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Le lettere di Nisco sul Banco di Napoli sono un altro capolavoro di intermediazione politica col potere dominante da parte delle classi dirigenti meridionali.

Il disastro del loro paese sta lì davanti agli occhi e fingono di non vederlo, Nisco si arrampica sugli specchi per dimostrare i rapporti di asservimento tra il Banco e i Borbone e per mostrare quale fulgido avvenire lo attenda nella conquistata libertà.

Quando i liberatori si servono della Nazionale allo stesso modo, anzi peggio (leggetevi Zitara per saperne di più), il nostro non sa far altro che recriminare augurandosi che si ponga rimedio.

Ma non vogliamo darvi una traccia di lettura, basta un briciolo di onestà intellettuale, non occorre aver frequentato una facoltà di economia per stupirsi (E indignarsi? E oggi a che serve?) di fronte alle argomentazioni di Niccola Nisco.

Interessante il passaggio sul patrimonio archivistico del Banco di Napoli, già allora secondo l'autore si trattava del più grande archivio d'Europa.

Non certo grazie ai Savoia, ma questo non lo dice.

Buona lettura!


IL

BANCO DI NAPOLI

LETTERE

DI NICCOLA NISCO

DEPUTATO

AL PARLAMENTO ITALIANO


NAPOLI

TIPOGRAFIA DEL GIORNALE DI NAPOLI

Strada Forno Vecchio,2.

Il Consiglio generale del Banco di Napoli, nella sua tornata del 21 dicembre ultimo, me assente, deliberava, volendomi dare un attestato di benevolenza delicato quanto affettuoso, che il Consiglio di amministrazione curasse la ristampa delle lettere da me dirette al mio egregio amico Senatore Alessandro Porro, e già pubblicate dal giornale l’Opinione.

Ho accettato con riconoscenza questo speciale atto di segnalata cortesia dei miei colleghi, sì pel pregio che viene alla povera mia scrittura dalla autorità di una loro deliberazione, sì per mettere oggidì non inopportunamente in evidenza le qualità

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di un istituto di Credito, il quale fin dalla metà del secolo XVI emancipava, mercé le sue emissioni, le transazioni dall'elemento materiale, a cui erano ancor vincolate po' biglietti di Cartolario del Banco di Genova, e per le Ricevute di quello di Amsterdam; e ha di poi conservato gelosamente, e fé già entrare, per opera del Medici, nel riordinamento del servizio finanziario napoletano, il sistema della scrittura doppia, già dagl'Italiani insegnato nel mondo moderno, ed ora con gran datìno del pubblico erario e del progresso bandito dall'Amministrazione dello Stato, impaludata in un gineprajo di registri, di elenchi, di note, di prospetti e di moduli, che, rincacciandoci in un periodo di contabilità adamitica, richiede un lavoro burocratico moltiplice e costoso, riduce a dispendiosa lustra la compilazione de’ bilanci preventivi, e riferma sempre più la impossibilità di ottenere una vera situazione del Tesoro ed un esatto riscontro.

Imperocché tali lettere sono state da me scritte non per combattere coloro che vogliono, anziché migliorare, annullare il Banco di Napoli, che dì cotesti intendimenti io non mi preoccupo: essi sono nel fatto ineseguibili, come tutte le stoltezze. Ho avuto bensì in mente di raggiungere due scopi importanti: — quello di anatomizzare nella

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sua costituzione un istituto che, non ostante la noncuranza altrui, è destinato a realizzare, mercé alcune modificazioni innestate sul tronco vecchio e robusto del suo organismo, il concetto completo del credito, ed a mostrare ai pusilli ed agli insipienti che la varietà delle operazioni armonicamente congiunte danno all'azione di credito maggiore forza e maggiore copia di risultamenti utili; — quello di offrire, quando la riforma del sistema finanziario è urgentemente reclamata, alle considerazioni de’ miei colleghi del Parlamento, un metodo fecondo e già con vantaggio sperimentato per riordinare la contabilità del pubblico erario con forme di grande esattezza e semplicità, le quali, facendo cessare lo scandalo de’ così detti mandati di rimborso, che riduce alla fin fine ad una derisione la votazione de’ bilanci, muterebbero l'uffizio del Tesoro da inerte cassiere, quale presentemente è stato ridotto, a centro della vita finanziaria dello Stato, quale in paese ben ordinato deve essere.

E forse serviranno pur queste mie lettere a scolparmi da una accusa lanciatami da alcuni periodici, ad occasione dell'ultima mia interpellanza parlamentare, di essere stato cioè principalmente indotto a promuoverla, per salvare da sicura rovina il Banco di Napoli, quasi che, quando anche cotesta ragione determinato mi avesse,

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non sarebbe stata sufficiente per farmi affrontare, con coraggio calmo e ponderato, la non impreveduta crisi ministeriale. Una istituzione bancaria fondata su di una tradizionale fiducia di tre secoli, che crea annualmente e mantiene nella circolazione un capitale di 200 milioni, che assiste la grande quanto la piccola industria, che sostiene gelosamente col suo credito quello dello Stato, e che con gli annuali profitti, senza darne ad alcuno partecipazione dividendi, accresce il patrimonio delle pubbliche utilità, anche mediante atti di beneficenza preventiva ed illuminata, è certamente degna di essere lodata e difesa da tutti coloro che non veggono con mente troppo volgare nello aumento delle tasse e de’ prestiti il solo espediente per uscire dalle strettezze finanziarie, e nella Banca unica una fucina di carta-moneta, e quindi la sola preparazione contro le possibili eventualità dell’avvenire.

E veramente i Ministri, che in quest'ultimo quinquennio si sono succeduti a reggere le Finanze dello Stato, hanno gli uni agli altri trasmesso vivissimo il desiderio di fare della Banca uno strumento finanziario ed una fabbrica di valori atti a ricevere la fraudolente impronta della inconvertibilità. Anzi, a misura che le difficoltà del l'erario si sono aumentate,

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si è aumentato nei nostri statisti in potere codesto desiderio di riordinamento bancario, per l'orma che dal concetto dell'unità, quello ingegno robusto ed ardito del mio amico Sella è passato alla centralità assoluta e forzosa di circolazione con innestare il servizio di Tesoreria e l'attuazione di una contabilità ancora in germe alla Banca universale d' Italia, non ancor nata, mentre che Achille Fould, nel presentare all'Imperatore la proposta del concentramento dell’uffizio di riscossione e di pagamento, scriveva: »Il n'est jamais entré dans ma pensée de charger la Danque de la perception des impóts, ni du paiement des dépenses publiques. L’Etat doit se garder d'altérer le caractère d'indépendance qui appartient à la Banque de France.» Io però mi penso (e questo pensiero, più che ogni altro, è stato in mente mia predominante, nel farmi mettere sulla via dell’opposizione parlamentare circa i provvedimenti economici e finanziari) che un tale espediente sarebbe la rovina della patria comune, di cui abbiamo il debito di compiere i destini, con darle specialmente i suoi confini naturali, e con metter fine a quel dualismo di preponderanze religiose e politiche che consumano le nostre forze e d'ordinario offendono la virtù nostra.

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La inconvertibilità, ultimo sperato palladio delle nostre finanze, ed a cui, come raggi al. centro, convergono le nuove leggi proposte sulla Banca, le Tesorerie e la Riscossione, potea essere, non ostante le giuste previsioni di Fox sopportata in Inghilterra per i grandi guadagni del suo commercio, quando per lo stato di guerra in cui era tenuta tutta Europa, sebbene ella di questa guerra fosse anima ed alimento, il suo suolo non toccato dal piede distruttore delle armate divenne l'emporio dell’industria manifatturiera, a cui le vittorie di Nelson e poscia il sistema continentale napoleonico assicurarono la esclusività degli sbocchi. D' altra parte a cagione di cotesto straordinario sviluppo di produzione e di commercio si creò una solidarietà di interessi fra industriali e banchieri, diretta a mantenere il valore delle carte inconvertibili che costituiscono il capitale circolante e di produzione del paese.

Ma nell'Italia nostra le condizioni economiche sono affatto differenti da quelle dell’Inghilterra dal 1797 al 1815. Le manifatture scarsissime presso di noi sono ancora in uno stato di disquilibrio per effetto della legislazione del libero scambio, che se è tornata utile a' consumatori, e sarà indubitatamente utilissima anche ai nostri

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produttori, pur tuttavia non è da porre in dubbio che siamo oggidì nel periodo difficile della transizione, non ajutato da alcun mezzo di applicazione più intelligente e più perfezionato delle nostre forze naturali. Nello stesso tempo l'agricoltura, che sarebbe la industria propriamente nostra, è rimasta ancora privata dell’aiuto del capitale ed ostacolata nella sua attuazione, specialmente dall'essere il suolo, per mancanza di vie, inaccessibile e per gli impaludamenti inabitabile, mentre che i nostri prodotti agricoli sono soltanto raccomandati all'eventualità delle stagioni. Le grandi linee di ferrovie aperte o in costruzione, che con incontrastabile operosità ed anche mirabile energia governativa si vanno compiendo, non hanno il corredo delle strade comunali e consortili, che le possono far divenire da vero correnti commerciali. Nessun canale di irrigazione è stato costruito in questa più bella, quanto meno fortunata parte d'Italia; né abbiamo potuto, a cagione di arcadici concetti, che trovano sempre favori tra gente inesperta, profittare del doloroso periodo della guerra americana, per stabilire nelle nostre contrade durevolmente la coltivazione cotonifera, in guisa da sostenere col ritorno della pace la concorrenza su' mercati europei.

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Le quali cose io considerando, dopo di avere con non felice successo combattuto negli uffizii della Camera lo schema di legge circa l'unità bancaria, che ora il Ministero ci rimanda rafforzato dall'autorità senatoria, pubblicai alcuni articoli nella Rivista Contemporanea, e che in altro volume ripubblicherò, per la incorreggibile tenacità mia di non disperar mai del trionfo del giusto e del vero, ed allo scopo di richiamare l'attenzione de’ miei colleghi e de’ miei concittadini su cotesto argomento, ch'è, a parer mio, base di tutto l'assetto economico. Ed in questa determinazione specialmente mi riconfermava nel considerare che in Italia non manca il numerario, bensì il mezzo di moltiplicarne la circolazione, e di mutarlo da ricchezza d' ordinario inoperosa in capitale produttivo. Né minor riguardo, secondo me, meritava l'altra considerazione, che per pervenire a far servire la produzione avvenire ne' bisogni del presente era d'uopo costituire l'azione eia modalità del credito sulla base delle nostre abitudini, che a mano a mano migliorandosi ci avrebbero condotto a quello stato a cui trovasi la felicissima Scozia, ove il capitale assiste ogni specie d' industria, ed è sì soverchiante che si versa con benefica concorrenza in tutto il movimento bancario del Regno unito.

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A queste mie pubblicazioni in generale su' Banchi stimai adunque mio debito il dover andar congiungendo le monografie de’ principali istituti di credito esistenti in Italia, per esaminarne e farne conoscere non solo l'organismo e la forza attuale, ma ancora la potenza attuabile mediante omogenee modificazioni ed accorti perfezionamenti, non che mediante lo scambio degli affari e degli interessi stabiliti, in guisa che senza turbare i precedenti di opinione e di abitudini locali, e senza creare tendenze e bisogni artificiali, si raggiunga lo scopo di un' unità non automatica e formale, bensì di vita nelle sue sorgenti e ne' suoi effetti svariati e moltiplici e veramente atta a costituire la libertà del lavoro.

La prima monografia da me scritta fu quella sul Banco di Napoli, e perché questo è il maggiore e pili antico stabilimento di credito ancora esistente nella Penisola; e perché è un monumento economico della parte della patria comune, a me, pe' dolori durati per essa, più caramente diletta; e perché la sua potenza fiduciaria è si grande e universale in tutte le provincie meridionali, che col suo nome può dar forza ed estensione a tutte quelle nuove modalità che deve prendere il credito onde non resti più un benefizio

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esclusivamente infeudato ai commercianti ed alla grossa borghesia.

La quale ultima ragione, in realtà, è ad ogni altra superiore nel valutare la qualità di un istituto bancario, e mi ha spinto contemporaneamente a consacrare da circa un lustro i miei studii, con pazienza e perseveranza, ai modi d;i pervenire, mercé tal magica potenza, ad assicurare l'assistenza del credito anche alla proprietà immobiliare ed all'industria agricola, ed a mutare in capitale ogni ricchezza non curata o inerte.

E la mia perseveranza e la mia pazienza sono state alla fine confortate da successo felice. Quella proposta da me presentata al Consiglio generale del Banco nella tornata del 5 novembre 1863, circa il sostituire alle speculazioni che in realtà si occupano di applicazioni commanditarie l’azione del credito locale che potrebbe ponderatamente costituirsi e svolgersi con una confederazione de' principali istituti bancarii d' Italia per aversi il credito fondiario nell'interesse della proprietà immobiliare, è stata, avvegnaché da prima accolta con noncuranza, accettata dal Governo negli ultimi giorni del passato anno, ed è divenuta al presente obbietto di pubblico favore, Laonde ho assunto con piacere l’incarico datomi di scrivere la relazione per la costituzione

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del credito fondiario in Italia mediante il Banco di Napoli, la Cassa di risparmio di Milano ed il Monte de’ Paschi di Siena, e mi sono sforzato, per quanto sapeva e poteva, di non far contaminare con alcuno elemento di monopolio una istituzione che io considero un grande espediente della civiltà, il quale ci conduce a trasfondere nella terra, che abbiamo fatta nostra per emanazione della nostra personalità, gli svolgimenti di questa personalità medesima ed a sollevare l'agricoltura da servizio ad industria.

Anzi, per raggiungere più direttamente questo importantissimo fine, son ritornato sul mio proposito di costituire il credito agricolo, distinto come è per sua essenza dal fondiario, col mezzo delle Casse di risparmio, affinché le economie dell’industrioso e dell’operajo servissero a formare il capitale necessario per la nuova produzione, e fosse in tal guisa riconosciuto il principio, che il lavoro è sorgente di ogni ricchezza, e quindi di ogni civile progresso.

L'annessione adunque della Cassa di risparmio Vittorio Emmanuele, che, a forma di quanto io stabiliva approvando governativamente lo statuto di detta Cassa, trovavasi congiunta, se non immedesimata, al Banco stesso, fu propugnata ed ottenuta dal Consiglio generale come una delle più importanti modificazioni

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diretta ad avere il complimento della istituzione bancaria, che in generale in Europa, se ne togli la Scozia, trovasi ridotta ad un accessorio della ricchezza, di cui al contrario dovrebbe essere sorgente principalissima.

Né gli Amministratori del Banco di Napoli si sono arrestati a questo primo passo. Dopo di aver costituito le Casse di risparmio a lato di quelle delle pignorazioni della Pietà e di Donnaregina, quasi per contrapporre un uffizio di previdenza a quelli che d'ordinario alimentano la miseria, ha chiesto al Governo l'autorizzazione di stabilire cotesto Casse ne' centri commerciali per indi estenderle via via e mediante collettori in tutte le località.

Per le quali cose chiaro si scorge che il Banco di Napoli, l'antico costume italiano seguendo, di procedere cioè praticamente e passare da un fatto compiuto ad un altro da compiersi, è pervenuto a comprendere nell’orbita della sua benefica azione tutto quanto ha rapporto all’accumulazione ed al movimento de’ capitali, non che all'assistenza di ogni maniera di proprietà ed industria. E nel punto proprio di questa grande trasformazione economica, operata con modestia, e forse anche con meno slancio ed ardire di quello che l’importanza dell'impresa richiedeva, io ho creduto mio debito di volgarizzare oltre il Tronto ed il Garigliano

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storicamente tale istituzione, ed all'uopo ho prescelto il modo semplice di lettere dirette ad un mio egregio amico il cui nome ricorda in Lombardia la istallazione della Cassa di risparmio e la Congregazione regolatrice delle eccelse opere di carità.

Le quali cose ho ricordate, a prologo della ristampa di queste mie lettere, per persuadere ai più che il Banco di Napoli non è un monumento da campanile, alla cui ombra si accentrano e si arrovellano aspirazioni e passioni municipali, ma è una istituzione destinata a rendere importantissimi servigi economici ed anche finanziarii all'Italia, secondo che sia messo fine all'infausto errore del concentramento della Banca unica, ed ai subdoli modi da pervenire a questa meta.

E siffatta opinione è in me sì profonda e sincera, che ho detto e ripeto di accettare come elogio la insinuazione di essere stato mosso a combattere la nuova legge sul servizio delle Tesorerie dal desiderio di salvare il Banco di Napoli.

Forse, quando la discussione su tal legge si farà, si porterà un giudizio diverso, e si concluderà che il Banco di Napoli è stato occasione per rendere quest'altro servizio all'Italia da liberarla dalle conseguenze di una convenzione che avrebbe avvinto il pubblico erario al seguito della fortuna

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di una Società industriale, e messo a maggior carico dello Stato molti milioni annualmente che alla Banca frutta l'artifìzioso modo de’ conti correnti, pel quale si accetta per pagamento eseguito il mandato spedito, senza tener calcolo della media di oltre cento milioni di pagamenti in sofferenza. E ciò sarebbe anziché una speranza già un fatto compiuto, se gl'impazienti ed i corrivi non avessero dato al mio egregio Sella l’inaspettato vantaggio di proclamarsi vinto a cagione di negata difesa, ed alla Banca quello di far durare la illusione pur troppo comune nel volgo economico e finanziario circa l'utilità del proposto ordinamento.

Napoli 2 gennaio 1866.

LETTERA I

Nel 1862, osservando che la istituzione del Banco di Napoli era oltre il Tronto ed il Garigliano sì sconosciuta, che da coloro stessi, i quali eran chiamati a governare il nuovo Stato, si considerava come un monumento gretto e vetusto da non doversi più sopportarne l'esistenza nella patria del Filangieri e del Genovesi, io pubblicava un opuscolo, per rettificare i torti giudizii e per preparare quelle modificazioni richieste da' tempi, la Iddio mercé, mutati. E cotesta mia pubblicazione cominciava con deplorare l'amarissimo fatto di vedere ancora oggidì (quando siamo riuniti nella generale rappresentanza della patria comune per occuparci di costituire nel la libertà una nazione de’ popoli italiani divisi lungamente nella servitù) che non si fa alcun conto delle cose napolitane;

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e pure sotto quel panno funebre della dinastia borbonica la vita cittadina non era spenta, e si svolgevano, non ostante la perenne contaminazione governativa, molti utili e savii organamenti di civile amministrazione.

Però quel mio opuscolo, avvegnaché lodato e tradotto oltralpi, non è stato né curato né letto in Italia, ove le passioni e i concetti politici occupano il nostro animo, per forma che generalmente si crede che si possa amministrare col sentimento, e che il compimento e il riordinamento della nazione dipenda più dal declamare frasi generose, che dall’occuparsi con modestia e serietà all’opera difficile di organare finanziariamente ed economicamente il paese, onde la potenza sua sia fermata su la base sicura ed indispensabile della comune ricchezza.

Così nella mia ultima escursione in Toscana coi miei amici Colonna e Cicarelli per ordinare il servizio del Credito fondiario in Italia, mi è toccato riconoscere che del Banco di Napoli generalmente s'ignora la costituzione, e delle sue operazioni si giudica con pari ignoranza e leggerezza, come se questa bella e pur più infelice parte della penisola fosse ancor divisa dalla rimanente Europa per una zona negativa di ogni comunicazione civile, qual era il territorio delle Sante Chiavi.

Ho creduto dunque mio debito di italiano ed anche di consigliere del Banco di Napoli di ripetere le cose scritte

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sotto la forma meno sgradevole di lettere, e dirigerle a Lei, presidente della Commissione amministrativa dalla Gassa di risparmio della Lombardia, allo scopo di far conoscere in Italia veramente il Banco di Napoli, e di dare nello stesso tempo un attestato di simpatia all’istituto lombardo, ora collegatosi col nostro e col senese per istabilire robustamente il Credito fondiario, motore precipuo senza dubbio della prosperità di una nazione, la cui ricchezza e la cui industria è principalmente fondata sulla proprietà immobiliare.

In Napoli, non diversamente che nella rimanente Italia, quando i fatti economici si svolgevano senza essere contaminati dalla insania degli artifìzii, i Banchi furono considerati tutt'affatto parte della industria privata. Ad ognuno era permesso aprir Banco per ricevere depositi di contro a cedole, e per eseguire operazioni di prestiti. Non prima del secolo XVI, ad occasione di un gran fallimento, fu imposto a ciascun Banco l'obbligo di una cauzione di ducati quarantamila, la quale per legge del 17 giugno 1553 fu aumentata a ducati centomila. Ed è notevole che un Salluzzo di Genova propose in Napoli un Banco per tutto il Regno con diverse succursali, il quale, se non avesse trovato l'ostacolo di essere considerato fin d'allora come un monopolio, avrebbe meglio di due secoli preceduto il famoso organamento bancario francese,

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obbietto di affascinatrici maraviglie per tutta l’immensa schiera degl’imitatori.

Laonde le istituzioni bancarie per iniziativa privata e raccomandate alla privata utilità, solo mezzo di sicurezza e di prosperità per ogni ramo d'industria, prosperavano in Napoli, allorché un errore popolare, cui tenne dietro un sopruso governativo, ne interruppe il progresso. I Napolitani, •spinti da' pregiudizii contro gli Ebrei e più umani degli Inglesi, in luogo di ripetere le scene orribili della strage di York, supplicarono Carlo Y a cacciare dal Regno questi creduti spogliatori di cristiani. Le insistenze furono molte e ripetute; onde alla fine Pietro di Toledo, desiderando di contentare i sudditi del suo augusto padrone, nel 1540 promulgava il celebre editto della cacciata degli Ebrei. Il popolo se ne andò in solluchero per la momentanea preda che faceva su quei proscritti spogliati e cacciati in nome della santa fede; ma in breve si trovò ridotto a miserissime condizioni, e a desiderare anche i maledetti usurai, che pur sono un sollievo in alcune terribili necessità della vita. Non evvi fatto più solenne di questo per provare quanto il credito è condizione indispensabile della società moderna: esso l'alimenta e la sostiene anche quando possa considerarsi come il nero e duro pane che l'affaticato bracciante è obbligato a bagnare con le sue lagrime per ingojarlo.

A questo bisogno indispensabile di credito accorse a

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sostegno la pietà di quegli stessi gentiluomini che procuravano ai poveri asili ed ospedali per curarli, e si consacravano con affetto ed orgoglio a riparare i danni delle prerogative e de’ privilegi, da essi medesimi sostenuti come loro eredità inviolabili. Anomalia mirabile quanto benefica! Essa ci segna il passaggio dal predominio dell'uomo sull'uomo a quello dell'uomo sulla natura, dalla civiltà pagana alla cristiana, dalla schiavitù alla libertà: passaggio cominciato da diciotto secoli e non ancor compiuto, che la eguaglianza messa a fronte dei nostri codici, non è davvero nella realità de’ nostri ordini e de’ fatti nostri.

I gentiluomini adunque napolitani del secolo XYI, commossi dallo ingrato spettacolo della miseria deserta d'ajuto, si fecero ad organare speciali istituzioni di opere pie per soccorrere la numerosa classe popolare nel momento della necessità di ricorrere ai pegni ed ai prestiti, e per rendere in tal guisa fecondi i depositi che potevano ricevere dai ricchi.

Cosi di mano in mano costituivano nel 1573 il Monte Banco della Pietà, nel 1575 quello di Ave grada piena, nel 1589 quello di Santa Maria del Popolo, nel 1591 quello dello Spirito Santo, nel 1592 quello di S. Eligio, nel 1597 quello di S. Giacomo e Vittoria, nel 1606 quello dei Poveri, nel 1640 quello di San Salvatore.

LETTERA II.

Scopo precipuo di questi Monti o Banche fu, fin dalla loro origine, e di ricevere da privati e da pubblici stabilimenti qualsiasi somma in numerario effettivo di contro a cedole, che, facendo fede di quanto il Monte riconoscevasi debitore, si chiamarono fedi di credito; e di facilitare la circolazione mediante questi titoli che prendevano man mano il posto della moneta; e di applicare la moneta di cui il Monte, con dichiararsi debitore a cassa aperta, acquistava il dominio, nelle operazioni di anticipazioni e di prestiti possibili in quel periodo di civiltà; e di compiere opere di beneficenza, fra le quali annoveravasi quella de’ piccoli pegni senza interessi.

