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Riceviamo e volentieri pubblichiamo

Quelli che seguono costituiscono uno stralcio di un articolo a firma di Nino Gernone, pubblicato nel 1992 su "Il Calendario del Popolo" - l'importante rivista culturale diretta da Franco Della Peruta a cui collabora tra gli altri Luciano Canfora, ed edita dal conterraneo Nicola Teti, calabrese trapiantato a Milano.

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Stralcio di un articolo
pubblicato nel 1992 su "Il Calendario del Popolo"

Impadronirsi della memoria e dell'oblio
è una delle massime preoccupazioni delle classi,
dei gruppi, degli individui che hanno
dominato e dominato le società storiche
Jacques Le Goff

[...]

Gli archivi militari

Tra le istituzioni che custodiscono la nostra memoria storica (archivi, biblioteche, musei) esamineremo unicamente gli archivi, perché questi raccolgono e conservano soprattutto i documenti manoscritti e dattiloscritti non a stampa, raramente destinati alla pubblicità e con scarsa diffusione. Tutti gli archivi italiani sono disciplinati, direttamente e indirettamente, dall'Amministrazione degli archivi di Stato e hanno per normativa il d.p.r. n.1409 del 30 settembre 1963; se si eccettua l'autonomia degli archivi degli Esteri, del Senato e della Camera dei Deputati, non è previsto alcun provvedimento specifico che riguardi altri archivi.

Gli archivi storici delle forze armate, ad eccezione di quelli dei Servizi segreti militari, sono distinti in tre uffici storici: dell'Esercito, della Marina e dell'Aeronautica.

L'Ufficio storico dell'Esercito trae le sue origini dall'Ufficio militare Istituito con l'ordine del giorno n.712 del 16 luglio 1853 a firma del generale Enrico Morozzo della Rocca, comandante dell'allora Corpo reale di stato maggiore: considerato che l'ufficio storico militare che conserva i fondi archivistici più importanti è quello dell'Esercito, riteniamo incredibile che la documentazione dello stato maggiore dell'Esercito italiano sia trattenuta da un archivio storico istituito con uno sbrigativo ordine del giorno preunitario dell'esercito piemontese.
L'Ufficio storico dell'Aeronautica militare fu istituito con decreto ministeriale del 14 maggio 1927, pubblicato nella dispensa n.16 del Giornale ufficiale del Ministero dell'Aeronautica" edizione 1927 (all.1).
L'Ufficio storico della Marina militare fu istituito con regio decreto del 29 agosto 1913 n.1123.

Anche gli uffici storici militari sono disciplinati dal decreto 1409. In merito e per altre considerazioni susseguenti, ricordiamo che l'11 marzo 1987 l'allora capo di stato maggiore dell'esercito, generale Poli, scriveva - in una lettera riguardante la protesta da me sollevata - al vicepresidente della commissione difesa (IX legislatura): - "Il problema più generale del libero accesso all'Ufficio Storico nella realtà non esiste in quanto - nel pieno rispetto e nell'osservanza del D.P.R. n.1409 del 30 settembre 1963 - il suo archivio è aperto a tutti i ricercatori italiani e stranieri, senza remora o restrizione alcuna. Ne fanno fede le larghe utenze fruite da grossi nomi del mondo accademico, fra i quali Renzo De felice, Raimondo Luraghi, Giorgio Rochat, Romain Rainero, Carlo Ghisalberti, Angelo Tamborra, per citarne alcuni …".

Numerosi sono stati gli interventi polemici di studiosi, parlamentari e giornalisti, che hanno contestato l'asserito rispetto del decreto 1409/63 all'interno degli archivi militari.

Il senatore Guido Pollice, dopo alcune interpellanze al ministro della Difesa presentò il 16 marzo 1989 un'interrogazione al Presidente del Consiglio dei ministri, per conoscere in base a quali considerazioni gli archivi degli Stati Maggiori - che dipendono dal ministero della Difesa - non versano i documenti in loro possesso agli archivi di Stato, nei termini stabiliti dal decreto 1409. La risposta dell'11 agosto 1989 fu firmata dall'allora ministro della Difesa Martinazzoli, in accordo con le gerarchie militari; il ministro dichiarava esplicitamente:
"Si risponde a nome del Governo. L'Onorevole interrogante evidentemente auspica il versamento all'archivio di Stato del materiale conservato negli Archivi Storici delle Forze armate nonché l'accesso al materiale stesso per tutti i ricercatori. Al riguardo si fa presente che il trasferimento indiscriminato di materiale storico non appare consigliabile, atteso che fatti di controversa interpretazione, un volta divulgati, sono ancora suscettibili di incidere nell'ambito delle esistenti relazioni internazionali, mentre non sembra sussistano interessi di tipo culturale tali da portare a sacrificare le accennate perduranti esigenze di riservatezza".
La gravità di questa risposta, e di quelle ad altre interrogazioni parlamentari che non ci è possibile riportare, si evidenzia nell'affermare il proprio potere di disporre delle carte in questione, non tenendo conto delle norme legislative.

Riguardo gli intellettuali citati dal generale Poli, siamo di fronte a un uso strumentale della fama di tali studiosi in cambio di una relativa apertura degli archivi militari a loro beneficio, negata a tutti i ricercatori ai quali non viene concessa la libera consultazione.

 

Controllo della memoria

[...]

