii del signor Brenier molto resta però a fare al Ministero italiano; ma la sua politica dovrebbe essere netta e precisa, da potersi compendiare in queste parole:


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organizzare ciò che si ha per avere quello che manca.

Citeremo a questo proposito le parole pronunziate nella tornata degli 8 dicembre dall’onorevole deputato Ferrari, non sospetto certamente di soverchia moderazione: «Ora, o signori, siamo 22 milioni, la nostra guerra non è finita e siamo appena alla metà della nostra carriera. E se voi chiedete: che cosa bisogna fare? Io vi rispondo: questi 22 milioni debbono essere così felici, che ogni Italiano divenga premuroso di appartenere al nostro regno». Si potrà ottenere questa felicità, continuando, come suoi dirsi, la rivoluzione?

Noi noi crediamo, tenendo la rivoluzione per fatta, e stimando la quistione italiana essere ridotta ad una questione amministrativa.

L'unità ha due potenti nemici, la storia e la geografia. Alla storia si può opporre la ragione che la modifica e la produce, la geografia si vince colle strade di ferro. Ma bisogna far dimenticare il passato co’ benefizii del presente, far sparire ogni motivo di divisione. Il Ministero Rattazzi ha tentato questa fusione, assorbendo nel Governo il partito avanzato che si disponeva a far da sé e spera così di dominarlo. Da un altro lato minaccia di eliminare dalla magistratura e dall’amministrazione ogni persona, che avesse avuto rapporti col Governo passato. Noi crediamo che questo partito sia stato abbastanza decimato e che non si abbia il diritto di escluderlo dalla vita civile.

Bisognerebbe rivolgere piuttosto l’attenzione alle ultime nomine ed a que' martiri, che al dire dell’onorevole signor Petruccelli, hanno reso così grave il nostro budget. La quistione finanziera è la principale pel nostro Stato, ed intanto passerà un altro anno senza che il bilancio sia fatto segno di quella seria discussione, che meriterebbe.

V'è una proposta del signor Morandini per far ridurre le spese


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di rappresentanza ed i soldi degli alti funzionari. Questa proposta è stata presa in considerazione, ma già avrebbe dovuto esser discussa e mutata in legge. Basterebbero poche tornate per modificare le nostre istituzioni in tutto quello che hanno di eccessivo. Queste tornate produrrebbero milioni alla nazione e farebbero amare l’unità più di tutte le frasi rimbombanti degli onorevoli oratori.

Il brigantaggio sarebbe già finito, se il Ministro della guerra si fosse recato sopra luogo per premiare l’energia de’ suoi subordinati e punire la loro infingardaggine.

Col clero bisognerebbe finirla una volta per sempre, tracciare la sua sfera d' azione abbastanza larga per l’adempimento della sua alta missione, e porre un termine a tante discussioni irritanti col pretendere ciò che non vuoi dare. In una parola la legge una ed imparziale per tutti i partiti.

Questa sarebbe la miglior risposta all’opuscolo del sig. Brenier.


I mali delle Provincie napoletane (1).


I.


Lo stato delle province napolitano occupa molto l’attenzione degli onorevoli deputati. Vi fu un momento, in cui era quasi vietato di pronunziarne il nome nell’aula parlamentare. Si voleva un accordo perfetto, o almeno la apparenza d'un accordo. Eppure era il più bel momento per spegnere nel loro germe i mali, che ora ci travagliano. Fu negata un'inchiesta parlamentare per dar sesto ai nostri affari in famiglia, ed ora è necessario svelarli agli occhi dell’Europa.

Noi non abbiamo mancato di levare la voce in tempo

(1)4 Aprile 1862.


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opportuno; ma allora non davasi ascolto a rimostranze, volevasi attendere l'eloquenza dei fatti. Ora però i mali che ci affliggono non sono più particolari a queste province, ma generali a tutta Italia. Essi hanno un'origine ideale, sono effetto  d'un sistema che bisogna mutare. Certamente era possibile circoscriverli nelle varie province, e curarli con rimedii diversi, secondo la loro diversa natura, tenendo divisa l'amministrazione delle varie parti d'Italia. Ma ora la fusione è fatta, il rimedio deve essere uno, bisogna vivere di una stessa vita o morire di una stessa morte. Il rimedio, secondo noi, consiste nella soluzione di questo problema: bisogna continuare la rivoluzione, o fondare un Governo regolare?

Bisogna prima definire che s'intenda per rivoluzione. Noi non chiamiamo rivoluzione ogni sorta di mutamento, poiché il mondo fisico come il morale muta ogni giorno, sebbene nessuno se n'avvedar Intendiamo per rivoluzione una mutazione violenta, che può avvenire tanto in bene che in male. Per legge naturale ogni azione è seguita da una reazione, poiché la natura vuoi stare in equilibrio. L'intensità della reazione si misura dalla resistenza che trova l'azione, e qualche volta, quando la resistenza è debole, la reazione non è nemmeno avvertita. Applichiamo codeste leggi al mondo politico.

A migliaia sommano le rivoluzioni successe nella storia, ma fermiamoci alla più celebre, alla rivoluzione francese del 1789. Essa straripò, perché non trovò un moderatore, essendo stato il re debole e di mala fede. Dopo tutti i suoi eccessi, ondeggiava ancora fra il dispotismo e l’anarchia, quando, nel 1799, Bonaparte sbarcò dall’Egitto. Allora la rivoluzione si fece soldato, dice il suo più celebre storico, Thiers, e si assise sul trono dei Cesari. Ma, se si vuoi essere esatto, bisogna considerare la rivoluzione spirata al 18 brumaio sotto le baionette de’ granatieri. I suoi effetti restarono e furono resi stabili dalla reazione del Bonaparte.

L'Imperatore ritenne la democrazia, ma cacciò in bando

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la libertà, la quale non ritornò che colle baionette straniere!

Vediamo ora che cosa chiede l'Italia ed in che senso il gran mutamento avvenuto dal 1846 in poi può dirsi una rivoluzione.

V'ha mille specie di rivoluzioni: religiose, sociali, politiche e nazionali. L'Italia non desiderava un cambiamento di religione, e tanto è ciò vero che la spinta al movimento venne dal pontefice. Non desiderava una rivoluzione sociale, poiché la società era basata su' principii del 1789. La rivoluzione italiana era politica e nazionale, e la gran difficoltà era, se si dovesse far precedere la libertà all’indipendenza, o l'indipendenza alla libertà. Quindi due partiti, quello che voleva ad ogni costo le rivoluzioni per abbattere ad un tempo l'Austria ed i principi, e quello che, attendendo più, contentavausi di semplici riforme per mettersi d'accordo co’ principi e cacciar l'Austria. Prevalse il secondo partito, e si mise alla testa del movimento senza che il primo fosse distrutto. La guerra dell’indipendenza fu perduta, parte per inesperienza, parte per le agitazioni del partito rivoluzionario.

Dopo la sconfitta, il partito costituzionale si mise novellamente all’opera, stabilendo una saggia libertà in Piemonte e tenendo alta la bandiera dell’indipendenza italiana. Il conte di Cavour seppe far prender posto alla sua patria fra le più grandi potenze d' Europa, e seppe trascinare la Francia ad una guerra in Italia. Il partito rivoluzionario, non volendo rimanere estraneo ad ogni movimento fu obbligalo di giurare fedeltà a Vittorio Emmanuele. La pace di Villafranca lasciò l'Italia centrale senza sovrani effettivi; ma il partito costituzionale non si perdette d' animo, governò in nome di Vittorio Emmanuele e disse all’Europa: «Voi non amate le rivoluzioni, ebbene noi non vogliamo che la nazionalità ed una libertà moderata, e quindi ci diamo all'unico re che ce le garentisce.» Queste parole, dette in un tuono fermo, produssero il loro effetto e l'annessione ebbe luogo.


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Se gli avvenimenti avessero seguito il loro corso naturale, che ne sarebbe avvenuto? Essendo all’Austria proibito d'intervenire, il partito moderato negli Stati della Chiesa e nel regno delle Due Sicilie avrebbe coll’aiuto della diplomazia cercato d'indurre que' Governi a concedere alcune guarentigie, che avrebbero condotto all'emancipazione nazionale, o avrebbero creato al Piemonte un pretesto d'intervenire, dichiarando la guerra. Invece una spedizione maravigliosa libera la Sicilia, spinge il Borbone dietro il Volturno, e toglie il più grande ostacolo all'unità d'Italia. Poteva Cavour far perdere il frutto di questa vittoria? Da uomo ardito per costituire la nazionalità fece alleanza colla rivoluzione per combatterla a suo tempo. Senza farsi scrupolo invase le Marche e l'Umbria e strinse la mano a Garibaldi.

L'antagonismo però scoppiò terribile dopo la vittoria, e solo la presenza dell'Austria nella Venezia e della Francia a Roma impedì un'aperta collisione. Finito il combattimento, comincia l’opera dell'organizzazione. Il partito rivoluzionario dice: «dobbiamo prima compiere la liberazione della patria e poi organizzarci», ed il partito costituzionale risponde: «dobbiamo prima organizzarci e poi compiere la liberazione della patria». Ma qui finisce l'abilità del partito costituzionale. Esso, per compiere la liberazione d'Italia, aveva avuto bisogno di tenere continue relazioni co’ vari Stati, e naturalmente si giovò degli emigrati a questo scopo. Questi emigrati però a poco a poco s'erano elevati a rappresentanti de’ loro paesi natii, e cercarono di penetrarvi quali proconsoli piemontesi per spargervi la luce ed il progresso. Costoro hanno formato il più grande ostacolo all’unità d'Italia, poiché hanno falsato agli occhi del Governo centrale i bisogni dei loro paesi.

Per farsi legislatori, dissero essere necessario le leggi del Piemonte. Per assicurare l'unita, dissero essere urgente strozzare tutti gli interessi e compiere a furia di decreti quell'unione economica e materiale, che solo al tempo era dato di fare.

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Intanto il paese non era amministrato, si vedeva ammiserito, ed, ignorandone la causa, si diceva spogliato. Non chiamando al governo gli onesti di tutti i partiti, odiando gli uomini di azione, perché rivoluzionari, e quelli che aveano avuto rapporti col passato, perché dell’antico regime, l'amministrazione cadde in mano a persone che non ne sapevano un'acca e non aveano altro merito, se non di godere le grazie di quella consorteria. Intanto l'ordine sociale pericolava per mancanza di governo, e pochi ladri di campagna e qualche soldato sbandato, che avrebbero potuto essere arrestati da pochi gendarmi che si fossero trovati sopra luogo, hanno costituito il brigantaggio, a cui la storia dovrà consacrare molte pagine dolorose.

Il partito rivoluzionario non si è fatto sfuggire l'occasione di censurare tanti errori e di elevarli a colpa. Vedete, esso diceva, l’anarchia, la miseria dipendono dal non aver voluto compiere la rivoluzione. I briganti sono reazionari alimentati da' monaci e da' preti. Bisogna distruggere il male dalla radice, non transigere col passato. Il popolo che non penetrava nelle alte regioni della politica e vedeva personificato il partito moderato nella consorteria, fece eco a queste voci, e quindi si confuse la politica coll’amministrazione, il mezzo col fine. L'istesso Governo centrale perdette di mira i principii e si abbandonò ad una politica empirica, che produsse le più tristi conseguenze. La maggioranza del paese non fu rassicurata, l'ordine non fu mantenuto, e coll’ordine cessarono il commercio, l'industria, ogni prosperità pubblica e privata. E, quel che fu peggio, il Governo rinnegò i principii, e da moderato si fece rivoluzionario per metà, senza avere il coraggio della rivoluzione. La libertà individuale non fu sospesa; ma gli arresti succedevano a centinaia: tribunali straordinari non furono stabiliti;


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ma fu lecito fucilare senza processo, senza una legge, in virtù d'istruzioni segrete. Il Governo pose il colmo alla misura richiamando un amministratore sperimentato, perché chiedeva truppe, e mandando un generale di conosciuta energia, al quale pure dovette concederle. Il brigantaggio non cessò, si allontanò dalla capitale; il commercio, l'industria non rinacquero. Il Governo allora pose mano ad un rimedio eroico, abolendo la luogotenenza e concentrando tutto a Torino.

Abbiam veduto l'indole della rivoluzione italiana tutta politica e nazionale. Essa ebbe per origine il partito delle riforme, che si mutò subito in partito costituzionale. Questo partito, dovendo conquistare ad un tempo la libertà e l'indipendenza, nella scelta, si decise per l'indipendenza, ed ebbe per soprammercato la libertà. Il partito avverso, che preferiva ad ogni costo la libertà come mezzo per acquistare anche l'indipendenza, fu obbligato a seguirlo. Il partito costituzionale dopo la vittoria non seppe mantenersi puro e degenerò in consorteria. Ciò diede occasione al partito rivoluzionario di rimproverargli il mancato successo. Il popolo senza indagare fé cause si accostò a questo partito, che si mostrava pietoso a' suoi mali. Ci resta ad esaminare il programma di questo partito per vedere, se colla sua attuazione, si possa giungere più sicuramente all'unità nazionale.

II.

Potremmo riferire dieci o dodici programmi del partito rivoluzionario, tanto ideali che storici. Ci limiteremo a notarne le idee principali, ed a riportare, riguardo ali' Italia, le parole pronunciate dal deputato Ferrari in un ultimo discorso, che benissimo si possono considerare come un programma.

La politica del partito rivoluzionario puro si può caratterizzare con due parole: distruggere tutto ciò che si oppone alle proprie idee.

Esso vorrebbe realizzare tutto l'ideale umano, accennato nella

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Repubblica di Platone e nel Vangelo. Libertà, eguaglianza, fraternità sono le sue massime favorite e finché si limitasse a farle trionfare colla persuasione, non vi sarebbe nulla di meglio. Ha esso è posseduto dalla furia delle idee, e ragiona cosi: Che s'oppone a rendere felice l'umanità? La monarchia? abbattiamo i troni — la religione positiva? — distruggiamo il sacerdozio— l'aristocrazia di nascita o d'ingegno?— passiamo la livella sopra tutti gli uomini, facciamo in modo che fisicamente nessuno conti più d' un altro — la proprietà? —proclamiamo il diritto al lavoro e l'abolizione graduale dell’eredità affinché ad ogni generazione cominci il mondo da capo. Queste sono le idee espresse o sottintese del partito rivoluzionario puro in Europa.

In Italia però queste idee sono poco o nulla penetrate, poiché, ad onta della schiavitù sofferta, questa nazione ha conservato il suo senso politico maraviglioso. Per la Italia il partito rivoluzionario si restringe a proclamare il regno graduato della democrazia pura; ma, se si lasciasse fare, involontariamente arriverebbe al socialismo. Però in Italia, come abbiam detto in un altro articolo, la società è basata su' principii del 1789 e non v'ha nulla da fare sotto questo rapporto. Si potranno dividere al popolo tutti i beni demaniali, tutti i beni del clero, ma altra volta abbiamo dimostrato che ciò equivarrebbe a prendere dalle casse dello Stato una somma di danaro e darlo a' poveri, poiché i beni demaniali sono proprietà dello Stato, cioè di tutti, ed il clero deve essere dotato in beni o in denaro. Al contrario questa operazione non contenterebbe che venti o trentamila persone e renderebbe necessario un accrescimento d imposte sul resto della nazione. Se si volesse andar oltre, si potrebbero mettere tasse su' ricchi per procurarsi seguaci fra' poveri.

Sarebbe sempre però maggiore il numero di quelli che rimarrebbero scontenti di quelli che sarebbero contenti.


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La produzione cesserebbe, e la classe laboriosa resterebbe senza lavoro, cioè senza pane. Dunque nulla di tutto questo è possibile in Italia. Vediamo che propone il deputato Ferrari, che noi citiamo in preferenza, perché essendo scevro da ogni ambizione personale, dice schiettamente la verità, cioè quel che pensa.

Voi volete l’unità, egli dice, ma questa parola deve avere un significato positivo, altrimenti non troverà eco nel paese. Macchiavelli è stato il primo a proporla e le ha dato un significato preciso. Egli ha combattuto il patto di Carlo Magno, cioè l’Impero e la Chiesa, per sostituirvi la libertà o il dispotismo di Roma antica. Egli vide la rovina d'Italia nella religione di Cristo, che ha avvilito gli animi, umiliato il ciclo, mettendovi i santi in luogo degli eroi. «Questo concetto è insensato e favoloso, esclama il Ferrari, ma i tre secoli scorsi da Macchiavelli in poi ci mostrano appunto la riabilitazione della ragione, gli eroi ristabiliti nella loro gloria, ed i diritti nostri proclamati e soprapposti nel 1789 a tutte le religioni. Tale è il senso dell'unità italiana ma, se togliete questo senso, ogni città, ogni rudero insorgerà contro di voi.... Che parlate voi d'unificare la nazione? L'Inghilterra è uno de’ più grandi Stati d'Europa e non è unificata... Che cosa promettete voi? Centralizzazione politica e decentralizzazione amministrativa. Ma questi concetti s'escludono a vicenda, il Governo siegue sempre l’amministrazione; la politica l'economia politica». Verso la fine del suo discorso, quasi atterrito del senso che ha dato all’unità italiana, soggiunge: «Havvi un mezzo nelle cose umane; la stessa proprietà è un mezzo fra la comunità assoluta e l'allodio assoluto. Ebbene, trovate questo mezzo nella religione ed avrete scoverto il principio che vincerà d'un tratto i conventi del mezzodì, i vescovi dissidenti, le moltitudini superstiziose, la ribellione del brigantaggio». Egli si guarda bene di proporre questo mezzo, perché non lo può trovare.


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Il discorso del Ferrari si può tradurre in questi termini: l'Italia geograficamente e storicamente è destinata ad essere federale; voi la volete rendere unitaria, dovete dare alle popolazioni l'equivalente di ciò che avrebbero nella forma antica, e quindi una libertà maggiore, una ricchezza maggiore; ciò può solo ottenersi togliendo di mezzo il Cristianesimo, cioè attaccandosi esclusivamente a' beni della terra per produrre di più e godere di più. Noi non vogliamo essere indiscreti coll'allargare il significato di ciò che l'oratore propone, servendoci delle altre sue opere, ma preferiamo tenerci strettamente al suo discorso. Il Ferrari per attuare l’unità propone la riforma religiosa, che produrrebbe la riforma sociale. Essa naturalmente non dovrebbe compiersi per mezzo della persursione, perché ci mancherebbe il tempo, dovendosi le nostre sorti decidere nel giro di qualche anno. Dovrebbe essere l'effetto della forza, ma la forza non può nulla contro le idee. È chiaro che il Ferrari crede l'unità d'Italia impossibile.

Ma non tutti i rivoluzionari sono tanto dotti e tanto arditi quanto il Ferrari, e perciò esiste un altro programma subordinato al primo. Esso consiste nell’armar tutta la popolazione, maschi e femmine, e marciar allo istante contro l'Austria, nel cambiar tutti gli impiegati per render felice il popolo. In quanto al primo de’ mezzi proposti, è inutile di far osservare che la guerra contro l'Austria non può essere che una guerra eminentemente strategica, che si decide in poche giornate e che poco gioverebbero le leve in massa. In quanto al secondo mezzo vorremmo che fosse efficace, pochè che importerebbe alla nazione che gli impiegati fossero questi e non quelli? Sappiamo per prova però che i buoni amministratori ed i buoni magistrati non s'improvvisano e crediamo questo mezzo di ninna efficacia. Ma infine bisogna finirla una volta, ci si risponde, bisogna usar mezzi energici e,


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se l'unità non si può far colle buone, bisogna farla per forza. Se non si trattasse della salvezza della patria che non appartiene esclusivamente a voi, ma appartiene a tutti: fatela, noi soggiungeremmo, e vedremo se vi riuscirete; l'uomo non fa che quello che vuoi fare e le rivoluzioni allora riescono, quando trovano il terreno preparato. La Francia gittò 14 eserciti alle frontiere, ma tutti di volontari, e la rivoluzione non riuscì per i mezzi violenti, ma per le grandi idee che conteneva.

L'unità italiana anche contiene grandi idee, ma non quelle accennate dal deputato Ferrari. Gli Italiani vogliono una patria forte e libera. Ciò non hanno potuto ottenere colla forma federale che venne in essere, per breve tempo nel 1584 e non poté durare per le invasioni straniere che sopraggiunsero. Per cacciare questi stranieri l'accordo non ha potuto mai stabilirsi fra principi e popolo. Hanno torto gl'Italiani che si sono rivolti ad un solo di essi, dicendogli: liberateci dallo straniero e noi vi daremo tutto? —Ma l'Italia non sarà mai felice nella forma unitaria, potrebbe rispondere il Ferrari. Ciò si vedrà dopo, noi replichiamo; per ora occupiamoci a cacciare lo straniero. Per cacciarlo vi sono due vie, la via governativa e la rivoluzionaria; bisogna scegliere una delle duc. Per noi, visto che la guerra moderna differisce immensamente dalla guerra antica, per esser questa una scienza e quella un' arte, visto, che per questa guerra occorrono soldati disciplinatissimi ed. immense somme di denaro, ci determiniamo esclusivamente per la via governativa. Non escludiamo né l’entusiasmo né i volontari, ma l'entusiasmo deve scoppiare all’ora opportuna, i volontari saranno chiamati nel momento del pericolo. La Rivoluzione non ci fornirebbe che uomini ardenti, ma poco disciplinati, somme di denaro scarse e percepite con estrema violenza; farebbe sospendere i pacifici lavori, ed ammiserendo le popolazioni le farebbe insorgere alle spalle in caso di una disfatta.


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Ma, si domanda, non si potrebbero fondere insieme i due mezzi, creando un governo rivoluzionario cioè regolando la rivoluzione? Accoppiando insieme termini che si escludono noi non faremmo che confondere le idee. Teniamoci esattamente alle definizioni, se non vogliamo perdere il bandolo della nostra condotta.

Rivoluzione, noi abbiam detto, significa cambiamento violento, ed è seguita immancabilmente da una reazione, che assicura i risultati ottenuti. Il governo serve a regolare le funzioni sociali ed in questo senso ha detto benissimo il deputato Ferrari che la politica segue l'economia politica. Se vi ha una perturbazione nelle funzioni sociali, noi diremo essere in rivoluzione; se la società è libera nelle sue funzioni diremo avere un governo, qualunque siano gli uomini che reggano i vecchi od i nuovi.

Il signor Rattazzi però ha tentato di far l’amalgama delle due idee e delle due cose. Vedremo che ne seguirà.


III.


Cavour era rimasto invischiato nelle reti della consorteria. Spettava a' suoi successori liberarsene e rendere al partito costituzionale il suo prestigio offuscato. Invece di superare Cavour nella politica interna, il barone Ricasoli volle eguagliarlo nella politica estera, ove gli erano riserbati molti disinganni. Il regno rimase disorganizzato, il brigantaggio crebbe, le finanze furono esauste. L'incertezza de’ principii ha perduto il barone Ricasoli, e non gli restò che cuoprire tutte le violazioni fatte allo Statuto col suo nobile cipiglio. La scena era troppo grande per lui; non si trattava solo di mantener l’ordine e di tener fermo contro alle apparenti resistenze della Francia come in Toscana; ma di creare un nuovo ordine di cose. Non vi volea fermezza, ma destrezza.


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Il barone Ricasoli cadde compianto solo per la lealtà del suo carattere, a cui tutti i partiti resero giustizia. Quale fu il programma del sig. Rattazzi? Incerto, vago per non urtare di fronte l'antica maggioranza, ma lo si avrebbe potuto riassumere in una sola parola: armamento. Il sig. Rattazzi si presentava preceduto da qualche fosco antecedente, quello di Novera; ma sarebbe ingiusto attribuire a lui solo gli errori dell'intera nazione. Il nuovo presidente del Consiglio pretendeva piacere ai due partiti, al rivoluzionario, al quale prometteva l'armamento a più non posso, ed al moderato al quale ricordava la buona accoglienza avuta dell’Imperatore dei Francesi. Il primo di questi partiti l'accoglieva come il non plus ultra delle sue speranze, il secondo lo guardava in cagnesco, specialmente la parte di esso che avea formata la consorteria. Sia il sig. Rattazzi ha trovato la situazione, non l’ha fatta, e perciò bisogna essere indulgente con lui. Egli è stato collega di Cavour per molti anni e non si può non annoverarlo nel partito costituzionale. Ha trovato una rivoluzione compiuta; può respingerne gli autori? Noi non lo pretendiamo, perché non facciamo quistione di persone. Noi vogliamo che formi un Governo, contemperando i nuovi co’ vecchi elementi, che serbi illesa l'iniziativa dello Stato da ogni pressione d'individui o di partito; che renda possibile alla società d'adempiere le sue funzioni, assorbendo tale forza nello Stato che basti all’andamento degli affari ed al compimento della liberazione della patria. Noi vogliamo l'armamento fatto con tutte le regole militari, riserbandoci nel giorno del pericolo a chiamare tutti i figli d'Italia. Venezia e Roma saranno le conseguenze certe di questa politica. Così facendo, egli non seguirebbe il programma del partito rivoluzionario, anche valendosi degli uomini della rivoluzione. Egli non farebbe l’amalgama di due principii inconciliabili, ma la sintesi vigorosa della parte sana della società.


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Egli reagirebbe contro le smodate passioni, che potrebbero compromettere l’esito di tanti eroici sforzi. Egli sarebbe il salvatore della patria, il Cavour della politica interna.

Non basta delineare questi principii generali, bisogna attendere all’applicazione. Perché la società sia libera nelle sue funzioni è necessario assodare la quistione finanziera; bisogna correggere l'organismo dello Stato, poiché Stato e società sono come l'anima ed il corpo, si tengono strettamente congiunti. L'organismo de/lo Stato deve essere semplificato. Bisogna sgravarsi dell'istruzione primaria affidandola a' Comuni; della secondaria dandone il carico alle province e ritener solo la superiore; non pensare affatto alle strade comunali e provinciali, ma esclusivamente alle nazionali ed alle strade ferrate, aspettando tempi più tranquilla per dare un impulso attivo alle Province ed a' Comuni. otto lutti questi rapporti. Chi troppo abbraccia nulla stringe. La polizia si potrebbe affidare a' giudici di pace, come già si praticava in queste province; ed adesso questo compito riuscirebbe loro più facile, avendo perduto molte attribuzioni coll’istituzione de’ tribunali distrettuali. Si risparmierebbero così i delegati mandamentali. I Governi provvisorii hanno profuso scuole di ogni genere, di danza, di declamazione ecc. nella Toscana e nell’Emilia; bisognerebbe tutte abolirle. Ristrette le spese al puro necessario, fa mestieri stabilire nella amministrazione delle finanze quel controllo che ora manca. Nelle nostre province i Ministri richiedevano, ma era la scrivania di razione che verificava le loro domande e ne ordinava il pagamento. La Gran Corte de’ Conti rivedeva i conti alla fine dell’anno e giudicava; cosi neppure un centesimo poteva sfuggire alla verifica. Ora tutti ordinano, la Gran Corte de’ Conti tiene un delegato per vedere, se gli ordinativi sieno conformi a' bilanci o a' regii decreti di maggiori spese, e nessuno verifica, se le spese si facciano e come si facciano.


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Il giudizio della Gran Corte dei Conti diviene illusorio, poiché potrebbe censurare operazioni, alle quali il suo delegato non uvea trovato nulla da opporre? Nelle forniture militari con questo sistema avvengono motte dilapidazioni. Questo è un punto vitale pel nostro Stato.

Ridotte le spese, bisogna pensare ad accrescere gl’introiti, e prima di mettere nuovi balzelli si deve esser sicuri che gli esistenti rendano tutto ciò che possono rendere. Nell'amministrazione doganale di queste province il guasto è orribile; l'ultimo bimestre ha reso assai meno del corrispondente dell’anno scorso, che pure fu un anno di scompiglio. Ciò fa danno all'erario ed a' privati, che non possono concorrere col controbando. Le altre tasse indirette rendono pochissimo per la mancata pubblica sicurezza. E questa la piaga speciale delle province meridionali, e si è lasciata incancrenire. Essendo inutile parlare del passato per non ripetere sempre lo stesso, crediamo proporre il seguente rimedio. Noi abbiamo due specie di briganti, alcuni mandati da Roma, che si trattengono per lo più a' confini, e questi recano minori molestie e sono tenuti a freno dalle truppe ivi esistenti. Vi sono briganti tutti indigeni, raccolti intorno a due o tre capibanda, e corrono disperatamente la Basilicata, la Capitanata e parte della provincia di Bari. Questi non si possono distruggere, se non coll'inseguirli colla spada nelle reni, e non sono che 400 o 500. Si formi una colonna mobile composta di bersaglieri e cavalleria da operare secondo la natura de’ luoghi. Si dia ordine preciso al generale comandante di questa colonna, scelto fra' più bravi dell’esercito, di non ritirarsi se non dopo distrutti i briganti. La possibilità di usare delle tende non li farà rimanere mai a cielo scoverto; sulle montagne potranno salire come salgono i briganti, i boschi si potranno circondare, richiedendo al bisogno l'aiuto delle guardie nazionali, e anche, se occorra, perlustrare.


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Non crediamo che i briganti possano resistere a questa caccia nelle regole, e senza commettere atrocità sarebbero tutti presi od uccisi. I prodi soldati che avrebbero formato questa colonna avrebbero reso i più grandi servigi all’Italia e non bisognerebbe essere avaro con essi né di ricompense né di onori.

Riassumiamo i nostri desideri in poche parole: restrizione de’ servizi ordinari per economizzare nelle spese, sicurezza pubblica per accrescere la fortuna de’ privati e gl'introiti dello Stato, armamento efficace e fatto in tutta regola per finire di liberare il suolo della patria. Con questa politica i partiti starebbero al loro posto, la fiducia rinascerebbe e con essa il credito pubblico. Il Governo terrebbe contenti i popoli ne' tempi ordinari, si troverebbe munito di tutti i mezzi ne' tempi straordinari.

Ma, se il signor Rattazzi desse un' altra interpretazione al suo programma? Se non tenendo la rivoluzione per fatta, volesse compierla? Allora domanderemmo al passato un insegnamento pel presente, e ci riporteremmo colla mente al 1848 e 1849. Le leggi della natura umana son sempre le stesse; eccitate le passioni ne seguirà uno scoppio. La piazza diventerà il Governo, i buoni perderanno fiducia e la causa della nazione sarebbe rimessa tutta intera nelle mani di Dio.

Queste considerazioni ci sono state suggerite dallo stato presente delle province napolitane. Noi non abbiamo mancato di seguire codesta quistione nelle varie fasi. Dopo la venuta di Garibaldi gridammo all’annessione, perché temevamo che la rivoluzione abbandonata a sé stessa avesse potuto straripare e perché stimavamo necessario un rinforzo di truppe regolari a' prodi volontari che combattevano sul Volturno. Non ci curammo che l'annessione si facesse incondizionata, perché pensammo alla salute dell’Italia intera, non alle nostre condizioni particolari. Appena stabilito il Governo regolare


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ci vedemmo dati in preda alla consorteria. Gridammo perché le leggi del paese fossero rispettate, non spettando che al parlamento decidere come e quando dovessimo perdere l’autonomia. Appena udimmo le interpellanze del signor Massari insistemmo fortemente, perché si fosse cercato al Parlamento il mantenimento incolume della Luogotenenza e l'abolizione di molte leggi provvisorie fatte prima del 17 febbraio. Protestammo contro l'invio de’ Governatori estranei a queste province, invocammo un sufficiente numero di forze militari per spegnere sul nascere il brigantaggio. I nostri reclami e quelli de’ nostri confratelli furono lasciati senza risposta da parte del paese e da parte del Governo.

Ora non è tempo più di rimedii speciali, la quistione è una per tutta l'Italia, e non esitiamo ad accettare la situazione che ci è stata fatta.

Vorremmo solo che tante sofferenze non andassero perdute. Coll'aver voluto tutto centralizzare, la responsabilità è cresciuta nel Governo; bisogna saper adempiere a' doveri assunti. Si sono serviti della speranza di aver subito Roma per portar tutto a Torino, ora questa speranza è forse lontana e noi siamo costretti ad aspettare. Ma bisogna parlar francamente, non perdere un momento per organizzarci. L'Italia ha bisogno di ordine, di un momento di riposo per poter riprendere il suo cammino. Che ogni pensiero, ogni sforzo sia rivolto alla meta; ogni più nobile passione deve tacere innanzi alla voce della patria. Il Ministero Rattazzi è un Ministero di prova; ora è il tempo di mostrare che non a caso l'Italia è stata a capo della razza latina.

Non perdiamo di vista il nostro punto di partenza, siamo fedeli a' principii. Nel 1846 l'Italia era nell'abisso, il partito moderato la fece risorgere e la condusse quasi alla vittoria. Nel 1849 cadde di nuovo e lo stesso partito la condusse a Magenta e Solferino. Un partito più avanzato volle venire in suo soccorso;


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l'unità fu forse affrettata, ma ora nessuno ha diritto di comprometterla. Le rivoluzioni sono come gli uragani, servono a purificar l’aria; nulla si edifica colla tempesta. Ora tutto è distrutto, bisogna edificare, e quello che resta ad ottenere spetta alla diplomazia ed alla guerra.

Attendiamo gli avvenimenti per giudicare, se ci siamo ingannati.


La Centralizzazione (1).


I.


Noi assistiamo ad una grande epoca. Una nazione risorge dalla tomba per prendere il posto che aveva perduto nella storia. Per la prima volta i suoi rappresentanti si veggono riuniti in una grande assemblea a dettar leggi. Finanza, lavori pubblici, istruzione pubblica, regime civile e politico, tutto era da rivedere per rendere uniforme e migliorare. Il Parlamento però ha trovato questa grande opera pregiudicata dalla fretta adoperata nel distruggere ciò che esisteva ne' vari Stati. La sua attenzione inoltre è stata assorbita dalle necessità della situazione politica generale e non ha potuto occuparsi che di leggi parziali, senza avere il tempo di formarsi il piano dell’edifizio da innalzare.

Noi avevamo preparato alquanti studi sulle varie parti dell’amministrazione, che avremmo desiderato pubblicare a misura che i vari progetti di legge venissero proposti al Parlamento; ma questo tempo ci sembra ancora lontano e ci determiniamo a dare in luce alcuni articoli sulla centralizzazione, che è la quistione cardinale dell’organismo dello Stato, per aiutare, secondo le nostre deboli forze comportano,

(1)10 Aprile 1862.


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ogni cittadino a farsi un'idea chiara di ciò che debba desiderare.

Molti scritti sono apparsi intorno a codesta questione in Francia ed in Italia. Ne citiamo i principali: Odilou Barrot, La centralisation, Laboulaye. L'Èlat et ses limites, Dupont White, L'individu et l'Èlat, lo stesso, La centralisation, Elia Regnault, La province ce qu'elle est, ce qu'elle doit étre, Matteucci De l'organisalion du royaume d'Italie nella Revue des deux mondes, Augusto de’ Gori, Dell’amministrazione comunale e provinciale, la vita di Marco Minghetti nella collezione Pomba, Giorgini, La centralizzazione, Torchiarulo, idem. In tutti questi scritti la quistione è stata trattata presso le due nazioni che sentono eguale bisogno di scioglierla, con ragioni storiche e filosofiche.

Riesce infatti difficile dividere la storia dalla filosofia; poiché, se questa rappresenta il pensiero astratto dell'umanità, quella in gran parte ne rappresenta il pensiero spontaneo. Al contrario, come poter concepire la ragione fuori del tempo e dello spazio, come isolare l’uomo da tutto ciò che lo circonda? Guarderemo anche noi la quistione sotto i due lati distinti.

Per non andar soggetti ad errare, bisogna farsi un concetto chiaro della politica, cioè della scienza di regolare gli Stati.

La politica è un frammento del sistema sociale, dice uno de’ nostri più celebri scrittori.

Infatti, è impossibile concepire un governo senza la società, se pur fosse possibile immaginare una società senza governo. L'uomo per vivere deve soddisfare a bisogni materiali e spirituali, ed a ciò non basta da so solo. L'istinto di associazione sta nell'umana natura; quindi la società esistette appena gli uomini si moltiplicarono. Per regolare questa società fu inventato il governo, sulle prime patriarcale, poi aristocratico, indi monarchico assoluto, in ultimo popolare.

I poteri del governo si allargarono o si restrinsero secondo lo stato della società richiedeva.

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In generale si può ritenere nell'antichità essersi sagrificato l'individuo allo Stato, nel medio evo essersi sagrificato lo Stato all'individuo, e nell'età moderna cercarsi di conciliare i diritti di entrambi senza che il bene generale abbia a soffrirne.

Che desidera l'uomo costituito in società? Vivere, cioè svolgersi in tutte le sue facoltà. Bisogna adunque che il governo non inceppi, anzi aiuti tale svolgimento per quanto non possa eseguirsi da' semplici individui. Quindi tutte le forme di governo son buone, quando adempiono a questo officio. Per trovare la miglior forma di governo bisognerebbe supporre una società immaginaria, come hanno fatto molti profondi pensatori, per considerare esclusivamente la natura umana. Eppure non fu possibile a Platone trovare ciò che ha realizzato la società moderna. Nella sua Repubblica vediamo disprezzato il lavoro e il commercio, ammessa la schiavitù; era sempre il mondo greco che gli stava sotto gli occhi.

La società non ha avuto un progresso pacifico e regolare; la lotta che l’uomo ha dovuto sostenere colla natura e co’ suoi simili ne ha alterato la forma. Base della politica è l'economia, che occupa oggi un posto primario nelle scienze. Non v'ha dubbio che la politica sia l'effetto dell'esercizio giuridico della nostra ragione; ma è un effetto più immediato della stessa costituzione del potere. L'uomo prende possesso dell'universo intellettualmente e fisicamente, e poi si dà pensiero di costituire un governo. Ma si obbietta: il governo è costituito nella famiglia, poiché senza famiglia non vi può esser uomo. Non si può negare che il diritto abbia fatto la sua prima apparizione nella famiglia, ma il padre già avea preso nell'universo il posto che gli conveniva. Il primo uomo anteriore alla famiglia ha dato dunque alla società una base, senza la quale non avrebbe potuto esistere.


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Non vorremmo stancare i nostri lettori colla ricerca delle origini, ma è forza proseguire per afferrare i principii. Finché la società fu ristretta nella famiglia, essa ebbe una base giuridica, ma col moltiplicarsi degli uomini, questo diritto sparve, nacque la schiavitù, nacquero le caste, alle quali ancora si discute, se bisogni dare un'origine economica o religiosa. Il dispotismo si mostra riparatore, perché frena il dominio d' una parte della società sopra l'altra, e poi l'industria ed il commercio affrettano la liberazione del maggior numero. Tutto ciò ha luogo in Oriente, dove ha principio la storia.

Proseguiamo ad interrogare la politica istintiva dei popoli prima di fermarci a quella de’ dotti. L’Europa fa la sua apparizione colla Grecia e Roma, e stabilisce il regno della libertà e del diritto. Eppure questa forma di società quanto era imperfetta! La libertà ristretta ad una sola classe, e la schiavitù creduta di diritto naturale. Il lavoro disprezzato ed abbandonato agli schiavi, sopra i cui sudori viveva l’uomo libero aiutandosi pure colla guerra e la conquista. Costui dicevasi libero, perché concorreva alla formazione della legge, ma la sua individualità non era rispettata. La forma politica predominante era la repubblica, poiché anche Roma imperiale avea lasciato alle città l'intera amministrazione di sè, sebbene ne assorbisse tutte le sostanze sotto il nome di imposte e tutti gli uomini per le legioni. La società senza lavoro attivo imputridì e, sebbene il governo avesse fatto multi sforzi per salvarla e fosse stato aiutato dal cristianesimo, pure essa cadde.

Vennero i barbari a recarci l'indipendenza individuale, ma il lavorio sociale dovette cominciarsi da capo. L’uomo si attaccò alla terra per attingervi novella forza. Nacque la feudalità ed il Governo si frazionò, perdendosi ogni idea generale. La feudalità non era la servitù, poiché l’uomo ligio si considerava l’eguale del barone e solo per sua volontà gli rimaneva fedele; le agglomerazioni di uomini nelle città non erano scomparse

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e riavutesi dall'urto delle invasioni cominciarono a costituirsi in Comuni. Il commercio e l'industria li arricchì, ed aiutati prima dalla Chiesa, poi da' monarchi formarono una nuova classe, quella della borghesia, base delle nazioni moderne. La feudalità cadde sotto i colpi della monarchia, ma se la feudalità, la Chiesa, i Comuni e la monarchia, come dice Guizot, sono i fattori della società moderna, essi agirono diversamente presso le varie nazioni d'Europa. In Inghilterra i baroni e la Chiesa si unirono a' Comuni, restrinsero il regio potere e fondarono il governo rappresentativo. In Francia, in Ispagna ed in Portogallo fu il potere regio che predominò. In Italia i Comuni crearono la civiltà moderna, che noi abbiamo dato una seconda volta al mondo. In Germania il principio feudale è stato il più forte e vi domina ancora ad onta delle vaste teorie di libertà di quella nazione di filosofi. Presso gli Slavi la classe media non si è ancora formala, non ostante gli sforzi intelligenti dell'aristocrazia in Polonia e dello attuale czar in Russia. Il dispotismo si mostra un'altra volta riparatore e l'eguaglianza è stata preparata dalla monarchia assoluta, sicché la rivoluzione francese non fece che proclamarla. In Inghilterra la monarchia ebbe un potere limitato, la feudalità fu abolita fin dal secolo XVII, ma l’eguaglianza non vi regna ancora né nelle leggi né ne' costumi, la Italia dominarono i Comuni, la feudalità fu abbattuta, ma i privilegi non furono distrutti nelle varie classi del popolo: la nostra storia però fu interrotta dalle invasioni straniere, poiché altrimenti il dispotismo de’ signori avrebbe eguagliata la società ed avremmo noi avuto i primi la libertà moderna.

Che intendiamo per libertà moderna? L'eguaglianza giuridica di tutti gli uomini, la libertà del lavoro, del pensiero ed il concorso di tutti nel fare le leggi. La società è giunta presso le nazioni latine a distruggere le classi, a render mobile la proprietà, libera l'anima ed il corpo. Il governo ne ha seguito i progressi?


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È esso sufficiente a regolarne le funzioni, ed a spianarle la via dell’avvenire? Qual parte spetta all’individuo e qual parte alla comunità rappresentata dallo Stato? Tale è la quistione della centralizzazione ne' più vasti limiti. Essa comincia dalla più alta funzione del governo e finisce alla piìi infima particolarità di amministrazione.

Dato uno sguardo all’organizzazione della società, ci resta ad indicare qual governo le sarebbe più conveniente nello stato in cui al presente si trova. Aristotile dice tre essere le forme di governo principali: la monarchica, l'aristocratica e la democratica. Un recente scrittore italiano le ha ridotte a due, cioè governo d'un solo e governo di più. Questo non ci riguarda direttamente, poiché noi non intendiamo fare un trattato di politica, ma determinar solo la parte che bisogna lasciare all’individuo nel trattare gli affari umani e la parte che spetta al governo. Di ciò ci occuperemo in altri articoli.


II.

Due grandi scuole si dividono il mondo: la liberale e la socialista.

Alla fine del medio evo l'uomo, partito dall'individualismo, si trovò avvolto in una rete d'istituzioni che il tempo avea reso inutili, e desiderò uscirne. Le leggi romane continuamente invocate dai re e dai popoli aiutarono a distruggere le inuguaglianze sociali. La ragione stanca di cercare la verità nell’ontologia si volse alla psicologia. Le scienze sperimentali fecero immensi progressi e la terra fu estesa mediante tante scoverte. Ad un'età di fede succedeva un' età d'investigazione. La società si era regolata istintivamente, ma infine il fenomeno della ricchezza attirò l’attenzione de’ dotti. Sulle prime fu creduto consistere essa ne' metalli preziosi e tutto il mondo volle possederne; onde l'errore della bilancia

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del commercio ed il sistema coloniale. Antonio Serra gettò presso di noi le fondamenta della scienza economica; ma fu in Francia ed in Inghilterra che essa fece i più rapidi progressi. Prima di Quesnay fu appena sospettato il ligame che unisce l'ordine morale coll'ordine fisico. Interrogando la natura dell'uomo e la natura delle cose, egli vide che le tre classi in cui ogni società incivilita si divide, i proprietari, i capitalisti ed i lavoratori, come le diverse nazioni che compongono il genere umano, violando la giustizia, violano i loro stessi interessi. Bisognava dunque cercare l'utile proprio nell'utile universale. Bisognava dunque non intralciare il movimento sociale, trovandosi nella libertà l'equilibrio naturale degli interessi e de’ valori. Tutto il sistema si racchiudeva in queste poche parole: Lasciale fare, lasciale passare. Se questa scuola errò nel far consistere la ricchezza nel prodotto netto della terra e non nel lavoro, come fu poi proclamato da Adamo Smith, questo errore è abbastanza compensato dalle verità poco anzi enunciate.

I fisiocratici ed Adamo Smith furono i precursori della rivoluzione francese. Fu d'uopo spazzare il suolo da tutti i ruderi del passato, liberare l'industria il commercio, e l'uomo rimase solo innanzi alla società, armata del terribile principio della concorrenza. Questa solitudine fece paura. L'industria ed il commercio prendendo immense proporzioni ebbero varie crisi e fecero parecchie vittime. Si vide il campo sparso di morti e non si badò più alla grandezza della vittoria. Si cercarono le cause da per tutto e vedendo che l'uomo individuo faceva un uso troppo micidiale della sua libertà di azione, si volle trovar un modo di frenarlo col principio d'associazione. Saint-Simon fu il primo a proclamare l'utilità di questo principio. Egli desiderava l'abolizione dell'eredità e della famiglia e la retribuzione di ognuno secondo la sua capacità e le sue opere. Fourier spinge oltre


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questo principio, proponendo di riunire tutto il genere umano in tanti gruppi di ogni età e di ogni sesso, collocati in tanti opifìcii chiamati falansteri, in cui ognuno si dedicherebbe ad un lavoro attraente. Abbandonato l'uomo a' suoi istinti, e regolarizzati questi per mezzo dell’associazione, ogni male cesserebbe e la ricchezza nascerebbe da sè. Tutti i moderni socialisti non hanno fatto che svolgere ed ampliare le idee di questi due celebri scrittori.

In Germania intanto la filosofia, seguendo a svolgere i dati psicologici posti da Cartesio, riusciva allo scetticismo di Kant. Pensò uscirne coll’unità di sostanza già proclamata da Spinosa. Schelling, Hegel, Krause sostennero il panteismo, sebbene di diversa specie. L'individuo si vedea assorbito nella società, come la società nella natura o nel pensiero. La scuola di Krause si applicò specialmente all’organizzazione della società e del governo, e le sue idee furono rese popolari in Europa da Ahrens.

II governo per la scuola liberale sarebbe ridotto a mantener l'ordine, lasciando all’iniziativa individuale tutto il lavoro sociale. Tipo di questo governo sarebbero l'inglese e l'americano, le due nazioni che hanno meglio applicato le dottrine economiche. Per la scuola che noi abbiamo chiamato socialista l'uomo è una persona, perché ragionevole. Egli gode dritti costitutivi della sua personalità, cioè quelli che derivano dalla libertà, dall'eguaglianza e dalla sociabilità. «Ogni uomo in quanto è uomo, dice Ahrens, ha dritto alle condizioni necessario pel suo svolgimento fisico e morale. Queste condizioni in parte dipendono dalla sua propria attività, ma laddove la sua attività non è bastante, fa d" uopo che la società gli venisse in soccorso. Finché la politica non avrà trovato i mezzi di assicurare a tutti gli uomini queste condizioni che dipendono dalla società intiera, non solo la giustizia non sarà soddisfatta, ma la società sarà in pericolo». Lo Stato adunque deve assicurare lo sviluppo dell'individuo sotto il rapporto religioso,


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scientifico, artistico, industriale e commerciale, civile e politico, senza intervenire nel movimento interno di questo svolgimento e senza nemmeno pretendere di dirigerlo. Lo Stato poi è l'organo del dritto e deve mantenere la giustizia e sebbene l’Autore non vuole che abbia una preminenza sulle altre istituzioni, pure ciò è inevitabile, poiché come si può mantenere la giustizia senza intervenire in tutte le quistioni, sentir tutte le ragioni e pronunciare un giudizio? Per far comprendere l'unità sintetica della vita sociale che vorrebbe veder rappresentata, l’Autore dice che la società non deve formare uno Stato solo, ma una confederazione di Stati costituiti dagli ordini politico, religioso, scientifico, artistico, industriale e morale. Il socialismo che la scuola francese volea veder costituito sotto il solo lato economico è esteso dalla scuola tedesca a tutta la sfera d' attività umana.

Ma non v' ha una via intermedia fra' due punti estremi? Deve l'individuo essere abbandonato a sé stesso o reso schiavo d' un potere che l'opprima a nome di tutti? Il sistema francese ci offre un esempio di questa via intermedia. II celebre libro di Tocqueville L'ancien régime et la Rèvolution ci mostra la centralizzazione stabilita in Francia prima del 1789, e resa più odiosa dall’ineguaglianza delle classi. La rivoluzione ebbe doppio scopo, stabilire l’eguaglianza sociale e la libertà politica. Nel 1789 la centralizzazione fu soppressa. «Ma quando quella generazione vigorosa che avea cominciato la rivoluzione, dice Tocqueville, fu distrutta o indebolita, come accade ad ogni generazione che metta mano a simili imprese; quando, come suole avvenire, l'amore della libertà si fu scoraggiato o illanguidito in mezzo all'anarchia o alla dittatura popolare e la nazione avvilita cominciò a cercare un padrone per ogni dove, il governo assoluto trovò per rinascere e stabilirsi mille facilitazioni che non sfuggirono a colui che fu nello stesso tempo il continuatore ed il distruttore della rivoluzione.»


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Delle due passioni che avevano mosso la Francia, la libertà cedette il luogo all'eguaglianza, e la centralizzazione fu ristaurata mille volte più assoluta che non era sotto l'antico regime. Quante volte si tentò poi di creare libere istituzioni non si fece, secondo l'energica espressione del citato autore, che mettere la testa della Libertà sopra un corpo servile.

La Rivoluzione fece, come suoi dirsi, il giro del mondo. Da per tutto trovò spianata la strada da' progressi del potere assoluto e dalle riforme de’ principi illuminati. Dopo la vittoria della Santa Alleanza molte novità furono ritenute o adottate perché rendevano più libera l'azione del potere e più sollecito il disbrigo degli affari. I governi perdettero cosi la loro base storica, ed i popoli cercarono costituzioni tutte razionali. Tale è oggi lo stato del continente.

Si scese nell'animo umano per trovare il tipo del governo. Ogni divina ed umana cognizione si compone al dir di Vico di tre elementi: nosse, velle, posse, cioè della intelligenza, della volontà e della potenza di esecuzione. In Dio, il conoscere il volere ed il potere sono infiniti; nell’uomo finiti. Nello stabilire un governo bisogna tener presenti i tre elementi che costituiscono l'uomo, cioè far dominare l'intelligenza mediante la volontà che è messa in atto da' sensi, cioè dal corpo. Ebbene, all'intelligenza corrisponde il potere legislativo, alla volontà l'esecutivo ed al posse cioè all'esecuzione, l'amministrazione pratica. Fra gli scrittori francesi, il Laferrière p. e. senza elevarsi alla semplicità de’ principii di Vico dice: II Governo deve essere fondato sulla natura dell’uomo e della società, su' rapporti moralmente necessari che ne derivano e sull'obbligo di proteggere la loro condizione attuale e la loro tendenza a progredire. Il potere legislativo corrisponde all’intelligenza dell’uomo, l’esecutivo alla volontà, il giudiziario alla volontà che comprime le passioni, lo spirituale alla fede insita nell’uomo,

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la cui perfettibilità viene rappresentata dai principio d'elezione o dall’intervento della società nello Stato, dal principio dell’insegnamento pubblico e privato, e dalla libertà della stampa.

La base dal Governo è adunque la ragione e tutti vi debbono concorrere coloro ne' quali non si presuma offuscata dall'ignoranza o da selvagge passioni. L'intelligenza non può essere soggetta al numero, ma bisogna cercare che il numero, per quanto più si può, si faccia intelligenza.

Nelle costituzioni francesi dal 1814 al 18*32 questi principii furono consacrati quando con più e quando con minori attribuzioni in favore dello Stato. Un gran numero di regolamenti indicò quel che dovesse farsi o non farsi, senza che l'individuo fosse assolutamente spogliato di ogni iniziativa. Questo stesso sistema si propagò negli altri paesi di razza latina, che adottarono istituzioni liberali. Bisogna convenire che la comune origine vi contribuì molto, poiché non invano questi paesi molti secoli addietro aveano fatto parte d'uno stesso impero e perciò gli elementi romani dovettero conservarvi maggior forza che ne' paesi germanici. Ma il principio del libero lavoro proclamato dagli economisti deve produrre i suoi frutti. Esso non ammetterà il principio di associatone, se non per libera e spontanea scelta e non perché lo Stato l'impone. Le attribuzioni dello Stato debbono essere ristrette a mantener l'ordine, ad amministrare la giustizia, a reprimere più che a prevenire. Ciò non potrà farsi in un momento, perché la società deve pagare i debiti contratti cogl'individui nell'assumere la direzione di tutto. L'istruzione deve essere propagata, le vie di comunicazioni finite, la pace stabilita all’esterno, affinché i capitali non distratti in ispese improduttive possano essere sufficienti alle richieste di ognuno. I Ministeri stabiliti nel doppio scopo di conservazione e di progresso perderanno le loro attribuzioni, che passeranno agli individui


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ed alle istituzioni locali. I popoli latini giungeranno al punto, ove sono arrivati gli anglo-sassoni, ma ottenendo prima l’eguaglianza e poi la libertà.

Vedremo in un altro articolo i limiti che separano il governo dall’amministrazione e fin dove sia desiderabile che s'estenda il potere centrale.


III.


Si governano gli uomini, si amministrano le cose; si può governare da lontano, si deve amministrare da vicino. Con queste due massime credesi stabilita la differenza fra governo ed amministrazione e limitata la sfera rispettiva. La cosa però non è così semplice come sembra a prima vista. Il potere esecutivo si divide in due rami distinti, il giudiziario che intende a far osservare certe determinate leggi qua«i tutte d'interesse privato. ed il politico e amministrativo propriamente detto. Siamo costretti ad usare i termini, politico, ed amministrativo, per indicare il potere incaricato di mandare ud esecuzione tutte le leggi, il cui adempimento non è commesso al potere giudiziario. Queste leggi possono riguardare promiscuamente le persone e le cose, e l'interesse di tutto lo Stato o d'alcune località.

La parte generale del Governo, che bada affinché le funzioni della società non sieno impedite da nessun ostacolo esterno secondo che le leggi hanno stabilito è detta politica. La parte che ne cura l'esecuzione parziale secondo gli ordini ricevuti è detta amministrativa.

L'uomo è spinto ad associarsi da una delle qualità costitutive di sua natura. La prima associazione è la matrimoniale, dalla quale ha origine la famiglia; l'altra è la comunale che avviene colla unione di molte famiglie, e la terza è la nazionale che costituisce lo Stato per lo più composto da individui di una stessa nazione.