Mi studierò di descrivere codeste funzioni de’ Monti di Napoli, che sonosi storicamente mantenute in mezzo a tutte le vicissitudini, a cui sono stati soggetti

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i Monti medesimi, anche quando, perdendo il loro originario carattere, vennero mutati in governativi, e* poscia unificati. E comincerò questa mia esposizione dal dare una idea chiara e precisa delle fedi di credito e polizze, che sono le forme proprie, per le quali fin dalla loro prima istituzione i Monti suddetti eseguivano le operazioni.

Secondo ho innanzi accennato, di contro ai depositi che tutti i Banchi ricevevano per qualsiasi piccola grande somma da' privati o dalle comunità, rilasciavasi cedole di tre classi. Chiamavansi polizze quelle che erano per una somma minore di ducati dieci, di cui ecco una copia:

» Alli 8 di febbrajo 1601 — Carlo de Jupont

» D. 6. corr. I

» Pa. ta f. 52.»

Quelle di ducati dieci in sopra si chiamavano fedi di credito, ed erano formolate nel seguente modo:

» 581 Giannandrea Carola ducati 65.

» 765.

» Bono D. 65.

Le terze erano polizze notate fedi, cioè quelle per le quali si disponeva per ordinativo del danaro depositato, come ad esempio:

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» Governatori del Banco di San Jacovo, vi piacerà pagare al reverendo padre D. Tommaso Crispo duc. 15, per altrettanti da lui, e ponete a conto M di cassa.

» 22 gennaio 1601.

» Giovanni Alfonso Crispo.

» E per me piacele pagare al reverendo padre

» D. Fortunato di Napoli.

» Tommaso Crispo.

» Dal Monastero di S. Severino il 7 febbraio 1601.

» D. Fortunato di Napoli»

La formola stessa originaria di siffatte emissioni esprime chiaramente la qualità della obbligazione da esse portata: perciocché la sola indicazione di bona è sufficiente a persuadere che rappresentano anche nel concetto giuridico, e secondo i modi forensi, non la moneta depositata, ma bensì il credito che il pubblico ha nel Banco; la quale idea davvero economica de’ fondatori di coteste istituzioni, se è stata messa in dubbio da taluni odierni oppositori, era però chiaramente conosciuta e determinata da' più illustri giureconsulti ed amministratori napolitani del secolo XVII e XVIII.

Il chiarissimo Giovan Francesco de Ponte, nella sua consultazione 56, tomo I, scrive: » I Banchi di Napoli non sono depositari secondo la notissima definizione del deposito, pel quale si à la moneta

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determinata e descritta, affinché sia restituita nello stesso numero e specie; ma i nostri Banchi, quali ogni altro debitore, ricevono la moneta soltanto numerata e la confondono con l'altra che hanno; e così rimanendo obbligati a restituirla nell'equivalente ricevuto, ne acquistano il dominio, e ne possono in conseguenza far uso.»

Quest'opinione, non contraddetta da nessuno dei nostri sapienti maggiori, e ripetuta dall’Amato, dal Peguera, da Carlantonio de Luca, dal cardinale Mantice e da altri sommi dottori, è commentata e svolta dall’illustre Antonmaria Crisafulli, reggente del Banco de’ Poveri, e poscia consigliere della Sommaria, in una sua memoria pubblicata nel 1780, quando

» questi Banchi erano, secondo egli scrive, divenuti il bersaglio di un cittadino, che si dà l'onore d'essere eziandio giureconsulto, il quale pretende per obblique vie, su equivoci ed illegittimi principii, di ridurli alla totale distruzione con un progetto de’ diritti del fisco.»

Mi è parso indispensabile dovere lo intrattenermi sulla qualità vera e giuridica delle emissioni de’ Monti Banchi di Napoli, per rispondere alla falsa idea che ne hanno taluni, i quali considerano le fedi di credito non come un'obbligazione di pagare a vista la somma notata a debito, ma come una ricevuta attestato del deposito eseguito; e quindi vorrebbero che il denaro depositato

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rimanesse inoperoso a titolo di custodia.

Senza dubbio, in sostenere un cotal concetto, si fa prova d' ignorare la storia dell'istituzione stessa, che s'intende con puritanismo mantenere, e si mostra quanto la nostra educazione economica sia peggiorata, da non comprendere che la ricchezza di un paese dipende non dalla quantità del numerario, ma dal modo con cui questo numerario si moltiplica nella circolazione, e serve di base ad operazioni che dal vincolo della materialità si sollevano.

Le fedi di credito e le polizze adunque sono per la loro qualità originaria obbligazioni pubbliche di pagare, come tutte le altre emissioni bancarie; anzi è a notarsi che coteste guise di cedole ne' loro primordii erano al portatore, e soltanto dopo il 1803 troviamo il sistema di farsi nominative per maggior garentia de’ depositanti e per evitare i danni derivanti dalle dispersioni. E quando cotesta forma nominativa assunsero, fu più esattamente determinata la qualità di obbligazione, ch'esse portavano: il che chiaramente si rileva dalla seguente formula generalmente adottata —» Noi Governatori del Banco di... facciamo fede tener creditore del detto nostro Banco il signor... in ducati.... dei quali potrà disporre con la restituzione della presente firmata.»

Né qui debbo tralasciare, anche col pericolo di riuscire  disaggradevole e nojoso, di richiamare l'attenzione sua

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sulle ultime parole della formola trascritta.

Esse racchiudono il concetto delle operazioni caratteristiche del Banco di Napoli, che sono quelle appunto che si fanno da' depositarli sulle fedi di credito, di cui son possessori. In forza del diritto di poter disporre della somma accreditata nella fede di credito, ad ogni loro piacere, eglino hanno la facoltà di scrivere a piedi della stessa qualsiasi girata, o spedirvi polizze o mandati con quei vincoli e condizioni che lor talenta: perciocché sì le girate e sì le polizze notale in fede sono ordinativi al Banco di pagare, con la sola differenza di essere, quello per girata, scritto a piedi della fede di credito medesima, ove che la polizza è ordinativo scritto in foglio separato, dì cui è preso nota sulla fede; onde il nome di notata in fede.

E della pazienza sua ancor io abusando, mi permetto di ricordare che le girate appiè delle fedi sono per antichissimo costume o per altrettanti o per cause. Le prime sono un ordinativo puro e semplice di pagare a quello a cui favore sono fatte. Le seconde esprimono la cagione e la condizione per le quali il pagamento si esegue, ed hanno nel foro napolitano l'autorità e la forza di una pubblica scrittura, talché il Rapolla, nella sua opera De. Ture Regni, scrive che le girate su carte dei Banchi fanno in giudizio piena fede, sì per determinare le cause e le obbligazioni del contratto, come per fissarne le

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condizioni della esecuzione, esclusa ogni prova in contrario, non derivante da pubblica scrittura.

Quanto cotesta qualità giuridica delle girate e delle polizze su fedi di credito contribuisse a rendere le emissioni dei Banchi di Napoli ricercate e popolari, basta soltanto osservare l'archivio generale del Banco, che racchiude tutto il movimento della economia pubblica e privata della città di Napoli per tre secoli. Nessun contratto facevasi senza lo intervento del Banco, poiché se la carta bancale non conteneva la obbligazione, si riferiva almeno alla scrittura che la stabiliva, e quindi questa riconfermava.

E credito maggiore loro veniva, quando nel 1620 il Sacro Regio Consiglio e poscia il Collaterale stabilivano che dai Banchi si pagassero le fedi o polizze^ disperse o bruciate, mediante dichiarazioni dell’intestarlo che la fede o polizza non era stata girata ad altri o presentata in giudizio, e che avesse dato malleveria di pagare al Banco la somma liberatagli in ogni caso che comparisse o al Banco fosse esibita la polizza o fede asserita dispersa o lacerata o bruciata.

Laonde il depositar moneta per ricevere fedi di credito non costituisce un' applicazione di capitale, siccome alcuni per ignoranza credono, ma un cambio di valori. La fede di credito, non altrimenti che il biglietto di Banca, è un valore, è una ricchezza

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che prende il posto del denaro nello scrigno del depositante, il quale può servirsene a suo talento, non solo per medio di cambio del capitale, non altrimenti che fosse numerario effettivo, ma ancora, ed è questa specialità della emissione del nostro Banco, per fondo di ordinativi a conto corrente fatti con o senza causa e condizioni; sicché colui che deposita danaro e ne riceve di contro fedi di credito, non ha diritto di avere dal Banco interesse su di un valore, di cui egli è possessore e libero dispositore.

D' altra parte il Banco che riceve il deposito di cui si dichiara il debitore a cassa aperta, ha il diritto di usarne per le sue operazioni, purché ne misuri l'estensione in modo da mantenere inalterata la convertibilità a vista.

LETTERA III.

Ora, passando dalle forme di credito proprie dei Banchi di Napoli alle operazioni che questi Banchi facevano, le ragionerò in questa lettera dei prestiti anticipazioni sopra pegni, poiché da coteste operazioni veramente aveva principio la istituzione di cui trattiamo. Infatti, nelle istorie del secolo XVI della città di Napoli è ricordato il grande amore di alcuni eccellenti cittadini per redimere la popolazione dalle usure degli Ebrei, il cui numero erasi aumentato dopo il 1442, quando cacciati di Spagna vennero a stabilirsi nelle nostre contrade.

I nomi di Aurelio Passare e Leonardo di Palma sono anche oggidì cari ai Napolitani. Essi, anziché farsi promotori della espulsione degli Ebrei presso don Pietro di Toledo, marchese di Villafranca,

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che in allora col titolo di vice-re e di capitano generale governava in questa inferior parte d' Italia fin dal 1539, con proprio denaro impresero a riscuotere dai pegnoratori di Giudeca la roba tutta che avevano in pegno, e la trasportarono nella loro casa in istrada della Selice, e ne fecero i dispegni dando principio alla grande opera di prestar denaro sopra pegno senza alcuno interesse, qualora fosse di piccola somma.

Io non sono lodatore o propugnatore delle operazioni di pegnorazioni nel presente periodo di civiltà; che mi penso di essere mezzo siffatto contrario alla educazione industriale da doversi fondare principalmente sulla virtù del lavoro e della previdenza, non sulla speranza degli aiuti che sovente alla negghienza offrono i Monti di Pietà. Non pertanto, in questo sventurato secolo XVI, quando l'attività industriale ridestata nei Comuni del medio-evo veniva con la libertà a mancare, e quando il feudalismo stesso degenerava in servilismo cortigiano nel passaggio progressivo e provvidenziale dell’assetto feudale in quello che politicamente si chiama dello Stato, non posso non ammirare la nobile pietà cittadina, che si svolge generosissima ed efficace nello istallare i Monti di Pietà, siccome prima aveva operato per fondare ospedali per gì' infermi ed associazioni di riscatti a fronte delle piraterie barbaresche.

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La quale pietà è tanto più da lodarsi e da ammirarsi, qualora ci facciamo a considerare che per essa si curava una delle piaghe più desolatrici delle popolazioni, senz'aver ricorso ad espedienti di forza estraordinaria. L'usura, frutto indispensabile della povertà e della mancanza di vita industriale, opprimeva in quel tempo il Napolitano, quale accessione della mala signoria straniera. Ridotta questa nostra regione a provincia di Spagna, che a forza del dissennato sistema di monopolii e di privilegi s'impoveriva, non ostante che dalle nuove terre scoverte oltre Atlantico venivano lo ricchezze ancora ricantate, vedeva aumentarsi la miseria con la ignoranza, e la sua gente cadere serva e schiava degli usurai. I corredi di nozze, i modesti ornamenti di casa, passavano in mano ai prestatori; per guisa che via via le famiglie erano spogliate di quanto pur è necessario per conservare e mantenere il decoro della personalità. Ed agli spogli tenevan dietro i delitti; onde può con sicurezza asserirsi che mai nessun paese ha presentato reati sì moltiplici e svariati, quanto Napoli in quel periodo miserando. Vincere adunqne l'usura con costituire ed ordinare stabilimenti che di fatto la distruggevano, è un atto umano quanto sapientissimo, ed è la condanna dell’editto che metteva gli Ebrei a bando del Regno.

Agli Ebrei senza dubbio altri si sarebbero sostituiti per esercitare la iniqua usura, se alla cagione di farli

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esistere non si fosse provveduto. Anzi essa sarebbe divenuta ancor più grave e desolatrice per quanto, in conseguenza del bando degli Ebrei, il capitale circolante per prestiti sarebbe divenuto minore. Sicché, in nome dell'economia pubblica si deve un elogio ai nostri due illustri concittadini, i quali si occuparono di fondare i Monti di Pietà per vincere l'usura, e la pietà spinsero Cno al punto del prestare senza interessi, perciocché eglino in quel momento dovevano curare un male che abbisognava di un reagente efficace sì, da distruggerlo dalle radici.

Vari ricchi ed onesti si unirono al Passaro e al Palma, sicché in breve l'opera crebbe a tale, che non fu più capace la casa in istrada della Selice a disimpegnarla, e fu necessità impiantarla nella corte della Casa Santa Ave Gratia Piena, sotto il titolo di Sacro Monte della Pietà, ed affidarne l'amministrazione a speciali protettori. Alla pia generosità del gratuito uffizio personale si aggiunse in grandi proporzioni quella dei legati, per forma che nella seconda metà del secolo XVI non vi fu testamento che non portasse un nuovo aumento di ricchezza al Monte, e con l'aumentata ricchezza la pia opera si estendeva. Così nel 1597 dai protettori fu acquistato il palazzo degli antichi conti di Montecalvo ed alcune case contigue, ove sopra un quadrato isolato fabbricarono, col disegno di Giambattista Cavagni, il Sacro Monte della Pietà, edifizio bello e puro,

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sorto in mezzo a quella epoca di decadenza e di gusto barocco. Lascio ad altri la descrizione dell’architettura di questo edifizio e delle statue del Bernini e del Naccarini che l'adornano, e su questo proposito mi limito, a cagione dello scopo della mia scrittura, a notare soltanto che la divisione delle sale pei diversi uffici di casse e di guardarobe è quale non può desiderarsi migliore, tenuto riguardo alla condizione dei tempi. Il guardaroba pei pegni d'oro e d'argento venne diviso in cinque officine, l'una dall'altre distinta, ciascuna affidata ad un custode, a cui sopraintendeva un custode maggiore. II guardaroba poi pei pegni di lana, lino e seta era diviso in sei officine con un uffiziale di scrittura per ciascuna e speciali aiutanti, denominati fardellisti. Ad ogni officina di guardaroba corrispondeva una cassa, in cui si eseguivano le operazioni di pegno, previo Y apprezzo dell'orefice o del sarto estimatori, e di contro a cartella che veniva rilasciata alla parte pegnorante, per la quale si attestava la seguita pegnorazione ed il prezzo di essa, non che si faceva avvertenza che l'oggetto pegnorato sarebbesi venduto, se nell'anno non fosse eseguita la spegnorazione. Ogni banca o cassa di pegnorazione aveva inoltre speciali registri mensili, in cui venivano notati tutti i pegni con intestazione nominativa e tutti i dispegni eseguiti; ed anche un registro di resta, per tener conto a favore

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dei pegnoranti del prezzo maggiore ottenuto per la vendita d' incanto degli oggetti pegnorati e non riscattati.

Ad imitazione del Monte della Pietà, i fratelli della Congregazione di S. Maria dei Poveri, che specialmente si occupavano ad aver cura dei carcerati, vollero stabilire un Monte destinato appunto a sollievo dei poveri per sottrarli dalla schiavitù dell'usura. Essi volontariamente si tassarono a misura delle proprie sostanze per costituire il capitale di questo Monte, che si studiarono ad accrescere mediante elemosine; indi, formato uno speciale regolamento, ottennero l’assenso d' installazione dal duca di Ossuna Don Pietro Giron, in allora viceré di Napoli.

In questo atto di assenso spedito pel Collaterale Consiglio è da notarsi la speciale facoltà di doversi il Monte privatamente ed in perpetuo governare da' fratelli della Congregazione, di ricever depositi di denaro, e di farne la fede di credito, affine di avvalersi del denaro per l’opera, nel mentre era ozioso. Se questo tratto della legislazione de’ nostri antichi Monti fosse stato conosciuto da coloro che, ignoranti di ogni precedente, voglion fare da legislatori e da amministratori del nostro Banco, non si troverebbero cotali insipienti opposizioni ad ogni passo di progressivo svolgimento, da far davvero disperare ch'esso possa raggiungere

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i miglioramenti imposti alle istituzioni vecchie dalla preponderanza de’ bisogni nuovi.

Del vantaggio venuto al pubblico ed al Monte dalla facoltà dì far uso, mercé le fedi di credito, del denaro ricevuto in deposito, n' è prova la migliorata condizione del corso del denaro in Napoli e la prosperità in cui pervenne il Monte. Dagli scrittori del secolo XVII e dalle consultazioni dei giureconsulti si rileva la cessazione quasi completa dell'usura, non perché la Giudeca fosse stata deserta dagli Ebrei, ma bensì perché la istallazione di questi Monti impedì ai cristiani di fare quanto i loro progenitori in religione prima facevano.

Circa la ricchezza poi del Monte, si aumentò cotanto considerevolmente che, pel capitolo III delle nuove Capitolazioni e Costituzioni del Banco medesimo fatte per ordine di S. M. Cattolica, fu destinata la somma di centomila ducati effettivi per servizio dei pegni dei poveri sopra le robe di oro e di argento, di lana, di seta, di lino e di rame fino alla somma di ducati cinque senza alcuno interesse. E fu pure nella medesima epoca acquistata la casa di Gaspare Ricca con altre vicine per edificarvi quel magnifico Banco in cui furono distribuite ed ordinate si egregiamente le diverse casse ed officine, che fu poscia modello al riordinamento degli altri Monti o Banchi.

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E per vero in questo Banco dei Poveri fu stabilito il metodo della pegnorazione, indi adottato generalmente dagli altri.

L’orefice o apprezzatore che in ciascuna cassa assisteva, osservava la roba esibita in pegno e dettava al Libro-maggiore e Credenziere il nome del depositante, la somma stimata da potersi prestare e la qualità del pegno; e, mentre che costoro ciò scrivevano nei loro libri, i due uffìziali incaricati dello squarcio (o quaderno speciale di ciascuna cassa) formavano la cartella, che era passata al cassiere per sottoscriverla al piede e pagare al depositante, in vista della consegna di essa, la somma prestata.

Metto fine alla presente lettera tutta piena di cose aride e sgradevoli; però utilissime per apparare l'indole vera del nostro Banco, e per condurci per via sicura a quelle modificazioni ormai indispensabili, a fine di completare la nuova vita di un istituto di credito destinato a rendere allo Stato ed ai cittadini servizi importantissimi, quando all'Italia toccherà la sorte di avere a suoi governanti finanzieri ed economisti, e quando sentiremo vergogna di rinnegare in fatto di computisteria il sapere de’ padri nostri.

LETTERA IV.

Nella lettera precedente mi sono studiato di darle una idea chiara e precisa della operazione de’ pegni, che principalmente senza interesse facevasi dai Monti della Pietà e dei Poveri; perocché da questa opera tutta affatto di beneficenza prende origine la istituzione del Banco nostro, il quale via via acquistò indole industriale a misura che altri Monti si fondarono con lo scopo più fecondo, avvegnaché meno pio, di raccogliere denaro nelle casse di deposito, e prestarlo con interesse sì per pegni che per mutui. Di cotesta parte industriale or io mi occuperò, evitando, per quanto il debito di chiarezza mei concede, di ripetere cose e forme comuni all’altra guisa di pegnorazione senza interesse, eh' è stata argomento della ultima mia lettera.

La pegnorazione con interesse costituiva la maggiore azione di tutti i Monti o Banchi di Napoli,

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ch'esercitavasi sugli oggetti di oro e di argento, gioie e pietre preziose, di cui era il principale agente l'orefice apprezzatore. Secondo la stima o valutazione che costui faceva dell'oggetto presentato per pegno, si determinava l'operazione, mercé la quale il Banco dovea essere sicuro, non solo della somma prestata, ma ancora di due annate d' interessi. Essenziale regola della valutazione era il non doversi mai calcolare il prezzo di manifattura, e per le gioie e pietre preziose non prestarsi somma maggiore del terzo della stima.

L'operazione dei pegni eseguivasi con un contratto semplicissimo tra il Banco ed il depositante.

L’orefice rilasciava una cartella nella seguente forma: —

» A dì.., del mese... anno... ho ricevuto da...

» un candeliere di argento di peso libbre 4, once 9,

» pegnorato per ducati cinquantasei.

In vista di siffatta cartella il razionale emetteva il mandato o polizza di pagamento, sottoscritto da uno dei governatori del Banco e così concepito: —» Nostri di Banco pagate a... docati cinquantasei, quali si prestano gratis sopra un candeliere di argento per giorni guattro da oggi, e quelli elassi debba corrispondere l’interesse al 6 per 0\0, e restituirli al nostro Banco, fra un anno, spirato il quale si possa il candeliere vendere senza altra richiesta — 56 —corrente.»

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Conformemente in vista ad un tale ordinativo il cassiere ed il fedista consegnavano la polizza di pagamento al depositante, la quale poteva essere fatta intestata a lui medesimo o ad altri a suo talento; sicché l'operazione della pegnorazione portava seco quella della circolazione delle carte del Banco.

Al pegnorante spettava di diritto la rinnovazione, ossia il ripetere l'atto della pegnorazione in pagando, prima che l'oggetto pegnorato fosse andato in vendita, gl'interessi dell’anno decorso; con la facoltà di potere nel tempo medesimo pagare parte del suo debito, di che facevasi notata a margine del registro primitivo, e quindi passavasi la rinnovazione sul registro corrente.

Qualora il dispegno non si faceva allo spirare dell’anno, ed in alcuni Banchi al sesto mese, o non si procedeva alla rinnovazione, si eseguiva a pubblico incanto la vendita degli oggetti per pegnorazioni scadute. A tal fine si compilava a termine di ogni due mesi un inventario ricavato dal registro di pegnorazione, e verificato da quello di esistenza in guardaroba, di tutti i pegni da vendersi, pei quali l'orefice era tenuto circa il peso, valore, falsità ed altro difetto che nell'atto di vendita poteva risultare; mentre che il custode di guardaroba era obbligato di rispondere della esistenza del pegno in tutte le sue Ai parti a tenore della descrizione fattane nel registro.

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Dopo la verifica ed inventario suddetto, si procedeva alla vendita sotto la presidenza di un governatore del Banco con l'assistenza del razionale, dell'orefice, del segretario e del custode, indicandosi con avviso precedente il giorno della vendita e gli oggetti da vendersi. La piazza degli orefici era il luogo destinato per cotesto procedimento, ed ivi a forma di antichissime consuetudini per otto giorni gli oggetti erano esposti al pubblico con la indicazione del prezzo di stima, su cui poi si compiva l'incanto. Ogni avanzo di prezzo, dedotti il debito verso il Banco e le spese di subastazione, era depositato nella Cassa maggiore in testa a colui, cui l'oggetto venduto si apparteneva, il quale poteva, in ogni tempo e senza neanche la decadenza per prescrizione, ripetere dal Banco la somma a tal titolo intestatagli.

Oltre le anticipazioni sugli oggetti preziosi all'interesse del 6 per 0|0, facevansi allo stesso saggio le anticipazioni su pegnorazione o deposito delle partite di arrendamento, che a norma del nostro antico sistema finanziario tenevan luogo di cedole del credito pubblico, non che di obbligazioni comunali, secondo che esse rappresentavano il debito dello Stato dei Comuni, garentito sulle tasse rispettive. Ed era entrato negli usi dei Banchi anche quello di acquistare siffatti pubblici valori, sì per ritenersi un'applicazione

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di capitali utile e sicura, sì per sostenerne il prezzo corrente, ch'era base delle operazioni di anticipazioni su di essi eseguite.

Finalmente s'introdusse un'altra specie di operazione, che man mano divenne importantissima, e che i nostri maggiori compivano con più senno e minori pregiudizi di noi, che nel tentarne l'esempio abbiamo la stolta boria di crederci inventori ed istitutori di clementi nuovi di progresso e di prosperità.

