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Nino Gernone luglio 2003

Il coraggio e il silenzio omertoso

dei militari e di Ciampi

 

La guerriglia dei contadini - briganti contro l'esercito italiano nel primo decennio nazionale è una delle chiavi fondamentali per capire i limiti del Risorgimento. "Le interpretazioni del Risorgimento - scriveva il meridionale (così rispose lui stesso in Parlamento, anche memore del padre e dei famigliari di Gaeta) Gramsci nel Quaderno 15 scritto nel carcere di Turi, in cui era rinchiuso da Mussolini- sono legate a una serie di fatti:

1) a spiegare perché sia avvenuto il così detto "miracolo" del Risorgimento: cioè si riconosce che le forze attive per l'unità e l'indipendenza erano scarse...

2)per non toccare il Vaticano; 3) per non spiegare razionalmente il "brigantaggio" meridionale;4)più tardi per spiegarsi la debolezza statale durante le guerre d'Africa...."

Sulla base di queste intuizioni nel secondo dopoguerra si riaprirono le ricerche e gli studi sul periodo risorgimentale, spolverandole dalla retorica mitizzante, nazionalista e liberal -crociana che avevano imbalsamato le vicende e i protagonisti della formazione del Bel Paese.

Si ebbe da parte liberal - crociana la riproposta delle tesi moderate del Cavour con Rosario Romeo, mentre le ragioni dei democratici - risorgimentali vennero indagate da Franco Della Peruta. E grazie a quest'ultimo studioso che Franco Molfese riuscì a pubblicare il suo studio innovativo, e per taluni aspetti definitivo, sul brigantaggio post - unitario. Molfese ebbe la fortuna di ritrovare parte dell'archivio della Commissione parlamentare d'inchiesta sul brigantaggio e accertò le ragioni sociali - economiche della grande rivolta e guerriglia contadina.

Chi scrive, molti anni dopo, disvelò l'entità, il repertorio archivistico e il numero dei documenti - per la prima volta - dell'archivio segreto dell'Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell'Esercito, lo è ancora nonostante le molte denunce al riguardo.

Al contrario dello Stato Maggiore dell'Esercito il Comando dei Carabinieri ha iniziato una analisi di più ampio spessore su quelle vicende e consigliamo a tutti di leggere la seguente nota sulla questione meridionale presente in rete nel sito dei carabinieri.

Basta poco per avere il coraggio di un'analisi critica, forse il Capo di Stato Maggiore e Ciampi - capo delle Forze Armate - non si rendono conto ( o se ne rendono troppo...) che aprire il capitolo sui contadini briganti farebbe cadere dal piedistallo alcuni generali che furono criminali di guerra e contro l' umanità ( i 20.000 fucilati, contadini meridionali – "ultimi " dati ufficiali per difetto.. e i paesi bruciati), ma riaprirebbe con un nuovo slancio la questione meridionale che ha alla base una Memoria cancellata.

I carabinieri hanno avuto - almeno in quest'occasione - un coraggio culturale di cui bisogna dar loro un pubblico riconoscimento.

Nino Gernone

 

http://www.carabinieri.it/editoria/carabiniere/2001/novembre/1militaria/militaria_art_01.html

 

LA QUESTIONE MERIDIONALE.

Tale questione va considerata in un suo duplice ordine di cause: l’arretratezza e l’interazione tra criminalità (mafie) e poteri "legali".

I fatti di Bronte, con la dura repressione di Bixio e l’ingresso di Garibaldi a Napoli scortato dai capi camorra con la connivenza di Liborio Romano, testimoniavano sia l’arretratezza socio-economica sia l’incertezza sostanziale in merito ai concetti di legalità e illegalità.

La questione – ancora oggi uno dei principali problemi da risolvere nel quadro della modernizzazione e dello sviluppo dell’intera nazione –, si presentava con peculiarità allarmanti: nel 1961 il reddito pro capite del Nord e quello del Sud segnavano uno scarto a carico del Sud di circa il 15-20 per cento.