Le relazioni di famiglia sono regolate dal diritto privato,

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poiché lo Stato non conosce che cittadini. Le due altre associazioni hanno interessi distinti; non bisogna togliere al Comune per dare allo Stato, non bisogna togliere allo Stato per dare al Comune. Ma, se si lasciassero questi due interessi a fronte l’uno dell’altro l’urto ne sarebbe terribile, e però come punto di congiunzione e di amalgama fu creata la Provincia. La disposizione del territorio favorisce questa distribuzione, poiché da essa deriva che parecchi Comuni abbiano interessi differenti da quelli di molti altri. Adunque il cittadino deve avere una sfera di azione nel Comune, nella Provincia e nello Stato. Questa sfera sarà più larga o più ristretta secondo le condizioni della civiltà ed i dettami della scuola che s'intende seguire, cioè quella dello sviluppo individuale detta di self governement o dello sviluppo sociale, da noi detta socialista

E qui dobbiamo esaminare una dottrina, la quale vorrebbe allargare la sfera d'azione del potere centrale, dicendo che quanto più la civiltà cresce, tanto più si senta il bisogno di limitare la libertà individuale nell'interesse di tutti. Ma la quistione della centralizzazione non sta in ciò; poiché, se la libertà individuale deve essere limitata, bisogna vedere chi la debba limitare. È chiaro che ciò spetta al Comune nell'interesse de’ suoi abitanti ed allo Stato negli interessi puramente generali che non sono molti. In Inghilterra, ove la centralizzazione amministrativa non esiste, ne' Comuni i regolamenti sono giunti all'infinito. Però lo Stato ha l'obbligo di proteggere l'individuo e le future generazioni contro l’abuso del potere locale; altrimenti l'associazione generale sarebbe inutile. Quindi lo Stato in questo senso è intervenuto anche in Inghilterra, coll'atto di riforma municipale del 1835 e con quello del governo locale del 1858, oltrecchè nessuna nuova imposta può esser posta e nessuna alienazione può aver luogo senza un atto del Parlamento detto privale bill.


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Quali sono le attribuzioni meramente politiche necessario ad un Governo? Dovendo per sua istituzione principale mantener l'ordine ed amministrar la giustizia nell'interno e mantenere l'indipendenza nazionale all'esterno, gli sono necessari! i mezzi per raggiungere questi fini. Quindi l'esercito, la diplomazia eia nomina de’ pubblici funzionarii per mantener l'ordine generale, appoggiandosi alle autorità locali, e per amministrar la giustizia. Quindi le somme necessario per sopportar queste spese. Questo è il minimum che gli si possa concedere in una società qualunque; ma evidentemente non basta nella società come oggi è costituita. Bisogna aggiungervi l'esecuzione de’ lavori pubblici che non sieno d'interesse né comunale né provinciale, ed il mantenimento di grandi centri di pubblica istruzione, ove ognuno che voglia possa andare ad attingervi le cognizioni di perfezionamento che co’ suoi proprii mezzi difficilmente si potrebbe procurare. Tutto il resto spetta alle Province ed ai Comuni. L’ordine però si può mantenere in due maniere, in una maniera repressiva ed in una maniera preventiva. Questo dipende da' due sistemi del self-governement o dell’ingerenza governativa. Nel primo caso lo Stato ha le attribuzioni puramente necessario, affinché la vita della società non sia turbata; le leggi son fatte di una maniera precisa e la loro esecuzione può essere affidata ai tribunali anche quando si tratti di materie meramente di ordine pubblico. Nel secondo caso le leggi si pronunziano per massime generali e debbono essere interpretate ed applicate forzosamente da funzionari speciali, che hanno la facoltà di supplire per via di regolamenti. quando ciò sia necessario. È naturale che noi preferiamo il primo modo come più conforme alla dignità dell'uomo, quando il popolo è capace di sopportare questo sistema. Ed è mirabile veder qui verificata la massima che gli estremi si toccano, poiché si scorge l'individuo esser compiutamente libero nel primo stadio della società, nella vita nomade,

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e non poterlo essere se non quando sia giunto a tale grado di civiltà da aver poco bisogno della tutela dello Stato. Possiamo stabilire per regola generale crescer la centralizzazione col crescere della civiltà, e diminuire quando ciò è avvenuto.

Per poter applicare tali massime all’Italia bisogna eseminare in che stato ci troviamo! Italia è rinata alla civiltà colla forma municipale e non ha conosciuto del medio evo che la libertà municipale. Siccome le cerchia d'un Comune non bastavano allo sviluppo dell’industria e del commercio, si vide il dominio di un Comune sopra altri più deboli e l’usurpazione di un solo sopra molti Comuni e nacquero i Signori. I Re nelle due Sicilie e poi i Conti di Savoia in Piemonte fecero le veci dei Signori ne' loro paesi. L'Italia fu costituita in varii Stati e quando stavano per formare una confederazione regolare la loro vita fu alterata dalle invasioni straniere. In Italia rimasero le forme della civiltà, ma la sostanza passò in paesi stranieri. La civiltà ci ritornò di rimbalzo accresciuta e migliorata. Il Conte di Firmian prese a riparare i danni del dominio spagnuolo in Lombardia, i Lorenesi resero la Toscana il paese più civile del mondo, ed i Borboni cominciarono a far risorgere Napoli. La Rivoluzione francese venne ad accelerare questo lavorio, facendo sparite le tracce del medio evo. Ma le rivoluzioni generalmente sono accentratici, specialmente quando non sono indigene, ma importate. Inoltre questa Rivoluzione si apprese a noi, quando avea sofferto i furori della Convenzione e stava per essere regolarizzata dal Consolato e dall’Impero. Essa riformò tutto, il governo e la società. Le restaurazioni. ove ne ritennero tutto il buono ed ove la sola parte accentratrice. Il dominio straniero ritornò più duro in Lombardia, e tutte le altre parti d'Italia ne sentirono l'influenza.

Che dovea fare l'Italia per costituirsi? Cacciare lo straniero e per riuscire tutti i mezzi furono buoni.


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La forma federativa non si prestò per la malafede de’ vari sovrani; l'indipendenza de’ vari Stati fu sacrificata e si ricorse alla forma unitaria.

Ottenuto almeno in parte lo scopo, come dovea costituirsi il nuovo regno? In Italia si trovò un elemento di più, la regione, che la Rivoluzione francese non era giunta a distruggere. Bisognava conservarla o sopprimerla? Questa quistione non ebbe nemmeno l'onore della discussione; il bisogno del momento era onnipotente, l’unità sotto tutte le forme e ad ogni costo. Il sig. Rattazzi profittò del primo momento per distruggere le istituzioni municipali e provinciali in Lombardia. La legge de’ 23 ottobre 1859 da lui emanata nel tempo de’ pieni poteri fu applicata pure da Farini all'Emilia, da Garibaldi alla Sicilia e dalla Luogotenenza a Napoli. Ricasoli avea tenuto fermo per la Toscana. Si disse da Cavour, succeduto a Rattazzi, che quella legge fosse provvisoria, ed infatti fu fatto studiare un nuovo progetto dal Consiglio di Stato che dietro le radicali riforme dei Minghetti fu presentato al Parlamento; ma noi non vogliamo nulla attribuire ad ire di parte, perché supponiamo in generale gli uomini guidati da grandi idee e da grandi interessi. I progetti del Ministro Minghetti tendenti ad una decentralizzazione completa trovarono molta opposizione negli ufficii.

Parve che il sistema regionale contenesse il germe della federazione. Si sconobbe così del tutto la storia d'Italia. La morte del Cavour sciolse il Ministero ed i progetti di decentralizzazione furono ritirati. Anzi il Ministero successivo tentò di attuarla a suo modo, dandoci ciò che avea dato Napoleone alla Francia col decreto de’ 25 marzo 1852, uno spostamento di poteri col concedere più larghe attribuzioni a' prefetti. Propose alla Camera alcune leggi in conseguenza, colle quali voleva fra le altre cose dare al Consiglio di Prefettura molte delle attribuzioni


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che ora hanno le Deputazioni provinciali. Queste leggi nemmeno 'ebbero il tempo di essere approvate.

Ora ritorna Rattazzi al potere; e per prima dichiarazione fa sapere alla Camera non essere egli il grande accentratore e che la sua legge dei 23 ottobre dovesse riputarsi larghissima in confronto di quella cui succedeva. Poi coll’ultima circolare a' Prefetti ripromette di allargare la vita municipale e provinciale. Le regioni sembrano morte per sempre. Ma non è al momento della distruzione che si può comprendere il vantaggio di ciò che si distrugge.

Noi, attendendo per l’altra sessione legislativa i progetti di legge promessi per esaminarli, facciam voto che il Ministero non dimentichi che la prudenza è la prima regola nelle rose umane. Che il passaggio dalla centralizzazione alla decentralizzazione non sia tanto rapido e proceda di pari passo coll'educazione de’ cittadini, altrimenti molti capitali saranno sciupati, l'avvenire pregiudicato, e nei momento in cui più ci servirà, la forza ci verrà meno.

D'accordo sul principio, noi non vogliamo che le conseguenze riescano disastrose per inesperienza nell’applicarlo.


La proroga del Parlamento (1).


La seconda parte dello prima sessione del Parlamento italiano è compiuta, e ci par tempo di volgere uno sguardo indietro per vedere che cosa ha fatto per l'Italia. Il giorno 18 febbraio 1861 fu un gran giorno nella nostra storia. Per la prima volta si videro riuniti i rappresentanti della maggior parte della penisola. Essi avevano a risolvere due grandi problemi: costituire il nuovo regno in modo da rendere sicura la compiuta liberazione d'Italia,

(1)22 Aprile 1862.


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e sciogliere la quistione romana, cioè produrre un gran mutamento nella costituzione della Chiesa cattolica e far dare un gran passo alla civiltà del mondo.

Il regno d'Italia esisteva, bisognava soltanto organizzarlo. Il Parlamento non era che il prodotto del movimento italiano, e malgrado la fretta delle elezioni i due partiti che vi avevano prestato mano erano convenientemente rappresentati. Il partito moderato aveva raccolto a Novara una funesta eredità, ma aveva guarito le piaghe del Piemonte e l’aveva fatto entrare nel consesso delle grandi nazioni, quale rappresentante morale d'Italia. Il partito esaltato non era stato sordo alla chiamata della patria ed aiutò la guerra di Lombardia, rinforzò gli eserciti dell’Italia centrale, anzi ebbe un esercito, fece una spedizione e non si arrestò che al Volturno. Ivi i due partiti si diedero la mano, e nelle elezioni parlamentari ognuno ebbe la parte che gli spettava, proporzionata al numero de’ suoi componenti, proporzionata ai fatti che aveva compiuto a pro d'Italia.

La quistione di governo e di organizzazione non tardò ad essere posta. Bisognava arrestarsi o andare avanti, organizzare l’Italia in modo che tutte le forze del paese avessero potuto concorrere al grande scopo con maggior tempo e maggior sicurezza, o imporle un governo rivoluzionario per compiere la sua liberazione a rompicollo? Questa quistione fu posta dai primi giorni ed occupò quasi intera la prima parte della sessione. Garibaldi si recò in persona per sostenere il suo sistema, ma perdè la partita. Cavour, rappresentante del partito moderato, rimase padrone del campo, facendo le necessarie concessioni al partito opposto. Gridò Roma e Venezia a piena gola, fece adottare alla Camera la legge per la mobilizzazione di 212 battaglioni di Guardia nazionale, il prestito di 500 milioni per spingere di fronte l'organizzazione dell’esercito, l’accrescimento della flotta, la pubblica istruzione, i lavori pubblici e l’ordinamento amministrativo.

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Non si aveva tempo per studiare un piano generale, e quindi si adottavano leggi piemontesi; si aveva paura de’ poteri locali e si cercava di concentrare tutto in Piemonte. Inoltre il Senato, il Consiglio di Stato, la burocrazia era in massima parte piemontese, molti deputati erano stati scelti fra gli emigrati da lunga pezza ligati al Piemonte, sicché il partito moderato, combattuto, sorpreso, non ebbe tempo di riconoscersi ed invece di cercare un punto di appoggio in ciò che esisteva di meglio in tutte le parti d'Italia, si attenne a ciò che esisteva in Piemonte.

La morte di Cavour sembrava liberare il governo da certe relazioni con persone che l'aveano abbastanza compromesso. Ma Ricasoli non ebbe la forza di crearsi nel Parlamento una maggioranza veramente italiana. Segui le orme del suo predecessore e quando poi le circostanze. rendevano incerto il suo cammino, non seppe decidersi fra l'ordine e la rivoluzione e nel momento della crisi restò abbandonato da tutti. Quando egli sali al potere era ancora tempo d'arrestare l'influenza piemontese, di serbare a Napoli e Sicilia le loro Luogotenenze ed il Governo generale di Toscana. Recandosi sopra luogo a molti sconci potevasi riparare, ma volle incentrar tutto in sua mano credendosi alto a tanto peso. Minghetti almeno era stato capace di proporre un piano generale di amministrazione, che avrebbe reso possibile un equilibrio di forze economiche e morali nella penisola e che non venne accettato, osiamo sostenerlo, perché non fu studiato abbastanza. Questo piano ha fatto in Francia ottima impressione ad onta delle sue imperfezioni parziali. Ma Ricasoli viveva di espedienti. Credendo di far cessare le lagnanze, che stimava effetto di ambizioni locali, abolì le Luogotenenze. Vedendo impossibile di decidere tutti gli affari direttamente, diede più larghe attribuzioni a' Prefetti e nel medesimo tempo per una malintesa economia aboliva i vice-governatori.


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Per le imposte, senza cercare di far rendere tutto ciò che potevano a quelle che esistevano mediante una stretta vigilanza, preparò nuovi progetti. Il denaro pubblico intanto era profuso, il prestito dei 500 milioni esaurito ed il conte Bastogi presentava nel nuovo anno un deficit di 312 milioni, che in realtà non potrà ascendere a meno di 442 milioni.

Che parte ha preso il Parlamento in tutto ciò? Una parte puramente subordinata, sicché taluno potrebbe dire con ragione essere inutile il diritto d'iniziativa che gli ha lasciato la Costituzione. Ogni deputato ha sfogato la sua bile in interpellanze, ma nessuno ha presentato un piano compiuto di organizzazione politica ed amministrativa. Alcuni dicono: il Parlamento deve vigilare, esaminare, non governare. Siamo d'accordo; ma per vigilare, per esaminare occorrono principii generali e questi principii si possono trasformare in programma ministeriale con un colpo di bacchetta, rigettando il minimo degli articoli di una legge proposta. Conosciamo che il compito era difficile, ma non impossibile; poiché l'Italia possedeva tutti gli elementi di ordine e di organizzazione. Solo così si avrebbe potuto riparare a tanti interessi lesi per la frettolosa unificazione compiuta in senso piemontese. La società poggia nelle varie parti d'Italia sulle stesse basi; le leggi ci vennero quasi tutte da Francia. Confrontando i varii codici, si avrebbe potuto in un mese pubblicare un codice italiano. Confrontando i vari sistemi di amministrazione si avrebbe potuto creare un sistema unico italiano. Quest'opera però non avrebbe dovuto essere compiuta, ma soltanto approvata ne' principii generali del Parlamento. Il Ministero dovea prepararne i progetti, il Consiglio di Stato discuterli ed il Parlamento approvarli in massima. Per far ciò era mestieri di un cambiamento radicale di persone, bisognava dare il ritiro a due terzi degli impiegati dei Ministeri e sostituirvi i più abili degli aboliti Stati.

Conveniva dare il ritiro a due terzi del Consiglio di Stato


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piemontese o triplicarne il numero per farvi entrare i più pratici amministratori dogli antichi Stati. Tali persone estranee ad ogni spirito di parte avrebbero potuto rifondere in brevissimo tempo tutta la legislazione italiana. Il Consiglio di Stato di Francia potette fare in breve tempo codici nuovi, che sono i migliori d'Europa, ed un Consiglio di Stato italiano non avrebbe potuto accomodare soltanto quel che prima esisteva? Su questa base era facile alle future legislature di elevare un edificio più perfetto.

Ma ci si potrebbe rispondere: il Parlamento ha considerato il presente come un tempo di passaggio e si riserba di tutto accomodare nella capitale d'Italia, Roma. Allora bisognava non guastare nulla, modificare parzialmente quello che esisteva, concentrare tutta l'attenzione nell’esercito e nella marina per fare la guerra a tempo opportuno. Dopo ottenuta Roma si sarebbe pensato a render tutto uniforme. Ma si è presa dal Parlamento la vera via per andare a Roma? Noi ne dubitiamo fortemente. Il conte ai Cavour disse esser questa una quistione morale e doversi persuadere l'Europa poter stare il Papa senza potere temporale, circondato da valide garanzie ed affidato all'amore del popolo italiano. La politica finora seguita ci sembra incerta, il clero è apertamente nemico, l'Europa dubita della nostra saggezza. Nel rifondere la legislazione itali-ma si avrebbero potuto assegnare chiaramente i confini fra lo Stato e la Chiesa, e, senza disarmare lo Stato in un tempo di lotta, il contrasto si sarebbe reso meno frequente.

Nella revisione della legislazione italiana si sarebbe trovato il segreto della quistione finanziera. È certo che l'Italia contribuiva a sette liste civili, amministrava la giustizia, sopperiva in vari gradi a tutti gli altri bisogni della società e manteneva più di 300 mila soldati e due marine di second'ordine, una sola delle quali aveva potuto resistere validamente all’Austria nel 1848.


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Come ora le finanze non si trovano in equilibrio? Sarebbe bastato distinguere chiaramente ne! bilancio le spese straordinarie dalle ordinarie. I signori Ministri avrebbero potuto dire: Per far vivere lo Stato il più ristrettamente che si può occorrerebbero tanti milioni; ma per accrescere il capitale militare e navale, per fare i tali lavori pubblici non indispensabili, madie aumenterebbero immensamente la produzione nazionale in pochi anni, per fondare un tal altro numero di scuole e di università occorrerebbero tanti altri milioni. Il Parlamento avrebbe risposto: mantenetemi più di 300 mila uomini ed una marina come facevano gli antichi governi italiani, invertite per lavori pubblici ordinari e per l'istruzione pubblica le antiche liste civili; per l’accrescimento del capitale militare e navale e per tale lavoro pubblico straordinario vi daremo tanti milioni richiedendoli all’avvenire mediante rendita iscritta. I conti così sarebbero stati chiari da una parte e dall'altra. Invece i passati governi provvisori hanno accresciuto le spese a sproposito; il Ministero spende ad occhi chiusi dando soldi a chi non li vuole, non si cura l'esatto adempimento delle vecchie imposte e si presentano progetti di nuovi balzelli per togliere dalla circolazione il capitale del ricco, il risparmio del povero!

Il Parlamento dunque invece di leggi generali si è occupato di provvedimenti parziali. Una sola legge organica ha votato, quella della Gran Corte dei conti. In essa si è preso a modello la Camera de’ conti dell’antica monarchia francese riguardo alla registrazione degli atti governativi che ordinavano una spesa, anzi questa facoltà è estesa dall'art. 12 a tutti gli atti del governo. Ha poi un concorso attivo nell'amministrazione del denaro pubblico, ciò che secondo noi incepperà l'andamento degli affari o la renderà indulgente nel giudicare atti che suoi delegati avevano già vistati. Avremmo preferito che il controllo fosse rimasto nel Ministero delle finanze come praticavasi presso di noi


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colla scrivania di razione e che la Corte avesse soltanto giudicato come usavasi presso di noi e come si usa in Francia.

Se la presente legislazione invece di essere semplicemente prorogata fosse stata chiusa, qual giudizio dovrebbe farne la storia? Diremo francamente il nostro pensiero. Se la storia guardasse nel complesso l'indirizzo politico e la parte legislativa, avrebbe il diritto di esser severa; ma se tenendo presente la situazione si fermasse esclusivamente a considerare l'indirizzo politico, ben diverso sarebbe il suo giudizio.

L'Italia, quando si apri il Parlamento, stava per essere dilaniata da' partiti. Esso dette tutta l'autorità morale al conte di Cavour per frenare la rivoluzione e stabilire un qualsiasi governo. La quistione di Roma accendeva gli animi, e se il Parlamento non potette nell'interno dettare una politica del tutto conforme alla prudenza, mantenne almeno intatta l'alleanza della Francia. Ora siccome nelle cose umane il bene è così commisto al male che è gran ventura quando non sia del tutto assente, così noi non esitiamo a dire che la storia proclamerebbe il primo Parlamento italiano aver ben meritato della patria.


Al riaprirsi della sessione i tentativi di Sarnico e di Sicilia dovevano impedire il ministero ed il parlamento di studiare un' piano di organizzazione generale. Noi continuiamo a prestare al ministero Rattazzi tutto il nostro appoggio sul Nomade fino quasi a compromettere le sorti di quel giornale. Scegliamo questi due articoli sulle leggi ideali delle rivoluzioni che furono nello stesso tempo una profezia ed un incoraggiamento al ministero.


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La legge delle rivoluzioni (1).

I.


Perché il mondo morale non sarebbe soggetto a leggi Osse, come il mondo fisico? Questo problema che sembra così semplice, sorse dopo moltissimi secoli nella mente umana. Senza dire come sorse e quando sorse, ci basti dire che la soluzione di esso occupa ora molte delle migliori intelligenze. Le più notevoli pubblicazioni di questi ultimi anni sono: L’Histoire de la raison d'Ètat par Joseph Ferrari, Paris 1860 e La loi des rècolutiom par Justin Dromel, Paris 1861. La storia avea scoverto le sue leggi cominciando propriamente da Giambattista Vico; l'economia ci avea rivelato come l'uomo concorra a creare la ricchezza, con certe norme fisse; era ormai tempo che anche la politica cercasse una base più stabile. È vero che il mondo fisico non movendosi con piena coscienza deve essere più fedele alle proprie leggi. Ma nel mondo morale il libero arbitrio ha solo la prerogativa di poter far il male, allontanandosi dalla ragione e perdendo di vista i veri dati del problema. Però ciò non toglie che l'uomo, generalmente parlando, non si faccia guidare dalla ragione, ed essendo la ragione costituita dagli stessi elementi in tutti gli uomini ne siegue che si possa determinare l'azione comune in un dato tempo ed io un dato spazio.

Gran peccato che il Ferrari non abbia adottato un sistema spiritualista e si sia abbandonato in balla della fatalità! Egli vede nella natura regnare la forza diversamente distribuita. L'uomo, figlio della natura, siegue secondo lui, questo dettato supremo. Ogni città, egli dice, è una opera di guerra, ogni capitale il centro d'una conquista, al quale si rannodano tutte le città secondarie, con una moltitudine di forti, di strade, di canali.

(1)9 Agosto 1862.


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Nello interno due sono le forme di governo, la monarchia e la repubblica, che si traducono all'esterno in Stati unitari e federali. Il primo popolo che fé appello alle armi obbligò gli altri a combattere, e tutti si disposero a forma di unità e di federazione dalla Norvegia al Giappone. I primi nomi che ci rivela la storia sono Fou-hi, Sesostri, Nino, Semiramide. tutti eroi della forza. La stessa Bibbia attribuisce la fondazione delle città a' discendenti di Caino, e dopo il diluvio ci mostra Nembrod il cacciatore. Il mondo si rinnova ogni 500 anni. Questo intervallo è composto di quattro periodi di circa 125 anni l'uno; ogni periodo è di quattro frisi ed ogni fase corrisponde, olla durata di circa 30 anni, cioè ad una generazione. Ogni generazione cerca di far regnare le proprie idee e produce un cambiamento più o meno violento, al quale si dà il nome di rivoluzione. Citiamo ora testualmente l'Autore (p. 213). «Non pertanto se ogni fase di trenta anni può considerarsi come un dramma compiuto, non è che una scossa, che un passo nel cammino delle nazioni, che un otto relativamente ad un. dramma più esteso. Bisogna osservare che ogni rivoluzione si compie in due movimenti; l’uno distrugge il governo tradizionale, l'altro lo ricostruisce con uomini nuovi ed idee nuove. Sono due fasi distinte, e chi vive nella prima non s' aspetta ciò che succederà nel secondo atto e sarà sagrificato. Ad ogni rivoluzione succede inevitabilmente una reazione, suddivisa anche essa in due momenti d' un governo negativo e d' un governo risolutivo.... che formano due altre fasi, sicché tutto il periodo si compie in quattro intervalli d' uno sconvolgimento, d' una soluzione, d' un combattimento che la mette in forse e di una vittoria che ne assicura il trionfo». Chi poteva mai aspettarsi di veder sottomesso all'analisi il fenomeno delle rivoluzioni e di scovrire le leggi che lo regolano? Senza ammettere la fatalità col Ferrari, noi riteniamo che questi quattro momenti delle rivoluzioni sieno inevitabili;


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essi sono come i termini d'un ragionamento, e gli uni dipendono dagli altri, gli uni chiamano gli altri. Giova conoscerli per accelerarne il compimento ed evitare il maggior numero di mali che sarà possibile.

Applichiamo queste leggi al risorgimento italiano, senza tener conto delle circostanze storiche. L'Italia desiderava l'indipendenza e la libertà e non poteva ottenerla, se non rovesciando ciò che esisteva. Non seppe regolare il proprio movimento, e nel 1848 nacquero le repubbliche di Roma e Toscana. Intervenne la forza straniera, e quindi le leggi ideali delle rivoluzioni non potettero compiersi. Nel 1860 siamo stati lasciati a noi stessi, quindi i governi tradizionali sono stati distrutti ed un governo con nuovi uomini e nuove idee è stato creato. La reazione sta succedendo sotto questo Ministero, che difende le prerogative del Governo e quindi il momento risolutivo non è lontano, in cui il regno d'Italia potrà dirsi costituito e tutti gl'interessi de’ vecchi e nuovi partiti saranno appagali. Come esempio più chiaro citeremo la grande rivoluzione francese. La Costituente abbatté il vecchio governo; (la Legislativa servì di semplice transizione) la Convenzione creò il nuovo stato sociale; il Direttorio fu un governo negativo e l'Impero organizzò la democrazia nel mondo moderno.

Abbandoniamo queste idee alla riflessione de’ nostri lettori, riserbandoci in un altro articolo d'esaminar l'opera del sig. Dromel.


II.

Il libro del sig. Dromel sembra fatto su quello del Ferrari. Il sig. Dromel ammette nella società due forze corrispondenti alla forza centripeta ed alla forza centrifuga. L'associazione è la forza centripeta; l'individualismo la centrifuga. La risultante di queste due forze forma la politica, che egli definisce per la scienza delle forze sociali e delle leggi di metterle d'accordo.

L'uomo si svolge come semplice individuo, come gruppo,

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cioè come nazione, e come specie, cioè umanità. L'individuo è regolato dalla legge delle generazioni. Il lavorio interno di una generazione, secondo l'autore dura sedici anni, ne' quali si forma una nuova generazione, che vagheggia un ideale superiore. Noi non crediamo che il mondo vada così presto.

La nazionalità riposa su due dati, un dato materiale, cioè le frontiere geografiche, un dato morale, cioè la solidarietà umana. Nessuna nazione dunque può perire, se non colla distruzione di tutti gli individui che la compongono, poiché le frontiere potranno sempre essere ristabilite, e se l'ideale umano ha i suoi giorni d'ecclissi, deve anche i suoi giorni di splendore. La tribù e la città sono termini transitori che conducono alle nazionalità. Le nazioni si svolgono per mezzo delle dinastie, ossia le dinastie segnano il progresso compiuto da una nazione. L'elezione è sempre sottintesa pel tacito consenso che presta il popolo ad essere governato da una data famiglia. Nelle repubbliche, in mancanza di capi ereditari, il progresso sociale è segnato dalla dittatura, tacita o manifesta, d' un grande uomo, o da qualche legge che proclama un gran principio o ammette al potere una nuova classe di cittadini. Ogni dinastia adunque ha per missione il compimento d'una frazione del progresso nazionale, e s'incarna, per quanto è possibile, in un principio speciale, e vive finché ha vita questo principio.

Il sentimento umanitario si fa strada colle religioni. Ogni religione particolare è un tentativo per realizzare questo grande ideale. Essa si crede eterna, perché tende ad un grande scopo; ma trova il suo limite fatale nel Progresso già compiuto, che' per sua natura essa deve tendere a sorpassare. Appena una religione non sorpassi questo progresso è già in decadenza, sicché sarà facile conoscere quanti altri giorni le restano a vivere misurando la sua inferiorità al progresso compiuto.


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Ad ogni cambiamento religioso, dice testualmente l'Autore, corrisponde un progresso politico; ciò che Dio perde, l'uomo guadagna. Il feticismo fa regnare lo stato selvaggio ed il cannibalismo. Ogni uomo avendo il suo Dio particolare, vede un nemico nel suo vicino; il sentimento della solidarietà umana non ancora è inteso e perciò regna la forza, la schiavitù, l'antropofagia. 1l panteismo è una specie di feticismo, confuso e fantastico ed ha abbrutito l'India mettendo Dio da per tutto. Gli Dei moltiplici, ma definiti e già meno numerosi del paganesimo, danno origine alle oligarchie greche e romane. Ma a misura che il Dio di Socrate apparisce, si sente il bisogno dell’unità e della concentrazione. 1l Dio uno del Cristianesimo introdusse sotto il punto di vista sociale una più grande solidarietà fra' suoi seguaci ed una eguaglianza compiuta almeno in teorica. Ma la moltitudine de’ santi ci condannò alla feudalità (!!!) ed il Cattolicismo divenne la religione della forza, un paganesimo corretto, invece di darci una grande democrazia. Il protestantismo fu un passo indietro; Dio rimase Uno, puro spirito, ma ogni individuo poté interpretare i suoi decreti. Egli regnò, non governò più, e ne venne il governo costituzionale. Una nuova religione si attende che dia soddisfazione a tutti i bisogni spirituali e materiali dell'umanità.

Noi abbiamo proceduto per analisi, dice l'Autore, ma l'analisi è un processo dello spirito; tutto esiste per sintesi nella natura. Così ogni forza sociale agirà sulle altre forze; il perfezionamento dell'individuo produrrà quello delle nazionalità e delle religioni, come il progresso delle nazionalità e delle religioni darà una nuova spinta all'individuo. Volendo dare un nome a questo movimento sintetizzato, alla simultaneità delle evoluzioni individuali, razionali, dinastiche e religiose, noi lo chiameremo legge del progresso o legge delle rivoluzioni.


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Queste sono le leggi della fatalità politica, secondo le quali la libertà umana potrà muoversi. Se si adatterà a queste leggi avremo un progresso regolare, se vi porrà ostacoli avremo degli sconvolgimenti, ossia delle Rivoluzioni.

Quale insegnamento pratico raccoglieremo da' due libri? Il Ferrari enuncia una filosofia per quanto triste e sconfortante possa essere. Il Dromel la fa supporre, poiché tutto secondo lui esce dall’uomo e tutto deve riferirsi all'uomo. Tolta di mezzo una causa Superiore, cioè l'Assoluto, in comunicazione coll'uomo, ma distinto dall'uomo, che lo ha creato e lo sorregge, nulla potrà impedire di riferire l’uomo alla natura, farlo uscire dalla natura e conchiudere col Ferrari: L’Unica Legge Che Regge Il Mondo E' La Forza. Il Ferrari ci ha dato almeno delle osservazioni di fatto pregevolissime, e noi crediamo che egli abbia veramente determinate le leggi che regolano le rivoluzioni, che si possono paragonare alle leggi del pendolo, il quale non può mettersi in equilibrio se non dopo un'eguale oscillazione da' due lati. L'opera del Ferrari è un libro, quella del sig. Dromel è un tentativo. Giova però chiamare l’attenzione sopra certi fatti sociali, affinché la politica cessi di essere un empirismo. I popoli impareranno ad esser saggi ed i governanti preveggenti. Le rivoluzioni saranno meno disastrose. poiché sono le idee che dominano il mondo, cerchiamo di far regnare idee sane per evitare disastri. La filosofia sarebbe inutile se si mantenesse sempre nell'astrazione. La politica fìn dal tempo di Aristotile fu divisa dalla morale, ma sembra destinato il nostro secolo, che tanto ha fatto progredire le scienze morali, a darle una base razionale che risponda nello stesso tempo alla realtà. In ogni modo il libro del Ferrari ne sarà come la prefazione, e comunque il punto di vista ci sembri sbagliato è da osservare che le scienze giuridiche debbono gran cosa alla filosofia materialista.


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Macchiar li, Hobbes, Bentham, Romsgnosi, lo stesso Mori squieu non sono certamente degli ideologi. Gli Harrington, i Tommaso Moro, i Saint-Pierre le hanno fatto ben poco avanzare colle loro utopie. La verità esiste anche nella materia e non la si può astrarre se non quando si è bene osservata. Lavorino pure tanti valorosi scrittori, chè la coscienza umana saprà riportar tutto alla sua Vera Causa.
















POLITICA ESTERA


Le lettere Imperiali e la politica della Francia (1).


I.



Napoleone III può dire con egual ragione di Luigi XIV: I'Ètat ce si moi. Come si spiega questo fenomeno dopo tanti anni di sconvolgimenti e di libertà, per cui è passata la Francia? Quando un uomo s' apparecchia ad una grande impresa è necessario che raccolga le sue forze. Così avviene delle nazioni, quando la Provvidenza le muove a dare una nuova spinta alla civiltà universale. La ragione che governa il mondo sotto l’alta direzione della Provvidenza si fa più viva in un uomo, il quale indovinando la volontà universale, s'impadronisce, col consenso di tutti tacito od espresso, dei potere e guida la nazione e l’umanità verso i suoi destini. Che furono Alessandro e Napoleone I, che sarebbe stato Cesare se una morte immatura non avesse messo fine a' suoi giorni? Alessandro fa la sintesi della civiltà greca, che prese possesso dell’universo per trasfondersi nel mondo romano e così passare nel mondo moderno. Cesare, se ne avesse avuto il tempo, avrebbe ordinato l'impero sopra basi meno dispotiche, avrebbe compiuto le conquiste di Augusto, di Germanico e di Traiano ed avrebbe sparso più celermente la civiltà antica, risparmiando all’umanità molti dolori, molta perdita di tempo.

(1)Indipendenza Italiana 25 agosto.


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 Napoleone I è stato il figlio della Rivoluzione francese, che compi l'amalgama de’ principii romani e de’ principii germanici e creò la vera civiltà moderna, come altrove abbiam detto, e se avesse vinto a Mosca siam certi avrebbe organizzato le nazioni in più grandi masse e non in tanti piccoli regni destinati ad essere perpetuamente suoi feudi, poiché avrebbe finalmente capito che un uomo è fatto per l'umanità e non l'umanità per un uomo. Il titolo di re di Roma dato al suo figliuolo, la necessità delle cose e le Memorie di Sant'Elena, che in molta parte dobbiamo credere sincere, ci fanno fede di ciò. Egli ivi disse espressamente che avea troppo teso l'arco e sentiva la necessità de le dèbander. La sua immensa ambizione l'accecò e non gli fece comprendere che l'Europa era troppo adulta per essere retta da un solo impero. non lo fece cader d'accordo né colla Russia, né coll’Inghilterra; volle troppo stancar la fortuna e la fortuna l'abbandonò.

Ma non ostante che avea dissanguata la Francia con tante guerre e le avea tolto ogni libertà, bastò mostrarsi con pochi uomini dopo l'esilio dell’isola dell’Elba, perché le sue aquile volassero di campanile in campanile fino alla torre di Notre Dame di Parigi. La sconfitta di Waterloo immerse la Francia in nuove sventure, ma il nome di Napoleone era associato alle sue più grandi memorie, era divenuto il simbolo della grandezza nazionale e non potea essere dimenticato. Quando la Francia si vide avvolta, suo malgrado, nel 1848, in una nuova rivoluzione, che minacciava di divenire anarchica, rivolse naturalmente il suo pensiero all’erede del gran conquistatore per essere salvata. Sei milioni di voti posero Luigi Napoleone alla testa della repubblica.

Chi era costui, che la Francia avea fatto ritornare dall'esilio per assidérlo fra non molto sopra un trono? Le opere da lui pubblicate e due infelici tentativi l’aveano svelato alla Francia dotato dell’ambizione napoleonica.


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La parte presa alle rivoluzioni italiane del 1830, l'esilio e la prigione gli aveano fatto conoscere tutti gli stati della vita e ne aveano maturato il giudizio. Salito al potere cercò d'intendersi con l’Assemblea, di ristabilir l'ordine e di acquistare popolarità. Ma il suo mandato e quello dell'assemblea spirava fra sei mesi, avea domandato invano che la Costituzione fosse legalmente modificata; i socialisti si apparecchiavano a dare una tremenda battaglia alla società nelle nuove elezioni, i partiti legittimista ed orleanista in gran maggioranza nell'assemblea cospiravano apertamente, che doveva egli fare? La parte di Washington sarebbe stata troppo stupida quando la Francia non voleva la repubblica, quella di Monk troppo inferiore al suo genio. Egli prese su di sé la responsabilità di salvare la Francia col colpo di Stato del 2 dicembre, preparato con fino accorgimento ed approvato dalla nazione nelle due votazioni per la Presidenza decennale e per l'Impero. Adunque la morale dovrà essere sempre estranea al dritto pubblico, lo spergiuro una necessità? Ardue quistioni che ci dichiariamo incompetenti a risolvere.

Creato Presidente ed Imperatore con una Costituzione che gli assicurava una grande autorità nelle cose dello Stato, che gli dava anzi la dittatura, egli cominciò a farne uso con troppo rigore contro il partito vinto e con un atto ingiusto contro la famiglia d'Orleans, che pur gli avea salvato la vita, i cui beni egli incorporò allo Stato col pretesto d' esser nulla la donazione fattane da Luigi Filippo al figlio prima di salire al trono. Queste saranno delle macchie, che lasceranno indelebili in tutta la sua gloriosa carriera, come la morte del Duca d'Enghien e la spoliazione della famiglia reale di Spagna in quella dì Napoleone I, l'uccisione del suo amico Olito in quella d'Alessandro. Esaminiamo adesso qual'è stata la sua politica nell'interno ed a quali destini egli intende guidare la Francia.


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Avendo concentrato in sé tutti i poteri ed essendosi dichiarato responsabile colla sua Costituzione octroyèe ci è facile conoscere la sua politica presente ed i germi dell'avvenire da alcuni atti culminanti direttamente da lui emanati sotto forma di lettere, di proclami, di discorsi ed opuscoli. Napoleone ha capito perfettamente i bisogni del secolo e la missione della Francia. Profondo politico, egli sembra evidentemente destinato a riparare gli errori dello zio (gran guerriero ma poco abile politico;, e s'è ispirato nelle memorie da lui lasciate e nelle grandi cose da lui compiute. Ha compreso che base sociale della Francia (come di tutte le nazioni moderne) debbono essere gli immortali principii del 1789, che andar più in là è utopia, tornare indietro è insania. Il miglioramento sociale non potrà ottenersi che con lo svolgimento di quei principii, cessazione di privilegii, libertà di lavoro. Ma la vita dell'uomo è una lotta, l'assoluta libertà che nell'industria e nel commercio è chiamata concorrenza, ha i suoi inconvenienti e molte ne sono le vittime. Qual cosa umana però non ha i suoi inconvenienti, qual grande impresa non fa delle vittime? Bisogna attenuare questi inconvenienti, spargendo la civiltà ed accrescendo la produzione, ma non cambiare i principii dell'ordine sociale, che sono quelli dell’umana natura. La società ha obbligo di sollevare con tutte le sue forze le vittime che fa nel suo cammino verso la civiltà, ma non sagrificar loro il suo scopo, che servirebbe solo a far anche maggiore il numero delle vittime. Guidato da questi principii Napoleone ha creato delle grandi istituzioni di credito agricolo e commerciale, ha spinto con grande attività i lavori pubblici, ha dato una grande libertà di commercio e più si propone di fare, come diremo quando esamineremo la sua lettera del 5 gennaio di questo anno. Ma né l'uomo né le nazioni sono state create per essere solamente felici in casa loro, ma hanno un grande dovere da compiere,


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quello di aiutare i loro simili ed attuare il bene per quanto più è possibile su questa terra. La Francia ha ottenuto il primo posto nel mondo moderno e specialmente dopo la rivoluzione del 1789 perché si emessa alla testa della civiltà. Questa missione era stata perduta di vista dal re borghese, Luigi Filippo, che s'era fatto chiamare il Napoleone della pace. Ma la pace allora è utile quando è onorevole, ed è onorevole quando s' è fatto il proprio dovere nel mondo, altrimenti si rischia di perdere l'alto posto acquistato. Napoleone non ha mai trascurata questa alta missione della Francia ed ha ben potuto scrivere nel Moniteur: quando la Francia è soddisfalla il mondo è tranquillo, dovunque v'ha una causa giusta ed incivilitrice là è interesse della Francia, e l'ha fatta devenir l'arbitra del mondo. Vediamo la parte da lui presa nella politica europea come risulta dalle sue lettere, discorsi, proclami ed opuscoli e poi ritorneremo alla politica interna, il cui programma è contenuto nella sua lettera de’ 5 gennaio.

Per avere il bandolo degli avvenimenti bisogna fare un passo indietro, quando egli era Presidente della repubblica e scrisse la sua celebre lettera ad Edgardo Ney riguardo alla quistione romana. Egli trovò decisa la spedizione di Roma, vero suicidio della repubblica francese, resa necessaria dal non aver voluto aiutare l'Italia a tempo. In questa lettera leggiamo: La repubblica francese non ha mandalo un esercito in Roma per schiacciare la libertà italiana, ma al contrario per regolarla, preservandola da' proprii eccessi e per darle una base solida, restituendo in trono il Principe che arditamente s'era posto il primo a tutte le utili riforme. Indi: io compendio così il governo temporale del Papa; amnistia generale; secolarizzazione dell'amministrazione; codice Napoleone; e governo liberale. Questo è stato il suo primo atto personale nella politica estera, che egli sapea di dover restare infruttuoso, ma mirava all’avvenire.


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Infatti il generale Rostolan non ne fece alcun conto dicendo di non essere questa lettera firmata da nessun ministro risponsabile, ed a' preti ch'egli proteggeva, parve una bestemmia. Napoleone non era l’autore della spedizione di Roma, ch'egli trovò già decretata dall'assemblea dietro proposta del generale Cavaignac, ma volea trame quel profitto che si potea per la Francia e la civiltà. Allora dovette accorgersi che certe istituzioni non si possono salvare, perché pretendono poggiare sul volere di Dio, nemico della barbarie e dell'ingiustizia, e cominciò forse a maturare nella sua mente que' sublimi disegni che dovea spiegare a tempo opportuno. Una delle grandi doti di Napoleone è di saper nascondere i propri pensieri per non comprometterne i risultati, ma gettare di tempo in tempo de’ barlumi per non far spegnere tutte le speranze e mantener viva ne' popoli la fede che sola rende possibili le grandi imprese.

Dopo il colpo di stato e prima d'essergli deferito l'impero tenne un discorso a Bordeaux, dove pronunziò quelle celebri parole: l'Impero è la pace. La gran mente di Napoleone non ha perduto mai di mira le due politiche, l'interna e l'esterna, la prosperità e la gloria, pensando che un popolo tutto dedito agli interessi materiali perisce nell'abbrutimento, e se si dedica troppo agl'interessi morali perisce nel vuoto, sicché bisogna conservare un giusto equilibrio, fra la mente ed il corpo, le passioni e l'intelligenza. Dippiù egli avea bisogno di rassicurar l'Europa, perché altrimenti non avrebbe potuto formare le sue alleanze e prepararsi alla gran lotta. Ma innanzi di vedere i primi passi di Napoleone nel campo della politica estera dopo ch'ebbe concentrato il potere nelle sue mani e resolo ereditario nella sua famiglia, bisogna dare uno sguardo allo stato d'Europa prima della guerra di Crimea, quando la politica napoleonica cominciò ad incarnarsi ne' fatti, ciò che faremo nell’altro articolo.


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II.


La rivoluzione del 1848 fu sul punto di rovesciare la vecchia Europa poggiata su' principii della Santa Alleanza. Ma i suoi eccessi non fecero che ricostituirla più fortemente, riserbando al protagonista di questi articoli l'onore di rimetterla sopra altre basi, più conformi all'equità ed a' dritti de’ popoli.

La rivoluzione del 48 ebbe origine in Italia, più che mai oppressa dall'influenza austriaca, ed a cui un Pontefice disse: Sorgi dalla tomba e cammina. Ma per qual miracolo della Provvidenza questa rivoluzione ebbe il suo eco in Francia, dove da una riunione per ottenere una riforma elettorale sorse un turbine che rovesciò un trono ed era per rovesciare la società? È una vana illusione il credere che i Francesi ci abbiano imitati, poiché in fatto di rivoluzioni i Francesi sono maestri e non hanno bisogno che d'imitare sé stessi. La Francia avea ottenuto l'eguaglianza con la sua prima rivoluzione del 1789, la gloria con l'impero, la libertà politica dal primo e secondo ramo dei Borboni; che cercava nel 1848? La parte S3na della nazione desiderava una riforma elettorale, che rendesse la camera la vera espressione del paese, ed una migliore politica estera più in conformità co’ principii rappresentati dalla Francia. La parte malata di quel paese tirando estreme conseguenze da' principii economici di Saint-Simon e Fourier voleva riformare tutto I ordine sociale per far partecipare alle gioie della proprietà e della famiglia tutte le classi diseredate ed insieme a pochi moderati, desiderava la repubblica, per attuare questi suo' disegni.

Siccome la rivoluzione di febbraio fu fatta principalmente dagli operai cosi gli utopisti che promettevano a costoro un nuovo mondo, si trovarono al potere.


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Invano il sig. Lamartine si sforzò di mantenere la repubblica nella moderazione, poiché a' falliti tentativi del 16 aprile e del 15 maggio tennero dietro le selvagge giornate di giugno, la dittatura di Cavaignac e la caduta della repubblica, nella quale la Francia si era trovata trasformata come per sorpresa.

Ma l’effetto della rivoluzione non si restrinse alla Francia e come una scintilla elettrica si comunicò a tutta l'Europa. Alle giornate di Parigi seguirono le giornate di Milano, di Vienna, di Berlino, di Praga, di Napoli e di Fraocfort. Tutta l'Europa era in un vasto incendio, tutti i popoli invocavano la libertà, e quelli che l'aveano perduta, anche la nazionalità. Essi avrebbero avuto l'una e l'altra senza le ubbie socialiste ed i più accaniti repubblicani. Gli eccessi fecero ritornare quasi da per tutto il dispotismo e l'oppressione straniera, ed i trattati del 1815 che sembravano lacerati rimasero intatti e più forti di prima.

Quando Napoleone fu elevato all’Impero, la Russia avea aiutato l'Austria a schiacciare l'Ungheria e l'Austria avea fatto ritornare la Germania (alla quale sembravano poche tutte le libertà della terra e volea dominare almeno dal Baltico all’Indo) a mediocri costituzioni più o meno osservate ed alla dieta di Francfort. La Russia che avea alla testa il più dispotico dei suoi czar dominava moralmente sull'Occidente e non sfuggivano alla sua influenza che la sola Francia ed Inghilterra, sicché Napoleone avea poco da scegliere per le sue alleanze e si strinse fortemente all’Inghilterra. Ma l'astuto czar avea tentato di togliergli l'aiuto di questa regina de’ mari, promettendole una parte dell'impero ottomano. E questa la compiuta rivincita di ciò che volea fare Napoleone I e l’apogeo della potenza russa. Fortunatamente per la civiltà la Russia e l'Inghilterra non furono d'accordo, perché la Russia volea fare le parti del Icone, e la Francia trovò la sua alleata naturale.

La guerra che ne seguì per difendere la Turchia fu breve e gloriosa.

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L'Austria, dimenticando quanto dovea alla Russia per gli aiuti ricevuti nel 1848 contro l'Ungheria, serbò una neutralità malevola verso la sua antica protetttice. La Prussia fu in preda alla sua solita incertezza, ma con ciò giovò alle potenze occidentali. L'Inghilterra e la Francia però trovarono un altro alleato, piccolo pel territorio, grande per le idee. Questo alleato era il Piemonte, il quale concorse gloriosamente alla guerra e che se questa si fosse prolungata e l'Austria si fosse dichiarata contro le potenze occidentali, avrebbe avuto de’ grandi compensi territoriali in Italia. Ma l’ostinato czar Nicola era morto, e l'Imperatore Alessandro, degno di portare il gran nome dell'avo, fu proclive a venire a trattative di pace dopo la presa di Sebastopoli. L'Inghilterra avrebbe voluto continuare la guerra per distruggere la flotta e le fortezze del Baltico come avea distrutta la flotta e la grande fortezza del mar Nero. Ma facendo sparire la flotta russa, il dominio del mare era assicurato all'Inghilterra, e perciò Napoleone la costrinse a fare la pace, da cui uscì costituita la prima nazionalità, la nazionalità rumena. Che compenso dare al Piemonte quando la Turchia lasciava intatta, e la Russia non perdeva che un lembo di terra? La Francia introdusse la quistione italiana nel congresso di Parigi e tentò di conseguire colla politica l'intento che non avea potuto ottenere colla guerra, quello d'ingrandire l'influenza del Piemonte e liberare l’Italia. I governi italiani furono sordi a tutte le insinuazioni del Congresso, che li avrebbero salvati, e specialmente quello di Napoli, donde la Francia e l'Inghilterra ritirarono i loro ambasciatori, mettendolo al bando della civiltà. Rassicurala l'Europa da qualche anno di pace e veduta l'impossibilità di sciogliere la quistione italiana diplomaticamente, Napoleone tenne un abboccamento con Cavour a Plombières per preparare la guerra.

Qui comincia propriamente la grande politica imperiale,


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poiché ogni altro governo francese avrebbe difeso la Turchia contro la Russia. Il suo programma era contenuto nell’opuscolo del sig. La Gueronière Napoleone III e l'Italia. Egli si limitava a chiedere delle riforme, una confederazione presieduta dal Papa e coll'esclusione dell'Austria, l'abolizione de’ trattati speciali tra questa potenza e gli Stati italiani, che in virtù degli stessi trattati del 1815 doveano restare pienamente indipendenti in faccia a' loro sudditi. Più non potea chiedere senza dichiarare immediatamente la guerra, e questo opuscolo fu un colpo di fulmine per l'Italia, che si sentì chiamata a nuova vita. Le parole pronunciate da Napoleone nel ricevimento del 1 dell’anno 1859 dirette all’ambasciatore d'Austria, ed il discorso del re di Piemonte all’apertura del parlamento, che ebbe luogo pochi giorni dopo, tolsero ogni dubbio sulle sue intenzioni. L'Inghilterra per evitare la guerra, offrì i suoi buoni offici che furono accettati, e la Russia poi propose un congresso che fu pure accettato, essendo contento Napoleone d'ottenerne quei punti che doveano servir di base al risorgimento italiano, il quale era il primo progetto della sua grande politica. La politica ostinata, tradizionale alla casa d'Austria la rese renitente ad ogni transazione, anzi fu essa la prima a rompere la guerra, varcando il Ticino nel 29 aprile. L'Italia sarà libera dall’Alpi all'Adriatico, gridò Napoleone e dopo le vittorie di Montebello, Palestre e Magenta entrò con il suo alleato in Milano il 7 giugno 1859. È questo il più gran momento della sua vita ed il proclama che diede fuori il giorno seguente ben a ragione è stato fatto scrivere dal municipio di Milano a caratteri d'oro sopra una tavola di bronzo, poiché esso contiene in germe tutta la politica imperiale, la liberazione di tutti i popoli ed il primato della Francia. Vi sono degli uomini che non comprendono il loro tempo, egli disse, ma io non sono in questo numero.

Ora che la pubblica opinione è cosi illuminata, si è più grande

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per l'influenza morale che s'esercita, che con sterili conquiste ed io la ricerco con orgoglio, contribuendo a rendere libera una delle più belle parti d'Europa. La vostra accoglienza mi ha provato che voi m'avete compreso. Siate oggi lutti soldati, per essere domani liberi cittadini a' un gran paese. Dopo la gran vittoria di Solferino egli ripeté: Tanto sangue sparso non sarà inutile per la felicità de’ Popoli. Ma qual rivoluzione accadde pochi giorni dopo nell’interno del suo animo? Tutti dicono ch'era taciturno e meditabondo, quasi covasse un gran disegno. Donde veniva il suo scoraggiamento dopo tante rapide vittorie, a poca distanza da Venezia, che la sua flotta s'apparecchiava ad attaccare per fare così una potente diversione alle spalle degli Austriaci? Alcuni dicono che gli fosse giunto un veto dalla Russia di procedere innanzi, ma noi l’attribuiamo alla trepidanza di compromettere i suoi vasti disegni, che lo renderanno immortale per tutti i secoli avvenire. I suoi adulatori cercarono di giustificare la pace di Villafranca come la compiuta attuazione del programma della guerra, ma egli confessò a' grandi corpi dello Stato, che il suo programma era compiuto per metà e ch'egli s'era arrestato temendo della rivoluzione, e di una guerra europea nella quale l'indipendenza della Francia poteva essere compromessa. Il politico avea vinto in lui il guerriero e noi abbiamo ammirato quali grandi conseguenze egli ha saputo trarre da questa pace infelice.

Ora fa d'uopo esaminare la sua lettera al re di Sardegna, l'opuscolo Il Papa ed il Congresso e la lettera al papa. Alcuni scrittori hanno criticato questa nuova maniera di trattare gli affari da sovrano a sovrano, dicendo benissimo che l'intervento de’ ministri diminuisce l'attrito e non compromette l’amor proprio delle nazioni rappresentate specialmente ne' loro sovrani. Ma Napoleone usa di questo modo diplomatico in occasioni solenni, chiamando cosi i popoli a giudici della sua politica.


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La lettera al re di Sardegna non fu che un tentativo d'attuare quella confederazione italiana, resa impossibile colla pace di Villafranca, ed un pubblico pretesto per sciogliersi dall’esecuzione dell’impossibile trattato di Zurigo. L'Austria invece di consolidare gli Stati italiani che rimanevano in piedi, consigliando loro delle riforme necessarie, si ostinava alla ristaurazione de’ suoi proconsoli resa impossibile, dacché essi fuggirono nel campo nemico. L’opuscolo Il Papa ed il Congresso scritto anche dal signor La Guerronière sotto l'ispirazione dell'Imperatore segnerà una grande epoca nella storia. La quistione romana avea occupato tutti gli scrittori e non avea potuto esser mai risoluta in un modo pratico. L'interesse cattolico facea la guerra allo interesse italiano ed i papi furono sempre sordi ad ogni consiglio di riforma governativa, poiché del breve periodo liberale del pontificato di Pio IX nulla era rimasto dopo la ristaurazione. L'opuscolo imperiale scioglie benissimo la quistione, poiché offre solide garentie al mondo cattolico per l'indipendenza del Capo della Chiesa, e libera una delle più belle parti d'Italia dal mal governo de’ preti. Possa un prossimo avvenire attuarlo compiutamente per liberare la Chiesa dalla corruzione e l'Italia dall’oppressione! Nella lettera al papa Napoleone si sforza di fargli trangugiare la prima goccia dell'amaro calice della rinuncia al potere temporale colla perdita delle Romagne, e con qual calma, con qual maestà cerca di vincere l'ostinazione ingenerata nel Papa dall’ambizione clericale! Le parti sembrano scambiate in tutta questa vertenza, poiché vediamo l'Imperatore animato da nobili sentimenti propugnare la causa della religione e della civiltà ed il Papa prorompere in maledizioni contro i propri sudditi e tutti i Cattolici per uno straccio di porpora.

Assodata provvisoriamente la quistione d'Italia con l’annessione de’ Ducati, della Toscana e delle Romagne


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al Piemonte e quella di Savoia e Nizza alla Francia, ci rimane ad esaminare in un terzo articolo la politica interna ed estera dell’Imperatore dopo la pace, i cui programmi sono contenuti nelle recenti lettere al ministro del commercio ed al sig. Persigny.

III.