1 mutui sopra ipoteca furono operazione comune dei nostri Banchi, talché quasi tutte le corporazioni morali e le case dé feudatari e signori divennero debitori dei Banchi medesimi.

Nessun privilegio o derogazione al diritto comune era stato a questo scopo richiesto o concesso; eppure in quel tempo la proprietà immobiliare, senza il benefizio della pubblicità delle affezioni reali, era sottoposta a tutti i vincoli di signoraggio e di servitù, che seco traeva il sistema feudale, oltre a quanto su di essa gravitava per giure romano o consuetudinario.

Con semplicità si stipulavano gl'istromenti di prestito, e con più semplicità ancora si eseguivano i pagamenti ai mutuatarii con fedi di credito in tante spezzature quante erano richieste; donde per parte del Banco l'azione di prestare per mutui era completamente di credito, ed esercitata pei suoi titoli fìduciarii.

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Certamente i bisogni d' aver capitali erano molto minori nei secoli dei nostri maggiori. Il suolo infeudato ad un' aristocrazia ignorante e neghittosa, o caduto in potere delle manimorte, non poteva esser campo di operosità e d' industria. Al contrario, oggidì ci sforziamo di rendere il lavoro sul suolo anche industriale, e quindi siamo stretti urgentemente da una doppia necessità: quella di redimerlo dai debiti affinché resti al proprietario una quota maggiore di rendita disponibile per miglioramenti; quella di costituirlo accessibile, abitabile ed atto a produzioni svariate. Laonde, non è a paragonarsi la quantità del capitale che ora si richiede dalla proprietà immobiliare, con quella ch'essa richiedeva innanzi che la rivoluzione francese si fosse assisa sul feretro della feudalità; e per conseguenza di altri mezzi abbiamo oggidì bisogno per ottenere con più efficacia e con maggiore abbondanza il sussidio di questi capitali.

Non dobbiamo dunque per amore storico ostinarci nella pratica del passato, e non accettare e dare impulso a quanto di nuovo e di fecondo si propone e si attua nella partecipazione del credito. Ma d'altra parte non dobbiamo, per amore del ricercato e degli artifizi, dimenticarci che i padri nostri non disdegnavano di avere la consolante prerogativa di operare il credito fondiario sforniti di privilegi in epoca in cui pur i privilegi formavano precipua parte dell'assetto sociale.

LETTERA V.

Dopo di aver ragionato per le precedenti lettere circa le operazioni e le forme di credito del Banco di Napoli, stimo debito mio dirle ancora alcuna cosa più precisamente intorno al sistema di scrittura che non ha contribuito poco a rendere questo nostro antichissimo istituto poderoso e fonte di prosperità pel paese. E su questo argomento è anche utile lo intrattenerci a cagione di essere la scrittura bancale ordinata dai nostri maggiori, mantenuta da tre secoli fino al presente quasi senz'alcuna alterazione, sicché di essa parlando io vengo a darle conto della parte regolamentaria del nostro Banco, mentre la intrattengo con tesserne la storia.

La scrittura dei Monti e Banchi di Napoli è in generale stabilita sul metodo doppio mercantile, quale è ancora un desiderato per la contabilità finanziaria del Regno d' Italia.

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 Essa si divide in due parti: una generale che risguarda il generale movimento di ciascun Banco, e i rapporti reciproci dei Banchi fra loro; l'altra speciale di ciascuna cassa di ogni Banco, non che di ciascun servizio.

E per procedere con ordine e vedere come da cosa nasce cosa e tutti gli uffici sono armonicamente organati, comincerò dalla scrittura delle casse e via via rimonterò a quella di ruota e di archivio.

In ogni Banco eranvi diverse casse dipendenti da una cassa maggiore o tesoreria generale del Banco medesimo. Le operazioni che si praticavano in ciascuna cassa si possono dividere in due: quella di depositar denaro per riceverne il contro-valore in fedi di credito o polizze, o per accreditare la somma in corso di madrefede; quella di ritirare il numerario con la presentazione dei cennati contro-valori, col far notare in madrefede ordinativi a conto corrente, ovvero con polizze spezzate cioè con ispezzature delle fedi di credito originarie in diverse fedi o polizze nel limite della somma portata dal titolo principale. Coteste diverse operazioni d' introito e di esito erano in primo luogo notate dall’aiutante del cassiere sopra un quaderno detto squarcio, dall'antico costume di prendersi tali notate su squarcetti di carta, poscia infilzati ad un filo per tenerne registro.

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Ogni pagina dello squarcio ò divisa in otto colonne? le prime quattro destinate a nota sommaria dei valori immessi; le altre quattro destinate per le note delle disposizioni degli introiti o meglio per le note della emissione dei valori.

A lato del libro squarcio eravi quello dell'introito nel quale si registravano tutte le fedi rilasciate in ciascun giorno, sì per servir di norma al fedista nella formazione delle fedi di credito, si per essere guida per lo accredito sul libro-maggiore, in guisa che in uno specchietto anche diviso in quattro colonne si vede il conto di ciascun depositante. distinto per la intitolazione nominativa, per la qualità delle operazioni e per le cifre di esse.

Dopo il 1790, fu distinto il libro introito propriamente detto, da quello d'introito di notati, nel quale vengono menzionati tutti gl'incassi notati nelle madrefedi e nei polizzini sciolti, onde facilitare le operazioni del fedista e del libro-maggiore di fedi e di notate fedi. Inoltre, presso ciascuna cassa vi era il libretto d' esito, nel quale un aiutante del cassiere prendeva nota delle somme di tutte le polizze del proprio Banco passate per ruota o in confidenza, a fine di facilitare la scritturazione nello uffizio di esito.

Altro registro pure importante tenuto da ogni cassiere era quello per le polizze di riscontro, nel quale eseguivasi la scrittura di una delle più antiche ed

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importanti operazioni dei Banchi napoletani, perciocché esso racchiudeva il movimento del cambio di credito che a vicenda i diversi Banchi si facevano con accertare e convertire a vista le rispettive emissioni, e quindi alla fine di ogni giorno, per mezzo di riscontratori che ciascun Banco spediva ad un ufficio centrale, si faceva il cambio dei titoli ed il conteggio, abbonandosi le differenze mediante numerario o fedi di resto in testa del cassiere maggiore del Banco creditore.

Così in Napoli fin dal secolo XV, anche quando l'industria dei Banchi era completamente libera ed esercitata da speciali banchieri, si trovava ordinato quello uffizio che oggi costituisce uno degli elementi principali del progresso industriale inglese.

Il nostro uffizio di riscontrazione era proprio quello, ammesse le debite proporzioni della civiltà, che in Inghilterra è ricantato col titolo di Clearing-House. Né mai cotal costume è stato in Napoli perduto; che al presente la riscontrazione si esegue fra i cassieri maggiori delle diverse sedi e succursali del Banco, come pure coi Banchi di Messina e di Palermo, sventuratamente quest'ultima al momento sospesa con danno non lieve del commercio ed anche delle nostre emissioni bancarie. Perlocchè non so davvero persuadermi come di cotesta riscontrazione non si abbia tenuto conto veruno, quando i nostri finanzieri in potere hanno pensato, ogni principio

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di scienza economica rinnegando, di proporre, sostenere, ed anche attuare con atti incostituzionali l'accentramento delle Banche in una, a mo' della francese.

In quanto alla scrittura generale di ciascun Banco era di ruota, di esito, di revisione e di archivio.

Quella di ruota, che toglieva il nome dalla forma dell'uffizio, in cui gli ufficiali ad esso addetti erano collocati in giro per compiere più speditamente il lavoro loro, si ripartiva in Libro-maggiore ed in Pandettario. Era il libro-maggiore destinato a tenere i conti del dare ed avere di tutti i creditori del Banco con la data del giorno e dell'anno in cui fu fatto ciascun introito ed esito.

Il pandettario poi aveva l'obbligo di soprintendere alla regolarità e legalità delle fedi di credito, delle polizze notate fedi e dei mandati; di rispondere della falsità delle sottoscrizioni dei notai per autentiche o attestati, nonché delle sottoscrizioni di pubblici uffìziali; di verificare l'adempimento delle condizioni, sotto cui la polizza o mandato trovavasi spedita; e di soprintendere all’applicazione del denaro condizionato.

La scrittura di esito venne istallata principalmente per far da controllo ai cassieri, perciocché per essa sui libri di esito generale sono registrate tutte le polizze cambiate da ciascun cassiere ed in ciascun giorno, per forma che, sottraendosi gli esiti dagl'introiti, si conosce immediatamente la resta effettiva di ogni cassa.

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D'altra parte si ha il bilancio esatto giornaliero del movimento della circolazione, e serve di riscontro e pur di controllo alla scritturazione del libro-maggiore, massime per ciò che riflette alla puntatura giornaliera, ossia alla registrazione del conto di ciascun creditore.

La revisione è l'officina propria che modernamente si direbbe di liquidazione e di bilancio. Per essa si richiama alla fine di ogni quadrimestre tutta la scrittura del Banco, onde verificarla, depurarla dagli errori commessi, e bilanciare tutte le reste dei creditori con quelle del tesoro, cassiere ed altro che costituisce la parte attiva di fronte alla passiva. E qui mi piace ricordare ad onore del senno pratico italiano, che con la Prammatica V, de Nummulariis, si prescriveva l’obbligo ai Banchi del bilancio almeno semestrale, siccome base precipua della pubblica fiducia.

Fin da che i Monti o Banchi furono istallati, i previdenti fondatori pensarono alla fondazione dell'archivio. Ogni Banco aveva il suo, e con tale ordine disposto, che quando con decreto del 12 dicembre 1816, nel riorganizzarsi la nuova amministrazione del Banco, venne nel locale del soppresso Banco dei Poveri formato l'archivio generale, si potò in esso riunire una massa completa di documenti, che formano la storia più completa del movimento bancario, che si conservi in Europa.

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Specialmente è notevole il modo della disposizione delle antiche fedi di credito, le quali, secondo la data ed il numero progressivo di rimborso, si conservano in pacchi cronologicamente disposti presso le pandette rispettive, consegnate anche in ordine cronologico in appositi scaffali, per forma che abbisognano appena pochi minuti per ricercare qualsiasi gira di partita bancaria, avvegnaché antichissima.

E questo modo di scrittura e di disposizione di essa in archivio, mi ha dato l'occasione di poter istudiare il movimento della circolazione bancaria in Napoli dal 1753, ed il progressivo aumento dei capitali e degli affari. Quella parte però di detti miei studii, che forse può riuscire più utile per servire, Gno ad un certo punto ed in rapporto delle condizioni mutate col mutar dei tempi, di norma alle modificazioni da introdursi, è il risultamento ottenuto di poter istabilire sopra base sicura, che la media dei periodi di ritorno per la convertibilità in numerario delle emissioni è di anni cinque, e che la maggior parte de’ depositi sono di somme destinate alla circolazione e non all'aspettativa infeconda di collocamento, secondo è dai più giudicato ed asserito.

LETTERA VI.

Frutto dell'organismo, di cui ho parlato nelle precedenti lettere, e della non mai censurabile buona fede degli amministratori fino a che non vi si cacciò dentro la mano regia, elemento sopra ogni altro turbatore, è stato la riverenza e l'amore de’ Napolitani pei loro Banchi. In essi furono, dal principio del secolo XVII, versate tutte le somme destinate per mantenere la ragione dei cambii, e per attendere collocamento, ed anche il Governo cominciò ad affidarvi il denaro dello Stato, prima conservatosi nel castello dell'Uovo, Nel 1793 l'ammontare de’ depositi era di 108,700,000 lire; quello della carta circolante di 205,000,000 in cifra rotonda, ed il patrimonio di cotesti Banchi, avanzo degli utili delle moltiplicate operazioni, dopo soddisfatte tutte le spese di amministrazione e delle grandi opere di beneficenza annuale,

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 era di lire 58,500,000 fra beni stabili, rendite dello Stato e prestiti ipotecarii; prova solenne della grande confidenza pubblica e della immensa popolarità, che tale istituzione godeva fra noi, avvegnaché non è stimolata da alcuna prescrizione simile a quella del Banco di Amsterdam, che, col vietare il pagamento delle lettere di cambio in moneta contante da seicento fiorini al di sopra, rese indispensabile l'uso della moneta o cedole di Banco. Quest'anno però fu l'ultimo della floridezza dei nostri Monti o Banchi, perché l'ultimo di loro indipendenza da ogni ingerenza governativa.

La rivoluzione francese, che i principi si lusingarono di schiacciare, riuscita gigante e vittoriosa dalla lotta della prima coalizione europea a suo danno, preoccupava già gli animi di tutti coloro, che incorreggibilmente si ostinano ad arrestare il corso necessario e provvidenziale del progresso della umanità verso il civile perfezionamento, e quindi verso la libertà. Per prepararsi ad una seconda riscossa, il dispotismo si armava e con ogni arte si studiava a sconvolgere il generoso sentimento delle masse per gli ordini nuovi.

Così il mezzo da fornire di straordinarie e grosse somme le casse dello Stato, divenne il problema di tutti i governanti, non per ritrovare gli espedienti meno dannosi e i più economici, ma per fiutare dove fosse ricchezza da predare.

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Un uomo che poscia acquistò nome di gran finanziere ed anche di novatore, e che cominciava allora la sua carriera governativa nella Camera della Sommaria, consigliava re Ferdinando a prendersi, col nome di protettore, il dominio diretto dei Banchi, in cui, secondo il suo motto, bastava aver potere per essere padrone di milioni. Il consiglio di Giuseppe Zurlo fu accolto con entusiasmo da un re per indole fedifrago e predone. Egli emanava il famoso editto del 1794, modello di astuzia e d'inganno. Le più nobili parole, le frasi più civili, furono usate per nascondere la premeditazione più nefanda di un pubblico furto, che non incontra paragoni nella storia, anche se si rimonta a quelli consumati da Carlo I e Carlo II d'Inghilterra.

E da vero, Ferdinando IV, dichiarando di esser mosso dall'incessante bisogno del suo cuore, a provvedere con paterne cure al benessere de’ suoi amatissimi sudditi ed alla sicurezza ed aumento delle loro fortune, riuniva, sotto la forma di solidale obbligazione scambievole per le carte di credito emesse i sette Banchi, e dava loro un'organizzazione a cui l'immediata sorveglianza del sovrano doveva dar forza e splendore. Il popolo, che applaudisce sempre ai concetti generosi proclamati da principi o da mestatori in berretto frigio, applaudì al reale proposito; e da quella stessa imperitura schiera di lodatori degli iddii del giorno venne questo re

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paragonato al munificente Giove, con la stessa enfatica fraseologia con cui poscia fu chiamato re esecrato e maledetto, e quindi clemente e pio.

Né la sua divina munificenza si lasciò lungamente attendere. Non appena i Banchi divennero una regia dipendenza, gli amministratori furono obbligati ad emettere ad ordine del real protettore fedi di credito nuove per la ingente somma di 140,750,000 lire.

Di qui la inevitabile conseguenza del venir meno la fiducia, di richiedere in gran massa i rimborsi, e il non potersi eseguire l'obbligo dei pagamenti a vista. Non era dunque decorso un anno di cotesta ingerenza governativa nell'amministrazione di quei Banchi durati per oltre due secoli, riveriti e benedetti, che le fedi di credito si ritrovarono per la prima volta cadute dal valore dell'equivalente somma portata, e man mano precipitarono fino al prezzo del 18 per cento.

Non pertanto questo furto non era ancora un'impresa abbastanza degna di un Borbone: doveva servire d'istromento ad un altro furto che veniva a completare l'intero sistema di un'amministrazione, che pure oggidì è per inverecondo servilismo da alcuni pochi invocata e sospirata.

Con legge del 28 marzo 1798 si comandò a tutti i cittadini ed. a tutti i luoghi pii ed ecclesiastici, di portare alla zecca tutto l'argento e l'oro di lor proprietà eccetto

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quello indispensabile allo stretto culto divino, per essere coniato in moneta, e da pagarsi con fede di credito a valor nominale, ossia l’ottantadue per cento meno del valore reale. Botteghini furono aperti per tutte le cantonate con fattorini ornati da regie insegne, onde raccogliere valute deprezzate oltre i quattro quinti e farne poscia l'iniquo baratto. Il solo argento consegnato alla zecca, fu, secondo il calcolo fatto eseguire dal reggente De Rosa, del valore di 22,532,618 lire: dell'oro sono andati perduti i registri. Queste spogliazioni erano santificate dalle benedizioni di quel papa, che or ci maledice, e come su cosa maledetta ci sguinzaglia su i suoi soldati, i briganti, sol perché vogliamo la patria nostra unita in nazione e redenta in libertà ed in indipendenza.

Cosi Ferdinando IV spogliava i cittadini e le chiese e faceva delle più vergognose baratterie, stromento delle sue finanze per tiranneggiare i suoi popoli all'ombra del papale ammanto, e sotto Io stendardo della croce che, inalberata poscia dalle mani di un cardinale di Santa Chiesa in nome della santa fede, diveniva segno di uccisioni, di arsioni e di rapine, quali maggiori la storia non ricorda.

Non ostante però le papali benedizioni, i clamori popolari si mossero; e la paura potendo su re Ferdinando più che la giustizia, obbligavalo a pubblicare un editto,

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col quale dava i beni allodiali dello Stato in ipoteca delle cedole di Banco, e prescriveva che fossero andati venduti in soddisfazione del grosso debito. Ma neanche questa sovrana promessa fu mantenuta, sebbene si vendessero in vece circa nove milioni di lire di beni ecclesiastici, in compenso di altrettanto valore di carte bancali, le quali tosto con nefanda mala fede erano novellamente messe in circolazione dallo stesso governo che le avea comprate per ammortizzarle.

Alla fine, dopo i grandi preparativi di guerra e dopo la dissipazione d' ingenti ricchezze per sostenersi in potere, i Borboni, senza combattere, bruciavano la flotta e, abbandonando i loro sudditi, fuggivano in Sicilia. Primo atto della Repubblica Partenopea, che nella breve sua durata dava al mondo esempi sublimi e non ancora abbastanza valutati di cittadine virtù, fu quello di garantire il vuoto dei Banchi fatto dalla tirannia, e bruciare 6,700,000 lire di carte bancali esistenti, e che erano dal caduto governo conservate per ripetere le già consumate frodi.

Ma quella Repubblica, pura di ogni eccesso e di ogni colpa, era in breve affogata nel sangue dei suoi insigni martiri, e re Ferdinando ritornava più despota e più fedifrago di prima; però anche nell'entusiasmo della vendetta, che il faceva fin biasimare di umanità la condotta del cardinal Ruffo,

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comprese di essere stata non ultima cagione interna di sua caduta il furto dei Banchi. Perlocchè in quello stesso giorno, in cui scriveva al suo porporato battagliero di uccidere tutti i liberali, e completare in tale guisa l'opera santa della redenzione, indirizzava ai suoi popoli un proclama da Palermo, per assicurar loro che mai più si sarebbe messa mano nei Banchi; anzi che il debito del fisco sarebbe saldato mercé la vendita degli stessi beni patrimoniali della Corona.

A questo proclama teneva dietro una legge firmata il 10 aprile 1800, da Palermo, e pubblicata in Napoli all’8 maggio, con la quale venne comandato che tutti i possessori di carte bancali, presentate tra il termine di quattro mesi a contare da quel giorno, fossero soddisfatti del valore in esse indicato, o con equivalente quantità di beni dello Stato, con assegnamento di rendita pubblica al 3 per 0|0 sulla tassa e decima. Intanto in questa medesima legge si aggiungeva che, volendo Sua Maestà persuadere tutti di essere nel paterno suo animo determinato a darle la più pronta esecuzione possibile, era prescritta la vendita immediata dei beni confiscati ai rei di Stato, o appartenenti all'azienda della pubblica istruzione.

Questa legge memorabile per iniquità non rimase al certo lettera morta. Tosto fu emanata un'ordinanza reale per regolare il modo della vendita dei cennati beni,

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mediante la quale la promessa di pagamento, secondo il valore portato dalle cedole di Banco, fu altra volta defraudata; perciocché venne disposto che tali beni si vendessero all'asta ed al maggior offerente sulla base della rendita dell'uno e mezzo per cento nelle provincie di Napoli e di Terra di Lavoro, e di due e mezzo nelle altre; e se non venduti, ragguagliati a siffatto prezzo si cedessero ai possessori delle cedole bancarie in ordine alla loro presentazione, per guisa che questi erano obbligati a prendere, in pagamento del loro avere, proprietà immobiliari ad un prezzo tre volte superiore del corrente, e quindi quasi eguale al prezzo corrente delle carte di Banco.

Tali carte però eran sì deprezzate, che si corse in folla per farne la presentazione; ma le formalità di cui con istudiato calcolo si circondò questo procedimento, tenendosi fin conto dell'apertura dell'uscio, facevano andare a rilento: alle premure de’ richiedenti si rispondeva a colpi di bajonetta.

Alla fine il tocco della mezzanotte dell’8 settembre suonava, ed il governo dichiarava in quel medesimo istante chiuso il termine fatale, per forma che tre quarti dei creditori furono legalmente rubati; e Giuseppe Zurlo, il Cillfold di Napoli, aveva, premio del suo felicissimo trovato di pubblico furto, la nomina di direttore delle finanze.

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Mentre questa ruberia sulla liquidazione del passato vuoto si compiva, si restituiva ai Banchi parte della loro indipendenza, e con essa già cominciava a rianimarsi la pubblica fiducia; quando, decorsi pochi mesi, Zurlo, stretto dalla necessità di danaro, obbligò nuovamente gli amministratori de’ Banchi a toglierne da' depositi. La città ne fu commossa, e la paura ripetè i suoi miracoli: Ferdinando IV deplorò il sopruso, faceva imprigionare nel Castel Nuovo il suo ministro, e gli assegnava la pensione di ducati tremila. Ordinava nello stesso tempo una commissione di apodissarii, come con voce greca si chiamano i creditori delle carte bancarie, per amministrare provvisoriamente i Banchi, e formolare un progetto di riordinamento per l'avvenire sulla base delle antiche leggi e consuetudini e della completa indipendenza dal Governo e con la introduzione di miglioramenti, comandati dalla esperienza e dalla scienza economica progredita.

Nel 1805 questo progetto fu presentato dalla commissione, ma non venne neanche discusso a cagione di una seconda caduta di quella infausta dinastia, che Napoleone I da Schoenbrunn decretava di aver cessato di regnare, e che oggi, avvegnaché cacciata dal concorde disprezzo dei proprii sudditi, contamina ancora l'Italia coi suoi briganti.

LETTERA VII.

Uno dei primi atti di Giuseppe Buonaparte, allorché col titolo di re era spedito dal suo imperiale fratello a governare Napoli, fu quello di rassicurare i Napolitani circa l'esistenza de’ loro Banchi, il rispetto ad essi, ed il valore delle cedole bancali, siccome le cose che più toccavano gl'interessi e le passioni di queste popolazioni. Laonde, con impeciale decreto ordinava che i biglietti di Banco detti fedi di credito o polizze continuerebbero ad aver corso e ad esser ricevute in tutte le casse dello Stato per pagamento delle contribuzioni, qual numerario effettivo; e che rimanevano confermate tutte le disposizioni contenute negli editti del già re, del 18 agosto 1803 e del 5 e 11 febbraio 1806, concernenti la soddisfazione dei biglietti di Banco ed il trasferimento de’ beni ceduti in pagamento con le corrispettive obbligazioni governative.

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A questo decreto succedeva immediatamente la legge dell’11 giugno 1806 che organò provvisoriamente i Banchi in mezzo a tutte quelle modificazioni e trasformazioni subite allora pel governare dei francesi. Il Banco di S. Giacomo venne diviso dagli altri e addetto esclusivamente al servizio della Corte meglio dello Stato. Gli altri furono riuniti in uno, distinti in quattro casse pel servizio dei privati, con amministrazione unica e comune. Ogni obbligazione solidale fra questi due Banchi si dichiarò cessata.

Tale organamento bancario non poteva ottenere applausi da' Napolitani, né contentare davvero un legislatore francese; che tutte le nostre antiche tradizioni erano manomesse, senza però essere assorbite divorate da quel nuovo iddio chiamato Stato.

