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Riceviamo e volentieri pubblichiamo
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La relazione di Montezemolo e il Mezzogiorno

Sull' intera relazione ci sarebbe da scrivere a lungo ma intanto riflettiamo tra noi meridionali. Francamente sono indignatissimo del fatto che sempre dimentichino gli industriali nazionali di sottolineare che le Banche del Sud con i nostri risparmi sono gestite dalla finanza settentrionale, che la distribuzione delle merci favorisce le industrie del nord a discapito di quel che da noi si produce : è sufficiente andare al supermercato per accorgersi di una distribuzione predatoria del Nord . E d'altronde le percentuali di disoccupazione a Sud sono del 18% e passa rispetto al 3 del nord (leggi la relazione Fazio riportata nei nostri siti): una Colonia chiaramente. Cambierà il Sud solo quando avrà coscienza e responsabilità della propria Storia...da Lor Signori solo analisi utili a un Sistema di sfruttamento.

Se vuoi leggere la relazione completa, scarica il file RTF

Nino Gernone
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Il Mezzogiorno

Nostro problema resta ancora quello del Mezzogiorno. Non è più lo stesso problema di anni addietro. Nuove imprese sono nate nel Mezzogiorno e il Sud ha fatto consistenti passi in avanti. Ma servono ancora molti interventi per portare questa area alle condizioni del resto del Paese.

Un imbarazzante silenzio caratterizza il dibattito sulla questione meridionale. Quasi che non parlandone il problema si risolva da solo. Non è così. Nel 2006 sarà ridimensionato il sostegno concesso dall'Unione Europea alle regioni meridionali a causa della revisione delle politiche di riequilibrio territoriale conseguenti all'ingresso dei dieci nuovi paesi. Non possiamo farci trovare impreparati.

Il Mezzogiorno ha un drammatico bisogno di tre cose: infrastrutture, recupero dei centri urbani ed una pubblica amministrazione efficiente. La sua struttura industriale è ancora fragile. Vogliamo assistere inerti davanti a questi bisogni? Vogliamo scoprire troppo tardi di non esserci mossi in tempo?

Il problema si fa urgente di fronte a una ventilata modifica del sistema di incentivazione per il Mezzogiorno. Aleggia una ipotesi di sostituzione degli incentivi in conto capitale con quelli in conto interessi, a per i debiti a lunga scadenza e, pare, garantiti dallo Stato. Voglio dirlo subito. Non ho remore a parlare di come migliorare il sistema di incentivi. Specie se, attraverso una loro modifica, si riducesse l'intermediazione politica e discrezionale. Se poi, da tali modifiche ne dovessero derivare anche risparmi per lo Stato, ne saremmo tutti ben felici.

16.Trovo però improprio che si parli di modifica degli incentivi, non già per rendere più efficiente l'intervento nel Mezzogiorno, ma per ridurre le spesa pubblica e per favorire una successiva riduzione della pressione fiscale.

Ogni cosa deve stare al suo posto. Se vogliamo parlare di modifica di incentivi, parliamone, ma per renderli più efficienti e mirati. Se poi vogliamo ridurre le uscite dello stato, parliamone: è un obiettivo che condividiamo e ci sono molte aree della spesa pubblica da indagare. Se si vogliono ridurre le tasse, benissimo. Il sistema produttivo può essere stimolato da una minore pressione fiscale, ma solo in un quadro positivo della finanza pubblica.

Ma cosa c'entra tutto questo con la politica per il Mezzogiorno? Solo se il Paese è unito ed omogeneo nelle sue possibilità di sviluppo noi potremo dire di essere competitivi e capaci di attrarre investimenti. Sta qui il senso della politica per il Mezzogiorno.