L'anno 1860 si levava lieto e sereno per la Francia. Le vittorie di Magenta e Solferino aveano rinnovato le glorie del primo impero, ed il momentaneo assestamento delle cose d'Italia, che allora si prevedeva, lacerava un'altra pagina degl'infausti trattati del 1815. Una larga amnistia avea fatto scomparire le ultime tracce delle discordie civili: che mancava alla Francia? La libertà; e già la pubblica opinione avea cominciato a pronunziarsi in questo senso, quando un articolo del Moniteur fece comprendere che il tempo della libertà non era ancor giunto. La dittatura affidata a Napoleone non avea prodotto tutti i suoi frutti e costui si affrettò a darne una pruova colla sua lettera al ministro del commercio. Questa lettera era un programma economico, che abbraccia tutta la vita fisica della società, agricoltura., industria, commercio. La Francia, Stato potentemente centralizzato, in cui il governo entra nelle minime particolarità della vita, è organizzata d' una maniera tutta opposta dell'Inghilterra. Qui tutto è lasciato all'energia individuale, ed il governo non ha altro carico che di mantener l'ordine ed amministrar la giustizia; in Francia tutto è regolamento ed amministrazione. Napoleone che ha vissuto lungamente in Inghilterra ha conservato la più viva ammirazione per le sue istituzioni, ed appena ebbe il potere d'una maniera permanente, cominciò a riformare li legge municipale e provinciale accordando maggiori attribuzioni a' prefetti per far risparmiare molto tempo nel disbrigo degli affari.

Lo scopo intimo della sua lettera è di lasciare all’iniziativa individuale il miglioramento dell’agricoltura, dell’industria


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e del commercio dopo averli messi nello stato di camminar da sé, facendo uso intanto delle sue immense facultà governative per rendere adulte e liberare queste branche della pubblica ricchezza. Egli proponeva dunque {a soppressione de’ dazi sulle materie prime e sopra altri oggetti divenuti ora di prima necessità, il perfezionamento attivamente continualo delle vie di comunicazione e di altri grandi lavori pubblici, e de’ prestiti alla agricoltura ed alla industria, come pure di dissodare le foreste situale nelle pianure e render di nuovo boschive le montagne cominciandosi da' beni comunali che' egli intende di migliorare in ogni guisa con anticipazioni fatte dallo Stato. A questi progetti propose di spendere i 1GO milioni superati dall'imprestito fatto per l'ultima guerra e di sospendere i ammortizzamento del debito pubblico finché un maggiore consumo di mercanzie non facesse rientrare nel Tesoro la differenza, che la diminuzione de’ dazii produrrebbe null’introito de’ primi. Si possono censurare de’ particolari di questa lettera, come l'intervento dello Stato nell’anticipare de’ fondi a' comuni pel miglioramento de’ loro fondi per bonificarli, dissodarli o rimboscarli, mentre sarebbe preferibile di farli vendere e lasciare all’interesse privato la cura di migliorarli ed i prestiti da farsi ad alcuni capi di industrie, che spesse volte danno luogo ad un favoritismo amministrativo. Ma non si può però non rimanere ammirati della vastità del piano, il quale eseguito, darà alla Francia una novella vita per svolgere le immense ricchezze naturali, che la Provvidenza le ha date. Molte di queste riforme sono già un fatto, per il trattato di commercio conchiuso coll'Inghilterra e per molte leggi già approvate dal Corpo legislativo.

E qui ci si presenta il destro di dir due parole sulla libertà assoluta del commercio e sul sistema protettore, che ha eccitato tante discussioni nel mondo incivilito.

Se la terra fosse stata occupata pacificamente dagli uomini

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per iscambiarne i prodotti e lavorare ognuno ad una branca d'industria, alla quale sentivasi più disposto, il sistema protettore non sarebbe nato. Ma siccome quaggiù tutto è lotta e passioni, più o meno regolate dall'intelligenza, così è stato necessario mettersi anche economicamente in condizioni tali da far prosperare le proprie industrie per vincere la concorrenza, donde nacque il sistema protettore, che per la guerra degenerò in sistema proibitivo. La libertà di commercio è dunque una verità assoluta, ed errarono i nostri padri che la pensarono diversamente? Noi crediamo che no. Ogni stadio della società deve avere la sua sfera d' azione proporzionata, sì in economia che in politica. Il governo patriarcale è necessario alle società primitive, pessimo per le società adulte. Il sistema protettore è indispensabile per le società nascenti, nocivo per le società attuali in cui la vita economica s' è così svolta, che ogni popolo può dedicarsi tranquillamente a que' rami della pubblica ricchezza a cui è chiamato dulie qualità del suolo che occupa e dalle sue disposizioni naturali, senza temere la concorrenza di altri popoli, poiché v' ha luogo per tutti quaggiù, e la terra ora incivilita è un mercato largo abbastanza.

Ritorniamo alla politica estera. Molti credettero all'alleanza austriaca dopo la pace di Villafranca, ed il Times disse che Napoleone uvea l'abitudine d'andare a cercare degli alleati alla testa di dugentomila uomini, alludendo così anche al suo buon accordo colla Russia dopo la guerra di Crimea. Ma potea entrare in mente a Napoleone di allearsi con quel colosso da' piedi di argilla per compiere i suoi grandi disegni, e mettere così in non cale le grandi tradizioni politiche della Francia, lasciate da Errico IV, da Richelieu e Mazzarini centro la casa d'Austria?

L'opinione pubblica subito si ricredette appena cominciarono le trattative per cambiare in trattato di pace diffinitivo i preliminari di Villafranca.


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Allora Napoleone testò indeciso fra l'alleanza russa o l'inglese e prussiana, sulle quali conviene fermarci un momento. Se la Francia intendesse di conservare i suoi presenti limiti territoriali e non esercitare al di fuori che una limitata influenza, non avrebbe nulla di meglio dell’alleanza dell'Inghilterra, grandemente appassionata del presente equilibrio europeo, purché i popoli godessero tutti d' una buona amministrazione e di libertà politiche. Ma la missione della Francia è ben altra, e noi abbiamo veduto la timidezza della politica inglese riguardo all'Italia, che non ha voluto soccorrere se non con belli discorsi. Allora il mondo dovrebbe aiutarsi da sé per la sola forza dell'idee e con rivoluzioni parziali e sanguinosissime. L'alleanza russa ha i suoi vantaggi per la Francia, perché dividerebbe il mondo in due parti (almeno per le influenze), e farebbe risorgere in certo modo gli imperi d'Oriente ed Occidente. Ciò sarebbe stato facile a Napoleone I., ma adesso sarebbe l’occasione di grandi guerre, che ripugnano al nostro tempo, e non sarebbe utile alla civiltà. L'alleanza prussiana converrebbe meglio a Napoleone, ed egli l'ha seriamente tentato a Baden dove, secondo il Times, portò al Principe Reggente un sacco di corone tedesche. La Prussia per la sua posizione e le sue parentele potrebbe servir da mediatrice fra la Russia e l'Inghilterra, e sacrificando la frontiera del Reno alla Francia, potrebbe unire sotto di sé il resto della Germania, che con la sua mole sarebbe di sufficiente contropreso alla Francia. L'Inghilterra non vedrebbe così accresciuta di troppo la preponderanza della Francia, e colla creazione d'una Polonia e d'una Ungheria indipendente si avrebbe un contropeso alla Germania e si darebbero alla Russia ed all'Austria (che diventerebbe una potenza di secondo ordine e tutta slava) de’ compensi sull'Impero ottomano. Colla creazione d'un Italia forte e col risorgimento della Spagna si perfezionerebbe l'equilibrio europeo


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colla giusta preponderanza della Francia. L'Inghilterra sarebbe contenta di accrescere in proporzione la sua potenza nel Mediterraneo coll'acquisto di Candia, ed il resto della Turchia europea si darebbe alla Grecia, cacciando i Turchi in Asia. Ma per far ciò fa mestieri una guerra europea e la cessione di alcune province tedesche alla Francia. Ma come evitare la guerra per gli affari d'Italia e per la quistione d'Oriente? Una volta che dee spargersi del sangue, sia sparso almeno per la felicità de’ Popoli, come disse Napoleone nel suo proclama, dopo la vittoria di Solferino. Per la cessione delle province tedesche alla Francia poi rispondiamo che le nazioni sono tenute, come gli individui, a fare de’ sacrificii al bene generale ed alla civiltà, e l'Italia ne ha dato l'esempio col cedere il contado di Nizza per metà italiano alla Francia. Ma noi abbiamo detto altrove di non aver veduto sul trono di Federico II nessun successore degno di lui, e perciò questo piano probabilmente resterà un' utopia, e Napoleone sarà costretto per lungo tempo a tenersi esclusivamente all’alleanza inglese.

Ma un'altra grande idea è sorta nella sua mente, come apparisce da un ultimo dispaccio di Thouvenel. Egli ha tentato di far ammettere la Spagna nel numero delle grandi potenze, riserbando evidentemente un altro posto pure all'Italia, che per comunanza di razza e d'interessi deve esser d'accordo colla Francia in tutte le grandi quistioni e così egli si metterebbe alla testa di circa 80 milioni di uomini. Questa è l'idea che facilmente trionferà, perché né l'Inghilterra, né la Russia, né la Prussia possono farvi serie opposizioni, e basterà vincere l’Austria, che presto o tardi è destinata a sparire dal numero delle grandi potenze.

Ben a ragione dunque l'Imperatore s'è rivolto di bel nuovo all'Inghilterra dopo aver tentato invano altre alleanze, colla sua lettera a Persigny. In essa ripete le sue assicurazioni per la pace,


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facendo intendere che vuoi rivolgere tutta la sua attenzione ella politica interna, poiché egli ha da fare delle grandi conquiste, ma in Francia. Noi però notiamo in questa lettera un certo sforzo per essere creduto, poiché colle sue continue assicurazioni di pace, mentre già ha fatte due grandi guerre, ci sembra aver abusato un poco della massima di Talleyrand che la lingua sene a nascondere i propri pensieri.

Crediamo aver percorso abbastanza la politica interna ed esterna di Napoleone per formarcene un chiaro concetto e l'abbiamo trovata splendida ed ammirevole. Ma v' ha un punto nero sull’orizzonte ed è l'uso troppo prolungato ch'egli potrebbe fare della dittatura. Questa forma di governo è per sua natura transitoria e la Francia non potrebbe esser governata troppo a lungo alla Luigi XIV. Egli mostrò d'averlo capito, quando disse durante la guerra di Crimea, che la libertà non fonda ma incorona l'edifizio sociale. La sola opposizione ch'egli incontra in Francia è quella degli uomini illustri, che forse ne avranno abusato, ma hanno avuto una gran parte nel governo libero della Francia. Egli potrà per ora disprezzare quest'opposizione, poggiandosi sulla massa del popolo e sull'armata, ma non bisogna dimenticare che quegli uomini, sebbene pochi di numero, sono la testa nella nazione, e che la Francia è incostante nelle sue simpatie. Noi però abbiamo fede nel suo genio e siamo sicuri che egli allenterà l'arco a tempo, appena il compimento dei suoi grandi disegni avrà cessato di tener occupata l'attenzione della Francia, sul cui capo egli metterà una corona di libertà dopo averne posto una di gloria (1).

(1)L'imperatore ha continuato a scrivere delle lettere come quella de’ 14 loglio 1861 a Vittorio Emmanuele dopo la morte di Cavour, l'altra al ministro di Stato contro il ritiro della pensione al duca di Palikao e l'ultima al ministro Thouvenel sugli affari di Roma, Nessuna di esse segna una nuova fase politica.


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La gloria costa (1).


I.


Le lettere dell’Imperatore Napoleone, è la relazione del signor Fould intorno alle finanze inserita nel Moniteur, sono documenti di grande importanza per la Francia e per l'Europa. Alla Francia importa dar sesto a' proprii interessi; all'Europa importa di conoscere esattamente le forze della Francia, nelle cui mani sembrano star oggi i destini del mondo. Ma per rintracciare le cause del momentaneo dissesto delle finanze francesi, che certo non ha raggiunto ancora le proporzioni di una crisi, uopo è risalire alquanto verso il passato, e noi lo faremo con la maggiore brevità possibile.

Non v'ha dubbio alcuno essersi la Francia con grandi sforzi posta a capo della civiltà, ed avere assunto dal tempo della sua grande rivoluzione la dittatura morale dell'Europa. A chi piacesse indagarne la cagioni, noi potremmo brevemente ricordare la civiltà moderna esser sorta dall'amalgama degli elementi romani, cristiani e germanici; essere stati i due primi rappresentati dall'Italia, e l'ultimo dalla Germania. Ma per ragioni particolari alla sua storia, l'Italia ha ciò fatto principalmente nell'ordine ideale, ed ha lasciato alla sui sorella di razza latina di compierlo nell'ordine de’ fatti. L'influenza della Francia, da Carlo Magno in poi, non ha mai cessata di esser grande in Europa. L’equilibrio che, più o meno modificato, ancor dura dal trattato di Westfalia, è opera sua per la parte che prese nella guerra dei trent'anni. Mercè la sua grande rivoluzione ha saputo conciliare l'eguaglianza civile delle leggi romane colle libere istituzioni, che ebbero la loro prima origine nelle foreste germaniche, e che tanto favoriscono lo svolgimento dell’individuo.

(1)Nomade 22 novembre 1861.


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Un altro passo fatto verso una più larga decentralizzazione, e questa opera potrà dirsi compiuta. Ciò non ha fatto ancora la Francia per la grande tendenza che ha a far sentire la sua azione al di fuori; e perciò ha avuto bisogno di un governo fortemente centralizzato. Due volte ha cercato di rompere l'equilibrio, al tempo di Luigi XIV e di Napoleone I, e vi era quasi riuscita. Ma la gloria costa; e due volte la Francia si è veduta abbattuta, nella vecchiezza di Luigi XIV ed alla caduta di Napoleone I. Però questo suo abbattimento è stato passaggiero; poiché non molto dopo la morte di Luigi XIV si rialzò colla rivoluzione, non molto dopo i disastri del 1815 si è rialzato con Napoleone III.

La gloria costa sangue e danaro. Degli uomini eroicamente caduti le seguenti generazioni poco avvertono la perdita, essendo subito riparata, poiché le guerre de’ tempi moderni non somigliano alle antiche, in cui la mortalità era grande e si distruggevano intere inermi popolazioni. I sacrifizii economici hanno le più gravi conseguenze, e spesso le più inaspettate; poiché l'angustia delle finanze contribuì molto a far sentire i vizii dell’ordinamento sociale, ed a produrre la rivoluzione francese. Noi prenderemo a parlare delle finanze francesi dalla fine della monarchia assoluta, quando la nuova Francia sorse gigante dalle macerie del passato. Prenderemo le mosse dal celebre rendiconto di Necker, con cui furono svelati i segreti dell’antica monarchia.

L'ammontare delle rendite dello Stato nel 1783 era di 619 milioni di lire (1). Da questa cifra togliendo 34 milioni per la fabbricazione del sale e del tabacco e per le rendite de’ beni particolari del re, restano nette 586 milioni di lire, che, se fossero stati divisi per 24 milioni di abitanti quanti ne contava allora la Francia, avrebbero dato come media di contribuzione per ogni individuo lire 23, soldi 13 e denari 8.

(1)Bailly nella sua Storia delle finanze francesi valuta la lira di quell'epoca a fr., 1. 44

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 Ma oltre che i Francesi non erano allora tutti uguali innanzi alla legge, pagavano più o meno al Tesoro secondo che appartenevano ad un paese di stato o ad un paese di elezione. Né questi erano tutti i loro pesi; poiché pagavano molte tasse a' signori a titolo di dritti feudali, la decima al clero, e tante altre imposte a stabilimenti pubblici e privati. Il signor Bailly ha consultato gli elementi raccolti al Ministero pel bilancio del 1788, e, senza tener conto delle tasse feudali propriamente dette, ci dimostra che i Francesi allo Stato, alle province, alle città ed al clero pagavano 1, 048, 000, 000 di franchi, somma considerevolissima per quel tempo e per quella popolazione.

Le spese ammontavano nel 1783 a lire 610 milioni, sicché avrebbe dovuto esservi un supero annuale. Ma ciò in teoria, poiché v' era sempre un grande arretrato da esigere, e la guerra d'America, e la carestia, le dilapidazioni e le arbitrarie inversioni de’ fondi rendevano necessarie sempre nuove somme. In queste spese eran però compresi gl’interessi de’ debiti pubblici contratti ne' varii tempi della monarchia, e che al tempo di Necker ascendevano a lire 207 milioni. Necker però durò poco al potere, e fu sostituito da Calonne, il quale annunziò ad un' assemblea di notabili, che credette necessario di convocare, esservi un deficit annuale di lire 140 milioni ed essersi in pochi anni presi ad imprestito 1, 045, 000, 000 lire. Brienne successe a Calonne, e ricorse invano ali' antica istituzione del Parlamento per far registrare le leggi di altri 440 milioni d'imprestito.

Divenne evidente per la Corte la necessità di convocare gli Stati generali, come ne' momenti supremi della monarchia. Furono raccolti il 5 maggio 1789, e fino a' 17 giugno si disputò, se si dovesse votare per ordine o per individuo, in che consisteva tutta la rivoluzione. Il 17 giugno i deputati del clero e della nobiltà dissidenti dai 'loro colleghi si unirono a quelli del terzo stato,


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e poco dopo i tre ordini non formarono che una sola assemblea costituente. La rivoluzione è fatta, e la nuova società incomincia.

Dovendoci restringere a parlare delle finanze, accenneremo di volo come nella celebre notte del 4 agosto furono abolite le decime che si pagavano al clero, le giustizie baronali ed a poco a poco tutte le ineguaglianze legali. I principii che-guidarono l'assemblea costituente nel riformare le imposte furono quelli della scuola fisiocratica, ed appariscono chiaramente da queste parole del relatore: Li terra, sorgente di tulle le ricchezze, deve fornire tutte le contribuzioni. Perciò quasi tutte le imposte indirette che colpiscono la consumazione, furono abolite, e non si conservarono che i dazii doganali, i dritti di registro, bollo ed ipoteche, che hanno già una natura a parte. Per far fronte alle spese l'assemblea dovette ricorrere al credito, ed ordinò l'emissione di 400 milioni di assegnati, che erano ipotecati su i beni del clero, cui destinavasi un salario a spese deIlo Stato. La storia delle finanze francesi, fino ai 18 brumaio anno VIII, diventa la storia degli assegnali. unico mezzo per sopperire alle spese, unito di quando in quando a qualche tassa sui ricchi, od a prestiti forzosi. Siccome l'emigrazione cresceva ed i beni degli emigrati erano subito confiscati si ebbe un campo indefinito per ipotecare gli assegnati. Con essi il Comitato di salute pubblica potè sostenere quattordici eserciti e parecchie squadre e far stordire il mondo della forza della Francia. Le rendite fisse si riducevano ad 8 milioni introitati alla dogana, ed a 378 milioni d'imposte dirette molto mal pagate e spesso in assegnali per il loro valore nominale, finché non fu decretato sotto il Direttorio che almeno una porzione di esse fosse pagata in natura. Nel 1796 gli assegnati raggiunsero la somma di 45,579,000,000 e giunsero a cambiarsi per una minima parte del loro valore nominale! Il Direttorio pensò di sostituir loro una carta più accreditata, destinata a ritirare gli assegnati dalla circolazione


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alla trentesima parte del loro valore nominale ed a rifornire di danaro le casse pubbliche. Furono creati demandati detti territoriali, proporzionati ad una quantità di beni confiscati che essi indicavano, de’ quali era data facoltà di prendere possesso con un semplice processo verbale senza le formalità delle subaste. Il valore di questi beni era calcolato su ciò che valevano nel 1790, cioè 22 volte la loro rendita.

Furono emessi 4,400,000,000 di questi mandati; ma il valore delle terre che rappresentavano era esagerato, forse della metà, e poi l'economia pubblica era così perturbata, che nessuno ne voleva; sicché essi subito perdettero l'8o % del loro valore.

Per sfuggire a tanti disastri il Direttorio nell'anno seguente 1797 pensò di ridurre il debito pubblico consolidato, ossia in termini più chiari a far bancarotta. Ma qui ci conviene fare un passo indietro lino all'anno 1793, quando dalla Convenzione furono regolati i debiti dell'antica monarchia e cretto il Gran Libro del debito pubblico. Dietro la proposta di Gambon fu decretato farsi un inventario di tutti i debiti dello Stato contratti fino a quel giorno, eguagliarne gl’interessi al 5 % e scriverli tutti in un Gran Libro, i cui estratti e certificati sarebbero serviti di titolo ad ognuno per la sua partita. Lo Stato non era obbligato che al pagamento degli interessi, e non alla restituzione del capitale.

L'idea principale contenuta in questo progetto era di confondere i debiti della monarchia con quelli della repubblica, come rilevasi da questo brano della relazione del Gambon: «In tal guisa il debito contratto dal dispotismo non potrà esser distinto da quello contratto dalla rivoluzione, ed io sfido Monsignor dispotismo, se mai risusciti, a riconoscere il suo antico debito, quando sarà confuso col nuovo. Fatta questa operazione voi vedrete il capitalista che desidera un re, per avere un re per debitore, e che teme di perdere il suo credito,


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se il suo debitore non sia ristabilito, desiderare la repubblica, quando sarà divenuta sua debitrice, poiché temerà di perdere il suo capitale colla perdita della repubblica». Lo ammontare di tutti i debiti contratti fino a quel giorno si trovò di quattro miliardi, sicché lo Stato era obbligato a pagare 200 milioni l'anno per gl'interessi. Fu imposta su questi interessi una tassa del quinto, e così si trovarono ridotti a 160 milioni.

La Convenzione creò il credito pubblico, il Direttorio lo distrusse. Nel 1792 gl'interessi che si pagavano dallo Stato un quarto in contante e tre quarti in mandati territoriali erano di 175 milioni. Questi mandati nel convertirsi in contante valevano allora la sesta parte del loro valore nominale; ma questa perdita era temporanea, finché le finanze dello Stato non fossero in grado di pagar tutto in contante. La riduzione del Direttorio del debito pubblico al terzo, che fu detto terzo consolidato, non potrà e^ser giustificata in nessun modo. Questo terzo consolidato ammonta a 40, 216, 000, poiché furono distratte varie partite possedute da emigrati o manimorte. Esso fu il nucleo del debito pubblico francese, che noi seguiremo fino a' nostri giorni.

Al 20 brumaio dell’anno VIII (11 nov. 1799), due giorni dopo che il generale Buonaparte avea preso possesso del potere, non vi erano nelle casse della repubblica che 137. 000 lire, avanzo di 300, 000 lire prese ad imprestito pochi giorni innanzi. Il giovane Generale secondo il suo sistema si rivolse agli uomini speciali, e fu trovato l'espediente di far firmare in nome proprio delle tratte dai ricevitori generali (che si trovavano aver dato una competente cauzione) su' ricevitori di distretto, calcolando bene le scadenze, per Io ammontare di ciò che costoro avrebbero potuto introitare fino al giorno stabilito. Queste tratte furono ben accolte dal pubblico, e per scontarle più facilmente il Governo concesse nel 1803 il privilegio di creare uno stabilimento di credito, la Banca di Francia, che riuscì d'aiuto piuttosto allo Stato

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che al commercio, per i limitati suoi capitali e gli urgenti pubblici bisogni. Forse sarebbe stato meglio lasciare il credito interamente in mano de’ privati, come in Inghilterra, ma la Francia era troppo imbevuta d'idee governative in conseguenza del suo svolgimento storico, come sopra abbiam detto. Intanto le pubbliche entrate miglioravano, poiché il Direttorio aveva rimesso i dritti di cancelleria, modificato quelli di registro conservati dalla Costituente, messo una tassa sulle porte e finestre, ed un' imposta personale di tre giornate di lavoro. Spettava al Primo Console farsi il restauratore delle finanze, ristabilendo le imposte indirette, che colpiscono i salarii ed i piccoli guadagni, come le dirette colpiscono la rendita territoriale e i capitali.

Ad onta di ciò le spese erano tali per la politica di Buonaparte divenuto imperatore, che bisognò trovare un rimedio straordinario, e Mollien che fu ministro delle finanze per quasi tutta la durata del primo Impero, racconta essersi presentato all’Imperatore prima della partenza della grande armata per la campagna del 1805, e che costui gli disse: «Le finanze vanno male, la Banca t trovasi in angustie; ma qui non posso trovare nessun «rimedio». Il rimedio eroico fu l'invio nelle casse della Banca della contribuzione di guerra che l'Austria dové pagare a Vienna. L'Imperatore continuò a nudrire le finanze colla buona amministrazione e colle vittorie. Solo negli ultimi mesi aumentò le imposte di pochi centesimi addizionali, che non furono nemmeno esatti. Il debito pubblico consolidato fino al primo aprile 1814 non fu accresciuto che di 23, 091, 637. Rimase un deficit di "00 milioni per le infelici campagne del 1813 e 1814.

Per giungere allo stato in cui oggi si trovano le finanze francesi ci resta a parlare della Ristaurazione e della monarchia di luglio, e noi Io faremo rapidamente, presentando la situazione generale in due quadri distinti.


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Le entrate degli ultimi tre trimestri del 1814 furono 560, 055, 255 e le spese 522,239,587. Lo stato discusso del 1815 venne acclarato per 876,318,232 all’introito e per 931,441,405 all'esito. Il sistema seguito nel budget francese è dividere gli introiti ed esiti in ordinari e straordinarii, non perché queste due categorie debbano corrispondere fra loro che cioè gli introiti ordinari debbano servire a soddisfare gli esiti ordinar! e gli introiti straordinari gli esiti straordinari; ma sol per distinguere la rendita certi da ciò che è il frutto di certe date circostanze. Daremo il sunto degli introiti ed esiti ordinar! e straordinari della Ristaurazione e della monarchia di luglio, e poi un quadro del debito pubblico fino al 1848, affinché ognuno possa discernere ciò che la Francia ha pagato effettivamente, e ciò che ha dovuto farsi anticipare dalle future generazioni mediante gli imprestiti.


RESTAURAZIONE.

1814—1829.

Introito.


Ordinario

14,362,933,656

Straordinario

1,548,195,669

Totale

15,911,155,925


Esito.


Ordinario

14,440,176,810

Straordinario

 1,491,231,887


15,931,408,697



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Bilancio.

Esito

15,931,408,697

Introito

15,911,135,625

Deficit

20,303,072


MONARCHIA DI LUGLIO.

1830—1847.

Introito.

Ordinario

20,456,5i4,590

Straordinario

1,776,615,491


22,233,160,081


 Esito.


Ordinario

21,659,918,617

Straordinario

1,356,056,519


23,015,975,136


 Bilancio.


Esito

23,015,975,136

Introito

22,233,160,081

Deficit

782,814,955


L'anno 1847 in questo calcolo è riportato per 1,357,343,325 «li entrata ed 1,664,372,390 di spesa. Invece fu acclarato per 1,372,387,450 d'entrata, ed 1,629 678,089 di spesa. V'ha quindi una leggiera differenza.


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DEBITO PUBBLICO

dal 1797.

(Rendita iscritta)

Fino a tutto il 1799

40,216,000

Fino all'aprile 1814

24.31,64

Fino all’agosto 1830

90,272,026

Fino al marzo 1848

73,966,086


327,485,749


Durante il terzo periodo, cioè sotto la Ristaurazione, fu diminuito per mezzo della cassa di ammortizzazione di 51,198,403 e durante il quarto periodo cioè la monarchia di luglio di 32,000,000, in tutto di 83,198,403, che tolti da' 327,485,749 ne riduce l'intero ammontare a 244,290,346.

Seguiremo nell’altro articolo le finanze francesi fino a' nostri giorni per vedere in che modo la Francia potrà mettere in ordine i suoi affari, e continuare la sua missione incivilitrice.

II.

La rivoluzione del 1789 ha posto il problema politico e sociale in questi termini: organizzazione razionale del governo e della società. Figlia del movimento filosofico del secolo XVIII essa non tardò a proclamare il culto della Dea Ragione e la repubblica democratica, ma non toccò alle basi della proprietà e della famiglia. In tutte le costituzioni questi dritti furono rispettali e solo come provvedimenti d'eccezione si decretarono le tasse contro i ricchi, l'imposta progressiva ed un maximum per la vendita delle merci. La legge agraria ed il comunismo non furono apertamente sostenuti che da Baboeuf nel giornale intitolato Il tribuno del popolo e poi con una congiura che gli costò la testa.

Le grandi massime dell'eguaglianza di dritto di tutti gli uomini,  della sovranità del popolo direttamente o indirettamente esercitata, della libertà del pensiero

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e della parola sono rimaste; le esagerazioni sono perite, non senza però lasciare traccia. Come Baboeuf avea avuto Moreliy, Mably, Rousseau, Brissot de Warville per antecessori, così ebbe Saint-Sitson, Fourier e loro discepoli per successori.

Il crescere dell’industria ha creato delle sofferenze reali, la diffusione dell’istruzione ha fatto avvertire dei mali che prima non erano avvertiti dal popolo minuto. Si sono cercate delle teoriche per ricostruire di bel nuovo la società e si son riprodotti spesso con incantesimo di stile e con verace convinzione dei vecchi errori della ragione umana. Finché l'umanità starà ne' limiti del finito, certe contraddizioni non potranno sparire perché insite alla natura dell’uomo e la migliore forma sociale sarà quella che presenterà minori inconvenienti e rispetterà un maggior numero di dritti. L’uomo ha dritto a svolgersi liberamente secondo i dettami della ragione, e la società ha l'obbligo di spianargli la via per quanto le sarà possibile nelle condizioni finite in cui si trova nel tempo e nello spazio. Vi ha poi un' armonia negli interessi, che può essere momentaneamente turbata, ma che subito si ristabilisce in conseguenza delle due rivelazioni della nostra natura, che ci fanno trovar utile la virtù e piacevole il sagrifizio. Noi non neghiamo che il regime sociale possa essere perfezionato, ma senza uscire da certi limiti, che la creazione ha posto come condizioni indispensabili alla natura umana. Il regime politico poi è conseguenza del regime sociale, eccetto ne' casi di conquista e di momentanea usurpazione, ed il più adatto allo stato intellettuale, morale e materiale di un popolo sarà sempre il migliore. La Francia dal 1789 ha provato varie forme di governo e pare che non ancora possa dirsi in condizioni normali.

Dalla monarchia assoluta volle passare ad una monarchiarepubblicana, poi alla repubblica pura, che ebbe per conseguenza l’impero e poi la conquista e la monarchia


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di dritto divino con una costituzione octroyée. Nel 1830 la monarchia di dritto divino volle violare le franchigie concesse e cadde.

La borghesia che dal 1789 era divenuta dominante assorbendo in sé la parte più eletta del popolo minuto credette riposarsi in una monarchia popolate. Ma bisogna confessare che si mostrò molto preoccupata degli interessi materiali e non seppe mantenere la Francia nel l'alto posto che deve occupare in Europa. Nulla per' annunziava la caduta d' un governo che se poco facea -d grande, rispettava il patto che l'avea elevato al potere II suo errore principale fu di esser troppo ligio agli interessi di una classe di persone e non aver voluto allargare le basi della rappresentanza nazionale, sicché ben disse Luigi Filippo: Carlo X è caduto per aver molato lo Statuto ed io per averlo voluto mantenere. Da un banchetto per la riforma elettorale sorse inaspettatamente una rivoluzione. E questa volta il potere cadde in mano a gente che avea sempre sognato un rinnovellamento sociale e che essendo stata elevata dagli operai che avevano combattuto alle barricate promise loro la fine della loro miseria. Indi le giornate dei 15 maggio e del 13 giugno 1848, in cui si può dire che la repubblica fu uccisa. Per quanto le grandi idee son feconde di benefici effetti, le false idee non partoriscono che disastri. La società minacciata cercava un salvatore. Se la Francia avesse voluto la repubblica, avrebbe scelto Cavaignac, ma guidata dal suo istinto monarchico scelse Luigi Napoleone Buonaparte. La scelta era significativa e Buonaparte lo comprese. Cercò di andare d'accordo col partito conservatore e promosse le petizioni de’ consigli generali, affinché la costituzione fosse legalmente modificata ed egli avesse potuto essere eletto un' altra volta, se la nazione avesse continuato ad aver fiducia in lui. Ciò non gli riuscì ed attese che un colpo di stato fosse divenuto necessario per prevenire i fautori delle due monarchie precedenti.

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La nazione l’assolvette del giuramento violato con 7,439,216 voti e sanzionò la dittatura da lui assunta col titolo di presidente a vita e poi d'Imperatore. L'Imperatore avea studiato la società moderna e nella solitudine dell’esilio e dopo il suo ritorno si avea fatto una idea chiara de’ bisogni della Francia. Facendosi amica la borghesia non ha perduto di vista gl’interessi del popolo minuto ed invece di cercare i rimedii in vane utopie si diede a perfezionare le vie di comunicazione, a fondare stabilimenti di credito, (il credito fondiario e mobiliare), a spingere innanzi i lavori pubblici, ad abbassare le tariffe per stimolare!a produzione. Donde ne ha avuto i mezzi? Eccoci alla situazione finanziera.

Abbiamo veduto in quale stato hanno lasciato le finanze le due monarchie. Riporteremo uno specchietto degli introiti ed esiti annuali riunendo insieme gli ordinari e straordinari, per non andar troppo per le lunghe, dal 1848 fin oggi. Poi daremo uno sguardo al debito pubblico e passeremo ad esaminare il rapporto di Fould.


Introito

Esito

1848

1,767,955,690;

1,770,960.740

1851

1,431,678,965

1,646,304.442

1852

1,431,622,411

1,472,637,238

1851

1,360,600,775

1,461,329,644

1852

1,487,344,984

1,513,103,997

1853

1,524,448,364'

1,547,597,009

1854

1,802,044,830

1,988,078,16jO

1855

2,793,273,965

2,399,217,840

1856

2,307,999,274

2,195,781,787

1857

1,911,443,325

1,872,526,217

1858

1,896,665,565

1,889,828,477


— 194 —


Introito

Esito

1859 —

1,773,919,114

1,766,080,877

1860 —

1,825,854,379

 1,824,957,778

1861 —

1,840,775,670

1,840,121,812 (1)

Per il 1862 il presuntivo è di 1,941,030,275 per le entrate e di 1,929,448,725 per le spese (2).

Il debito pubblico dal 1. marzo  1848 al 1. gennaio 1858  si compone delle due partite seguenti:

Dal 1. marzo al 1. gennaio 1852

83,155,155

Fino al 1. gennaio 1858

102,553,556


185,708. 711

Si annullarono però 118,938,731, sicché il reale accrescimento della rendita iscritta fu di 66,769,980 che unito al totale de’ governi antecedenti da noi riportato nell’altro articolo in 244,290,346 portano l’ammontare degli interessi annuali del debito pubblico fino al principio del 1858 a 311,057,226. Questi interessi sono pagati alla ragione del 4 1)2, del 4 e 3 per cento e danno il Capitale di otto miliardi, quattrocentoventiduemila, settecentosettantasei franchi (3). Posteriormente vi fu iscritto

(1) Nelle spese del 1855 e 1856 vanno comprese quelle della guerra d'Oriente. Gli ultimi budget! non ancora sono stati acclarati. Ci siamo serviti di cifre prese da documenti officiali tanto per questo periodo che per gli antecedenti.

(2) II budget del 1862 si è chioso con un deficit di 35 milioni per la spedizione del Messico. Il prodotto delle imposte di Francia da dieci anni cresce in proporzione media di 38 milioni all'anno, sicché il Ministro spera di ristabilire l’equilibrio fra la spesa e l'entrata dopo il 4864. Vedi i rapporti all'Imperatore de’ 6 ottobre e 27 dicembre 1862.

(3)Fra le importanti riforme del signor Fonld bisogna annoverare la conversione della rendita 4 1|2 per cento in rendita 3 per cento. L'operazione fu volontaria, la differenza fu in parte versata al Tesoro e produsse 157,631,289 ed in parte ritenuta come premio da coloro che fecero la conversione, 134,914,000 sono stati convertiti; restano 39,236,885 di cui la meta è sottratta alla conversione da vincoli legali.

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l'imprestito dei 520 milioni per la guerra d'Italia e qualche altra partita, sicché il capitale totale dei debito pubblico francese si può calcolare di nove miliardi, che divisi per 36, 000, 000 di abitanti dà 250 franchi a testa. Giustamente però faceva osservare il deputato Augusto Chevalier, che siccome le strade di ferro concesse alle diverse compagnie, diventeranno proprietà dello Stato dopo 99 anni al più tardi, esse saranno sufficienti ad estinguere il debito pubblico, se si vorranno vendere. Ecco un debito con sicura ipoteca.

Conosciute le sorti delle finanze francesi dalla Rivoluzione del 1789 fin'oggi, prima di passare al rapporto del sig. Fould bisogna fermarsi a fare le seguenti considerazioni. Le spese hanno quasi sempre superato le entrate, sicché anche dopo la bancarotta del Direttorio, il debito pubblico è andato sempre crescendo. Ma la fortuna e l'influenza della Francia non è cresciuta in proporzione? Dunque non vi ha perdita. La Francia può pagare le sue imposte e non ha da spaventarsi del suo debito pubblico. Si spaventa forse l'Inghilterra di un debito pubblico quasi triplo di quello della Francia?

Il credito non è che una anticipazione dell'avvenire e quando si calcola con prudenza la futura produzione non v'ha timore alcuno. Poi basta gettare uno sguardo sul budget francese per conoscere ln natura delle spese. Certamente l’amministrazione è costosa, poiché il governo centrale ha assunto tutto su di sè, ma ciò non è un capriccio del nostro tempo, sibbene il risultato del sistema dell’antica monarchia. Sarà possibile fare delle economia, abbandonando molte attribuzioni a' comuni ed alle provincie, ma bisogna prima educare il popolo a questo modo e vi vuoi del tempo. I ministeri di guerra e marina spendono moltissimo, ma noi potremo rispondere come il ministro delle finanze Magne al Corpo legislativo:


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 «Quando si approvano le guerre di Crimea, d'Italia, le spedizioni della Kabilia, di Siria, della Cina e della Concincina non si ha il diritto di trovare esorbitante il bilancio.» Tutto il resto si spende per l'amministrazione della giustizia, per l'istruzione pubblica e pei lavori pubblici (che sono stati spinti con un pò d esagerazione) e non sono delle spese improduttive.

Ma allora perché tante apprensioni in Francia; perché il rapporto di Fould? Le cause del presente momentaneo dissesto finanziario in Francia sono le seguenti: ricolto insufficiente, guerra d'America, applicazione del trattato di commercio coll’Inghilterra. La produzione si è un po' rallentata per essere quasi del tutto cessato lo scambio con l'America, con cui la Francia facea quasi 200 milioni d'affari ogni anno, e per attendere l'effetto della concorrenza de’ prodotti inglesi. Essendo diminuita in parte la produzione e la vendita, non riesce facile procurarsi il numerario necessario per acquistare i grani all’estero, anzi bisogna mandarne fuori per tante obbligazioni assunte da' capitalisti francesi come l'imprestito italiano ecc.

Che doveva fare il governo? Rassicurare il credito pubblico con la promessa che non richiederebbe più i risparmi de’ privati, che si sarebbe ristretto ne' limiti dello stato discusso votato dalla Francia. E ciò con grande apparato di parole per rendersi favorevole quella porzione del partito liberale impaziente della dittatura. E la rivelazione del vuoto d' un miliardo? È una vera burla, ed eccone la dimostrazione.

Nella rassegna fatta de’ bilanci francesi per un sì lungo tempo non abbiamo potuto che fissare il punto di partenza e fermarci al risultato. Le spese hanno quasi sempre superato le entrate come viene dimostrato dal continuo crescere del debito pubblico, poiché dopo averle portate scoverte per un dato numero di anni sperando di colmare il vuoto con future economie, bisogna finire col cederle al debito consolidato.

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 A questo deficit, considerato sempre come un arretrato che non si è voluto estinguere coli' accrescere il debito consolidato, si è fatto fronte col debito fluttuante ed ora si rimedia anche col mantenere il secondo decimo di guerra, la sopratassa sugli alcool, colla sospensione dell’ammortizzazione e con ogni specie di provvedimento transitorio (1). Abbiamo veduto che il suo ammontare era di 700 milioni alla caduta del primo impero nel 1815. Ora soggiungeremo che la Ristaurazione Io lasciò di 1, 153, 000, 000 nelle mani del governo di luglio. Questo governo vivendo in una pace profonda s'ingegnò di diminuirlo ed infatti lo avea fatto scendere a 582 milioni quando lo consegnò alla Repubblica. La Repubblica l'accrebbe un pochino e lo consegnò all’Impeto di 651 milioni. I budgets del 1851, 1852, 1853, 1854 vi aggiunsero altri 234 milioni ed erano già 885 milioni. Si prevedeva che quello del 1860 dovesse aggiungervi altri 100 milioni e siamo già a 985 milioni, circa al miliardo come dice Fould. Questi fatti sono stati discussi questo anno nelle sedute de’ 15 e 18 marzo; quale è stato dunque la rivelazione del Fould? E se la rivelazione è una burla, maggior burla è il rimedio proposto.

Fould non propone delle economie che non sarebbero possibili a fare in un modo notevole se non ne' ministeri di guerra e marina, quando lo stato dell’Europa lo permettesse. Non propone di stabilire nuove imposte, poiché in un anno in cui tante circostanze straordinarie sembrano congiurare contro la Francia non bisogna nemmeno pensarvi. Egli si limita a proporre di rinunciare a' crediti supplementari, della qual facoltà, ristretta in certi dati limiti, godevano puranco i re costituzionali,

(1)Fra questi provvedimenti bisogna annoverare le obbligazioni trentenarie di 132 milioni emesse nel 186t. Queste obbligazioni treutenarie furono anche esse convenite 9 ne restavano soltanto 70, 542 franchi nell'ottobre 1862.


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sempre però sotto la responsabilità ministeriale.

Egli è sicuro di rimediare a tutto coll’inversione dei fondi, senza tener conto delle lungherie della contabilità francese che renderanno difficili tali operazioni. Questo espediente sarà utile solo a calmare l'immaginazione, poiché una volta che il governo per eseguire qualche progetto prediletto avrà concentrato sopra un sol punto i fondi votati per diversi servizi d' un ministero, potrà il Corpo legislativo negargli il supplemento? Il bene dello Stato l'impedirà e non potrà che sfogarsi in inutili rimproveri contro i ministri, i quali a' termini della Costituzione non sono responsabili che verso l'Imperatore. Il sovrano col dichiararsi personalmente responsabile verso il popolo francese ha assunto la dittatura e solo il popolo ha il diritto di chiedergliene conto. Né Napoleone III intende di alterare la natura del suo potere come leggiamo nella sua lettera a Fould: Fedele alla mia origine non posso riguardare le prerogative della Corona come un deposito sacro che non si può toccare, né come un retaggio paterno da trasmettere intatto a mio figlio.

Che la Francia si rassicuri, il sovrano popolare cui ha affidato i propri destini ha compreso la sua missione. Chiamato in mezzo ad una rivoluzione che minacciava di abbattere la società da' suoi cardini, egli ha ristabilito l'ordine. Quando la repubblica era divenuta impossibile egli ricorse a' mezzi legali per far riformare la Costituzione. Quando vide che un' usurpazione si preparava, prevenne il partito legittimista ed orleanista. Ora la Francia l'ha rotto diffinitivamente col passato. Con questa dinastia sorta dal popolo essa finì di abbattere la vecchia Europa; con questa dinastia dovrà fondare la nuova. La quistione finanziera che oggi la commuove è una quistione politica. Se l'Italia non è liberata, la Francia potrà ritirare le sue truppe da Roma, che pur le costano non picciola spesa? La quistione delle nazionalità non agita i popoli dall’Alpi a' Balkani, dal Reno alla Vistola?

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È il momento di disarmare innanzi al nemico e di trascurare di prendere nel nuovo equilibrio il posto dovuto? L'Europa è quasi interamente abitata da tre grandi razze, la latina, la germanica e la slava. La razza slava è la più numerosa, ma la più nuova alla civiltà, che nell’antichità appartenne esclusivamente alla latina ed alla greca e che nei tempi di mezzo si comunicò alla germanica. La razza latina non deve rinunciare alla sua grandezza e nelle grandi quistioni deve essere unita. Essa è ora guidata dalla Francia, e perciò non è solo l'interesse liberale che a lei ci unisce ma è un orgoglio di razza. L'Italia è ardente di riprendere il suo posto e dopo aver insieme battuto il Tedesco sul Mincio e sul Reno, stringerà in Roma un eterno patto colla sua alleata. Allora sarà il momento di disarmare, di pensare agli agi d'una pace gloriosa, emancipare i comuni, ricostruire le provincie, poiché quell’unità esagerata alla quale la Francia ha sagrificeto nel passato tutte le pubbliche libertà, non sarà più necessaria. Allora Napoleone III potrà cambiare la dittatura in uno scettro costituzionale e chiudere il tempio di Giano, non dopo aver reso servo il mondo come fece Augusto, ma dopo averlo liberato.

La politica Internazionale e le Interpellanze Petruccelli (1).

I.

La politica è un' arte o una scienza? È un arte che suppone una scienza. La migliore definizione data della politica ci sembra quella che la qualifica l'attuazione del diritto dello Stato. Per attuare il dritto bisogna conoscerlo tanto nella sua forma assoluta che contingente.

La politica dunque ha i suoi principii, sebbene molto confusi co’ fatti e non poteva l'on. sig. Petruccelli nel porre la quistione internazionale non tener conto e dei principii e de’ fatti.

(1)Nomade del 26 loglio 1862.


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Il sig. Petruccelli avea annunziato da molto tempo il suo desiderio di conoscere la posiziona d'Italia in faccia all’Europa, e questo ci sembrava molto naturale specialmente prima che le due grandi potenze del Nord avessero riconosciuto il nuovo regno. Siccome poi un deputato come il signor Petruccelli non può fare delle domande oziose, noi ci attendevamo a sentir discutere tutto un sistema di alleanze. Ma dobbiamo confessare che la nostra preveggenza non si spinse oltre, poiché essendoci note le idee del sig. Petruccelli per averle lette in questo stesso giornale e nella Perseveranza ed averle udite alla Camera, non ci aspettavamo che ci avesse proposto un'alleanza austro-britannica invece di quella a noi più naturale della Francia e dell'Inghilterra od anche della Francia e della Russia. E di vero le alleanze sorgono o da fatti anteriori o dalla posizione geografica. I fatti anteriori ci dimostrano il nemico d'Italia essere venuto sempre da Germania; i barbari Germani abbattere la antica Roma, l'impero d' Occidente essere stato ricostituito in Francia per tener vivo quel poco che rimaneva di civiltà latina, ma esser passato per nostra sventura alla Germania che l'imbastardì e ci oppresse per tanti secoli. La nostra riscossa fu tutta morale, ma tornò inutile quando il nostro rappresentante naturale, il papa, strinse l'infame patto a Bologna. Ogni aura di libertà, ogni speranza d'indipendenza ci è venuta sempre di Francia. Enrico IV fu il primo a concepire il piano di una confederazione italiana. La Repubblica ed il primo Impero ci liberarono dall’Austria, ci armarono e ci condussero alla conquista del mondo. Campoformio non fu che una breve sosta ed il Veneto fu subito unito al Milanese e formò il primo regno d'Italia dopo la morte di Berengario. La nascita del re di Roma era per noi un lieto augurio, e se la fortuna avesse aiutato a Mosca Napoleone I, egli non avrebbe tardato a comprendere che il primato della Francia non potea serbarsi che ricostituendo l'Europa sulla base delle nazionalità.

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Passa circa mezzo secolo e quell'eroica stirpe (che pure è sangue italiano) manda sul trono di Francia un uomo, a cui la storia fin da ora, senza adulazione, può accordare il titolo di primo politico de’ tempi moderni. Costui deplora l'errore dello zio ed attende tutte le occasioni per ripararlo. Comprende che l'Inghilterra ha occupato tanta parte del globo che ragionevolmente non possa nutrire altra ambizione che di conservarla, e stringe alleanza con l'Inghilterra per salvare Costantinopoli, la seconda capitale dell'Occidente. Quando la Russia perde, vede che l’equilibrio del mondo sarebbe rotto nei mari colla compiuta distruzione della flotta russa e provoca la pace di Parigi. Salvata la Grecia nascente a Costantinopoli pensa come il solo ostacolo alla ricostituzione delle nazionalità sia l'Austria, e muove la guerra d'Italia. L’Inghilterra che si trovava in mano ad un Ministero tory vuoi soccorrere la sua antica alleata, ma sente che non può romperla colla Francia. Una nota russa paralizza la Germania ed in meno di due mesi l'Italia è libera fino al Mincio. Perché non passò questo fiume fatale? Molte hanno potuto essere le ragioni della pace di Villafranca, ma non ultima il desiderio di far liberare l'Italia da mani italiane. Allora disse la Francia: «II trattato di Zurigo sarà una lettera morta, datemi Savoia e Nizza e prendetevi l'Italia centrale.» Crediamo che l'Italia non v' abbia perduto a ritardare la liberazione della Venezia conquistando la sua unità. Resta un'ombra di dolore in tanta gioia, l'occupazione di Roma, ma è nostro destino quaggiù di non aver mai una gioia compiuta. E poi, questa occupazione era un fatto antecedente e può servire di base a molti fatti conseguenti. La storia è una catena e noi non possiamo romperne le snella. Roma sembra il prezzo di una campagna sul Reno, dalla quale risulterà l’unità germanica, un'Austria slava, un regno d'Ungheria, un regno di Polonia e di Boemia, un impero bizantino.


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 Il tempo potrà ritardare questi avvenimenti, ma ci par di leggerli nella mente di Napoleone. E l'Italia non perderà le spese della guerra, poiché oltre di Roma deve guadagnare Venezia ed il Tirolo senza di che non sarà Italia. La nostra bandiera come potrebbe mancare dove si combatterà per la causa della libertà? Prenderemo le parti degli oppressi o quelle degli oppressori? Questa è la quistione che ha sollevato l'onorevole Petruccelli.

La posizione geografica ci obbligherebbe ad essere amici dell’Inghilterra. Non neghiamo che de’ gravi danni potrebbero venirci dall'aver nemica l'Inghilterra. Ma non sarà colpa nostra se preferiremo un bombardamento, che la civiltà de’ tempi non consente estendere oltre agli edificii pubblici, al rendere impossibile la ricostituzione dell'Europa, e la grandezza della razza latina.

L'alleanza austro-inglese è poi impossibile di sua natura. L’Austria sa che noi vogliamo la Venezia ed il Tirolo e non può darceli, perché non troverebbe l'equivalente. Gli Ungheresi hanno cambiato sentimenti verso la dinastia degli Asburghi; i Rumeni ed i Polacchi l'odiano a morte. L'imperatore Francesco Giuseppe resterebbe dunque re dell’Illirici e della Dalmazia finché non crolli l'impero ottomano! L'alleanza austro-inglese ci condannerebbe all’immobilità, poiché né l'Austria né l'Inghilterra muoverebbero guerra alla Francia. Noi dovremmo cacciarla da Roma colle nostre sole forze, e poi dovremmo combattere anche soli l’Austria nella Venezia. Il sig. Petruccelli non propone la guerra alla Francia, ma propone tale cosa che condurrebbe sicuramente alla guerra. Egli dice: Imitate ciò che fece la Francia alla Svizzera nel 1836 per i rifugiati politici. Noi rispondiamo: La Svizzera era una piccola potenza e pure seppe mantenere la propria dignità ed avrebbe sostenuto una guerra se Luigi Buonaparte non si fosse allontanato volontariamente.


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Cita inoltre una nota francese diretta alla Gran Brettagna per una simile quistione dopo l'attentato di Orsini nel 1858. Questa nota non produsse altro che l’assoluzione di Bernard e la caduta del Ministero Palmerston, riputato troppo amico a Napoleone. Se l'Italia avesse la follia di fare un simile passo o non dovrebbe far seguire nessun fatto alle parole ed allora cadrebbe nel ridicolo, o dovrebbe avanzarsi verso Roma ed allora il Moniteur ricorderebbe che la Francia ha riconosciuto il Regno d'Italia sotto ogni riserva di dritto, che il trattato di Zurigo non è stato abolito e quindi darebbe all’Austria il permesso di marciare. Sarebbe dunque un circolo vizioso per fare una campagna nella Venezia! E non sarebbe valuto meglio la spedizione di Sarnico che l'onorevole Petruccelli ha disapprovata? Ecco dove si riesce quando si abbandonano i principii.

Ma il sig. Petruccelli non ha solo toccato l'alleanza francese e la quistione romana, di cui ha fatto non solo una quistione politica, ma anche una quistione di religione, forse per complicarla maggiormente, ma anche altri punti di politica internazionale che noi esamineremo in un altro articolo, analizzando la risposta del Ministro.


II.

Per poter attuare il suo disegno, l'onorevole Petruccelli domanda quali sieno le nostre relazioni colla Germania, inclusa l'Austria, e coll’Inghilterra, desiderando sapere con specialità se vi sieno state trattative per la Venezia. Per cingere la Francia in un cerchio d'alleanze, vorrebbe trovare un punto d'appoggio nella Svizzera, nel Belgio e nella Spagna, e per far fronte alla Russia volge gli occhi verso la quistione d'Oriente. Cerca degli schiarimenti sopra tutti questi punti.

Il discorso del Ministro d'affari esteri è pregevole


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per la calma colla quale sa eludere tante quistioni. Un notevole cambiamento è stato arrecato al modo di condurre gli affari dai regime costituzionale. Prima la politica era il segreto di una famiglia o d' una casta. Il Re non rendeva conto che a sé stesso, e l'aristocrazia dove ha avuto parte nel governo si è mostrata per sua natura segreta e gelosa. Vera democrazia non abbiamo veduto che in Atene, nell'antichità, e gli affari esteri hanno sempre sofferto in questa forma di governo. Il regime costituzionale è una transazione, ma ha obbligato, specialmente in questi ultimi tempi, i governi alla pubblicità. Intanto gli affari non si possono trattare in due maniere; si può bensì aver due specie di documenti. Il ministro Cavour, non ha molto, lo dichiarò al Parlamento, ora che tutto è destinato alla pubblicità, non trovarsi ne' dispacci che presso a poco ciò che si apprendeva da' giornali. In Inghilterra ogni Ministro d'affari esteri, oltre alla corrispondenza diplomatica destinata al Blue-Book, mantiene coi suoi dipendenti una corrispondenza tutta privata. Non si può cambiare la natura delle cose.

Che cosa poteva rispondere il Ministro d'affari esteri? Per essere sincero avrebbe dovuto esprimersi presso a poco in questi termini: «Il sig. Petruccelli vuoi sapere lo stato de’ nostri affari; ciò non può essere, poiché le trattative sono pendenti e riguardano molte eventualità. a' termini dello Statuto io sono responsabile di tutto e quando avrò finito il mio compito la Camera mi manderà al Campidoglio od alla rupe Tarpea, a suo piacere. La risposta alle interpellanze non è un obbligo per i Ministri, dovendo essere giudicati su' fatti, ma un semplice dovere di cortesia; ora io non posso rispondere». Se il ministro si fosse espresso così, l’amor proprio de’ nostri onorevoli ne sarebbe rimasto tanto offeso che avrebbero negato ogni ulteriore appoggio al ministero e l'avrebbero fatto cadere. Il Ministero che gli sarebbe succeduto avrebbe dato delle risposte evasive.