A far cessare questa transizione tra il moltiplico antico e il decantato accentramento del secolo nostro, nel settembre dello stesso anno fu nominata una commissione di tre consiglieri di Stato, e per procedere alla definitiva liquidazione del debito de’ Banchi, e per condurli al beato assorbimento. Molti studii furono fatti, mossi non dal desiderio di rendere più feconda una istituzione dei nostri maggiori, ma dalla speranza di darle tal veste francese da nascondere ogni traccia di men pura origine. Risultamento di cotesti studii fu la legge

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del 20 maggio 1808 con la quale Giuseppe Napoleone sopprime il Banco dei particolari, e ne incorpora i beni patrimoniali al demanio dello Stato, che diventa contemporaneamente l'unico debitore di tutti i creditori del Banco, ed il comune pagatore delle sue cedole; onde le polizze e fedi di credito già emesse furono dichiarate accettabili per pagamento nel periodo di tre mesi, spirati i quali, quelle che non si trovavano ammortizzate, erano convertite in cedole da ammettersi in soddisfazione di acquisti di beni del pubblico demanio o di rendite del debito pubblico. Il Banco governativo di S. Giacomo era incaricato a ricevere depositi dai particolari e su di essi aprire i corrispondenti conti correnti.

Venuto Gioacchino Murat a sostituire il cognato Giuseppe promosso al maggior trono della Spagna, rivolgeva del pari le sue prime cure al Banco, già divenuto sterile ed automatico pel nuovo macchinismo.

Al cavalleresco e glorioso maresciallo dell’impero, al grande ammiraglio di Francia sembrò esser cagione della infermità del nostro Banco, il non essere francese abbastanza e decorato di un nome pomposo. Cosi, con decreto del 6 dicembre 1808, Gioacchino gli dava il titolo di Banco delle due Sicilie, sebbene una non fosse sua; ed assegnandogli a fondo di cassa il capitale di 4,250,000 lire, diviso in 4000 azioni, lo modellava completamente sul Banco di Francia con alcune giunte

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di operazioni proprie de’ nostri antichi Banchi.

La legge del 22 dicembre dello stesso anno stabilisce la costituzione ed il regolamento del servizio del rifatto istituto di credito. Era rappresentato dalla totalità dei suoi azionisti, che nominavano un Consiglio di amministrazione di venticinque, e tutti obbligati non oltre allo importare delle loro azioni, conformemente ai principii delle società anonime.

Le operazioni del Banco consistevano: nel ricevere in depositi per conto corrente o a titolo d' impiego somme ad interesse per essere pagate in tempo convenuto e sempre dieci giorni dopo la richiesta; nel fare anticipazioni su pegni di oggetti mobili e sconto di effetti commerciali; nel rilasciare mandati sulle diverse città del Regno, ove mantiene suoi corrispondenti. Per esercitare queste operazioni il Banco poteva emettere i biglietti in modo che col numerario effettivo riserbato nel suo Tesoro potesse alla scadenza delle carte esistenti nel suo portafoglio sempre par gare ^ cassa aperta.

Neil’attuazione di questo nuovo organamento bancario, in cui io riconosco senza dubbio elementi nuovi e proprii di un periodo di rigenerazione industriale, si rifermò la massima indarno proclamata dagli economisti, che il credito non s' impone, come si possono da un novatore o da un conquistatore imporre tasse e leggi ad un paese.

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Al regio decreto si opponeva la pubblica sfiducia. Indarno il re segnava per suo conto 800 azioni, e 100 per le sue guardie. Ciò preoccupò molto quel Governo, che aveva il buon senso di voler acquistare l'amore dei popoli per la sicura via dell’utilità, e di mettere robuste le radici con farle diramare robustamente nel campo degli interessi privati.

Però, anziché vedere la cagione della mancata fiducia nell'errore di rompere tutte le antiche tradizioni in cui la fiducia medesima s'incarnava, si stimò che ciò dipendesse dal non essere l'organamento abbastanza accentrato ed armonico, e si volle rimediare con la legge del 20 novembre 1809 a cotanto male. Il Banco di Corte di S. Giacomo era abolito e si ordinava che un solo e medesimo Banco facesse il servizio del governo e dei privati, il cui patrimonio sarebbe composto dai beni che restavano patrimoniali al Banco di S. Giacomo, dal locale del Banco suddetto ed antico ospedale annessovi, e da quello del Banco del Popolo con tutte le adjacenze che ne dipendevano; nonché dal prezzo realizzato e da realizzarsi delle 800 azioni comprate dalla Corte e delle 100 date alle guardie di Corte, e da alcuni beni scelti da que' dei Banchi soppressi e fra altre proprietà del pubblico demanio; infine dal prodotto del rimborso da farsi e dall’antica amministrazione dei lotti di Terra di Lavoro per lire 157,500, e dallo arretrato dei lotti per lire 59,500

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e dall’arretrato dell’antico bollo per lire 538,021, e dai dritti di sentenza per lire 297,500, e dal pagamento delle pene contumaciali per lire 602,800, e dagli uffizi di stralcio del Regno per lire 9,000, e dagli arretrati dei ferri per lire 212,300. In tal guisa il re Gioacchino si studiava di ridare al Banco parte di quanto il re Ferdinando avea rubato.

Fu anche per questa stessa legge affidata all’amministrazione del Banco la gestione de’ suoi beni patrimoniali, ed il Banco incaricato non solo del servizio di tutti i fondi delle pubbliche amministrazioni residenti in Napoli e della real casa, ma ancora di essere il necessario cassiere di tutti gli amministratori di luoghi pii e di tutti i corpi ecclesiastici, i quali non potevano tener danaro effettivo se non per occorrenze giornaliere, né i debitori di detti stabilimenti erano legalmente quietanzati se i pagamenti non fossero eseguiti in fedi di Banco: ordinamento che contribuì, giova ripeterlo, a stabilire nel già Reame di Napoli quel sistema di contabilità, che ha reso, anche sotto la perenne azione demoralizzatrice dei Borboni, impossibile la frode nella gestione del pubblico denaro.

Circa poi le carte bancali si prescriveva ch'erano esenti dalla tassa di registro e di bollo, e che facevano piena fede in giudizio; però non potendo mai servire a provare quelle convenzioni le quali, esigendo il consenso delle parti,

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debbono essere obbietto di contratti bilaterali. Fu pure stabilito che dette carte non erano soggette a sequestro, dovevano riceversi come denaro contante da tutte le casse pubbliche, e potevano essere trasferite all’infinito, e pagate a vista con la firma dell’ultimo giratario.

Tutte queste leggi, se non migliorarono molto la sorte del credito in Napoli, poiché gli toglievano l’indole d'indipendenza e di quella immedesimazione di beneficenza e d'industria a pro di tutte le classi della cittadinanza, provano chiaramente che il suo organamento era l'occupazione principale di tutti i governanti.

Il re che fuggiva, ed i nuovi che arrivavano, si sforzavano del pari ad assicurare di rimettere nello antico splendore il Banco, che qual nuovo tempio di Belo è stato sempre circondato dalla venerazione cittadina in tutti i grandi mutamenti politici. Championnet, il cardinal Ruffo e Massena mandavano egualmente al loro entrare in Napoli due soli di lor seguito al Banco, non per custodirlo, bensì per onorare il popolo che se ne reputa il vero e tradizionale custode. Soltanto la gloria di rubarlo per tortuose vie è nella storia riserbata ad un re di casa Borbone.

LETTERA VIII.

Murat fu senza dubbio un re che, sebbene soldato, aveva gli occhi accorti abbastanza per vedere che uno stato nuovo deve avere a base interessi nuovi, sicché nei pochi anni del suo governo non solo rifece e mutò l'assetto economico e sociale del napoletano, ma ancora allontané dagli uffizi tutti i francesi non naturalizzati. Il trattato di Casalanza è il solenne documento di codesta radicale trasformazione. Ferdinando fu obbligato a rispettare l'opera del governo di colui, di cui con ferino diletto voleva per lungo tempo al suo destarsi mattutino mirare la troncata testa.

Ma Murat fu abbandonato perché nemico di libertà nel rapporto politico ed amministrativo, e la fa tale parola legittimità lanciata da un astuto fra le discordie del Congresso di Vienna, rimenava novellamente nell'Italia continentale re Ferdinando, che,

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per cancellare le memorie di sangue e di rapina del suo passato, da quarto si rifece in pri^ mo. Uno dei primi atti del suo nuovo periodo di regno fu la solenne promessa di ristorare il pubblico credito per provvedere alla felicità dei suoi amatissimi sudditi, seguita poscia dal decreto del 12 dicembre 1816, che è in gran parte ancor base del presente organamento.

Per questo decreto adunque vennero rivocate tutte le leggi e le ordinanze emanate nel tempo della militare occupazione, come uffizialmente si appellava l'epoca dei re napoleonidi, e si costituirono due Banchi distinti e separati sotto il nome di Banco delle Due Sicilie e dipendenti da una medesima reggenza: uno pel servizio della Tesoreria generale, di tutte le Amministrazioni finanziarie e del Corpo Municipale, distinto coll'aggiunta all’intitolazione delle fedi di credito Cassa di Corte; l’altro pel servizio de’ particolari e delle particolari amministrazioni, distinto coll'aggiunta Cassa de Privati. Amendue poi questi Banchi furono autorizzati ad ammettere non più biglietti alla francese, ma polizze, fedi di credito e notate fedi secondo l'usanza antica, ugualmente ammesse in tutte le casse pubbliche come moneta contante, tenendosi però dalla cassa del Banco conti separati di moneta di argento da quelli di moneta di rame, e pel decreto dell’8 marzo 1832 anche degli altri di moneta di oro.

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Alla quale divisione di Cassa di Corte e di quella de’ Privati, io prima di procedere oltre nella narrazione mia sento il dovere di soffermarmi come al punto culminante e caratteristico della rifatta istituzione. Perciocché cotesta divisione, se era una misura reclamata dalla pubblica opinione per non esporre il nostro credito a nuovi pericoli sotto la dominazione di un principe stato ripetutamente fedifrago, era pure un espediente di alto ordine finanziario che, mettendo radici profonde nelle nostre antiche abitudini bancarie e governative, faceva del Banco il centro ed il palladio di tutta quanta l'Amministrazione dello Stato.

In vero il Medici allo scopo di metter termine a quella miseranda condizione di scompiglio, in cui ora con gli speciosi stratagemmi delle spese di riscossione e di ordine del proprio capo ci troviamo nuovamente caduti per opera di coloro che da un lustro reggono il timone delle nostre finanze, centralizzò nella Tesoreria generale ogni entrata ed ogni uscita, e costituì il Banco qual gran serbatoio e controllo del pubblico denaro. Tutti gì' introiti delle diverse percezioni dello Stato vuoi dirette, vuoi indirette, si doveano da' rispettivi agenti della riscossione immediatamente e senza la minima ritenuta per qualsiasi titolo versare presso i Ricevitori generali di ciascuna provincia, i quali a lor volta ne eseguivano

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il versamento mediante loro appoderati nella Tesoreria centrale.

Però la Tesoreria medesima che tutt'i fondi delle pubbliche entrate riuniva, non poteva questi materialmente ricevere, anzi per l'articolo 26 del regolamento del 1823 era vietato al Tesoriere generale introitare alcuna somma in numerario, il quale doveva essere direttamente a forma dell'articolo 30 del medesimo regolamento, versato dagli appoderati de’ Ricevitori generali al Cassiere maggiore del Banco, che ne prendeva nota a credito della Tesoreria generale su apposita madrefede e ne dava contemporanea partecipazione al Tesoriere generale ed al Controlloro generale. Le fedi di credito poi spedite per pagamenti dovevano essere del pari accreditate sotto la stessa madrefede del Tesoriere generale, girandole questi al Cassiere del Banco incaricato per farne introito, senza che il detto Tesoriere generale' ne potesse altrimenti disporre sotto la responsabilità del Banco istesso.

Ne d' indole diversa era il metodo stabilito per la uscita de’ fondi. Tutti i pagamenti a carico dello Stato per gli esiti sì del ramo civile, che del ramo militare si dovevano eseguire su i versamenti che il Tesoriere generale a misura de’ ruoli e de’ mandati rilasciati dallo Scrivano di Razione e verificati e vidimati dal Controlloro generale, faceva al Pagatore

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generale, per mezzo di polizze e ordinativi al Banco, onde, sotto la responsabilità del Banco medesimo, i correlativi fondi dalla propria madrefede passassero in quella della Pagatoria generale, che anche per polizze compiva gli effettivi pagamenti.

Cosi per cotesto intreccio di servizio finanziario e bancario la disposizione nella ragione degl'incassi e de’ pagamenti rimaneva tutto affatto distinta dalla esecuzione, ed a vicenda si controllavano; in guisa che, mentre da un lato da' registri della Tesoreria e della Scrivania di Razione, che si formavano esattamente sui bilanci fìssati in ciascun anno per ciascun dipartimento della pubblica Amministrazione, si poteva ad ogni ora avere un quadro completo delle somme esatte e delle esigibili e di quelle erogate ed ancora da erogarsi per ogni capitolo del bilancio, non che per ogni articolo ed anche per ogni individuo, dall’altro lato la madrefede della Tesoreria generale e quella della Pagatoria generale tenute dal Banco erano i libri maestri di tutta l'attività e passività effettiva erariale, i quali nella chiusura delle operazioni giornaliere, fatta da' rispettivi cassieri, presentavano quotidianamente la reale situazione di Cassa.

Senza dubbio secondo siffatto sistema non era possibile che gli amministratori del pubblico danaro potessero distrarre alcuna somma di entrata od uscita,

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che i mandati emessi per una spesa fossero in vertiti ad uso diverso. Similmente era impossibile il caso di ridurre la contabilità dello Stato nella condizione di caotica incertezza alla fine di ogni gestione finanziaria, siccome deplorabilmente è avvenuto dopo che invece di generalizzare, però semplificando ed anche modificando, un tal sistema napoletano in tutto il riordinato nuovo regno, si è voluto sostituirvi quello che ci fa trovare al punto che oltre il 1860 ignoriamo l’uso fatto delle pubbliche entrate, e de’ milleardi spesi per l'esercito e per la marina non ci restano che gli elenchi de’ buonconti.

E per compiere ancor più il connubio dell'assetto bancario col finanziario il Medici con decreto del 23 giugno 1818 stabiliva, togliendone l'esempio felicemente dell’Inghilterra, una Cassa di sconto a lato di quella dell’emissione nello scopo in realtà più per trovare al debito galleggiante dello Stato un facile e pronto collocamento, che per aiutare ed assistere lo svolgimento economico del paese. Imperciocché lo sconto delle cambiali del Governo sulle ricevitorie di Caserta, Salerno ed Avellino, e quello de’ buoni della Cassa di servizio assorbivano in gran parte i mezzi della Cassa di sconto, massime dacché il Governo, imperversando ed imbestialendo, toglieva man mano a' capitali la mobilità e la circolazione, ed assicurava per rescritto del 4 dicembre 1833 agl'impiegati l'illusorio e costoso benefizio

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delle anticipazioni di due mesi di stipendio. Né piccola poi era la somma applicata, in forza del regolamento del 23 giugno 1818, alla pegnorazione degli estratti d'iscrizione sul Gran Libro e de’ certificati di rendita delle due amministrazioni napoletane; che al Medici non poteva sfuggire il vantaggio pel corso della rendita pubblica derivante da siffatta operazione.

Anzi egli ciò valutava tanto da farne argomento di un suo speciale rapporto al re nel dicembre 1819, non che di serie sue meditazioni per apportare diverse modificazioni ed estensioni alle operazioni su questa specie di prestiti, sempre nel fine d' incoraggiare e facilitare l'acquisto della rendita pubblica.

Il real rescritto del 20 giugno 1822 aumenta di altre lire 1,806,250 il fondo a ciò destinato, permette di prelevare pel medesimo obbietto dal deposito dei privati lire 8,500,000, e prescrive infine di eseguirsi il prestito a favore del depositante non più sulla base di ducati 60 per ogni cinque di rendita, ma su quella di un quinto di meno del prezzo corrente di borsa.

Così il Medici di una istituzione fondata dalla beneficenza privata per ajutare il popolo mediante il suo credito ne' comuni bisogni della vita ne faceva un poderoso strumento finanziario, pel quale usava principalmente del numerario raccolto pe' depositi a servizio del pubblico tesoro.

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Verissimamente in un cotale ordinamento non vi era a deplorare il pericolo di mettere lo Stato al seguito di una società industriale, che anzi Io Stato, delle forme e de’ mezzi industriali si avvaleva per le sue proprie utilità; non per tanto il servizio che il Banco di Napoli rendeva in questo periodo all’industria del paese era sì scarso, che i buoni economisti e finanzieri napoletani, non volendo privare lo Stato di macchina sì poderosa per la contabilità e provvista de’ fondi, da molti anni si studiavano di dare banche proprie all’industria stabilite e coordinate intorno a questo gran centro eh' era il Banco di Napoli.

Ora al Medici ritornando ed ai suoi fini, dirò che la sua ordinanza del 27 dicembre 1824, rimasta fin oggi di un segreto riservato alla sola reggenza del Banco, ne comprende e disvela tutto il pensiero. Per essa la intera massa monetaria esistente nelle casse del Banco era divisa in diciotto parti, delle quali nove erano destinate da essere inalterabile riserva metallica, e le altre nove a sostenere le operazioni di pegnorazioni e di sconto; suddivise 2 ½ per la pegnorazione di oggetti preziosi, metalli, tessuti ecc. 2 ½ per la pegnorazione della rendita pubblica, 2 ½ per lo sconto de’ buoni del Tesoro, e l'1 ½ per lo sconto degli effetti commerciali.

La quale metà del numerario formato dai depositi eseguiti presso il Banco, costituisce il fondo di cassa su cui le indicate operazioni si eseguono;

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non secondo per errore alcuni pensano, la base di tali operazioni, che è davvero il credito del Banco nel paese.

La Cassa di sconto rilascia di contro agli effetti della sua madrefede polizze o ordinativi di pagamento a quella di deposito, che sono obbligazioni pagabili a vista fondate sul credito del Banco stesso, da cui le viene la potenza di acquistare equivalente alle somme effettive che rappresentano, non diversamente dalle fedi di credito o cedole certificanti i depositi, con le quali si confondono nella efficacità della circolazione e delle compre.

Così pel singolare meccanismo del nostro Banco, non studiato da molti anche nati in Italia, il numerario de’ depositi, le cui cedole poi compiono l'uffizio di cambio, serve contemporaneamente a fondo delle sue operazioni di credito; onde si prova ad evidenza che le funzioni del credito non sono ridotte solo a moltiplicare la circolazione, ne che il capitale ha un valore fisso nella materia.

Non tralasciava poi il Medici di dare alla Cassa di sconto un capitale per far fronte alle possibili differenze fra le operazioni sostenute dal numerario depositato e la scadenza degli effetti commerciali in portafoglio. A questo scopo la Tesoreria faceva anticipazione della somma di L. 4,250,000 al saggio del 9 per 0|0, poscia ridotto al 6, a titolo di partecipazione convenuta di lucri: tal capitale era ammortizzabile con gli avanzi de’ profitti applicati in acquisto di rendita pubblica, siccome già è stato eseguito.

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E quasi il Medici divinando che sarebbe venuto tempo, quando la smania del fiscalizzare anche disarmonicamente allo assetto governamentale, fosse divenuta tale da accecare le menti dispettite di non avere nel passato depredato abbastanza, prescriveva con l'art. 3 delle sue istruzioni del 24 giugno 1818, che, estinta l'anticipazione, il fondo della Cassa non sia più soggetto a partecipazione alcuna.

E in realtà il Medici è da reputarsi uomo previdentissimo, poiché non ostante ch'egli avesse pel decreto di istallazione della Cassa di sconto e per le istruzioni date ad attuarla, prescritto chiaramente, che il capitale versato dalla Tesoreria per fondo di cassa delle operazioni di sconto, era un prestito della finanza al Banco, con determinazione del saggio degl’interessi e della guisa dello ammortamento; pur tuttavia si è voluto ripetere un tentativo di spoliazione a danno del Banco, già fatto nel 1772 da un tal Antonio Rossi avvocato fiscale, di che le terrò speciale menzione nella lettera seguente, nella quale mi occuperò di trattare l'argomento del patrimonio del Banco, su cui molti economisti finanzieri con insistenza presentemente ritornano.

LETTERA IX.

Per provvedere al fondo di dotazione della rifatta istituzione bancaria, il Medici anche con solerzia ed astuzia si occupò. I beni patrimoniali dei nostri antichi Banchi per lo importare di L. 58,500,000 al momento in cui Ferdinando IV ne assumeva l'infausto protettorato, erano stati in gran parte, per effetto delle sue rapine, esauriti; non rimanendo che quanto i re Giuseppe e Gioacchino raggranellarono a fine di ricostituire un patrimonio a cotesti Banchi nel momento di riorganarli. Però tali raggranellamenti nello insieme non oltrepassavano la somma di circa lire 7,000,000, cioè tutte le rendite patrimoniali addette pel decreto del dì Il giugno 1806 al mantenimento del Banco di Corte, e l’aggiunta fattavi pel decreto del 12 settembre 1809 dello intero locale del soppresso ospedale di S. Giacomo già assegnato all’ospedale degli Incurabili con tutte le adjacenze.

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Or il Medici, mercé il decreto del 1°ottobre 1816, ridava, a prologo del prefisso riorganaraento, siffatti poveri avanzi del ricco patrimonio bancale alla reggenza dei Banchi; e, per colmare l'enorme differenza tra lo stato presente ed il passato, dava a cautela dei creditori della Cassa di Corte tutti i beni dello Stato ed in special modo del Tavoliere di Puglia, da cui restava perpetuamente garentita la carta che rappresenta il numerario depositato; non che si disponeva, secondo ho nella precedente lettera enunciato, che i lucri della Cassa di sconto fossero applicati in vendita sul Gran Libro ed in altre utili operazioni, onde ricostituire man mano un patrimonio effettivo in numerario, per dare al commercio ed alla industria appoggio più pronto e più robusto.

Così il ministro di re Ferdinando si studiava ad adempire la promessa fatta al popolo napolitano col programma di Palermo. Ma se davvero la promessa si fosse adempiuta cominciando dalla restituzione dei beni mal tolti, il Banco di Napoli non avrebbe avuto bisogno della garentia supplementaria sul Tavoliere di Puglia, la quale, vuoi sotto l'aspetto del giure, vuoi sotto quello economico, si deve sempre risguardare come un mezzo riparativo delle consumate mariuolerie. Infatti la rendita d'allora del Tavoliere di Puglia data dal Banco per ispeciale ipoteca, corrisponde ad un bel circa, secondo il saggio della rendita in quel periodo,

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agli interessi che il Banco avrebbe avuto dalla rimanente somma del suo patrimonio; sicché, almeno in quanto alla cautela, la surriferita ipoteca deve reputarsi un equivalente di riparazione, non mai una graziosa dotazione, secondo ad alcuni è piaciuto chiamare.

Anzi, come consigliere del Banco di Napoli, avrei stimato debito del mio uffizio il sostenere di non potersi fare mutamento alcuno circa la proprietà dello Stato sul Tavoliere di Puglia, se ciò non mi fosse stato vietato da due importanti considerazioni: quella di non opporre impedimento veruno alla liberazione di una grande contrada dal signoraggio diretto dello Stato, che per molti secoli l’ha ridotta e mantenuta nelle condizioni proprie dei paesi nomadi; quella che il Banco oggidì, per lo acquistato credito e per lo aumentato suo patrimonio, non ha più bisogno di obbligazioni sussidiarie, ed il prospero avvenire suo è affidato appunto alla indipendenza ed all'annullazione di ogni vincolo con lo Stato.

Però credo mio debito di richiamare l'attenzione sua su l'importante argomento del patrimonio del Banco di Napoli, poiché per ignoranza dei precedenti storici si proclamano e ripetono alcune sentenze che racchiudono la più manifesta ingiustizia ed il più enorme errore economico, pur facendo mostra di voler propugnare i principi del giusto e quelli della pubblica economia.

