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Ringraziamo l'amico e collaboratore Nino Gernone, per averci inviato queste pagine tratte dal testo scritto dal maggiore storico della 'ndrangheta, Enzo Ciconte. Noi ribadiamo quanto già scritto altrove: se fosse vera la filiazione brigantaggio-ndrangheta in Lucania ci dovrebbe essere la mafia più potente della terra: fu la patria di Crocco!

[email protected] - 25 febbraio 2006
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Fonte:
Enzo Ciconte, 'NDRANGHETA DALL'UNITÀ A OGGI, Editori Laterza, 1992, pgg. 145-149

2. 'Ndrangheta e brigantaggio

Se è dubbio che la 'ndrangheta sia stata una sorta di filiazione della mafia e della camorra, allora da chi trae origine? Di chi è figlia? In questa ricerca — a volte affannosa, spesso improduttiva — di una paternità, si rischia di finire in un vicolo cieco. C'è chi ha ritenuto di trovare una derivazione della 'ndrangheta dal brigantaggio (418, p. 25; 545, p. 119; 333, p. 29). Questo fatto non deve stupire, poiché per lungo tempo, e in particolari congiunture sociali e storiche, la Calabria era stata sicuramente terra di briganti — «produttrice di briganti quanto di seta», dirà Braudel (285, p. 791; 349) — e a lungo il mito del brigante, inizialmente con valenze positive, in seguito con connotazioni decisamente negative, era stato direttamente collegato alla Calabria (490, pp. 587-650). Il mito del brigante calabrese che — solitario, cocciuto, testardo, ma capace anche di suscitare reazioni di massa — si ribella all'ingiustizia e alle ingiustizie offriva un'occasione troppo ghiotta perché non venisse presa come esempio, come un possibile precedente che potesse fornire una qualche spiegazione delle immediate ascendenze della 'ndrangheta.


Eppure tutte le fonti coeve segnalavano come oramai, a partire dagli anni Settanta, il brigantaggio poteva essere considerato un capitolo chiuso. Dai circondari di Rossano e di Castrovillari, e da tutte le zone che erano state teatro delle azioni brigantesche arrivavano notizie confortanti (321, p. 10; 497, p. 7; 369, p. 25). Si era oramai agli sgoccioli (482, p. 22). Il brigantaggio era praticamente spento, distrutto.


Era possibile, dunque, che, debellato il brigantaggio, su quella medesima pianta che l'aveva generato germogliasse la 'ndrangheta? Molti lo credettero. A rafforzare questa opinione arrivò, proprio a cavallo fra Ottocento e Novecento, un nuovo episodio che si impose all'attenzione nazionale, quello del brigante Musolino. In realtà, già allora, a un attento osservatore non poteva sfuggire il fatto che il fenomeno di Musolino era atipico, una vicenda a se stante rispetto alla storia del brigantaggio. Colse bene questo aspetto Lorenzo Repollini, sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Catanzaro, il quale, nel corso della sua relazione per l'inaugurazione dell'anno giudiziario 1906, ebbe ad affermare che «Giuseppe Musolino fu un'apparizione sporadica, che fece molto chiasso, ma non valse a far risorgere l'estinto mondo brigantesco» (505, p. 34). E non a caso, uno che se ne intendeva, lo scrittore calabrese Nicola Misasi, noto autore di scritti sul brigantaggio, rifiutò, secondo noi giustamente, di inserire Musolino nel pantheon dei suoi briganti.


La scelta di Misasi rimase però solitària e l'episodio Musolino rappresentò, ancora una volta, una ghiotta occasione per collegare 'ndrangheta e brigantaggio; in verità, con molta approssimazione, e con non poche improvvisazioni. Né mancò una certa confusione, che portò alcuni giornalisti a prendere clamorosi abbagli identificando la Sila con l'A-spromonte (461, p. 164) e quel che è peggio, soprattutto «picciotteria con brigantaggio» (306, p. 248), due fenomeni sociali di ben diverso spessore. Confusione, in verità, non del tutto scomparsa neppure in tempi recenti (508; 309): ulteriore segno del permanere, ancora a distanza di tanto tempo, della convinzione che tra brigantaggio e 'ndrangheta ci sia stato un rapporto diretto, di filiazione.


