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I GIOCHE TRADIZIONALI BARESI

Iùne monde la lune

Tra i tanti antichi giochi baresi, molti ormai non più in uso tra i ragazzi, citiamo alcuni tra i principali che il primo regista barese Giuseppe Schito – sostenitore della tv di strada – ricorda con affetto:

Il pisticchio – Spacca chianga – U veerruzz – La ramette – M’bond –
Iùne monde la lune –U carruccio – La campana – Toccaferro ecc…

E’nostra intenzione presentarli tutti magari con alcuni video che li riportino in vita…

Per adesso riproponiamo lo scritto di Gigi De Santis direttore del Centro Studi “Don Dialetto” pubblicato dal sito www.modugno.it


Gruppo creativo www.telestreetbari.it

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“Iùne monde la lune”

(Giochi di strada d’un tempo dei bambini e ragazzi baresi)

[ Pubblicato Mercoledì, 30 Agosto 2006 - 7:45 ]


Bari - In un passato molto lontano, nei quartieri di Bari, soprattutto nel periodo estivo, si notavano gruppi di bambini e ragazzi organizzarsi per i giochi all’aperto. Molti passatempi sono scomparsi anche nella memoria di adulti di oltre quarant’anni. Altri, in minima parte, sono felicemente ricordati e, negli ultimi tempi, sono tornati a vivere nelle palestre e nei cortili di alcune scuole o in manifestazioni popolari di alcuni rioni periferici.

Qualsiasi punto, vicolo, corte, piazza, giardino, fondo rustico abbandonato, androne, tra le auto parcheggiate, vicino a una saracinesca, un angolo della strada era il giusto luogo, per ore e ore, a dare sfogo ai numerosi giochi dove si notava l’agilità, la furbizia, la scaltrezza, la creatività, la spontaneità, l’inventiva di ogni singolo ragazzo rispettoso delle regole, delle fasi, dei movimenti di ogni svago che si praticava. Era singolare un richiamo che dava il segnale di riunirsi e iniziare uno dei tanti giochi dove partecipavano in molti. L’allettamento usato da ragazzo a ragazzo era per esempio: «Nghèèèè-a. Mechèle nghèèèè-a», «Giuànne nghèèè-a, nghè-a, nghèèèè-a», ecc. 

Unendosi, potevano essere una dozzina, decidevano con quale gioco dovevano incominciare e, fra i tanti, sceglievano «Iùne monde la lune». Formavano un cerchio, seguiva «u tècche» (il tocco), l’ultimo che era contato, si sistemava sotto il marciapiede e si piegava poggiando le mani sulle ginocchia. Subito dopo dava il via al gioco decidendo chi doveva essere «u rrè» (colui che doveva saltare per primo e comandare il gioco).

«U rrè», prima di saltare pronunciava il nome del secondo concorrente, il quale doveva saltare come il primo e chiamare il terzo compagno. A sua volta il terzo chiamava il quarto saltellando e così di seguito fino all’ultimo saltatore. 

Chi sbagliava saltando o pronunciava erroneamente le sequenze del gioco, «scève sotte» (sostituiva l’amico che stava piegato sotto il marciapiede). Il gioco riprendeva dall’inizio e il nuovo concorrente piegato, in funzione di cavallina, sceglieva un nuovo “capo” oppure confermava il precedente. È chiaro che anche il “capo” doveva stare attento a non sbagliare. 

Proseguendo senza interruzioni, «u rrè» incominciava a pronunciare la prima fase in dialetto chiamando il secondo compagno e, in ordine di chiamata, seguiti da altri, che ripetevano e saltavano correttamente: «Iùne monde la lune, Pièrìne», Piero si accingeva a saltare chiamando il terzo saltatore «Iùne monde la lune, Nardìne (Leonardo)». Stabilito l’ordine dei saltatori si proseguiva con: «Du, monde blu». 

«Trè, la fìgghie d’u rrè». «Quàtte, u battamàne a la zìta mè» (prima di saltare si battevano le mani). «Cìnghe, le chetùgne» (come si saltava poggiavano contemporaneamente le mani a pugni chiusi, sulla schiena piegata del ragazzo). 

«Sè, la battolètt’a vvole» (al momento del salto si dava pure un calcio, dalla parte interna del piede, al sedere di chi stava “sotto”). «Sètte, le ngroge» (con la giusta rincorsa, si saltava il più lontano possibile cadendo con le gambe incrociate stando immobile, per dare la possibilità agli altri saltatori di non toccarlo, pena la squalifica, ossia chi toccava l’altro compagno andava “sotto” e si ricominciava dall’inizio). «Uètte, u fangòtte» (prima di saltare si faceva scena immaginando di portare addosso, dietro le spalle, un fagotto pesante. Arrivati davanti alla “cavallina” si saltava con uno scatto a piedi uniti). «Nove, marang’e limòne». 

«Dèsce, nu piàtte de cìgger’e ppaste». «Iùnnece, le fermìche» (prima di saltare si solleticava, con una mano tenendo le dita unite, il sedere di chi stava “sotto”. Il movimento del solletico, da parte di tutti i saltatori, poteva durare per alcuni minuti irritando chi subiva la fase del gioco, mentre gli altri ridevano). «Dùdece, u ggìre d’u munn’a nu pète» (dopo il salto, si rimaneva in equilibrio su di un piede. 

Tutti, finiti di saltare, si mettevano in fila indiana dietro «o rrè», girando intorno nella zona dove si giocava salendo e scendendo il marciapiede, sempre con un piede. Nel frattempo il “capo” comandava di cambiare piede, di saltare a piedi uniti, di ritornare a camminare con un piede e contemporaneamente battere le mani, divaricare le gambe, fare esercizi ginnici, ecc. 

Chi sbagliava o si stancava mettendo i piedi a terra o si distraeva non seguendo ciò che diceva il “capo”, se il ragazzo che fungeva da cavallina lo beccava, si scambiavano i ruoli e si riprendeva il gioco dalla prima fase. Invece, se tutti i saltatori erano attenti ai comandi del «rè», questi, pronunciando la parola in dialetto: «Avàste!», continuava il gioco passando alla fase successiva. 

«Trìdece, u mandellìne» (prima di saltare si dava un colpo secco, con il dito medio dietro al sedere di chi stava “sotto” e poi si saltava senza rincorsa). 

«Quattòrdece, la seggiolìne» (saltando si rimaneva seduto sulla schiena, finché, chi fungeva da cavallina, non se lo scrollava di dosso). «Quìnnece, vìin’auuandà o statte sotte» (tutti, dopo il salto, scappavano evitando di essere rincorsi dalla “cavallina” perché se uno era acciuffato sostituiva il suo precedessore stando sotto il marciapiede e ricominciare il gioco dall’inizio. Se, nessuno era preso dalla “cavallina” la quale si stancava di rincorrere, dava inizio nuovamente al gioco, magari scegliendo un altro “comandante”).

Arrivati alla fine di alcuni giochi, i ragazzi rincasavano senza programmare per il dì seguente, sicuri di ritrovarsi per nuovi svaghi e, ognuno, si licenziava con la famosa frase in dialetto, canticchiando: «Palàzze, palàzze, palàzze / Oggn’e iùne al suo palàzze» (Palazzo, palazzo, palazzo / Ognuno al suo palazzo: a casa sua).

Emerografia: Gigi De Santis, «Calannàrie Barèse, Dumìle e trè»; Gigi De Santis, «Iùne monde la lune così passava l’estate dei ragazzi di un tempo» in «La Gazzetta del Mezzogiorno: 20-08-2006».

Gigi De Santis

Centro Studi “Don Dialetto” – Bari








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