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È una grande sventura d'Italia che nell'imprendere a disfare il vecchio per costituire il nuovo, non si sente il bisogno di proprio decoro e di onestà, di aver concetto chiaro e circa le distruzioni e circa le edificazioni. Sovente avviene che noi Italiani riuniti per esaminare e provvedere alla costituzione della unificata nazione, ci troviamo a vicenda più ignoranti delle cose nostre e della stessa nostra topografia, di quanto noi siamo degli stati del continente africano: amaro frutto di quelle divisioni e di quei sospetti del dispotismo che aveva ridotti gl'Italiani quasi stranieri in Italia! Or, per ritornare all’argomento, nel 1772 un tale Antonio Rossi, dichiarandosi scelto dalla divina provvidenza per scovrire nuovi tesori a vantaggio del re, come molli esseri prediletti erano stati scelti per scovrire le arti e le scienze, e Cristoforo Colombo per scovrire nuove terre e nuovi mari, proponeva a Ferdinando IV l'incameramento di tutti i beni dei Banchi, non che degli utili ritratti dalle loro svariate industrie sul principio che, rappresentando il sovrano l'universalità dei cittadini, aveva dritto a far suoi tutti i beni dei corpi morali cui credeva togliere la qualità di enti civili. Contro cotali massime artifiziosamente formolate secondo le dottrine proclamate nei piani di Roncaglia dal giureconsulto Martino, sorgeva il chiarissimo Crisafulli, consigliere della Sommaria, per sostenere che i Banchi non erano istituzioni del Governo,

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e che il loro patrimonio si costituiva di cespiti donati dai pii cittadini ed aumentato dagli utili delle industrie che essi avevano diritto di fare. E la scrittura del Crisafulli fu riconfermata da una decisione della real Camera di Santa Chiara emanata nel 23 aprile 1782 per la quale, dopo di aver disaminata la istituzione dei Banchi in rapporto al diritto pubblico e privato del Regno, si conchiude: «passa la real Camera a rassegnare alla Maestà Vostra il suo ossequioso sentimento, quale è quello di non doversi dare ascolto alla denunzia fatta dall'avvocato fiscale Rossi, per essere contraria al legittimo sistema dei Banchi; per esse opposta alle leggi con le quali questi si governano; e per essere produttiva di disordini in materia cotanto gelosa e delicata. E Ferdinando IV, vincendo se stesso, accettava la proposta della real Camera, e disapprovava lo zelo eccessivo del suo fiscale.

Se pochissimi sono stati incuriosi tanto nel valutare l'indole del nuovo Stato, da consigliare ed istigare il governo italiano a fare una spogliazione, da cui si ritrasse il governo del re borbonico più spogliatore, non è scarso il numero di coloro che non sanno concepire l'importanza economica di una istituzione bancaria non fondata sull'associazione di capitali industriali, quasi che ritornasse di maggior vantaggio al comune dei cittadini

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che gli utili di operazioni bancarie fossero dati per dividendi agli azionisti, anzicliè applicati ad aumentare il fondo delle operazioni esercitate nello interesse del paese in generale, lo, per amore che ho al Banco di Napoli in considerazione ai grandi servizi che può rendere allo Stato ed ai cittadini, non vengo a sostenere che la prosperità di qualsiasi industria non sia riposta nello interesse privato. Però sostengo che quando si trova costituito un centro di operazioni bancarie fondato sulla pubblica fiducia e circondato dalla generale simpatia, massime a cagione di essere stata sempre l'amministrazione sua condotta con tradizionale onestà e desiderio di promuovere la pubblica prosperità, sarebbe non un errore ma una colpa disfarlo e privare così il paese di un poderoso istromento di circolazione e di capitali. La storia ci addimostra come riuscì infeconda e dannosa la trasformazione di questa istituzione tentata ed attuata dal governo di Murat appunto nella forma e co’ mezzi che i novatori oggidì vorrebbero. La potenza del Banco venne meno perché la sua indole fu mutata, e le somme versate a titolo di azioni per costituirne il capitale ed operarne la trasformazione non ebbero la forza di sostenere il credito che crollava con l'antico assetto. Fu impresa facile pe' re napoleonidi di sostituire ai privilegi delle classi il principio della eguaglianza civile,

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di mutare il congeguo e gli istromenti del macchinismo governamentale, di traslocare la preponderanza sociale dalla aristocrazia feudale in quella della borghesia; ma, non ostante i ripetuti e svariati tentativi e l'appoggio della parola e della pecunia reale, non si potette pervenire a trasformare secondo il concetto francese il sistema de’ nostri Banchi senza togliere loro la potenza di credito.

LETTERA X.

Spero che Ella mi sia cortese di benevolenza, se anche nella presente lettera m' intrattengo a ragionare circa il patrimonio del Banco allo scopo di farne la disamina sotto l'aspetto puramente economico e sociale, cioè sotto l'aspetto della utilità che ne risulta per le nostre istituzioni e per le nostre popolazioni. Perciocché in materia si positiva e pratica, qual’è una forma d' istromento di credito, mi piace non rimanere nel campo sovente sterile delle generalità, ma scendere nell’altro più modesto del bilancio comparativo dei pratici risultamenti. Né poi io potrei senza biasimo leggermente sorvolare sopra una quistione che mettono innanzi tutti coloro, a cui non sarebbe disaggradevole che, nel presente andazzo italiano di assorbire il moltiplico nell'uno, scomparisca alla fin fine questo Banco di Napoli, elemento turbatore della beata unità bancaria.

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Io non ricorderò qui tutte quante le opere di beneficenza che i Banchi di Napoli compivano prima della loro rovina operata da Ferdinando IV. Dirò soltanto che, oltre la pegnorazione a discreto interesse ed anche gratuita, di che in altra mia lettera le ho ragionato, il Monte della Pietà aveva nel suo bilancio annuale grosse somme destinate alla escarcerazione dei debitori, ai maritaggi di oneste donzelle povere, alla redenzione dei cristiani fatti schiavi, ai soccorsi a domicilio ecc. Altri Banchi mantenevano, come quelli di S. Giacomo e S. Eligio, ospedali ed asili pei poveri con la spesa di molte centinaia di migliaia di lire all’anno. Erano queste le grandi opere pubbliche secondo l’indole ed i bisogni di quei tempi, anzi poteva dirsi che la beneficenza nelle sue svariate attuazioni veniva di fatto a riparare in qualche guisa a quella disuguaglianza che tormenta la società, massime quando manca la possibilità e la efficacità del lavoro, che può soltanto venire in suo soccorso.

Se il patrimonio dei Banchi di Napoli non fosse stato dai Borboni manomesso, non sarebbe divenuto, col mutare delle condizioni sociali, istromento poderoso e crescente per venire in appoggio della industria nel momento della sua redenzione?

Se anche quando pel decreto del l’ottobre 1816 furono restituiti alla reggenza del Banco gli avanzi dei beni suoi patrimoniali raggranellati da' re napoleonidi,

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il governo della restaurazione avesse rispettato il fatto proprio, non si sarebbe aumentata e svolta man mano la nuova istituzione in guisa da assicurare al paese molti mezzi ed essenziali di sua prosperità? Ma il Banco ricostituito sotto le forme dell’autonomia rimase sempre una officina o dipendenza finanziaria per effetto del tradizionale poco rispetto ad ogni legge, che informava caratteristicamente quel reggimento stigmatizzato con l'appellazione di negazione di Dio, appunto perché era negazione di ogni dritto.

Per vero dal 1816 al 1860 il patrimonio del Banco poco aumentò. Nel rendiconto dato dal direttore Avitabile nel 1° luglio 1863 al Consiglio generale del Banco si legge:

» Lo stato patrimoniale più di ogni altro ha avuto positivo incremento. In settembre 1860 la proprietà del Banco ascendeva a poco più di lire nove milioni. Ora già si è aumentata ad oltre diciotto milioni, quantunque esista qualche controversia, nella quale, a parer nostro, le ragioni del Banco sono di inoppugnabile evidenza.

» Nel 31 dicembre dell'anno in corso, se riusciremo ad assodare la cennata contesa, cumulati gli utili del corrente anno, raggiungeremo senza dubbio la cifra di venti milioni.» Quindi in quattro anni di amministrazione propria e libera il Banco ha raddoppiato il suo patrimonio, rimasto per quasi mezzo secolo stazionario.

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E questo aumento di patrimonio è stato cagione di aumento di utilità fatte al paese. Dal 1816 al 1860 il Banco di Napoli non ha compiuto altre opere che la istallazione nel 1824 di una Cassa succursale nel locale dello abolito Banco dello Spirito Santo, destinata a fare anche pegni di oggetti preziosi; e lo impianto nel 1857 di un' altra Cassa in Bari con la aggiunta delle operazioni di sconto e di pegni. Ha pure ordinato una officina di pegnorazione delle mercanzie, della quale il ministro delle finanze Murena menava vanto, come di sorgente aperta allo incremento commerciale, sebbene in realtà sia rimasta sempre una inutile duplicazione del Monte di Pietà, senzachè il commercio ne abbia ottenuto vantaggio nessuno.

AI contrario in quest'ultimo quinquennio il Banco ha occupato il principale posto fra tutte le istituzioni del Napolitano in ogni atto di progresso e di civile operosità. In primo luogo ha voluto completare l'opera della pegnorazione, e scendere in quel limite in cui davvero diviene beneficenza.

L'istallazione del Monte di Donnaregina, destinato alla pegnorazione dei panni bagnati, cuciti ed usati, non poteva essere ne pensato né eseguito da un istituto obbligato a dare dividendi; perciocché codesto Monte per le spese d'impianto costa circa lire 232,000,

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escluse quelle di circa mezzo milione per la riduzione dell'edifizio di proprietà del Banco; inoltre per la spesa di mantenimento si porta sul bilancio un carico annuale di lire 36,000, mentre che la pegnorazione dà in media appena il prodotto di lire 13,000 sul capitale impiegato di oltre mezzo milione per un numero di pegni eccedente i centomila. Ma la immensa differenza che passa tra l’introito e la spesa, ha avuto per Napoli un grande risultamento economico e morale. Le classi veramente bisognose di soccorsi pronti per riparare ad urgenti necessità della vita, erano rimaste preda della usura cotanto smodata ed invereconda, da esser considerato l'usuraio sopra pegni di oggetti di consumo, più degradato del falsario e del borsaiuolo; e d'altra parte, d'ordinario l'usura consumava quasi tutto il valore dell'oggetto pegnorato, per forma che si ricadeva nel campo della colpa e delle nefandezze.

Né meno importante sotto un aspetto più ampio e civile è stato il concetto dello impianto delle Casse di risparmio, che il Consiglio generale del Banco ha determinato di ordinare man mano in tutti i capoluoghi delle Provincie ed anche dei principali mandamenti del già reame napolitano, sulla base di quella che a modello ha già stabilita in Napoli.

Queste Casse di risparmio istallate dal Banco di Napoli, si distinguono da quelle comunemente in uso,

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sì per il loro scopo, sì per l'applicazione delle somme raccolte.

Perciocché gli statuti di coteste Casse di risparmio, da me compilati qual relatore di apposita Commissione, sono stabiliti sul principio di essere esse una necessaria istituzione per riunire e rendere fruttiferi tanto i risparmi dello mercedi e del lavoro, quanto gli avanzi delle rendite del proprietario e dei profitti del capitalista; onde senza alcuna riserva o paura furono ammessi i libretti al portatore, e venne data pe' nominativi facoltà al Direttore di autorizzare i rimborsi a vista anche per le somme superiori a lire 250. D'altra parte, con le somme depositate a titolo di risparmio, si eseguono operazioni di anticipazioni su obbligazioni di proprietari, non che su mandali d' imprenditori di opere pubbliche, anticipandosi cosi la fondazione del Credito fondiario che ora robustamente si costituisce in Italia.

E a proposito della fondazione del Credito fondiario, di che le ragionerò in altra lettera, Ella ha potuto notare che il Banco di Napoli, con coraggio ed anche ardimento, è venuto a fermarne le basi, fra le quali evvi quella costituzione per sua parte di uno speciale capitale di otto milioni, eh' è la somma destinata a regolare e sostenere le emissioni fondiarie nei grandi mercati dei valori.

Ciò è da considerarsi davvero un fatto eminentemente economico nel presente periodo. Senza correre il sicuro pericolo di non potersi organare il Credito fondiario

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per mancanza di associazione di mutuatari e di mutuanti, e senza imporre oneri allo Stato per facilitare le prime operazioni, il Banco di Napoli ha consacrato a questo servizio di credito appunto la maggior parte del suo patrimonio aumentato in quest'ultimo quinquennio, ed lia potuto così attuare un concetto del chiarissimo giureconsulto Nicola Parisio, il quale fin dal 1845, essendo ministro di Ferdinando II, fece tradurre dallo egregio Ludovico Viscardi, ora presidente presso la Corte d' appello di Napoli, l'ordinanza sul Credito fondiario pel gran Ducato di Posen, al fine di aggiungere, mercé opportune modificazioni, cotesto uffizio agli altri del nostro Banco medesimo. Il cav. Viscardi, ad attestato di sua amicizia, mi ha fatto il regalo di siffatto importantissimo lavoro, da cui possiamo ritrarre utili ammaestramenti nella compilazione dei nostri statuti fondiari.

Ha pure il Consiglio generale del Banco disposto l'apertura delle succursali in Chieti ed in Monteleone per fondarne un centro di operazioni bancarie negli Abruzzi e nelle Calabrie, e quindi via via eseguire il programma del Medici, di stabilire cioè una succursale per ogni provincia. E mentre in coteste svariate guise, a misura dello aumento del suo patrimonio, il Banco di Napoli estende il campo ed i mezzi della benefica distribuzione del suo credito, contribuisce annualmente con molte migliaia di lire

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alla fondazione e mantenimento dell’Opera di mendicità, dell’Opera dei bambini infermi lattanti, degli Asili infantili, dell’Ospedale clinico di Gesù e Maria, della Congregazione di carità, e di una corsia esclusivamente impiantata a sue spese per ottanta fanciulli orfani nello Albergo dei poveri.

Non manca poi di concorrere ad ogni specie di sussidio che la cittadinanza ed il commercio danno per incoraggiare le industrie o per venire in soccorso a grandi sventure. Anzi mi è lieto di poterle annunziare eh' è intendimento dell’amministrazione del nostro Banco di fondare scuole di economia pratica e di contabilità, nonché una grande rivista economica e finanziaria, simile a quelle che si pubblicano in Germania ed in Inghilterra con vantaggio del progresso della scienza applicata davvero al benessere della umanità, non ad utopistici vaniloqui. E se siffatto proposito non è stato finora tradotto in atto, n' è stato cagione il misurato procedere di creare gl'istromenti del benessere e della civiltà, dopo che sono assicurati i mezzi da mantenerli e da renderli progressivamente duraturi.

Per le quali cose io adunque mi penso che, se evvi una desiderata speranza per uomini che vogliono rigenerate essenzialmente le nostre popolazioni, la è questa di vedere aumentato sempre più il patrimonio del Banco di Napoli;

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 che col suo aumento noi possiamo riordinare il nostro assetto economico e riparare in gran parte ai danni della degradazione e dello isolamento, che hanno accompagnata la dominazione borbonica. Però, secondo in altra lettera le dimostrerò, coloro che hanno il delicato compito di soprintendere e dirigere l'amministrazione del Banco di Napoli, nel momento in cui studiano di fare acquistare a questa istituzione nuove forze per applicarle allo svolgimento progressivo della pubblica prosperità, preparano quelle modificazioni e quelle trasformazioni, che le condizioni nuove della nostra società addimandano.

LETTERA XI

Il decreto del 22 novembre 1860 fu il primo passo a metter termine allo inverecondo costume dell'amministrazione borbonica, di considerare cioè il Banco un ente civile siffatto, da dirsi non persona, ma mancipio, di cui il patrimonio si apparteneva per dritto di signoraggio all’augusto padrone. Con questo decreto l'amministrazione e la direzione centrale del Banco furono confidate ad un Consiglio d' amministrazione, composto da presidenti, vice-presidenti, e da un censore, e preseduto da uno eletto annualmente dal Consiglio medesimo.

Molte utilità avvennero al Banco anche da questa pur troppo semplice modificazione, la quale, sebbene affatto nominale, fu cagione di importanti immegliamenti, per aver compreso il nuovo Consiglio di amministrazione il suo compito e la sua missione verso il paese.

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Il personale fu in qualche modo riordinato meglio preparato a riordinamento più essenziale; ad ogni maniera di abusi fu messo, se non completamente termine, almeno robusto freno, e si intrapresero efficaci studi per farli tutti affatto cessare; per aggiunte e derogazioni al vecchio regolamento, ora in corso di revisione e di nuova compilazione, furono tolte tutte le parti soverchie della scrittura da non potersi più mantenere nel presente periodo di vittoria sul tempo e sullo spazio, e si preparano proposte per ampliare la sfera delle operazioni senz'alterare i limiti de’ vecchi statuti.

Animato da questi risultamenti di un' amministrazione autonoma e quasi indipendente, e spinto dai suggerimenti fatti mercé la stampa e la parola da coloro che ripongono l'amore per la libertà e completa redenzione d' Italia nell’assicurare al paese la sua ricchezza e quindi la sua potenza, il nostro egregio concittadino Giovanni Manna, qual ministro dì Agricoltura e Commercio, si occupò a spezzare ogni legame fra il Tesoro dello Stato ed il Banco di Napoli ed a restituire quest'ultimo alla sua vera indole d'istituto di credito, senza però tener conto veruno del precipuo scopo avuto dal Medici nel riordinare cotesto Banco, e che aveva grandemente contribuito alla meravigliosa esattezza e speditezza della contabilità della nostra Tesoreria: scopo che sarebbe stato, a parer mio un debito cittadino non dimenticare,

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e che, per la restituzione del nostro istituto nella sua originaria indipendenza, sarebbe stato con efficacia maggiore raggiunto.

Principale ostacolo incontrato dal Manna per realizzare il suo concetto era il legame del Banco con la pubblica amministrazione, reso nelle apparenze tanto indispensabile quanto sembrava impossibile far sussistere una istituzione, che non si appartenga ad alcuno, 'qual'è quella di cui ci occupiamo, dacché non più esistevano le associazioni di pietà, che l'avevano istallata, e in separati Monti mirabilmente amministrata.

Fin dall'anno innanzi alle decretate modificazioni, nel mio opuscolo pubblicato in Torino intorno a questo nostro istituto, massime a fine di reclamarne la completa emancipazione da ogni patronato governativo, senza però privare il Governo di vantaggi che gli erano assicurati da uno speciale e singolare meccanismo, proponeva che fosse passato alla dipendenza del Ministero di Agricoltura e Commercio, e lasciata al Municipio e alla Camera di commercio di Napoli e di altre città, ove il Banco ha sue sedi e succursali, la cura di regolarlo e soprintenderne l’andamento mediante persone a ciò specialmente elette.

Alla quale proposta io aggiungeva due altre: quella di liquidare la somma, di cui nel suo spirare si appropriava il governo di Francesco II per sostenersi contro la grande rivoluzione unitaria capitanata

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dal Garibaldi; l'altra di vendere le proprietà immobiliari del Banco ed applicare le ritratte somme ad accrescere il fondo metallico delle sue operazioni.

Fui fortunato che il mio chiarissimo amico Manna di cui deploriamo la immatura perdita, imprendendo secondo le ho innanzi accennato, a riordinare nella libertà il nostro Banco, accoglieva gran parte di queste mie proposte, le faceva sue, ed animandole con la lucidità della sua mente e con l’autorità di ministro, dava loro forma solenne pel decreto del 27 aprile 1863. Con questo decreto infatti, volendosi far riprendere al Banco di Napoli la sua originaria indole, conservata fino a che un Governo poco scrupoloso non andò ad attingervi le risorse di cui mancava per cooperare con l’Austria alla repressione della rivoluzione francese, si confermano i preesistenti statuti, si crea un Consiglio generale in gran parte eletto da' municipii, da' consigli provinciali, dalle camere di commercio delle località ove; il Banco ha sedi e succursali, e dalla camera degli avvocati di Napoli; ed a questo Consiglio si dà fra le altre attribuzioni quella di deliberare, sulle proposte del Consiglio di amministrazione, intorno alle modifiche che si crederà opportuno di fare agli istituti del Banco; e l'altra di poter deliberare l’alienazione dei beni di dotazione del Banco medesimo.

Cosi il Consiglio generale, chiamato a compiere

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la missione difficilissima e cittadina dal Governo  chiaramente segnatagli e dal paese affidatagli, di fare, cioè, uscire il Banco di Napoli da uno stato anormale, senza però recare alcuna scossa alla fiducia di cui gode in tutte le provincie del mezzogiorno, pose ogni cura a non mostrarsi, almeno per lo intendimento, inferiore al suo compito; anzi per primo suo atto deliberò di non avere altro modo per esprimere la gratitudine di Napoli verso il Governo restauratore di un patrio istituto, che il rendere questo sorgente sicura e [perenne della prosperità nazionale, con innestare ponderatamente sugli antichi ordini ripristinati i nuovi miglioramenti richiesti dalla progredita civiltà. Quindi nominava una Commissione composta dal direttore Avitabile, da Aveta, da Rosselli Clauson e da me, per formolare il nuovo statuto sulle basi di norme precedentemente con accurato esame discusse e deliberate.

In conseguenza di cotesto procedere, furono nello statuto, di cui io ebbi l'onore di essere relatore, mantenuti i vecchi principi di non potersi eccedere con l'emissione il doppio della riserva metallica, e di scontarsi effetti commerciali muniti almeno di tre firme; avvegnaché fosse stato mio vivissimo desiderio di togliere al nostro istituto di credito queste pastoie della limitazione dell’emissione e delle tre firme, che la sciagurata smania degli artifizi ha introdotto nella teoria e nella pratica bancaria.

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Avrei voluto che il Banco di Napoli, profittando del grande suo credito, avesse, mediante le operazioni di sconto a due firme col sistema dei fidi o castelletti, non che di aperture di conti correnti, moltiplicato il capitale industriale nel nostro paese nel momento in cui abbiamo l’obbligo di riparare con isforzi di operosità alla inerzia passata. Perciocché al solo credito è data la magica potenza di realizzare la ricchezza avvenire per aumentare il capitale indispensabile a produrla. Ma sventuratamente, mi sia concesso il ripeterlo, i miei colleghi del Consiglio generale furono preoccupati dalla paura di scuotere con novazioni soverchiamente ardite, più che la pubblica fiducia, la invidia di quei che non vorrebbero vedere il Banco di Napoli farsi auspice del riordinamento bancario in Italia.

Non pertanto, ritenendo i vecchi principi, furono ammesse le proposte della Commissione per le operazioni nuove: — della pegnorazione degli ordini in derrate, tratti da persone notoriamente solvibili o tali riconosciute dalla deputazione di sconto: — della pegnorazione dei warrants o ricevute di mercanzie di sete, di cotone e di ogni altra maniera di merci o derrate, rilasciate da magazzini generali a ciò legalmente autorizzati: — della pegnorazione di titoli di prestiti provinciali e municipali, nonché delle azioni ed obbligazioni di società industriali e commerciali, che hanno corso nella Borsa della sede

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principale od in quelle delle sedi succursali: — di ricevere sottoscrizioni e prestiti dello Stato, delle provincie e del comuni, ed interessarsi per quella parte di fondi patrimoniali, che sarà determinata per deliberazione del Consiglio generale: — d'istallare succursali a Chieti e Monteleone ed in altre provincie del Napolitano.

E merita speciale menzione una delle più importanti modifiche in quel nuovo statuto ammesse: quella di congiungere alle operazioni di deposito e di sconto, eseguite pel decreto del 1816, anche le altre di Cassa di risparmio, e di attuare in tal guisa il completamento della partecipazione del credito, che in generale nel vecchio mondo, ritrae sua indole dall’aristocrazia monetaria succeduta col terzo ceto alla feudale, di cui aspira a tenere il posto nel moderno assetto delle nazioni. Laonde fu deliberata l’annessione della Cassa di risparmio Vittorio Emmanuele, che già trovasi ordinata presso il Banco medesimo, onde rigogliosamente inaugurare la sua vita sotto la azione della potenza vivificatrice di un credito sostenuto da popolare simpatia.