Ma che c'entra il brigantaggio con la 'ndrangheta? La risposta è semplice: praticamente nulla. I due fenomeni non sono assimilabili o paragonabili in alcun modo (329, pp. 44-47; 499, pp. 64-67). Abbiamo già visto alcune caratteristiche della 'ndrangheta, altre le vedremo in seguito. Queste la differenziano nettamente dal brigantaggio. Innanzitutto il brigantaggio è un prodotto del latifondo e dei particolari rapporti di produzione in esso vigenti, la 'ndrangheta no.


L'Aspromonte conobbe la 'ndrangheta, fu comodo e spesso inviolato rifugio per 'ndranghetisti latitanti, fu teatro di reati rurali, di omicidi, di fatti di sangue, di sequestri di persona, ma sicuramente, tranne la vicenda di Musolino, non conobbe briganti. L'intera provincia di Reggio — e con essa l'Aspromonte — fu esclusa dall'elenco delle province dichiarate in stato di brigantaggio quando fu promulgata la legge Pica (456, p. 285). E si può star certi che con i tempi che correvano e con il terrore che si aveva dei briganti, sarebbe bastata l'attività di una sola banda per dichiarare l'intera provincia come infestata dal brigantaggio. Questo invece rimase rinchiuso nei territori delle attuali province di Catanzaro e di Cosenza, non valicò mai i confini di quella di Reggio. Lo notava Cosimo Ratti, reggente la Procura generale presso la Corte di appello delle Calabrie, nel suo discorso inaugurale per l'anno giudiziario 1873 quando osservava come «la provincia di Reggio non è stata travagliata dal brigantaggio; lo soffocò in sul nascere» (501, p. 24).


Il brigantaggio è un fenomeno legato alla lunghissima e lentissima crisi del latifondo iniziata già nel Settecento e alla lotta sociale e di classe che su di esso si svolgeva e che vedeva come protagonisti l'aristocrazia agraria, le masse contadine e i nuclei di una borghesia in ascesa. Una lotta di classe aspra, dura, a tratti anche violenta, che si combatteva su quelle terre, per il possesso di quelle terre: i baroni per la difesa di antichi privilegi, la borghesia per la conquista di nuovi spazi economici e di potere, le masse contadine per la sopravvivenza, per scacciare miseria e fame. Non a caso su quelle stesse terre si alternavano bande di briganti e folle di contadini, intere popolazioni che si riversavano sulle terre dei latifondisti per occuparle, per metterle a coltura.


C'è bisogno di una controprova? Si prenda una cartina geografica della Calabria e si segnino i comuni che furono teatro del brigantaggio durante l'occupazione francese, il dominio borbonico e il primo decennio unitario (288; $06; 456; 470); si segnino poi, su un'altra cartina, i comuni dove si verificarono occupazioni di terre particolarmente nei momenti di acuta tensione sociale e politica: nel 1848, al momento dell'unità d'Italia, dopo la prima guerra mondiale, in alcuni anni durante il periodo fascista, dopo la seconda guerra mondiale (558; 278; 454; 542; 279; 304). Si noterà che i comuni sono gli stessi, combaciano e si sovrappongono perfettamente. Sono tutti in provincia di Ca-tanzaro e di Cosenza. Lo scenario delle gesta brigantesche è identico a quello delle lotte contadine. Unica eccezione è Nicastro dove ci saranno briganti, lotte contadine e 'ndrangheta. Si può arrivare a dire che, almeno fino alla seconda guerra mondiale, briganti e moti contadini scacciarono da quelle terre la 'ndrangheta, ne impedirono la formazione.


Tuttavia, nonostante ciò, l'idea che la 'ndrangheta abbia, in qualche modo, a che fare con il brigantaggio è opinione diffusa ancora oggi. Come mai una tale sopravvivenza? La spiegazione è duplice. Da una parte, chi ritiene la 'ndrangheta un fenomeno puramente delinquenziale si rifa alla valenza negativa del brigantaggio; dall'altra parte, chi considera la 'ndrangheta — almeno quella dell'Ottocento e dei primi decenni del Novecento — come fenomeno di protesta o come onorata società in grado di amministrare quella giustizia che lo Stato non riusciva a garantire, si rifa alla concezione del brigante ribelle nei confronti di tutte le ingiustizie. Come si vede, due facce della stessa medaglia, a volte fra loro confuse e sovrapposte, che fanno riferimento a idee, a sedimentazioni nel senso comune, a opinioni che hanno avuto, e ancora hanno, una larga circolazione. Ma che non poggiano su solide basi.


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