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STORIA DEL CINEMA DEI PRIMI TEMPI A BARI (1)

Uno scritto di Nicola Gonnella trascritto e introdotto da Sebastiano Gernone.

L’articolo del Gonnella che segue apparve dapprima sul Giornale Pugliese e, in seguito, in un libro delle Arti Grafiche Savarese di Bari dal titolo: “Momenti Baresi (dal Giornale Pugliese) ” con l’intitolazione “Il cinema a Bari”, pp. 117 – 129.

Dalle note biografiche rintracciate Nicola Gonnella (pseudonimo Ogon) nacque a Bari il 20 luglio 1900, anche se in altra nota risulta nato il 29 giugno 1900 da Onofrio e Maria Triggiani.

Seguì studi tecnici, pubblicò “Bari nostra” raccolta di sonetti in dialetto barese, con prefazione del prof. Francesco Babudri (edito a Bari nel 1952); “Bbare jé semme Bbare”, commedia in tre atti, un bozzetto, ballate romantiche e rime, con introduzione sempre del Babudri (Bari, 1959). Quest’ultima prefazione del Babudri, barese d’elezione ma triestino di nascita, è assai interessante e fu ripresa dallo stesso Gonnella nel suo scritto sul teatro barese che apparve sempre in “Momenti Baresi” (cit., pp. 91-114) e che inseriremo prossimamente online.

Gonnella fu collaboratore dal 1949 con sonetti e bozzetti in dialetto del giornale barese “Papiol”diretto da Nicola Calitri, del “Giornale di Puglia”e del “Giornale Pugliese” diretto da Aurelio Calitri a Bari, e del Convivio Letterario di Milano.

Penna d’oro per l’anno 1959 e 1961 e Accademico dello stesso Convivio Letterario di Milano diretto dal prof. Filippo Fichera. Partecipò anche alla Biblioteca del Convivio (vol. II, anno 1958), e scrisse numerose canzoni musicate dal Maestro Nicola Favia.

Ci ripromettiamo di riportare le rime in musica del Gonnella, e - in questa nota introduttiva al suo scritto sul cinema barese dei primi tempi-, riscriviamo la sua rima “ U dialette neste”:



U dialette neste

Se va decenne co dialette neste
non s’accapisce, tande jè pestregghiuse,
stenate, voccapjirte e cchiù scattuse
sboccate, maldecenne, e larghe e leste.

Nu pelpettone, nzomme, ndove é cueste:
u greche, u turchie, u franghe cchiù feriuse
uarabbie, u saracine e u assà cheriuse
parlate de stu munne crute e teste.

Però ce acchiamendame attendamende
ce giargianese esiste all’alde vanne
te vene u guste a ffa u prepotende…

piercé u gjiue gjiuaue gresse e granne,
nu miscke du levande e du penede
non uaccapisce manghe ce te scanne !


Il nostro dialetto

Si racconta che il nostro dialetto / non si capisce, tant’è impasticciato / stonato, a bocca aperta e in più scattante / sboccato, maldicente, e largo e lesto.// Un polpettone, insomma, in cui si sono assoldati: / il greco, il turco, il francese più furioso / l’arabo, il saraceno e le più curiose /

Parlate di questo mondo crudele e duro. // Però se osserviamo attentamente / lo strano parlare che c' è dalle altre parti / ti vien gusto a fare il prepotente // perché i nostri ciuè, ciuauè alti e a gran voce, / un misto di levante e di ponente / non li capisci manco se ti scanni! //

 (traduzione di Sebastiano Gernone)



IL CINEMA A BARI

Nicola Gonnella

 

 All’inizio del nostro secolo (‘900, ndr), quando Bari era limitata alla città vecchia e a poche case del nuovo borgo, il largo Botanico era il salotto dove la gente sostava per incontrarsi con altra gente, in special modo coi forestieri levantini quali Greci, Turchi, Albanesi, Rumeni, Egiziani che venivano per commerciare di tante cose che portavano o che acquistavano.

Era allora Bari un grosso paese che si avviava a diventare una grande città, con strade parallele e geometricamente disposte. Erano i primi passi di quella città che usciva dal letargo dei secoli, e, che i baresi avevano sempre desiderata, non da meno delle altre città d’Italia. Insieme ai mercati e al massimo contributo dato all’Esposizione Universale tenutasi a Torino, tante cose nuove arrivarono da noi, tra cui il Cinematografo.

 Già, anche il Cinematografo, dove si poteva vedere sopra un lenzuolo bianco l’immagine della persona, camminare, saltare e fare tante altre mosse svelte o lente, spiritose o sciocche, ma che erano sempre una cosa nuova, e che la gente meravigliata ammirava. Non erano più le marionette di Don Carminiello, con le famose lotte tra Orlando e Rinaldo a far richiamo sul pubblico per divertirsi, ma un locale oscuro e improvvisato che destava maggiormente l’attenzione, specialmente la domenica.

 Fu in via Sparano che il fotografo Fiorese aprì un primo locale, dando una rappresentazione che durava appena dieci minuti e che faceva vedere un tuffo, un salto, l’andare avanti e indietro di una persona o di un animale, qualche scherzetto, ecc…

Ma quelli non erano dieci minuti ma un secolo, e non poche volte più di un curioso, non convinto che sul panno non ci fossero dei trucchi, s’avvicinava per toccare con mano le figure che erano rappresentate e che si muovevano a piacere.

 L’invenzione dei fratelli Lumière godeva in quel locale moltissima popolarità e soddisfaceva curiosità, con pochi soldi, ma che a Schettino fece un bel gruzzoletto. A poco a poco l’invenzione andava sempre più perfezionandosi e lo spettacolo durava sempre più, così a Bari le iniziative di chi poteva rischiare i propri risparmi aumentavano. Due signori, pieni di coraggio e di iniziative, verso il 1907, Giacinto De Rosa e Mario Sortino, aprirono un locale in via Argiro angolo via Piccinni, con posti a sedere e in piedi. Seduti si pagava quattro soldi e in piedi due, oltre ai posti distinti il cui prezzo era di sei soldi. Un pianoforte accompagnava la rappresentazione per tutta la durata, e spesso era il povero maestro che passava i guai quando la pellicola si spezzava più volte, mentre si era all’oscuro (la luce elettrica non era diffusa ed era sostituita dal gas). Max Linder era l’attore che faceva divertire di più senza parlare di Cretinetti e di Polidoro per la farsa finale.













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