Nel nuovo statuto adunque fu creduto indispensabile comprendere alcuni articoli tolti da quello della detta Cassa di risparmio, per servire di norma ad altre simili Casse che si andrebbero a stabilire presso ogni succursale del Banco.

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E se non si venne alla soppressione dello articolo relativo 'alla limitazione de’ depositi e dei rimborsi nominativi, ne fu cagione l'essersi tutti persuasi che esso resterebbe di fatto annullato con l'uso ammesso dei libretti al portatore, e con la facoltà concessa al direttore di permettere, tenuto presente il collocamento dei fondi, su' libretti al portatore versamenti e cumulazioni di somme maggiori di L. 5000.

Ed in questo stesso progetto di statuto per l'art. 14 veniva stabilito di essere il Banco facoltato di anticipare al pubblico erario sino a venti milioni su buoni del tesoro al saggio del 3 per 0|0; perciocché da coloro i quali erano incaricati della proposta di detto statuto si volle stabilire cotesta prescrizione onde il Banco di Napoli, non ostante la incorreggibile ostinazione dei governanti di non volerlo valutare abbastanza, venga in aiuto delle finanze dello Stato nella misura che pel passato anno si può ritenere di 800,000 lire. Ho completa fiducia che le condizioni finanziarie d' Italia saranno presto migliorate, e che usciremo dal vergognoso periodo di veder deprezzati i valori del nostro tesoro di due quinti di meno di quelli del tesoro francese. Non pertanto, potendo i buoni scaduti essere rimpiazzati da altri, sarà sempre un aiuto annuale da valutarsi in media a mezzo milione, e sarà in ogni modo un fatto da provare come in Napoli il pensiero predominante è sempre quello di mantenere e far prosperare il nuovo regno.

LETTERA XII.

Nella compilazione del nuovo statuto si voleva anche ripristinare uno dei servizii che il Banco di Napoli prestava, secondo già in una precedente lettera Le ho accennato, fin dallo scorcio del secolo XVII; quello dei prestiti sopra ipoteche. Perciocché se le fedi di credito tenute nella circolazione per un periodo di cinque anni in media, a cagione della fiducia illimitata del pubblico, davano al nostro Banco l'opportunità delle applicazioni fondiarie, cotesta opportunità oggidì era resa maggiore con l'assumere anche le funzioni di Cassa di risparmio, e col poter usare le nuove forme di credito per le quali la proprietà immobiliare, fatta base anche di operazioni bancarie, vien ad essere anche circondata dal benefico appoggio del capitale.

Anzi si osservava che, indipendentemente da queste nuove forme, la cui attuazione ha bisogno dell'approvazione governativa, per essere sventuratamente ancora la industria bancaria tenuta nel periodo di tutela, si potevano assumere le operazioni di prestito fondiario sulla base dei fondi raccolti per risparmio.

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L'istituto lombardo, a cui Ella presiede, ci ha provato col suo esercizio dal 1824 al 1860 che non solo i prestiti a tempo lunghissimo non sono pericolosi anche operati in larghe proporzioni sul fondo de’ depositi di somme destinate ai risparmii, ma ancora che progressivamente hanno costituito la maggior parte dei suoi affari. Nel 1824 infatti sopra lire 1,358,542 del bilancio attivo, lire 341,372 erano di capitali maturati con garanzia ipotecaria; nel 1840 erano lire 6,985,193, sopra 9,119,8,06: nel 1850 lire 15,273,966 sopra lire 18,985,540; nel 1859 lire 61,709,954 sopra lire 78,787,356; vale a dire i collocamenti ipotecarli in proporzione agli altri erano passati dalla ragione di un quarto a quella di circa 4 quinti; e nello stesso tempo la istituzione avea acquistata maggior forza e consolidamento.

Per persuadere poi anche gl'increduli circa tale importante risultamento economico si notava pure come nel 1861 essendosi verificati 14,990 rimborsi in più del 1860 per effetto dello impiego del denaro in rendita pubblica, il mio egregio amico Griffini scriveva nella sua annuale relazione:

«L'amministrazione della Cassa di risparmio vide con piacere che il denaro venisse da' privati ritirato ed invertito più utilmente, né per questo cedette al pensiero di accrescere l'interesse a favore de’ depositanti

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per trattenerli dal richiamo del denaro stesso, non essendo scopo quello dello istituto di assorbire e di farsi amministratore della pubblica pecunia, ma solo di prestarsi temporaneamente a custodirla ed a renderla fruttifera in aspettativa che i privati con la propria industria sappiano meglio utilizzarla». Contrapposto bellissimo al procedere comune delle banche privilegiate le quali, sconoscendo la loro missione di far prendere ai loro biglietti il posto di numerario effettivo quando questo manca, usano per forza del monopolio di tal mancanza fosse anche nominale, per realizzare lo sconto e produrre quindi le crisi che avrebbero il dovere sociale di prevenire.

Non pertanto la Commissione ed il Consiglio Generale del Banco aveano l’intendimento di organare il servizio del Credito fondiario, come istromento appunto di credito, non più come intermediario di prestiti. Dopo quanto erasi operato in Germania su tal materia, e quanto erasi praticato in Francia per un decennio di pruove e di successive modificazioni, onde raggiunger lo scopo di venire efficacemente in aiuto della parte più numerosa e più eletta della popolazione, non si poteva arrestare nel campo veramente del prestito.

Laonde a seguito di scrupolo si studi e di conforti avuti dall’amica Cassa di risparmio di Milano, si venne alla conclusione di promuovere una confederazione dei grandi istituti di credito locali col Banco di Napoli,

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per stabilire di comune accordo le basi delle nuove operazioni; ed a questo scopo fu nominata una speciale Commissione nella speranza che fosse bene accolta dal Governo alla fine illuminalo su' reali bisogni del paese, e liberalo da impegni, la cui infruttuosa durala sembra un mezzo di prolungare e non di disciogliere le nostre complicazioni economiche e finanziarie.

Ma il fatto non secondò la speranza. Il chiarissimo ministro Manna, avvegnaché desideroso di assicurare all’Italia un fecondo assetto economico, non ebbe coraggio sufficiente per uscire dai vincoli della convenzione con la Società Fremy, ne sufficiente autorità per farla accettare dalla Camera. Così coltivando il concetto di affidare l’esercizio del credito fondiario ai grandi istituti locali di credito, e ragionandone d' ordinario lucidamente con i suoi amici, fu trattenuto da delicata scrupolosità dal parlarne anche formalmente con i commissari del nostro Banco, e faceva rimanere la proprietà immobiliare, aggravata dai nuovi pesi, priva dei mezzi atti a sollevare ad industria il lavoro su di essa applicato.

E per questa medesima virtù di moderazione di animo, sovente non utile nei gravi momenti di ricostituire una nazione, il Manna invece di sanzionare a forma di legge il nuovo statuto unanimemente votato dal Consiglio generale del Banco, nel quale armonicamente il vecchio ed il nuovo era ordinato sotto formole facilissime,

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venne a stabilire con decreto del dì 24 novembre 1863 le modifiche e le aggiunte delle nuove operazioni, come accessorie di quel cumolo incomposto di ordinanze, di rescritti e di regolamenti, che costituiscono la legislazione del Banco ed il patrimonio di una generazione d'impiegati iniziati ne' suoi misteri.

Se i dubbi del Manna han fatto ancora rimanere il Banco senza uno statuto completo, quelli del Minghetti ministro delle Finanze lo hanno privato di compiere un altro benefizio per lo Stato, quale sopra ogni altro era il far ritirare in tre anni tutta quanta la vecchia moneta e il coniare la nuova, eseguendo tal doppia operazione con un benefizio di sei milioni a prò del pubblico Tesoro a fronte della spesa a tale obbietto stanziata nel bilancio. Sarebbe ormai giunto il tempo in cui la moneta borbonica, questo documento della mala signoria passata, non contaminerebbe più la fantasia del nostro volgo ignorante, qualora il contratto col Banco tosse stato accettato. Ma, se la ignoranza e gli astuti maneggiamenti hanno privato il Napoletano di cotesto importante beneficio politico ed economico, nessuno potrà togliere al nostro Banco la gloria di non tralasciare mai occasione veruna per contribuire con i suoi mezzi all'attuazione degli ordini nuovi.

Né i governanti nostri si son limitati a rifiutare i nuovi servizi, che il Banco proponeva di fare.

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Al contrario, con grave danno del pubblico e del Tesoro insieme, gli han tolto il servizio di Tesoreria che compiva da antichissimo tempo, e che avea contribuito nel già reame di Napoli alla meravigliosa regolarità della contabilità dello Stato.

Fin dai primordi della nuova amministrazione, che dalla rocca alpina della libertà e della indipendenza è stata, con meno tolleranza usata un di dai Macedoni, importata sulla rimanente Italia, l'organismo della nostra contabilità, fondato sullo intreccio bancario e finanziario, fu non compreso, non studiato e quindi con perseveranza incorreggibile combattuto.

Però gli amministratori locali del Banco e della Tesoreria, educati alla nostra scuola di computisteria, e meravigliati dalla ostinazione preponderante di non poter essere neanche ascoltati, onde il paese non fosse completamente ricaduto nel ginepraio rovinoso delle forme disordinate quanto infeconde, si studiarono di trovar modo per far cessare alcune ricantate difficoltà.

Infatti nel 16 dicembre 1802, il direttore del Banco di Napoli, quello speciale del Tesoro ed il primo segretario della direzione speciale medesima, non che l'ispettore centrale del ministero, dopo matura discussione, stabilirono di accordo che a fine di celermente effettuare la estensione di tutt'i mandati senza il giro delle polizze, il Banco assumeva l'obbligo di tenere un'apposita cassa

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in effettivo numerario con destinarsi il personale necessario allo esatto e sollecito pagamento, e con restare tal cassa esclusivamente addetta pel servizio di Tesoreria.

E fu parimenti d' accordo convenuto che tutti i mandati continuerebbero, secondo i regolamenti in vigore, ad essere spediti al tesoriere speciale che ne farebbe la trasmissione alla cassa speciale suddetta del Banco a misura dei fondi di cui era in facoltà del Tesoro disporre, e sempre col visto e bollo del controllerò per ogni mandato. Inoltre il Banco darebbe corso ai pagamenti disposti dal tesoriere speciale per sovvenzione di fondi ai contabili, esiti di urgenza e simili, qualora gli ordinativi di pagamenti fossero controfirmati dal controlloro.

In fine fu determinato, che ogni giorno sarebbero resi al tesoriere i mandati, vaglia, buoni, ordini di pagamenti ecc. e l’importo sarebbe conteggiato sui fondi della Tesoreria medesima, regolarizzandosi la scrittura sul relativo conto con notarsi nella madrefede della Tesoreria la corrispondente polizza a favore del Banco, il quale restava responsabile dello stretto ed esatto adempimento delle prescrizioni contenute nel regolamento di Tesoreria, massime per quanto risguarda il servizio de’ mandati.

Circa poi la parte di uffizio dello incasso dei fondi, si stabili che il Banco seguirebbe come per lo innanzi a ricevere direttamente i fondi da tutti gli agenti della riscossione, e che il tesoriere non potrebbe fare altro

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che accreditare sulla madrefede le somme depositate presso il medesimo Banco senza mai praticare esiti in polizze, oltre quelli a favore del Banco per saldo de’ pagamenti dalla sua cassa eseguiti.

Così per effetto di questa convenzione il Banco rimaneva incaricato a tutto suo rischio e pericolo della cassa materiale del Tesoro in queste Provincie meridionali e del servizio effettivo di tutt'i pagamenti da farsi dal Tesoro medesimo, mentre che il tesoriere era incaricato esclusivamente delle scritturazioni e degli adempimenti contabili voluti dal regolamento, conservando nondimeno la piena responsabilità solidariamente col Banco verso il Governo, sì per le madrefedi delle quali fa uso, e sì pe' mandati che fa pagare dal Banco da ritenersi qual suo cassiere.

Ma sventuratamente la convenzione, di cui ho stimato mio debito darle esatta conoscenza, fu dal ministero dopo un anno annullata, e venne all’incontro istallato l'uffizio della Tesoreria provinciale sotto la dipendenza di un altro nuovo uffizio appellato Agenzia del Tesoro con una schiera d'impiegati che, consumandosi in un lavoro improduttivo, divorano il corpo dello Stato, e condannano un pubblico numeroso ad accattare per molti giorni  in ogni mese quelle pensioni che, se la miseria e le abitudini d'inerzia non opprimessero troppo il nostro popolo, sarebbe maggior guadagno abbandonare.

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Il Medici avrebbe voluto fare di ogni ricevitoria generale delle provincie una succursale del Banco di Napoli, innestando sull'assetto bancario di questo istituto quello finanziario francese delle ricevitorie generali, importato presso di noi da' re napoleonidi, e perfezionato e semplificato nei 1817 secondo che l'illustre ministro Fouid si propone ora di eseguire in Francia. Ed a questo proposito della istallazione delle casse bancarie provinciali pel servizio della riscossione e di pagatoria dello Stato, il Medici stesso scriveva in un suo rapporto al re: « l'attività e l'industria, col fondo delle tasse stesse e mercé l'annessevi operazioni di sconto, verranno in tutt'i punti del regno rigogliosamente animate; la percezione delle imposte non sarà più un carico pel Tesoro ed una sopratassa pei contribuenti, e l'erario pubblico avrà pei suoi bisogni ordinari ed estraordinari un'inesauribile riserva per scontare i suoi effetti, senza mandarsi sul mercato della Borsa e produrre le gravi oscillazioni nel corso della rendita, pericolosissime pel commercio e pel credito dello Stato.» Sarebbe desiderabile che tali pensamenti di un ministro di re assoluto e nemico dì ogni bene non fossero dimenticati da quello di un re restauratore fra i suoi popoli di libertà e di nazionalità. L’affidare il servizio di Tesoreria con decreto reale alla Banca Nazionale, oltre l'offesa gravissima al Parlamento, ridotto cosi alla miseranda condizione dei Merovinci

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a cui si partecipavano soltanto gli ordini della Corona, racchiude l'inconsiderato passo dimettere l'esistenza stéssa dello Stato al seguito della fortuna ed anche delle passioni di una società privata, senza neanche esaminare attentamente le condizioni della cassa e degli aifari, e senza ricordarsi che il colpo di stato del 2 dicembre fu dovuto principalmente alla Banca di Francia, sebbene non avesse avuto la potenza che i nostri eccelsi finanzieri vogliono dare a quella d'Italia.

Ne poi neir imprendere a sostenere il progetto di affidare il servizio di Tesoreria alla Banca d'Italia si ò pensato al gran danno che ne solTrirebbe il commercio infeudato all'inevitabile monopolio di cotesto istituto che, disertando il campo commerciale, si abbandonerebbe completamente alle operazioni finanziarie ed alle anticipazioni sullo Stato pel servizio di conti correnti, che senza dubbio sarà con astuzia e malizia organato in modi fecondi per grossi dividendi.

Già la Banca fra di noi per le facili condiscendenze del Governo ha abbandonato la via degli sconti commerciali per quella delle operazioni di prestito pubblico, sicché abbiamo contemporaneamente veduto lo scandalo de’ decreti reali che autorizzavano il sorpassare la misura per lo acquisto di rendita e l'aumento del saggio dello sconto, onde a spese del commercio si fossero provveduti i fondi per le grandi speculazioni di borsa, ne' quali la Banca medesima a gonfie vele entrava.

LETTERA XIII

Circa le anticipazioni che dal Banco si fanno presso i Monti di Pietà, a norma di speciali regolamenti, su pegni di metalli preziosi, di gioie, metalli grezzi lavorati, sete, cotone, lane ed altri oggetti nuovi ed usati, incluse le pannine anche cucite e bagnate, il Consiglio generale attende a portare dei miglioramenti sul sistema antichissimo di questa specie di operazioni, nella compilazione del nuovo regolamento. Le pratiche per la pegnorazione seguitano adunque oggidì ad essere quali furono fin dalla origine loro, meno pochissime eccezioni, fra le quali la principale è quella di essere stati introdotti, per la registrazione dei pegni ed il rilascio della cartella che ne attesta il deposito, i libri a matrice e la specificazione degli oggetti sulle cartelle medesime, onde evitare Io scandalo non raramente ripetuto dello scambio dell’oggetto pegnorato.

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Son sicuro che dalla commissione incaricata della compilazione del nuovo regolamento dal Consiglio generale, da cui l'approvazione dipende, si provvederà ad ordinare l’importantissimo servizio della pegnorazione, in guisa da sottrarlo completamente dalla pressione degli agenti intermediari o sensali che vergognosamente lo demoralizzano. Senza dubbio, in questo ultimo quinquennio si son portati miglioramenti essenziali, massime dacché la nuova amministrazione è stata impiantata. Nondimeno, il male non è tutto affatto distrutto dalle sue radici, che per ciò ottenere sono indispensabili modificazioni nel regolamento. E forse non sarà ultima quella di rendere schiettamente al portatore le cartelle della pegnorazione con la sola distinzione del numero progressivo; altrimenti la pessima razza dei sensali troverà sempre ragione di essere, sotto l'apparenza di dover garentire la identità della persona, sebbene nel fatto la più parte dei pegni è intestata a persone immaginarie.

L’amministrazione poi del Banco, secondo al presente è in vigore, va divisa in quattro parti, oltre quella che risguarda il Consiglio generale, il quale rappresenta l'universalità degli interessi del Banco, ne regola superiormente l'amministrazione e soprintende alla esatta osservanza dello statuto e regolamento, non che alla condotta di tutti gl'impiegati, lo, secondo tal ripartizione.

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Le ragionerò in questa lettera dell'organismo di questa istituzione.

Il Banco ha un'amministrazione centrale in Napoli affidata ad un direttore e ad un Consiglio di amministrazione, sotto la suprema sorveglianza del Consiglio generale. L'amministrazione di ciascuna cassa o succursale è affidata ad un sotto-direttore. Due Ispettori generali vegliano al regolare andamento della intera amministrazione; la locale è commessa alla vigilanza degli ispettori, a norma del regolamento.

Il direttore rappresenta in faccia ai terzi il Banco, e ne dirige e regola gli affari; presiede il Consiglio di amministrazione e la Commissione di sconto; ha la corrispondenza col Governo e coi capi di amministrazioni; provvede all’ordinamento generale del servizio, ed ha la proposta de’ bilanci di previsione; ordina la restituzione de’ valori per le fedi di credito, polizze, polizzini, libretti intestati della Cassa di risparmio, e cartelle di pegni disperse sino alla somma di L,4000, previe le formalità e le cautele richieste dal regolamento, dopo l'esame fattone dal Consiglio; emette tutte le ordinanze di urgenza pel bene del servizio, anche quando si tratta della sospensione degl'impiegati, facendone immediatamente rapporto al Consiglio d'amministrazione.

Questo Consiglio si compone del direttore, che lì è il presidente, de’ due ispettori generali e di quattro delegati

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scelti dal Consiglio generale fra i suoi membri, e delibera circa tutti gli affari del Banco, tranne quelli attribuiti specialmente al direttore; circa le proposte a farsi al Consiglio generale» intorno alle modifiche dello statuto e del regolamento ed a quanto riguarda l'ordinamento generale dell'amministrazione; e circa le transazioni, inteso il parere dell'ispettore del contenzioso, salva sempre l'approvazione del Consiglio generale. Approva poi i progetti de’ bilanci di previsione da presentarsi al Consiglio generale; nomina, promuove, sospende tutti gli impiegati dipendenti dal Banco; convoca in sessione straordinaria il Consiglio generale; esamina ed approva tutti i bilanci di scrittura, gli stati di situazione mensili ed annuali da pubblicarsi ufficialmente per le stampe, e gli statini delle liti e le controversie che possono dar vita a nuovi litigi.

Inoltre ripartisce il fondo disponibile per lo sconto e per le altre diverse operazioni del Banco; dispone la verifica del portafoglio de’ valori; destina un ispettore generale per vigilare l'ufficio del collocamento dei fondi; e stabilisce la ragione dello sconto e degl'interessi sopra tutte le operazioni di collocamento, non che sui depositi per risparmio, dandone avviso al pubblico.

Il sotto-direttore è il capo dell’amministrazione locale di ogni cassa o succursale, donde n'è responsabile dello esatto andamento. Egli rappresenta il direttore

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del Banco in tutti gli atti determinati dal regolamento; riceve tutti i richiami del pubblico; dispone le verifiche delle casse, rapportandone al direttore il risultamento nella stessa giornata, e cura la esatta esecuzione delle deliberazioni del Consiglio d'amministrazione e del direttore del Banco, col quale ha la corrispondenza.

Nelle casse e succursali, vi sono anche uno o più ispettori responsabili d'invigilare giornalmente sull'andamento di tutte le officine della propria residenza e sull'esatto adempimento dei doveri di ciascun impiegato, riferendone al sotto-direttore. Oltre di questo uffizio di sorveglianza, essi sono collaboratori del sotto-direttore, ed il più antico lo sostituisce in caso di mancanza o di legale impedimento.

Francamente, io qui Le scrivo un mio giudizio intorno a cotesto ordinamento amministrativo del Banco, già ripetutamente espresso nel Consiglio generale. In primo luogo, a me sembra che manca davvero il controllo, essendo gli ispettori coadiutori e subordinati del direttore e sotto-direttori, non sorvegliatori dello andamento delle operazioni bancarie; per forma che ne prendono le funzioni in caso di legittimo impedimento, e n' eseguono gli speciali mandati. A mio parere, questa parte della organizzazione del Banco di Napoli dovrebbe essere essenzialmente modificata, sì in quanto alle attribuzioni degl'ispettori,

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si in quanto al loro numero d'ordinario sovrabbondante, con carico non lieve del bilancio annuale. Poi penso che il Consiglio generale ha il debito di provvedere allo indispensabile bisogno di esatto controllo, affinché il Banco nostro si metta nelle condizioni dei grandi istituti di credito; perciocché a me sembra, che sia stata mente del Governo lasciare al Consiglio generale, cui si appartiene il supremo uffizio di sopraintendenza, un siffatto delicato incarico. Laonde io vorrei due commissarii del Consiglio generale per sorvegliare l'amministrazione ed intervenire anche nel Consiglio di amministrazione con un voto consultivo, come si pratica dai censori in ogni stabilimento simile.

Della Commissione di sconto Le dico che è composta, per la sede di Napoli, di 24 deputati, dei quali sei per turno eseguono il servizio dello sconto, mercé diverse riunioni settimanali.

Nella succursale di Bari, come nelle altre che saranno stabilite, il loro numero è di sei. L'esercizio delle funzioni di ciascun deputato è per la durata di tre anni, rinnovandosene un terzo per ogni anno, salvo il caso di conferma. Nessuna cambiale od effetto può essere ricevuto allo sconto, se non ammesso dalla Commissione.

Credo che anche su questa parte dell'amministrazione del Banco si debba ritornare, rifacendo quanto ora trovasi stabilito.

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Se la varietà individuale dei deputati per ogni riunione di sconto è stata introdotta per evitare qualsiasi monopolio, di cui si faceva colpa all'antica deputazione permanente, d'altra parte bisogna pur riconoscere che col presente sistema manca un concetto fermo intorno alla qualità dei valori scontati, che potrebbe forse influire sulla qualità del portafoglio. È giusta la regola della rinnovazione per terzo annualmente di detta deputazione, ed è pur giusta quella relativa allo aumento del numero dei membri della stessa; però si dovrebbe almeno dividere il lavoro per bimestri o per trimestri mediante sorteggio, ovvero invece ordinare le adunanze in guisa che non tutti i membri di ciascuna fossero nuovi, e quindi non si verificasse il caso possibile della variabilità dei criterii su di obbietto ch'è base e fondamento di un istituto bancario. Credo pure che sia degna di modificazione la prescrizione dello antico regolamento per lo intervento dello agente di cambio nelle operazioni di sconto, dal quale deriva un aumento sensibile di spesa ed uno intralciamento negli affari, sotto l'ombra di un' assicurazione per la identità delle firme.

È indispensabile ormai che il Banco di Napoli si metta sulla via di quelle norme comuni e generalmente adottate, ed esca dal periodo dei bamboleggiamenti commerciali.