Nella produzione agricola il divario era del 20 per cento a favore del Nord. Nell’industria, l’inferiorità del meridione era caratterizzata dal modesto livello tecnologico oltre che dallo scarso sviluppo.

Erano infine quasi assenti le interazioni tra città e campagna per la mancanza di un’adeguata rete di comunicazione e il predominio del latifondo, che dava all’economia una funzione pressoché esclusiva di autoconsumo. Il mercato delle città era decisamente orientato verso l’estero. Senza parlare del livello di analfabetismo, con punte del 90 per cento, e dell’infimo grado di scolarità.

Tale situazione di arretratezza è stata studiata da due diverse scuole di pensiero. La prima, che affonda le sue radici nelle critiche formulate dai repubblicani, democratici e giacobini del Partito d’Azione, definisce il Risorgimento come una "conquista regia", con la conseguenza di un Sud trattato come "colonia" (leva obbligatoria, aumento delle imposte, repressione feroce di ogni tipo di insorgenza, mancata distribuzione delle terre ai contadini).

Gramsci approfondirà questa tesi inquadrandola nell’ambito materialistico dei rapporti sociali, segnalando "il mancato coinvolgimento delle masse contadine nel processo risorgimentale", e accusando il Partito d’Azione di "non aver saputo realizzare la saldatura fra borghesia progressista e contadini".

La seconda, fondata sulla revisione dello storico Rosario Romeo, non concorda con l’ipotesi secondo la quale la rivoluzione agraria avrebbe potuto favorire lo sviluppo del Sud. Infatti, la parcellizzazione della produzione avrebbe ritardato l’ampliamento del mercato del lavoro salariato e dei prodotti dell’industria.

Si riteneva che un Paese deciso a imboccare la via dell’industrializzazione avrebbe anzitutto dovuto promuovere un processo di accumulo dei capitali indispensabili alla realizzazione delle strutture e delle infrastrutture. Purtroppo, anziché affrontare tali arretratezze sociali, il nuovo Stato fu obbligato a fronteggiare quella rivolta armata definita brigantaggio.

Nell’aprile 1861 si accende improvvisa la prima grande rivolta armata, prima in Basilicata poi nelle altre province del Sud. Centinaia di bande misero in pericolo l'Autorità del nuovo Stato il quale, sbagliando, intervenne in forma esclusivamente militare. I soldati impiegati nel 1861 salirono da 15mila a 50mila, per arrivare a 116mila nel 1864. Secondo alcuni dati ufficiali, dal 1861 al 1865 i rivoltosi uccisi in combattimento o fucilati furono 5.212, oltre 5.000 gli arrestati.

La "questione dell’insorgenza" è stata sempre tenuta nell’ombra dalla storiografia risorgimentale. Nascoste o sottovalutate le gravi colpe dell’invasore piemontese. Prima fra tutte la famigerata azione dell’assedio di Gaeta, nella cui circostanza i soldati borbonici si comportarono da eroi: per oltre tre mesi, in condizioni disumane, sostennero l’assalto delle granate piemontesi. Ma anziché avere l’onore delle armi, i soldati borbonici furono inviati nei campi di concentramento di Finestrelle e San Maurizio Canavese.

Per i disagi e le vessazioni morirono a migliaia. Si fece quindi ricorso alla "Legge Pica" che sospendeva le libertà nel Mezzogiorno.

Tutto il potere veniva consegnato nelle mani dei militari con la possibilità per le "Giunte provinciali" di condannare, su base di labili indizi, al domicilio coatto.

In tutta questa tragica confusione occorre anche tener conto del tentativo garibaldino di attaccare Roma (agosto 1862): lo scontro con le truppe del colonnello Pallavicini sancirono la frattura tra le due anime del Risorgimento: quella repubblicana e democratica e quella liberale - moderata e monarchica.

 

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