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Per non dare questo piacere agli amici del passato Ministero, il sig. Durando ha preferito di fare ciò che farebbe il Ministero futuro. Quindi è uscito fuori con grandi frasi: «La missione immensa, provvidenziale che spetta all'Italia è di essere cioè l’istrumento d' unione tra que' due grandi antagonismi delle potenze di Occidente e delle potenze d'Oriente in Europa (Applausi generali)... Mosso da quella profonda fede che mi anima da oltre trenta anni di vita politica, farse non del tutto inutile all’Italia, oso promettervi, dico, che fra un tempo non troppo lontano voi sarete a Roma (Vivissimi e prolungati applausi nella Camera e dalle tribune pubbliche)». Questo in quanto alla politica generale che forma il fondo delle interpellanze del signor Petruccelli, ma in quanto alle questioni particolari in cui il segreto è meno necessario, il Ministro ha potuto essere un poco più esplicito. Dice esser noi in ottimi rapporti coll’Inghilterra e che l’alleanza anglo francese forma ancora il perno della politica europea (s' intende quella dell'oggi, non quella del domani). Colia Germania quali relazioni possiamo noi fivere, se una buona metà di essa sta sotto l'influenza della nostra nemica? Spera però il Ministro che il riconoscimento della Prussia indurrà molte delle impercettibili Altezze Serenissime a farci l’onore di riconoscerci. In quanto alle trattative per la Venezia riferiamo le sue testuali parole: «Io credo che ora fa un anno vi sia stata qualche combinazione o qualche studio per risolvere pacificamente la quistione della Venezia.... La Camera non vorrà esigere da me che mi addentri in altre spiegazioni su queste trattative che forse potranno aver luogo in certe date eventualità, che finora non si sono verificate. Dichiaro quindi che nel momento attuale non fedo ancora disposizioni e circostanze propizie, perché possano avverarsi». Riguardo alle nostre relazioni col Belgio e colla Svizzera il Ministro finge di non accorgersi dell’importanza


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che il sig. Petruccelli annette a questa quistione. Risponde che col Belgio stiamo stipulando un trattato di commercio e che la Svizzera è uno Stato dichiarato neutrale del trattato del 1815 e quindi non poter stringere che alleanze difensive. Ripudia in tale occasione l'intenzione espressa dall’on. Bixio in un'altra tornata di voler smembrare questo Stato di composizione artificiale, ma eminentemente utile all'equilibrio europeo. Infatti la Svizzera è un aggregato volontario di individui appartenenti a tre grandi nazioni, e ne impedisce l’urto. Essa sorse combattendo contro l'Austria nascente, e la sua indipendenza fu compiutamente riconosciuta col trattato di Westfalia. I suoi fantaccini giunsero a tale celebrità che Macchiavelli temeva veder risorgere una nuova Roma e cercava i mezzi come salvare l'Italia dalla rovina. La guerra dotta però ridusse al suo vero valore la forza bruta e la Svizzera rimase un sostegno di quel trattato di Westfalia che le diede una compiuta indipendenza. Se le tre famiglie che la compongono preferiscono di riunirsi alle loro madri patrie, la Svizzera si scioglierà ed allora l'equilibrio europeo dovrà esser posto su altra base. Ci sembra chimerica però l'assicurazione del Ministro di voler compensata la Svizzera in altra parte, qualora il Cantone Ticino volesse far ritorno all’Italia. Alla Spagna poi forti vincoli ci avvinsero per il passato. Questa nobile nazione è stata un po' distolta dai lavoro comune della razza latina per l'invasione de’ Musulmani. Il Cristianesimo ebbe presso di lei una tinta feroce, forse comunicatagli dal fanatismo musulmano. Essa ha saputo però combattere e morire per la fede, e se non avesse perduto troppo di vista gli interessi della terra non avrebbe fatto la sua e la nostra rovina. Nulla di più duro della conquista spagnuola, ma bisogna tutto dimenticare nell’interesse di razza. La Francia, l'Italia e la Spagna sono tre sorelle e debbono darsi la mano per resistere alla razza germanica ed alla slava.


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Gl'interessi dinastici cederanno innanzi a questo vitale interesse, e perciò ha potuto benissimo il Ministro annunziarci il suo prossimo riconoscimento.

Passa a discorrere della cosi detta quistione d'Oriente. Come era naturale egli non si pronunzia né per la conservazione né per la distruzione dell’impero ottomano. Rammenta la posizione che il trattato di Parigi accordò alla Sardegna nella quistione d'Oriente, e l’uso che fece il Conte di Cavour del diritto d'ingerirsi negli affari d'Oriente. Negli affari di qualche importanza la Sardegna esprimeva la propria opinione, de’ piccoli non si dava pensiero. Ora l'Italia succeduta alla Sardegna seguirà con più forza la stessa politica. Nel Montenegro si fa una guerra senza scopo e sotto la quistione di frontiera non vi ha che la quistione della fame; la posizione del Montenegro non è definita nella diplomazia. Non cosi della Servia, la cui autonomia è garentita dal trattato di Parigi, e quindi l'Italia interverrà nelle conferenze che stanno per aprirsi a Costantinopoli.

Il sig. Petruccelli può aver ragione di essere soddisfatto del discorso del Ministro? Il pubblico in mezzo alle reticenze può leggervi chiaramente le idee del sig. Petruccelli non essere quelle del Ministro. Non si può domandare di più ad un agente diplomatico; il resto bisogna arguirlo da' fatti. Si vede chiaro non esser cosi prossima la nostra entrata in Roma e doverci organizzare per entrarvi. Il Ministero dunque deve volgere tutta la sua attenzione a calmare i partiti, a formare l'esercito e la marina e a non urtare contro l'impossibile. Questa è la moralità che esce dalla favola.



FINANZE


Le finanze napolitane dalla venuta de’ Borboni (1731) fino alla fine dell’anno 186O (t).

I.


L'ordine del giorno approvato nella tornata del 6 dalla Camera dei Deputati e la nomina del sig. Sacchi a Direttore delle finanze ci rendono certi della brevissima vita che rimane alle finanze napolitano, e però non sarà vano il tesserne un breve cenno storico per conoscere il loro stato presente e per dimostrare quanta forza questa province apporteranno alla patria comune. Avendo però il Principe Luogotenente firmato lo stato discusso del 1861 ci sembra dimostrato che per tutto questo anno il sistema di imposte non sarà cambiato, e che alla frettolosa morte dell’autonomia, ch' è piaciuto alla Camera di ordinare senza che i nostri deputati avessero saputo opporre nulla in contrario, non seguirà per ora nessun cambiamento radicale nelle finanze che finirebbe di gittare lo scompiglio nel paese.

Faremo uso per questo nostro lavoro principalmente del Saggio politico sul regno delle Due Sicilie di Mauro Luigi Rotondo, guardandoci attentamente per la sua parzialità verso i Borboni, della relazione ufficiale fatta alle Camere del 1848 e di quella pubblicata per cura del Direttore De Cesare nello scorso anno.

Il sistema dell'imposte è intimamente ligato allo stato sociale e politico d'un popolo, sul quale esercita una grandissima influenza.

(1)Questo lavoro fu pubblicato nel Nomade dell'aprile 1861 ed in opuscolo separato.



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 Nel dare un cenno delle nostre finanze sarà perciò necessario seguire i grandi mutamenti politici, che hanno avuto luogo nel regno delle Due Sicilie a cominciare dalla venuta dei Borboni. Nella storia delle nostre finanze, distingueremo cinque periodi, dal 1734 al 1806, dal 1806 al 15, dal 10 al 20, dal 20 al 48, dal 48 fin'oggi.


La conquista de’ Borboni ci arrecò il sommo bene di liberarci d il governo viceregnale, che per 230 anni avea desolate queste province, e fino alla rivoluzione francese essi attesero seriamente a sanare le piaghe del passato e ad avviarci ad un migliore avvenire. Nel 1734 la popolazione di queste province continentali del regno delle Due Sicilie ascendeva a circa tre milioni di anime. La pubblica entrata era di duc. 2, 309, 500, 24 mentre i tributi si calcolavano ammontare da nove ad undici milioni, comprendendovi ciò che si pagava a' feudatari, a' comuni ed a' creditori dello Stato a' quali erano stati ceduti in piena proprietà 56 dazi, dalla rendita dei quali soli 300 mila ducati entravano nelle casse dello Stato. Carlo HI volse subito l'animo alle riforme. Fu fatto divieto a' feudatarii di esercitare qualsiasi atto d'imperio e di transigere su' reati d' omicidio, di furto e di falsità con dispaccio de’ 18 maggio 1737. Si venne ad un concordato con Roma nel 1741 per il quale i beni della Chiesa furono sottoposti a pagare la metà de’ pubblici tributi ed i nuovi acquisti l'intero, mentre fino a quel tempo ne andavano del tutto immuni; furono separate dal patrimonio del clero tutte le proprietà laicali che ad arte si erano in esso confuse.

Nello stesso anno 1741 fu ordinato un catasto, che non riuscì perché si vollero seguite antiche norme e non quelle dettate da Carlo Antonio Broggia, che vennero poi seguite a Milano.


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 Nel 1751 fu istituita una Giunta delle ricompre per riscattare i dazi da mano a' privati creditori dello Stato, a' quali fu dato facoltà di riprendere i loro capitali o di contentarsi dell'interesse corrente al quattro per cento. Questa operazione, osserva lo storico Bianchini, fu quasi contemporanea a quella che facevasi dal Governo inglese colla legge del 29 novembre 1749 colla quale s'invitavano i creditori dello Stato a prestare il loro consenso affinché l'interesse de’ loro capitali fosse ridotto al tre per cento nel 1755, ricevendo intanto il quattro per cento, legge che è considerata da tutti come fondatrice del moderno debito pubblico (1).

Gli arrendamenti del tabacco, della manna e dell’acquavite vennero in prosieguo aboliti ed altri divennero meno gravosi passando a poco a poco in mano al Governo. Fu fatta nel 1789 una nuova tariffa doganale che liberava in gran parte il commercio interno ed era favorevole all’esterno, ma non venne eseguita anzi taluni dazi doganali vennero accresciuti prima del 1806. Vari trattati di commercio intesero a migliorare le sorti della nostra navigazione. Una altra legge che rimase senza esecuzione fu quella del 1783 che ordinava a' comuni di far conoscere lo stato economico e topografico di tutte le terre. Le istruzioni della Real Camera della Sommaria de’ 23 febbraio 1792 ordinavano lo scioglimento delle promiscuità e la divisione a' cittadini più poveri delle terre, lasciandone piccola parte ad uso di pascolo pe' cittadini non possidenti. Tanto la legge che le istruzioni rimasero lettera morta.

Tempi più infausti non rammenta la nostra storia degli anni che corsero dal 1795 al 1799.

Il governo era regolato dalle furie di Carolina d' Austria e per fare una resistenza insensata alla Francia non solo si sospesero

(1) Ludovico Bianchini Storia dulie finanze napolitane.


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tutte le riforme, ma si presero 43,029,499,53 da' banchi particolari, gli ori e gli argenti de’ privati cittadini e de’ luoghi pii per la somma di 23,982,760. Si venderono arrendamenti per la somma di 2,500,000 e de’ beni stabili per la somma di duc. 2,973,622, e si estorsero per vari pretesti altri 7,602,656. In tutto i capricci di Carolina d'Austria costarono 79,244,209,53 (1).

La Corte fuggì in Sicilia, e l'eroismo de’ lazzaroni riuscì inutile contro l’esercito francese che entrò in Napoli a' 23 gennaio 1799.

Appena stabilita la repubblica partenopea il generale Championnet pose una taglia di due milioni e mezzo sulla capitale, e di 15 milioni sulle province, dichiarando di ricevere in difetto di moneta i metalli preziosi e le gemme, sicché le case si videro spogliate degli ultimi ornamenti. Ma ciò non fu nulla in confronto di quello che soffri il regno per il disciolto esercito borbonico; per le bande di masnadieri che dicevano combattere pel re; pel disordine universale e per la guerra surta fra i repubblicani ed i sanfedisti, i quali a furia di stragi e di saccheggi giunsero a spegnere la giovine repubblica nel 13 giugno 1799. Ma quali erano state fino allora le sorgenti della produzione? La proprietà inceppata e per due terzi almeno appartenente ai feudatari ed al clero, e la rimanente soggetta a mille usi civici, che ne impedivano il miglioramento, l’agricoltura bambina per mancanza di scienza e di capitali, la pastorizia vagante, presso a poco quale oggi si vede.

 Il commercio interno impedito da mille barriere doganali in pro de’ baroni o dello Stato, l'esterno inceppato da' forti dazi protettori di una industria che non esisteva e da trattati di commercio e di navigazione, che non tornavano tutti in nostro favore.

(1)Vedi De Augustinis Della condizione economica del regno di Napoli pag. 231 e seg. Questo libro fu stampato nel 1833 in epoca non sospetta.


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La ristaurazione avvenuta per l'imperizia de’ governanti della Repubblica, uomini ingenui, totalmente estranei alla vita pratica e mediante la parte impura della società mossi dalle più basse passioni e non da amore della dinastia non rimise affatto le nostre finanze. Dopo aver saziate le loro vendette, Ferdinando e Carolina si dettero a comporre il novello esercito che andò ed occupar Roma sotto il tenente generale Naselli e poi prese parte, senza combattere, alla guerra del 1805'contro la Francia. Ciò cagionò la seconda cacciata de’ Borboni, poiché, abbandonati da' loro alleati nella pace di Presburgo, fuggirono una seconda volta in Sicilia e Giuseppe Bonaparte senza aver incontrato resistenza entrò in Napoli ai 14 febbraio 1806.


II.


Da questo anno comincia veramente la nostra rigenerazione politica e sociale, che si arrestò dopo il 1820 per i danni prodotti dall'invasione austriaca e per dispotismo che non conobbe più freno. Il Colletta valuta le pubbliche entrate alla seconda cacciata de’ Borboni a sedici milioni di ducati. Nella corrispondenza fra Giuseppe e Napoleone da non molto pubblicata troviamo questo passo: «È impossibile che V. M. possa figurarsi Io stato di barbarie in cui giacciono queste popolazioni». Eppure sotto il governo viceregnale avemmo Telesio, Campanella, Giordano Bruno e Giambattista Vico, ed alla fine del passato secolo Genovesi, Filangieri, Mario Pagano, senza nominare i minori.

Ma l'istruzione era ristretta in pochi, la nobiltà scioperata ed il terzo stato si stava formando, sicché ad onta de’ progressi fatti dalla venuta di Carlo III la proposizione deI re Giuseppe deve ritenersi esatta.


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In Francia il terzo stato erasi già formato e la nobiltà era vaga di lettere e di scienze, sicché la rivoluzione, compiutamente avvenuta nelle menti, poté passare nel dominio de’ fatti. Qui al contrario fu, come oggi dicesi, importata e perciò videsi quell'immensa anarchia che si chiamò repubblica partenopea, e se i suoi principali risultati sono rimasti nostro retaggio devesi all'energia de’ due re francesi ed in parte anche alla vivezza dell'ingegno di queste popolazioni. Giuseppe ordinò il regno a mo' di Francia. Un sindaco con decurionato scelto fra' possidenti nel comune; il sottintendente ed un consiglio distrettuale nel distretto; l'intendente ed un consiglio provinciale nelle provincie; entrambi questi consigli proposti in massima parte da' decurionati; de’ ministeri con ben definite attribuzioni, ed un numeroso consiglio di Stato nella Capitale, ecco tutto l'ordinamento amministrativo. Alle dodici legislazioni, fruito di tante conquiste, fu sostituito nel 1808 il Codice Napoleone, che rese certe le proprietà e brevi le liti per le bene ordinate giurisdizioni. Intanto la feudalità, almeno in teoria, trovavasi già abolita, spettando a Gioacchino il merito di aver tradotto in fatto queste leggi per mezzo delle sue commissioni feudali, le quali divisero fra i poveri ed i comuni le terre che cessarono d'essere feudali; ogni servitù ed ogni promiscuità di proprietà fu distrutta; i conventi cominciarono a sparire, e furono definitivamente soppressi nel 1809. Le finanze furono adattate a questo nuovo stato sociale, poiché alle 23 specie di contribuzioni dirette fu sostituito un unico tributo fondiario equivalente al quinto della rendita, che risultava da un catasto amministrativo che si cominciò a fare nel 1806 e fu appena finito nel 1818 senza nessuna regola scientifica.

Questo tributo colpi ogni specie di beni immobili, appartenessero alle chiese, a' baroni o al re, poiché il tempo dell’eguaglianza innanzi alla legge era ormai giunto.


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 Furono classificate le diverse industrie e sottoposte ad un dritto di patente, e fu posta una tassa personale. Tutte queste contribuzioni dirette ammontavano alla somma di duc. 7,500,000 come risulta da un decreto del 1813, netti di centesimi addizionali e delle spese di percezione (1). Come dazi indiretti poi troviamo una tariffa doganale per le merci che entravano o uscivano dal Regno, delle tasse per il registro, per la conservazione de’ dritti ipotecari e le successioni e per i contratti che furono sottoposti a dritti graduali. Eravi la carta bollata ed un dritto di garentia po' metalli preziosi, la privativa sui sali, tabacchi, carte da giuoco, polvere da sparo e salnitri, de’ dazi di consumo e privativa sulla neve in Napoli e casali, la lotteria e le poste e procacci. Non abbiamo trovato in niuno autore uno stato discusso appartenente al tempo de’ due re francesi, ma dal rendiconto dell'agente contabile del Tesoro del 1810, 11 e 12 rileviamo che tutte le spese nel 1812, prima che i vicini sconvolgimenti obbligassero di ricorrere a qualche imposizione straordinaria, come la ritenuta sui soldi degli impiegati, ammontavano a ducati 17,931,000 e perciò si può presumere esser questo l'ammontare delle contribuzioni, netto delle spese di percezione. Ecco il quadro distribuito per ministeri:


(1)La fondiaria ammontava a duc. 6,130,000, la tassa sullo patenti a due 400,000 e la personale a duc. 950,000, che in tutto danno l'indicata cifra di duc. 7,500,000. Nella distinzione fra le imposte dirette ed indirette ci siamo attenuti al sistema generalmente seguito, poiché propriamente parlando avremmo dovuto ritenere per imposte indirette solo quelle sul consumo, dogane e privative.




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Affari esteri..................... Duc.

179

Giustizia...............................

620

Finanze................................

2,646,000

Cancelleria di Stato.............

18,000.

Guerra.................................

9,917,000

Marina.................................

2,483,000

Interno.................................

1,765,000

Polizia..................................

121


17,931,000

Intanto fin dal 1806 fu fondato il debito pubblico, riscattando i così detti arrendamenti, che erano delle pubbliche entrate concesse a privati cittadini per somme da essi anticipate allo Stato. Si diede a' creditori una cedola che produceva l'interesse del 4, che poi fu ridotto al 3 per 100, e si scrissero nel Gran Libro del debito pubblico che ebbe in ipoteca dieci milioni de' beni de’ disciolti conventi. Gli altri beni tolti alle manimorte furono incorporati nell’amministrazione del Demanio e poi venduti a vilissimo prezzo. Il debito pubblico quando partì Gioacchino ammontava a duc. 800,000 di annui interessi secondo il Colletta, ed a duc. 940,000,000 secondo il Rotondo ed altri autori.

Riassumendo questo periodo finanziario vediamo imposto al nostro regno lo stesso sistema di tributi che in Francia ancor dura ed eccettuata la lieve tassa personale (che in tutto ammontava a ducati 950,000 come abbiamo detto nella nota) avuta da tutti per odiosa, troviamo le imposte non ostacolare la produzione e prendere dalla pubblica ricchezza quella parte soltanto necessaria al mantenimento dell’ordine ed alle opere di comune utilità, che pure a vantaggio della produzione rifluiscono. Il commercio interno era stato liberato dalle numerose barriere doganali, l’esterno era nullo per il blocco continentale imposto da Napoleone, ma ciò maggiormente stimolava


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le nostre nascenti industrie già liberate dal sistema delle corporazioni, che dovevano tutto produrre. La proprietà era divenuta libera e la coltura si estendeva; buona parte delle nostre terre erano seminate a cotone, sommamente richiesto. I privilegi aboliti, le leggi chiare ed eguali per tutti, la eccessiva potenza del clero distrutta, il merito incoraggiato, le nostre armi coverte di gloria nell'esercito francese, tutto ci facea sorridere un lieto avvenire. I grandi principi dell’89, meno per quanto riguarda la libertà, erano stati dunque attuati presso di noi, e però non siamo per nulla sorpresi quando sentiamo lodare da' nostri vecchi i be' tempi del re Gioacchino.


III.


La sfrenata ambizione di Napoleone fu causa de’ disastri della guerra di Russia e dell’ultima lega delle potenze contro la Francia. I suoi desiderii alla monarchia universale mossero popoli e principi contro di lui. Per buona ventura egli rappresentava la civiltà, poiché avea regolarizzato una delle più grandi rivoluzioni dell’umanità e se le sue conquiste conculcavano i sentimenti nazionali, recavano in compenso l'eguaglianza civile, nuovi metodi di amministrazione e molti progressi materiali. I re si valsero destramente dell’amor proprio de’ popoli offeso, e promettendo progresso e libertà li mossero contro la Francia. Noi ci trovavamo in una situazione più pericolosa, poiché eravamo ligati alla Francia per la no' stra dinastia, ed eravamo incerti se dovevamo scegliere altri alleati per l'interesse nostro particolare. Se il nostro resi fosse unito con Eugenio e serbato fedele a' Francesi, l'Italia era salva, poiché anche dopo la disfatta di Napoleone potevamo ottenere buone condizioni alla pace. Ma egli lasciossi trasportare dalle sue antipatie e fidando molto in sé stesso rovinò la causa della Francia, dell'Italia e la sua propria causa.


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Napoleone ebbe ragione di dire a Sant'Elena che la prima volta Gioacchino si risolvette troppo tardi e la seconda volta troppo presto. Il trattato di Casalanza pose fine alla guerra infelice mossa da Gioacchino per l'indipendenza d'Italia. In esso il debito pubblico fu garantito, le vendite de’ beni dello Stato furono mantenute, confermali i gradi ottenuti io servizio de’ due re Francesi, il tutto sotto la formale garentia dell’Imperatore d'Austria.

Ferdinando IV dall'altro lato prometteva nei suoi proclami di Sicilia di conservare lutto ciò ch'erasi folto di buono ne' dieci anni della sua forzata assenza, e può dirsi che mantenne la sua parola. Per restringerci a parlare di ciò che riguarda le finanze particolarmente, noteremo che il governo borbonico si trovò nella necessità di esiti straordinari per il ricuperato regno, per la fusione dell'esercito condotto di Sicilia con quello che avea trovato in Napoli e per il mantenimento delle truppe austriache, le quali dimorarono nel Regno fino al 1818. Egli supplì a questi bisogni col credito pubblico, il quale s'era rialzato dopo il ritorno della pace generale e da 940,000 ducati la rendita iscritta si portò a duc. 1,420,000. È necessario mettere sotto gli occhi de’ nostri lettori il totale di queste spese che abbiamo accennate:


Per la fusione de’ due eserciti................... Duc.

 5,750,000

Idem per la marina …......................................

1,447,000

Per obblighi con le potenze alleate.................

6,000,000

Ad alcuni illustri personaggi..........................

2,261,000

Per compensi ad emigrati fedeli al Re............

200

Mantenimento delle truppe austriache

dal 1814 al 1817 …...........................................


4,602,204


20,602,204

Passando al sistema delle imposte diremo che il governo borbonico, come ogni governo nuovo


— 218 —

che cerca d'ingraziarsi i popoli, abolì la tassa sulle patenti. La tassa personale era stata già abolita da Gioacchino nel 1814


sicché il Tesoro perdette da entrambe...... duc.

1,724,867

Furono aboliti dritti graduali e quelli di

successione che davano al Tesoro....................


600

Si fece un disgravio di grani addizionali ed

un'economia sulle spese di percezione............


468,58


2,692,445


L'economia, come ognun vede, fu rilevante, ma fu resa possibile dallo stato prospero in cui erano le finanze e secondo noi sarebbe stato preferibile di conservare la tassa sulle patenti, poiché non è giusto esentare da ogni peso la ricchezza mobiliare, disgravando in proporzione la proprietà fondiaria. Sarebbe forse valuto meglio il conservare le imposte come si trovavano e spenderle in lavori pubblici di comune utilità. Ecco lo stato discusso del 1820 che togliamo dalla citata opera del sig. Rotondo, avvertendo averlo egli riportato netto delle spese di percezione secondo il sistema che fu seguito fino al 1823.


Contribuzione fondiaria e grani addizionali

7,430,835

Dazii indiretti, cioè dogane, dazi di consumo

e privative su' sali, tabacchi, carte da giuoco,

polvere da sparo.


6,745,800

Lotteria

1,000,000

Registro e bollo.

450,000

Poste e procacci

120,000

Introiti diversi, cioè ventesimo comunale,

Tavoliere di Puglia, lucri delle casse di Sconto

ed Amministrazione.


1,360,351


17,106,986


— 219 —

Le finanze adunque erano floride e venivano amministrate con economia dal Cav. Medici, il quale era capacissimo per amministrare e sopperire a' bisogni del Tesoro, ma incapace di animare la produzione per mezzo di opere pubbliche, col propagare l'istruzione e far nascere stabilimenti di credito. La cassa d' Ammortizzazione era stata fondata nel decennio de’ re Francesi e fu designata quella di sconto che poi venne attuata nel 1818 col capitale di un milione fornitole dallo Stato al sei per cento. Anche adesso questo è l’unico stabilimento di credito presso di noi e si alimenta da' denari de’ privati depositati ne' banchi, che sono de’ semplici banchi di deposito e non di circolazione. Ne' trattati di commercio fatti nel 1816 coll’Inghilterra e 1817 colla Francia e la Spagna si concesse alle merci trasportate su' legni di queste tre nazioni il ribasso del 19 per cento su' dazii, e ciò fu un colpo mortale per la nostra marina di trasporto.

IV.

Ma quando le finanze erano prospere, il Regno tranquillo, le leggi francesi ritenute ed in parte migliorate (fuorché nell'abolizione del Consiglio di Stato, anello supremo di tutta)' amministrazione, al quale fu sostituito il Consiglio di Cancelleria con minori attribuzioni) che cosa spinse il popolo ad un rivolgimento politico in questo stesso anno 1820? È divenuto oramai un motto storico che i Borboni non dimenticano nulla e non imparano mai nulla. Essi ritennero le belle istituzioni rimaste da' re francesi, ma lo spirito del governo era sempre retrivo ed il re oscillava fra' vecchi amici che l'avevano seguito in Sicilia, e coloro che si erano mostrati affezionati alle nuove cose. I Napoletani aveano poi negli ultimi momenti ottenuto una costituzione da Gioacchino e lo stesso Ferdinando era stato costretto dagli Inglesi a darne una alla Sicilia,


— 220 —

sicché ambo le parti del Regno erano vaghe di libertà. La sella de’ Carbonari avea fallo rapidi progressi nel Regno ed era penetrata nell’esercito, in cui i militari che aveano combattuto sotto Gioacchino mormoravano dello stato delle cose. La rivoluzione di Spagna avea acceso le menti e non deve sorprendere, se questa bella parie d'Italia partecipò allo spirito generale di rivolta contro la reazione prodotta da' trattati del 1815, Oh! se la rivoluzione avesse saputo moderarsi, quante sventure piangeremmo di meno e qual bene non ne sarebbe derivato all'Italia! Ma qui il dramma ebbe fine funesta e non ci restò che pagar più caro le nostre catene. Mancanza di senno nel parlamento, difetto di coraggio delle milizie diedero luogo ad una seconda invasione austriaca e ad una feroce reazione. Le leggi restarono una lettera morta, una Consulta di Stato che prendeva cognizione delle leggi quando ne era domandata da' ministri fu sostituii. 1) al Consiglio di Cancelleria che ne dovea prendere sempre cognizione; furono bruciati nel largo Fontana Medina per mano di un birre il Catechismo in cui insegnavasi doversi amare il re la patria, le opere di Voltaire e di Montesquieu, e l'istruzione fu interamente affilata a' preti.

Le finanze costituzionali furono prospere, poiché nei nove mesi che durò questo regime non fu fatto che un prestito forzoso, il quale pochissimo fruttò e si alienarono in tutto duc. 140, 000 di rendita iscritta. Ma intanto fu diminuita l'imposta del sale, furono ristaurate le navi e le fortezze del Regno che cadevano in rovina, si spedirono 32,000 vecchi soldati alla frontiera e 42,000 di nuove leve armati di tutto punto. La causa della rovina delle nostre finanze non fu dunque la rivoluzione, ma lo spergiuro del re e la lunga dimora di numerose truppe austriache che la sua paura mantenne per molti anni nel regno. Eccoci a descrivere queste nuove gravezze.


— 221 —

Il debito pubblico da 1,420,000 che era prima del 1820, al quale aggiunti come sopra abbiam detto, altri duc. 140,000 durante la costituzione, formavano in tutto ducati 1,560,000 fu portato fino al 1826 a ducati 5,190,880. Osservandosi inoltre nel budget un deficit annuale che sorpassava i quattro milioni si pensò col decreto del 28 maggio 1826 a stabilire nuove imposizioni per il 1827.

Si dichiarò peso ordinario la ritenuta del decimo sul soldo degli impiegati, che si era imposta momentaneamente e si ritennero sei mesi di soldo per i nuovi impiegati o sull’aumento de’ promossi a maggior grado, che insieme si poté presumere di rendere


ducati annui............................................................

900,000.

Si stabili una tassa sulle patenti, sebbene fosse indicata con altro nome che si presumeva dovesse rendere............................................................. duc.


400,000

Si pose un dazio sul macino di sei grana a tomolo sul grano e granone che si credeva dover ammontare a.................................................. duc.


1,420,000

S'impose nuovo dazio su' generi coloniali e su' pesci secchi e salati che si consumavano nella Capitale che avrebbe potuto rendere............... duc.


250,000


2,920,000


Nell’agosto dello stesso anno il nuovo dazio su' coloniali ed i pesci salati fu esteso a tutto il regno per non far deviare nelle province questo commercio ed il dritto sulle patenti che nell’avvilimento in cui trovavasi l'industria ed il commercio sembrava eccessivamente granoso, fu ristretto alla sola Capitale, ma non poté sostenersi e nell'anno appresso venne definitivamente abolito, sicché l'aumento di imposte rimase ridotto a ducati 2,570,000.


— 222 —

Con questo accrescimento però non giungevasi a soddisfare tutti i bisogni delle finanze, poiché osservavasi un deficit di 1,430,000. Intanto il governo col decreto de’ 15 dicembre di quello stesso anno volle accrescere il fondo ordinario per estinguere il debito pubblico, portandolo all'uno per cento degli interessi annuali, sicché bisognava dare alla cassa di Ammortizzazione annui ducati 1,038,170 invece di duc. 464,250 stabiliti fino a quel tempo per il pagamento degli interessi ed estinzione del capitale dell’ultimo debito in lire sterline noto sotto il nome di anglo-napolitano, contratto nel 1826 e compreso nel totale del debito pubblico da noi sopra riportato. Sembrerà curiosa questa premura di estinguere gli antichi debiti quando le entrate non erano in equilibrio colle spese e si era costretto ogni anno a farne dei nuovi. Un'occasione di forte esito fu la formazione de’ 4 reggimenti svizzeri, che si assoldarono alla partenza delle truppe austriache con una capitolazione di 30 anni e che costarono duc. 1,792,000 alla loro fondazione e ducati 566,000 annui. E poi come furono pagate le truppe austriache! Lo stesso Bianchini nella citata storia delle finanze napolitane non ha potuto trattenersi dallo scrivere: «Si credette da taluni che da più di undici milioni e da «altri, più di 7 milioni e mezzo si fossero pagati oltre «quello che dovevasi». Si giunse così alla fine del 1830 con un deficit di duc. 4,345,251 che si voleva ancora attribuire alla rivoluzione del 1820 e non alla perfìdia di chi avea mancato alle promesse e fatto invadere il Regno da truppe straniere. Il più triste periodo delle nostre finanze è questo dal 1820 al 1830, in cui abbiamo veduto più che quintuplicato il nostro debito pubblico, aumentate le imposte e chiusa ogni carriera all'industria ed al commercio per l'eccessiva protezione de’ dazii di immissione, e l'intero sistema politico tendente a stabilire fermamente l'ignoranza e l'oppressione. Quale orrenda luce non si aggiungerà a questo quadro,


— 223 —

guardando al carattere de’ due sovrani, Perdonando IV e poi I, il carnefice del 99, lo spergiuro del 20; Francesco I, l'incendiatore di Bosco, che vediamo raggirato da un Viglia e da una De Simone, che, col suo consenso tutto vendevano anche le udienze del loro sovrano!


V.


Il 1830 fu foriero di libertà per l'Europa. La Francia cacciò la sua vecchia dinastia fedifraga del patto costituzionale. 1l nuovo re Luigi Filippo era stato cospiratore e si teneva per favorevole alla libertà ed indipendenza dei popoli. L'Italia e la Polonia insorsero e furono poi indegnamente abbandonate.

La Francia non era ancora in grado di rompere i trattati del 1815, poiché avrebbe acceso la guerra europea, nella quale avrebbe messo in pericolo la sua esistenza e perciò il suo governo preferì di mancare sfrontatamente alle promesse fatte a' popoli. Questa gloria era serbata a Napoleone III, il quale, asceso al trono in un momento di pericolo sociale, volse l’animo prima a salvare la società e poi all'indipendenza de’ popoli. Ma per essere giusti non bisogna omettere che i popoli si sono resi più idonei alla libertà ed hanno acquistato altra coscienza di loro stessi dopo la rivoluzione del 1848. Eppure con quanta cautela proceda Napoleone nel suo cammino ce lo dimostra la pace di Villafranca ed il suo contegno nella quistione romana. Torniamo alle nostre finanze.

Il regno delle Due Sicilie avea avuto in quello stesso anno un giovine sovrano di svegliato ingegno, che fece concepire le più belle speranze. Egli cominciò il suo regno con generale perdono per far scomparire tutte le tracce del passato. Le truppe austriache erano già partite; egli conservò gli Svizzeri, ma rivolse tutte le cure ad ordinare l'esercito razionale. L'Italia lo credeva ambizioso e gli avrebbe offerto con piacere una corona più grande;


— 224 —

i suoi sudditi Io credevano vago di libertà in guisa che il ministro Intontì cospirò per indurlo a dare una costituzione, credendo forzargli la mano, ma venne subito arrestato. Una lettera a Luigi Filippo che tutti i giornali hanno pubblicato ha squarciato ogni velo sulle idee del re delle due Sicilie in quel tempo. Gli istinti malvagi di sua natura non tardarono a manifestarsi, specialmente dopo la morte di Cristina di Savoia e furono continuamente stimolati dalla sua seconda compagna. Egli ha tenuto oppressi i suoi popoli per amore di assoluto potere, ma anche perché credeva che avrebbero abusato della libertà contro di lui. Nemico dell'indipendenza del pensiero e della dignità umana badava al benessere materiale del popolo per quanto potesse bastare a fargli pagare le imposte ed a non farlo ribellare, avversandone la soverchia prosperità, perché conosceva che da questa sarebbe nata la domanda di istituzioni liberali.

Adottava delle moderne scoperte sol quanto bastasse a farsi credere un principe illuminato, come abbiamo veduto nelle strade ferrate e nella navigazione a vapore, che egli primo introdusse in Italia. Solo dopo la reazione del 1849 volse l'animo a favorire esclusivamente il popolo minuto a danno della classe agiata ed intelligente, contro la quale cercava di aizzarlo col farla credere incettatrice di grano e posseditrice di demani comunali indebitamente appropriati.

Col decreto degli 11 gennaio 1831 egli prese a ristaurare le finanze. Fu stabilito che il vuoto di duc. 4,345,251, di cui sopra abbiam parlato, si sarebbe estinto per gradi ed intanto si provvedeva a far sparire il disquilibrio annuale di duc. 1,128,167 che avrebbe sempre accresciuto il vuoto rimasto dagli anni precedenti.



— 225 —

Il re rilasciò sull'assegnamento della Real Casa ducati..................................................................


370,000

 Ordinò una economia sul ramo di guerra

e marina di ducati …..........................................


340,000

Lo stesso fece sugli altri ministeri per........ duc.

531,67


1,241,667

Ma siccome per far sentire il benefìcio del nuovo regno avea diminuito per metà il dazio sul macino, che come sopra abbiam detto, ascendeva a duc. 1,253,000, si dovette pensare a colmare il vuoto con nuova ritenuta sul soldo degli impiegati e con risparmi sul materiale dell'amministrazione. L'economia sul ministero di guerra e marina non fu eseguita, ma quella ottenuta dagli altri ministeri fu maggiore di ciò che erasi preveduto e cosi lo stato discusso fu posto in equilibrio, anzi diede un supero d'introito di duc. 72,141. Durante l'amministrazione del ministro D'Andrea, che durò fino al 1841, questo equilibrio fu mantenuto e non solo si tolse il debito fluttuante di duc. 4,345,251, di cui sopra abbiam parlato, ma anche porzione dell’ultimo prestito in lire sterline fatto nel 1826, che venne poi totalmente estinto dal ministro Ferri nel 1844. Il D'Andrea avea lasciato duc. 2,200,000 in cassa. Pagato il debito poc'anzi accennato si cominciò ad obbligare i creditori di rendita iscritta alla conversione del 5 in 4 per cento od a ricevere il loro capitale alla pari. Si estinsero così duc. 258,033 di rendita corrispondenti a duc. 5,188,660 di capitale e si ridussero al 4 per cento duc. 83,590 compresi diecimila ducati di rendita creata in favore della Cassa di Ammortizzazione.

Ferri lasciò il ministero in novembre 1847, quando la tempesta si avvicinava, e qui ha principio una nuova fase per la nostra finanza, che ci conduce all'ultimo dei periodi da noi presi ad esaminare. Pochi mesi prima, a' 13 agosto, per rendere favorevoli i popoli, era stata diminuita di un terzo l'imposizione sul sale,


— 226 —

ciò che fece perdere al Tesoro duc. 1,000,000 all’anno e fu abolita la residuale tassa sul macino in annui duc. 625,946. Gli introiti delle dogane presentavano un deficit di ducati 700,000 dall'estaglio assicurato dalla regia ed aggiuntivi duc. 200,000 spesi per le agitazioni cominciate in Calabria si avea una deficienza di duc. 2,600,000 per lo stato discusso del 1848, a cui pensavasi rimediare colla sospensione dell'ammortizzazione e con altre economie.

VI.

Prima di passare al bilancio del 1848 bisogna mettere sotto gli occhi de’ lettori l'ammontare del debito pubblico in quell'epoca che ascendeva a duc. 4,048,502 d'annui interessi, compresa quella porzione di rendita convertita al 4 per cento, che sopra abbiamo indicata. Questi annui interessi corrispondevano al capitale di ducati 80,890,040. Bravi inoltre un debito verso il Banco, la Gassa di sconto e la Cassa di Ammortizzazione che ammontava a duc. 6,873,191, ma siccome si era creditori della Sicilia di duc. 4,612,078 questo debito non consolidato si riduceva in fatti a duc. 2. 261,113. Il bilancio del 1848 aprivasi dunque col deficit di duc. 2,600,000 per le cennate cause dell’abolizione della tassa sul macino, la diminuzione di quella sul sale e le spese cagionate dall’agitazione delle Calabrie nell’anno 1847, a cui bisognava aggiungere la diminuzione di entrate facile a prevedersi nei tempi procellosi che si avvicinavano. Lo Statuto costituzionale. che se fosse stato fedelmente mantenuto, avrebbe salvato la dinastia, fu promesso il 29 gennaio e concesso il 10 febbraio. a' 26 aprile fu ordinato un prestito forzoso che sulle prime non produsse che duc. 700,000, ed in tutto duc. 1,137,263 (1).

Per garentia di questo prestito furono creati duc. 100,000 di

(1)Questo prestito forzoso venne in gran parte restituito a' contribuenti, facendolo da essi ritenere sulla fondiaria o pagandoli dilla partita di rendita iscritta di duc. 100,000 come è detto qui appresso.


— 227 —

rendita iscritta che mano mano venne alienata, come fu pure alienata una partita di rendita di duc. 25,000 ricavata da antecedenti economie fatte dal ministero della guerra. Lo Statuto non ebbe fra noi che brevissima vita, poiché può considerarsi come spento il giorno 15 maggio. La Camera non ancora costituita fu sciolta e siccome gli elettori rimandarono gli stessi deputati, il governo non potendo andare di accordo con essa, l'apriva e la prorogava, e quando l’accordo stava per stabilirsi col ministero, il re la sciolse per non mai più convocarla. Intanto siccome il Tesoro stava in forti bisogni il ministro Ruggiero in data de’ 2 ottobre creò una rendita iscritta di duc. 600,000, che a misura che venne alienata produsse netti duc. 9,989,016. Questa somma che l'incauto ministro credette poter creare senza l'autorità della Camera servi a ristabilire il dispotismo ed a conquistare la Sicilia.

Noi a bella posta non abbiamo mai parlato della Sicilia in questi articoli per ristringerci unicamente alle finanze napolitane, trovandosi l'isola in diverse condizioni sociali di questa parte continentale. Conviene accennare però che la Sicilia concorreva per la quarta parte ad una categoria di spese denominate spese comuni e si può calcolare la sua quota essere stata di duc. 2,190,000 dal 1815 al 28, di duc. 3,200,000 dal 28 al 48 e poi con decreto del 27 novembre 1849 fu portata a duc. 4,157,525 (1).

Nel bilancio del 1820 da noi riportato non fu compresa la quota della Sicilia come neanche le spese di percezione. Negli altri bilanci, di cui daremo il sunto, la quota della Sicilia è sempre compresa, come pure le spese di percezione

(1)I conti con la Sicilia furono acclarati nel 1850, quando fu creato un debito pubblico siciliano, sicché il Tesoro introitò i ducati 4,612,078 di cui era creditore al principio del 1848, ma rilasciò alla Sicilia ducati 2,155,025 ch'essa dovea per l'annullato contratto dei zolfi colla compagnia Taix, il cui forzoso scioglimento per opera dell'Inghilterra levò tanto rumore in Europa e per altra resta. Questa partita è rimasta a carico della parte continentale.


— 228 —

eccetto per la fondiaria, il cui dritto di esazione è ritenuto direttamente dagli esattori e che si può valutare ascendere dal 3 e mezzo al 4 per cento.

Sarebbe troppo lungo riferire partita per partita tutta la rendita creata in seguito sempre con decreti non pubblicati; basterà riportare uno specchietto dell'introito effettivo e dell’esito effettivo degli anni dal 1848 a tutto il 1859, ed indi il totale della rendita creata nel frattempo per colmare i vuoti de’ bilanci.

INTROITO                                              ESITO

1848

 21,052,946,83

27,779,877,48

1849

 23,182,907,31

32,184,873,71

1850

 28,689,782,84

31,155,744,60

1851

 29,286,717,00

30,630,027,65

1852

 28,819,184,40

31,331,378,52

1853

 27,373,427,83

31,843,086,22

1854

 28,575,605,66

31,391,964,72

1855

 29,992,610,46

31.117,990,82

1856

 32,694,546,36

32,486,057,33

1857

 30,790,660,37

32,547,717,69

1858

 32,344,774,07

32,816,623,89

1859

 30,389,477,35

29,517,698,49


Dalla somma dell’introito ed esito si ha un disavanzo di duc. 31,610,460,64 al quale si fece fronte con mezzi straordinari e con nuova rendita (1). La totalità della rendita creata è del capitale di duc. 21,764,632,26 dal quale

(1)I mezzi straordinari furono, la parte del prestito forzoso del 1843 non venne reclamata in duc. 459,763,43, de’ crediti verso la Tesoreria di Sicilia, diversi da quelli che abbiamo menzionati, in duc. 8,424,879,00, una vistosa somma presa da' cambii militari in duc. 4,538,814,34, colla pegnorazione e vendita di rendita creata prima di detta epoca in duc. 1,485,728,17. Da queste cifre bisogna sottrarre soli duc. 686,118,75 per doti alle reali principesse. Vedi pag. 9 della relazione officiale su' bilanci dal 1848 al 1859 da noi citata al principio di questo lavoro.

— 229 —

rimase in beneficio del bilancio del 1860 il supero di duc. 4,377,137,81. Da questa somma bisogna prelevarne duc. 1,200,000 anticipati ad alcuni negozianti per fare acquisto di grano a conto del governo, che lo ha rivenduto con una perdita presso a poco eguale a questa cifra per far cessare la penuria nel regno, sicché per questo malinteso provvedimento annonario il supero sopraccennato resta ridotto a duc. 3,177,137,81. Da questa ultima cifra bisogna anche detrarre duc. 813,883,97 come premio sul maggior prodotto de’ dazi doganali antecedentemente amministrati a regia. Il supero di ducati 2,363,253,84 fu speso per anticipazioni urgenti Terso la ecc. del 1859 da regolarizzarsi.

Diamo il preventivo del 1860 ed il totale del consuntivo dell'intero anno, che ci è riuscito di procurarci, arrestandosi la relazione del governo alla fine del solo primo semestre.

Contribuzioni dirette, composte dal carico principale della fondiaria in duc. 6,150,000 e di grana addizionali di diversa

natura che formano in tutto duc.


8,058,675

Dazi indiretti e privative


11,865,800

Questa cifra si compone di dazi doganali colla dogana collaterale di Messina ducati


5,119,904


Dazi di consumo per la capitale duc.

1,653,689


Privativa de’ tabacchi duc.

2,097,502


Sali due

2,821,426


Neve per Nap. e casali duc.

80,67


Polvere da sparo duc..

73,99


Bolli perle carte da gioco.

18,62


Dall'amministrazione del registro e bollo, cui è aggregata la Crociata duc.


1,431,500

Da riportarsi

..................

21,355,975


— 230 —

Riporto

21,335,975

Dalla Lotteria due

1,863,560

Dalle poste duc.

306,610

Dall'amministrazione delle Monete duc.

230,729

Dalla Cassa di Ammortizzazione e demanio pubblico


593,080

Dalla Cassa di Sconto per il milione prestatole dallo Stato alla sua fondazione


60,000

Ritenute fiscali su' soldi ecc.

902,318

Introiti diversi sulle licenze da caccia

passaporti, Exequatur ecc.


251,037

Somme per conto della beneficenza.

34,400

Dalla Regia strada ferrata...

280,210

Dal Telegrafo elettrico

100,000

Quota della Sicilia

4,157,525

L’esito presuntivo diviso per ministero dovea essere:

Presidenza duc.

66,638

Affari Esteri

298,800

Grazia e Giustizia

793,708

Affari Ecclesiastici

54,710,14

e istruzione pubblica

(Formavano un solo ministero)


331,282,92

Finanza

14,642,500

Interno

1,426,424

Lavori pubblici

3,405,186,77

Guerra

11,307,220,02

Marina

3,000,000

Polizia

209,941,50


35,536,411,35

Tutto l'introito del 1860 ascese a duc. 23,126,629,14 per la rivoluzione avvenuta, il ribasso del prezzo del sale  da grana 8 a grana 6 il rotolo, la riforma della tariffa doganale

— 231 —

e la restituzione al municipio di Napoli dell’introito de’ dazi di consumo, che poi vennero in gran parte aboliti.

L’esito invece fu di duc. 48,213,392,29, sicché si ebbe un deficit di duc. 25,086,771,64. Il debito pubblico consolidato che nel 1847 ascendeva a duc. 80,890,010 di capitale alla fine dei 1860 giunse a duc. 120,698,240.

Oltre di questo debito consolidato abbiamo veduto esservi nel 1848 una specie di debito fluttuante dello Stato verso il Banco, la Cassa di Sconto e la Cassa di Ammortizzazione di duc. 6,873,191, la qual somma, sottrattone ciò che lo Stato dovea avere dalla Sicilia, riducevasi in realtà a duc. 2,261,113. Nel fare i conti colla Sicilia nel 1850 non si esigette tutto quello che si dovea avere, poiché si volle far rimanere a carico di questa parte continentale ciò che la Sicilia dovea per lo scioglimento del contratto pe' zolfi conchiuso colla compagnia Taix e per altra resta, come abbiamo detto nella nota a pagina 227, sicché il debito dello Stato verso le cennate Amministrazioni venne compensato solo in parte, e rimase di duc. 4,718,766, che non si è mai riportato in bilancio. Questo debito fluttuante trovasi alla fine del primo semestre del 1860 di duc. 7,222,746, essendo compresa però in questa cifra una grossa somma che dovrebbesi alla madrefede de’ cambi militari, di cui una gran parte resta a beneficio dello Stato. Esso, come indica la sua natura, non era che un'anticipazione sulle imposte che si dovevano esigere.

VII.

Sorgeranno adesso le quistioni: Le nostre finanze si trovano in uno stato prospero ora che stanno per essere fuse nelle finanze di tutta Italia? Che uso si è fatto di tanto denaro speso ed in che grado di prosperità si trovano queste province continentali?

Per rispondere alla prima, basterà riflettere che gli interessi del nostro debito pubblico non corrispondono alla quinta parte


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delle entrate, ed il capitale ricade a ducati 17,24 per testa; e basterà gettare gli occhi sopra una tabella comparativa di tutti i debiti pubblici europei per conoscere, se è relativamente grande. Esistono poi molti beni demaniali, comunali, dei luoghi pii, de’ conventi e del clero che in. tempi straordinarii si potrebbero utilizzare, vendendoli a pro dello Stato e creandone altrettanta rendita sui Gran Libro. La rendita ha goduto presso di noi sempre d'un prezzo alto ed anche adesso che è conosciuta la prossima fusione, va più caro delle altre rendite italiane. Le imposte non possono dirsi opprimenti ed abbiamo avuto un introito progressivo dal 1848 in poi su' dazi indiretti, ciò che è un manifesto segno di prosperità. L'agricoltura è ancora nell’infanzia, l'industria incipiente, ma le nostre terre sono fertili, l'attitudine degli abitanti maravigliosa e l'immensa estensione di coste offre grandi facilità pel commercio esterno; sicché sotto un governo per poco migliore del caduto possiamo augurarci il più lieto avvenire.

Prima di passare all'uso fatto di tanto denaro speso in tutti i periodi delle nostre finanze da noi presi ad esaminare, bisogna ricordarsi che oltre all'amministrazione centrale esistono le province ed i comuni. Le province ed i comuni hanno avuto dal 1816 in poi pochissima vita propria per il soverchio accentramento stabilito dalla legge promulgata in quell'anno e per l'impossibilità in cui era l'opinione pubblica di sorvegliarne l'amministrazione ed indicarne i bisogni; poiché ogni censura, anche benevola, era tenuta per un delitto di Stato. Le provincie non hanno altra rendita, se non le grana addizionali alla fondiaria, che fanno parte del bilancio dello Stato. Ve ne sono due categorie, una detta di spese comuni a tutte le province che dalla stessa denominazione apparisce doversi classificare fra le spese generali dello Stato, come il mantenimento de’ proietti, la posta interna, la vaccinazione, il casermaggio della gendarmeria ecc. ed a queste si supplisce mediante il carico di nove grana addizionali sopra

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ogni ducato di contribuzione fondiaria, ciò che dà duc. 553,500 pari all’ammontare di dette spese. Vi sono delle spese speciali ad ogni provincia, che meritano propriamente il nome di spese provinciali ed a queste si provvede con altre grana addizionali, che variano secondo i bisogni delle varie provincie ed in tutto danno il prodotto di duc. 472,008. Una porzione di questa scarsissima somma è stata finora consacrata alle opere provinciali e per la sua tenuità serviva piuttosto a riparare che a proseguire le opere pubbliche, alle quali lavoravasi interrottamente e che deperivano anno per anno. Perché il governo centrale avesse sempre in mano questi fondi provinciali fu ordinato che fossero inviati nella Tesoreria generale, donde sarebbero usciti in dettaglio ed a misura del bisogno dietro ordinativi del ministro dell'interno. Devesi al Consigliere di Luogotenenza sig. D'Afflitto d'aver fatto cessare questo stato di cose, ordinando che questi fondi fossero versati nelle casse provinciali. Le province inoltre ricevevano da' comuni una somma di circa duc. 400,000 per le opere pubbliche. Difficile è la distinzione delle spese generali, provinciali e comunali, poiché ciò dipende dal sistema d'una maggiore o minore centralizzazione. Nel nostro paese dove questo sistema era spinto fino all’esagerazione non avrebbon dovuto chiamarsi provinciali o comunali che le spese strettamente necessarie alla provincia ed al comune. Invece troviamo le spese denominate provinciali comuni, che indebitamente hanno fatto parte del bilancio generale e si sono addebitate a' comuni delle spese che non hanno alcuna attinenza con essi, come il ventesimo comunale, che si versa nelle casse dello Stato e nel 1860 è asceso a duc. 165,485 e che è compreso nell’ammontare delle contribuzioni dirette da noi riportato. I comuni hanno pagato senza alcuna ragione per soldo ai giudici regi, mantenimento delle carceri e de’ detenuti, per supplemento di congrua ai parrochi,


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mantenimento di proietti, più d' un milione di ducati; le quali spese sono del tutto estranee alla loro amministrazione. Spendevano circa due milioni per le loro opere pubbliche ed il resto della loro rendita per pigioni, stipendii a' loro impiegati, spese imprevedute ecc. La rendita totale de’ comuni è ascesa nel 1860 a duc. 6,110,813,85 de’ quali più di due milioni e mezzo è rendita patrimoniale ed il resto proviene da' dazii di consumo, grana addizionali, privativa sulla vendita di certi viveri, significatone ed altri proventi. Lo stato discusso de’ comuni veniva approvato ogni cinque anni dal re per i comuni che aveano più di duc. 5000 di rendita è dal ministro per quelli che ne aveano meno. Ogni anno si approvava poi uno stato di variazione (1). Al bilancio generale dello Stato bisogna aggiungere questa cifra di circa sei milioni per avere un' idea esatta delle pubbliche entrate.

(1) Diamo uno specchietto delle rendite e delle spese de’ comuni che non senza qualche fatica abbiamo potuto ottenere dal Dicastero degli affari interni. Prendiamo per base l'anno 1859 i cui conti sono regolarizzati e riportiamo prima un quadro d'introiti ed esiti ripartiti per provincia.

PROVINCE RENDITE ESITI

Napoli

1,060,263,01

1,060,263,01

Terra di Lavoro

735,745,20

735,745,20

Principato Citeriore

466,460,50

466,460,50

Principato Ulteriore

318,100,17

318,190,17

Capitanata

377,578,75

377,978,75

Terra di Bari

432,720,37

432,72o,37

Terra d'Otranto

350,888,96

350,888,96

Molise

318,674,10

318,674,10

Basilicata

387,447,19

387,447,19

1° Abruzzo Ulteriore

117,594,16

117,594,16

2° Abruzzo Ulteriore

341,893,93

344,693,93

Abruzzo Citeriore

233,963,14

233,963,14

2* Calabria Ulteriore

194,059,61

194,059,61

2* Calabria Ulteriore

266,114,97

296,114,97

Calabria Citeriore

265,800,63

265,800,63

Totale

5,870,194,69

5,870,194,69

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Gettando gli occhi sulla lunga serie de’ bilanci da noi percorsi, si vede chiaramente il golfo senza fondo che ha inghiottito i nostri milioni ed è il ministero di guerra e marina. La nostra posizione geografica non ci metteva in contatto con potenze straniere, come quella del Piemonte; eppure è stato fanatismo dei Boi boni di mantenere sempre un forte esercito, e crudele necessità della loro politica di mantenere truppe straniere. Gli altri rami di pubblica amministrazione erano regolarmente retribuiti e si eccedeva piuttosto nel numero d'impiegati per collocare persone favorite che nella grossezza degli stipendi.