Quando l'oblio è politico
… La memoria collettiva ha costituito
un'importante posta in gioco
nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali
Jacques Le Goff


Per quanto riguarda la storia del nostro Paese, la democratizzazione della memoria riguarda sicuramente tutte le denunce, ben precise, pubblicate in questi ultimi anni, sugli archivi militari e sui documenti non consultabili. In modo dettagliato:
1.I fondi archivistici sul brigantaggio 1860-1870. Su questo argomento aggiungiamo che già Gramsci, nei Quaderni dal carcere, rifletteva (cfr. Q 15) che le interpretazioni del Risorgimento delle classi dirigenti, erano legate a una serie di fatti. Tra questi era essenziale "non spiegare razionalmente il brigantaggio".
Sui fondi documentari sul brigantaggio post-unitario ("fino al '70 - anche dopo - col nome di brigantaggio - scriveva Gramsci nel carcere di Turi - si intendeva quasi sempre il movimento caotico, tumultuario e punteggiato di ferocia, dei contadini per impadronirsi della terra"), chi scrive pubblicò un breve saggio che ricostruiva dettagliatamente e per la prima volta la consistenza del fondo e il modo in cui fu trasferito nell'Ufficio Storico dell'Esercito, dove è ben custodito: tuttora è composto da ben 140 dossier ciascuno dei quali racchiude dalle 800 alle 1000 pagine numerate, con dati rilevanti sulla repressione militare del brigantaggio; con rapporti spesso in codice tra governo centrale di Torino e luogotenenza di Napoli; con informazioni sulle zone militari, sui reggimenti, sugli scontri, sulle attività di spionaggio; con le statistiche dei militari uccisi; con numerosi rapporti sulle bande e sui singoli contadini-briganti, eccetera. Talché il senatore Pollice e l'onorevole Ronchi presentarono due interrogazioni al Presidente del Consiglio dei ministri, perché il ministero della difesa disponesse che i fondi archivisti conservati presso l'Ufficio Storico dello stato maggiore dell'Esercito in Roma, relativi alla repressione del brigantaggio negli anni 1860-1870, fossero messi a disposizione senza alcuna riserva ai ricercatori interessati, e trasferiti all'archivio centrale dello Stato.

L'allora ministro della Difesa Zanone così rispose a Ronchi e Pollice il 29 aprile 1989: "Si risponde per il Governo. I fondi archivistici, conservati dall'Ufficio Storico dello Stato maggiore dell'Esercito relativi alla repressione del brigantaggio negli anni 1860-70, sono da tempo a disposizione di studiosi e ricercatori. Si precisa, però, che i documenti suddetti sono attualmente oggetto di una attenta opera di riordino e di studio, finalizzati ad una eventuale pubblicazione in virtù dell'interesse che l'argomento sta suscitando nel mondo accademico. Pertanto, la consultazione della documentazione in questione, sarà, per qualche tempo, sospesa, salvo naturalmente, per le sole esigenze urgenti e motivate di storici di chiara fama".

Il significato sostanziale del testo del ministro è di risposta, carica di implicazioni, alla divulgazione dell'elenco segreto dei dossier sul brigantaggio, da me parzialmente diffuso dopo averlo ritrovato in modo fortunoso … Nella risposta ministeriale si riafferma una cosa non esatta ("i fondi archivistici sono da tempo a disposizione di studiosi e ricercatori"), e per far fronte alla fuga di notizie si adduce "un'attenta opera di riordino": il fondo fu finito di riordinare sostanzialmente nel 1913 dall'allora capitano Cesari, poi capo dell'Ufficio Storico dello stato maggiore dell'Esercito (1915-1919). Inoltre la consultabilità diventa eccezionalmente limitata alle "sole esigenze urgenti e motivate di storici di chiara fama". Per di più mentre tutti gli studiosi del brigantaggio meridionale hanno denunciato la chiusura sostanziale nei loro confronti da parte dell'Ufficio Storico dello stato maggiore dell'Esercito, una disponibilità ampia e unica è stata offerta al generale dei carabinieri a riposo Luigi Tuccari, per inciso stretto collaboratore del generale De Lorenzo nella programmazione e nel tentativo di organizzazione del colpo di stato degli anni '60(vedi in proposito i relativi Atti Parlamentari ), che ha potuto studiare scrivere e pubblicare con l'Ufficio storico un saggio sugli aspetti tecnico-operativi della repressione della guerriglia contadina postunitaria.


[...]

Conclusioni

Qualsiasi stato tende a conservare le forme e gli uomini che esercitano il Potere e a resistere ai mutamenti della storia, controllando la memoria storica della società conservata negli archivi - soprattutto i più rilevanti: quelli delle classi dirigenti e quelli in cui il conflitto di classe interno e internazionale viene testimoniato. E, inoltre, influenzando i cittadini attraverso una politica culturale che li conformizza allo status quo esistente, e che viene esercitata soprattutto nelle aule scolastiche e attraverso i massmedia: manuali scolastici nella formazione culturale di massa e televisione sono gli strumenti utilizzati principalmente. La storia degli archivi è, dunque, legata alla storia del Paese e, pertanto, la chiusura di taluni fondi archivistici è strettamente connessa al mancato ricambio della classe politica in Italia e alla non partecipazione reale delle masse alla gestione pubblica: una democrazia bloccata, cioè una falsa democrazia. E' importante battersi per delle leggi che tutelino la memoria collettiva, ma bisogna attendersi delle resistenze, una volontà di rimozione, che così come per la salute del singolo impediscono "… al materiale dimenticato di divenire cosciente, dovevano a suo tempo aver provocato questo oblio e aver espulso dalla coscienza le corrispondenti esperienze patogene", allo stesso modo nei comportamenti della collettività sono dannose per la coscienza storica.


Nino Gernone



Carmine Crocco Donatello

Carmine Crocco Donatello

Tardio - Piaggine (SA)

Giuseppe Tardio

 





 


 

 

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