Una politica che si fondi su un reale riequilibrio. Che punti ad una semplificazione delle procedure, una efficienza della Pubblica Amministrazione, una rete di infrastrutture moderne, una capacità di far fruttare le risorse esistenti. Questo implica anche una valorizzazione della cultura, dell'arte, del territorio, per restituire al Mezzogiorno capacità di attrazione. Una capacità che coinvolga imprese e persone. Le prime per produrre e svilupparsi, le seconde per lavorare o per visitare e vivere questa realtà unica al mondo. Il Mezzogiorno deve essere la nostra Nuova Frontiera: una frontiera che si apra e che rappresenti il futuro del Paese e non la somma dei problemi del passato. Competitività e Presenza Internazionale

Noi dobbiamo portare il marchio Italia nel mondo. Un marchio fatto della nostra storia, dalla nostra cultura, di un incredibile patrimonio artistico e paesaggistico, dei nostri stili di vita, della nostra industriosità, dei molti brand che siamo riusciti ad affermare nel mondo, della filiera di garanzia di qualità che le nostre piccole aziende sanno fornire.

E' qui che dobbiamo sapere veramente fare sistema. Le Istituzioni italiane devono dare il supporto necessario per far comprendere che tutto il Paese è dietro alle nostre aziende. La Distribuzione, la Finanza, i Servizi, l'Industria, l'Artigianato e tutto il variegato mondo delle imprese si deve impegnare, perché per tutti il mercato non è più quello sotto casa. Stiamo sprecando troppi soldi e troppe energie tra mille soggetti che si occupano di promuovere l'Italia nel mondo, ognuno a modo suo. L'imprenditore ha ormai bisogno di una bussola per districarsi tra le mille sigle. Occorre invece uno sforzo comune. Un coordinamento che ci faccia fare sistema almeno nei paesi più importanti per il nostro Export. Su questi ci attendiamo un impegno forte e urgente del Governo.

Noi daremo il nostro contributo, per consolidare la presenza dei nostri marchi all'estero e per portare nel mondo tutto il sistema Italia. La Confindustria sarà più presente nei mercati mondiali. Occorre vendere all'estero non soli i prodotti ma la filiera della nostra produzione. Occorre portare nel mondo i nostri distretti. Molte nostre piccole imprese sono fornitrici di prodotti e di servizi di altissima qualità: occorre fare in modo che questa 17.qualità si trasformi in valore riconosciuto dal mercato, attraverso marchi e certificazioni, per evitare di competere solo sul prezzo. In caso contrario, si finisce per comprimere l'area di produzione e per consegnarla a paesi che, sui costi e sui prezzi, saranno sempre più competitivi di noi.

Questa non è un'esigenza solo della piccola impresa: lo è anche e soprattutto delle grandi imprese italiane, che di questa qualità si avvantaggiano per competere sui mercati mondiali.

Occorre organizzare dei veri e propri consorzi di filiera, con marchi e certificazioni, per esportare il sistema dell'impresa italiana e non solo il singolo prodotto. Ma nella promozione del nostro Paese un ruolo determinante è giocato dalla cultura, che rappresenta un patrimonio da cui derivano molte nostre eccellenze e che può produrre reddito e ricchezza, se ben preservato e valorizzato come una grande opportunità imprenditoriale.

Questo patrimonio, da cui possono nascere servizi ad altissimo contenuto tecnologico, ha un valore inestimabile. Un valore che ci riconosce il mondo intero e che va accresciuto, oltre che conservato. Un valore che andrebbe promosso con maggiore sensibilità, per attrarre imprese moderne e persone di qualità sul nostro territorio.

E' giunto il momento di rivolgere un'attenzione diversa, strategica e organica al turismo, considerandolo un settore chiave di sviluppo e di opportunità imprenditoriali e, quindi, occupazionali. Non più concepito come mera capacità ricettiva, ma avviato a fare di tutto il Paese un ambiente capace di attrarre cittadini e imprese di tutto il mondo. Un Paese che ha saputo diventare industriale senza rinnegare la sua storia, ma che deve elevare il livello e la competitività della promozione e dell'offerta. E questo vale soprattutto per il Mezzogiorno che nel turismo è, paradossalmente, più indietro del Centro-Nord, malgrado quanto si possa credere e malgrado lo straordinario valore storico, artistico e paesaggistico, che nessun cinese potrà mai copiare.

 

 

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