DISTINTA DELLE RENDITE

Beni patrimoniali

2,664,356,26

Grana addizionali alla fondiaria

267,919,87

Dazi di consumo

1.738,328.96

Privative volontarie e temporanee sulla vendita di commestibili


115,314,57

Ritenuta del 1|2 per 0|0 sa i soldi degl'impiegati comunali


23,189,29

Resta in cassa degli esercizi precedenti:

528,431,55

Crediti arretrati o eventuali..............Civili

140,454,97

…......................................................Militari

3,771,04

Significatone contra dei Contabili morali e materiali.

87,808,56

Introiti diversi non compresi nelle precedenti categorie.

300,322,62

Totale

5,870,194,69

ESITI


Ordin.

Stipendi

1,244,158,64


 

 2,868,363,47


Pigioni

98,244,98



Spese di amm.

57,190,91



Spese varie

1,468,768,94


Straordinari


 

 2,910,753,27

Imprevisti



91,077,95


Totale


5,870,194,69


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I lavori pubblici fino al 1848 facevano parte del ministero dell'interno, e non hanno avuto mai presso di noi molta importanza sotto Ferdinando I e Francesco I per mancanza d'intelligenza, e sotto Ferdinando li per malignità. Da ciò che possediamo si può giudicare di quello che abbiamo speso nel lungo corso di tanti anni, senza stancare di troppo la pazienza del lettore eoo una infinità di cifre.

OSSERVAZIONI

Nella cifra complessità degli stipendi vi era quella per soldi a' giudici Regi nella somma di ducati.


224,133,76

Nella cifra complessiva delle pigioni vi era quella pei Giudicati di Circondario e per le prigioni nella somma di


36,367,74

Nello ammontare delle spese varie figurano per posta interna


64,293,93

Per mantenimento delle prigioni circondariali

42,566,30

Pel Centesimo comunale

163,639,63

E per ultimo nello ammontare degli esiti straordinarii figurano:


Per mantenimento dei detenuti nelle prigioni circondariali ducati


61,397,80

E per mantenimento dei proietti ducati

475,785,83

Totale

1,068,204,98

Tutti i succennati esiti nel totale di ducati 1,068,204,98 sono evidentemente estranei all’amministrazione de' comuni, perché interessano direttamente lo Stato, e però il nuovo governo li ha aboliti con  decreto de' 16 febbraio di questo anno. La cifra, che i Comuni spendono all'anno per opere pubbliche compreso il ratizzo per le opere provinciali è di circa  2,000,000, come abbiam detto nel testo.

Nel 1859 si erogarono per opere pubbliche comunali

1,455,642,61

Per ratizzo per le opere provinciali

391,976,74

In uno

1,847,619,35

Nel 1860 poi le rendite in generale ebbero un aumento di ducati 240,619,16.

Si noti che vi ha sempre una resta d'un mezzo milione dell'esercizio precedente.

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Abbiamo una strada ferrata in miniatura, de’ lavori di bonificazioni solo a poca distanza dalla capitale, quattro strade regie (ora nazionali) dal Tronto a Napoli per gli Abbruzzi, da Terracina a Napoli, da Napoli agli estremi confini della provincia di Lecce, e da Napoli a Reggio. La prima di queste strade manca di ponti, e da Pescara in poi bisogna guadare i fiumi con pericolo di vita, e tutte sono di un pendio così ripido in molti punti da rendere costosissimo il trasporto delle merci. Le altre strade anche interessantissime sono provinciali e piuttosto tracciate che compiute. Noteremo una gran parte di quelle che mancano, sebbene in più d'una carta geografica si portino per esistenti. Dagli Abbruzzi non v'ha nessuna strada che per il littorale adriatico menasse nelle Puglie; è ancora in costruzione quella che li deve mettere in diretta comunicazione con la provincia di Molise ed è ben lungi da essere terminata l'altra che deve congiungere questa provincia alle Puglie. E stata invano desiderata per tanti anni la strada che da Avellino per Mirabelli, Lacedonia, Melfi, Spinazzola, Gravina, S. Eramo avesse condotto a Taranto, attraversando la parte centrale del Regno. Da Taranto il littorale del. Ionio manca di strada che menasse in Calabria, e si lavora ancora a quella che metterà in comunicazione il Jonio col Tirreno. Per la Basilicata poi, Potenza non è ligata con strada rotabile con le Puglie, né con Matera e Lagonegro, distretti da lei dipendenti, dovendo raggiungere quest'ultimo, col fare un luogo giro per la strada regia delle Calabrie. La Basilicata affaccia sul Tirreno a Maratea, ma non può godere di quel mare per mancanza di breve strada. Fu costruita una strada per mettere la provincia di Salerno in comunicazione colle Puglie a traverso il distretto di Melfi in Basilicata e per intrighi del Marchese di Valva si portò per certe montagne inaccessibili, né si è rettificata, né è ancora terminata quella da Lavello a Canosa. Tornando agli Abruzzi, Aquila non ha


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strada diretta con Teramo, né con Avezzano suo distretto, il qual paese solo da pochi anni è stato messo in comunicazione con Sora. Il totale delle strade regie e provinciali esistenti è di chil. 4500 pari a miglia 2430 sopra una superficie di chil. 79,000 pari a miglia 42,631 secondo il rapporto del Consigliere di Luogotenenza De Vincenzi. Per metterci al livello di altre province italiane dovremmo averne chilometri 15,000, cioè miglia 8100 e dovremmo spendere per la costruzione delle mancanti miglia 5670 circa 70 milioni di ducati. Se tale è lo stato delle strade provinciali, quanto non deve essere triste quello delle comunali! Eppure i comuni avevano circa due milioni all’anno per le opere pubbliche, come abbiamo veduto parlando del loro stato discusso. Eccetto nella provincia di Napoli, Terra di Lavoro e le Puglie, essi si può dire che ne mancano affatto. Per i porti poi non si è fatto altro nella nostra immensa estensione di coste che gittare qualche milione nel porto di Brindisi ed i rimanenti si sono lasciati nel loro stato naturale. Un rapporto del generale Filangieri, in una delle poche volte che ruppe il silenzio nel suo ministero l'anno scorso, ci dimostra il gran difetto di fari.

Per la pubblica istruzione che prima del 1848 pure dipendeva dal ministero dell'interno pochissimo s'è speso dallo Stato, non molto da' comuni e pochissimo si è fatto. Se non fosse stato per la libertà d'insegnamento di cui godevano i privati ed i seminarii, la nostra generazione non saprebbe leggere. Al ministero di Grazia e Giustizia hanno prestato aiuto i comuni, pagando dalle loro rendite il soldo a' giudici regi.

Passiamo al ministero di guerra e marina. Noi abbiamo mantenuto sempre un grosso esercito, facendo astrazione dalle truppe straniere, che è servito solo ad arrestare i nostri progressi economici e morali. Questo esercito era ben vestito ed i nostri arsenali erano pieni di materiale, checchè abbia avuto l’impudenza d'asserire dalla tribuna il ministro Fanti.

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Ma le promozioni in questo esercito da parata erano date per favore e quasi sempre vedevausi i tigli de’ prediletti uscire dalla Nunziatella e dalle Guardie del Corpo a prendersi i posti di uffìziali. Gli esami erano una pura formalità ed un menomo sospetto di libero pensare era delitto capitale. I soldati tenuti come pecore aveano chi uso il cuore ad ogni sentimento di onore e di patria e cercavasi solo di stimolare in loro de’ sentimenti di rapina per tenerli sempre pronti contro i liberali. Ma appena li abbiamo veduti sottratti a questo putrido atmosfera, come il 10° di Linea in Lombardia ed i compagni di Pepe in Venezia, abbiamo riconosciuti in loro i discendenti degli antichi Italiani. Il materiale era abbondante, ma in cattivo stato per le continue dilapidazioni commesse e non al livello delle odierne scoverte. La più gran parte de’ nostri milioni è stata cambiata in pietre per costruire fortezze e quartieri.

Per la marina poi ci piace dare uno stato esatto della flotta lasciata da' Borboni, e non si può lodare abbastanza ciò che hanno fatto per accrescerla:

1 Vascello il Monarca ora Re Galantuomo, poiché l'altro vascello il Vesuvio, che gli statistici portano in nota, è tutto sdrucito.

3 Fregate a vela, la Partenope, la Regina da 60 e l''Amalia da 44.

2 Fregate ad elica, la Barbone ora Garibaldi e la Farnese ora Italia da pochi giorni terminata.

9 Fregate a vapore a ruote, il Fulminante, il Tancredi, il Veloce ora Tukery, il Sannita, il Ruggiero, l'Archimede, l'Ercole, il Guiscardo, l'Ettore. Fieramosca.

4 Corvette, tre a vela, la Cristina, il Valoroso ed il Zeffiro da 20, ed una a vapore lo Strambali.

2 Brigantini a vela, il Generoso e l'Intrepido da 20.

Ed altri bastimenti inferiori, 6 a vapore ed una trentina a vela fra cannoniere, bombardiere e scorridoi,


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della forza di circa 5000 cavalli con circa 700 cannoni, compresi quelli del vascello Vesuvio.

Pel servizio della marina abbiamo il bacino da raddobbo che ci dispensava di mandare ad accomodare i nostri legni a Tolone, e pel servizio della guerra e della marina abbiamo il magnifico stabilimento di Pietrarsa che forma l'ammirazione de’ forastieri.

Ci siamo ingegnati di far conoscere tutte le rendite della nazione ed abbiam trovato che il nostro sistema d'imposte non è contrario a' dettami della scienza, né il loro ammontare ha ostacolato direttamente Io produzione. Non sappiamo trattenerci però dall’osservare una certa ipocrisia nel far comparire come gravezze comunali certe gravezze poste tutte in beneficio dello Stato, per non far sembrare tanto gravoso il bilancio generale. Il nostro bilancio annuale sarebbe bastato a' nostri bisogni, e se invece di spendere tanto denaro pel ministero di guerra (poiché la nostra situazione geografica autorizzava ogni spesa per la marina) si fosse speso per rianimare la produzione per mezzo delle opere pubbliche e diffondere l'istruzione, ci troveremmo in altro stato economico e morale e senza il peso di tanto debito pubblico. Questo debito pubblico, eccetto i duc. 940,000 di rendita iscrìtta lasciati da Gioacchino, i duc. 140,000 del governo costituzionale del 1820, i duc. 100,000 creati per garentia del prestito forzoso del 1848 e circa ducati 900,000 per l'armata liberatrice di Garibaldi e di Piemonte nell'anno scorso, corrispondenti al capitale di ducati 41,600,000, è stato fatto tutto nell'interesse dei Borboni. Adunque questa dinastia ci costa i rimanenti 80 milioni di debito consolidato senza calcolare ciò che abbiamo notato nel primo periodo.

Ora che i Borboni appartengono alla storia, possiamo dire tutto intero il nostro pensiero. Questa dinastia ci costa adunque un fiume d'oro, di sangue e di lagrime, ma le siamo debitori di due benefici i che non bisogna dimenticare.

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Il primo d'averci tolto dallo stato di provincia straniera e d'aver cominciato a rianimare le sorgenti di prosperità durante il regno di Carlo III ed i primi anni di Ferdinando IV. Il secondo di aver mantenuto lo spirito e la lettera del trattato di Casalanza, cioè tutte le istituzioni de’ due re francesi di poco modificate, quando altri principi italiani richiamavano in vigore le leggi feudali e la tortura. Queste leggi hanno svolto nel nostro suolo i germi di pubblica ricchezza, ritardati solo dallo spirito che ha animato il governo spesso in contraddizione con queste leggi, e nel nostro animo quei sentimenti di libertà che hanno prodotto la rivoluzione del 20 e del 48, quando noi primi ottenemmo una costituzione e non ci hanno fatto dimenticare di essere Italiani nel 1860, quando abbiamo abbandonato all’Italia tutti noi stessi senza alcuna condizione.

Ora che siam prossimi ad una compiuta fusione (che non s'è voluto ritardare per renderla più facile e prendere da ogni parte d'Italia ciò che avea di meglio per imporci delle leggi piemontesi) non sarà inutile questo sguardo sul passato non per rimpiangerlo, ma per ammaestrarci. Noi non rechiamo all’Italia un esercito per le vicende politiche di cui abbiamo discorso, ma nello stato discusso di tutta Italia presentato al parlamento le nostre sole province hanno dato un forte avanzo sebbene le spese hanno dovute essere distribuite arbitrariamente ed improvvidamente accresciute (1). L'Italia ha bisogno d'un grande esercito e d'una flotta per poter dirsi costituita. L'esercito deve formarsi subito, poiché abbiamo l'Austria a fronte, colla quale possiamo essere in guerra da un giorno all'altro; la flotta può formarsi a poco a poco, poiché quella che abbiamo è sufficientissima contro l'Austria,

(1)Questo supero era di lire 8,935,299,32 secondo l’esposizione finanziaria del Ministro Bastogi, ma fu tutto apparente per un errore materiale incorso nel bilancio presentato al principe di Carignano pel 1861. Vedi pag. 248 di questo volume.


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e contro le altre potenze avremo il tempo di fortificarci.

È necessario pure consacrare qualche somma a' lavori pubblici per far sentire a' popoli il benefìcio dei mutamento e per accrescere la produzione nazionale, senza di che non è possibile di ricorrere ad un aumento d'imposte. Dove trovare tanti mezzi ed in si breve tempo? Nel credito pubblico di cui deesi usare con somma saggezza. Ma il credito nasce dalla fiducia che ispira il governo ed eccoci condotti alla quistione del nostro ordinamento politico. In queste province meridionali s'è voluto tutto capricciosamente distruggere e si è consegnato il potere in mano ad una consorteria, il cui principal merito è l'aver frequentato le anticamere ministeriali a Torino. La gran massa del popolo è stata abbandonata all’anarchia ed alle reazioni, poiché il governo non ha cercato appoggio né nella maggioranza per sua natura conservatrice, alla quale ha fatto mancare ogni condizione di ordine e di sicurezza, né nella rivoluzione che avrebbe impedito le reazioni senza ricorrere alla giustizia militare. Il governo è stato finora presso di noi un dispotismo di camarilla, che il più delle volte si è reso ridicolo, perché mancante della forza di cui fa tanta ostentazione. La legge provinciale e municipale che va ad attuarsi aggiungerà nuovo fomite all’anarchia, perché non adatta a' nostri costumi. In caso di guerra, è inutile il lusingarci, queste province saranno il più grave pericolo dell'Italia per lo scontento che si è creato in ogni classe di persone. La maggioranza parlamentare ha sanzionato questa politica, ma è vano il credere che i deputati napolitani rappresentino sotto questo rapporto le idee del paese. Essi furono eletti in un momento di ansietà, sotto la pressione del partito mazziniano, quando prima di ogni altra cosa si pensò a salvare l'Italia, ma non s'intese conferir loro il mandato di sagrificare tanti interessi alla vana utopia di giungere ad un'apparente unità amministrativa, creando de’ disordini reali. L’ordine non nasce che dall’accordo degli interessi, delle idee

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e delle abitudini, che non si cambiano in un momento, e che noi non possiamo ricevere tutte fatte da Torino. Non volendo ritornare su' propri passi, la Camera potrebbe almeno arrestarsi e cercare per una via indiretta di raggiungere lo scopo, votando i principii generali del nuovo ordinamento amministrativo in regioni, provincie e comuni, e costituendo fortemente il potere regionario, il quale sarebbe composto d'un governatore e d'un'assemblea scelta da' consigli provinciali, ed avrebbe il carico d' elaborare un progetto d'organizzazione particolare delle province e dei comuni secondo i bisogni locali, che sarebbe approvato dal re in via di regolamento. Volendo poi continuare a seguire la politica d'unificazione ad ogni costo, s'imponga almeno a queste province con una forza militare sufficiente, se l'Austria ne dà il tempo, affinché si salvi l'ordine sociale. Allora non si avrà a deplorare che un procedere da conquistatori ove sarebbe bastato un amplesso fraterno, per essersi voluto dare il predominio al Piemonte che cade sull’Italia che sorge.

Il rendiconto del sig. Sacchi, o l'ultimo anno delle finanze napolitane (1).

Nel passato mese di aprile, poco dopo la nomina del signor Sacchi a segretario delle finanze napoletane, prendemmo ad esaminare lo stato delle nostre finanze dall'origine della loro attuale organizzazione fino alla fine del 1860.

È per noi un debito morale il continuare questo esame fino alla loro compiuta fusione nelle finanze italiane, specialmente ora che il signor Sacchi ce ne porge il destro, stampando una specie di rendiconto.

Nell’aprire il libro del signor Sacchi dobbiamo confessare che ci sentimmo stringere il cuore, perché ci aspettavamo un fac-simile del rendiconto del signor Nigra.

(1)Nomade del 31 dicembre 1861.


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Ma il signor Sacchi è stato più onesto, e non ha cercato di calunniare tutto un popolo per lodare sé stesso. Esamineremo perciò colla massima benevolenza questo scritto, fermandoci a ciò che esso contiene relativamente alla cosa pubblica, e non a' meriti letterari e scientifici dell’autore.

Riportando l’ammontare degli introiti ed esiti dal 1848 a tutto il 1859, vedemmo allora che il disavanzo ascendeva a ducati 31,610,460,64, al quale in massima parte si era fatto fronte con creazione di nuova rendita. Restavano però di supero ducati 4,377,137,81 da questa rendita creata e da altri mezzi straordinarii, che avrebbero dovuto andare in beneficio del 1860. Invece da questa somma si presero duc. 1,200,000 anticipati dal Tesoro per acquisto di grani esteri da vendersi a ribasso per un malinteso provvedimento annonario; si dovettero prelevare ducati 813,883,97 come premio sul maggior prodotto de’ dazi doganali antecedentemente amministrati a regia, e rimasero soli ducati 2,363,253,84 che furono spesi in via di urgenza alla fine del 1859. Il debito pubblico alla fine del 1859 era di duc. 5,168,502 di rendita iscritta, de’ quali soli duc. 83,590 al 4|0 ed il resto al 5|0.

Il debito fluttuante verso la fine del primo semestre del 1860 era di duc. 7,222,746, ma in questa somma erano grosse partite dovute alla madrefede de’ cambi militari, di cui una gran parte restava a beneficio dello Stato. Non ostante che la politica diffidente de’ Borboni e l'inesperienza del breve regno di Francesco II avessero fatto molto salire le spese, quasi tutte improduttive, perché rivolte a mantenere inutili soldati, ad accrescere inutili fortificazioni; si può dire che le nostre finanze si trovassero in cattivo stato come vorrebbe far credere il signor Sacchi a pag. 50 e 51? Aggiungasi che il suo conto è precisamente conforme al nostro, poiché fatto sugli stessi documenti e che egli confessa avere gl'introiti effettivi nel cennato spazio di tempo superato i presunti di ducati 1,733,335,48, senza essersi

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accresciute le imposte, ciò che indica che la ricchezza pubblica andava sempre crescendo. Ma bisogna che i nostri fratelli Piemontesi trovassero tutto pessimo per fare risaltare le migliorie da essi tentate o progettate, e noi crediamo che il sig. Sacchi colla miglior buona fede del mondo abbia ceduto a questa tendenza.

Parliamo dell’anno 1860. L'introito era presunto a duc. 30,135,442, e l'esito a duc. 35,536,411,35, cioè duc. 5,400,969,35 più dell'introito, per le grandi spese che Francesco II proponevasi di fare specialmente per la marina per dare un più largo guadagno a coloro che gli stavano dappresso. Ma Dio volle che queste spese si fossero fatte per unire la gran patria italiana.

Gli introiti ascesero a duc. 23,126,629,14 per la felice rivoluzione avvenuta, pel ribasso del prezzo del sale da grana 8 a grana 6 al rotolo, la riforma della tariffa doganale, la restituzione al municipio di Napoli dell'importo de’ dazi di consumo, la perdita della quota della Sicilia, che non era stata tutta pagata. Gli esiti invece ammontarono a duc. 48,213,392,29, ed alla differenza si fece fronte quasi esclusivamente con creazione di nuova rendita, sicché la rendita iscritta alla fine del 1860 si trovò di duc. 6,034,912. Domandiamo ora al signor Sacchi con che dritto vorrebbe mettere a carico di queste provincie tutto ciò che si è speso per formare la gran patria italiana? Ma se le amministrazioni avessero dovuto restar per altro tempo divise, noi avremmo accettato questo fardello senza spavento ed avremmo potuto senza alcuno aumento d'imposte concorrere a' pesi della comune patria italiana, e quello che avremmo risparmiato a non tener una corte ed una diplomazia separata e molti impiegati, divenuti soverchi in vista della prossima fusione, ci sarebbe bastato per qualche utile spesa che il passato governo trascurava. Con ciò non intendiamo dire che avremmo voluto sfuggire di contribuire a' bisogni comuni,


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ma che non ci piace sentire che ci si fa l’elemosina.

Ma ci si potrebbe rispondere: non avreste avuto pel 1861 e 1862 i delegati di polizia, le guardie eleganti che escono di giorno e stanno chiuse la notte, gli ispettori delle scuole stipendiati, i tribunali distrettuali. Ma chi mai ve li ha chiesti? Quanto non sarebbe stato più utile all’Italia, se facendosi la fusione più pacatamente, invece di trasportare le istituzioni piemontesi da per tutto, si fossero adottate in gran parte le istituzioni napolitane, frutto legittimo della Rivoluzione francese, o si fosse preso il meglio che si trovava in ogni parte d' Italia indistintamente ciò che sarebbe stato più logico e più morale? Non si sarebbero meritati i rimproveri del presidente della Camera che nell'ultimo discorso, accennando alle finanze, chiedeva di essere spiegato come i bilanci delle varie parti d'Italia bastavano a mantenere tante corti, tante amministrazioni, tanti eserciti separati che ammontavano a più di 300,000 uomini, ed ora siamo in continui deficit. Certamente ora si fanno delle spese straordinarie, ma non bisognerebbe contare per tali se non quelle che accrescono direttamente il capitale nazionale, cioè la marina, gli approvvigionamenti militari, le fortificazioni, le sovvenzioni pe' grandi lavori pubblici, che pure si debbono fare con misura, e non quelle che si sprecano in soldi di ogni genere. L'Italia somiglia ad un padre di famiglia che non sa distinguere le spese necessarie, utili e di lusso, e caccia denaro indistintamente per non sentire gridare i figli. Ma quando poi le rendite non bastano? Si fanno debiti a grosse usure e si esaurisce anticipatamente quella sorgente, a cui bisogna attingere solamente in momenti supremi. La massima di voler far tutto in una volta ha dissestate le giovani finanze italiane; ma restringiamoci a parlare di queste provincie.

Nelle spese del 1860 non furono comprese solo quelle rese necessaria per l’attacco e la difesa, ma quelle non indifferenti fatte per collocare i veri ed i supposti martiri.

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Era questa una difficoltà particolare alle nostre provincie, ove dal 1848 era stata una reazione in permanenza, e perciò se ne vedevano le tracce sanguinose. Non restava allo Stato altro partito a prendere che accrescere un poco il debito pubblico e rifare in una maniera equa i danni a coloro, che aveano sofferto o collocarli in impieghi. Il primo partito sarebbe stato più morale, poiché non avrebbe costretto il governo a destituire in fretta chi meritava e chi non meritava per avere de’ posti disponibili, ed a creare pensioni di ritiro a coloro che ne aveano il dritto. Ma come si dovea fare per rendere morali le pubbliche amministrazioni? Noi crediamo che dopo averne tolti dugento tristi od incapaci, le amministrazioni, compresa quella della giustizia, sarebbero state bastantemente moralizzate, poiché lo spirito generale del governo è quello che ispira i pubblici uffìziali, e dietro questo esempio dato ne' capi, i subordinati avrebbero esattamente fatto il loro dovere e se non l'avessero fatto allora si avrebbe avuto tutto il diritto a destituirli, ma con calma e discernimento. Si sarebbe guadagnato di aver gente esperta e non arrestar la macchina governativa ne' momenti in cui era cresciuto il bisogno di farla andare più spedita. In ciò presso a poco conviene il sig. Sacchi per la parte che lo riguarda.

Il bilancio del 1861 non poteva liberarsi dallo sciupo del denaro pubblico, e sebbene non si avesse dovuto provvedere che al servizio di nove dicasteri, cioè Presidenza, o Segreteria generale di Stato, Grazia e Giustizia, Affari Ecclesiastici, Istruzione pubblica, Lavori pubblici, Finanze, Interno, Agricoltura e Commercio e Polizia, oltre alla Luogotenenza, di modo che venivano esclusi quelli costosissimi di guerra e marina e degli affari esteri, pure l'esito preventivo si faceva ascendere a ducati 23,646,083,40.

Gl’introiti intanto si prevedevano erroneamente di duc. 25,748,659, poiché si comprendeva una partita della Tesoreria di duc. 3,700,000 che non esisteva.


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Col fatto poi gli introiti diminuirono di ducati 105,993,35 provenienti dalla posta che dal secondo semestre andarono a favore del Tesoro centrale, duc. 126,304,96 provenienti dalla ferrovia dello Stato che fu venduta e ducati 7855 esatti di più sul primo trimestre sugli interessi del milione dovuto dalla Cassa di Sconto.

Gl'introiti effettivi del 1861 non avrebbero potuto superare duc. 18,872,474,87. Per gli esiti poi nel pagamento da farsi per la rendita scritta nel Gran Libro corse un errore in meno di duc. 450,000 ed un altro errore in meno di duc. 455,000 nelle pensioni tanto di grazia che di giustizia, sicché tutti gli esiti effettivi avrebbero dovuto elevarsi a duc. 24,540,183,20.

E tutto ciò nella supposizione, che non era possibile né regolare, che il Tesoro centrale avesse sopportato tutte le spese della guerra che si continuava a Gaeta, ed avesse mandato i fondi per reprimere il brigantaggio che l'imprevidenza del governo locale qui facea nascere. Gli introiti però fino ai 31 ottobre secondo gli specchietti pubblicati dal signor Sacchi ascesero a duc. 16,121,048,41 e gli esiti a duc. 31,342,518,99! Per compiere l'anno, egli dice, v'ha d' uopo di una sovvenzione di circa altri 2,000,000 (s'intende oltre gli introiti ordinari)sicché il disavanzo, che nella citata data era di duc. 18,111,470,58, ammonterà alla fine dell’anno a poco più di ducati 20,000,000. A questo tremendo deficit si è fatto fronte finora colla vendita della rendita sequestrata a Francesco II, con duc. 6,483,257,71 forniti dal governo centrale e con altri mezzi straordinari di nostra particolare spettanza. sicché, avuto conto di tutto, noi Napoletani abbiamo dato all'Italia nel 1861 duc. 11,628,212,87, nel 1860 duc. 25,086,862,15 che sono serviti per la santa causa della libertà ed indipendenza.

Qui avrebbe dovuto aver fine la vita delle finanze napolitane, ma il sig. Socchi prevedendo che non tutte

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le amministrazioni generali possono essere incorporate nel 1862, ha preparato un ultimo bilancio, nel quale rimanendo le imposte quali oggi sono, si avrebbe un introito di lire 100,939,224,10 pari a duc. 23,750,999,40 e le spese pareggiate, non precisando quelle che vorrebbe far pagare io queste stesse provincie ma limitandosi solo ad indicare quelle de’ rami dipendenti dall’ex-Dicastero delle finanze prevedute in lire 70,601,630,59 ed assegnando alle altre lire 30,337,593,51.

Noi lo ringraziarne di questa gentile preveggenza, e siam lieti che le porte di S. Giacomo sien chiuse da una persona così distinta e così cortese.


Una pubblicazione postuma In materia di finanze (1).


Quando il sig. Antonio Sciatola pubblicò nel 1857 I bilanci del Regno di Napoli e degli Stati Sardi, un gran rumore si levò in Italia ed in Europa. Ciò avvenne dopo il congresso di Parigi, quando il Governo di Napoli era stato posto al bando della civiltà col richiamo de’ due ambasciatori di Francia e d'Inghilterra. Si cercava perciò con passione ogni motivo di accusa, e si gioiva quando se ne trovava qualcheduno, senza guardar troppo pel sottile sul suo valore. Il Ministro Murena, che reggeva le finanze in queste provincie, non mancò d' eccitare in risposta un frastuono di voci officiali. Chi poteva prevedere allora che dopo tanti anni dovesse aggiungersi a quel frastuono una voce indipendente per sostenere la stessa tesi?

È questo il motivo che ci ha fatto chiamar postuma la pubblicazione del sig. G. Savarese, che prendiamo ad esaminare nel puro interesse della verità. È vero che il sig. Savarese ci potrebbe dire: «Io ho inteso di rispondere a Sacchi, non a Scialoia».

(1)Nomade del 25 aprile 1862.


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Ma allora bastava difendere solo le finanze napoletane, senza accusare le piemontesi, come facemmo noi in questo stesso giornale appena fu pubblicato il rendiconto del sig. Sacchi. L'esame delle due finanze importa quello delle due politiche, ed in questo caso noi Napolitani non avremmo nessuna ragione da esserne lusingati. Al contrario, volendo far questo esame, bisognerebbe partire dal 1815 e non dal 1848 e prima del 1848 il debito napolitano era superiore al piemontese; poiché, se il Piemonte ha speso molto dopo, noi abbiamo speso molto prima, e Dio sa per quali ragioni!

Ma l'opuscolo del sig. Savarese non ha solo un valore retrospettivo; e, specialmente se si ravvicini a qualche altra sua recente pubblicazione, ha un valore di attualità. Esso vuoi dire: aprite gli occhi, voi state sull’abisso; invece di mettere nuove imposte, economizzate nelle spese. In questo siamo perfettamente d'accordo e mille volte noi pure abbiamo gridato: semplificate l'organismo dello Stato e concentrate tutte le spese negli apparecchi militari, che soli possono dare stabilità al nuovo ordine di cose. Con ciò non intendiamo privarci, come forse vorrebbe fare il sig. Savarese, delle altre due sorgenti delle finanze, l'imposta ed il credito, ma subordinarle strettamente all'economia.

Noi non ci lasciammo ingannare dalle apparenti gentilezze del sig. Sacchi ed accogliamo con piacere l’occasione di riesaminare la quistione col sig. Savarese. Che ha voluto dire il sig. Sacchi, quando scrisse a p. 52 per dimostrare le pessime condizioni delle finanze napolitane: «si ha dunque un disavanzo di duc. 72,698,411,65»? Ha egli voluto dire che dal 1848 non si era potuto sopperire alle spese coi mezzi ordinari? Ma in quale Stato del mondo è ciò mai avvenuto, quando hanno luogo circostanze straordinarie? E poi con qual diritto si mettono a carico di queste provincie e non dell’Italia intera le spese occorse per la sua liberazione nel 1860?

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Ma anche io tal caso il sig. Sacchi avrebbe dovuto riflettere che il nostro debito pubblico era nel 1848 di 4,049,502 di rendita iscritta, e nella fine del 1860 di 6,034,912, sicché non si accrebbe se non del capitale di 39,999,800, dei quali più di 17 milioni servirono pel 1860. Il debito galleggiante non era alla fine del 1860 che di 7 milioni, di cui una gran parte in favore della madrefede de’ cambi militari, che resta quasi tutta in beneficio dello Stato. Ciò è guardare le cose in massa; ma scendiamo a' particolari. Dal 1848 al 1859 il disavanzo fu di duc. 31,610,460,64, mentre le risorse create ascesero a duc. 35,987,137,81. Si ebbe dunque un supero di duc. 4,377,137,81. Il sig. Sacchi dice: «Questo supero non formò con tutto ciò risorsa pel 1860, poiché venne impiegato per duc. 1,200,000 in compra di grani esteri venduti a ribasso e le rimanente somma fu spesa per cagioni straordinarie non prevedute ne' bilanci, così che per la regolarizzazione di questi esiti si sarebbe richiesto od un corrispondente aumento di credito a' capitoli del bilancio del 1859, cui vanno imputati, ovvero la creazione d' un credito interamente nuovo». Il signor Savarese risponde: Voi stesso avete più sotto confessato aver trovato nella madrefede del Tesoriere le seguenti partite:


Introito fatto dalla vendita dei grani esteri duc.

2,335,227,20

Cambiali tratte dal Governo pe' detti grani negli Abruzzi


115,000,00

Altre cambiali per detto oggetto

1,017,879,94

Resta di Madrefede a' 31 duc. 1859

453,567,27


3,921,615,01


Si poteva dunque disporre di questa somma pel 1860 e di una resta della rendita creata nel 1859 che si possedeva in portafogli, il cui valore calcolata alla pari ascendeva a duc. 1,878,300.


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Pel bilancio del 1860 si prevedeva un introito di duc. 30,135,442, ed un esito di duc.  35,536,411,35. Al disavanzo che ne risultava si poteva far fronte colla resta dell’anno innanzi e con ciò che si possedeva in portafogli, e si avrebbe avuto un supero di duc. 398,945,66 senza gli avvenimenti che hanno avuto luogo. Allora il Regno di Napoli, dice il signor bavarese, senza accrescere le imposte e con un debito pubblico di 5,168,502 di rendita iscritta pari a duc. 103,370,040 di capitale qual era alla fine del 1859 avrebbe continuato la sua via senza aver bisogno di nessuno.

A tutto ciò non v'ha nulla da replicare, se non che saremmo rimasti schiavi per altro tempo e si sarebbe continuato a spendere nell’interesse esclusivo della dinastia e non nell'interesse del paese. Infatti, quale era il nostro debito pubblico alla caduta di Gioacchino? Appena 940,000 ducati di rendita iscritta, pari a 18,800,000, ducati di capitale. Abbiamo veduto ciò che era alla fine del 1859. Che se ne sono fatti gli altri 84,570,040 di ducati? Si sono spesi a ribadire le nostre catene, i lavori pubblici che esistono potendosi considerare come fatti cogli introiti ordinarii. Questa è la moralità della nostra storia finanziaria.

Diamo ora uno sguardo al Piemonte, poiché è piaciuto al sig. Savarese fare il paragone. Quando il sig. Scialoia trattò lo stesso tema con intendimento opposto a quello del sig. Savarese nell'opuscolo citato, cercò prima di mettere approssimativamente i due bilanci nelle stesse condizioni. Prese per oggetto del paragone, per Napoli il bilancio del 1856 e pel Piemonte quello approvato pel 1857. Detrasse dal bilancio napolitano la quota della Sicilia per restringere il campo delle sue ricerche, poi duc. 867,000 non provvedenti da pesi, ma dalla rendita della strada ferrata, beni demaniali e cassa di sconto. Siccome poi di molte imposizioni entrava nel Tesoro solo il prodotto netto, come si praticava per la fondiaria ed il lotto, e molte ammende,


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molti dritti non entravano nel Tesoro come si usava in Piemonte, poiché erano spesi dalle particolari amministrazioni da cui erano esatti, così il sig. Scialoia aggiunse al bilancio napolitano altri 20 milioni di lire. Senza la quota della Sicilia il bilancio napolitano ammontava a lire 102,441,591 (pari a ducati 22,763,687) aggiungendovi gli altri 20 milioni di lire (pari a duc. 4,706,000) sommò in tutto a lire 122,441,591. Il bilancio napolitano presentava per il detto anno un disavanzo di duc. 5,558,011,69 che non si verificò.

Il bilancio piemontese del 1857 discusso nel 1856, comprese le spese divisionali, por eguagliarlo a quello di Napoli che comprendeva le spese provinciali, ascendeva a lire 125 milioni. Presentava un disavanzo di lire 7,759,78, che secondo lo Scialoia nemmeno si verificò. Prendendo i due bilanci senza i disavanzi, abbiamo dunque il napolitano di lire 122,441,591 che diviso per la popolazione di sette milioni dà lire 17,49 a testa ed il piemontese di lire 125 milioni che diviso dà 25 lire a testa. Secondo lo Scialoia che calcolò i disavanzi, la quota de’ contribuenti era di lire 21 a testa per i Napolitani e di lire 26 e sei decimi pei Piemontesi. Nell'uno e nell'altro caso, ad onta degli sforzi del sig. Scialoia, era incontrastabile che i Napolitani pagassero meno (1). Ma erano perciò i più felici? Ciò derivava dall’uso che sì faceva del loro denaro, ed in questo il trionfo del sig. Scialoia è incontrastabile. Per istruzione pubblica si spendeva ben poco, per lavori pubblici quasi nulla, tutto era assorbito dalla guerra e specialmente dal mantenimento di mercenari svizzeri

(1)II sig. Savarese dice che nell'anno 1857 il bilancio piemontese invece di potersi considerare come saldato in regola, secondo asserì il sig. Scialoia, per essersi imputato al bilancio del 1858 l'avanzo di quello del 1856 offrirebbe un disavanzo di lire 12,244,592,88 come ha desunto da atti officiali per approvazione di maggiori spese. Ciò porterebbe la quota di contribuzione di ogni Piemontese calcolata sa quel bilancio al di là di 27 lire a testa.


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e dall’accrescimento di fortificazioni nocive al popolo. E non si fu paghi delle entrate ordinarie, avrebbe potuto aggiungere lo Scialoia se avesse scritto un poco più tardi ed avesse potuto conoscere tutti i fatti, ma si spesero ben 31,610,460,64 di risorse straordinarie fino a tutto il 1859 senza far nulla, perché la prosperità pubblica ne profittasse.

Il signor Savarese poi ha fatto il conto de disavanzi piemontesi dal 1848 a tutto il 1859, e siccome non sempre sono stati approvati i bilanci consuntivi si è servito del Bollettino delle leggi per conoscere le maggiori spese approvate. Con questo metodo viene a sapere che il disavanzo giungerebbe a lire 369,308,006,59, ma non ostante che si sieno costruiti 600 chilometri di strade ferrate esso non corrisponde alla somma de’ debiti creati in questo tempo, che fu di lire 58,611,470,03 di rendita iscritta, che diedero 928 milioni di capitale. Il disavanzo napolitano nello stesso periodo di tempo fu di lire 134,341,099,19 (pari a duc. 41,610,460,64) ed il debito creato di lire 5,210,731 di rendita iscritta (pari a duc. 1,397,912,30). Noi già abbiamo fatto osservare quanto fosse ingiusto il cominciare dal 1848 e non dal 1815, quando furono ristaurati i due Governi. Allora si vedrebbe che il Piemonte nel 1847 secondo lo stesso signor Bavarese aveva un debito di lire 9,342,707,04 di rendita iscritta, e Napoli lire 17,206,133 (cioè ducati 4,048,502). Non si può negare che, come stanno ora le cose, il debito piemontese sia più del triplo del napoletano, e che le imposte furono maggiori e più gravose in Piemonte; ma prima di giudicare bisogna domandare: quale uso si è fatto di questo denaro? in qual grado di prosperità relativa si trovano i due paesi? Siamo certi che la risposta non tornerebbe a nostro vantaggio.

Veniamo ora alla conchiusione pratica del lavoro del sig. Savarese. Esso, come abbiamo detto, è un avvertimento


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al nuovo Governo di non spendere molto e specialmente di rispettare la tradizione del Governo napolitano, di non mettere nuove imposte. Ma quando le spese si sono ridotte ne' più stretti limiti possibili e le entrate non bastano, che bisogna fare? Ricorrere al credito o all'imposta. La finanza non ha altra ricetta. Al credito in generale si deve ricorrere, quando la spesa da farsi riguardi il presente e l’avvenire o solo l’avvenire; all'imposta quando essa riguardi il presente. Ma non sempre si può osservare esattamente questa regola, poiché in alcuni momenti il credito non si presta. Allora si tratterà di saper scegliere l'imposta che non arresti la produzione e che faccia minor male alla classe povera, e non si può fare altrimenti. Questo è il caso presente d'Italia, e dopo che si fossero verificate tutte le economie compatibili col regolare andamento de’ servizi pubblici e colla sicurezza nazionale, nessuno si potrebbe lagnar di pagare una nuova imposta. Ciò non vuoi dire che per Napoli non vi sieno misure speciali da prendere ed avrebbe fatto bene d'indicarle il signor Savarese. Qui paghiamo per esempio sulla fondiaria il 26|0 mentre in Piemonte si paga il 12,89 0|0, in Toscana il 14|0. Sarebbe stato regolare di far sparire questa differenza prima di decretare le gravissime tasse del registro e bollo e sulle successioni. V'1a un altro metodo di far pagare nuove imposte senza dispiacere, e si è di mettere il paese in grado di poterle pagare. La prima condizione è la bontà del Governo, che fa sicuri i capitali ed invoglia al commercio. Poi l’affrettare il compimento delle strade ferrate contrattando con private compagnie, anche con qualche sacrificio passeggiero, per non obbligare il Governo a procurarsi capitali ora che è sì difficile, e perché in fin de’ conti le opere fatte dai privati costano meno di quelle latte dal governo. Questo è quello che noi Napolitani possiamo chiedere nel pagare nuove imposte e che il Governo è in dovere di darci.


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Le cinque leggi d'imposte (!)


Non è permesso di mettere una nuova imposta o di ricorrere a) credito prima di aver esaurito tutti i mezzi che offrono l’ordine e l’economia.

Necker.

I.

Sarebbe una bella felicità quella di vivere senza spendere, ma dobbiamo prendercela col Padre Adamo, se non ci è dato goderla e se dobbiamo campar la vita col sudore delle nostre fronti e non possiamo causare i sagrificii.

L'Italia risorge, ma le circostanze stesse della sua risurrezione gliene impongono de’ non lievi. E chi potrebbe ricusarsi? S' intende a' sagrificii necessarii per compiere la nostra liberazione e per non perdere quello che abbiamo ottenuto. Il Governo però non ha ristretto in tali limiti la sua domanda. Disgraziatamente vi erano delle piaghe da guarire, delle riforme a fare, ma non tutte le piaghe erano sì profonde, né le riforme così urgenti. Però come le rivoluzioni si fanno per mezzo degli uomini e gli uomini sono esseri imperfetti, così ognuno ha detto d'aver fatto la rivoluzione o d'aver sofferto per essa. Si posero in campo molte riforme, ma generalmente pel bene esclusivo dei riformatori. Ci siamo poi svegliati un bel giorno, quando lo stato di ebbrezza andava cessando, ed abbiamo trovate le casse vuote. Ci siamo allora rivolti a manca ed a dritta per riempirle afferrando tutto ciò che ci veniva fra le mani, ed ecco la storia delle cinque leggi d'imposte che prendiamo ad esaminare.

Un distinto economista francese scriveva: Nelle famiglie private si regola la spesa sull'entrata, negli Stati bisogna regolare l'entrata sulla spesa. Ciò è vero per le spese necessarie; p. e. l'Italia ha bisogno per conservare quel che ha conquistato

(1)Nomade dei 12 giugno 1862.


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 e per acquistare ciò che le manca di 300 mila buoni soldati, e di tante navi da guerra, il minimum. Ebbene, nulla si può rifiutare per mantenere questi soldati e queste navi colla minor spesa possibile. Chi ora mangia tre piatti ne mangerà due, chi veste di seta vestirà di cotone; ma alla patria servono tanti soldati e tante navi. L'amministrazione civile e giudiziaria, l’istruzione pubblica ed i lavori pubblici vanno regolati diversamente. Avremo dei tribunali provinciali, se non avremo danari; li avremo distrettuali se avremo danari. Daremo tanti franchi al mese a' Prefetti se avremo danari; ne daremo meno se non avremo danari. Coll'istessa norma ci regoleremo per le università, i collegi, le scuole primarie, i lavori pubblici, limitandoci al puro necessario e facendo di tutto per trattare con Compagnie private per l’esecuzione. In un momento di crisi non v' ha da far lusso, non v'ha da badare che alla salute della patria. Ma come terremo a bada le moltitudini, come contenteremo tanti grandi uomini in erba? Per le moltitudini cessa l'illusione, quando vedono un pomposo decreto, che per lo più resta ineseguito, succeduto da un decreto d'imposta che si eseguisce. Per i grandi uomini, quelli che veramente sono tali o promettono di divenirlo si possono contentare con le dovute distinzioni che son seguite dalla stima dei cittadini. Quelli che cercano pensioni mostrano d'amare più sé che la patria e la pubblica stima si ritira da essi.

Sappiamo che queste sono massime difficili ad eseguirsi in momenti di rivoluzione; ma ora l'ordine è rinato e bisogna che ognuno prenda il suo posto. Garibaldi non ci ha dato il più sublime esempio di abnegazione? E perché non seguirlo? Bisogna che i bilanci sieno riveduti sotto il più rigoroso punto di vista per le nuove e le vecchie pensioni. Che non si usi misericordia né ad uomini, né ad istituzioni. È impossibile di accrescere gli in* traiti, se non si diminuiscano prima gli esiti.


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Parliamo delle nuove imposte.

Le imposte son tutte dispiacevoli, e quindi vi ha poco luogo per la scelta. Ne' primi tempi della storia l'imposta si confondeva colla proprietà e lo Stato soddisfaceva a' suoi bisogni primitivi colla rendita di quella parte di territorio che poi prese il nome di demanio pubblico. Secondo alcuni eruditi l'imposta fu introdotta nell’India, nella Persia, nell’Egitto a' tempi di Dario cioè circa 500 anni prima di G. C. La scienza di emungere danari dai cittadini fece rapidi progressi. Alla rendita del demanio furono aggiunti i servizi! personali. Tutti i cittadini andavano alla guerra, aiutavano ad innalzare fortificazioni, tempii, ee. Fu richiesto un tributo in natura e poi in danaro. I Greci ed i Romani conobbero ogni specie d'imposta; in Atene vi fu anche l'imposta progressiva. I Romani divennero maestri nell'arte e nella scienza fiscale e questa non fu l'ultima delle cause della caduta dell’Impero. Che dire poi dell’imposta sul sangue umano che si chiamava la schiavitù? Dopo la caduta dell'impero le imposte tornarono ad immedesimarsi colla proprietà e co’ servigi! personali; ma come l'industria ed il commercio rinacquero e la circolazione metallica si accrebbe ritornarono in vigore i mille ritrovati degli antichi Romani.

L'ideale dell'imposta sarebbe: proporzionare esattamente la parte che deve ogni cittadino a' vantaggi che egli riceve dalla società. Ne deriva che l'imposta dovrebbe essere diretta, unica, progressiva fino ad un certo limite. Le spese di lusso e di ornamento non dovrebbero essere pagate da' poveri che nulla ne godono. Ma non ci è dato nella vita di attuare tutto l'ideale che vediamo nella nostra mente e tanto meno in materia di governo. I poveri al contrario (meno i mendicanti) se non hanno una rendita nel rigore economico della parola, hanno salarii, che debbono interamente alla sicurezza sociale che trovano stabilita, poiché come sarebbe loro possibile di procurarsi del lavoro presso i selvaggi?

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L'imposta indiretta quella, cioè, sul consumo, viene così giustificata. I governi però non si contentano d'un'imposta diretta sulla rendita, e di qualche imposta indiretta sul consumo; 1° perché è difficile sapere la rendita o i profitti di ognuno; 2° perché ne trovano stabilite molte e piange loro il cuore ad abolirle. Hanno quindi voluto farsi pagare certi servigi speciali e si hanno riservato alcuni monopolii sotto il nome di Privative.

Noi lasceremo da banda tutte le altre e ci fermeremo su quelle che riguardano gli atti ed i contratti che portano il nome di mutazione, d'insinuazione, di registro e di bollo, cioè a tre delle cinque leggi che ha pubblicato la Gazzetta ufficiale de’ 21 maggio. Esamineremo quelle del registro, del bollo e delle ipoteche. Le altre sulle società commerciali e sui beni delle manimorte non ne Sodo che l'equivalente, poiché questi enti morali sfuggono alle vicende della vita e della morte, cui son sottoposti gli enti fisici, e perciò debbono pagare per questo loro privilegio.

Il Parlamento italiano trovò il Tesoro esausto. Bisognava pensare a riempierlo, e non potendo rivolgersi alle tasse indirette, per essersi abbassati i dazii per favorire la libertà commerciale, e perché non voleva far sentire direttamente alla popolazione i nuovi pesi, si volse alle dirette. Per rivedere i catasti, anche secondo il metodo seguito nel Belgio detto catasto economico, vi volea del tempo, almeno tre anni per tutta Italia. Estese invece il decimo di guerra alle province meridionali, pensò ad equiparare il prezzo del sale, ad imporre le mercanzie trasportate sulle ferrovie colla massima velocità. Ma il vortice era senza fondo per le ragioni dette di sopra e bisognava colmarlo. Immaginò di rivedere la tassa di bollo, dì registro e di mutazione, che più o meno esisteva ne' varii Stati d'Italia e farne una legge nuova e volendo trovare un modello si volle alla Francia, cioè alla legge de’ 22 frimaio anno VII. Scopo di questa legge era:


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«d'estendere la contribuzione del dritto di registro a tutti gli atti di mutazione che ne erano suscettibili, di regolarne le tasse e la quantità in giuste proporzioni per a migliorare le pubbliche entrate». Essa non faceva che regolarizzare in quanto alla giurisdizione uno stato di cose che esisteva in Francia sotto l’antica monarchia e che una legge anteriore della Costituente avea cercato di temperare.

La cennata legge comincia col distinguere il diritto fisso ed il proporzionale. Si può stabilire per principio generale che il dritto fisso sia il prezzo del servizio reso per la registrazione e non è mai soggetto a restituzione. Il dritto proporzionale è propriamente l'imposta che colpisce la proprietà mobiliare ed immobiliare appena si muove. Il principio legale che deve guidare nell'applicazione della legge francese è il seguente: tutti gli atti semplicemente dichiarativi, cioè che non contengono un passaggio di proprietà sono sottoposti al dritto fisso; tutti gli atti attributivi o traslativi d'un dritto qualunque di proprietà, di dominio o di godimento sono soggetti al dritto proporzionale. I dritti fissi sono di due categorie, alcuni secondo la classificazione dell’atto dichiarativo si elevano da 1 a 100 franchi, ed alcuni restano sempre ad 1 franco secondo la cennata legge ed a 2 franchi secondo altra del 18Ì30, eccetto per i certificati di vita e di residenza. Questo stesso dritto si applica anche agli atti attributivi che non fossero stati espressamente assoggettati dalla legge al dritto proporzionale.

Facciamo conoscere adesso i principali atti attributivi che sono sottoposti al dritto proporzionale, e prima di tutto faremo notare che la legge del 27 ventoso anno IX vi sottomette alcuni contratti verbali. Eccone l'articolo 4: «Sono sottoposte a' dritti le mutazioni fra vivi di proprietà e d'usufruito di beni immobili,


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anche quando i nuovi possessori pretendono che non esista convenzione scritta fra essi ed i precedenti proprietarii». I principali contratti sottoposti al dritto proporzionale sono:

1.° Obbligazioni di somma ed estinzioni di esse, cioè il prestito. Si paga l'uno per cento quando si riceve il denaro, il mezzo per cento, quando si restituisce. Le obbligazioni di fare non essendo nominate restano interamente escluse.

2.° Atti commutativi come la vendita, le aggiudicazioni, le retrocessioni. Per gli immobili il dritto è il 40I0. Se invece di vendita vi ha permuta fra due immobili il dritto è ridotto a metà.

3.° Donazioni fra vivi. Fra discendenti e fra coniugi il dritto è di 2 e mezzo per cento. Fra' collaterali e fra estranei è il 5 0|0. Colla legge del 1850 fu tolta ogni distinzione fra la donazione di beni mobili, che pagavano meno, e d'immobili. Vi furono assoggettati anche i doni manuali, quando risultassero da atti.

4.° Successioni legittime, testamentarie o contrattuali. I beni mobili coll’ultima citata legge furono eguagliati agli immobili. Il principio costitutivo sull'imposta nelle successioni legittime si è che essa deve crescere a misura che i gradi di parentela si allontanano. Comincia dall'uno per cento e finisce al nove.

Ecco il modello che tennero presente i nostri legislatori. Vediamo che cosa ne hanno fatto.


II.


La legge francese sul registro non è nuova per l'Italia. Essa fu introdotta dovunque s'estese il dominio diretto od indiretto della Francia, ed in molti luoghi è rimasta dove più dove meno modificata. Nelle provincie napoletane fu messa in vigore dopo la promulgazione dei Codici colla legge de’ 3 gennaio 1809. Ne fu chiarita però la dicitura e ne furono temperate le tasse. Per esempio, le donazioni fra vivi per gli ascendenti e discendenti


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furono tassate a 3|4 0|0 per i beni mobili, ad 1|4 0|0 per gli immobili. Lo stesso contratto fra collaterali ed estranei per i beni immobili fu tassato a 2 e mezzo per 100. Le successioni in linea retta furono esenti da tasse, e ciò fa grande onore al cuore di quel legislatore, poiché è cosa veramente dura vedere una famiglia inconsolabile far sosta alle lagrime per mettersi a disposizione degli agenti del fisco. Le prescrizioni di questa legge però furono rese più severe da altra dei 27 gennaio 1812. Non pertanto le tasse non superarono di molto le antecedenti e non passarono il limite del 5 0|0. Ritornati i Borboni, per rendersi il popolo amico, riformarono tutta la materia con la legge de’ 25 dicembre 1816. Abolirono la tassa proporzionale e stabilirono la fissa qual poi è rimasta. Durò l'obbligo di denunciare le successioni pagandosi una tassa da grana 40 fino a ducati 15, quando il valore delle successioni giungesse a ducati 500 o a qualunque somma maggiore. Questa modica tassa venne pure abolita dalla legge de’ 21 giugno 1819, che può considerarsi come la legge definitiva (1). Essa è un modello di chiarezza e di semplicità, e siccome ora appartiene alla storia non sappiamo trattenerci di richiamarla alla mente dei nostri lettori. Per gli atti degli uscieri ed altri uffìziali pubblici autorizzati a fare intimazioni il dritto era di grana 5 a grana 20. Per gli atti de’ cancellieri da 10 a grana 60. Per gli atti del contenzioso giudiziario da grana 10 a duc. 1, 20 fino alle decisioni delle Gran Corti Civili, e di duc. 4 per quelle della Suprema Corte di giustizia. Per gli atti sotto forma privata di grana 30. Per atti in brevetto di grana 20; di grana 80 per gli altri atti stipulati innanzi a notai od a funzionari pubblici che sogliono conservare le minute; di grana 80 per i testamenti.

 Per le spedizioni, estratti, copie e certificati rilasciati dai giudici di circondario la tassa era di grana 5; di grami 20 per le spedizioni ed altri atti innanzi ad altri magistrati.

(1)Quella dei 2 marzo 1818 non fece che stabilire dei termini.

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Poteva ben dirsi di questa imposta che era il mero equivalente del servizio reso nel dare la data certa agli atti.

La legge francese però non ebbe negli altri Stati italiani, dove era stata introdotta, le stesse vicende. In Piemonte fu grandemente aggravata nel 1854 per la penuria dell’erario. Per esempio, con manifesta ingiustizia non si sottraevano i debiti dall’attivo delle successioni; nelle trasmissioni di proprietà in linea diretta la tassa fu fissata all’uno per cento, in quelle tra coniugi come in ogni contrattazione d'immobili fra estranei al cinque per cento.

Dovendosi fare una legge nuova pel regno d'Italia sarebbe stato necessario prima la riforma dei Codici, per subordinare le disposizioni della tassa alla norma che la legge assegna per i differenti atti e contratti. Ma il Ministero aveva fretta, perché avea bisogno di danaro. Si prese perciò la legge francese e la legge sarda, ne alleggerì od aggravò le disposizioni secondo i casi, e disse d'aver trovato altri 50 milioni compresa la tassa del bollo, di cui or ora parleremo, sperando lire 96,164,550,00 milioni da queste due tasse che davano appena lire 45,800,211,00 in tutta Italia. I calcoli del Ministro hanno per unica base la popolazione e non il movimento della ricchezza ne' vari Stati e perciò sono fallaci anzi assurdi (1).