Finalmente, l'edifizio organico del Banco di Napoli

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è completato dal Consiglio generale, che, secondo innanzi ho detto, rappresenta l'universalità degli interessi del Banco, ne regola superiormente l'amministrazione e soprintende alla esatta osservanza dello statuto e del regolamento, non che alla condotta di tutti gli impiegati. Esso si compone del sindaco di Napoli, del presidente della Camera di commercio, del presidente del Tribunale di commercio, di quattro membri eletti dal Consiglio provinciale, di quattro dal Consiglio comunale, e di due dal Consiglio di disciplina degli avvocati, non che di due eletti dalla Camera di commercio di Bari, di due da quel Consiglio provinciale, e di due dal Consiglio comunale di Bari medesima. Stabilendosi altre succursali, il Consiglio generale determinerà la opportuna rappresentanza. Così si è dato a questo istituto di credito un'assemblea generale di tutte le classi della cittadinanza, che hanno interesse a mantenerlo ed a farlo prosperare, e che per la qualità del loro uffizio hanno l'idoneità speciale a valutarne tutte le determinazioni.

So che ad alcuni è sembrato cotesto espediente strano, e forse alquanto d'indole del medio evo; però, senza discutere sulle teorie, il fatto ha mostrato che il Manna fece cosa sapientissima in istabilirlo, che questo Consiglio non solo si occupa con chiaroveggenza e solerzia della prosperità del Banco, ma per le sue discussioni educa il paese alle applicazioni pratiche della scienza economica.

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Le funzioni di componenti il Consiglio generalo sono gratuite. Il Consiglio si riunisce in Napoli ogni anno il 1° novembre in sessione ordinaria, la cui durata è di non oltre 30 giorni. Può prorogarsi a richiesta di quattro dei suoi componenti presenti, ed essere anche convocato in sessione straordinaria. Oltre la suprema direzione e sorveglianza, ha per ispeciale incarico di deliberare sulle proposte di modificazione allo statuto, salvo l'approvazione del Governo; di ordinare, approvare e modificare i regolamenti organici; di discutere e fissare il bilancio annuale, e giudicare il consuntivo; di deliberare sulle transazioni, alienazioni e permute dei beni di dotazione del Banco, non che sul loro collocamento; di determinare la pianta organica degli impiegati, e di esaminarne la condotta; di pronunziare voti di censura, sospensioni o destituzioni; di stabilire le pensioni di ritiro e gli assegni di aspettativa per sola cagione d' infermità; di nominare i deputati della Commissione di sconto e quelli di ogni altra commissione; di scegliere annualmente 1 delegati a far parte del Consiglio d' amministrazione; di determinare la cifra delle cauzioni degli agenti contabili; e di deliberare su tutte le proposte che verranno presentate dal Consiglio di amministrazione o da ciascun membro, purché comprese nell'ordine del giorno stabilito dal presidente e comunicato a domicilio.

LETTERA XIV

Se da me si mettesse fine a questa serie di lettere scrittele intorno al Banco di Napoli senza dire altra cosa delle modificazioni e degl’immegliamenti indispensabili per renderlo un istrumcnto di credito fecondo pel paese, certamente sarei degno dell’accusa di appartenere a quella classe di municipali, che sanno soltanto volger lode ad ogni cosa che trovasi stabilita all’ombra del loro campanile. Il Banco di Napoli, secondo ho dimostrato in altro mio lavoro economico, merita di prender posto nella storia bancaria, come un progresso dell’organamento del credito, quale trovavasi ordinato in Genova ed in Amsterdam, per arrivare alla completa emancipazione dall’elemento materiale e personale, ottenuta mercé la costituzione del Banco d'Inghilterra; perciocché se le sue fedi di credito sono vincolate alla persona cui sono intestate, non pertanto sottraggono la forma delle pubbliche obbligazioni dalla dipendenza immediata della moneta,

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che portavano seco i biglietti di cartolario del Banco di Genova, e le ricevute di quello di Amsterdam, fondate sulla favolosa teoria dei sacchi identici.

Anzi, siccome già Le ho fatto osservare, da tre secoli cotesto Banco esegue un operazione la quale è oggidì con lode e meraviglia attribuita da tutti gli economisti a Joint-Stock-Bancks, l’operazione cioè dì aprire conti sulle somme depositate mediante polizzini ordinativi a vista, che ciascun depositante ha dritto di fare a suo favore o di altri con o senza determinazione di causale. Cotesti ordinativi sono non diversi da quelli che anche oggidì chiamiamo in Italia con voce inglese cheks, da' quali se in alcuna parte differiscono, è nell'essere, una volta bollati dal Banco, girabili e trasmessibili nella circolazione non diversamente dalle fedi di credito, a cui vengono nel valore di circolazione assimilati per l'alto della bollazione, cioè per l'atto col quale il Banco, accettando l'obbligazione di pagare, sostituisce, in rapporto al pubblico, se stesso al particolare emittente.

Ma, non ostante questa importanza ch'è dovuta al Banco di Napoli nello svolgimento della storia bancaria, pure per non farlo rimanere un monumento storico e condannarlo a perire con tutta la massa delle vecchie cose, esso deve rinvigorirsi con modificare i suoi mezzi a misura da servire utilmente ad un periodo industriale nel quale fortunatamente siamo pervenuti.

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La quale necessità di sviluppo e di modificazioni viene pure dall'essere non più suo campo il piccolo reame di Napoli, a cui serviva da muro cinese il confine pontificio guardato da terribili iddii termini, i ss. Apostoli, ed ove dalia politica borbonica si voleva ad ogni costo reprimere l'umana attività e ridurre tutt'i cittadini quasi infissi al suolo di loro culla, affinchè, resi poveri ed ignoranti, potessero essere più sbrigliatamente tiranneggiati. Al contrario, quando il Napolitano è divenuto, la Dio mercé, parte del vasto reame d'Italia, e può esercitare liberamente la sua attività dalle Alpi al Capo Peloro, quando è stato sottratto dalla legislazione doganale di privilegi e di protettorato, e quando nei suoi affari evvi la felice concorrenza di altri istituti di credito eh' esercitano operazioni con le forme svincolate da ogni attrito di materie e di personalità, l'amministrazione del nostro Banco non si può ostinare a perseverare grettamente nei vecchi sistemi, senza condannare alla distruzione la stessa istituzione alle sue cure affidata e ch'è ancora una gloria d' Italia.

Bisogna dunque che il Banco di Napoli esca, com'è uscita la popolazione napolitana, da' suoi vecchi confini, ed assuma con la nazione la vita nuova. Principale espediente dev'essere quello, a mio parere, d'introdurre le fedi di credilo pagabili al portatore, senza la necessità dello attestato notarile della conoscenza personale

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del cassiere e senza quella perdita di tempo per l’esecuzione di molte formalità indispensabilmente richieste per la convertibilità dei titoli nominativi. Tale scopo si potrebbe raggiungere con emettere fedi di credito intestate al cassiere e da lui firmate con girate o senza, a richiesta delle parti, e con l'obbligo ai cassieri d tutti gli uffizi del Banco di cambiarle a vista. Questa specie di fedi di credito non altererebbe affatto il titolo della nostra emissione, e per maggiore speditezza dovrebbe farsi in serie di lire 50,100,200,500 e 1000. Né poi ad attuare simile riforma sarebbe indispensabile l'autorizzazione governativa, che essa si appartiene completamente all'amministrazione interna del Banco, e quindi alla parte regolamentaria. Il sistema intanto vecchio delle fedi intestate dovrebbe esser sempre mantenuto per chiunque volesse profittarne.

Già di un tale espediente si è fatto utile esperimento nel servizio del pagamento della rendita pubblica. Nove decimi dei renditai dello Stato hanno esatto il semestre richiedendo, a preferenza del denaro, queste fedi di credito; e se da molti si è dimandata la girata con la intestazione, di ciò è cagione e la tenacità delle vecchie abitudini, ed anche la difficoltà dei cassieri, che si credono autorizzati a non eseguire i pagamenti senza la firma riconosciuta del portatore del titolo.

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Il Consiglio generale del Banco senza dubbio non si terrà nella rovinosa immobilità per non saper vincere in forza del nuovo regolamento le difficoltà dei suoi uffiziali, i quali, qualora il regolamento per questa parte non fosse armonicamente anche modificato, avrebbero ragione a mantenere un sistema di vincoli e di difficoltà, che sovente si risolve anche in quello di loro utilità.

In quanto poi alle abitudini, esse saranno vinte dal calcolo dei propri interessi. eh' è il mezzo più sicuro il trionfare sul passato.

Per vero, chiunque vorrà servirsi del titolo di credito del Banco di Napoli in ogni paese d' Italia e non incontrare le difficoltà della conoscenza personale neir atto della trasmissione o della convertibilità, richiederà quelle intestate al cassiere. Così le emissioni dello istituto nostro potranno sostenere la concorrenza delle altre similari ora in corso; mentre che conserveranno, quando rilasciate nominativamente, la qualità originaria di essere atte alla trasmissione per girate, ed alla sicurezza maggiore per la conservazione e pei trasporti.

A questa modifica delle fedi di credito, diretta a rendere più celere e più generale la circolazione ed a moltiplicarne il capitale, dovrebbe andar congiunta l'altra dello sconto delle cambiali a quattro mesi col diritto del riavallo, ed a due firme, fossero di commercianti o di possidenti, onde provvede e non solo alle esigenze del commercio,

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ma a tutte le esigenze locali e facilitarle pel tempo e pel modo. Vorrei in somma che fosse adottato il sistema della già Banca toscana, ora sventuratamente assorbita nella sarda o nazionale, ribattezzata col titolo pomposo di Banca d' Italia. Perciocché la Banca toscana, avendo a principio di lavorar poco con molti e non quello di lavorar molto con pochi, sì per diffondere il benessere abbracciando tutte le condizioni sociali, sì per assicurare l'utile proprio menomando i pericoli, scontava entro i limiti del credito fido che a chiunque può venire assegnato con un metodo che si dice del castelletto da 500 a 500 mila lire, senza distinzione se chi gode del credito sia commerciante o noi sia, e senza la necessità, benefizio che dal metodo del castelletto risulta, di richiedere la terza firma. Al contrario la Banca sarda nazionale non ammette allo sconto che i negozianti, esige tre firme, limita il termine a tre mesi e per sistema non concede riavallo; sicché non provvede ai bisogni non commerciali, ed ai piccoli affari preferisce le operazioni co’ grandi banchieri, col Governo e con l'aristocrazia commerciale.

I risultamenti di questi opposti sistemi decidono, quando davvero si ha a scopo il bene del paese, quale sia quello da preferirsi. Nel 1863, per prendere un anno non di oscillazioni a cagione delle minacce di assorbimento, la Banca toscana ha scontato per circa 85 milioni, e la sarda per 449.

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Ora questa ultima, in ragione di popolazione, avrebbe dovuto scontare un miliardo, anche non tenendosi conto che per essere la media delle cambiali nella Banca sarda di 40 giorni, e nella Toscana di 88, la somma dello sconto di quest'ultima, a cagione del termine doppiamente più lungo, si debba in realtà reputare doppiamente maggiore. D'altra parte, secondo una statistica accuratamente pubblicata, sopra una massa di sconti che man mano han raggiunta la cifra di circa 85 milioni, i titoli della Banca toscana, caduti in sofferenza, si limitano alle somme seguenti:

Nel 1859 per L. 3,728 76 Nel 1860 per» 5,619 33 Nel 1861 per» 21,927 69 Nel 1862 per» 41,457 42 Nel 1863 per» 156,642 23 E qui è d'uopo ripetere ciò ch'è stato notato, che il danno straordinario del 1863 fu precisamente Y effetto dell'aver deviato un istante dalia massima di lavorar poco con molti, poiché la cifra del danno è quasi interamente costituita da' fidi accordati a due sole case di Livorno. Per rispetto poi alla Banca sarda o nazionale, mi penso che basti l'osservare che il solo fallimento Laurent la lasciò esposta per 2,509,000 lire, e che nel 1863 ebbe una sofferenza di lire 1,352,246.

Inoltre, volendo persuadere quanto il sistema toscano era più utile del sardo a tutte le classi di cittadini, ripeterò in questa mia lettera un ragguaglio comparativo,

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fatto sulla qualità dei recapiti scontati contemporaneamente dalle due Banche. Quando la media dei recapiti scontati a Firenze era di L. 1,322, a Livorno di L. 1,889, e nelle succursali toscane di L. 1,036, era a Genova di L. 5,501, a Catania di L. 4,920, a Ferrara di L. 5,385, a Perugia di L. 5,069, a Modena di L. 4,393. Nel 1863 poi la media dei recapiti scontati dalla Banca sarda fu di L. 3,273, mentre la media dei recapiti scontati dalla toscana fu di L. 1,603. Si avverta poi che i presentatori de’ 65,581 recapiti alla Banca toscana furono 46,823; e che dei 30,372 recapiti scontati dalla sede di Firenze,342 soli furono superiori alle L. 10,000; 6,210 furono del valore medio di L. 2,543; 8,614 di L. 784; e più della metà, cioè 15,205, di L. 393.

Nella tornata del Consiglio generale del Banco di Napoli del 31 luglio 1863 io, queste cose in più ampia forma esponendo, spiegava, secondo si rileva dal processo verbale, il principio erroneo delle tre firme: citava le principali banche estere che ritengono le due firme: diceva che la terza firma non serve ad altro che a promuovere il favoritismo: ricordava i pericoli corsi dalla Banca di Francia nel 1849 pel fatto della terza firma: osservava che questo pericoloso sistema ne' paesi di poco commercio fonda il monopolio, e ne' grandi costituisce un aggiotaggio a favore dei robusti banchieri;

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e conchiudeva che la terza firma stabilisce un sistema di sconti direttamente opposto al fine sociale della costituzione de’ pubblici banchi. Però, non ostante il valevole appoggio datomi dal mio amico e collega Cicarelli, che specialmente s'intrattenne a dimostrare quanto praticamente è ingiusto il sistema della terza firma, qualora per sostenerlo chiaramente si asserisce ch'essa è sovente fittizia, la mia proposta fu rigettata, votando soltanto a favore il Cicarelli, il Cacace e l'Aveta.

E mio costume di mantenere e conservare il coraggio a fronte delle disfatte, allorché si tratta di sostenere un principio di progresso e di pratica utilità; e la mia vita, consumata a traverso a grandi sventure, mi ha rifermato sempre più nel mio proposito, lo combatto ed anche nella caduta sostengo la pugna ed in questo special caso con sicurezza di vittoria; poiché non dubito che tutti i miei onorevoli e carissimi colleghi del Consiglio generale del Banco ritorneranno sulla proposta, e sapranno far atto da vincere i pregiudizi, lasciando pure abbaiare, sibilare e gracchiare intorno a noi i mestatori e gli ignoranti. Anzi son certo che ora non tarderanno a venire a tal modificazione, quando il Banco nostro, nell'assumere il Credito fondiario, si determina a venire in aiuto a quelle classi della società non curate dalle altre istituzioni di credito.

LETTERA XV.

E del Credito fondiario appunto debbo scriverle alcuna cosa in queste mie lettere a Lei dirette, avvegnaché Ella è stato mio collega nella Commissione federale bancaria, riunita in Firenze per diffìnitivamente costituirlo. Perciocché io ho onorato col suo nome le presenti lettere mie, non per dire a Lei cose vecchie e risaputissime, bensì per dare ad esse un mezzo di simpatica accoglienza nelle provincie dell’Italia centrale e superiore, ove stimo che sia un gran bene economico il conoscere l'organismo e la potenza di un istituto di credito vecchio, ma pur robusto tanto da tentare arditamente di acquistare forme e forze nuove.

In esecuzione dell’incarico ricevuto dal Consiglio generale del Banco una commissione composta dagli onorevoli Colonna, Cicarelli e da me si portava a Firenze per discutere e provvedere con i rappresentanti della Cassa di risparmio di Milano e del Monte de’ Paschi di Siena

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circa la istituzione del Credito fondiario, oggidì importantissimo in Italia, vuoi sotto l'aspetto economico, vuoi sotto l'aspetto finanziario.

Ed in questa commissione i chiarissimi rappresentanti degli altri due istituti di credito con noi delegati del Banco han fatto gara di preporre ad ogni concetto speciale e ad ogni interesse esclusivamente autonomo, il concetto ed il sentimento di stabilire sull'armonico intreccio degl’interessi reciproci una unità d'indole e d'azione per l'esercizio di questa special maniera di credito, senza affatto offendere menomare la forza d'individualismo che a ciascun istituto si appartiene, e per la quale ci promettiamo frutti fecondi.

Il signor ministro di Agricoltura e Commercio inaugurava i nostri lavori con riunire sotto la sua presidenza i rappresentanti dei tre istituti chiamati ad assumere il Credito fondiario nel nostro paese, ed esprimeva il suo vivissimo desiderio di dare forma e realtà all’idea d' innestare su istromenti bancarii già storicamente poderosi, per la fiducia in che eran tenuti dalle rispettive popolazioni, il servizio nuovo di assistere immediatamente col capitale la proprietà immobiliare e mediatamente la industria agricola.

Poscia per lasciare piena e completa la libertà delle nostre discussioni affidava la presidenza del congresso all'onorevole commendatore Colonna, il quale,

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la sua modestia mel concederà, ha dato ripetute pruove di mente lucidissima e di tatto squisito e ponderato di affari.

Così i nostri lavori cominciarono e proseguirono con tutta l'alacrità possibile, per forma che oltre due riunioni al giorno presso il ministro di Agricoltura e Commercio, altre particolari presso di Lei furono tenute di sera, lo non istancherò la pazienza sua col ripetere a mò di diario quanto fu discusso, e come le diverse quistioni furono promosse e sostenute. Dirò bensì quali furono le conclusioni di questa prima parte delle nostre adunanze, chiuse nello intendimento preso di comune accordo pure col ministero di studiare e ponderare ancora su di un perfezionamento di organismo diretto a dare coesistenza unitaria sempre più robusta e più formale alle operazioni de’ tre istituti.

In generale, meno pochissime e lievi modificazioni, fu accettato Io schema di decreto reale proposto dalla commissione del Banco ed unanimemente approvato dal Consiglio generale. Nella mia relazione fatta su di questo schema, ampiamente le ragioni e le cagioni di ciascuna determinazione sono state svolte; sicché sarebbe opera più inutile che superflua il ritornare ad enumerarle. Mi limiterò adunque ad accennare le ragioni che determinarono il congresso di addivebire alla compilazione di tre distinti statuti,

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che servissero di regola propria per lo esercizio del Credito fondiario pel Banco di Napoli, pel Monte de' Paschi di Siena, e per la Cassa di risparmio di Milano senza però che le diversità, poche di numero e strettamente limitate alle specialità delle circostanze locali, facessero riuscire nello insieme dissonanti tra loro i tre statuti elaborati di comune accordo. Anzi le tre rappresentanze formalmente dichiararono nel protocollo firmato il 10 di agosto ultimo, di essere di buon grado disposte a porre ogni studio, onde giovarsi a vicenda mediante scambi di rapporti ed officii atti a facilitare, uniformare possibilmente e dare impulso nello interesse di ciascuno di detti istituti alle operazioni di Cremo fondiario.

Tre furono i punti di divergenza, che condussero aIla determinazione di tre distinti statuti.

1° L'assegno di un capitale determinato e destinato per fondo di cassa del Credito fondiario;

2° Le operazioni di anticipazioni alle Provincie ed ai comuni;

3° Il dritto di aumentare il capitale della istituzione anche mediante azioni.

Circa la prima quistione la commissione del Banco sostenne irremovibilmente il principio della costituzione di un capitale speciale e di una amministrazione separata pel servizio del Credito fondiario

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con contabilità e gestione tutta affatto distinta; perciocché il Banco di Napoli, nel compiere l'obbligo verso il paese di non essere mai secondo ad alcun altro pubblico stabilimento nel promuovere e contribuire al benessere dei privati e della riazione, non può mai dimenticare il precipuo suo dovere di rispettare scrupolosamente, secondo i fondamentali suoi principi, il deposito delle somme da' suoi clienti aflìdategli, anche quando si tratti di imprendere una operazione completamente sicura ed utilissima, qual è quella dello impiego del suo credito, anziché della sua pecunia su pegni ipotecarli.

E da vero il Credito fondiario, operandosi, secondo è stato stabilito, mediante cartelle emesse in esatta corrispondenza del prestito fatto con prima ipoteca su fondo del valore pel doppio della somma mutuata, e con ammortamenti Ossi da corrispondere nella complessiva scadenza semestrale alla complessiva rata delle cartelle ammortizzate per sorteggio, non presenta verun pericolo di perdita o di sbilancio di fondi per l’istituto che lo esercita; onde il capitale destinato a fondo di cassa non può avere altro scopo, che quello di far fronte momentaneamente a possibili ritardi di annualità che, a cagione dei mezzi eccezionali di riscossione, diventano difficili ed in ogni modo di brevissima durata.

Non per tanto il Consiglio superiore del Banco non poteva non preoccuparsi del debito suo di mantenere

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incontaminata anche da' pregiudizi la fiducia dello istituto, di cui ha la missione di promuovere costantemente la prosperità; ed i suoi delegati a lor volta non potevano per un momento solo non tener conto di una delicata condizione implicitamente annessa al loro mandato.

Al contrario da' rappresentanti della Cassa di risparmio di Milano e del Monte de’ Paschi di Siena si faceva osservare come i loro rispettivi istituti non intraprcndevano veruna operazione nuova, ma soltanto miglioravano quella ordinaria loro di far prestanza su ipoteca, e quindi non avevan d'uopo di mantenere alcun rispetto verso i clienti loro, né di stabilire separata amministrazione. Il far prestiti di contro ad ipoteca è infatti lo scopo originario ed unico del Monte dei Paschi di Siena ed assorbe ormai da circa venti anni la parte principale delle applicazioni di fondi raccolti dalla Cassa di risparmio di Milano. Per questi due istituti si può affermare che l'unica modificazione si riduce, anche nel sistema di contabilità, a fare i prestiti in cartelle anzi che in numerario, e di slargare, elevando l'azione di prestare a forma vera di credito, il campo delle proprie operazioni; cosicché si poteva a ragione sostenere, che tali due istituti assumevano in forza della propria indole e con la totalità de’ loro mezzi l'esercizio del Credito fondiario.

Le difficoltà insorte per le anticipazioni alle provincie

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ed ai comuni non sono state di principi. Concordemente ò stata riconosciuta l'utilità derivante da questa specie di operazioni, si per migliorare con le opere di strade, di bonificamenti, di canalizzazioni ecc. la proprietà del suolo, si per ispandere lontano dai grandi centri il benefizio del Credito fondiario. Però di fronte a tali utilità, si opponeva la organizza/ione dei piccoli comuni, specialmente predominante in Lombardia, insufficienti a mantenere gli obblighi che vengono dalla nuova legge amministrativa. Fino a quando non sarà effettivamente provveduto al riordinamento delle circoscrizioni comunali, atte per le loro forze a corrispondere alla nuova missione assunta ora da' comuni in Italia, si è creduto debito di previdenza cittadina di non alimentare lo slancio delle spese, massime in una contrada, quale è la lombarda, a dovizia fornita di mezzi di viabilità e d'irrigazione.

La commissione del Banco, sebbene non fosse lieta di poter mettere innanzi le considerazioni medesime dell'onorevole rappresentanza della Cassa di Milano, pure avrebbe rinunziato a questa specialità di operazioni, persuasa e rassicurata dall'onorevole ministro che tale operazione sarebbe stata concessa al Banco siccome aggiunta alle altre che presentemente esercita. Ma poiché era indispensabile, a cagione dello assegno del capitale, venire allo espediente della distinzione degli statuti,

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si concluse che nello statuto distinto pel Banco di Napoli fosse fermata la facoltà di eseguire anche le anticipazioni alle Provincie ed ai comuni.