Né si volle riflettere che se per unificare il sistema finanziario bisogna estendere alcune imposte, bisogna pure moderarne delle altre.

La Lombardia, per esempio, paga il 32 0|0 sul tributo fondiario, le Provincie meridionali pagano il 26 0|0, mentre le altre province

(1) Nel quadro allegato alla legge di registro (vedi resoconto n. 361 pag. 1217 Cam. dei Deputati 13 luglio 1861) leggiamo il seguente rapporto presuntivo:

1.Antiche provincie — Popolazione 4. 500. 000 — introito attuale 21. 277. 800 — introito fatare 20. 040. 700 — in meno 1. 925. 000.


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pagano meno e l'antico Piemonte non paga che il 12.89. La necessità di far precedere l'unificazione della dolcezza a quella dell'asprezza fu compresa dalla Camera, in pruova di che trascriviamo il seguente ordine del giorno, che fu approvato a grande maggioranza.

«La Camera riconoscendo in massima la giustizia e la convenienza di addivenire ad una perequazione del* l'imposta diretta fondiaria fra le varie parti dello Stato, prende atto delle assicurazioni del signor Ministro delle finanze, che la legge sulla perequazione dell'imposta sarà presentata innanzi all’attivazione della tassa sul registro e passa all’ordine del giorno».

Firmati: Torrigiani — Susani — Pirola — Allievi—Miceli— De Blasiis — Colombani — Cantelli — Fiorenzi — Guerrieri — Massarani—Pinzi—Broglio—Gadda— Martinelli — Minghetti— Pepoli Gioacchino.

Ebbene, se questo ordine del giorno fosse stato eseguito, sarebbero mancati al tesoro 25 milioni di lire secondo i dati che ci ha forniti un deputato che fa parte della commissione

II. Lombardia — Popolazione 2 800 000 introito attuale — 9. 116. 000 — introito futuro — 12. 517. 050 — in più 3. 776. 500.

III. Toscana — popolazione 1. 800 000 — introito attuale — 2. 800. 800 — introito futuro — 7. 9*6. 000 — in più 5. 286. 000.

IV. Provincie Parmensi — popolazione 500. 000 — introito attuale — 1. 176. 000 —introito futuro-2. 248. 650-in più 1. 097650.

V. Provincie Modenesi—popolazione 600. 000—introito attuale— 945 000 — introito futuro — 2. 676 000 — in più — 1. 761. 6000.

VI. Romagne — popolazione 1. 030. 008 — introito attuale — 1. 828. 961—introito futuro—4 655. 850—in più-2. 862. 889.

Vili Marche ed Umbria — popolazione — 1. 800. 000 — introito attuale—2. 320. 700—introito futuro—6. 358, 100—in più—4. 037. 100.

Vili. Napoli e Sicilia — popolazione 9. 000. 000 — introito attuale—6. 335. 750—introito futuro—39. 721. 600 — in più — 33. 385, 830.

Totale introito attuale di tutto il regno I. 45 800. 211—introito futuro I. 96. 164. 530 — totale aggravio 1. 50. 364. 339.


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che venne nominata per questa perequazione; sicché coll’attuazione di una legge così gravosa qual è quella de] registro non si sarebbero guadagnati se non altri 25 milioni di lire stando alle previsioni del ministro che si sarebbero ritrovati con maggior certezza io una correzione de’ catasti (1).

Vediamo ora per sommi capi qual sia questa legge, cioè quali enormità contenga e da quale discussione sia stata preceduta in Parlamento. Il deputato Ricciardi propose di rimandare ella sessione del 1862 la discussione di questa legge, poiché lo stato delle province meridionali era tale che non poteva attuarsi se non sanando prima almeno alcune delle loro piaghe. Nella discussione generale prese una parte principale il deputato de Luca; ma il suo discorso fu piuttosto brillante che solido. Egli enumerò gli inconvenienti della legge, perché colla gravezza delle tasse apriva l'adito alla frode ed avvezzava a dissimulare i contratti. Citò in appoggio molti dati statistici, ricordando ciò che era avvenuto nel sessenio che una legge quasi simile fu in vigore nel regno di Napoli. «La legge che ebbe impero nel Napolitano per anni sei, in ordine alla sola tassa del registro con tutti i dritti graduali e di successione, non valse a dare in media al tesoro che annui duc. 750, 000 pari a lire 3,187,500. Preso a raffronto un sessenio qualunque dal 1820 in poi si ha che risultava in media un introito annuo di poco meno di mezzo milione di ducati pari a lire 2, 125, 000 (2).

La differenza quindi fra' due introiti è d'un terzo; ma questo terzo sparisce quando alla cifra di mezzo milione

(1) II Ministro Sella ha confessato nella sua relazione finanziera il disinganno che si è avuto per questa specie di tassa dicendo a pag. 65 essersi esatto meno di ciò che si esigeva colle antiche leggi. Il ministro Minghetti ha promesso di correggerla per il poco fruito che se ne ricava.

(2)È pregio dell’opera il riportare l'introito netto preciso avutosi nel Napolitano, tinche fu in vigore la cennata legge di registro graduale:


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si aggiunge l'introito de’ dritti ipotecari che per l'artic. 103 della proposta legge andrebbero soppressi e quando si aggiunge l'introito de’ dritti di registro per gli atti di procedura che del pari vorrannosi sopprimere.... Ma v'ha dippiù. Tenuto conto degli enunciati raffronti statistici si rileva che in media ragione il numero degli atti del primo sessenio al numero degli atti di uno de’ sessenii successivi compensativamente calcolati sta da 1 a 42». Quali conseguenze avrebbero dovuto risultare da questi calcoli? Una delle due: o mantenere le tasse di registro come si trovavano nelle varie province di Italia, o estendere la legge napolitana a tutta l'Italia. Il deputato de Luca non propose né l’una né l'altra cosa, e quindi il suo discorso mancò di conchiusione. Si estese invece a dimostrare i cattivi effetti che simile legge avea prodotto in Francia, esagerando lo stato de’ debiti che ivi opprimono la proprietà immobiliare.

Fu facile quindi la risposta al regio commissario. Egli difese la legge in nome della necessità finanziaria, fece abilmente valere qualche attenuazione portata alla legge francese ed alla legge sarda, si mostrò condiscendente

1810

duc.

65i,90i,89

1811


633,706,02

1812


783,36,21

1813


930,284,14

1814


782,302,07

1815


728,839,62


duc.

4,510,392,95

Prodotto medio di conservazione — duc. 751,732,16.

Dopo la nuova legge i prodotti diminuirono, ma poi s'elevarono di anno in anno. Dal solo registro s'introitò da 400 in SOO mila ducati l'anno e dal bollo circa ducati400,000. Vedi Mauro Luigi Rotondo Saggio politico lui Regno delle Due Sicilie e Bianchini Storia delle Finanze napoletane. Gli introiti andarono sempre crescendo, sicché nel 1861, secondo il rendiconto del sig. Saccbi, ascesero a lire 3,730,280,22 cioè a duc. 804,087,48 netti.

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per tutte le concessioni di dettaglio che sarebbero domandate nella discussione degli articoli. E' curioso la confutazione de’ fatti citati dal deputato de Luca in pruova de’ pessimi effetti che aveva prodotto una simile legge, quando fu in rigore nel Napolitano. Citiamo testualmente le sue parole: «Come e perché quel sistema fece mala prora nell’ex-reame di Napoli? È doloroso a dire, ma noi ne abbiamo una prora autentica in un considerando che precede la legge borbonica del 1819, se non erro, la quale abolì il sistema de’ dritti proporzionali pe' valori, il sistema da cui deriva la massima parte degli introiti che vengono dalle tasse sul registro. Quella legge borbonica ha un considerando nel quale si dice che de’ risultati meno favorevoli della legge del registro francese, applicata all’ex-reame di Napoli doveva accagionarsi l'immorale amministrazione; terribile confessione che fa un governo, e fatto più terribile il non trovare altro rimedio a ciò, che la revoca della tassa proporzionale che darà occasione all'immoralità dell'amministrazione». Ecco ora il terribile considerando a cui il regio commissario ha fatto allusione. «Che l’estensione datavi a' diritti di registro e di ipoteca dagli occupatoti di questi dominii colle loro leggi de’ 3 di gennaio 1809 e de’ 27 di gennaio 1812 non si fosse che un complesso di speculazioni finanziere; io modo che la bellezza oscurata ne avessero e l'utilità, cumulando forme, multe ed ordinazioni non conducenti al sacro oggetto che la legge si aveva proposto; Che stabiliti colla sola reduta daziaria i così detti dritti graduali fossero stati di ostacolo al giro celere e spedito delle contrattazioni e per la loro esorbitanza le eressero di sovente impedite». V'è una sola parola di ciò che ha detto il regio Commissario? Si parla troppo di corruzione io Piemonte a proposito delle province meridionali!

Le principali enormità della legge sieno o no copiate dalla legge francese: sono 1° l'obbligo del registro fra tre mesi


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per le scritture private, rendendo così impossibile di custodire i segreti delle famiglie; 2° la sottoposizione al registro de’ contratti verbali che si riferiscono agli immobili perché non potendosi questi contratti arguire che da' loro effetti, si lascia così immensa latitudine agli agenti del fisco; 3.° i contratti in generale sono male enumerati, perché non si è partito da principii chiari e sembra essersi fatto di tutto per imbrogliare la mente de’ poveri contribuenti e si suppone la massima scienza ne' ricevitori; 4°dovendosi dar luogo ad interpretazione si è lasciato largo arbitrio agli agenti del fisco, poiché si è concessa loro la facoltà di giudicare per analogia per i contratti non nominati. La legge francese su questo punto è immensamente superiore, poiché sottopone al dritto fisso i contratti espressamente designati e quelli che non sono stati espressamente sottoposti al dritto proporzionale. In quanto ai dritti proporzionali nessun contratto vi soggiace, tranne quelli espressamente enumerati dalla legge. «È un principio costante in questa materia, dice una decisione di quella Corte suprema, che nessun diritto possa essere esatto senza una espressa disposizione di legge»; 5° l'aver esentato dal registro e non dal solo obbligo di pagare la tassa gli atti intimati dagli uscieri per molti de’ quali la certezza della data è d' una estrema importanza; 6° l'esagerazione delle tasse è affatto sproporzionata colle abitudini e collo stato economico di questa parte meridionale d'Italia. Qui la ricchezza è quasi tutta immobile e perciò di più lenta creazione. La mancanza di strade ed il rigore del passato governo non ha fatto prendere all’industria ed al commercio lo svolgimento dovuto. La tassa per conseguenza cade direttamente sulla proprietà e farà nascondere que' capitali tanto necessarii per fecondarla (1).

(1)Nell'ari. 43 del progetto di legge eravi la solidarietà degli avocarti e patrocinatori pel pagamento delle tasse per le sentenze fino a cento lire, ma nell'ari. 42 della legge che corrisponde all'ari. 43 del progetto questa disposizione venne tolta.

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Quali rimedii si potrebbero adunque proporre? I rimedii ci sono suggeriti da quell’istesso ordine del giorno approvato dalla Camera o da un vieto canone finanziario. O si vuoi far rimanere la fondiaria qual è, finché non si proceda ad un nuovo catasto, ed allora ci si restituisca l'antica nostra legge sul registro duplicando anche l'ammontare delle tasse. O si voglia venire subito ad una perequazione d'imposta, prima della formazione d' un nuovo catasto, ed allora si sospenda la legge finchè questa abbia luogo e se ne temperi il rigore in ogni caso. poiché non è sempre vero che le alte tasse facciano entrare maggiori somme nel Tesoro e specialmente quando si tratta di certe imposte che si possono dire volontarie come quelle di cui parliamo, le quali quanto più sono esagerate, maggior stimolo avrà il contribuente ad eludere la legge.

III.

Per colpire gli atti ed i contralti v'ha un'imposta più semplice di quella del registro. È l'imposta del bollo, di cui alcuni vogliono scorgere traccia nella novella 44 del Codice Giustinianeo. Altri dicono che fosse stata inventata in Olanda, nel 1624 quando gli Stati generali proposero un premio per l'invenzione d'un'imposta prudente e non vessatoria. Essa fu introdotta in Francia da Luigi XIV. Il dritto fissato col decreto del 1674 fu molto moderato. Montesquieu avrebbe preferito che la tassa di bollo avesse assorbito anche quella del registro. Infatti ciò sarebbe facile ed adottando il bollo mobile introdotto in Inghilterra (simile a franco bolli di posta) si risparmierebbe allo Stato un' amministrazione complicatissima e spesosa. Né si può dire che starà in arbitrio de’ particolari di mettere un bollo invece d'un altro perché sarebbe determinato dalla legge.

Il registro resterebbe come una amministrazione civile per dare la data certa agli atti e potrebbe essere affidata,


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per esempio, agli uffìziali dello stato civile.

Non troviamo altra ragione a tenere divise queste due imposte se non l'antica massima de’ finanzieri che le imposte debbono essere moltiplici per farle meno avvertire.

 Dopo la Rivoluzione francese l'antico bollo fu abolito con la legge degli li febbraio 1791. Questa legge stabilì due specie di nuovo bollo, il fisso in ragione della dimensione della carta ed il proporzionale in ragione progressiva della somma. Nell'istesso anno VII però quando venne in luce la legge sul registro di cui abbiamo parlato, venne fuori una nuova legge sul bollo in data de’ 13 brumaio. Questa è rimasta la base della legislazione francese e servì di modello alla legge sarda de’ 9 settembre 1854 che con poche modificazioni è stata adottata dal Parlamento italiano. Colla legge francese il dritto fisso fu stabilito a 25 centesimi (ora 35) come minimum e ad un franco e mezzo (ora 2 franchi) come maximum.

Il dritto proporzionale fu fissato a 50 centesimi per ogni mille franchi con progressione illimitata contando per interi le frazioni. Siccome poi lo Stato non poteva fabbricare ogni specie di carta bollata ammise il bollo straordinario da apporsi secondo alcune norme stabilite.

La carta bollata fu introdotta fra noi dall'editto del 20 aprile 1801 e poi venne regolata dalla legge de’ 9 maggio 1807. Questa legge comincia col determinar gli atti soggetti al bollo e quelli che ne vanno esenti. Divide poi la tassa in tassa di dimensione ed in tassa proporzionale a norma della legge francese. La tassa di dimensione ossia dritto fisso cominciava da quattro grana e finiva a duc. 1,44. La tassa proporzionale era di un carlino per ogni dugento ducati inclusivamente, contando per interi le frazioni e con progressione illimitata. La legge assoggettava a questa specie di tassa le sostituzioni fedecommissarie, i brevetti di nomina e le patenti secondo una tariffa determinata.

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Erano sottoposti al dritto fisso molti atti amministrativi fatti nell'interesse de’ privati e le petizioni e memorie dirette alle autorità amministrative e giudiziarie. Questa legge meritava tutt' altro nome che d'indulgente.

La legge de’ 3 settembre 1812 ne fu piuttosto l’attenuazione. Il dritto fisso fu stabilito da 25 centesimi ad una lira e mezza. Il dritto graduale a 50 centesimi per ogni mille lire progressivamente a norma della legge francese. Ma non si trova parola dei brevetti di nomina, delle petizioni e memorie ecc.

Ritornati i Borboni il dritto fisso di dimensione colla legge de’ 5 dicembre 1815 fu stabilito da grana 3 a grana 12, il graduale tanto per le obbligazioni per iscritture private che commerciali fu determinato secondo la somma da grana 10 fino a duc. 1. 50 che era il massimo dei dritti per tutte le obbligazioni da duc. 2000 in sopra. L'uso della carta bollata fu ristretto ad un piccolo numero di atti.

La legge ora approvata dal Parlamento divide la tassa in proporzionale e fissa. La proporzionale è applicata ai contratti commerciali di qualunque natura. I contratti civili sono stati abbastanza colpiti dalla tassa del registro e perciò sono soggetti solo alla tassa fissa dovendo essere scritti in carta bollata. Gli atti giudiziali siccome in generale sono esenti dal registro, così vanno soggetti al dritto fisso più elevato. Il dritto fisso per la carta fabbricata dallo Stato è da 50 centesimi a lire duc. Essa è applicabile agli atti civili, giudiziari ed amministrativi. Per le polizze di carico, lettere di vettura e fogli di via viene fabbricata la carta di 1 lira. Pel bollo straordinario secondo la dimensione la tassa si eleva da 50 centesimi a 4 lire. La tassa proporzionale per gli effetti di commercio comincia da 15 centesimi e si eleva di 50 centesimi per ogni mille lire. V’ha inoltre un bollo straordinario che da lira 1, 20 discende fino a centesimi 5.


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Nessuno atto, nessuno scritto sfugge al bollo, nemmeno i titoli di rendita pubblica che pure sono assoggettati al bollo straordinario di centesimi 50. Nelle copie degli atti pubblici e di qualunque atto scritto, dice l'art. lo, celebrato od autenticato da pubblici funzionar!, il numero delle sillabe comprese nel foglio intero non potrà essere maggiore della media di 25 per ogni rigo. È impossibile spingere più oltre Io spirito fiscale.

Passiamo alla legge sulle ipoteche. In Francia questa materia fu regolata nell’istesso anno VII colla legge dei 21 ventoso. Questa ammise i dritti fissi e proporzionali. Il dritto proporzionale per l’iscrizione de' crediti ipotecari fu stabilito, all'uno per cento. Le trascrizioni, d'immobili o di dritti immobiliari acquistati furono sottoposte al dritto Osso d'un franco, oltre ciò che dovevano pagare pel registro e ad un lieve emolumento al conservatore.

Presso di noi le tasse ipotecarie sono state sempre regolate dalla stessa legge del registro, che conteneva delle disposizioni speciali. Colla legge de’ 3 gennaio 1809 fu stabilito art. 124: II dritto d'iscrizione de’ crediti ipotecali posteriori alla presente legge è fissato ad un carlino per ogni cento ducati, e pe' crediti anteriori a grana 5. Un solo dritto d'iscrizione dovea pagarsi per ogni credito, qualunque fosse il numero de’ creditori o de’ debitori ed anche se venisse iscritto in più uffìzii. L'iscrizione indefinita d'un semplice dritto d'ipoteca eventuale non era sottoposta a tassa proporzionale. Se questo dritto diventava reale allora la tassa si pagava sull'effettivo del credito. La legge de’ 27 gennaio 1812 fu più rigorosa pel registro e per l'ipoteca. Elevò il dritto ad un quinto per cento, cioè a due carlini per ogni cento ducati. L'iscrizione indefinita per un dritto d'ipoteca eventuale pagava due lire. Quando questo dritto eventuale serviva per garentia del prezzo di una vendita d'immobile, in caso d'evizione dell'acquirente dovea pagarsi per dritto di iscrizione ciò che avrebbe potuto

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pagarsi per dritto di trascrizione del Contratto di vendita, se questa formalità non fosse stata adempita. Le tasse di trascrizione per entrambe le leggi fu dell’uno e mezzo per cento per tutti gli atti riguardanti passaggio di proprietà immobili. I salari a' conservatori erano moderati.

Al ritorno de’ Borboni il dritto graduale sulle ipoteche fu conservato a grana 20 per ogni cento ducati colla legge de’ 25 dicembre 1816. Fu stabilito un dritto di gr. 10 sulla stessa somma di ogni ducati 100 per le radiazioni o riduzioni delle iscrizioni. Per le ipoteche eventuali definite o indefinite fu stabilito un dritto fisso di duc. uno, oltre le spese del registro ed il salario al conservatore. Per le trascrizioni fu fissato un dritto di grana 30 per ogni 100 ducati da esigersi sulla rendita imponibile moltiplicata per 20, senza deduzione di spese. Se si trattava di permuta la rendita imponibile si sarebbe moltiplicata per 10. Sulle trascrizioni di passaggio di proprietà a causa di morte o per donazione fra vivi al di là del terzo grado si pagava l’uno per cento. Per la trascrizione o radiazione di verbali di pegnoramento od esecuzione d'immobili si pagavano grana 50. Queste aggravazioni ebbero origine dall'abolizione della tassa graduale del registro per rifornire l'erario.

La legge de’ 17 giugno 1819 ritenne il dritto graduale per le iscrizioni ipotecarie aggiungendo poche disposizioni alle precedenti. Abolì però del tutto la tassa dell'uno per cento che si pagava nel trascrivere i passaggi di proprietà tanto per donazione fra vivi che per testamento che avevano luogo oltre il terzo grado, di cui sopra abbiamo parlato.

La legge italiana ora promulgata distingue dai bei principio la tassa in fissa e proporzionale. Tutta la legge si compendia ne' tre articoli che trascriviamo e che male potrebbonsi riassumere. Tutte le altre non sono che disposizioni accessorie.


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Art. 2. La tassa proporzionale si applica alle iscrizioni e prenotazioni di ipoteche per somma determinata, anche se prese a modo di soppegno, in ragione di cent. 30 per ogni 100 lire di somma iscritta; e si applica pure alle rinnovazioni ed a' subingressi o surrogazioni ipotecarie in ragione di cent. 15 per ogni cento lire della somma cui si riferisce la rinnovazione od il subingresso.

Art. 3. La tassa fissa di lire due si applica alle iscrizioni od annotamenti per le postergazioni o cessioni di priorità o d'ordine ipotecario, per le cancellazioni o radiazioni, per le riduzioni delle ipoteche e per gli atti interruttivi di prescrizioni. E si applica pure alle iscrizioni prese senza determinazione di somma ed a qualunque altra iscrizione od annotamento non contemplati nell’articolo precedente.

Art. 4. È dovuta la tassa fissa di lire tre per le trascrizioni di atti e contratti portanti mutazioni di proprietà immobili.

Bisogna convenire che delle tre imposte è la meno gravosa e di più facile applicazione.

Ora non ci resta che a dir qualche cosa delle altre due leggi d'imposta sulle manimorte e sulle società commerciali e poi dare uno sguardo sulla politica finanziaria del Governo.


IV.

Avendo sottoposto ad imposta le trasmissioni di proprietà fra vivi od a causa di morte, era naturale che si fosse cercato un equivalente per i beni di manimorte, poco o nulla soggetti a trasmissioni. La stessa ragione giustifica la tassa sulle società industriali e commerciali, la maggior parte de’ cui atti furono esentati dal registro. Amendue queste leggi approvate dal parlamento italiano hanno la stessa origine franco-sarda come quelle di registro e bollo.


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L'imposta su beni appartenenti alle provincie, comuni, ospizi, seminar!, congregazioni religiose, opifici e tutti gli stabilimenti autorizzati è di fresca data in Francia, cioè de’ 20 febbraio 1849. Essa è calcolata in ragione di 62 centesimi e mezzo per ogni franco di fondiaria, non compresi i centesimi addizionali. Il suo prodotto è di oltre tre milioni di franchi. La legge sarda de’ 23 maggio 1851 che regolava questa imposta nelle antiche provincie non è basata sul tributo fondiario (forse perché colà è troppo mite) come la legge francese, ma sul valore locativo de’ beni de’ corpi morali, e si estende anche su' beni mobili di essi, come capitali, ee. Per gl’immobili si deducono l'imposta fondiaria e le spese di riparazioni calcolate per gli opifici al 30 0l0, per i fabbricati al 15 0|0 del prezzo annuo di locazione e per i beni rustici, aventi annessi fabbricati colonici, al 4 0|0 della rendita totale de’ beni a cui i fabbricati inservono. Le provincie, i comuni, i consorzi e tutti gli enti morali che non sono associazioni commerciali (regolate da legge speciale) pagheranno il quattro per cento sulla loro rendita netta. I soli istituti di beneficenza, la cui amministrazione è sottoposta alla sorveglianza dello Stato, soggiaceranno ad un'imposta del mezzo per cento sulla loro rendita imponibile. La rendita imponibile per tutti i corpi morali si calcola sul triennio precedente. Tutti gli stabilimenti e corpi morali che hanno una rendita inferiore a 300 lire sono esclusi dalla tassa. Sono esenti ancora le case che servono pel pio stabilimento, per l'amministrazione comunale od uffizii da essa dipendenti, per l'istruzione ed opere di beneficenza e per uso di abitazione de’ parroci e loro coadiutori. Sono esenti dalla tassa gli interessi dovuti dalla cassa di depositi e prestiti se la restituzione de’ capitali debba aver luogo prima di un anno, ed i capitali delle casse di risparmio formati dagli annui interessi delle somme ricevute, quando essi non formino il loro fondo principale.


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La discussione di questa legge fu breve poiché la Camera si limitò ad esentare da qualunque tassa i beni degli asili infantili per dare una pruova della sua sollecitudine a questi utili stabilimenti ed a qualche modificazione di dettaglio.

Non avvenne cosi della legge sulle società industriali e commerciali e sulle assicurazioni. Essa fu proposta dal ministro come un surrogato di quelle di registro e bollo, e perciò le proporzioni delle pene, le prescrizioni, le norme relative alla riscossione delle tasse e delle sopratasse e la maniera di procedimento, vennero secondo quelle leggi stabilite. Nella discussione generale ebbero parte principale gli onorevoli Castagnola, De Luca e Massarani. Castagnola attaccò la parte d'imposta che cadeva principalmente sulle assicurazioni marittime e chiedeva almeno che l'ammontare fosse rimasto alle Camere di commercio, che attualmente godono in molti luoghi di alcuni dritti sopra questa specie di assicurazione. De Luca col suo calore ordinario attaccò tutta la legge e si espresse presso a poco in questi termini: La legge sul registro avea sottoposti i contratti di società di qualunque natura si fossero ad una tassa di sei lire. Nel costituirsi la società non si verifica trasferimento di proprietà, e quindi qual è il capitale che avete inteso colpire? Questa legge non colpisce le società civili comunque avessero uno scopo industriale; non colpisce le società commerciali, sotto il nome collettivo e quelle in partecipazioni. Essa colpisce le anonime e le commandite per azioni, il capitale nominale versato ed il non versato emesso o solamente enunciato. Eppure voi elevaste la tassa di bollo, perché le operazioni cambiarie e bancarie erano state esentate dalla tassa del registro! Si avrebbe dovuto tassar la cessione delle cedole nominative e non la loro semplice circolazione, e quelle al latore quando escono dal portafoglio. L'on. Massarani si propose due punti: 1° di riconoscere se nella tassazione degli enti colpiti si fosse adottato un ragguaglio esatto delle forze produttive,

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del capitale da questi enti investito e se le operazioni contemplate dalla legge fossero commerciali: 2° se le imposte proposte fossero un vero surrogato di quelle di registro e bollo, ovvero un duplicato. Non gli fu difficile il dimostrare che non tutti gli atti contemplati dalla legge rivestono il carattere di commerciali: infatti le mutue assicurazioni non sono atti di commercio, poiché con esse non si tratta di conseguire un utile, ma di evitare una perdita. Quanto al secondo punto ci mostra la nuova imposta non esser un surrogato all'imposta di bollo che rimane intatta e nemmeno a quella del registro, poiché secondo la legge del registro le operazioni di assicurazioni dovrebbero pagare l’uno per cento, quando il contratto dovesse essere prodotto in giudizio od innanzi ad un'autorità pubblica, mentre adesso debbon pagar sempre. Fa poi il confronto della legge proposta colla legge francese de’ 5 giugno 1850. La legge francese mette un' imposta di due centesimi per ogni mille lire del valore assicurato, mentre la legge proposta la fa salire a cinque ceni, in un caso ed a 10 in un altro. L'oratore avrebbe voluto che si fosse imitato in tutto la legge francese, che si fosse stabilita una tassa su! capitale per tutte le compagnie che si occupassero di operazioni commerciali ed industriali e quindi anche sulle assicurazioni a premio fisso, ma che non si colpissero le assicurazioni mutue che non hanno un capitale nel vero significato della parola. La tassa di un mezzo per cento, proposta dalla legge, sarebbe stata l'equivalente della tassa di registro. Avrebbe volato che si fosse datala facoltà di pagare un abbonamento annuo nella misura di due centesimi per mille lire di valori assicurati per sottrarsi alla formalità del bollo.

Il regio commissario per difendere la legge fa osservare che essa contiene due punti distinti, uno riguardante le società e l'altro le assicurazioni.


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Poi soggiunge: Resti ben definito il carattere della legge. Essa è un codice speciale sugli atti di assicurazione che sono specificatamente indicati; essa, oltre a ciò, è una legge di tassa in surroga a quelle di registro e bollo sulle azioni delle società, il cui movimento o sfugge alle leggi di registro e bollo, o recherebbe grande imbarazzo a sottoporre alle formalità di quelle leggi. Con questa legge si compie ciò che fu accennato da quella del registro sugli atti di assicurazione. Questa legge ha delle tasse di surrogato alle tasse di registro e bollo ed ha delle tasse di registro e bollo. Ha delle tasse di surrogato riguardo alle azioni delle società; ma non è una legge di surrogato, è una legge d'imposta diretta sugli atti di assicurazione. Essa colpisce direttamente l’atto; è una tassa di registro e bollo, è una tassa sugli atti di assicurazione ed è applicabile a società od a singoli cittadini che compiano tali atti. Questa è una legge di atti, e quindi non guarda se con essi si consegua un profitto o si eviti una perdita, se si faccia o no un' operazione commerciale e perciò si applica anche alle assicurazioni mutue.

Volendo fare una legge sulle assicurazioni sarebbe stato razionale che si fosse colpito il premio, che è la misura dell'utile conseguito, come in Inghilterra. Ma la difficoltà di poter conoscere questo premio di assicurazione fece adottare due criterii uno semplice ed un altro composto che facciamo conoscere colle stesse parole del regio commissario. Rispetto alle assicurazioni marittime, egli dice, si è seguito un criterio misto e composto, tenendo per base la ragione delle somme assicurate, ma con una scala di relazione al maggiore o minore premio. Rispetto alle assicurazioni della vita si è tenuto ragione del premio, perché le combinazioni di questo ramo di assicurazioni non permettevano di prendere per base la somma assicurata. Per le assicurazioni contro la grandine e gl’incendii si tenne ragione della somma assicurata, perché, studiata la pratica condizione

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di queste assicurazioni, si trovò che sarebbe stato difficilissimo tassare il premio sia io ragione semplice che in ragione composta.

L'economia della legge è la seguente: Esenzione dalla tassa di registro e di bollo per le società anonime o in accomandita per azioni mediante 50 centesimi per ogni mille lire sul loro capitale nominale o reale. Una tassa speciale sulle assicurazioni posta co’ criterii che abbiamo esposti, la quale tassa non esime dall’altra di bollo. La facoltà d'abbonamento pel bollo fu ammessa ad istanza dello stesso commissario regio durante la discussione. Quanto alle assicurazioni della vita si può contrattare un'affrancazione dal bollo pagando due lire per ogni mille sul complessivo ammontare de’ versamenti fatti alla società o compagnia in ciascun anno. Quanto alle assicurazioni contro gl'incendii e contro la grandine si può contrattare la stessa affrancazione pagando ogni anno 2 centesimi per ogni mille lire sull'ammontare dei valori assicurati sulla base dei contratti in corso di esecuzione. Siffatta modifica ha ravvicinato questa legge alla legge francese, ma la tasse restano sempre più elevate e vi sono incluse le assicurazioni mutue, severità suggerite dalla legge piemontese de’ 30 giugno 1853 sulla stessa materia.

Eccoci alla fine dell’esame delle cinque leggi d'imposta ora pubblicate. Ma non sono le sole che il Parlamento abbia votate. Ha esteso la sovrimposta di guerra a tutte le provincie italiane, ha messo una tassa del 10 per cento sul prezzo di trasporto de’ viaggiatori, bagagli e merci, sulle ferrovie dello Stato, ed un' altra sopra alcune concessioni del governo, come le collazioni di benefizii ecclesiastici, le concessioni di tener fiere o mercati, di pensioni, di autorizzazioni per formare società commerciali, ece. (1). Che dobbiamo dire in generale del sistema finanziario seguito dal governo e dal Parlamento?

(1)Questa non fu pubblicata per ritardi sopraggiunti nella discussione.


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Che esso è una fatale conseguenza del sistema politico e che riesce del tutto inefficace. In una parola si è voluto seguire il sistema piemontese nelle leggi e nelle istituzioni; era necessario seguire anche il sistema piemontese nelle imposte. Se si fosse proceduto per gradi nell’unificazione si avrebbero potuto conservare i sistemi d'imposte in uso nelle varie 'parti d'Italia. Si sarebbero prima votate delle leggi semplici e generali e poi si sarebbero messe delle imposte generali, poiché giova ripeterlo mille volte, le imposte sono una conseguenza delle leggi ed istituzioni politiche. Si è voluto invece operare a sproposito, si sono urtate mille idee, mille abitudini senza alcuna necessità e ci troviamo a fronte di un deficit spaventevole.

Se non si trattasse della causa di tutti, della nostra causa, avremmo potuto dire: qui gladio ferii, gladio perii. Ma trattandosi della salute d'Italia non ci stancheremo di gridare a' quattro venti: semplificate le leggi, abolite gli impieghi inutili, le pensioni, invertendo il denaro disponibile in ispese di guerra e marina e troverete la fine del deficit. Volendo proseguire nella via per la quale vi siete incamminati, cioè spendere per ora ed attendere in seguito che la produzione s'accresca e ve ne dia i mezzi, voi andate incontro a mille pericoli e solo vi potrà salvare un eccesso di patriottismo od un eccesso di demenza.






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Le finanze Italiane (1).

I.

La quistione finanziaria è quistione di vita o di morte per l'Italia; non tornerà quindi discaro a' nostri lettori lo studiare le condizioni in cui erano le finanze de’ vari Stati al momento dell'annessione, e ciò che fece il governo italiano per vedere quel che resta a fare. Cominceremo dal Piemonte.

Carlo Alberto quando ascese al trono trovò il Piemonte in piena reazione. Attese gradatamente a demolire l'edificio del passato che il re Carlo Felice aveva rialzato d'un colpo ed a migliorare l'amministrazione, specialmente nelle finanze. Le spese erano di 75 milioni, di cui 27 per l'esercito, ed il bilancio non solo si chiudeva quasi sempre in perfetto equilibrio, ma si potevano mettere da parte somme vistose per qualunque eventualità (2). Questi risparmii erano intanto adoperati ad agevolare l'incremento della pubblica ricchezza mediante prestiti a' comuni ed a' privati. Molte industrie e specialmente quelle per la filatura della seta prosperarono. Sembrando lontanissima una guerra coll'Austria, Carlo Alberto pensò poi adoperare questi risparmii ad una ferrovia fra Genova, Torino, il Lago Maggiore e la Svizzera per attirare ne' suoi Stati il commercio che mette capo per il Reno ad Ostenda. Gli avvenimenti del 1848 avrebbero fatto desiderare il ritardo di tale impresa.

Il debito pubblico al 1 gennaio 1831 giungeva al capitale di lire 78,007,000 e vi erano 10,074,000 di disavanzo; al 1 gennaio 1847 il debito pubblico era salito a lire 118,424,000 ma vi erano 22 milioni nella cassa di riserva,

(1) Le due prime parti di questo stadio sulla finanze italiano furono pubblicate nei numeri 13 e 14 della Rivista napoletana.

(2)Gualterio, Gli ultimi rivolgimenti italiani, voi. 3, p«g. 188 e seg.


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 e si erano già spesi 12 milioni per la ferrovia di Genova (1). Nel 1848 il Piemonte ebbe a sostenere due guerre gloriose se non fortunate. Il debito pubblico fu aumentato, le tasse furono immensamente aggravate, ma la libertà di commercio e l'incremento delle vie di comunicazione rese possibile alle popolazioni il sopportarle. Nel bilancio del 1859 le entrate si prevedevano di lire 141,236,210,14, sicché ricadevano lire 22,17 per ogni abitante (2)e le spese a lire 150,314,980,53 ed erano ripartite fra i diversi ministeri nel modo seguente:

Finanze

78,791,753,29

Giustizia

5,285,648,42

Estero

1,372,305,26

Istruzione

2,269,426,82

Interno

7,187,835,67

Lavori pubblici

14,558,822,35

Guerra

34,850,020,05

Marina

5,999,168,68

Totale

150,314,980,53

Si prevedeva un disavanzo di lire 9,079,770,10, che fu di molto sorpassato. Al principio del 1858 il Piemonte avea 31,091,054,01 di rendita iscritta, corrispondente al capitale nominale di 677,228,59. Nel maggio di quell’istesso anno fu votato un prestito di 40 milioni; nel febbraio del 1859 un' altro di 50 milioni e nell'ottobre un ultimo di 100 milioni.

Nel passare a rassegna le finanze degli altri Stati seguiremo l'ordine con cui si unirono al Piemonte. Un'esatta idea della Lombardia ci viene dalla rinomata opera di Stefano lacini che ha per titolo:

La proprietà fondiaria e le popolazioni agricole in Lombardia. Terza edizione, Milano 1855.

(1) Vedi relazione ufficiale stampata nel 1848.

(2)Comprese le sovrimposte comunali e provinciali la quota di ogni abitante era lire 26, 54.

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Leggiamo a pag. 115 e 116 di questa opera: «In nessun altro paese di Europa esiste maggior copia di elementi conservativi dell'ordine sociale di quello fra noi; in nessun altro paese il medio ceto è cresciuto a proporzioni più gigantesche ed è riuscito ad assumere tanta importanza e tanta influenza... Il principio dell'eguaglianza in faccia alla legge e la libera concorrenza proclamati da molto tempo sono ormai nell'essenza delle nostre relazioni sociali ed hanno avuto tempo di presentare frutti maturi che in una gran parte di Europa ancora si aspettano... Niente di più assurdo quanto il linguaggio di alcuni giornali della monarchia austriaca in cui sono considerati come sinonimi le parole signori, possidenti e nobili. Imperocché i possidenti lombardi sono 350, 000 di cui non più di 3000 sono nobili e questi non possiedono nemmeno una quindicesima parte del suolo». L'imperatore Carlo VI con dispaccio de’ 7 settembre 1718 istituì una giunta di censimento per compilare una diligente misura, stima e delineazione de’ terreni e degli edifici in guisa che restassero fissati la posizione, l'estensione ed il valore di ciascun fondo censibile, e su questa base fosse distribuita l'imposta che precedente» mente era ripartita in modo arbitrario. I lavori vennero ritardati con ogni specie d'artifizio dalle classi privilegiate e poi vennero sospesi per le guerre del 1733 e del 1749. Ma nel 1760 il nuovo censo cominciò ad aver vigore. Un piano stradale fu presentato dal conte Francesco d' Adda ed approvato co’ dispacci di Maria Teresa del 13 febbraio 1777 e 30 maggio 1778. Le strade vennero divise in regie, provinciali e comunali; la loro manutenzione fu assicurata in un modo assai economico. Sotto il regno d'Italia quest'opera fu continuata, sicché ora ogni casolare trovasi vicino a' centri di produzione e consumazione. La costituzione comunale data dall’editto de’ 30 dicembre 1755 è giustamente chiamata dal Jacini la notira Magna Carta.


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Essa venne rimessa in vigore nel 1816 e confermata colla patente de’ 31 dicembre 1831. Ecco come viene descritta da questo autore a pag. 122: «Io ogni comune tutti i possidenti maschi e maggiorenni e i rappresentanti delle donne e de’ minori, esclusi i militari, i parrochi ed i debitori verso il comune hanno voce nel convocato che si raccoglie due volte l'anno per discutere il conto presuntivo ed approvare il consuntivo. Ha egual voce nel convocato chi possiede la maggior parte del territorio comunale e chi vi ha un estimo di pochi scudi. Il commissario governativo o il suo aggiunto vi presiedono, ma non potrebbero dare un voto né determinare l'opinione, e solo dovrebbero stendere il processo verbale ed impedire che si esca dalle attribuzioni che competono al convocato. Questo elegge una deputazione triennale composta di tre de’ suoi membri che, ottenuta l'approvazione governativa, amministra gratuitamente il patrimonio comunale, vigila sull’annona, sulla sanità, assume le prime informazioni dei delitti e può far arrestare un presunto reo per mezzo demandarmi, delle guardie di finanze o delle guardie comunali. La deputazione opera per mezzo di un agente comunale nominato da essa e dipendente dal Comune. Il convocato elegge anche ad altri uffizii comunali, come i maestri, il medico, la levatrice, e fa eseguire opere di pubblica utilità».

Passando alle imposte lo stesso autore scrive a pag. 131 che prima del 1802 non si pagava che Il centesimi per ogni scudo di estimo, compresa ogni specie di carichi fondiarii, il che assorbiva dal 20 al 22 per cento della rendita. Ma le gravezze pubbliche aumentarono sempre più, e si calcolano ascendere sopra una popolazione di 2,800,000 a centesimi 34 a testa. L'ammontare complessivo delle imposte della Lombardia, dice lo stesso autore, essere di circa 80 milioni di lire verso il 1855, dalla qual cosa apparisce che, mentre la Lombardia formava la trentesima parte della monarchia austriaca e la quattordicesima parte

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della popolazione, conferiva un Dodo del complesso delle pubbliche gravezze. Nel 1859 le entrate ascesero a lire 84 milioni e mezzo e nel bilancio separato per la Lombardia fatto approvare dal Ministro Rattazzi del 1860 si prevedevano di lire 85,889,001 senza l'introito delle poste e telegrafi riportato nel bilancio delle antiche province.

L'esito fu fissato a lire 46,399,957,75, non comprendendovi le spese di guerra e marina, poste e telegrafi, stanziate nel bilancio piemontese. Il trattato di Zurigo pose a carico della Lombardia tre quinti de’ debiti iscritti sul Monte lombardo-Veneto e 40 milioni di fiorini (pari a 100 milioni di franchi) del prestito nazionale austriaco del 1854. Nel citato bilancio del 1860 furono assegnate lire 10,776,735 per il pagamento degli interessi del debito pubblico ed altri carichi straordinari.

Da una preziosa pubblicazione del marchese Pepoli intitolata: Il bilancio dell’Emilia, rileviamo il presuntivo del 1859 pel ducato di Modena elevarsi

per l'introito a lire

10,840,196

per l'esito a lire

10,935,277

Disavanzo

95,08

Per il ducato di Parma l'introito si prevedeva di lire


11,566,648

e l'esito di lire

11,275,883

Avanzo

292,77

Da' due Ducati si avrebbe avuto dunque un avanzo di lire 197,684.

Per le Romagne difficile riesce il calcolo perché l'introito e la spesa è confuso con quella di tutti gli Stati pontificii, pe' quali si prevedeva un avanzo di lire 444,258. Tenuta ragione della popolazione il Pepoli dice che l'introito delle Romagne sarebbe asceso a lire 24,413,354,43 e l'avanzo a lire 148. 083.


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L'intero bilancio

attivo dell'Emilia ammontò a lire

47,361,983

ed il bilancio passivo, escluso il ministero

della guerra, a lire

31,088,190

Avanzo

16,273,793

Facendo contribuire l'Emilia a mantenere un esercito in proporzione di quello che avea il Piemonte nel 1859 avrebbe dovuto spendere in ragione di popolazione lire 13,941,046, sicché si sarebbe avuto un avanzo di lire 2,333,747. La quota d'imposta per ogni abitante Modenese nel 1859 era di lire 15,14, per ogni Parmense di lire 18,91 e per ogni Romagnolo di lire 20,80, escluse le sovraimposte comunali e provinciali e senza calcolare ciò che si esigeva per retribuzione di servigi determinati, per le poste ed i telegrafi, i cui introiti non possono considerarsi quali imposte (1).

Il debito pubblico dell'Emilia ascendeva al capitale di lire 61,722,033 prima dell'annessione, de’ quali 10,558,218 appartenevano all'antico debito parmense 11,081,497 al vecchio debito modenese, e 16,577,120 si possono considerare appartenere alle Romagne, perché gli interessi erano pagati da quelle provincie. I rimanenti 23 milioni furono accresciuti dalla rivoluzione cioè:

Prestito parmense lire

5,000,000

Prestito modenese..........»

5,000,000

Boni comunali modenesi..........»

380,000

Prestito nazionale bolognese.........»

3,000,000

Prestito dell’Emilia........................»

10,000,000


 23,380,000

(1)Senza queste ultime eccezioni si hanno nel Ducato di Parma 1.23,39 a testa, in quel di Modena 19.16 e nelle Romagne 28,87. Le imposte comunali erano anche gravose nel rimanente de’ domini pontifici.


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Di questa somma però non furono spesi che 10,666,770 prima dell’annessione e si lasciò il resto a riscuotere al governo del Re.

La caduta di Firenze nel 1530 fu la fine dell'indipendenza italiana. L'opera di corruzione, dice Gualterio (1), cominciata da' Medici nel secolo XVI, proseguita per moda europea nella fine del XVII e nel corso del X Vili, fu da Pietro Leopoldo e poi dal Fossombroni continuata innestandovi le massime del filosofiamo. Ciò non toglie che il governo toscano non sia stato uno de’ più miti di Europa e ne fanno pruova la libertà commerciale, l'abolizione della pena di morte ed il ministero di Don Neri Corsini amico del sapere e del progresso. Se questo governo è caduto, lo deve interamente all'influenza austriaca che lo spingeva ad avversare l'indipendenza nazionale. Di questa mitezza si risentono le finanze. Prima del 1847 la Toscana non avea debito pubblico e solo in quell'anno il Granduca Leopoldo li prese ad imprestito 3 milioni di lire (la lira toscana è 81 centesimi di franco). In seguito della guerra del 1848 fu mestieri di contrarre un debito di 30 milioni nel 1849, che non tardò ad esser seguito da un altro di 100 milioni nel 1852. Dopo la partenza del Granduca nel 1859 fu creata una rendita 3 0|0 per il capitale di 50 milioni. a' 25 gennaio 1860 fu creata una rendita d'un milione e mezzo di lire che fu alienata per circa 27 milioni netti. a' 10 novembre dello stesso anno fu iscritta una rendita di lire 600,000 per la costruzione della ferrovia da Asciano a Grosseto. a' 15 febbraio del 1860 furono aggiunti al debito pubblico 7,188,729 per covrire il deficit delle entrate ordinarie. Per conoscere l'intero ammontare del debito toscano bisogna aggiungere l'imprestito de’ 9 milioni conchiuso per la ferrovia da Lucca a Pistoia. Riportiamo il bilancio del 1859.


(1)Op. cit,, II, pag. 19.


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Entrate

Lire toscane

Lire italiane

Imposte dirette.

7,900,000

6,636,000

»     indirette

28,837,750

24,223,710

Rendite Patrimoniali

2,586,850

2,172,954

diverse

541,8

455,11

Spese

39,866,400

33,487,776

Interno

2,695,500

2,264,220

Giustizia

3,496,200

2,936,808

Guerra

8,322,300

6,990,732

Estero

223,800

188,11

Istruzione

872,100

732,56

Culto

846,200

710,81

Finanze e Lavori pubbl.

23,325,200

19,593,168


39,781,3

33,416,412

Avanzo

85

71,400

Il Ministro Salvagneli annunziò all'assemblea toscana nel 1860 che il budget invece di chiudersi col supero apparente delle cennate lire 85,000 presentava un deficit reale di 10 milioni di lire toscane, alla qual somma ascendeva il debito fluttuante (1). Per il 1860 le entrate ordinarie si previdero di lire 41,720,174,75, e le straordinarie (fra cui i 27 milioni del prestito da noi accennato) di lire 39,887,609. Invece si ebbero dalle entrate ordinarie 41,776,564,08, e dalle straordinarie, lire 26,393,997,29. La differenza fra le entrate previste e le effettuate fu dunque di lire 13,437,222,038. Le spese ordinarie e straordinarie furono previste in lire 80,282,142,17.

Per le Marche e l'Umbria conosciamo ciò che espose il Ministro Bastogi

Gli eventi procedettero favorevoli per l'Italia. Dopo l'annessione della Toscana, Napoli, Sicilia, le Marche e l'Umbria  si unirono alla gran patria italiana.

(1)I dazi comunali erano miti in Toscana ma nelle grandi città vi era un dazio di consumo che si introitava dallo Stato.


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 nella tornata de’ 10 aprile 1861. Egli disse il loro attivo ascendere a lire 21,770,000 ed il loro passivo a lire 12,180,000, non tenendo conto di ciò che contribuivano per il ministero di affari esteri, della guerra 'e marina, per le poste e telegrafi (1). I commissarii, signori Pepoli e Valerio, terminata la loro missione, pubblicarono due relazioni. Non abbiamo potuto procurarci se non quella del signor Valerio che riguarda le Marche. Egli dice: «Quanto alla sistemazione de’ tributi, non meno grave era il compito di chi doveva governare quelle province. Le imposte levate dal Governo pontificio non erano gravi per sè; tali divenivano perché il prodotto n'era sprecato a vantaggio di pochi prelati e de’ loro aderenti, e nulla ne refluiva a beneficio del paese. Il governo nazionale dovendo e volendo rendere a' contribuenti il correspettivo di ciò che essi pagano; renderlo, dico, in sicurezza, in pubblica istruzione, in amministrazione della giustizia, in difesa ed assicurazione della nazionale indipendenza, in pubblici lavori destinati al comodo de’ cittadini ed all’incremento della loro ricchezza, dovea necessariamente aumentare certe imposte ed alcune altre sostituirne a quelle che antecedentemente erano in vigore.... Introdussi la tassa sulle manimorte e le nostre leggi sulla carta bollata, come pure il sistema dell’insinuazione e le tasse di emolumento giudiziario. Limitai a queste le novità in materia d'imposte» (2). Con queste norme fu compilato dal medesimo regio Commissario il preventivo del 1861.

(1) Nell'ultimo bilancio pontificio approvato per il 1860 l'introito ascendeva a scudi 14,433,325 pari a 78,770,621,25'di lire, che divisi in ragione di popolazione, darebbero come quota delle Marche e dell'Umliria più di 3b milioni di lire, ma noi ci attenghiamo al calcolo del Ministro Bastogi che poteva essere bene informato. In materia d'imposte bisogna prendere per base la ricchezza e non la popolazione.

(2)Questa relazione è riportata nel fascicolo del 1. Luglio 1861 de Politecnico.


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Riferiamo le sue parole: «L'attivo delle province marchigiane fu coscienziosamente calcolato in lire 13,748,853,24. Il reddito maggiore è l'imposta prediale (dativa) su' fondi urbani e rustici che ammonta a lire 3,344,266,64; vengono dopo i tabacchi per lire 2,576,750 ed il dazio sul macinato per 1,859,340. Le dogane rendono lire 1,757,050 compresi però i dritti marittimi in lire 34,470 e lire 21,280 che si pagano metà dal Municipio e metà dalla Camera di commercio di Ancona pel privilegio del porto franco. Il sale rende lire 1,331,580 malgrado la diminuzione di prezzo che più sopra ho notato. Alla somma dell’attivo che ho detto, si contrappongono spese ordinarie per lire 7,593,253,33 e spese straordinarie per 1,649,161,23. Il totale passivo si chiude con un avanzo di lire 4,506,438,68».

 

III.

Trovare il nesso della storia dell’Italia meridionale colla superiore è ancora un problema che tien divisi gli storici nazionali; tanta è la varietà delle vicende e l'apparente confusione. Comunque sia, è innegabile che l'Italia meridionale cominciò a risorgere dalla venuta di Carlo III ed ha contribuito potentemente alla comune civiltà. Miserabili erano le sue finanze come le sue sorti, ed al cessare del dominio austriaco le pubbliche entrate delle province al di qua del Faro sommavano appena a duc. 2,305,500 (1). Verso il 1787, secondo la celebre opera di Giuseppe Galanti, già arrivano a ducati 14,400,000, de’ quali i feudatarii, benché possedessero quasi la metà delle terre del Regno, pagavano soltanto ducati 267,600. Nel 1812 s'elevano poi a ducati 17,931,000, nette di spese di percezione. Nel 1859 raggiunsero la cifra di ducati 30,389,477,35 compresi ducati 4,157,525 che la Sicilia pagava per le spese comuni,

(1)Vedi Bianchini, Storia delle finanze napolitani, 3.^ edizione, p. 329.


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 cioè per il mantenimento della Beai Casa, dell’esercito, della marina e della diplomazia. Le contribuzioni dirette entravano in questa cifra per ducati 8,058,675 comprese le grana addizionali di diversa natura; tutto il resto era il prodotto delle imposte indirette che cresceva di anno in anno (1).

Le spese erano distribuite nel modo seguente negli stati discussi del 1859 e 1860. Per il 1859 riporteremo gli esiti effettivi, per il 1860 i presuntivi:


1859

1860

Pres de’ Min. Duc.

52,062,83

66,638,00

Affari esteri

338,552,03

298,8

Grazia e Giustizia

593,276,78

793,708,00

Affari ecclesiastici

50,452,14

54,710,14

Istruzione pubblica

277,295,77

331,282,92

Finanze

11,129,863,59

14,642,500,00

Lavori pubblici

2,191,013,28

3,405,186,77

Interno

1,176,181,83

1,426,424,00

Polizia

187,099,04

209,941,50

Guerra

11,236,263,59

11,307,220,02

Marina

2,284,737,61

3,000,000,00


29,517,698,49

35,536,411,35


Dal 1848 i bilanci si chiudevano sempre con un disavanzo per le pazze spese di guerra che re Ferdinando faceva contro i suoi sudditi. Il disavanzo totale era di ducati 31,610,460,64, ma con mezzi straordinarii, fra' quali principalmente il debito pubblico,

(1)Le grana addizionali che formavano rendita speciale delle provincie ascendevano a duc. 472,008 e duc. 287,919,97 andavano in beneficio de’ comuni. I dazii comunali non ascendevano a due milioni; circa la metà era pagata dalla città di Napoli ed è compresa nel bilancio perché restava in beneficio dello Stato.


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si giunse a creare un capitale di duc. 35,987,938,45, di cui rimanevano a' 31 dicembre 1859 in portafogli ducati 5,799,915,01 e che sarebbero bastati a tutte le spese del 1860 ed avrebbero dato un avanzo di duc. 398,945,66 senza i grandi avvenimenti che ebbero luogo in quell'anno. Invece si chiuse con un deficit di duc. 25,086,771,64.

Il debito pubblico napolitano alla caduta di Gioacchino era di duc. 940,000 di rendita iscritta. Dopo il ritorno de’ Borboni fu elevato a duc. 1,420,000, ed il governo costituzionale del 1820 vi aggiunse duc. 140,000, sicché in tutto ascese a duc. 1,560,000 di rendita iscritta. Per le spese occorse a spegnere la libertà costituzionale essa rendita nel 1826 giunse alla cifra di duc. [5,100,880. A forza di economie scese fino al 1847 a duc. 4,048,502, ma per la reazione seguita al risorgimento della libertà nel 1848 ammontò nel 1859 a duc. 5,168,502 ed alla fine del 1860 a duc. 6,034,912 che calcolata alla pari da un capitale di duc. 120,698,240.

La Sicilia trovavasi in diverse condizioni sociali dalle province continentali. Carlo III nulla poté riformare per l'accanita resistenza de’ baroni; impedì solo che i mali progredissero. L'antica entrata della finanza era di once 418,000 circa (ogni oncia è ducati 3). Quando il Re si ritirò in Sicilia fu proposta dall’abate Balsamo una più equa ripartizione di tributi per ricavare un sussidio per la Corte di once 150,000. Il re volle imporre l'un per cento su tutti i pagamenti, ma il braccio baronale del parlamento s'oppose e vari baroni vennero arrestati. Non è qui il luogo di esporre quel che avvenne in Sicilia dopo questo fatto, e la Costituzione del 1812 che per opera dell’Inghilterra vi fu proclamata, ed i sussidii che l'isola dovette pagare per sostenere la guerra contro la Francia. Il patrimonio attivo della Sicilia fu fissato nel parlamento de! 1813 ad once 1,847,685 e tari 20,ed il passivo ad once 2,016,089, sicché avevasi un disavanzo

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di once 168,401 tari 29 e grana 20.

Quando l'intero Reame ritornò a' Borboni, fu dato un nuovo ordinamento alla Sicilia colla legge degli 8 dicembre 1816, e venne stabilito che la quota della Sicilia sarebbe fissata ogni anno dal Re senza superare ciò che era stato assegnato dal parlamento del 1813. Da questa somma, once 150,000 dovevansi prelevare per estinguere i debiti non fruttiferi ed i fruttiferi della Sicilia, ed in seguito sarebbero invertite ad ammortizzare il debito pubblico generale.

Con decreto de’ 2 marzo 1818 vennero liquidati i debiti dell’erario siciliano che aveano origine quasi tutti da salarii scaduti e somministrazioni fatte, specialmente al ministero della guerra. Essi ammontavano ad once 1,408,253 tari 2 e gr. 15 a tutto agosto 1816, ma essendosi pagate once 185,305 tari 4 e gr. 6 dal fondo di ammortizzazione di cui abbiamo parlato, rimaneva a pagarsi once 1,222,949 tari 28 e gr. 9 che il cennato decreto ordinò d'estinguere in nove anni e 4 mesi con alcune norme stabilite. Dopo la rivoluzione del 1820 fu aggiunto all'erario siciliano il debito d'un milione di once contratto colla casa Violler nel 1822. Nel 1834 fu istituito un Gran Libro in Sicilia e vi furono iscritte once 104,876 di rendita in favore de’ corpi morali; 35,034 a pro de’ particolari; 4,390 di rendita scaduta al 2 per 100 in favore de’ corpi morali e 2000 per fondo d'ammortizzazione.

Con rescritto dei 23 novembre 1840 fu prescritto estrarsi a sorte le partite de’ creditori, prima quelle dei particolari e poi quelle dei corpi morali. Il primo sorteggio ebbe lungo a' 5 marzo 1841. a' 18 dicembre 1849 fu iscritta sul Gran Libro siciliano la rendita d' un milione di ducati ed a' 27 agosto 1860, con decreto del Dittatore, altri ottocentomila ducati.

L’ultimo bilancio approvato fu quello del 1858 che restò in vigore per il 1859 e 1860. Le entrate sommavano a ducati 10,150,709,28.

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Le spese erano così distribuite:

Finanze.............................duc.

7,875,144,34

Interno...................................

752,377,06

Lavori pubblici.......................

1,047,705,84

Istruzione pubblica, Agricoltura e Commercio


5,297,64

Sicurezza pubblica

295,124,28

Grazia e Giustizia

299,826,82


10,275,475,98

Vi era un piccolo disavanzo di duc. 124,765,54. Le grana addizionali alla fondiaria ascendevano a ducati 196,838,37. Per le opere pubbliche provinciali la spesa era di annui ducati 1,510,009,35 (1).

Riepilogheremo quanto abbiamo detto sullo stato delle finanze de’ varii Stati italiani prima dell1 annessione col seguente quadro:

Quadro delle imposte che si pagavano da' varii Stati italiani al momento dell’annessione.


Piemonte Lire.

141,236,210,14

Lombardia

85,889,001,00

Toscana

33,487,776,00

Parma

11,566,648,00

Modena

10,840,000,00

Romagne

24,413,354,43

Marche ed Umbria

21,770,000,00

Napoli

129,155,278.

Sicilia

43,140,514,44


501,498,782,75

(1)Su' comuni di Sicilia gravava poco dazio comunale, ma pagavasi un dazio del macino che produceva duc. 3,642,000 ed andava a bendino del Governo,


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Con questa rendita i varii governi d'Italia mantenevano oltre a 300 mila uomini e due flotte, la sarda e la napolitana, che unite potevano con ogni sicurezza contendere colf austriaca. È vero che dopo il 1848 il disavanzo era permanente ne' vari bilanci, ma era cosa cui potevasi arrecar rimedio agevolando i mezzi di produzione ed accrescendo le imposte di mano in mano. Non v'ha dubbio, il sopraggiungere della rivoluzione avrebbe costretto di ricorrere al credito, ma come mezzo passaggiero. Invece, in questi ultimi tre anni, secondo il calcolo fatto dal Ministro Minghetti nel suo ultimo discorso, la rendita iscritta si elevò di altri 70 milioni in tutta Italia. Cerchiamo di tener dietro alle finanze italiane a misura che si formano.

Appena succeduta l'annessione dell’Italia centrale, fu decretato un prestito di 150 milioni. Dalla relazione che il deputato Galeotti fece di questa legge di prestito a' 25 giugno 1860, rileviamo che i varii bilanci del 1859 si erano chiusi col disavanzo di lire 98,347,956 e che non ostante i debiti fatti, si prevedeva alla fine dell’anno un disavanzo di lire 51,913,171,84 e che perciò era indispensabile di accordare i 150 milioni domandati dal Ministero. Abbiamo riportato sotto la rubrica de’ varii Stati il preventivo de’ bilanci del 1860. Dalla situazione del Tesoro ed Appendice al bilancio del 1862 stampata dal ministro Sella, rileviamo il disavanzo del 1860 esser stato di lire 24,463,679,55.

Per il 1861 il Ministro Bastogi previde un disavanzo di 314 milioni e domandò un prestito di 500 milioni. Fu compilato un bilancio generale per l'Italia superiore, uno per le provincie napolitane, ed uno per le siciliane, i quali diedero i seguenti risultati:



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Attivo

Passivo

Bilancio generale

334,262,678,81

770,154,813,32

Bilancio di Napoli

179,631,519,90

194,9'26,239,88

Bilancio di Sicilia

38,927,352,76

45,988,748,43

Prestito di 500milioni

497,000,000,00


Boni del Tesoro

90,277,188,90

90,277,188,90


1,140,098,740,37

1,101,316,990,53

Avanzo

38,781,749,84


Da questo avanzo toltone il disavanzo del 1860, restano in beneficio del 1862 soli 14,318,070,29. Alla riportata cifra de’ boni del Tesoro è apposta la postilla pagati e da pagare, sicché è da supporsi che ne sia stata pagata una minima parte.

Per il 1862 abbiamo:


Attivo

Passivo

Entrate ordinarie e straordinarie

577,923,000

966,847,000

Boni del tesoro alienati nell'anno

294,449,500

294,449,500

Conto corrente colla Cassa di depositi e prestiti


5,966,000


5,966,00

Idem colla società delle ferrovie meridionali


18,919,000


18,919,000


897,257,500

1,286,181,500

Disavanzo


388,924,000

Dal quale tolto l’avanzo dell’anno antecedente


14,318,07

Kesta il disavanzo di


374,605,929,71

Il Ministro Sella non tenendo conto de’ cennati 14,318,070 e di altre maggiori entrate calcolò il detto disavanzo a 418,217,706. 35, cioè 43,611,00 di più che il Ministro Minghetti.

Per il 1863 l'entrata fu prevista di lire 614,811,13 e la spesa per 935,387,425,39, ma in un'appendice l’entrata meglio calcolata fu ridotta a lire 609,015,542,14 ed alla spesa furono aggiunti altri 27,567,912,24. Ecco come la spesa venne distribuita.



— 297 —


Ministero delle finanze

369,969,441,33

— di Giustizia e Culti

33,226,029,46

— di affari esteri

3,670,628,88

— di istruzione pubblica

15,985,908,71

— di affari interni

64,562,413,32

— di lavori pubblici

107,177,776,28

— di Guerra

262,631,978,00

— di Marina

97,767,278,12

— di Agricoltura e Comm

7,963,883,53


962,955,337,63

La differenza che si prevede fra l’entrata e la spesa è di 353,939,795,49.

La nostra situazione finanziaria verso la fine del presente anno si può riassumere con un disavanzo di 772,157,501,84 secondo il Ministro Sella, e di 728,545,725,20 secondo il Ministro Minghetti, senza che né l’uno né l’altro abbiano calcolato i boni del Tesoro che i nostri lettori hanno veduto figurare all'introito ed all'esito de’ cennati bilanci.


III.

Prima di esaminare il progetto del ministro Sella e quello del ministro Minghetti per rimettere le nostre finanze, crediamo necessario far precedere alcune notizie sul sistema d'imposte in uso ne' varii Stati d'Italia.

Ci serviremo per l'Italia superiore dell’opuscolo del sig. Massimiliano Martinelli stampato a Bologna nel 1861 (1), della più volte citata relazione finanziaria del marchese Pepoli e dell'annuario del ministero delle finanze per il 1862.

Fondiaria. In alcune province del Piemonte trovasi il

(1)Quistioni amministrative e finanziarie.

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catasto decretato dal re Vittorio Amedeo, in altre il lombardo, io altre il francese, in altre il ligure. Nel 1818, si ordinò di procedere ad un catasto regolare, si erano apparecchiati i fondi, ma poi s'invertirono ad altro uso. Nel 1855 il parlamento ordinò un catasto da eseguirsi secondo gli ultimi dati della scienza, ma si è cominciato soltanto nelle provincie di Novara e di Torino. La Sardegna possiede un catasto uniforme. L'imposta fondiaria sei Regno di Sardegna ricadeva 12,89 per 100 sulla rendita.

Il primo catasto topografico parcellare fu quello del Ducato di Milano cominciato nel 1719 e posto in opera nel 1760. Esso è in vigore nella provincia di Como, di Milano e nel circondario di Pavia. Nella provincia di Sondrio si è seguito un sistema alquanto diverso, introdotto dal governo austriaco dopo il 1816; nelle province di Bergamo, Brescia e Crema vi sono comuni censiti coll'uno e l’altro sistema, ma mediante una perequazione fra l’uno e l'altro censo fu raggiunta una certa eguaglianza d'imposte; ciò che non ha potuto eseguirsi da per tutto e specialmente in alcuni luoghi della provincia di Como e nella parte alta di quella di Milano. Sotto il governo francese si stava lavorando per un catasto uniforme, e nel 1814 la misurazione era quasi compiuta. L'imposta fondiaria in Lombardia è del 32 per 100 sulla rendita.

Lo stesso governo francese ordinò le operazioni catastali ne' Ducati di Parma e Modena. Maria Luisa con decreto de’ 25 dicembre 1815 prescrisse che queste operazioni fossero continuate e vennero compiute nel 1830. sicché il Ducato di Parma ha un catasto uniforme. Pel ducato di Modena Francesco IV fece sospendere tutte le operazioni ordinate dal governo francese, ed ora troviamo nove catasti diversi. Quelli de’ territori che appartennero a' Ducati di Parma, di Lucca o alla Toscana e quelli di Massa e Carrara sono regolari. Sono irregolari quelli di Rolo presso le province mantovane


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ed irregolarissimi quelli delle montagne modenesi, reggiane e della Garfagnana. Nelle province modenesi esiste un'imposta speciale sulle risaie che può essere considerata come una appendice al catasto.

Nel Ducato di Parma l'imposta fondiaria ricadeva 25,48 per 100, e in quel di Modena 22,16.

Ne' dominii pontificii che fecero parte del regno di Italia o dell’impero francese, si pensò pure ad un catasto uniforme, ma non si potette compiere. Pio VII con motu-proprio del 6 luglio del 1816 ordinò che si procedesse ad Ud catasto regolare. Nel 1822 erano terminate le misure topografiche e nel 1827 le stime censuarie, ma non venne applicato a tutte lo stesso estimo, per non scontentare le province che pagavano meno. Si può calcolare l'imposta fondiaria essere circa 23 per 100 sulla rendita.

In Toscana il catasto fu anche cominciata dal governo francese, continuato sotto i Lorenesi ed entrò in vigore al gennaio 1834. L'imposta fondiaria è mite, di circa il 15 per 100 sulla rendita.

Nel reame di Napoli fu eseguito un catasto provvisorio nel 1809 in gran fretta ed è quello ancora in vigore. In Sicilia poi nel 1818 sì tentò fare un catasto regolare, che venne rettificato nel 1833 e sistemato definitivamente nel 1838. Nelle province di terraferma l'imposta ricadeva il 26 per 100 o nella Sicilia il 13 e mezzo per 100 sulla rendita.

Il totale dell’imposta fondiaria in Italia ascende a poco più di 110 milioni di lire.

Privative. Dall'imposta diretta passando alle privative troviamo la produzione e vendita del sale esser libere in Sicilia ed in Sardegna. La coltivazione e vendita del tabacco erano permesse in Sicilia; in altre province la coltivazione era sottoposta a molte cautele, ed il prodotto doveasi vendere al governo che lo manufatturava.


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Le polveri da sparo e da mina in Toscana ed in Sicilia potevano fabbricarsi e vendersi da' privati.

Le tasse sopra alcuni commestibili e sulle bevande non erano in vigore in Toscana, nell'Umbria e nelle province meridionali. Nelle Marche la tassa colpiva le sole bevande ed era ripartita fra i comuni, in Piemonte esisteva la tassa sulle bevande ed il così detto canone gabellano imposto come equivalente delle tasse di consumo quando queste vennero abolite. Il canone gabellano veniva ripartito fra' comuni.

Consumo. Nella Lombardia e nell'Emilia lo Stato esigeva un dazio su tutti gli oggetti di consumo. Esso si chiamava muralo o forese secondo la qualità del comune. Nella sola città di Napoli il governo godeva la privativa della vendita della neve. I dazii sul macino erano stati aboliti da' Governi provvisorii in Sicilia nelle Marche e nell'Umbria, lo che cagionò una perdita al tesoro di circa 17 milioni secondo ha asserito il ministro Minghetti.

Ricchezza mobile. Dall’imposta sulla ricchezza mobile erano esenti le province napolitane, siciliane e le pontificie, sebbene per queste ultime esistesse una legge del 1850 che sottometteva ad una tassa proporzionale le professioni, le arti ed i mestieri, ma ricevette una parziale esecuzione per le professioni e poi fu abbandonata.

Nell'antiche province esistono le seguenti imposte sulla ricchezza mobile:

1.° Tassa sulle patenti.

2.° Sulle vetture pubbliche e private.

3.° Personale e mobiliare. Nella Lombardia esiste:

1.° La tassa sulle rendite delle arti e commercio.

2.° Su' lucri personali.

3.° Su' capitali ipotecarii.


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Nelle province modenesi:

1.° La tassa di famiglia.

2.° La tassa sul bestiame.

Nelle parmensi.

1.° La tassa sulle patenti.

2.° La personale.

In Toscana.

1.° La tassa sul commercio.

2.° La tassa su' capitali fruttiferi.

3.° La personale.

Lotto. Il giuoco del Lotto, sebbene con diverse norme, era in uso nelle varie parti d'Italia.

Atti e contratti. Sotto varii nomi di tasse d'insinuazione, di emolumento, di registro questa specie d'imposte esisteva ne' varii Stati d'Italia con dritti fìssi o graduali. Io molti di essi esisteva pure una imposta sulle successioni, che formava parte della legge di tassa sul registro. Esse vennero unificate colla legge de’ 17 marzo 1861. Esisteva da per tutto un dritto di bollo sulla carta da usarsi negli atti e contratti civili e commerciali ed in al» cuoi Stati anche per le dimande da farsi al Governo, ed era dove più dove meno gravoso. La Sicilia soltanto ne era stata per lungo tempo esente, ma al tempo della sua liberazione questo balzello esisteva. In Lombardia erano soggetti al bollo gli avvisi da inserirsi nelle gazzette che dipendevano dal governo e nelle provincie pontificie le bollette degli esattori delle contribuzioni dirette.

Tasse diverse. Una tassa sulle carte da giuoco esisteva da per tutto, eccetto in Toscana ed in Sicilia.

Nelle province napolitane v'era una ritenuta del 10 per cento sugli stipendii degl’impiegati. In Toscana si esigeva una tassa per l'ammissione alla nobiltà. Si percepiva un dritto sulle tombole e riffe private nelle proviene pontificie, sul prezzo delle piante boschive vendute da' comuni in Lombardia,

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sulla visita delle farmacie nelle antiche province.

Una tassa sulla rendita degli enti morali e delle manimorte si pagava nelle antiche province ed in Lombardia, una sulla rendita de’ beni del clero secolare nell'Umbria. de’ dritti di cancelleria, de’ dritti marittimi, delle tasse sulle licenze di caccia, su' passaporti ed altro si pagavano da per tutto. Per i repertori degli atti notarili la sola Sicilia non pagava nulla.

IV.

Da tutte queste imposte si ricavarono nel 1860 appena 444,456,248,50. Ne fu causa: 1.° La rivoluzione che, comunque pacifica ed ordinata, cagiona sempre un ristagno negli affari ed un ritardo nella riscossione delle imposte. 2.° L'abolizione del dazio sul macino in Sicilia, nelle Marche e nell'Umbria, che secondo il calcolo del Ministro Minghetti, fece perdere al Tesoro circa 17 milioni di lire. 3.° L’abbandono alla città di Napoli ed alle principali città di Toscana del dazio di consumo, che produceva 9 milioni. 4.° L’abolizione della carta bollata in Sicilia ed il ribasso del prezzo del sale in varie parti d'Italia. 5.° La soppressione che il primo Parlamento approvava della sovrimposta del 33 per 100 in Lombardia, che produceva 7 milioni l'anno. 6.° il ribasso della tariffa doganale ed il contrabbando esercitato di pieno giorno. Ma essendosi messo a carico de’ comuni molte spese, di cui prima non avevano l'obbligo, il Ministro Minghetti valuta che per tutte le novità arrecate al sistema de’ tributi il Tesoro non abbia effettivamente perduto che un 30 milioni, sicché gli altri 25 milioni bisogna ritenerli introitati di meno per la rivoluzione avvenuta.

Passiamo alle spese. I governi provvisorii fecero a gara per dotare di utili istituzioni le varie parti d'Italia senza pensare se le forze finanziarie della nazione potessero sostenerle. Nel primo entusiasmo si possono certamente scusare delle spese eccessive,  molte delle quali ebbero per cagione il contentare

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particolari ambizioni che in quel momento potevano riuscire nocive. Molte spese

furono cagionate dalle pensioni ed aspettative in mi si dovettero collocare i vecchi impiegati per dar luogo a' nuovi. Ma la ragione principale del nostro sbilancio è riposta nelle leggi promulgate in Piemonte durante i pieni poteri dopo la guerra del 1859. La Monarchia di Savoia era stata un modello di economia per tutti i secoli passati, senza di che non avrebbe potuto fare grandi cose. Ma appena acquistata la Lombardia, i ministri d' allora credettero poter far sfoggio di magnificenza ed aumentarono il numero degli uffici i, e la pianta degli impiegati ed accrebbero notabilmente i loro stipenilii. Le spese di rappresentanza, le indennità di viaggio, i soprassoldi giunsero ad una somma favolosa. Volendosi compiere l’unità di Italia su quel tipo era naturale che riuscisse sommamente costosa. Ritenendo dunque che i settanta milioni di rendita iscritta creati nelle varie parti d'Italia negli anni 1859-60-61 fossero bastati per le spese di guerra troviamo precipue cagioni dell’aumento delle altre spese. 1.° Le nuove istituzioni improvvidamente create da' governi provvisorii che non si possono precisamente valutare. 2.° Le pensioni ed aspettative che secondo il calcolo del Ministro Minghetti ascendono a 20 milioni. 3.° L'adozione delle leggi piemontesi che secondo lo stesso ministro Minghetti hanno aggravato l'Erario di altri 50 milioni.

Ma la scienza finanziaria non consiste solo nel saper mettere le imposte, ma nel curarne l'esazione e nel vigilare sull'uso che si fa del pubblico denaro. Ora è dimostrato che le spese di percezione nelle imposte propriamente dette salgono in Italia al 14 per cento, mentre in Francia giungono al 10 ed in Inghilterra al 4, 98 per cento. Ciò dipende perché non solo si è voluto toccare al sistema de’ tributi esistenti, ma anche al metodo di percezione. E poi nel regno d'Italia il ministro delle finanze non è che un cassiere.


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Ogni ministro domanda al Re od al Parlamento i credili che desidera ed ogni legge o decreto passa senza il minimo controllo del ministro delle finanze. Vi sono però de’ cassieri che fanno osservare a' capi da cui dipendono che la cassa è vuota od è prossima ad esaurirsi. Invece i ministri delle finanze italiane invitano i loro colleghi a spendere. Il Ministro Bastogi si limitò nella seduta de’ 21 dicembre 1861 a presentare passivamente al parlamento le domande di crediti de’ suoi colleghi. Lo stesso sistema fu seguito dal Ministro Sella nella seduta de’ 7 giugno e ci rimbombano ancora nelle orecchie le sue parole colle quali finì di annunziare le richieste de’ varii ministri: finalmente il ministro della pubblica istruzione, più discreto di tutti, non chiede che le si accrescano le spese se non di lire 4, 508, 17.

Il disordine finanziario è accresciuto dal modo di tener la pubblica contabilità e dell'accordare i fondi. L'agente ordinatore non è diverso dall’agente contabile come era nell’ex-regno delle Due Sicilie, ove la scrivania di razione rivedeva tutte le operazioni e facevasi che diversi ministeri si fossero mantenuti ne' propri limiti. Lo stesso controllo della Corte de’ Conti è stato adulterato nel regno d'Italia, poiché un delegato di questa Corte firma gli ordinativi di spesa. Come potrà allora la Corte de’ Conti acremente censurare le operazioni d' un proprio delegalo?

I piani de’ diversi ministri delle finanze riguardano principalmente l'accrescimento delle imposte o l’unificazione dell’amministrazione finanziaria. Di economia si parla solo indirettamente. Per accrescere le imposte si propose di fare ciò che si fece per accrescere le spese, cioè unificarle sul tipo piemontese. È ciò che propose il ministro Bastogi, i cui progetti sono stati presentati per nuovi da' ministri successivi. Il Bastogi propose nuove leggi sugli atti e contratti e su' beni di manimorte, una nuova tassa sul trasporto a gran velocità delle merci e viaggiatori sulle ferrovie,

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che vennero subito provate; una legge sulle concessioni del governo come fiere, mercati, collazione di benefizii ecc., che fu dimenticata; una nuova tariffa sul prezzo de’ sali e tabacchi e la estensione della privativa a tutto il regno, che fu accordata. Prometteva di proporre un progetto per la perequazione dell’imposta fondiaria, e per una imposta sulle bevande. Con queste leggi sperava colmare il disavanzo ordinario, che ingenuamente calcolava per tutto il 1861 a 139 milioni!

I Ministri Sella e Minghetti camminarono sulle traccie del Bastogi. La loro abilità è consistita nel disporre in modo le cifre da far sembrare meno orrido il precipizio su cui pendiamo. Amendue hanno interamente dimenticata la massima di Giambattista Say, che la maggiore imposta è l'economia e la migliore imposta la più piccola.

Abbiamo veduto il disavanzo preveduto a tutto il 1863 dal Ministro Sella differire da quello del Ministro Minghetti di sole lire 43,611,776,64. Il ministro Sella lasciò tre progetti di leggi, uno di dazio sul consumo a beneficio dello Stato, dal quale sperava 30 milioni, uno di imposta sulla ricchezza mobile per 40 milioni e l'altro per la perequazione ed accrescimento della fondiaria, per altri 30 milioni; in uno chiedeva dalle imposte 100 milioni. Proponeva inoltre di dare in affitto le ferrovie dello Stato per un annuo estaglio di 150 milioni. Aggiungendo questi 250 milioni all'entrate ordina-' rie previste per questo anno in lire 546,259,134,29 il Ministro sperava mettere un argine al disavanzo ordinario. Per colmare il disavanzo degli anni scorsi proponeva di contrarre un debito di 500 milioni e prometteva di ridurre i boni del Tesoro da 300 a 150 milioni. Come imposta in prospettiva faceva intravedere possibile per l'avvenire (qualora le misure adottate non bastassero) una tassa sulle farine ed un dazio di esportazione di indole meramente fiscale.


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È chiaro che il Ministro Sella faceva poco assegnamento sulla economia, ma non pertanto non tralasciò di far notare come le spese fossero eccessive. In Francia, egli disse, il Ministero dell’Interno ed il Ministero di Stato riuniti spendono 60 milioni, e presso di noi il solo Ministero dell’interno spende 64 milioni. la Francia il Ministero di Giustizia costa 32 milioni;nel Regno d'Italia, minore di un terzo della Francia, costa 30 milioni. L'immensa flotta francese richiede 143 milioni, e la nascente marina italiana 98. Avrebbe potuto aggiungere che nel bilancio del 1862 al Ministero della Guerra francese furono assegnati 369,260, 276 ed al Ministero di Guerra italiano 262,631,978,00. Sono delle cifre abbastanza eloquenti.

Il Ministro Minghetti penetrò più addentro nella piaga. Egli propose di compilare due bilanci l'ordinario e lo straordinario, stabilendo fondi speciali ad amendue. È una delle riforme introdotte da Fould in Francia. L'Italia, disse il Minghetti, avrà bisogno per lungo tempo di un bilancio straordinario. I lavori pubblici di compiere, lo stato politico in cui ci troviamo richiederanno delle speso alle quali le forze contributive della nazione non potranno interamente sopperire. È necessario almeno pareggiare le spese con le entrate ordinarie. E ciò non può avvenire che in quattro anni con un progresso graduato, da una parte di diminuzione di spese, e dall'altra di aumento di entrate. Senza cambiare le legai organiche, il ministro spera ridurre le spese di 40 a 50 milioni. Facendo passare alcune attribuzioni dallo Stato alle provincia ed a' comuni, come la cura delle opere pie, degli espositi, l'istruzione secondaria e tecnica ed una parte degli archivi ed altri istituti che soglionsi comprendere nell’insegnamento superiore cioè i teatri e le belle arti; come pure la manutenzione delle strade con tutto ciò che riguarda la pubblica igiene, egli spera una economia da 15 a 20 milioni.

Facciamo osservare che i contribuenti non profitterebbero

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con questo passaggio che della differenza delle spese di amministrazione, poiché la maggior parte di queste spese sempre si debbono fare o dallo Stato o dalle provincie o da' comuni e perciò esageratissima ci sembra l'economia preveduta dal Ministro. Per l'abolizione del contenzioso amministrativo, una diminuzione di tribunali ed una riforma nella procedura giudiziaria, ed una semplificazione nell'amministrazione centrale, armonizzando gli uffici pubblici fra loro e colle prefetture, spera 30 milioni di risparmi. In tutto le cennate riforme ed economie darebbero 100 milioni.

Da una revisione di tariffa doganale, dalla maggiore vigilanza e dal concedere in appalto all'industria privata la fabbricazione delle polveri, de’ sali e da' tabacchi il Ministro spera un'economia di 30 milioni. Dall'estendere la privativa de’ tabacchi alla Sicilia si introiteranno altri 5 milioni. Da' una riforma delle leggi di registro e bollo si attendono altri 30 milioni. Dalla semplice modificazione di queste leggi esistenti abbiamo dunque 60 milioni. Dalla perequazione dell'imposta fondiaria si potrebbero ricavare immediatamente20 milioni, ma in quattro anni 35 milioni. Le varie tasse sulla ricchezza mobile rendono ora 15 milioni, ma in quattro anni ne renderanno agevolmente 55. Il dazio di consumo dà ora allo Stato 15 milioni e potrebbe elevarsi fino a 50. Dall’aumento e dall’estensione a tutte le parti dello Stato delle imposte esistenti abbiamo altri 115 milioni. In tutto il Ministro Minghetti, coll'economia nelle spese, colla semplificazione dell’amministrazione e coll’aumento delle imposte si ha creato, nella sua immaginazione, 275 milioni per far fronte al disavanzo ordinario.

Vorrebbe fissare il bilancio straordinario a 100 milioni, sicché nei 4 anni necessari a rimettere le nostre finanze si spenderebbero per questo lato 400 milioni.


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A questa somma farà mestieri aggiungere il disavanzo ordinario che sarà impossibile di far cessare prima di questo tempo e che ad onta di tutti i nostri sforzi per diminuire le spese ed accrescere l’entrata giungerà a 550 milioni. Rimanendo il disavanzo di questo anno di circa 375 milioni, lo straordinario e l’ordinario pei prossimi 4 anni in 950 milioni, il Ministro fa ascendere a 1325 milioni tutto il disavanzo delle finanze italiane, e prepara i mezzi per colmarlo. Evidentemente egli dimentica il disavanzo dell'anno scorso, che egli medesimo fece ascendere a più di 353 milioni e che resterebbero insoddisfatti nel suo piano finanziario insieme ai 300 milioni di boni del Tesoro, di cui sopra abbiamo parlato. Vediamo i mezzi che egli prepara per accorrere ai nostri bisogni. Egli domanda un prestito di 700 milioni, la facoltà di emettere dei boni del Tesoro per 150 milioni, la vendita de’ beni demaniali non necessari al servizio pubblico che ammontano a 218 milioni (1) e de’ beni della Cassa Ecclesiastica già incorporati al Demanio che non ascendono a meno di 222 milioni. Ha così un totale di 1290 milioni da opporre a tutti i disavanzi previsti.

Ma se necessità supreme sorgeranno nei 4 anni che il Ministro prende per base dei suoi calcoli finanziari? Il Ministro risponde che rimane l'affitto delle strade ferrate per un estaglio che il Sella calcolava ascendere a 150 milioni. Bimane l'estendere la Cassa Ecclesiastica all'Emilia, alla Toscana, alla Sicilia da cui potrebbonsi ricavare altri 200 milioni. Vi sarebbero i beni dei Comuni, dei luoghi Pii ed altri Corpi morali che possono ascendere in tutta Italia a circa due miliardi. Ecco una vera liquidazione generale.

Abbiamo esposto con la massima diligenza lo stato

(1)I beni demaniali addetti al pubblico servizio, non compresi in questa cifra, giungono a 126 milioni, sicché tutti i beni demaniali ascendono in Italia a 344 milioni.


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delle nostre finanze, valendoci di cifre officiali, ed una gran parte delle ragioni che ci han condotto alla presenti strettezze. I diversi progetti ministeriali si riducono in ultima analisi ad un aumento del debito pubblico. Illusori sono gli accrescimenti d'imposte quando non si accresce simultaneamente la produzione. Favolose sono alcune cifre, come quella dell’affitto delle ferrovie messo innanzi dal Sella. Le ferrovie dello Stato ascendono a 608 chilometri ed hanno potuto costare 200 milioni. Secondo il rendiconto ufficiale del Direttore Commendatore Bona e dell'Ingegnere Frescott, hanno dato nel 1862 una rendita lorda di 22,230,042,47 e netta di 12,358,868,12. Come il Sella pretendeva affittarle per 150 milioni? Rilevanti sono le reticenze, come quella de’ boni del Tesoro, comune ai due ministri Sella e Minghetti, e quella del disavanzo dell’anno scorso particolare al Minghetti. Non resta dunque che l'economia, ma intanto i 40 o 50 milioni che il Minghetti disse potersi sottrarre dal bilancio senza toccare le leggi organiche, perché non si risparmiano? Per le riforme di queste leggi organiche perché non si propongono decreti speciali per evitare una discussione di principii esiziale in ogni parlamento?

Conchiudiamo, che Cavour concepì l'unità italiana come un ingrandimento del Piemonte e conseguenza di questo errore politico fu di voler tutto unificare sul tipo piemontese. Bastogi non comprese che il cambiare gli ordini esistenti, specialmente in tempo di rivoluzione, conduceva ad una perdita certa. Sella confessò che si volle portar presto la civiltà in tutte le parti del Regno all'altezza de’ tempi odierni, (son parole della sua Relazione) senza pensare che occorrevano delle grandi spese che noi non eravamo in grado di sopportare. Il Minghetti ha esposto de’ progetti radicali, ma dubitiamo che abbia la forza di metterli in esecuzione.


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I grandi fondatori di Stati ci han lasciato altri insegnamenti; Filippo di Macedonia e Federico di Prussia volendo fondare delle potenti monarchie rivolsero tutte le loro cure all'esercito. Siamo però ancora in tempo per svegliarci da un lungo sogno e ridurre le cose alle loro giuste proporzioni, per evitar che tanti straordinari avvenimenti non aggiungessero un'altra data alla storia infruttuosa delle rivoluzioni italiane.
















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ECONOMIA PUBBLICA


La divisione de’ demani comunali (1).

I.


Il decreto del 1° gennaio il quale ordina la partenza dei Commissari ripartitori per le province e che si è cercato di mettere in esecuzione, è più che un provvedimento amministrativo; esso tocca all'ordine sociale e perciò merita il più attento esame. Bisogna rimontare all'origine della quistione per vedere se sia stata ben risoluta, ed i nostri lettori ci perdoneranno una breve escursione nel campo della storia, senza di che non giungeremmo a formarcene un'idea chiara.

I primi barbari non fecero che correre l’Italia e solo sotto Odoacre essa fu conquistata in un modo permanente. Il regno di Odoacre non durò che 17 anni e poi vi si stabilirono i Goti che la tennero per 60 anni. Tanto sotto Odoacre che sotto i Goti le antiche istituzioni furono conservate. I barbari vivevano però a parte, con leggi proprie e si appropriarono il terzo delle terre non di tutta la penisola, come taluni intendono troppo letteralmente, ma di que' punti in cui si stabilirono.

Gli antichi abitanti si sarebbero fusi co’ Goti, che erano i più civili de’ barbari conquistatori, ed avremmo avuto fin d'allora una nazione italiana fortemente costituita.

Piacque però all’Imperatore Giustiniano mandare a conquistare l'Italia da Belisario e da Narsete, e vi riuscì; ma solo per aprire il varco ad altri stranieri, che non tardarono a venire, i Longobardi.

(1)Questo lavoro fu pubblicato nel Nomade del mese di luglio 1861 ed in opuscolo separato.


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 In questo punto la storia dell'Italia meridionale si divide dalla settentrionale, poiché sebbene il re Autari l’avesse percorsa lino a Reggio e spingendo il suo cavallo nel mare, avesse percossa colla sua lancia una colonna ivi eretta dicendo: Qui finisce il dominio de Longobardi, pure essi non si stabilirono che nel ducato di Benevento, il quale comprendeva la parte centrale dell’ex-regno delle Due Sicilie. Il resto poi rimase in mano a' Greci; alcune città si resero quasi indipendenti, come le gloriose repubbliche di Napoli, di Amalfi e di Gaeta, ed altre caddero sotto il dominio de’ Saraceni.

Spettava ad alcuni intrepidi avventurieri Normanni la gloria di riunire queste provincie sotto un solo dominio e farne un regno indipendente. Le patrie istituzioni ebbero dunque origine presso di noi da' Longobardi, dai Greci e da' Normanni, ma siccome l'elemento principale che predominò in que' tempi fu il germanico, l'elemento romano conservato dai Greci fu sopraffatto e, per le cause che diremo in seguito, non ebbe la forza presso di noi di produrre quella magnifica reazione che creò nell'Italia superiore le repubbliche italiane.

I Longobardi erano una delle più rozze genti germaniche ed in parte pagani quando fecero la loro invasione. Essi aveano una costituzione del tutto militare, ed anche nelle leggi di Rotari si chiamarono felicissimus exercitus e non popolo. Erano divisi in decurie (forse composte di 12, detta grossa decina presso gli Scandinavi), che aveano a capo un decano, e che riunite in centurie erano sottoposte ad un centenario, detto sculdahis. A varie centurie comandavano i duchi. I Longobardi liberi che componevano questo esercito venivano chiamati heermannes o arimanni. a' tempi delle emigrazioni i capi delle varie genti germaniche si mostravano circondati da' più valorosi, che da' Longobardi venivano detti gasindi.


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Ogni uomo libero poteva appartenere a' gasindi, parte de’ quali formava il corteggio di que' capi detti re, e parte comandava l'esercito in qualità di duchi, sculdasci o decani. Queste cariche poi divennero ereditarie. Alcuni autori dicono che i Longobardi si appropriarono il terzo delle terre, ove si stabilirono, ed alcuni altri il terzo dei frutti. È certo però, come asserisce il loro storico Paolo Diacono, che uccisero o dispersero i più ricchi Romani e se ne appropriarono i beni. Ma il sistema colonico trovavasi già stabilito nell’Impero, e vincolava il colono al suolo, sicché i Longobardi se ne continuarono a prevalere ed esigettero il terzo de’ frutti da' coloni che trovarono stabiliti sulle terre che occuparono. Si aggiunse poi agli obblighi de’ coloni di contribuire alle spese di viaggio e di guerra de’ loro signori, e si assoggettarono al servizio militare, come a pagare delle tasse ad ogni passaggio di proprietà ed un dazio sul macino. I vinti avevano per magistrati i gastaldi che li governavano ed esigevano i tributi. Essi avevano giurisdizione civile e criminale sopra tutti gli abitanti di origine romana ed in seguito alcuni ebbero anche autorità Longobardi liberi. I grandi gastaldati presero quasi tutti il titolo di contee e si trovano nel ducato di Benevento trenta conti al tempo della conquista dei Normanni. La feudalità penetrò presso di noi lentamente per opera de’ Franchi che avevano introdotto nelle parti d'Italia, loro direttamente sottoposte, questo ordinamento. I duchi di Benevento dovettero riconoscere l'alto dominio degli imperatori Franchi ed adottare l'ordinamento feudale che era contenuto in germe in tutte le istituzioni de’ popoli germanici. Prima erasi stabilita una gerarchia, che poggiava sul possesso delle terre ed accordava il godimento di certi dritti, ma questo possesso era l'effetto degli uffici di amministrazione, che non erano ereditari se non per tolleranza del principe che poteva toglierli. Il regno de’ Longobardi durò fino al 771.


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Nel ducato di Benevento, che ebbe più lunga durata, la feudalità sorse più tardi, perché non essendo esso di molto estensione il principe vegliava a tutto e non lasciava usurpare i suoi dritti (1). Vediamo ora l’origine della feudalità che ha avuto tanta influenza sullo sviluppo de’ popoli moderni. Non è solo nell'Europa del medio evo che troviamo stabilita la feudalità, ma nella Cina, nel Giappone e nella Turchia fio dal tempo di Murici I. Questo sistema sembra indispensabile ad una società semi-barbara per reggersi in piedi. Ma ciò che forma il carattere della feudalità europea e cristiana si è, che essa è fondata sopra un sentimento di devozione verso i capi, ed ha prodotto un sentimento di protezione verso i deboli, mediante l'istituzione della cavalleria. Essa non era assolutamente contraria alla libertà, poiché il sistema rappresentativo, di cui tanto ora gloriasi l'Europa nacque per opera sua in Inghilterra. Nell’organizzarsi le bande nelle foreste della Germania per invadere l'impero, i componenti di esse si sceglievano un capo, a cui volontariamente obbedivano. Avvenuta la conquista, questo capo distribuiva a' principali delle bande una porzione delle terre tolte ai vinti (un terzo o due terzi secondo i vari invasori) formandone tante porzioni, su cui questi vivevano co’ loro compagni colle fatiche de’ vinti. Questa prima forma della proprietà barbara fu detta alati, allodio, che molti filologi fanno derivare dalla parola tedesca loos, quasi terre toccate in sorte a' vincitori, e molti altri da al-od, proprietà indipendente.

Su queste terre non eravi alcun vincolo e giustamente dicevano que' guerrieri che le possedevano, di non tenerle che da Dio e dalla loro spada.

Esse dovettero accrescersi con quelle acquistate per compra o successione, ed il nome di allodio, proprio delle prime,

(1)Vedi Leo Storia d'Italia nel medio evo, voi. l. Vedi pure l'opera importante di Giacinto Dragonetti che ha per titolo Origine dei feudi ne' regni di Napoli e Sicilia, Napoli 1788.


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si estese poi alle seconde ed indicò ogni proprietà libera.

L'usurpazione de’ più forti proprietari e le donazioni fatte alla Chiesa restrinsero in seguito questa specie di proprietà.

Contemporaneamente eravi un' altra sorgente di proprietà, il dominio privato del re. Prendendo possesso di un paese era naturale che il re si fosse appropriato una gran parte delle terre destinate a' vincitori e queste conquiste non cessarono se non dopo molti secoli. La confisca de’ beni de’ colpevoli ed il caso che qualcuno morisse senza erede accrescevano il patrimonio del re. La sostituzione di una ad un' altra famiglia reale, che spesso avvenne in Francia, faceva annoverare fra' beni della Corona ciò che antecedentemente era posseduto dal nuovo sovrano. Da questi beni il re era solito distaccarne una porzione, che concedeva come beneficio a' suoi più fedeli o a chi desiderava rendersi affezionato. Questi benefici erano dati a titolo precario, a vita o ereditariamente. Questi vari modi di concedere i beneficii non furono successivi, come pretendono alcuni autori, ma furono usati promiscuamente; sebbene ne' primi tempi fossero stati scarsissimi i beneficii ereditari che divennero più frequenti dopo la morte di Carlo Magno. Crescendo la confusione sociale i proprietari di allodii preferirono di trovarsi un protettore e con una zolla ed un ramo in mano si presentarono al re od a qualche altro potente signore e consentirono a ricevere a titolo di beneficio quel che già possedevano. Questa operazione chiamavasi raccomandazione e pochi se ne estennero, tanta era l'incertezza che regnava nelle relazioni sociali. Ma come molti proprietari d'allodi mediante la raccomandazione cercarono di cambiarli in beneficii, molti, più deboli ancora, assoggettarono le loro terre ad una condizione tributaria, obbligandosi a dividerne i frutti con coloro che sceglievano per signori.

Alcuni di questi signori concedevano porzione de’ loro benefici!


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per un censo od altre servitù, donde ebbero origine i così detti dritti feudali (1). Aggiungendosi a tutto ciò l'eredità delle cariche di Corte e de’ pubblici uffici che i re sulle prime concessero a tempo a' più degni, si avrà un'idea compiuta dell'origine del sistema feudale. Carlo il Calvo nell'872 facoltà i suoi fedeli a disporre dopo la loro morte de’ benefici, purché li trasmettessero a persone capaci di servire lo Stato e cosi questa rivoluzione che veniva compiendosi lentamente acquistò un aspetto legale, ed andò sempre più consolidandosi in Francia. Nell'alta Italia l'eredità de’ feudi fu stabilita l'ormai mente da Corrado il Salico al principio dell’undecimo secolo.

I Normanni svolsero fra noi il sistema feudale che, come abbiam detto, erasi incompiutamente introdotto sotto i Longobardi (2). Noteremo rapidamente le sue vicende fino alla sua abolizione, fermandoci prima ai mutamenti che essi apportarono al rimanente della costituzione politica. L’autorità regia avea per organi i balì che giudicarono in generale le cause di regalie e questo uffizio era importante nelle città, ove meno avvertivasi la giurisdizione de’ baroni; ed i giustizieri che erano una specie di giudici provinciali o presidenti o prefetti che rendevano la giustizia in uno spazio determinato, seguendo il dritto longobardo o normanno, secondo le parti dichiaravano.-

Sorse un ordine nuovo, quello de’ cavalieri, nel quale entrarono tutti i milites boni homines che composero una specie di nobiltà inferiore corrispondente a' gentils hommes di Francia

(1) Guizot Essais sur l'histoire de France.

(2)Il chiarissimo giureconsulto Francesco d'Andrea, seguito dal Giannone, dal Grìmaldi e da altri nostri Storici, a torto opina la successione feudale secondo il dritto de’ Franchi essere stata introdotta nelle nostre regioni non prima di Ruggiero. Dragonetti op. cit. pag. 193. La principale differenza, dice lo stesso Autore, che passava fra il dritto longobardo e franco nella successione feudale era che i Longobardi ammettevano tutti i figli alla successione, mentre i Franchi l'attribuivano a' soli primogeniti.

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ed alla gentry d'Inghilterra; ed il re Ruggiero ordinò che vi fossero ascritti tutti coloro che vivevano a modo di nobili, qualunque fosse la loro origine. L'ordine feudale a poco a poco si costituì in ordine politico da per tutto, e specialmente in Inghilterra per cause speciali a quel paese. I Normanni trovarono colà un popolo costituito fortemente, i Sassoni, che avevano serbato tutte le libere istituzioni delle foreste. Quando i re vollero ledere gl'interessi de’ baroni, per lo più Normanni, costoro si ravvicinarono al popolo conquistato e resistettero al re. Questa fu l'origine del governo libero in Inghilterra ove il popolo si unì all’aristocrazia e non alla monarchia, come sul continente. Presso di noi i Normanni trovarono un popolo diviso e soggetto a molte dominazioni ed i signori feudali non sentirono il bisogno di collegarsi. 1 Normanni venuti in piccolo numero cercarono di fondersi con noi ed il loro divenne subito un governo nazionale e quello che è ammirevole in quei tempi, innalzarono a' sommi uffici gente di ogni condizione come Giorgio Majo, figlio d'un ricco mercante d' olio della città di Bari che troviamo gran cancelliere del regno sotto Ruggiero.

Gli Svevi furono anche più avversi alla feudalità. Era il tempo che sul continente il regio potere cercava di domarla, aiutando i comuni, e Federico II presso di noi Del parlamento tenuto a Molli nel 1232 accanto a' baroni ed ai Vescovi chiamò a sedere i sindaci delle città e stabilì che parlamenti così composti si tenessero due volte l'anno sotto il nome di Magna Curia ne' luoghi da lui indicati, per fargli pervenire le loro doglianze contro i pubblici uffìziali. Tolse tutti gli abusi che si erano introdotti nel sistema feudale dal tempo di Guglielmo II fino al suo ritorno di Germania nel 1220, richiamò nelle terre del suo demanio tutti coloro che si erano trasferiti sulle terre de’ baroni e minacciò costoro di grave multa, ed in caso di recidiva, della confisca e della morte,


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se li ricevessero di nuovo sotto la loro protezione. Con altre leggi vietò a' baroni di obbligare i loro vassalli ad opere od a prestazioni alle quali non fossero tenuti, o di vantare sopra di essi alcun dritto personale che non fosse stato espressamente conceduto. Stabilì la massima che tutti gli uomini si dovessero presumere liberi e sudditi del Sovrano, e permise a' vassalli di presentarsi a' giudici del Re per esporre tutti i torti ricevuti due troni, stabilendo il risarcimento dei danni a loro favore ed una multa contro i baroni oppressori. Se la dinastia degli Svevi fosse durata, noi avremmo avuto la gloria di abolire i primi in Europa la feudalità, come di precedere tutti gli altri popoli in civiltà.

Venne Carlo d'Angiò e dette nuovo vigore al sistema feudale e per premiare i baroni che l'avevano seguito e provvedere alle immense spese che la sua sfrenata ambizione gli suggeriva, vendé la maggior parte delle città demaniali, cioè quelle che dipendevano direttamente da lui. Risulta da un registro di donazioni intitolato Liber donationum anni 1269 esistente all’Archivio, che egli infeudò circa 160 città o terre del Regno, e colla negligenza della sua amministrazione permise che molta parte del demanio pubblico fosse occupata. Fin sotto i primi sovrani di questa dinastia, al contrario di ciò che hanno asserito molti scrittori, vediamo estesa la giurisdizione feudale, ed accordato a qualche barone il mero e misto imperio cioè l'alta giuriamone criminale. Sotto gli ultimi sovrani poi la feudalità fece molte usurpazioni per la grande confusione che regnò in quei tempi.

Toccava alla dinastia aragonese consolidare tutte le usurpazioni feudali, mentre negli altri Stati d'Europa venivano ristrette pel crescere della regia autorità, e rendere generale la concessione del mero e misto imperio.

Percorrendo la lista de’ paesi abitati del nostro regno in quell'epoca troviamo fra 1550 che erano, soli 102 essere rimasti


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 demaniali. Ferdinando I tentò di restringere la potenza dei baroni e spesso con mezzi degni del secolo di Macchiavelli, ma non fu sostenuto dalla pubblica opinione. Con una legge restituì alle popolazioni la facoltà di esercitare delle industrie e quella di vendere liberamente le proprie derrate, che veniva contrastata da' baroni e con altra restituì all’uso primiero i pascoli pubblici, che dagli stessi baroni erano stati usurpati. Questi ed altri provvedimenti rimasero però inosservati.

Miserie maggiori riserbava la Provvidenza alle nostre popolazioni colle invasioni straniere ed il lungo servaggio che ne seguì. I Francesi non fecero che passarvi e lo storico Comines, parlando della spedizione di Carlo Vili, scrisse che i re di Napoli potevano donare non solo i beni della Corona, ma anche quelli de’ particolari e che nel regno non v'erano tre persone che non possedessero beni della Corona o altrui. È il più tristo quadro che si avesse potuto fare di quello stato di cose. L'Imperatore Carlo l’di passaggio fra noi per la sua spedizione d'Affrica fece molte leggi, colle quali proscrisse le privative e tutti i dritti feudali che non erano stati espressamente concedati, ordinò che fossero restituiti i pascoli pubblici, che si fossero richiamate al demanio tutte le città usurpate e che fossero preferiti i comuni nell’acquisto de’ feudi, affinché questi si fossero venuti mano mano emancipando, ed istituì una commissione straordinaria per decidere sommariamente di tutti gli abusi feudali. Ma potevano queste leggi essere eseguite sotto i rapaci viceré? Il savio provvedimento di permettere a' comuni di riscattarsi, che si chiamò proclamazione al regio demanio, fu la sorgente della loro rovina, poiché essi si riscattavano ed erano barbaramente di bel nuovo concessi in feudo fino a cinque o sei volte, e spesso pagavano per avere un barone pio e eruttano.

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Si creavano feudi per far denari, e si concedevano per lo più a' mercanti genovesi creditori dello Stato. Nel 1586 i paesi abitati erano in tutto 1973, de’ quali soli 169 demaniali ed il resto tutti feudali. Sotto i viceré austriaci l'autorità regia acquistò maggiore energia e fu creata nel 1729 una giunta detta di buon governo per decidere degli abusi feudali e dei debiti che i baroni aveano fatto ricadere su' comuni, ma per la lentezza del procedimento e per la venuta dei Borboni questa giunta nulla produsse (1).

Carlo III stabilì con prammatica del 1759 che i baroni dovevano limitarsi a possedere ciò che era stato espressamente conceduto ed in tutti gli atti del suo governo faceva prevalere la massima di non correre prescrizione per ciò che erasi violentemente appropriato. La giurisprudenza divenne più favorevole a' comuni in tutte le loro controversie co’ baroni. Ma Carlo III si limitò a sfiancare la feudalità col chiamare in corte i baroni, liberando i popoli della loro odiosa presenza e rovinandoli col lusso. Ferdinando IV fece molte leggi che restarono per la maggior parte ineseguite, come quella che aboliva i pedaggi e sopprimeva la qualità di feudo ne' beni devoluti alla corona, quella che ordinava la divisione delle terre soggette a servitù di uso. Nel 1786 i paesi abitati del regno ascendevano a circa 2000 e 384 erano già demaniali. In questo stato lasciarono il regno i Borboni.

Era riserbato alla rivoluzione francese incarnata ne' Napoleonidi di abolire la feudalità, come vedremo, dopo aver dato un' occhiata particolare allo stato delle terre fino a questo periodo.

 

(1)Winspeare, Storia degli abusi feudali, vedi introduzione.




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II.

Il campo più vasto su cui si spiega l’attività dell’uomo è il suolo che occupa. Della cultura del suolo egli trae i suoi principali alimenti; onde è che dall'occupazione di esso dipendono i primi progressi della civiltà. Un popolo nomade non conosce che la pastorizia, e non trae dal suolo se non quello che spontaneamente esso produce ed allora la terra appartiene a tutti, poiché non ha acquistato ancora un valore proprio. Tali non erano i Germani che invasero l'Impero, e se anche tali fossero stati, l'aspetto de’ paesi che vennero ad occupare li avrebbe fatto subito cambiare. A quale stato sociale erano giunti i Germani prima dell’invasione, in che stato trovarono la distribuzione e la cultura delle terre nell'Impero, quale modificazione essa ricevette dall’ordine feudale? A tali quistioni c'ingegneremo di rispondere prima di venire al modo tenuto presso di noi per l'abolizione della feudalità e per la divisione fra' comuni ed i cittadini delle terre ingiustamente occupate.

I Germani ad onta de’ magnifici colori con cui Tacita li dipinse per contrapporli all'abiezione morale io cui erano caduti i suoi concittadini, erano ordinati in tribù prima dell'invasione dell'Impero. Molte volte queste tribù si confederavano per resistere a' Romani e spesso dal seno di queste tribù uscivano delle bande armate, formatesi liberamente, in cerca di avventure. Città propriamente dette non avevano, ma vivevano accampati l'una presso dell'altra, sotto l'autorità de' capi di famiglia, colla cui riunione in consiglio si decidevano gli affari più importanti e si amministrava la giustizia, sotto la presidenza di un capo che chiamavano re, il cui potere era assai limitato. Non è nostra intenzione di assomigliare perfettamente le tribù germaniche a quelle di Abramo e Giacobbe, od a' clan scozzesi, poiché le germaniche erano più guerriere ed erano pervenute


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a fondare una specie di potere centrale affidato al re, e perciò si distinguono da quelle degli Ebrei primitivi; erano addette alla cultura e perciò differiscono da' clan scozzesi. La proprietà individuale era sorta in seno a queste tribù, ma le terre erano concentrate in mano de’ padri di famiglia e non potevano essere trasmesse senza l'intervento dell'autorità giudiziaria (1). Essi però non tutte le coltivavano per conto proprio coll’aiuto de’ loro figli e de’ loro schiavi, ma ne davano una gran parte a coltivare ad una specie di coloni (lidi), che vivevano sotto la loro giurisdizione e pagavano una rendita fissa.

Presso i Romani la proprietà immobiliare passò presso a poco per le stesse fasi. Essa derivava dallo Stato ed era di due arpenti per ogni patrizio e di sette arpenti per ogni plebeo ne' primi tempi della repubblica (2). Bravi però l’ager publicus che si allargava ad ogni conquista e veniva sempre usurpato da' patrizi. Donde le frequenti domande di leggi agrarie, che non movevan da desiderio di comunismo, ma dalla giusta brama di partecipare all'ager publicus. In Italia i Romani primitivi coltivavano colle loro mani i campi che possedevano, facendosi aiutare da' loro figliuoli e da' loro schiavi, istituzione universale nell’antichità, resa necessaria dallo stato imperfetto della civiltà e dalla scarsezza di produzione. Mettevano io ciò la loro gloria, e lasciavano le più importanti cariche dello Stato per tornare all'aratro, come ha fatto oggidì il sublime solitario di Caprera. Colle conquiste diminuiva pure la classe de' liberi cittadini, laonde Roma popolavasi di liberti e di proletari e la libertà periva.

(1) Il Maynz negli Èlèments de droit romain reca le pruove, vol. I pag. 431 delle tre fasi che la proprietà immobiliare ebbe presso i Germani. Nel primo periodo essa appartenne a tutti. Nel secondo derivava dallo Stato e non poteva essere trasmessa che nell'assemblea del popolo. Nel terzo periodo si trasferiva coll'assenso della famiglia e coll'intervento dell'autorità giudiziaria.

(2)Si può consultare con frutto l'opera di Giraud che ha per titolo Recherches sur le droit de proprietè chez les Romaim. Aix 1838.

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Sotto l'Impero troviamo la proprietà immobiliare concentrata in poche mani o ridotti) a pascolo o data a coltivare ad una classe particolare coloni, denominati adscriptitii, inquilini, tributarii, censiti, ecc. che poco differiva no dagli schiavi. Essi invero erano ingenui, liberi, contraevano un matrimonio legale, servivano nelF esercito, e possedevano un vero peculio, ciò che non era permesso agli schiavi. Essi però erano addetti alla terra, servi terrete, glebae inherentes; non potevano abbandonare la proprietà del loro padrone ed erano venduti con essa. Pagavano al proprietario una rendita stabilita dall'uso di molti anni o da un contralto, se piaceva a qualcheduno di divenir colono, e questa non poteva alterarsi. Dovevano pagare allo Stato la tassa personale detta capitalo, che andò sempre aggravandosi, e lo Stato riteneva i proprii tari responsabili dalla quota de’ coloni e ciò spiega l'interesse che gli ultimi imperatori prendevano colle loro molte leggi, perché questa classe non diminuisse e rimanesse fissa al suolo, per non perdere cioè la loro quota d'imposta.