Finalmente il dritto di aumentare il capitale della istituzione anche mediante azioni fu oppugnato risolutamente dai due istituti, pel considerare che da essi non s'imprendeva, siccome si è detto, operazione od ulìizio nuovo, ma si modificava semplicemente la forma antica, e si entrava nella nuova via con tutto l'organismo esistente. Le azioni avrebbero dalle basi sconvolto l'indole fondamentale di cotesti stabilimenti, fino al punto che la ragione della beneficenza sarebbe stata assorbita da quella de’ dividendi, mentre che il Banco di Napoli, serbandosi intatto ed inalterato nel suo originario carattere ed imprendendo qual mezzo di applicazione del suo patrimonio l'esercizio del Credito fondiario, era in grado di conservare nel suo vigore l'uffizio di Monte di Pietà, e di coadiuvare ad ogni altra urgenza di popolare bisogno.

Le quali cose furono dalla commissione del Banco prese in considerazione seria, massime perché derivavano dalla natura medesima delle istituzioni, e dal modo com'essi intendevano assumere il Credito fondiario. Né si sarebbe determinata a sostenere la sua proposta, se avesse potuto superare il primo ostacolo circa lo assegno del fondo di cassa e l'amministrazione distinta e separata,

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poiché ella non poteva ignorare che, una volta ammessa la distinzione del capitale e dell’amministrazione, diveniva un fatto secondario e da determinarsi, mercé semplice approvazione di uno statuto sociale, quello della partecipazione per azioni, e che riducevasi inutile il richiedere una facoltà non negata per legge la cui attuazione dipende dall’approvazione dello speciale statuto.

Così, a cagione principalmente della costituzione di un proprio e speciale capitale, di che il Banco nostro, a differenza degli altri istituti, assumeva l'obbligazione, si venne al proposito di formolare tre decreti, e firmare contemporaneamente, secondo già innanzi ho avuto l’onore di accennare, un protocollo in data del 10 agosto ultimo, in cui era fermata la ripartizione giurisdizionale, per così dire, di ciascuno istituto, e stabilito il principio dello scambio rispettivo di uffizi e di operazioni, per forma che l'azione di ciascuno istituto fosse rinvigorita da un consorzio d' interessi comuni.

E qui ho il debito di notare che la commissione del Banco, adempiendo ad un voto del Consiglio generale e del paese, sostenne alacremente, in quanto al riparto del territorio assegnato per formare ciascun compartimento, di. comprendere in quelle del Banco nostro le provincie abruzzesi, persuasa che la fiducia dal medesimo goduta, per antichissime abitudini presso quelle popolazioni,

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sarebbe stata indubitatamente sorgente di grandi vantaggi economici nell'attuazione del Credito fondiario.

L'estendere eventualmente l'azione del nostro Banco nelle provincie di Ascoli, Macerata ed Ancona fu proposta del ministero accettata da parte del Banco allo scopo di far godere i benefìzi del Credito fondiario a tutta quanta l'Italia continentale, nel caso che non vi fosse altro istituto locale che ivi lo esercitasse.

Inoltre, cotesta estensione fu considerata proprio un anello di congiunzione con la industria dell’Italia centrale e settentrionale ed un mezzo sicurissimo per far perdere, sotto ogni aspetto nel concetto politico come economico, anche la rimembranza delle passate divisioni, e per incrocicchiare gli interessi scambievoli delle popolazioni liberamente ricomposte in unità di Stato. Non pertanto si stimò di accettare anche l'eventualità di rinunziare a siffatta estensione, per dar prova solenne che la rappresentanza del Banco di Napoli a precipuo scopo aveva l'utilità d'Italia; ma non mai cotal'eventuale rinunzia poteva ammettere in riguardo agli Abruzzi, dalla quale sarebbe derivato danno e non bene alla patria comune.

I nostri delegati del Banco avevano la fiducia di aver compiuto in modo degno dell’autorità e della storica importanza dell’istituto il mandato affidato, e ritornavano non senza però la speranza che ad un più completo perfezionamento si arrivasse, e massime

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che fosse cancellata ogni idea di monopolio o di privilegio, e ridotte le indispensabili eccezioni del giure comune a quel limite ristrettissimo, oltre il quale era impossibile andare, quante volte l'azione di prestare volevasi innalzare per le sue forme, per le sue utilità per i suoi effetti ad azione di credito, e quante volte la proprietà immobiliare per sua natura stabile e permanente debba servire a base di operazioni di cui è essenziale elemento la circolazione rapida e sempre al sicuro dagli ostacoli di qualsiasi materialità.

Fortunatamente, con la pubblicazione dei nuovi codici, che dà all’Italia una legislazione uniforme e più perfetta, il regime ipotecario è stato semplificato e svincolato da tutte le pastoie impostegli dalla prima codificazione francese, per l'errore di quel gran genio restauratore di Napoleone, nel credere alla necessità di rendere meno commerciabile la proprietà del suolo, onde più stabile fosse rimasto l'assetto che egli imprimeva alla nuova società. Laonde, concordemente fu accettata dal congresso la proposta di studiare i modi diretti a restringere a quelle che veramente fossero indispensabili, le deroghe e le eccezioni al dritto comune.

Però, dopo discussione Iciuitasi fra i ministri di Agricoltura, Industria e Commercio, e quelli delle Finanze e di Grazia e Giustizia, si venne ad un proposito ancor più esplicito e pronto, nella certezza

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che ogni ritardo alla installazione del Credito fondiario in Italia era non solo un danno economico e finanziario, ma ancora una ingiustizia verso i proprietari del suolo, la coltivazione del quale veniva sottoposta, per quanto costituisce una industria,  anche alla tassa mobiliare. I tre ministri, penetrati in siffatta imperiosa necessità governamentale, e considerando che il Credito fondiario, quale sarebbe stato da' tre istituti esercitato, era fondato su principi ancor più larghi e fecondi di quelli propugnati dalla commissione della Camera e ripetutamente sostenuti nelle discussioni parlamentari per rigettare in ogn la concessione Fremy, stimarono far cosa grata al paese nell'assumere la responsabilità di approvare per decreto reale tutte lo insieme della nuova istituzione.

Alla quale determinazione dei suaccennati ministri veniva a dare impulso maggiore l'onorevole ministro delle Finanze Sella, che si faceva egli stesso iniziatore delle proposte di concedere agli istituti del Credito fondiario la facoltà di avvalerai degli uffizi di Tesoreria pel servizio delle cartelle fondiarie, e di quelli degli agenti della percezione delle imposte dirette per la riscossione delle annualità, anche con i dritti di mano regia nel procedimento della esecuzione mobiliare. Ed in compenso di cotali importantissime concessioni egli richiedeva, che le rappresentanze dei tre istituti si fossero riunite altra volta in congresso

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per vincere quel solo ostacolo che si opponeva a dare al decreto d'istallazione una forma unica onde condurre a realità di ordine costituito il principio già stabilito nel protocollo del 10 agosto, circa lo «cambio vicendevole di rapporti e di uffizii, e la unificazione delle operazioni di Credito fondiario in quanto agli effetti verso i portatori dei titoli rispettivamente emessi dai tre istituti.

L'onorevole commendatore Torelli, zelantissimo di cogliere ogni occasione per rendere più completa l'opera, di cui appassionatamente erasi fatto iniziatore, non tardò punto a invitare i rappresentanti dei tre istituti a novella riunione con telegramma del dì 13 settembre ultimo.

Così il 22 settembre adunque presso il Ministero delle Finanze novellamente furono riaperte le conferenze sul Credito fondiario, con un sol proposito di riconciliazione e di abnegazione reciproca, per raggiungere la meta del maggior bene per l'Italia.

Per la rinunzia al privilegio di quindici anni della emissione delle cartelle fondiarie, privilegio a cui aveva assentito la commissione del Banco soltanto per riguardi dovuti ad alcune condizioni locali da altri sostenute, bastò semplicemente la proposta per essere con lieto animo applaudita.

Né a discussione veruna dava luogo l'altra proposta relativa a dar forma e realità di ordinamento al principio della unificazione mediante scambio di servizi.

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Quindi, al detto privilegio riiuinziandosi, si stabiliva che «la facoltà di emettere cartelle di Credito fondiario non potrà essere conceduta a qualsiasi istituzione, società o privato, se non in forza di legge.» Ed in quanto poi allo scambio dei servizi si fermava quanto segue: «Il servizio del pagamento degl'interessi e delle cartelle fondiarie sorteggiate verrà eseguito in modo, che abbia luogo promiscuamente presso i singoli istituti per le cartelle emesse da ciascuno di essi, e ciò a titolo di ufficio intermedio mediante delegazione in conto corrente e con le norme da notificarsi al pubblico.

«Ogni istituto è autorizzato a riscuotere le somme che vengono versate dai debitori nello interesse di un altro istituto, e il cui montare sarà portato in conto corrente in conformità all'articolo precedente.

«Per regolare e saldare i conti correnti e per provvedere ad altri affari di comune interesse di cui venisse dato incarico dai rispettivi mandanti, è istituito nella capitale un comitato composto di un delegato di ciascun istituto. La liquidazione de’ conti sarà fatta ogni quindici giorni, ed anche entro termine più breve nel caso che uno degl'istituti ne facesse richiesta.» Fu facile anche concordarsi intorno la costituzione di un capitale speciale per le operazioni di Credito fondiario, singolarmente pel vivissimo desiderio comune di riuscire a dare forma armonicamente uguale a tal nuova istituzione, che,

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nel serbare la forza e l'efficacia pratica derivante dalla storia e dalla qualità locale di ciascun istituto di credito, assicura tutt'i vantaggi di circolazione e di negoziazione attribuiti all'unicità del titolo. Si venne quindi a stabilire che, del pari al Banco di Napoli, avrebbero la Gassa di risparmio di Milano ed il Monte de’ Paschi di Siena destinato un capitale esclusivamente per fondo di cassa delle operazioni di Credito fondiario.

D'altra parte, dalla rappresentanza del Banco si accondiscendeva nel togliere dal decreto organico la facoltà di aumentare il capitale anche per azioni, e ciò sulla considerazione innanzi esposta, che il Banco, come ogni altra persona civile, ha il dritto di unirsi ad altri in società per lecita intrapresa, e che soltanto al Governo è serbata la potestà dell'approvazione dello statuto di qualsiasi società per effetto di quel principio di tutela, ch'è ancor mantenuto e rispettato nella nostra legislazione amministrativa.

Fu poi introdotto nelle forme della partecipazione di questa maniera di credito un perfezionamento che era stato semplicemente annunziato ma non formolato nelle proposte fatte in nome del nostro Consiglio generale per non urtare soverchiamente alcune abitudini preesistenti.

Intendo parlare della emissione delle cartelle a titolo unico, senza neanche distinzione di serie si per riguardo al semestre di emissione,

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sì per riguardo al periodo degli ammortamenti, sì anche per riguardo alla somma portata da ciascuna cartella.

Questo è un passo importante eh' è stato compiuto, e che per sé stesso hasta a vincere tutti gli ostacoli incontrati in Francia per mantenere l'equilibrio e l'eguaglianza nel prezzo corrente delle cartelle fondiarie. Quando tutte formeranno una massa da essere ammortizzate per sorteggio nell’esatta misura dell'ammortamento scaduto in ciascun semestre, fosse anche non esatto, sarà impossibile il^ supporre anche la varietà del valore effettivo di cotali titoli.

Si volle in fine introdurre una modificazione sulla determinazione del saggio degl’interessi per le anticipazioni a conto corrente su pegno ipotecario, allo scopo di non mascherare i prestiti sotto l'aspetto di dette anticipazioni che, dovendo essere fatte in numerario, potrebbero produrre una scadenza ne' titoli. Altri mezzi furono studiati, proposti ed esaminati, ma non si pota accettare che quello soltanto di stabilire che l'anticipazione non possa eccedere i quattro decimi del valore del fondo dato in ipoteca, e che l'interesse fosse maggiore almeno dell'1 0|0 di quello risultante dal corso delle cartelle fondiarie.

Né si creda, siccome a primo aspetto potrebbe parere, che sia eccedente una tal misura, la quale in realtà si riduce|ad una spesa maggiore di 45 centesimi per cento,

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ch'è largamente compensata dai calcolare nelle operazioni di credito a conto corrente gì' interessi a giorno.

Debbo pure annunziare che in questa seconda riunione, non essendovi più ragioni a mantenere scrupolosi riguardi verso altri istituti locali, da cui già il ministero aveva ricevuto categoriche risposte, si passò ad una divisione giurisdizionale diffìnitiva circa i fondi che possono essere dati in ipoteca ad uno degli istituti a cautela dei mutui fondiari. Così al Banco nostro furono addette, oltre tutte le province del già reame di Napoli, quelle di Ascoli, Macerata ed Ancona; al Monte dei Paschi di Siena la Toscana con l'Umbria e la provincia di Massa e Carrara; alla Cassa di risparmio di Milano la Lombardia, il Piemonte ed il Genovesato.

Su queste basi, dopo compilazione eseguita d'accordo, si venne la sera del 4 ottobre alla firma di un protocollo e degli articoli di uno statuto, che erano stati approvati anche nel giorno precedente dal Consiglio dei ministri.

Il Consiglio generale e di amministrazione poi con solerzia instancabile hanno volto le loro cure e studi per preparare quanto è necessario all’attuazione di cotesta maniera di credito non appena sarà coronata dall'approvazione del Parlamento.

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Senza dubbio ho abusato della pazienza sua con una narrazione di fatti ai quali Ella ha preso parte principalissima; però mi sarà cortese di perdono ii» considerazione dello scopo di questa mia lettera, quello, il ripeto, di volgarizzare con l'autorità e la simpatia del suo nome una istituzione nuova nella patria nostra.

LETTERA XVI

Nella precedente lettera Le ho ragionato intorno alle indispensabili modificazioni delle forme di credito e del modo degli sconti, le quali dovranno essere definitivamente stabilite dal Banco di Napoli, non che del servizio del Credito fondiario che ha assunto.

Ora passo a quella parte delle modificazioni, che più direttamente toccano il suo organismo. Su questo proposito in primo luogo Le dirò che il Banco con moltiplicare le sue operazioni, deve moltiplicare i suoi centri per eseguirle, altrimenti l'aumento degli affari senza quello delle vie per facilmente condurli, cagionerà, anziché aumento di utilità, implicamenti e ristagni.

Già il Consiglio generale del Banco, come Le scriveva in altra mia, lia votato l'istallazione delle succursali in Chieti e Monteleone, e ne votava anche la spesa nel bilancio del 1864;

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ed esprimeva pure il suo desiderio che dal Consiglio di amministrazione si fossero fatte opportune proposte per Io stabilimento di altre succursali a misura dell'accresciuto commercio. È deplorevole che non sia stato eseguito il voto del Consiglio generale, fino al punto di farne supporre l'annullazione per essere stato soppresso il correlativo capitolo nel bilancio annuale. E di ciò, ch'è avvenuto in mia assenza, tanto più mi dolgo, in quanto che sembrami essere stato motivato da una considerazione di risparmio o almeno da un calcolo preventivo e forse vero di poca utilità pel Banco, che sopportava la spesa dello impianto e del mantenimento.

lo ho ripetuto fino alla noia (che certi principii si debbono ripetere anche a fronte di sarcasmi) di non dovere il Banco di Napoli fare atti di beneficenza, e di essere necessaria sua norma, quella di costituire sé medesimo sulle basi industriali. Nondimeno riconosco che la beneficenza esercitata, per estendere il credito e per renderlo accessibile a tutte le località ed a tutte le classi, sia una beneficenza cotanto insita alla istituzione del Banco, che non si può ritrarre, per riguardo anche di soverchianti spese, dal compierla. Né poi davvero si può appellare beneficenza cotesta, che in realtà meglio meriterebbe il nome di previdenza.

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Una nuova succursale o una nuova sede è un centro ed uno sbocco nuovo che ogni Banco apre ai propri affari, ed ove le perdite dei primordi sono anche ricompensate dai vantaggi posteriori. La Banca nazionale con installare ora una succursale in Potenza, località economicamente molto inferiore a Chieti e Monteleone, ha data a noi consiglieri del Banco di Napoli una lezione che non dobbiamo dimenticare, e che a me piace di rilevare, poiché nelle persone e nelle cose più caramente dilette è d'uopo rimarcare anche le piccole screziature, affinché non tralignino sotto balsamici impaniamenti in piaghe cancrenose.

E fra queste sedi o succursali vorrei che in primo luogo si provvedesse allo stabilimento di quella nella capitale del Regno, ove la moltiplicità degli affari e la loro generalità richiamano il concorso della gente di ogni provincia nostra, ed ove man mano si verranno ad intrecciare e cambiare tutti i valori, e le amministrazioni delle grandi intraprese via via si costituiranno.

Il Banco non può rimanere senza un uffizio che spanda e riceva ivi le sue emissioni, e che nello stesso tempo con una intelligente rappresentanza stabilisca le sue relazioni con tutte le altre istituzioni similari, specialmente per lo scambio dei titoli rispettivi e per le corrispondenti liquidazioni. Sarebbe poi un tale uffizio di vantaggio grandissimo al Governo,

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a cui specialmente nelle nostre condizioni finanziarie dovrebbe importare che gl'istituti di credito nazionali acquistino forza e velocità di movimento, e che sieno prossimi al centro della pubblica amministrazione, per ottenerne opportunamente gli appoggi di cui abbisogna.

E forse più delle succursali, eccetto quella nella capitale del Regno, frutterebbe vantaggi morali ed economici la moltiplicazione delle Casse di risparmio, come uffizi affiliati del Banco. Fin dal 1862, nel mio opuscolo sul Banco di Napoli, esprimeva il desiderio che il Banco assumesse l'ufficio di riunire i risparmi del povero come quelli del ricco, stimolarne le accumulazioni col renderli prontamente fruttiferi, e farli servire al progressivo immegliamento dell’assetto economico del paese, con offrire alle utili intraprese ed all'industria specialmente agricola il capitale necessario per isvohjersi e prosperare. E nello annunziare codesto mio desiderio soggiungeva: « mi si opporrà da molti educati alle teorie ed alle pratiche del credito ormai viete, che tale mia proposta è diretta a confondere due istituzioni distinte: il Banco di deposito e di sconto con la Cassa di risparmio. Ed io a mia volta ripeto ciò che ho sostenuto in altre mie precedenti pubblicazioni, di esser questa non una confusione, ma una redenzione del presente ordinamento bancario, che, se ne togli il sistema scozzese e quello della nuova Inghilterra, ha mutato il credito in accessorio della ricchezza,

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di cui al contrario avrebbe dovuto essere sorgente principalissima.» Ma se col prevedere un tale appunto e col rispondere preventivamente ad esso non mi liberava dal sentirlo ripetere da un egregio mio giovane amico in un suo articolo pubblicato sullo Statuto (F Italia, senza tenere affatto conto della previdenza mia, pure il Banco accettava la mia proposta, e, secondo in altra lettera Le ho annunziato, arditamente e non curando i timori, frutti d' incomplete teorie, dimandava la incorporazione della Cassa Vittorio Emanuele già costituita all'ombra del suo credito. Ed ora che tal Cassa è stata unita al Banco ed eseguita la completa fusione, ed è stata ancora esperimentata la potenza che l'è venuta per la qualità della sua istallazione, in modo che dal 9 febbraio 1863 ad aprile 1864 ha presentato un movimento di capitali di lire 11,945,991, il Consiglio generale è venuto nella determinazione di aprire altre succursali in località importanti, e ne ha chiesto al Governo il permesso per decreto reale.

Così col moltiplicare le Casse di risparmio, il Banco verrà ad istituire il Credito agricolo. Lo sconto delle cambiali de’ proprietari è già un fatto compiuto nella sede principale di Napoli, che certamente verrà immediatamente applicato con maggiore ragione ed utilità nelle contrade agricole. Né si tarderà a togliere l'apparente e paurosa limitazione de’ depositi,

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dalla quale già il Banco ha saputo sottrarsi nel principio, se non nella forma, quando nello statuto ha ammesso i libretti al latore ed ha concesso al direttore la facoltà di eccedere il limite de’ rimborsi. Meglio di questa misura, comandata per la falsa idea di dover servire le Casse di risparmio soltanto alle classi laboriose, sarebbe quella per la quale fosse stabilita la proporzionalità degli interessi in ragione della qualità de’ rimborsi a vista con preavviso di otto, quindici, trenta giorni.

Immensi poi sarebbero i vantaggi dell'ammissione dei libretti della Cassa di risparmio circolanti, che darebbero al portatore la facoltà di poter prendere in ogni cassa le somme necessarie nel limite di quella depositata, e di aprire sui libretti medesimi conti correnti con la facoltà degli ordinativi pagabili in altre località ove il Banco avesse suoi uffizi.

In fine dovrebbero queste Casse eseguire anticipazioni a conto corrente su obbligazioni a due firme di proprietari coltivatori conosciuti per la loro probità, con iscadenze da sei mesi a tre anni mediante rate da determinarsi. Il complesso di queste tre specie di operazioni metterebbe l'agricoltore nella condizione di aver credito per migliorare le sue coltivazioni, di servirsi de’ suoi risparmi senza perdita d' interessi per le funzioni di circolazione, e di non tenere in sofferenza capitali, la cui applicazione per

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la qualità stessa della industria agraria deve essere graduale e ripartita.

In altro mio lavoro ho combattuto l’opinione di coloro che stimano le obbligazioni de’ commercianti più sicure e reali, che quelle degli agricoltori, quasi che la realtà del valore materiale stesse più negli oggetti mobiliari e di facile trasmissione, che nelle seminagioni, nelle piantagioni, ne' bonificamenti e nelle altre spese fatte sul suolo, e che costituiscono per accessione un aumento di capitale. Qui mi limito soltanto a ricordare, per rimanere nel campo dei fatti, che nelle provincie napolitane, sventuratamente se le più belle ed ubertose, non le più civili ed industriali della nostra penisola, il far credito agli agricoltori è generale pratica utilmente sperimentata. Non dirò alcuna cosa intorno alle ricchezze accumulate da quei che a grosse usure fanno prestito ai coltivatori, contro i quali non evvi mai il caso di sentenza di magistrato; ma giova ricordare che in queste Provincie sonovi 1211 Monti frumentarì con un capitale complessivo di 699,957 tomoli di grano, pari ad ettolitri 388,791, destinati ad operare anticipazioni ai coltivatori sopra semplici segni di croce, dandosi però merce grano invece di merce moneta; eppure non sono a lamentare perdite, ne si conterebbero arretrati, se le anticipazioni davvero si facessero ai coltivatori, siccome risulta da una indagine da me fatta eseguire nel marzo 1861.

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Le ho scritto, dopo l'esposizione della storia del Banco e delle sue funzioni, tondo e schietto il mio avviso per le modificazioni indispensabili ad eseguirsi. Nelle mie meditazioni su questo Banco e nelle ripetute analisi che ho fatto dei suoi nervi e delle sue compagini, mi è paruto evidente cosa che esso debba ringiovanirsi e forse anche in parte trasformarsi, altrimenti, a misura che la Banca Nazionale o d'Italia aumenterà il numero delle sue sedi o succursali; a misura che il sistema della viabilità mercé le ferrovie si renderà spedito e sicuro; a misura che ognuno nello scambio degli affari farà calcolo della minore spesa e del tempo perduto; a misura che i capitali troveranno nella industria pronte e moltiplicate applicazioni da richiedere che anche le ruote della circolazione acquistassero la velocità delle vaporiere, la potenza del Banco di Napoli verrà meno; ed a noi suoi amministratori toccherà la sorte infelice dei Veneziani, quando, dopo la scoperta del Capo, si ostinarono a tenere la vecchia via del commercio delle Indie.

Se cotesta decadenza o anche final ruina non avesse a conseguenza una grave perdita economica pel paese; se al contrario la prosperità di questo Banco, con mantenere ancor viva la concorrenza in tal ramo principalissimo della industria, non ci potesse fare sperare che verrà il giorno del trionfo del buon senso e delle buone dottrine, io non avrei tentato

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di richiamare di nuovo l'attenzione dei miei concittadini ed anche del Governo su siffatto argomento oggidì molto grave per tutti coloro, ai quali importa non di far monopolio di affari per amore di grossi dividendi, ma di conservare e vivificare le sorgenti del credito quando lo Stato ed il paese hanno indispensabile bisogno di creare capitali e di moltiplicarne la circolazione. Né io dubito che verrà giorno in cui la finanza, divenendo una scienza degna anche di aver posto universitario, il Banco di Napoli sarà chiamato a dare all’Italia il sospirato bene di una regolare ed economica contabilità del pubblico Tesoro.




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