Troviamo dunque tanto in Germania che nell'Impero, una classe intermedia fra' liberi cittadini e gli schiavi, colà composta di lidi e qui di coloni. Perdendosi l’idea del potere centrale e concentrandosi la sovranità in mano ne' possessori della terra cioè ne' signori feudali, questa classe formò i così detti taillahles et corvéables a merci et misericorde. Si giunse al punto che non poteva concepirsi una terra senza signore, onde la massima: Nulle terre sans seigneur. I regni diventarono cosi appannaggio di alcune famiglie e si dividevano, si cedevano in dote o per donazione a piacere dei sovrani. Divenne ciò fondamento del dritto pubblico che non è stato ancora scalzato dal progredire delle relazioni internazionali colla creazione del sistema d'equilibrio, che rende necessarie alcune circoscrizioni territoriali, e dal crescere della potenza de’ popoli.


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Abbiamo finora veduto sorgere un sistema politico da un modo di appropriazione delle terre, che divenne sorgente de’ dritti di sovranità. Ma gli uomini non vi rimasero attaccati e col collegarsi fra loro e riunirsi in Comune cominciarono a far valere la propria personalità ed a restringere la potenza de’ signori. Una specie di dritti comuni esisteva intanto fra gli abitanti delle città ed i signori delle terre, e questi dritti hanno anche una doppia origine, germanica e romana. Nella tribù germanica, anche dopo sorta la proprietà individuale, usavasi lasciare una gran parte di terra comune a tutta la tribù che dicevasi Marca (in tedesco Mark) situata propriamente a' confini fra le tribù. Questa marca non avea limiti certi, che nella proverbiale buona fede germanica, poiché nessun segno esteriore l'indicava. I municipii romani non tenevano a cultura tutti i loro beni patrimoniali, ma ne serbavano una parte, per uso di pascolo, a tutti i cittadini. Negli ultimi tempi dell'Impero la cultura delle terre diveniva onerosa per la mancanza di capitali e di braccia, per la gravezza delle imposte e l'incertezza dell'avvenire. Gli imperatori incoraggiarono gli occupatori di fondi deserti, determinando che, solco patrimoniali canoni, passassero ai loro eredi e discendenti. Vediamo anche in ciò concordare la società incipiente dei Germani e la declinante de’ Romani. Venuti i barbari per la confusione generale, e per le consuetudini ora descritte, molti fondi dovettero rimanere per uso comune. Mano mano non fu più riconosciuta la facoltà di chiudere i propri fondi, ma era solo permesso al padrone di raccogliere la messe ed il fieno e poi doveva rimanere il campo a disposizione de’ viandanti e de’ vicini, della quale comunione era naturale che abusassero i potenti. Questa fu l'origine dei demani comunali, feudali e promiscui.

Bisogna spiegare la parola demanio. Demanio viene da dominium, dice il Ducange, ed indicò sulle prime il patrimonio della Corona, che comprendeva tutti i beni dello Stato,

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poiché re e Stato allora erano una cosa. Ora si suoi distinguere il demanio pubblico, che comprende i fiumi, le spiaggie del mare, ecc., il demanio dello Stato e quello del re, che presso quasi tutti i popoli europei possiede pochi beni immobili ed ha un lauto assegnamento in danaro sotto il nome di lista civile. Solo impropriamente adunque si chiamano demani le terre de’ comuni, delle chiese, de’ baroni, o di altri cittadini, sulle quali eravi un comune diritto di pascolo o altre servitù, di tagliar legna, attinger acqua, ecc. Le proprietà non potevano migliorare con questo sistema, e la condizione degli uomini non poteva rimanere la stessa presso di noi al principio di questo secolo, quando da per tutto i comuni eransi costituiti mercé l'aiuto della potenza regia, ed un terzo stato erasi formato col crescere del commercio, dell’industria e la diffusione dal sapere. Nella memorabile notte del 4 agosto 1789 l'Assemblea costituente francese avea proclamato l’abolizione della feudalità, cioè avea abolito la qualità di servo, avea facultato il rimborso dei diritti signorili, ed avea distrutto le giurisdizioni feudali. Intanto il popolo bruciava castelli e faceva sparire per via di fatto ogni orma baronale. Altre leggi compirono l'opera dell'Assemblea costituente, cioè quelle de’ 25 agosto del 1792 dell'Assemblea legislativa, che dichiaravano libera ogni proprietà fino alla pruova del contrario e sopprimevano quei diritti rispettati dalla Costituente, se non erano espressamente enunciati nell'atto d'infeudazione. La Convenzione nazionale ai 17 luglio 1793 andò più oltre, abolendo ogni rendita che non fosse puramente fondiaria, anche se risultasse da una primitiva concessione quando apparisse i1 minimo indizio di feudalità. Cosi in Francia la feudalità spariva innanzi alla sola lettera della legge, senza che vi fosse bisogno di creare nessun tribunale straordinario per mandarla in esecuzione, perché il popolo avea piena coscienza de’ propri diritti e perciò bastarono i tribunali ordinarii.


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Vediamo ora come le cose procedettero per la liberazione delle terre sottoposte ad usi o servitù comuni e per quelle dette vacue. Le terre vacue appartenevano ai signori in virtù della massima: Nulle terre sans seigneur. I signori potevano appropriarsi il terzo del demanio comunale in compenso de’ carichi annessi alla signoria e questo dritto si chiamò triage. Un' ordinanza del 1667 abolì i triages che aveano avuto luogo dal 1630, sanzionando quelli fatti antecedentemente. L'ordinanza del 1669 fissò per l'avvenire i triage al terzo de’ fondi assegnati a' comuni, purché fosse provato averli i baroni concessi gratuitamente e che i due altri terzi bastassero all’uso della popolazione. Questa legge per lo più fu male osservata. I baroni potevano ristringere a lor vantaggio i dritti di uso ne' boschi in virtù del dritto di cantonnement. Venuta la rivoluzione, i triage furono aboliti per l'avvenire con legge de’ 28 marzo 1790 e furono annullati quelli eseguiti da 30 anni innanzi ed in contravvenzione dell'ordinanza del 1669. Colla legge de’ 28 agosto 1792 furono aboliti anche quelli fatti dopo la cennata ordinanza. Questa ultima legge facultò pure i comuni a farsi reintegrare nel possesso de’ beni, di cui i detti triages li avessero spogliati, purché lo facessero in cinque anni ed i detti beni non fossero stati ceduti ad altri da' baroni. Le sole leggi bastarono dunque in Francia non solo ad abolire la feudalità, ma a sciogliere da ogni vincolo le terre e po anche a dividerle fra' cittadini come venne ordinato dalle leggi de’ 14 agosto 1792 e de’ 10 giugno 1793, che furono solo in parte eseguite.

Presso di noi fu mestieri tener altra via per raggiungere lo scopo. Il re Giuseppe abolì la feudalità con la legge de’ 2 agosto 1806, ma questa era vaga ed avea bisogno di molte dilucidazioni. Ordinò lo scioglimento delle promiscuità e la divisione delle terre demaniali nel 1° settembre di quello stesso anno,


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rimettendo l’esecuzione della legge non a' tribunali ordinari ma agli Intendenti ed a' consigli d'Intendenza. Non essendosi eseguita la prima legge era inutile pensare all'esecuzione della seconda, che dovea essere necessaria conseguenza della prima, ed all’una e l’altra cosa si opponevano l'inerzia del nostro popolo minuto, principale interessato, eia potenza de’ baroni, molto maggiore qui che in Francia, ove il terzo stato era più istruito ed i nobili maggiormente mischiati al movimento sociale. Vedremo ora i particolari provvedimenti presi dal nostro governo per mandare in esecuzione queste leggi e lo stato in cui i nostri Commissari ripartitori hanno trovato la quistione demaniale.


III.


La legge de’ 2 agosto 1806 distinse le rendite e prestazioni in reali, personali e giurisdizionali. Rispettò le prime, abolì le seconde senza compenso e per le terze dispose che si esigessero d/comuni, e se ne passasse annualmente l'importo a' baroni; potendo però i comuni liberarsene, affrancandone il capitale al 5 per 100. Questi proventi giurisdizionali aveano il nome di dritti di portolania, di zecca, di pesi e misure, bagliva, scannaggio e simili. sicché della feudalità non rimanevano veramente abolite che le angaria e perengarie ed altre opere e prestazioni personali, che in molti feudi si conservavano, mentre in altri erano state già commutate in denaro. Per colmo di stranezza si dichiarava estinto il dominio diretto che la Corona avea sempre vantato su' feudi ed il dritto di devoluzione alla medesima, ciò che tornava tutto in favore degli ex-feudatari. Ma il principale difetto di questa legge era la mancanza d' una disposizione particolare per la liquidazione de’ debiti e de’ crediti degli ex-feudatari e de’ comuni, la cui origine ci obbliga a fare un passo indietro.


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Sotto l’antica amministrazione il totale ammontare de’ tributi era diviso per comuni, i quali poi ne facevano la debita ripartizione fra' contribuenti. I baroni dovevano la loro quota di tributo fondiario per i beni allodiali che possedevano nel territorio del comune, alla quale davasi il nome di bonotenenza, che quasi mai essi non pagavano. Perciò i comuni vantavano de’ crediti, che secondo il Bianchini, giungevano quasi ad un milione di ducati all’epoca dell’abolizione della feudalità, non tenendosi conto che di quelli sorti dalla formazione del catasto del 1741, poiché i precedenti furono dichiarati estinti. Invano la legge del 1681 sotto il governo vicereale avea cercato di mettere un freno a tanti abusi, incaricando i presidi e gli avvocati fiscali nelle provincie a far esigere la bonotenenza dovuta da' baroni e l'attrasse formato da dieci anni. I baroni non aveano però soltanto de’ debiti, ma vantavano anche dei crediti contro i comuni, per la grande influenza che esercitavano sulla loro amministrazione. Essi non contenti di usare quasi esclusivamente del demanio comunale, e di essersi impadroniti con vari pretesti delle principali gabelle civiche e delle altre rendite comunali si facevano riconoscere creditori di ingenti somme senza alcuna ragione e spesso acquistavano titoli di crediti effimeri contro i comuni per prevalersene a non pagare la bonotenenza. Sovente facevano pagare a' comuni parte del prezzo del feudo che volevano acquistare e li costituivano debitori del resto promettendo di trattarli blandamente. Spesso i comuni somministravano denaro per non far vendere il feudo al barone che aveano, in paragone degli altri meno inumano, e si dichiaravano debitori di altre somme. Mille esempi di ciò si troveranno ne' 40 volumi delle decisioni della Commissione feudale, della quale or ora parleremo, e ne fa fede una delle prammatiche del viceré conte di Harrach del 1650 che cercò di mettervi riparo.


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Lo stesso re Giuseppe vide i difetti della sua legge abolitiva della feudalità ed invece di rimediarvi con un'altra legge più ampia e più chiara, creò una commissione straordinaria che prese il titolo di Commissione feudale per far mettere io esecuzione questa legge e per far decidere inappellabilmente tutte le controversie che vi si riferivano. Questa commissione languì fino all'arrivo del re Gioacchino, che col decreto de’ 27 febbraio 1809 le dette norme più precise ed assegné in seguito per ultimo termine a' suoi lavori il 1° settembre del 1810.

Per la divisione de’ demani alla legge del 1° settembre 1806, da noi citata, tenne dietro il decreto degli 8 giugno 1807 che diede molte delucidazioni e creò in Napoli una commissione di revisione delle operazioni de’ consigli d'Intendenza. Ci piace trascrivere la definizione delle terre demaniali contenuta in questo decreto: «Sotto il nome di demani o terreni demaniali s'intendono compresi tutti i territori aperti, culti o incolti, qualunque ne sia il proprietario, ne' quali abbian luogo gli usi civici o la promiscuità».

Il decreto de’ 3 dicembre 1808 diede ampie istruzioni per l'esecuzione di ciò che erasi prescritto antecedentemente e fissò per termine della divisione delle terre demaniali tutto l'anno 1809. Tutte le quistioni che avessero potuto insorgere erano sottomesse alla decisione della Commissione feudale. Per accelerare le operazioni, con decreto de’ 23 ottobre 1809 furono nominati 5 commissari ripartitori che si unirono in Napoli e si posero d'accordo sul sistema da seguire nella divisione demaniale ed ebbero le più ampie istruzioni col decreto de’ 10 marzo 1810 per tutte le quistioni che potessero sorgere. In queste istruzioni fu stabilito un massimo ed un minimo per la valutazione de’ vari dritti che si esercitavano in comune su' demani feudali, ecclesiastici o comunali, assegnando a ciascuna classe di questi dritti una determinata quota di proprietà.


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Questi dritti potevano nascere da condominio o da servitù e secondo tale norma furono valutati, Quando i comuni partecipavano a' frutti od alla rendita del fondo potevano ricevere come minimo la metà delle terre, come massimo le tre quarte parti a prudenza de’ Commissari. Quando erano semplici usuari il minimo fu fissato ad una quarta parte ed il massimo alla metà. Prima di queste istruzioni non aveasi avuto altra norma nella valutazione di questi dritti, che di elevare la rendita a capitale per mezzo di arbitri e dare in terrò a ciascuno ciò che gli spettava. Contro le ordinanze de’ Commissari eravi il ricorso in Consiglio di Stato, ma semplicemente devolutivo e non sospensivo e per rendere definitive le operazioni de’ Commissari, in caso di lesione, si avea dritto alla rifazione del danno in denaro pagabile in dieci annue rate eguali, e non alla restituzione delle terre. I demani migliorati con cuituia furono tutti rispettati, come furono salve le rendite costituite con colonie od altri contratti legittimi, ed i fondi su' quali eransi eseguiti lavori di arginazione, bonificazione od altri. I Commissari potevano delegare agenti ripartitori ne' comuni e ne' distretti e servirsi di periti, di arbitri, di qualunque altro mezzo credessero opportuno, come prima erasi praticato dagli Intendenti e fu tale in generale l'equità delle loro sentenze, che pochissimi ricorsi si verificarono in Consiglio di Stato. Il termine loro assegnato fu a tutto l'anno 1811 e per la sola provincia di Basilicata fu prolungato fino alla fine di giugno 1812. Con decreto de’ 3 luglio 1810 fu affidato a questi Commissari l'esecuzione delle decisioni della Commissione feudale, vista la somiglianza e la connessione delle loro scambievoli attribuzioni.

Ad onta di tutta la diligenza messa dal governo per portar a termine queste grandi operazioni non é possibile di credere che tutto fosse compiuto, specialmente nella divisione che dovea farsi


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a' cittadini poveri de’ terreni spettati ai comuni in compenso de’ loro dritti. Siccome poi i Commissari ripartitori non potettero essere presenti da per tutto e fermandosi nei capoluoghi di provincia dovettero fidare nello zelo degli agenti da essi delegati, bisogna supporre che molte irregolarità dovettero aver luogo. In ogni modo si trattava sempre di casi particolari, ed il grosso delle operazioni potette esser considerato come compiuto e per ciò le attribuzioni de’ Commissari dopo il termine prefisso passarono nelle mani degli Intendenti delle provincie. Al ritorno de’ Borboni queste facoltà furono date a' tribunali ordinar!, ma per poco tempo, poiché colla legge amministrativa de’ 12 dicembre 1816 tornarono agli Intendenti ed a' Consigli d'Intendenza come ora diremo. Intanto i Borboni sanzionarono questa, come la maggior parte delle grandi riforme compiutesi nella loro assenza, salvo un ricorso concesso agli emigrati per causa politica contro le decisioni della Commissione feudale da portarsi innanzi alla prima sezione della Gran Corte Civile di Napoli, nel termine di tre mesi dalla notificazione della sentenza. Furono però ritenute le sedici massime, che contenevano i principii secondo i quali avea giudicato la Commissione feudale e che in molta parte compivano la legge abolitiva della feudalità in ciò che avea di imperfetto e così si pose il suggello ad una delle più grandi opere, di cui è stato spettatore il nostro secolo (1).

(1)Il governo decennale, come suoi chiamarsi quello de’ due Napoleonidi, non fu contento di abolire la feudalità e tutto quello che ne era conseguenza, ma rese un grande omaggio alla pubblica opinione, facendo stampare, oltre alle decisioni della Commissione feudale, un'opera dal Procuratore generale presso quella Commissione signor Davide Winspeare per render conto di ciò che si era operato. Di questa opera che ebbe per titolo Storia degli abusi feudalità pubblicato il solo primo volume, che ora è molto raro a trovare per essersi esaurita l’edizione. Sebbene egli sia venuto dopo Montesquieu, pure fa meraviglia ciò che ha scritto intorno alla feudalità. di cui ha indagato le origini ed ba distinto le varie epoche.


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Eccoci giù. iti allo stato attuale della legislazione ed al decreto del 1 gennaio. La legge amministrativa del 1816 ridiede agli Intendenti ed al Consiglio d'Intendenza le attribuzioni demaniali che per poco erano state loro tolte. Nell'art. 176 dichiarò l'abusiva occupazione d'alienazione illegittima del demanio comunale a qualunque epoca l'una e l'altra rimonti. Questo articolo è stato il fomite di mille liti, ha resa incerta la proprietà in mano a tante famiglie ed ha eccitato speranze comuniste nel volgo, delle quali il passato dispotismo sapeva ben valersi. Si è fatto quistione se esso debba riferirsi al passato o all’avvenire, ma l'interpretazione giuridica lo ha applicato sempre al passato, per l'antica massima che il demanio pubblico non è soggetto a prescrizione. Noi sopra abbiamo fatto riflettere quanto impropriamente si è applicato il nome di demanio a queste terre sottoposte a condominio o servitù di una natura speciale. In ogni caso si avrebbe dovuto trovar modo di porre un termine a tante incertezze. A questo vuoto non ha riparato affatto il decreto del 1 gennaio, il quale ha inteso soltanto di sostituire agli Intendenti, ora Governatori, distratti da altre cure, delle persone idonee che ne potessero fare le veci nelle operazioni demaniali, poiché tutto il rimanente è copiato alla lettera dagli atti de’ due re francesi da noi sopra citati. Secondo la legge de’ 20 marzo 1817 poteasi produrre gravame contro le ordinanze dell'Intendente in materia demaniale alla Gran Corte dei conti. Con decreto de’ 13 marzo 1820 venne prescritto che se le decisioni della Gran Corte de’ conti facessero sorgere de’ dubbi nel Real animo o vi fossero ricorsi delle parti contro le medesime il re, invece di approvarle, ne avrebbe sospeso l’esecuzione ed avrebbe rimesso l'affare

Per quel che dice de’ coloni romani ha prevenuto i profondi studi di Savigny e di Guizot e non lascia quasi nulla a desiderare. Non era l'ultima delle sventure di questa divisa Italia che un povero autore dovesse rimanere ignoto alla più gran parte della nazione ed allo straniero.


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all'esame del Supremo Consiglio di Cancelleria. Quando il Supremo Consiglio di Cancelleria venne abolito, questi affari furono rimessi all'esame della Consulta di Stato. Adunque lunghe formalità e perciò dispendio, perdita di tempo, e mille occasioni di raggiri, poiché dipendeva da un ministro di far sorgere dubbi nel Real animo e di dimostrare fondati i ricorsi delle parti; ecco ciò che doveva essere riformato dal signor D'Afflitto. Non si è potuto sciogliere ancora il problema di rendere indipendente la giustizia amministrativa, ed i sovrani di oggi ci sembrano ancora i re primitivi o i consoli dell'antica Roma, che governavano e giudicavano ad un tempo. Molte difficoltà sono intrinseche a questa materia, ch'è stata denominata contenzioso amministrativo e perciò ci sembrò strana la facilità con cui il ministro Minghetti propose alla Camera di abolirlo. Ma si potrebbe benissimo restringerlo a quanto è puramente necessario all’indipendenza del potere esecutivo creando, per esempio, un tribunale de’ conflitti come si fece in Francia nella Costituzione repubblicana del 1848 senza che ne risultasse nessun pericolo per l'indipendenza dello Stato (1). In quanto alle quistioni demaniali ciò si avrebbe potuto fare senza pericolo ed invano l'abbiamo sperato dal sig. D'Afflitto, autore del decreto del 1 gennaio, nella pienezza de’ poteri che si era arrogato in quel tempo il Consiglio di Luogotenenza. Per procedere più celermente si avrebbe potuto creare un tribunale ad hoc che inappellabilmente avesse deciso ogni vertenza secondo le leggi esistenti e secondo qualche altra massima che si sarebbe stabilita. Gli interessi de’ Comuni non sarebbero stati lesi, poiché un procuratore regio presso questo tribunale ne avrebbe avuto speciale cura ed i consigli municipali liberamente eletti non avrebbero trascurato ogni mezzo di difesa. Insufficiente ci sembra il provvedimento dei Commissari

(1)Laferrière Cours de droit public et amministratif. Vedi terza edizione.


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ripartitori che non sono neanche gli eredi di quelli creati dal re Gioacchino, la cui autorità era molto più estesa e contro le decisioni de’ quali non eravi altro ricorso che in Consiglio di Stato.

Ma vi sono molte operazioni demaniali da compiere, molte promiscuità da sciogliere, siamo in uno stato semi-barbaro, come potrebbero credere i nostri fratelli delle altre parti d'Italia non appieno informati delle nostre cose?

Certamente un' amministrazione solerte come quella de’ due re francesi non avrebbe posto termine nel 1812 a queste operazioni, se fosse rimasta qualche altra cosa importante a fare. Adunque ciò che rimane a' nostri Commissarii si è di vedere se qualche ordinanza di quel tempo non sia stata eseguita o i terreni sieno siati occupati di bel nuovo dai proprietari più accorti in danno della popolazione, cui dovevano essere divisi e che non si dava pensiero di far valere i propri dritti quando la proprietà delle terre non era stimata convenientemente per la mancanza de’ capitali e per il brigantaggio che infestava alcune provincie. Noi non siamo dell'opinione di quegli economisti che fanno risultare la rendita della terra unicamente da' capitali che si spendono per coltivarla, ma non possiamo negare che la terra vale ben poca cosa per sé stessa senza la fatica dell’uomo. Questa ragione ci spiega le molte usurpazioni di terre sulle quali i comuni avrebbero avuto de’ dritti, ma questo fatto, comunque sia accaduto, ha sempre il valore d'un fatto compiuto. È perciò che bisogna tener conto di molte circostanze nel rivendicare le terre demaniali usurpate.

Queste circostanze non sono sfuggite al Segretario Generale Spaventa, che ha pubblicato le istruzioni per l'esecuzione del decreto del 1 gennaio. Egli assegna per iscopo a' Commissarii:

1.Lo scioglimento delle promiscuità;

2.La divisione in massa de’ demanii ex-feudali o ecclesiastici fra gli antichi baroni o i luoghi pii, gli aventi causa da essi ed i Comuni, qualora tuttavia ne esistano;

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3. Le reintegre de’ demani comunali usurpati;

4. La quotizzazione de’ terreni rimasti indivisi o ricuperati fra' proletari de’ comuni.

Per il primo e secondo articolo non crediamo che troveranno nulla da fare, poiché demani ex-feudali ed ecclesiastici più non esistono e non havvi qualche promiscuità che fra comune e comune per utile reciproco. La missione de’ Commissari si deve restringere dunque al terzo e quarto articolo. In queste istruzioni però troviamo delle disposizioni legislative che non dovrebbero trovarsi in semplici istruzioni, ma in una legge discussa e votata in parlamento. Il signor Spaventa si è dimenticato che sono spirati i pieni poteri, di cui egli qual Consigliere di Luogotenenza fece così largo uso. Égli ammette per le reintegre la prescrizione a norma delle Leggi Civili e molte altre circostanze attenuanti per non togliere i fondi creduti demaniali agli attuali possessori, che li hanno migliorali od acquistati da terze persone con buona fede. Mantiene espressamente devolutivo e non sospensivo il reclamo che possa farsi contro le ordinanze dei Commissari innanzi alla Gran Corte dei Conti. Per la quotizzazione de’ terreni riacquistati o tenuti per uso comune da' municipi» vi sono delle lodevoli disposizioni per agevolare la ricerca delle quote per parte dei proletari, autorizzando i Commissari a proporre un rilascio del canone per i primi anni e promettendo di far soccorrere i quotisti dagli stabilimenti di beneficenza per il piccolo capitale necessario alla prima coltivazione delle quote.

Bisogna dunque convenire che le istruzioni del signor Spaventa compiono il decreto pur troppo monco del signor d'Afflitto e contengono valevoli garentie pe' proprietarii. Si riserba il sig. Spaventa una grande sorveglianza sugli atti dei Commissarii, che non diventano validi senza la sua approvazione e questa sorveglianza non ci sembra soverchia,


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quando si affidano sì vitali interessi non ad un tribunale, ma al criterio di un sol uomo.

I comuni si trovano sufficientemente garantiti da' loro consigli municipali, che come per lo passato debbono essere intesi, e dal consiglio di Governo, oltre ella pubblica opinione che ora è arbitro supremo. Se dunque il signor Spaventa ha superato arbitrariamente i limiti di semplici istruzioni, ha fatto almeno un buon uso del potere arbitrario e possiamo sperare veder sparire per sempre fra noi, sebbene non colla celerità desiderata, questa causa di discordie e d'istinti comunisti, e di veder accresciuta la pubblica prosperità colla divisione di que' beni comunali che or giacciono inoperosi e che possano dividersi senza danno dei comuni ultimo scopo della legge (1).

Il Presente e l'Avvenire della provincia di Capitanata

per Scipione Staffa (2).

I.

«Esporre le condizioni economiche e morali delle popolazioni agricole di tutta una regione del Regno, ne' loro rapporti colla proprietà, co’ sistemi di fitto, di mezzana e simili e co’ diversi generi di coltura. Additare i migliori mezzi per giovare a' proprietari ed a' coltivatori».

Fu questo il tema proposto dall'Accademia Pontaniana per il concorso al premio Tenore nel 1856 e che diede origine al libro del signor Staffa che imprendiamo ad esaminare che fu premiato coll’accessit.

L'Autore fa oggetto de’ suoi studii la sua provincia nativa, la Capitanata, la quale essendo provincia eminentemente agricola è come lo specchio di tutte le altre provincie del ex Regno,

(1) Il ministero Rattazzi sospese i Commissari dalle loro funzioni sicché ora tutto è tornato nello stato primiero.

(2)Vedi Il Nomade de’ 14 gennaio 1861.


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 e per le terre del Tavoliere che contiene, trovasi in condizioni anormali ed ha grande bisogno di miglioramenti.

Il momento della pubblicazione di questo libro non poteva essere più opportuno, poiché chiama l'attenzione sopra una provincia ch'è considerata come il granaio dell'Italia meridionale e che tutti hanno interesse a veder rinascere alla vita ed alla prosperità. Quali sono le cognizioni necessarie per rispondere al quesito dell’Accademia?

Oltre alla conoscenza de’ luoghi, vi occorrevano esatte cognizioni di economia pubblica e d'agricoltura, scienze pur troppo trascurate nelle nostre contrade ed indirettamente avversate dal governo, che poneva ogni suo studio a tenerci sotto la campana pneumatica. Ma per buona ventura il. fuoco sacro del sapere non si è mai spento del tutto nella patria di Giambattista Vico, di Filangieri e di Mario Pagano, e sebbene gementi sotto il più duro dispotismo pure possiamo citare con onore fra i cultori delle scienze economiche Antonio Scialoia, Giovanni Manna, Placido de Luca, Ludovico Bianchini, Giacomo Savarese, Luigi Blanc, Costantino Crisci, Matteo De Augustinis ed i due concorrenti a questo premio Tenore, Carlo De Cesare e lo scrittore di questo libro.

Il tema era bene scelto e questi due concorrenti vi risposero, il primo (signor De Cesare) allargando il suo soggetto, poiché sotto il nome di Puglia comprese non solo la Capitanata, come intendesi comunemente, ma anche la Terra di Bari e la Terra d'Otranto, ed il secondo (signor Staffa) circoscrivendo il suo soggetto, ma studiandolo con una profondità tale da poterlo dire esaurito. Non tocca a noi esaminare le ragioni che ha avuto l'Accademia a preferire il lavoro del signor De Cesare per il premio Tenore e ad accordare a quello del signor Staffa il semplice accessit,


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ma ci corre l'obbligo di diffidare quest'ultimo dell'accuse mossegli nel rapporto fatto all'Accademia dal Presidente della Classe signor Manna, scelto a relatore, e lo faremo a misura che ci si presenterà il destro.

L'Autore comincia colla descrizione materiale della provincia e ne rende tutte le bellezze dei luoghi sub-appennini e del Gargano e tutta la monotonia de’ luoghi piani, a cui la pigrizia degli uomini ed i falsi principii economici delle leggi che regolano la proprietà hanno dato quasi un aspetto di desolazione.

Lo stato di ignoranza de’ proprietari e di miseria dei coltivatori è esposto senza alcun velo. Esattissima è la disamina de’ prodotti indigeni della natura e specie di terreno, de’ mali tanto degli animali che delle piante. Passando alla proprietà ci fa conoscere che la Capitanata offro la superficie di 2022 miglia quadrate di 60 a grado, pari a moggia legali 9,922,500 cioè 28,125 carri pugliesi, che possono essere divisi come siegue:

Terreni enfiteutici, di cui il dominio diretto appartiene allo

Stato ed il dominio utile a' particolari carri (1):

9,240

Terreni di libera proprietà

11,510

Appartenenti a' comuni, luoghi pii ecc..

4,700

Siti di città, laghi, strade

2,575


28,125

Come si scorge a prima vista la proprietà enfiteutica e de’ corpi morali supera di molto la libera proprietà, ciò che forma una delle più tristi piaghe della Capitanata, come appresso vedremo.

In quanto alla distribuzione della proprietà trovasi qualche agglomerazione in poche mani solo nella proprietà enfiteutica,

(1)Tutta l'estensione de’ terreni di questa natura compresi sotto la denominazione di Tavoliere di Puglia è di carra 12,314, versore nove, catene 8, pari a moggia napolitani; 4,333,695; ma le rimanenti carra 3,074 si trovano nelle provincia di Terra di Sari, Terra di Otranto e Basilicata.


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ma non tale a parer nostro da meritare il nome di grande proprietà quale si osserva in Inghilterra ed in Ungheria, e però ingiusto sembraci il primo rimprovero mosso dall'Accademia al nostro Autore. Per render giudici i nostri lettori mettiamo sotto i loro occhi il passo che spiega l'apparente anomalia del Libro maggiore del Tavoliere.

«Con ogni cura scorrendo il Libro maggiore del Tavoliere di Puglia, e passando a minuta disamina tutte le liste degli antichi censuari, non che i fatti che ogni giorno si presentano, trovo, che il principio dominante nella coltura della Puglia si è quello della piccola cultura. Di vero dalle liste del Libro maggiore si rilevano, fra i moltissimi ascritti, 190 censuari, che in uno posseggono carri 6 mila versure 157, mog. 7, ripartiti dalle 300 alle 1800 versure. Sette censuari fra i 190 posseggono dalle versure 500 ali* 1890, e gli altri 183 censuari si hanno dalle 300 alle 500 versure, e non oltre. Ora mettendo nel giusto rapporto questi 190 censuari rimpetto ai soli fondi enfiteutici, dovrebbe dirsi essere in vigore in Puglia la grande coltura, poiché una frazione in fra le migliaia di censuarii possiede essa sola due terzi di fondi enfiteutici, ed il grosso possiede a stenti un terzo. Ma il rapporto per dirsi esalto, ed imparziale deve elevarsi non solo coi fondi enfiteutici, ma sibbene con tutta la estensione dei terreni Pugliesi di qualunque natura essi siano, perocchè la coltura, la proprietà è comune ad ogni specie di terreno. Di qui, che tal norma tenendosi nell'istituzione del rapporto, si troverà, che la suddetta frazione di censuari appena possiede il quinto dei terreni della Provincia di Capitanata.

«Al fin qui detto è d'aggiungersi altresì; che non debbasi tener conto della lista degli antichi censuari per l'altra ragione, che la massima parte di questi latifondi distratta, alienata, e passata nelle mani di svariatissimi acquirenti,


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mentre si trova segnata sotto lo antico nome, si gode, e si coltiva nel fatto da piccioli proprietari. D'ordinario si trasandano le intestazioni dai novelli acquirenti per esimersi da dritti di laudemio, e dalle lungherie, e spese d'istrumenti».

Passando poi al modo di coltura, l'Autore si pronunzia per la piccola cultura per tutte le ragioni esposte dagli scrittori francesi, ragioni in verità più morali che economiche, ma di cui bisogna tenere moltissimo conto. Non essendo in uso in Puglia la grande cultura, è naturale che non si facciano degli afflitti lunghissimi, necessari quando il colono deve fare alle terre forti anticipazioni di capitali. Nella parte piana della provincia prevale quello che i Francesi chiamano bail a ferme, mediante il quale il proprietario dà in fitto per un annuo estaglio in denaro le sue terre per una durata da' 9 a' 12 anni.

Il sistema di colonia parziaria o mezzana si usa principalmente ne' luoghi montuosi della provincia. Con esso il proprietario dà il fondo e la semenza; restano a carico del cotona tutti i lavori fino alla trebbiatura e ventilazione del grano, che dividono per metà fra loro. L’Autore giustamente si scaglia contro questo sistema patriarcale, che spegne le migliorie sul nascere, poiché il proprietario essendo sicuro della metà del prodotto lordo non ba nessuno interesse ad anticipare capitali al colono pel miglioramento della terra, né il colono che vede limitati i suoi lucri all'altra metà del prodotto si sente chiamato a tali anticipazioni. Nel 1850 però alcuni proprietari introdussero il sistema di dare de’ fondi a miglioria ed a lungo tempo. Lasciamo parlare l’Autore:

«Stabilivano costoro la durata del fitto ad anni 29, dando ai locatori tutto il danaro necessario pel cavamente delle vigne, acquisto di sarmente, indennizzo di spese per l'appianatura, scalena, insagnatura: s'avevano anche franchigia per tre anni,


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non che il danaro necessario ai coltivi, calcolati a duc. 35 per ogni versura: e si dava da ultimo ai locatari la facoltà di potere a piacere piantare in ogni versura altri dieci alberi, oltre la cura degli esistenti. Si stabiliva come obblighi dei locatari il corrispondere dello estaglio a duc. 16 annui a datare dall'anno 4°, e tutte le somme somministrate per l'impiantata della vigna una cogl’interessi del 5 per 100 all'anno da restituirsi ai locatori in fra i 15 anni a datare sempre dal 4° anno. I locatari non potranno far loro il frutto se non pagano pria l'estaglio: non pagandolo vengono espulsi dal fondo colla perdita delle migliorie. I coltivi debbono farsi a regola d'arte, e nelle stagioni convenienti: la vigna dovrà sempre essere completa di viti, e cosi consegnarsi allo spirare della locazione, e se qualche albero perisse per caso fortuito, il locatore sarà tenuto a dare gratuitamente l’arbusto, il locatario ad impiantarlo».

Da questa sommaria esposizione quegli fra i nostri lettori che conoscono la Capitanata si avvedranno che l'Autore ha descritto i vari sistemi di fitto in uso in quella provincia e da ciò che dice della mezzeria si vede chiaro che egli biasima questo sistema e che le sue preferenze sono per il bail a ferme e la colonia a miglioria; quindi ingiusto ci sembra l’altro rimprovero dell'Accademia dì non avere l'Autore disaminalo quali sistemi convengano più alle condizioni delle diverse parli della Capitanata, poiché tanto il bail a ferme che la colonia a miglioria possono adattarsi indifferentemente a tutte le parti della provincia. Anzi l’Autore vedendo benissimo che la mezzaria non può abolirsi ad un tratto, spinge la sua sollecitudine fino a suggerire un miglioramento ne' luoghi montuosi, proponendo che due terzi invece della metà del prodotto lordo fossero dati al proprietario, affinché il medesimo fosse allettato ad anticipar i capitali necessari per piantare vigne ed oliveti, ed un sol terzo restasse al colono.


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Prima di passare a' miglioramenti generali proposti dell'Autore, che formano la seconda parte del tema dato dall'Accademia, dobbiamo fermarci per poco ad esaminare quel che egli dice dello stato della pastorizia, ciò che mette sotto i nostri occhi la questione del Tavoliere di Puglia.

La pastorizia è l'industria de’ popoli primitivi, che da essa traggono il loro principale sostentamento. Il crescere dell'agricoltura fa diminuire la pastorizia, che diventa sussiduaria di quella. Questo mutamento avverasi dovunque al crescere della civiltà, ma nella Capitanata ha trovato forti ostacoli nell’istituzione del Tavoliere. Fin da' tempi degli antichi Romani la Puglia era addetta a' pascoli, ciò che conveniva grandemente in que' tempi in cui l'agricoltura era abbandonata interamente agli schiavi, come avvenne dopo i primi secoli della Repubblica.

L’etimologia della parola Tavoliere deriva probabilmente dalle tabulae censorie, in cui scrivevasi l'ammontare de’ tributi esatti su questi pascoli. Sotto gli Imperatori questi terreni furono chiamati regalie e terribili dovettero essere le esazioni de' pubblicani, cui davan luogo.

Ma Alfonso I. d'Aragona deesi considerare come il fondatore del Tavoliere colla sua Prammatica data in Titoli al 1 Agosto 1442 sulla dogana della mena delle pecore. Con essa fu ordinato a' padroni d'erbaggi che non ne usavano per i loro armenti di serbarli a' pastori che erano obbligati scendere dagli Abruzzi ed a' quali venivano concessi molti privilegii. In seguito si venne a stipulare un contratto perpetuo co’ proprietari d'erbaggi che prima si Oliavano a tempo per conto del governo e si fece pagare ai pastori un estaglio pel godimento dell’erba che si chiamò la fida; sicché lo Stato oltre al proteggere la pastorizia ricavava pure un utile considerevole. Non si può negare però che in que' tempi quando l'agricoltura era poco avanzata


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e molte terre erano disponibili questo provvedimento non fosse utile alla pastorizia, sicché come fa notare il nostro autore, le pecore nel 1556 ascendevano a 1,983,386 e le vacche a 14,400 ed il fisco ricavava una rendita netta di ducati 72,607 detrattini cioè ducati 18,223 che pagava a' particolari per prezzo dell'erba. Ma in prosieguo la Spagna avendo bisogno di denaro elevò immensamente l'estaglio della fida e le pecore diminuirono, sicché quel provvedimento che era stato adottato per migliorare la pastorizia divenne una mera fiscalità e spense nel suo germe la pastorizia e l’agricoltura. Leggieri cambiamenti in pro de’ coloni avvennero sotto Carlo III e Ferdinando IV Borbone, ma era riserbato al dominio francese di liberarci anche in questa parte da' vincoli del passato.

La legge de’ 21 maggio 1806 abolì la prammatica sulla Dogana della mena delle pecore, sciolse le terre da ogni vincolo e le riparti a titolo di semplice enfiteusi con un canone bastantemente forte in favore dello Stato, che però potevasi affrancare.

Ma la ripartizione fu fatta troppo in grande e le continue turbolenze non permettevano a' coloni di darsi troppo all'agricoltura, sicché costoro rimasero oppressi sotto il peso del beneficio ricevuto. Questo novello sistema che mutava in canone certo ciò che il fisco percepiva dalla discesa delle pecore riuscì svantaggioso a' censuari, che non potevano ricavare dall'agricoltura tutti gli sperati vantaggi per ragione de’ tempi ed intanto dovevano pagare al Fisco un canone così gravoso. Costoro però cominciarono in prosieguo a porre in coltura maggiore estensione di terre per riparare a' loro mali, quando apparve la legge del 13 gennaro 1817, la quale mentre sanzionava le dissodazioni già fatte richiamava in vigore il divieto di coltivare oltre al quinto delle terre, vietava l'affrancazione del censo e dopo mille altri dritti di laudemio ad ogni mutazione di proprietà


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stabiliva l’iniquo dritto di devoluzione del fondo in pro dello Stato dopo un attrasse di pagamento di quattro annate di canone.

Ecco lo stato a cui trovasi condannata la proprietà in Capitanata, composta in gran parte, come abbiamo veduto di terre appartenenti al Tavoliere. Una gran parte di queste terre deve rimanere incolta, ciò che fa rimanere la pastorizia nomade a guisa de’ tempi patriarcali; il proprietario sotto la minaccia di espropriazione colla perdita delle migliorie ad ogni attrasso di pagamento del canone ed il divieto di potersi liberare da questa schiavitù.

Non dee dunque recar maraviglia il quadro che ne fa il nostro Autore, cioè l'ignoranza del proprietario, la miseria del colono, l'infanzia della industria agricola ed armentizia, a cui s'aggiungono le piaghe comuni alle altre province dell’ex-Regno, cioè l'oppressione del pensiero, la trascuranza della istruzione popolare e la mancanza di vie di comunicazioni e dì ogni istituzione di credito. Passiamo ora a' rimedii proposti.

II.

Sarebbe stato inutile indagare i mali senza proporre i rimedii, i quali per essere efficaci debbono scaturire dalla natura delle cose ed essere sommamente pratici. Noi divideremo i mali che affliggono la Capitanata in due classi, cioè generali a tutte le province dell’Italia meridionale e particolari a quella provincia, sebbene questa distinzione non sia stata fatta dall'Autore; e nel giudicare i rimedii da lui proposti terremo conto, per essere giusti, del tempo in cui il libro è stato scritto cioè degli impedimenti che la forma di governo metteva al libero parlare. Il libro fu scritto nel 1856, cioè nell’epoca più funesta del regno di Ferdinando II, e se dobbiamo maravigliarci di qualche cosa si è di ciò che l'Autore ha detto e non di quello che egli non ha detto.

Istruzione popolare, libertà di commercio, novelle vie di comunicazioni, casse di risparmio, cioè la vita, la moralità,

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 la libertà, doveano essere delle parole proscritte sotto il regno di quel terribile monarca, e pure l'Autore le ha pronunziate, sebbene timidamente; richiedeva l’attuazione per la sola Capitanata, quando non potea per tutto il regno. Questa ci sembra essere la ragione per la quale T Autore non ha fatto la distinzione de’ rimedii generali e particolari, e gli ha fatto desiderare obbligatorie l'istruzione popolare e le casse di risparmio, poiché quando non vedea possibile il mezzo di agire per via di persuasione, cioè colla parola e colla stampa, volea almeno farci progredire alla guisa che Mchemet Ali faceva progredire gli Egiziani, colla forza. Ciò dovea influire a rendere inefficaci alcuni rimedii proposti come l'istruzione popolare; questa essendo impossibile senza un buono ordinamento dell'insegnamento secondario e dell'Università, poiché la luce scende dal sole alla terra e non sale dalla terra al sole. Inoltre che giova istruire la classe de’ contadini che non ha capitale, quando la classe de' proprietari che ha i mezzi di mettere in pratica quello che ha imparato non ha dove attingere i veri principii scientifici? Ma lo ripetiamo, non si può fare una colpa all'Autore di non aver trattato distesamente de’ rimedii generali, cioè dell'alta istruzione, della buona amministrazione e dell’emulazione che nasce dalla vita libera, poiché gli era impossibile di parlarne ed invece di rimproverargli quello che non ha detto, dobbiamo essergli grato per quel che ha detto. Passiamo dunque a' rimedii particolari che egli ha proposti.

La Capitanata ha una gran parte di proprietà inceppata, cioè carra 9,240 sotto il come di Tavoliere di Puglia; bisogna liberarla. Il sistema dell'Autore è semplicissimo, eminentemente pratico e non reca alcuno svantaggio alle finanze. Si muti il dominio diretto dello Stato io un canone fisso, che si esigerà per mezzo degli esattori di fondiarie;


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si dia facultà ad ognuno di liberarsene pagando l'ammontare del capitale.

Ora non sappiamo persuaderci come questo sistema non abbia incontrato l’approvazione dell'Accademia. Sarebbesi desiderato rendere forzosa l'affrancazione; ma chi dava i capitali a' coloni per eseguirla? Sarebbesi forse a ciò riparato con qualche banca simile a quella proposta dall’Autore, di cui or ora parleremo, ma se questa banca avesse avuto questo scopo, invece di prestare il denaro per le migliorie da farsi, essa sarebbe stata utile allo Stato e non a' coloni. Si voi -va invece l’abolizione di ogni dritto dello Stato su queste terre ma che sostituire nello stato discusso generale a questo lucroso cespite di entrata? Abbastanza l’Autore s' era mostrato rigoroso verso le finanze nel proporre la mutazione del dominio diretto in canone fìsso, poiché lo Stato perdeva il dritto di laudemio solito ad esigersi ad ogni passaggio di proprietà.

Ma l’Autore non s'è limitato a voler rendere piena la proprietà delle terre del Tavoliere e possibile l’affrancazione del canone, egli ha pensato a provvedere di mezzi questi proprietarii per rendere proficua la coltura e facile l’affrancazione. Propone l'istituzione d'una banca, che si potrebbe fondare in due guise, o facendo contrarre un debito al governo con capitalisti nazionali o stranieri pari all’ammontare del dominio diretto che esso vanta sulle terre del Tavoliere, o trovando una società che emetterebbe un numero di azioni di cui il governo garentirebbe l'interesse. Nel primo caso il denaro preso a prestito dal governo sarebbe dato a' possessori delle terre del Tavoliere ad un modico interesse, ed insieme agli interessi i mutuanti pagherebbero ogni anno un'aliquota parte di capitale. Nel secondo caso la circolazione delle azioni sarebbe assolutamente libera, ma la garentia del pagamento degli interessi di parte dello Stato le renderebbe sicure e ricercate.

L'emissione di tali azioni non sarebbe limitata al valore delle

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terre dei Tavoliere, ma a quello di tutta la proprietà immobiliare della Capitanata e per non toglierle dalla circolazione si proibirebbe al Tesoro di riceverle in pagamento d'imposte. Contro il primo progetto non abbiamo obbiezione a fare e crediamo che sia il vero mezzo per rianimare l'agricoltura in Puglia senza veruna perdita da parte dello Stato, qualora si fosse certi che i mutuanti spendessero il denaro ricevuto io migliorie de’ fondi per evitare lo sconcio che alcuni proprietarii prendessero il denaro al 5 o al 3 per 0l0 per darlo in mutuo all’8 o al 10)0 come si è verificato altra volta quando una compagnia olandese volle fon» dare una banca in Puglia che ebbe un esito sì infelice. Ad evitare questo sconcio si dovrebbero obbligare i mutuanti ad estinguere annualmente non solo una parte parte d'interesse e di capitale ma anche una rata del canone dovuto al governo. Il secondo progetto poi ha uno scopo più generale. Esso tende nientemeno che alla capitalizzazione dell'intera proprietà immobiliare, sicché sarebbero aboliti gli  uffizii di notaio e con una semplice cambiale (forse registrata all’uffizio d'ipoteca della provincia) le proprietà cambierebbero di possessori e sarebbero girate come tutti i valori commerciali. Ma quale fiducia potrebbero meritare questi titoli? Chi sarebbe garante del valore del fondo, che da un momento all’altro può cambiare? Forse lo Stato, che dovrebbe così entrare ne' segreti delle famiglie e affidarsi a mille agenti che non potrebbe trovare tutti onesti e fedeli? Dippiù come lo Stato potrebbe garentirne l'interesse senza mettersi in relazione diretta co’ locatari de’ fondi e far continue coazioni a tempo quando l'ammontare di queste azioni dee essere eguale al valore delle proprietà che rappresentano? Questo progetto pecca per la sua stessa generalità ed avrebbesi dovuto almeno stabilire che l’ammontare di queste azioni non superasse i due terzi della proprietà che rappresentano, la quale avesse per base un catasto fatto colla massima cura.


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Noi preferiremmo veder attuata per ora la Banca del Tavoliere secondo le basi del primo progetto e colle lievi modificazioni da noi proposte, rimettendo, ora che il governo è libero, all'industria privata la fondazione delle banche agrarie e fondiarie secondo le norme usate in Germania, in Polonia ed in Francia, che non è qui il luogo di esaminare.

Indicato il modo d'affrancazione delle terre del Tavoliere e provveduto al capitale necessario per eseguirla gradatamente e liberamente, l’Autore passa a parlare delle migliorie più necessario alla sua provincia. L’industria armentizia è nomade; bisogna renderla stabile e migliorare le razze degli animali con opportuni incrociamenti. L'Autore propone i prati artificiali, specialmente quelli seminati di Medicago falcata, tanto omogenea al suolo pugliese e ciò vuole che fosse obbligatorio, facendo entrare lo Stalo ad imporre tutto un sistema di agricoltura, mentre bisogna lasciarne la cura all'industria privata e limitare l’azione dello Stato a sgombrare gli ostacoli ed a spandere l'istruzione. Ma di questa predilezione dell'Autore ad invocare l’azione dello Stato noi abbiamo assegnato più sopra la ragione. Chi non conosce l'Inghilterra, almeno per la lettura dell’incantevole libro del sig. Lavergne, Economìe rurale en Angleterre non può farsi un'idea dell’apogeo, cui gli ultimi studi hanno condotto l’industria armentizia e l’agricoltura. Eppure l'Inghilterra, se ha un clima piuttosto umido, favorevole a' prati, ha un terreno nella maggior parte roccioso e cretoso, che deve medicare con tutti i mezzi della scienza moderna. Che non darebbero le nostre regioni, se ricevessero la metà di quelle cure e di que' capitali?

L'Autore si propone chiaramente quella meta, spingendo i suoi compaesani a seminar prati artificiali, a chiudere gli armenti in ricoveri, a propagare gli innesti con pecore di altre regioni, ciò che perfezionerebbe la lana, la carne ed i formaggi.

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Non potrebbero le nostre pecore eguagliare le Dishley, le South Down e le Cheviot inglesi per la carne ed il latte e le pecore di Sassonia e di Boemia per la lana? Non potrebbero le nostre vacche essere simili alle Durham, alle Hereford, alle Devon od alle svizzere ed olandesi? Ed i nostri cavalli non hanno ancora qualche residuo di sangue arabo nelle vene? Essendo dimostrato poi che i progressi dell’industria seguono quelli della pastorizia e dell'agricoltura quale ridente avvenire si affacciava alla mente dell'Autore. nel fondo del baratro in cui eravamo caduti!

Dalla pastorizia passando all'agricoltura l'Autore tocca tutte le quistioni, quella della rotazione agraria, delle marchine e degli istrumenti più perfezionati, degli ingrassi.

Per la prima quistione si pronunzia per Io assolement di Norfolk, che consiste nell'avvicendamento delle piante di foraggio colla semina di cereali. Ne diamo una più estesa cognizione dietro la scorta del sig. Lavergne. Nel 1. anno si seminano radici, specialmente navoni. Nel 2. anno biade ed avena. Nel 3. anno prati artificiali e specialmente trifoglio, e ciò che gli Inglesi chiamano raygrass. Nel 4. anno grano. Da qualche tempo si concedono due anni al prato artificiale, ciò che rende la rotazione quinquennale. Così la terra mentre si riposa produce, ed ingrassa il bestiame dal quale si ha il letame per ingrassare la terra. Questo sistema farebbe arricchire la Capitanata in pochi anni, mentre essa s' attiene al presente ancora al metodo degli antichi Romani, cioè di seminare la metà delle terre in cereali e fare dell’altra metà maggesi, rimanendola del tutto vuota per alcuni anni per farla riposare. Quanto alla quistione delle macchine l'Autore non teme di raccomandarne l'uso, sebbene la mano d'opera sia a lievissimo prezzo in Capitanata, poiché ragionevolmente spera che col progresso generale le braccia troverebbero da occuparsi e poi l'estensione delle terre che questa provincia possiede è immensa.


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Quanto agli ingrassi ed istrumenti agrari è inutile il dire che l'Autore indica i più recenti ed i più adatti ed in tale occasione ci fa conoscere i lodevoli sforzi della Società Economica di quella provincia che anche sotto quel mortifero governo cercava di propagare tutti gli utili ritrovati dell’ingegno umano. Si ferma a lungo sulla necessità di fare delle grondi piantagioni di alberi per purificare l'aria ed attirare la pioggia, ciò che farebbe mutare faccia alla parte piana di quella provincia. Non gli sfugge nemmeno di richiamare l'attenzione sull'irrigazione, possedendo la Capitanata fra gli altri fiumi più piccoli, l'Ofante, che è atto a somministrare una gran copia d'acqua. Non sappiamo però perché l'Autore, dopo aver parlato dell’agricoltura inglese, non fa parola del metodo d'agricoltura fiamminga. Questa segna l'ultimo stadio cui è giunta l’agricoltura, poiché non solamente la terra non si riposa, ma è costretta a dare due ricolti in un anno. Lo stesso campo dà i cereali, il lino, il colza per i bisogni dell’uomo e poi le radici per gli animali. Le radici danno un sollievo alla terra e gli animali che si tengono alla stalla le forniscono il letame necessario per produrre il prosieguo. Questo metodo di coltura è più dispendioso e perciò forse l'Autore non ne ha parlato, poiché essendo grande l'estensione delle terre nella sua provincia, difficilmente il lavoro si avrebbe potuto concentrare in tanti punti diversi.

Ma che manca al più ridente paesaggio del mondo? L'uomo, che ne comprende tutte le bellezze e vi trasfonde la sua propria anima. Questo pensiero ha occupato la mente dell’Autore quando ha cercato i mezzi di far crescere la popolazione, ciò che gli ha attirato un rimprovero dell’Accademia. Ma certamente l'Autore non propone de’ premi pel matrimonio e se desidera veder crescere la popolazione, questo desiderio è ben innocente, poiché i miglioramenti che propone sono capaci


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di triplicare la produzione della sua provincia e quindi non vi sarebbe mai una sproporzione Trai mezzi di sussistenza e la popolazione. Come i nostri lettori avranno osservato, noi non abbiamo mai potuto accordarci colla severità dell'Accademia nel giudicare questo lavoro, anzi abbiamo trovato da ammirare i sani principi economici, la tendenza eminentemente pratica e lo studio profondo del soggetto.

Conveniamo coll’Accademia però nel rimproverargli una mancanza di svolgimento in certe parti e troviamo p. e. che il cenno storico del Tavoliere di Puglia malamente si arresta al principio di questo secolo, trascurandosi di parlare del movimento intellettuale eccitato nel 1831 appena Ferdinando II si mostrò proclive alle riforme su questo importante argomento (1).

Noi non siamo amanti de’ lunghi libri, di cui il nostro secolo pur troppo abbonda, molti scrivendo piuttosto per speculazione che per amore del vero, ma un libro così utile e così sostanzioso meritava un più lungo svolgimento, al che siamo sicuro che l'Autore riparerà in una seconda edizione.

Speriamo intanto udirlo sostenere colla parola nel parlamento nazionale le sane dottrine che ha si bene esposte collo scritto, non potendo la sua provincia trovare un interprete più studioso e più intelligente de’ suoi veri bisogni.


(1) Molti eletti ingegni napolitani scrissero allora quella quistione del Tavoliere, l'Arcidiacono Cagnazzi, Giacomo Savarese, Ludovico Bianchini, Matico de Augustiois, Afan de Rivera ecc. Le loro opere fumo degno seguito a quella fondamentale del marchese Palmieri.


Mancano da questa nostra pubblicazione le pagine dedicate alla Filosofia, alla Letteratura, Belle Arti – pag. 352-518

Zenone di Elea – Agosto 2009









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